Gianfranco Murtas

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A proposito della diocesi di Ozieri. Postilla-omaggio alla memoria di monsignor Cogoni: quella mancata “storia sarda” di padre Pietro Benedetti MSC

di Gianfranco Murtas


Avevo accennato, in un breve articolo pubblicato l’altro ieri riguardo alla biografia del vescovo Francesco Cogoni data alle stampe recentemente da Tonino Cabizzosu (cf. Francesco Cogoni. Il Vaticano II nell’azione di un vescovo pacelliano) ad un prelato che, nella cronotassi episcopale bisarchiensis in procinto di farsi octeriensis – da Bisarcio ad Ozieri insomma –, rinunciò alla promozione notificatagli, a nome di papa Benedetto XV, dalla S. Congregazione concistoriale. Non volle venire in Sardegna, non volle venire ad Ozieri. Lo dico in una battuta, incerto sulla esattezza categorica di quel verbo “volere”. Sta di fatto che il padre Pietro Benedetti non venne, non ci raggiunse nell’Isola, restando sul continente a disbrigare gli affari della sua congregazione: quella dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù.

Bisogna, sia pure per flash, inquadrare il momento. A marzo di quel 1914 era deceduto in patria, dopo quasi diciotto anni di servizio episcopale ad Ozieri (appunto ancora con il nominale di Bisarcio), monsignor Filippo Bacciu. Originario di Buddusò classe 1838, egli era stato ordinato prete nel 1863. Forte di una laurea in teologia spesa anche nell’insegnamento ginnasiale, era poi stato nominato parroco della cattedrale dell’Immacolata e, dopo una ventina d’anni, era subentrato allo scomparso vescovo Serafino Corrias.

In attesa della nomina del suo successore – ciò che sarebbe avvenuto alla fine di quel 1914 – fatti importanti interessarono il mondo e la Chiesa: a giugno l’attentato di Sarajevo originò il conflitto mondiale che avrebbe prodotto milioni di morti in entrambi i fronti della Triplice Intesa (Francia-Regno Unito e Russia, con l’Italia fra gli alleati) e degli Imperi centrali (quello Germanico e quello Austro-ungarico privati dell’appoggio italiano promesso ora già da trent’anni nel quadro della deprecabile “triplice alleanza”); ad agosto la scomparsa di Pio X ed a settembre l’elezione di Benedetto XV aprirono una nuova pagina nella storia della Chiesa.

Il 14 dicembre fu comunicata a padre Benedetti la sua promozione all’episcopato cui egli rinunciò (forse) immediatamente. Peraltro le sue qualità culturali e religiose ed il rango apicale nella congregazione d’appartenenza – la sua carica di procuratore generale integrava una delega di alta responsabilità da parte del superiore generale, con specifico riferimento sia ai rapporti con la Santa Sede sia alla gestione delle pratiche riservate e più complesse – indussero la Concistoriale e quindi il pontefice a trovare per lui altra collocazione che comunque ne valorizzasse, nell’interesse della Chiesa, il talento.

Originario del Lazio – precisamente di Falvaterra, presso Frosinone – egli era, nel 1914, 47enne. Associato alla Piccola Opera nel 1881 (14enne), entrato nel noviziato a Tilburgo (Paesi Bassi) nel 1883, aveva emesso i voti temporanei l’anno successivo e quelli perpetui nel 1887 ad Anversa (Belgio). Nel 1889 era stato ordinato sacerdote, dopo aver ricevuto la sacra tonsura e gli ordini minori a Barcellona (Spagna) e il diaconato a Roma, nonché il baccellierato in filosofia all’Apollinare (1885). Nel 1890 s’era laureato in teologia ancora all’Apollinare.

Per lui era quindi iniziata la trafila delle mansioni congregazionali in patria e fuori, fra Roma e Canet de Mar (Spagna), Issoudun (Francia) e ancora Roma, Barcellona e nuovamente Roma, dove fu ora professore di teologia e ora direttore della Piccola Opera (l’unità-base della famiglia religiosa). Finalmente nel 1905, 34enne, ricevette il prestigioso e delicato incarico della procura generale che portò avanti per tre lustri pieni, intercettando in questo periodo la nomina bisarchiensis. Fu anche per un anno, fra 1911 e 1912, pro-provinciale per l’Italia, maturando altre esperienze che ne rinforzarono o specializzarono le attitudini alle responsabilità di governo (fra esse risulterebbe anche un pur breve mandato come delegato apostolico in Messico). Di qui, appunto, la promozione vescovile venuta due anni dopo. 

Certamente ad essa contribuì, come voce importante del curriculum vitae del procuratore dei Missionari, la parte che padre Benedetti ebbe nella stesura e/o pubblicazione del nuovo Catechismo della dottrina cristiana prescritto da sua santità papa Pio X. Articolato in ben 474 formule inquadrate in tre capitoli introduttivi e cinque parti (Credo, Pater, Comandamenti, Sacramenti, Virtù) con seguito di preghiere e varie altre istruzioni (storia della salvezza, feste religiose, riferimenti biblici, ecc.), il testo passò esami e riesami fino ad una redazione “penultima” giunta a Roma e da Roma poi diffusa a tutte le sedi vescovili italiane onde averne pareri e proposte eventuali di rettifica. Della nuova bozza si occupò appunto il padre Pietro Benedetti che, in quanto segretario della commissione catechistica, presentò al papa il lavoro compiuto ottenendone il placet conclusivo per le edizioni adulti, giovani e fanciulli. Di qui l’ordine impartito da Pio X (con lettera redatta da padre Benedetti stesso) di adozione da parte di tutte le diocesi...

La promozione vescovile dunque. La notizia della decisione pontificia (d’intesa o a suggello della istruttoria condotta dalla Concistoriale, cioè dalla congregazione dei vescovi, forse con l’input originario di papa Sarto ora scomparso) è registrata negli Acta Apostolicae Sedis alla data del 22 gennaio 1915: richiamando la sua carica di procuratore generale dei missionari del Sacro Cuore e la sua laurea in sacra teologia, se ne ufficializza la nomina, come detto, alla cattedrale di Bisarcio (“Cathedrali ecclesiae Bisarchiensi”).

Data la rinuncia (di cui manca però il documento e che dunque non saprei meglio qualificare), è del 12 aprile successivo il nuovo deliberato di papa Benedetto XV circa il suo incarico all’ufficio di consultore della Concistoriale (di cui diverrà infine segretario).

Del 16 dicembre dello stesso 1915 è invece la nomina (da ritenersi in cumulo, non in sostituzione) quale consultore della S. Congregazione dei seminari e degli studi.

Così per sei anni padre Benedetti MSC svolge la sua missione sui due campi della congregazione religiosa di appartenenza e della Santa Sede. In questo stesso contesto temporale regge per un triennio – dal gennaio 1918 alla primavera 1921 – la parrocchia del Sacro Cuore ai Prati sul Lungotevere in Roma, subentrando al parroco fondatore padre Jouet (un marsigliese che pare sia stato battezzato a Nuoro!). Opera dell’arch. Gualandi, la chiesa – magnifico complesso neogotico con annesso un museo cosiddetto “delle anime del Purgatorio” – è nota anche come “piccolo Duomo di Milano”.

Le costituzioni della Missione stabiliscono l’incompatibilità fra le funzioni di governo della stessa e quelle vescovili. Finisce così che padre Benedetti, dopo aver rinunciato nel 1915 al titolo bisarchiensis, diventa monsignor Benedetti nel 1921. Accetta cioè la promozione episcopale, non per una sede residenziale (come doveva essere Ozieri) ma per un ufficio (la segreteria della Concistoriale) che gli vale il titolo di arcivescovo di Tiro.

Quella libanese, nata greca e divenuta poi latina, appartenuta in antico al patriarcato di Gerusalemme dei latini e soppressa nel 1294 – tempo di crociate! – era ed è una diocesi di cui ormai da quasi settecento anni è rimasto soltanto il titolo assegnato a qualche prelato che, in Vaticano, nelle nunziature o altrove, svolge funzioni non di cura animarum. Dopo una quarantina di presuli che nelle stagioni greca e latina hanno avuto l’effettivo governo canonico del territorio, sono stati altrettanti – fino a quel 1921, fino a padre Benedetti cioè – i monsignori titolari, gratificati forse del riconoscimento o del premio loro consegnato in una pergamena… 

Nel settembre 1930 monsignor Benedetti – il Missionario che non volle (?) venire da noi in Sardegna – morì a Siena, in età ancora relativamente giovane. E fu sepolto nella parrocchia di cui aveva avuto la responsabilità anni addietro, nella capitale, e consacrò nel 1921 (titolo “del Sacro Cuore del Suffragio”). Un monumento lo celebra presentandolo al pensiero e alla preghiera di visitatori e pellegrini. Esso è accompagnato da una Pietà in bronzo, opera di Giovanni Battista Conti.

Breve chiosa. Non conoscevo i tratti biografici del missionario-vescovo né, se non per grandi linee, conoscevo la sua famiglia religiosa che pur tanti meriti, per testimonianza di vita dei suoi, ha cumulato nei cinque continenti e nell’arco di oltre centocinquant’anni, da quel 1854 in cui tutto cominciò per ispirazione del padre Jules Chevalier. Doloroso il contributo dei missionari alle persecuzioni subite dalla Chiesa spagnola negli anni della guerra civile – ma la Chiesa stessa commise errori enormi allora carezzando il fascismo falangista del generale Francisco Franco –, ammirevole il loro contributo offerto alla promozione umana fra meridiani e paralleli del mondo povero. Di particolare risalto la figura del piemontese monsignor Enrico Verijus – Stanislao in religione –, forse il più giovane vescovo che mai la Chiesa cattolica (qui con deliberato di papa Leone XIII) abbia ordinato nella sua bimillenaria storia: 29 anni soltanto aveva quando fu incaricato della vicaria apostolica della Nuova Pomerania e dell’ufficio di coadiutore della Nuova Guinea (1889), lui con il titolo episcopale di Limira (Turchia, Asia minore). Morì appena 32enne, è onorato come Venerabile.

(Ho compiuto questa ricerca in due giorni e di più, dalle mie carte, non ho recuperato. Debbo anche qualche affettuoso ringraziamento, per le notizie e i documenti fornitimi, al padre Armando Genovese, parroco e curatore del bellissimo sito internet della parrocchia ai Prati, ed al padre Andrea Ruju – nostro sardo nipote dell’indimenticato don Giuseppe Ruju scrittore già del clero di Ozieri – che lavora nella casa congregazionale della provincia italiana nella capitale). 


Fonte: Gianfranco Murtas
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