Gianfranco Murtas

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A.D. 1872, centocinquant’anni fa. Il lutto di Cagliari per la morte di Mazzini. Da allora anche le logge massoniche della Sardegna celebrano, il 10 marzo, l’Apostolo repubblicano

di Gianfranco Murtas

S’affaccia dal cornicione principale di palazzo Picchi, nel viale Trieste, giusto di fianco all’artistica e monumentale chiesa di Nostra Signora del Carmine: s’affaccia, l’erma di Giuseppe Mazzini, insieme con quella degli altri grandi del Risorgimento italiano, tanto i repubblicani quanto i monarchici – Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II – dacché si celebrò, anche a Cagliari e con grande concorso popolare, il primo cinquantenario della unità della patria, nel 1911.



Un altro busto mazziniano si trova a palazzo Sanjust, sede delle logge cagliaritane, dei corpi rituali e degli organi regionali del Grande Oriente d’Italia: opera dell’albanese Quezim Kertusha, esso fu donato da Bruno Fadda (che a sua volta l’aveva ricevuto dalla figlia dott.ssa Silvia) il 10 marzo 2007, a conclusione della “giornata mazziniana” celebrata nella casa massonica alla presenza del Gran Maestro Raffi e di numerose personalità del mondo culturale anche nazionale, fra cui Cosimo Ceccuti – presidente della Fondazione Spadolini-Nuova Antologia –, e di Lorenzo Conti, figlio di Lando, già sindaco repubblicano di Firenze e massone nobile e generoso, assassinato dalle Brigate Rosse il 10 febbraio 1986.



Ci sono poi le lapidi, due anch’esse. La prima, nell’atrio del palazzo di Città, a Castello, fu posta da «i cagliaritani» idealmente nel 1872, qualche settimana dopo la morte del Genovese (di fatto assai più tardi), volendosi onorare l’«apostolo di libertà». La mattina del 2 aprile una lunga laica processione mosse dall’antico ospedale Sant’Antonio e, risalendo la via Manno e quella che sarebbe diventata la via Mazzini (al tempo via degli Argentari), entrò al Balice e raggiunse la sede municipale in cui altre lapidi di sapore patriottico si sarebbero aggiunte col tempo, una volta per onorare Giuseppe Garibaldi e un’altra per ricordare la presa di Roma nel XXV dell’evento che era costato la vita anche del giovane bersagliere tempiese Andrea Leoni.



Nel 2005 – bicentenario della nascita – fu ad iniziativa della Società degli Operai di Cagliari e del comitato cittadino dell’Istituto del Risorgimento Italiano (al tempo presieduti rispettivamente da Marco Caocci e da Marinella Ferrai Cocco Ortu) che, nella sede sociale di via XX Settembre, venne collocata una grande lapide marmorea, in diretto ideale collegamento con quella castellana: «Giuseppe Mazzini apostolo della libertà».



Mazzini e il giovane Bacaredda
Raggiunse la città la notizia della morte di Mazzini, di Mr. Brown, avvenuta a Pisa, a casa Rosselli-Nathan, domenica 10 marzo 1872. Esule in patria, vecchio più dei suoi 67 anni portati con crescente fatica. Provato dalla vita dacché era soltanto un adolescente a Genova ed avvertì che la sua esistenza – come l’esistenza di chiunque – dovesse essere spesa per una causa. E la sua fu, pochi anni dopo il tramonto napoleonico, la causa della libertà e di più, la causa della democrazia. In patria e fuori della sua patria, sulla scena continentale.

Aveva quindici e sedici anni quando in Spagna e poi nel meridione d’Italia fra Napoli e Palermo, e dopo ancora in Piemonte, fra Torino e Vercelli e Alessandria una rivolta cercò di contrastare il cattivo governo della Santa Alleanza affidato alle case là degli Asburgo e dei Borbone qua dei Savoia… Non costituzione, tanto meno democrazia, neppure liberalismo, nessuna libertà né civile né sociale. E l’Italia frazionata in staterelli vassalli dell’Austria imperiale. Le nostre bandiere tricolori furono issate – era un dieci marzo anche allora – nelle maggiori città piemontesi, ma solo per qualche giorno, forse soltanto per qualche ora.

L’esperienza della carboneria, nella primissima giovinezza, la prima messa fuorilegge, la prima cacciata dalla sua patria, i moti del 1831, la fondazione a Marsiglia della Giovine Italia… un sogno liberale, democratico anzi, repubblicano, il sogno dell’indipendenza dallo straniero, il sogno della unità territoriale e politica… con limiti, certo, nella delineazione degli ordinamenti sociali, nella precisazione delle politiche finali della società sognata… contava il sogno però, contava l’obiettivo alto e il sentimento pedagogico – dell’educazione popolare – che iniziò da allora ad accompagnare ogni progetto insurrezionale ed ogni azione che sarebbe costata molto sangue…

Apostolo d’Italia in Europa, a Londra soprattutto e per quanti anni! con quanti contatti e quante illusioni… Il grande momento della Repubblica Romana nel 1849, il sacrificio di Goffredo Mameli ventunenne, la sconfitta militare per le armi francesi chiamate da Pio IX… Vent’anni dopo, eccolo, Mazzini, nuovamente in carcere, a Gaeta. Intanto però l’Italia s’è fatta, con la tela diplomatica di Cavour, con le armi di Vittorio Emanuele e quelle di Garibaldi… Associato anche il Veneto che era stato di Daniele Manin… Dalla Sardegna allora si sono mossi gli incitamenti, anche dalla massoneria cagliaritana tutta liberale con qualche venatura democratica, con gli Scano ed i Serpieri: come noi contro gli aragonesi, così voi contro gli austriaci…

Mentre, distratti i francesi dalla guerra contro la Prussia e papa Mastai Ferretti rimasto solo con i monsignori della sua tarda teocrazia e gli zuavi armati, le truppe di Cadorna entrano a Roma: mentre questo finalmente avviene, martedì 20 settembre 1870, lui è in carcere già da un mese.

Da Cagliari, anche da Cagliari, si tenta di inviargli un messaggio di consenso patriottico: il sogno di Roma italiana, di Roma capitale, finalmente è realizzato. Sono gli studenti di Stampace e Castello, della Marina e Villanova a firmare il breve testo indirizzato a Giuseppe Mazzini: «Gioventù sarda, festeggiando Roma capitale, dolente vostra cattività, manda primo apostolo libertà italiana una parola di speranza».





La burocrazia carceraria impedisce il recapito e restituisce ai mittenti parole e sentimenti, e anche la tariffa telegrafica. E’ allora Ottone Bacaredda – al tempo ventunenne studente universitario in facoltà di legge – a denunciare l’abuso illiberale, e stupido, dei piccoli funzionari del governo Lanza. Dalle colonne del Corriere di Sardegna avverte l’opinione pubblica, il giovane Bacaredda (che per Mazzini nutre una forte simpatia umana ed ideale, così come simpatia umana ed ideale ha avuto anche il giovane Francesco Cocco Ortu al tempo redattore del sequestratissimo giornale La Bussola), che quel modesto ed offensivo rimborso egli lo avrebbe girato alle cure dei feriti a Porta Pia. «… due telegrammi venivano or è una settimana, e propriamente in occasione delle feste popolari, provocate nella fausta liberazione di Roma, inviati dalla gioventù di Cagliari que’ due grandi patriotti, i cui nomi sono un culto ed una religione per quanti sentono di amar la patria, oltre la cerchia di qual si voglia consorteria.

«L’uno di quei telegrammi, indirizzato a Garibaldi, partiva per Caprera, e che vi sia giunto, e quando, e come la è cosa da potersi anche mettere tra le improbabilità; l’altro, quello indirizzato a Mazzini, veniva, per superiore comando, intercettato dall’autorità politica, messo per otto giorni in contumacia, e quindi rimandato donde era venuto, come roba affetta da cholera o da febbre gialla.

«Non è che i commenti possano qui giovare a qualche cosa: oltre che vi hanno dei fatti, i quali, ben reggendo per se stessi alla logica, non possono sopportare commento di sorta.

«La quota pertanto del dispaccio, che mi venne oggi stesso rimessa da quest’ufficio telegrafico, io credo interpretar il desiderio di tutti i miei amici e colleghi, devolvendo a beneficio dei caduti all’assalto di Porta Pia. Così potremo dopo tutto non dolerci che un’azionaccia ne abbia dato la ventura di fare una buona azione».

Cagliari e Mazzini, Mazzini e la Sardegna
Potrebbe la Sardegna dimenticare quanto Mazzini e – prima di lui e con lui – Carlo Cattaneo hanno scritto a pro dell’Isola? Potrebbe dimenticare – nei giorni di Roma capitale così come nei giorni della terribile notizia giunta da Pisa – l’impegno fervoroso dell’Apostolo speso per mantenere all’Isola la sua italianità, e all’Italia (ancora in formazione) la sua Isola grande? Allora, nel 1860, nel “pacchetto” di scambio con la Francia, doveva esserci, con Nizza – la Nizza di Garibaldi – e la Savoia, anche la Sardegna. Se ne discusse in qualche cancelleria d’Europa. Cavour parve spregiudicato osando tanto, o tentando il mercato. Mazzini s’era posto sulla sua strada: informato e accompagnato dalle note confidenziali di Giorgio Asproni (come anche emerge dal Diario di questi), aveva scritto della Sardegna e pubblicato l’anno dopo, press’a poco nei giorni stessi della scomparsa di Camillo il conte di Cavour, sul quotidiano milanese L’Unità Italiana diretto da Maurizio Quadrio e con il cagliaritano Vincenzo Brusco Onnis nel gruppo redazionale. Erano usciti allora – il 1°, 5 e 11 giugno 1861 tre articoli, il primo dei quali riprodotto dalla cagliaritana Gazzetta popolare.

Proprio il giornale del Sanna Sanna nel capo di sotto, ma anche Gavino Soro Pirino nel Consiglio provinciale di Sassari e altri ancora lanciarono l’allarme contro i minimalisti pragmatici, contro i cinici che, considerando la Sardegna «un’appendice molto incerta dell’Italia», dichiaravano di non dolersi poi troppo nel caso che il mercato prefigurato si fosse tradotto in documento di governo, in trattato internazionale. Garibaldi cittadino di Sassari (e presto anche di Cagliari) aveva detto la sua: «farei volentieri qualunque sacrificio a pro di quest’isola, di cui mi dico cittadino per vocazione ed elezione, e credo che i Sardi non mi lascerebbero solo in tale emergenza, giacché tutto dipende principalmente dalla loro volontà e risolutezza».





Mazzini aveva dato ordine alle sue conoscenze e riflessioni e, dunque, in quella vigilia dell’estate del 1861, sulle colonne de L’Unità Italiana aveva scritto diffusamente: «La Sardegna fu sempre trattata con modi indegni dal Governo sardo; sistematicamente negletta, poi calunniata; bisogna dirlo altamente perché quella importante frazione del nostro Popolo sappia che noi non siamo complici delle colpe governative, che conosciamo e numeriamo quelle colpe, e che poi intendiamo cancellarle, appena l’Unità conquistata ci darà campo di provvedere alla libertà e all’ordinamento interno, sociale, e politico. Sì, i molti e lunghi dolori della Sardegna non trovano che indifferenza tra noi; se Bonaparte scende una seconda volta a combattere a fianco del nostro esercito, sulle nostre terre, la Sardegna è perduta per noi».

E ancora: «Nelle condizioni interne della Sardegna vive un pericolo, sul quale probabilmente il Governo calcola per consumare l’atto nefando. Quel povero Popolo, i cui istinti son tutti italiani, che ricorda in parecchie fogge del suo vestire la tradizione romana e nel suo dialetto più largo numero di parole latine che non è in alcun altro dei nostri dialetti, fu trattato come straniero da un Governo al quale dava sangue, oro ed asilo quando i tempi e le proprie colpe minacciavano di disfarlo».

E insistentemente, guardando all’ambiente naturale ed a quello sociale: «Quell’isola dal clima temperato, dal suolo mirabilmente fecondo, destinato dalla natura alla produzione del frumento, dell’olio, del tabacco, del cotone, dei vini, dei melaranci, dell’indaco; ricca di legname da costruzioni marittime, e di miniere segnatamente di piombo argentifero, e posta a sole 45 leghe dal lido d’Italia, fu guardata da un Governo che non fu mai se non piemontese, come terra inutile, buona al più a raccogliere monopolizzatori di uffici, gli uomini i quali, se impiegati nella capitale, avrebbero screditato il Governo. La Sardegna, terra di 1.560 leghe quadrate, capace e forse popolata, ai tempi di Roma, di due milioni di uomini, numera oggi meno di 600.000 abitanti. Un quarto appena della superficie agricola è dato alla coltivazione. V’incontri per ogni dove fiumi senza ponti, sentieri affondati, terre insalubri per lungo soggiorno di acque stagnanti, che potrebbero coi più semplici provvedimenti derivarsi al profondo delle valli. Il commercio interno, privo di vie di comunicazione, è pressoché nullo. La Gallura, circoscrizione che comprende un quinto dell’isola, non ha una strada che la rileghi all’altre provincie. Le crisi di miseria vi sono tremende. Negli anni 1846 e 1847, un quinto della popolazione mendicava da Cagliari a Sassari. L’emigrazione dové talora interrompersi per decreto. Come nel primo periodo d’incivilimento, sola ricchezza del paese è la pastorizia errante. Un secolo e mezzo di dominio di Casa Savoia non ha conchiuso che a provocare l’insulto del francese Thouvenel. La condizione della Sardegna è condizione di barbarie ch’è vergogna al Governo sardo».

Al centro di tutto è il malgoverno savoiardo, la democrazia deve ribaltare l’esistente: «Spetta a noi, agli uomini di parte nostra poich’altri non fa, d’impedire quel delitto di lesa-nazione, di ripetere ogni giorno alle popolazioni sarde: “Non badate al presente; è cosa di un giorno; non tradite la patria per esso. Aiutateci a conquistare Venezia e Roma; il dì dopo, la questione della Libertà, oggi sospesa per la stolta idea che le concessioni e il silenzio giovino alla conquista più rapida dell’Unità, concentrerà in sé tutta l’Italia. E in quel giorno l’Italia farà ampia ammenda alla Sardegna delle colpe del Piemonte”».

L’unità politica e il governo territoriale locale, nella responsabilità dei ceti dirigenti legittimati dal mandato popolare. Non oppressa dal centralismo ministeriale, la Sardegna ai sardi nell’Italia con Roma capitale. Con Roma capitale, con quella città al cui sogno repubblicano tanti sardi avevano partecipato nel 1849: «Bastano a migliorare nuovi fati alla Sardegna un’amministrazione onesta, fidata in gran parte ad uomini suoi, una rete di strade, una serie di provvedimenti riguardanti le foreste, le arginature, i ponti, i canali di scolo, qualche scuola normale per architetti civili e ingegneri, due o tre grandi imprese agricole industriali che richiamino dalle varie province italiane braccia delle quali l’isola anche oggi scarseggia. Tre mesi di un Governo nazionale davvero in Roma farebbero questo: la Sardegna farebbe il resto».

Si trattava, per i sardi, di resistere «all’arti, alle seduzioni dello straniero: resistano a ogni proposta di voto, rispondendo: lo dicemmo da un secolo e mezzo all’Italia e lo suggellammo, per serbarci ad essa, col sangue», si trattava di rispondere «ai tentativi, ove occorra, coll’armi» perché allora – parola di Mazzini – «avranno compagni gli uomini di nostra fede. Abbiamo detto a quei che governano: l’Unità della patria con voi, senza di voi, contro voi. Esaurimmo il primo periodo: siamo oggi a dover promuovere l’Unità senz’essi, con mezzi nostri: la difenderemmo, uniti ai Sardi, contr’essi, se osassero mai il secondo mercato».



Il manifesto mazziniano sarebbe stato riprodotto, a puntate e con nota integrativa attribuibile forse al Tuveri, dal Corriere di Sardegna a far data dal 23 aprile 1872, pochi giorni dopo la scomparsa dell’Apostolo. E poi ristampato nel XIII volume degli Scritti editi ed inediti di Mazzini, usciti a Roma nel 1884 ed ancora successivamente riproposto, tutto intero, in un opuscolo curato dall’Associazione repubblicana di Cagliari al suo esordio nel 1896, e prefato da Francesco Mormina. Titolo La Sardegna e stampa a Livorno (tipografia economica A. Debatte). Ad una nuova stampa avrebbe ulteriormente provveduto, nel 1921, La Libreria Politica Moderna (espressione del movimento repubblicano nel momento del lancio del nuovo quotidiano La Voce Repubblicana) e nel 1924 dalle edizioni della cagliaritana Fondazione Il Nuraghe. Un'edizione in reprint dell’opuscolo sarebbe stata voluta dal compianto Bruno Josto Anedda – il benemerito scopritore del Diario politico di Giorgio Asproni – nel 1969 ed allegata al n. 7, giugno-luglio 1969 della rivista sassarese Autonomia Cronache. Francesco Cheratzu avrebbe anche lui compreso il testo mazziniano nel suo “La terza Irlanda”. Gli scritti sulla Sardegna di Carlo Cattaneo e Giuseppe Mazzini, Sassari Condaghes, 1995. Una menzione meritano anche, per la ripresa testuale e/o la stretta analisi dell’oggetto nel contesto storico, Lorenzo Del Piano (a cura di), I problemi della Sardegna da Cavour a Depretis (1849-1876), Cagliari, Fossataro, 1977 e Giovanni Murgia, “Giuseppe Mazzini e la Sardegna, «un’appendice molto incerta dell’Italia», in Malta and Mazzini, Proceedings of History Week 2005, S. Mercieca, The Malta Historical Society, Malta 2007, pp. 47-59.





Con Cagliari anche Sassari, e Nuoro…
Bisognerebbe studiarla questa storia che ha tante pagine scritte nel tempo ma poco conosciute, scritte molto prima del giorno del lutto doloroso…
Subito i fedeli, i più fedeli, pressoché tutti giovani, operai e studenti – sempre operai e studenti, magari con qualche avvocato e qualche pubblicista di rinforzo nelle maggiori città, costituiscono le minoritarie falangi mazziniane dell’Isola. A Cagliari così come a Sassari, dove anzi l’organizzazione repubblicana (e la presenza della stampa democratica, resistente fra un sequestro e l’altro ordinato dalla magistratura ed eseguito dalla polizia) è ancora maggiore. Si ricorderanno sempre le righe inviate, il 4 aprile 1870 – pochi mesi prima di Porta Pia – da Giuseppe Mazzini ai figlietti di Soro Pirino, ad Elvira ed Ausonio: «Miei giovani amici, non posso rispondere a tutti i buoni che da molte parti di Italia aiutano il mio apostolato: ma sento il bisogno di rispondere due linee a voi, cari fanciulli. Vi sono riconoscente del vostro aiuto: ma più assai della vostra buona, ingenua letterina. L’abbraccio dell’infanzia e della vecchiaia mi è sempre sembrato una cosa santa: un raggio d’innocenza, di speranza, di fede comunicato dalla vita crescente alla vita che fugge. Ma la vostra parola di fiducia e d’incoraggiamento venuta a me lontano personalmente sconosciuto, da voi fanciulli buoni senza saperlo e che amate la patria e me senza calcoli, senza interesse, unicamente perché Dio v’ha messo un istinto di amore nell’anima, mi ha fatto un bene che io non posso esprimervi, né voi potete ora intendere. M’è giunta in uno di quei momenti di stanchezza e di sconforto che visitano talvolta chi ha dovuto correre un lungo e penoso viaggio e mi ha diffuso intorno un senso di sollievo, di forza rinnovata, di ringiovanimento che durerà.

«M’è parso, leggendo come se l’ali di due angioletti si agitassero per accarezzarmi e proteggermi intorno a me.

«Rimanete tali per lunghi anni. Conservate crescendo la impronta dell’angelo: l’amore puro, ingenuo, disinteressato.

«Amate la vostra patria che è l’Italia, “la vostra culla che è la Sardegna, la povera, la buona e leale Sardegna che non risorgerà se non sotto una Bandiera di Popolo”. Amate i parenti che hanno protetto e proteggono la vostra giovane vita, gli amici che vi circondano d’affetti e di cure, i buoni che lavorano pel bene del paese, quei che soffrono abbandonati ed hanno più degli altri bisogno d’amore: Dio in essi tutti. E amate sempre anche me. Il vostro amore m’aiuterà a durare fino all’ultimo sulla buona via.

«Io non vi vedrò probabilmente mai sulla terra, ma rileggerò di tempo in tempo la vostra letterina e amerò sempre la vostra e immeditatamente negletta Sardegna.
Addio, abbiate un bacio dall’anima del vostro Giuseppe Mazzini».

Ci si interroga, a Cagliari, come onorare il Maestro. Chissà se la città, chissà se l’Amministrazione civica affidata al marchese Roberti di San Tomaso – un galantuomo di stretta marca cattolica con indulgenza clericale –, chissà se l’opinione rappresentata dalle testate giornalistiche in circolazione, quotidiane e più ancora periodiche, chissà se tutto questo mondo cagliaritano saprà comprendere la misura di quella morte di cui giunge notizia dal continente.

Muore con Mazzini anche il suo sogno repubblicano? Ma in Sardegna c’è ancora Asproni, c’è ancora Tuveri, c’è ancora Siotto Elias, c’è ancora Soro Pirino, c’è ancora Giuseppe Giordano… e crescono intanto i giovanissimi Enrico Berlinguer, Pietro Satta Branca, Giuseppe Castiglia, Giuseppe Ponzi, coloro che daranno vita un giorno a La Nuova Sardegna settimanale e poi quotidiano… nel Nuorese dettano e detteranno i loro versi i poeti repubblicani come Pasquale Dessanay e ancora e sempre Sebastiano Satta – il Satta cantore di Garibaldi e di Asproni –, così come a Sassari Pompeo Calvia … e a Milano, con sangue sardo, c’è ancora Brusco Onnis, c’è ancora nel mondo dell’arte il tenore Giovanni De Candia, il grande Mario applaudito nei teatri d’Europa e d’America e mazziniano nel cuore… Qua e là, nei comuni e nella stampa, nelle professioni e nella rappresentanza, nelle società operaie e nei sodalizi di cultura e dibattito, i mazziniani e i fratelli dei mazziniani ci sono, attenti alla storia che si apre a pagine nuove, magari contraddittorie, ma complessivamente volte a generose conquiste di libertà, all’allargamento del suffragio, alla più netta laicità degli ordinamenti e della scuola… Giovanni Bovio – che amico di Cagliari si mostrerà sempre con ammirevole costanza – sarà colui che, dal 1876 e non soltanto in Parlamento, prenderà su di sé l’autorevolezza morale e la guida del composito movimento repubblicano ancora lontano dal costituirsi in partito politico (il che avverrà nel 1895, ed a Cagliari nel 1896). Nel 1905 avrà anche lui il suo monumento, allo square delle Reali: e a quel monumento si celebrerà Mazzini e si celebrerà Carducci, si daranno onore – da parte degli studenti liceali e universitari della città – alle maggiori figure della democrazia italiana… Penseranno i fascisti ad abbattere l’erma boviana, insieme con gli istituti liberali della patria postrisorgimentale.

Le cronache cittadine, il turbamento di Cagliari
Martedì 2 aprile 1872 alle 8 della mattina gli studenti sono convocati al palazzo universitario per raccogliere ed accompagnare la bandiera dell’Ateneo alla cerimonia funebre fissata all’ora successiva. Così avviene infatti: alle 9 un gran corteo parte dall’antico e già dismesso ospedale Sant’Antonio, a sa Costa, e sale esso fino a Palazzo di Città, da secoli ormai sede municipale. Il sindaco, pur senza… compromettersi, ha concesso la banda comunale che apre la più laica e la più religiosa delle processioni. Su un carro parato a lutto una lapide commemorativa: «A Giuseppe Mazzini / apostolo di libertà / i cagliaritani / 1872». Dio e Popolo, Pensiero e Azione, I Doveri dell’uomo, le sintesi politiche del Genovese ne hanno reso fascinoso il messaggio anche a chi pur non condivide né la laica religiosità né il liberalismo democratico e repubblicano di colui che aveva testimoniato e sacrificato tutto per lunghi, troppi anni.

All’inizio, ne ho accennato, è stato pieno il disinteresse… istituzionale: del Municipio, dell’Università, tanto più della Chiesa, poi però, grazie al dinamismo di un comitato e ad un intelligente passa parola, tutto si è messo in movimento. Senz’altro importante il contributo degli studenti – quelli universitari ed i liceali e dell’istituto tecnico –, ma molto hanno influito pure le titolazioni di alcuni giornali come Il Corriere di Sardegna e La Bandiera Democratica, e così le delibere della Società degli Operai tanto per la partecipazione (con una corona di fiori e il nastro) ai funerali di Staglieno, quanto per l’abbrunamento della bandiera sociale prolungato quindici giorni, e anche per la revoca del tradizionale banchetto in onore di Giuseppe Garibaldi socio e presidente onorario… La stessa Società dei tipografi, evidentemente trasversale in quanto a propensioni politiche dei singoli, dibatte se e quanto o come essa debba o possa “esporsi” a una commemorazione pubblica, ma intanto i dipendenti del Corriere sono autorizzati a prender parte, sicché per una volta il giornale uscirà in orario diverso dal consueto… Si sa che il Comune ha chiesto al prefetto un parere e forse una autorizzazione a deliberare sull’iniziativa del Comitato mazziniano avendone il placet. Si può procedere, con ogni prudenza naturalmente, anche concedendo l’accompagnamento degli orfeonisti civici...
 


Ecco lì, dunque, la città che pensa a Mazzini. Il Comitato dà corso al suo programma. Prima qualche breve discorso, la commemorazione, in una sala del vecchio ospedale, poi ecco il corteo risalire la via Manno e la via degli Argentari (che diventerà, come detto, via Mazzini), entrare a Castello dalla Porta dei Leoni e imboccare, dal fornice dell’antica Porta dell’Aquila, sa ruga Deretta, la via Dritta – Lamarmora cioè – accompagnando il trasferimento della grande lastra marmorea fino a destinazione. A ricevere il prezioso documento lapideo è, senza ufficialità alcuna però – va ripetuto –, un rappresentante del Consiglio comunale.

A Palazzo di Città quell’attestato di gratitudine dei cagliaritani – idealmente di tutti i cagliaritani – al Profeta dell’Unità, resterà quasi dimenticato per un decennio. Sarà l’on. Pietro Ghiani Mameli a svegliare, nel 1881, il sindaco Orrù. La giunta in carica non ha un colore granché diverso da quello in auge nel 1870 e neppure nel 1872: i clericali coprono la metà dei posti con i tre marchesi Enrico Sanjust di Neoneli, Ferdinando Delitala e Roberti di San Tommaso e col professor Enrico Marcolini che è guelfo pure lui. Funzioni assessoriali ricoprono inoltre Francesco Cocco Ortu – ora anche parlamentare –, Raimondo Garzia e Giovanni Azara. Dopo la stagione della camarilla, lungo gli anni ’70 la prevalenza amministrativa l’hanno avuta sempre, a Palazzo di Città, i moderati della borghesia più o meno nera e i tardi feudatari, gli ultimi ottimati della storia…
Rimane così a lungo, reclusa in un magazzino municipale, quella preziosa testimonianza del ricordo d’una città creduta, forse non a torto, «Monarchica, bigotta, festaiola». Il nuovo arcivescovo come Giovanni Antonio Balma – origini logudoresi, esperienze missionarie in Asia – dà il passo. Non sarà diverso, dopo di lui, monsignor Vincenzo Gregorio Berchialla.

(Vien da pensare alle analogie: Berchialla per aver maledetto il brunismo a cui anche a Cagliari, nel 1889, si darà cittadinanza, associandone il mito a quello caldo di Sigismondo Arquer, vittima anch’egli della Santa Inquisizione; Balma per aver severamente disposto, nello stesso 1872 del lutto mazziniano, che il clero diocesano si cautelasse circa la presenza o meno delle ingombranti rappresentanze massoniche nei cortei funebri accompagnati dai sacerdoti: perché era stato imbarazzante, a novembre, alle onoranze di Enrico Serpieri che la collegiata di Sant’Eulalia fosse sfiorata dai labari delle loggia Libertà e Progresso e Fede e Lavoro, simbolica l’una scozzese l’altra... Ma a proposito di censure ideologiche con bersaglio lapidi o busti: neppure si potrebbe dimenticare che nel 1926 il podestà fasciomoro Vittorio Tredici imporrà la rimozione del monumento a Giordano Bruno e il suo… insaccamento in un vile recipiente, così per un anno e qualche mese: la liberazione avverrà nel gennaio 1928 e la nuova collocazione, per l’indisponibilità della piazza rotonda ingentilita ormai da un palmizio, sarà in un nicchione di Palazzo Belgrano).
 
Pochi mazziniani fra molti monarchici
«Monarchica, bigotta, festaiola / in cerimonia larga e in cortesie»: sì, così Cagliari era stata definita da Enrico Costa, lo storico e scrittore sassarese che la città conosceva ed aveva frequentato in molte occasioni. Ma pure essendo una minoranza, e forse minoranza nella minoranza, i mazziniani a Cagliari furono presenti ed attivi già dai tempi delle guerre d’indipendenza e poi dell’unità, e dopo ancora nei tempi del consolidamento dello stato unitario con i suoi ordinamenti liberali (invero in diverse occasioni attraversati da interpretazioni autoritarie).

Cagliari era la città di Vincenzo Brusco Onnis, classe 1822 – che dunque era bambino quando a Chambery il sassarese Efisio Tola venne fucilato dalla truppa savoiarda incolpato di connivenza con la Giovine Italia… quel Vincenzo Brusco Onnis che nel 1848, l’anno dello statuto albertino e della effettiva unità politica, legislativa ed amministrativa dell’Isola con la terraferma, aveva diretto Il Nazionale da subito segnalatasi nell’edicola democratica o liberaldemocratica, non ancora maturamente repubblicana, della “piccola” Italia, comunque punta avanzata del liberalismo progressista… Cagliari aveva avuto con sé, giornalista direttore del quotidiano Corriere di Sardegna dal 1871 e già prima fra i fondatori della Gazzetta Popolare nonché deputato ripetutamente eletto al parlamento subalpino, qui mai docile, Giovanni Battista Tuveri autore di saggi importanti come Del diritto dell'uomo alla distruzione dei cattivi governi. Trattato teologico-filosofico e, anni dopo, Della libertà e delle caste ed anche i Sofismi politici… Cagliari aveva avuto Giorgio Asproni rappresentante della sua società operaia e riferimento il più autorevole, sulla sponda democratica, della rappresentanza parlamentare sarda (eletto a Nuoro ma anche a Genova) negli anni fra l’unità e Porta Pia, e prima e dopo…

Cagliari era, o sarebbe stata per lunghi anni la residenza di Pietro Paolo Siotto Elias il federalista già direttore del Caprera… Cagliari aveva avuto attivi nei suoi quartieri, lungo gli anni, dei piccoli gruppi di studenti e giovani operai che a sostegno del culto degli ideali civili e di patria s’erano, o si sarebbero riuniti in società sportive come la Ginnastica Mazzini (anni 1890, 1891… Francesco Costa, Nicolò Vinelli, Edoardo Perisi, Giovanni Cugusi, Efisio Marcello, Giovanni Diaz, Ezio Soro, il tipografo Trois…) e già prima (1884, 1885…) in sodalizi come il Circolo Democratico (mazziniano, cattaneano e garibaldino, in frequente corrispondenza con Aurelio Saffi e Felice Cavallotti e celebrativo anche di personalità della scena europea come Victor Hugo). Tanto più tale circolo godeva della partecipazione di repubblicani continentali, lombardi o romagnoli, che la gioventù l’avevano passata fra le guerre d’indipendenza e Mentana e magari Porta Pia ed i casi della vita avevano portato nell’Isola, inserendoli nelle sue attività artigianali o minerarie ed associandoli magari al mutualismo dei Reduci delle Patria Battaglie… Allora ogni lutto – si pensi, nel 1891 (vittima del crollo del palazzo Todde Deplano), ad Andrea Gramantieri, agronomo forlivese già imprigionato per repubblicanesimo, fattosi operaio alla colonia di San Bartolomeo e successivamente segretario del Consorzio agrario ed economo della R. Scuola di Viticoltura ed enologia – diveniva occasione di ripasso della storia nazionale e d’omaggio ai combattenti ed eroi…

Era allora L’Avvenire di Sardegna, al tempo diretto da Giovanni De Francesco con la “spalla” di Emilio Spagnolo, a riferirne, talvolta non negando – nonostante l’origine garibaldina del direttore – un giudizio critico su oratori pur di nome, come l’avv. Giuseppe Fara Musio repubblicano dichiarato, accusati di non andare oltre il richiamo patriottico e perennemente antigovernativo. Così come nella lunga stagione dei governi Depretis, anche in quelli successivi di Crispi e di Starabba marchese di Rudinì, di riserve mentali e tanto spesso anche di vere e proprie contese dialettiche (a risvolto repressivo da parte dell’autorità) si connotarono i rapporti fra la minoranza che… non contava niente, ma sapeva sognare nientemeno che l’Italia eretta a Repubblica! – ed il potere grigio e smodato di prefetti e ministri.

Una cronaca dell’11 marzo 1885, da “L’Avvenire di Sardegna”
Alcuni dettagli sulla commemorazione d’ieri di Giuseppe Mazzini.

Vi intervennero, oltre i soci del Circolo Democratico, gli studenti dell’Università e del ginnasio San Giuseppe, la società dei conciatori, panattari e vermicellai, lavoranti sarti, calzolai e la Società Ginnastica Cagliaritana. Era pure rappresentato il club gioventù cagliaritana e mandarono adesione le società degli operai e quella dei reduci di Crimea.

Alla gioventù studiosa degli istituti governativi fu negato il permesso di intervenire in corpo; ma essa accorse numerosa alla dimostrazione.

Il corteo, preceduto dalla banda cittadina, che intonò l’inno di Garibaldi, mosse dalla sede del Circolo Democratico, in via Tornitori, alle 4 pom.

Vennero una dietro l’altra, dopo la corona destinata alla lapide di Mazzini, le diverse bandiere, ciascuna con una scorta d’onore, e faceva coda un gran numero di cittadini fra i quali predominava l’elemento giovanile, che durante il tragitto acclamò ai martiri e ai fautori della nostra indipendenza.

Il corteo, a misura che progrediva andava ingrossandosi, raccogliendo non meno nuovi segnali e nel viale Principe Amedeo presentava un bel colpo d’occhio.

Giunti al cimitero si fece sosta dinanzi alla lapide commemorativa posta nel 1882 dagli studenti universitari, ed il sig. Olivas a nome del Circolo Democratico pose sulla lapide la corona col nastro rosso e prese a parlare.

A un certo punto il sig. ispettore di PS l’avvertì che qualora non cambiasse tono, sarebbe costretto a togliergli la parola e sciogliere l’adunanza. Avvenne un po’ di agitazione e di tumulto. L’oratore raccomandò la calma dicendo non essere quello luogo far chiasso e che l’ispettore non faceva che il proprio dovere; e continuò la lettura del suo discorso cambiando… tono di voce.

Dopo di lui prese a parlare a nome degli studenti universitari lo studente Edoardo Sancio che lesse un discorso elegante ed elevato, dicendo di Mazzini senza lasciarsi trasportare da passioni ed esagerazioni di partito.

Egli seppe trovare una giusta ed opportuna nota di protesta contro chi vorrebbe niegare alle giovani forze del pensiero il culto di nobili e giusti sentimenti, e venerazione dei grandi.

Il sig. Sancio venne alla fine calorosamente applaudito.

Il sig. Raimondo Corona parlò poi a nome del Club gioventù cagliaritana e provocò una nuova interruzione dell’Ispettore di PS. Parlarono poi altri tre oratori, uno dei quali in versi molto liberi e degni di ricordi retrospettivi; la dimostrazione quindi si sciolse.

Al contegno calmo e dignitoso che la dimostrazione tenne durante il percorso, fenno equo riscontro la condotta degli ufficiali di PS, compiacendosi commendevolmente e di cui stavolta non abbiamo visto come in altre un inutile e provocante sfoggio.

Ciò impressionò favorevolmente la cittadinanza, e mostra sempre più quanto siano deplorevoli le esagerazioni di qualsiasi genere esse siano, siano commemorative o siano repressive.

Di notte nella sala del Circolo Democratico si tenne una commemorazione privata. Parlarono in diversi.

Anni Novanta
Nei primissimi anni ’90 a Castello, precisamente in via Lamarmora, si costituì un altro circolo – il Tuveri – che seppe associare, in capo ancora a studenti liceali ed universitari, impegno civile e democratico a gustosi approfondimenti letterari… Essi stessi o i loro fratelli più giovani, ancora negli anni difficili dei successivi governi Crispi e di Rudinì, seppero affermare una presenza civica e patriottica, seppure soltanto testimoniale, non da poco. Si pensi alle repressioni del 1898… prezzi pagati da una minoranza (antisistema, contro la monarchia e contro il centralismo ministeriale) che non faceva nulla per allettare simpatie superficiali.

Vigilava su tutto, con la sua autorità morale cui la stessa figura profetica da Antico Testamento conferiva straordinaria credibilità, Pietro Arbanasich, il pastore della chiesa evangelico-battista, che era triestino, della Trieste di Guglielmo Oberdan ogni anno, e già dal 1883, anche lui celebrato a Cagliari mentre l’Italia era già stretta nelle logiche della Triplice Alleanza…

Nel 1896 quel gruppo di ventenni che già prima, matricole universitarie, aveva dato vita al circolo Tuveri (intitolato al filosofo cui nel 1888 grandi onoranze studentesche erano state riservate al cimitero di Bonaria, dove una grande stella marmorea era stata incisa con un’epigrafe dettata da Giovanni Bovio), si fece carico d’un’altra impresa destinata a durare: nella piazza dei Martiri d’Italia, civico 6, battezzò l’associazione repubblicana di Cagliari denominata Fratellanza Vincenzo Brusco Onnis. Ché si voleva onorare Brusco – il Brusco passato anche lui per varie carcerazioni politiche e finito redattore e direttore a Milano de L’Italia del Popolo… Il Brusco onorato nel camposanto di Bonaria con una lapide recante l’epitaffio dettato anche questo da Giovanni Bovio e scoperto nel ’96. Glorie vere, pure, di cultura democratica tanto Brusco quanto Tuveri – e appunto Bovio – e che importa se ancora di minoranza?

Era prassi allora celebrare Mazzini, ancora mancando il monumento a lui espressamente dedicato, presso la croce dei Martiri di Mentana oppure presso la lapide cimiteriale offerta dagli studenti universitari di Cagliari, nel 1882, alla memoria di Giuseppe Garibaldi. L’ho detto: s’alzavano allora i toni antigovernativi ed era di regola l’intervento del delegato di Pubblica Sicurezza che zittiva tutti e anche rimuoveva il dono floreale recato dai giovani in pellegrinaggio civile. Né diversa fu la conclusione quando meta delle celebrazioni democratiche e patriottiche divenne, nella via Manno, il palazzo Onnis (il Salvatore Onnis repubblicano di Collinas scomparso nel 1894): da un balcone di quello stabile aveva parlato ai cagliaritani, nell’inverno 1891, Felice Cavallotti e dopo la morte di questi – nel duello con Macola avvenuto il 6 marzo 1898 – in un suo muro era stata affissa una lapide divenuta anno dopo anno terminale delle devozioni civili dei repubblicani e anche dei radicali e dei primi socialisti… Per Cavallotti certo, ma prima di tutto, idealmente, per Giuseppe Mazzini.
Scrivere la storia dei repubblicani e dei mazziniani a Cagliari, tanto più nella Cagliari «Monarchica, bigotta, festaiola / in cerimonia larga e in cortesie», nella Cagliari del secondo Ottocento e del primo Novecento impegnerebbe molte, molte pagine e saprebbe però restituire a vita sentimenti puri e idealità generose di chi sognava un’Italia con statuti morali prima ancora che giuridici derivati dalla dottrina dei Doveri dell’Uomo (la summa mazziniana che il ministro radicale Nunzio Nasi ottenne di poter diffondere fra le scuole nel 1905, primo centenario della nascita del Genovese!)…

Ritornano qui, come flash di memoria, le tessere d’un mosaico onesto e limpido… Un amore per Mazzini aveva nutrito da giovane Francesco Cocco Ortu (e con lui una personalità tutta sarda ma di relazioni nazionali come Ranieri Ugo), un amore per Mazzini aveva nutrito da giovane anche Ottone Bacaredda… quanta parte della classe dirigente liberale sarda e nazionale era stata toccata, negli anni della sua formazione, negli anni degli studi liceali e universitari, dalla parola e dall’esempio dell’esule braccato dalla polizia, prigioniero a Gaeta nel giorno santo del 20 settembre 1870, morto infine in clandestinità a Pisa a casa Rosselli-Nathan!

Era venuto quel terribile 10 marzo 1872. Cagliari nello stesso anno, a novembre, avrebbe sofferto per la morte di un altro suo repubblicano – Enrico Serpieri, che era stato fra i deputati costituenti della gloriosa Repubblica Romana alla cui difesa contro zuavi papalini e soldati francesi diversi sardi e sardi italiani avevano offerto le migliori energie e taluno anche la vita, come il giovanissimo Goffredo Mameli.

Ho fatto riferimento ai funerali cattolico-massonici di Enrico Serpieri. Ed a proposito di massoneria, cioè di Libera Muratoria: in una delle ultime occasioni in cui ho potuto condividere, a Palazzo Sanjust, le idealità civili mie con quelle della Fratellanza, mi sono soffermato ad illustrare alcuni roll up che avevo predisposto e prestato, per le manifestazioni di Monumenti Aperti, alla segreteria culturale del GOI sardo e, per essa, alle logge Europa ed Alberto Silicani. In una colonna di uno dei tre espositori cercai di ricordare l’origine della manifestazione massonica del 10 marzo, che – proprio prendendo lo spunto dalla data evocativa della morte di Giuseppe Mazzini - si concentra nel ricordo dei Fratelli passati all’Oriente Eterno, tanto più di quelli scomparsi di recente.

Il 10 marzo massonico
Ecco di seguito la ripresa di quella colonna in parte derivata da Il libro del massone italiano, Roma, Tipografia fratelli Centenari, 1908, 2 voll., la maggior opera di Ulisse Bacci anch’egli democratico e mazziniano, a lungo segretario generale degli uffici del Grande Oriente d’Italia finalmente insediatisi a Roma dopo i fatti del 20 settembre 1870, nonché, dal 1872, direttore de La Rivista della Massoneria Italiana, sospesa infine dal prefetto fascista di Roma nel 1926.

«L’articolo 32 della Costituzione della Gran Loggia Nazionale dei Liberi Muratori d'Italia (Grande Oriente d'Italia) stabilisce che le Logge della Comunione Italiana consacrano alla commemorazione dei Fratelli Defunti la data del 10 Marzo, anniversario della morte di Giuseppe Mazzini.

«Questa disposizione, che è rimasta immutata tutte le quante volte le Assemblee Generali hanno proceduto a modificazioni della legge costituzionale della Comunione italiana, trae origine dalla deliberazione di una Loggia Massonica genovese, adottata sotto l'angosciosa impressione della scomparsa del Grande Apostolo della resurrezione italiana, che la Massoneria del nostro Paese ha sempre considerato come Nume Tutelare del suo pensiero e della sua operosità.

«Fu, infatti, la Loggia Caffaro, all'Or. di Genova, che adottò quella deliberazione, come si ricava da un raro opuscolo da essa fatto stampare in occasione del decimo anniversario della sua fondazione avvenuta il 4 luglio 1865 e della quale furono membri Onorari, fin dal suo sorgere, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.

«Il Maestro Venerabile, Michele Tassara, pronunciò nella circostanza un Resoconto storico-morale della Loggia e, tra l'altro, ricordò la morte del grande concittadino scomparso (pag. 19):

«Il 10 marzo 1872 cessava di vivere in Pisa l’uomo più grande del secolo, il Massone più benemerito dei mondo, Giuseppe Mazzini.

«Questa Loggia al pari della intera Italia si commosse, concorse degnamente alle sue onoranze e raccolse pressoché settecento lire per il suo monumento».

E non appena terminato il lutto per tanta perdita, nel successivo ottobre:

«Visto che la Massoneria, mentre ammette tutte le credenze religiose, non ne professa alcuna in particolare;

«Ritenuto che la commemorazione de' trapassati deve essere considerata semplicemente come una civile manifestazione di quel dovere che tutti i popoli hanno mai sempre sentito;

«Considerando che è bello l'associate in un giorno di lutto generale, tutte le memorie di sventure passate e di passate glorie, che forma il sentimento nazionale d'un popolo, rammentando con ispeciale dolore la vita e le gesta quei sommi che più hanno contribuito alla sua emancipazione ed al sociale progresso,

«deliberava:

«di stabilire una nuova epoca dell'anno per commemorazione de' suoi FF∴ defunti e fissava quella in cui ricorre l'infausto anniversario [della morte di Giuseppe Mazzini]».

Alla deliberazione della Loggia genovese, forse, non fu nemmeno estraneo un movimento di reazione avverso le blasfeme parole dei clericali che accompagnano il trapasso del grande Italiano. Basterà a darne un saggio il commento che accompagna il resoconto di un discorso pronunciato dal Sommo Pontefice Pio IX, 17 marzo 1872, mentre Roma commemorava in Campidoglio il suo Triumviro scomparso:

«Mentre nel suddetto giorno [10 marzo] tutta la ribaldaglia settaria che è in Roma al presente, con quant'altra se ne poté raccogliere in tutta Italia, percorreva le vie della Città Papale mostrando il suo lutto per la perdita del proprio capo e fondatore Mazzini; il Papa circondato dal suo popolo, montato il trono pontificale, faceva udir la sua voce, giudicando e condannando un'altra volta e i congiuratori contro la pace e il benessere dei popoli, e gli usurpatori sacrileghi dei suoi poteri e del suo Stato.

«Meravigliose contingenze davvero! Mazzini muore, dopo avere spesa la vita dai suoi più giovani anni, a congiurare contro il Papa: e il Papa, benché carico dl anni, sopravvive in quella stessa Città, ov'egli più non comanda, ov'egli è prigioniero sì: ma pure parla, e non teme; in quella Città, ove il crudele congiuratore, respinto da altri settarii suoi figli, non ha potuto metter piede in vita, e non vi è pubblicamente applaudito che dopo morte, cioè quando più non si ha a temere di lui».

Il Gran Maestro Giuseppe Mazzoni, che reggeva allora il maglietto dell'Ordine, approvò la deliberazione della Loggia genovese e la rese immediatamente esecutiva in attesa che un'Assemblea Generale la codificasse nella Costituzione.

Da allora le Logge italiane hanno sempre compiuto la commemorazione dei propri defunti – grandi ed oscuri – associando il loro ricordo a quello imperituro di Giuseppe Mazzini, in una inalterata fedeltà alla vivificante tradizione.

Son noti i vincoli che strinsero Adriano Lemmi, il nostro indimenticato ed indimenticabile Gran Maestro e Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato, con Giuseppe Mazzini, dal primo incontro a Londra nel 1847 alla morte dell'Apostolo a Pisa.

Il Lemmi fu dei pochi che assistettero, nella casa dei Rosselli, all'agonia del Maestro e che, dipoi, pur nella turbinosa mutevolezza degli avvenimenti, conservò inalterata devozione alla memoria e alla fede di Lui.

Prossimo alla sua fine terrena, a meno di un anno del suo passaggio all'Or. Et., carico di anni che ne avevano fiaccato la fibra, ma non lo spirito invitto, Adriano Lemmi, nel giugno 1905, scrisse al Comitato Massonico di Genova per le Onoranze a Mazzini nel Centenario della Nascita, una nobile lettera che rappresenta una delle ultime manifestazioni del suo nobile animo e del suo alto pensiero.

La riproduciamo di gran cuore come un documento che onora ugualmente il Maestro di vita e il suo Grande Discepolo.

«Or. di Firenze, li 18 Giugno 1905 E.

«Ai Fratelli italiani, convenuti alle feste del primo centenario della nascita di Giuseppe Mazzini

«Miei Cari Fratelli,

«Dal benemerito Comitato per i festeggiamenti massonici del primo centenario della nascita di Giuseppe Mazzini ricevo l'invito d'intervenire alle onoranze che la Massoneria Italiana, congiunta ai grandi partiti sinceramente devoti a tutte le pubbliche libertà, rende in Genova alla memoria ed all'opera del Primo e più Grande Fattore Apostolo e Martire del risorgimento, della indipendenza, della unità e del carattere civile e morale del nostro Paese.

«Sono profondamente addolorato che le condizioni mie di età e di salute non mi consentano di rispondere all'invito gentile e di assolvere questo che sarebbe per me l'adempimento del più sacro e più gradito dovere.

«Se non la persona, che non può muoversi, giunga a voi vibrante dl affetto e di speranza, così come erompe dal cuore, il mio saluto augurale.

«Egli, il Maestro grandissimo di nostra Gente, spirò fra le mie braccia, e fu in quei Suoi ultimi istanti illuminato dalla visione dl una Italia che rispondesse ai sogni ed ai desideri del Suo eccelso spirito, libera e franca da ogni vestigio dell'antico ignominioso servaggio, scuola al mondo di quelle alte virtù civili e politiche, che rifulsero, ahimè, come breve meteora, quasi sessant'anni orsono, nel grande ardimento e nel grande olocausto della romana repubblica. Io l'amai d'affetto incommensurabile ed Egli di profondo e forte affetto mi ricambiò; se l'immenso patrimonio di amore e di idealità che Egli, morendo esule in terra italiana, legò benedicente alla Patria, è ancora sinceramente custodito nel cuore degli italiani, voi sentirete, o Fratelli, la voce fatidica di Lui uscire dalla Sua tomba a Staglieno ammonitrice, dolce ad un tempo e severa, perché l'opera e la morte Sua non siano state invano.

«Le tombe dei nostri Grandi sono altari: dinanzi ad esse noi, noi che sentimmo l'impeto del loro pensiero, che fummo testimoni dei miracoli della loro azione, ci inchiniamo riverenti come discepoli e come figliuoli; auguro che i nostri nepoti veggano intieramente compita l'opera di rivendicazione e di redenzione alla quale quei Grandi consacrarono tutte le energie della vita, e muovano festanti a quelle are e ne traggano auspici e forza a mantenersi liberi e sciolti dalla superstizione, dall'errore, dal privilegio. Allora la Patria, che essi contempleranno riunita in una sola e forte famiglia dalle nostre ben munite marine alle vette dell'Alpi Giulie, avrà raggiunto quell'alto ideale che da Dante a Mazzini infiammò l'animo e l'intelletto di quanti pensarono, soffersero e morirono per la sua libertà: allora la mole vaticana sparirà dietro la cupola voltata da Michelangiolo nelle tenebre di un passato irrevocabile: ed in Roma eterna, fra gli inni delle genti affrancate nella giustizia, volgendo sguardi d'amore all'Eroe Fratello torreggiante sul Gianicolo, fiammeggerà nel sole dell'avvenire, scolpita dalla mano del Gran Maestro, la immagine pensosa e serena di Giuseppe Mazzini.

«Gradite, carissimi Fratelli, I miei più affettuosi e più fraterni saluti.

«Il Sov. Gr. Commendatore Adriano Lemmi»



Rituale funebre massonico
Il Tempio è parato a lutto: sulle pareti sono rappresentati quattro segni dello zodiaco, i Gemelli e il Leone al Nord, la Bilancia e l'Acquario al Mezzogiorno, per indicare che la morte miete gli uomini in qualunque stagione.

Nel centro della Loggia sorge il monumento funereo.

I Fratelli, possibilmente, si presentano vestiti di nero coi guanti bianchi e col lutto sul braccio sinistro.

L'illuminazione del Tempio è fatta con ceri a gruppi di tre, di cinque, o di sette.

Quando tutto è in ordine ed i Fratelli sono già raccolti nel Tempio, il Venerabile batte debolmente un colpo di maglietto (emblema della nascita dell'uomo), il 1° Sorv∴ batte un colpo fortissimo (emblema della virilità), il 2° Sorv∴ batte un colpo appena sensibile (emblema dell'ultimo sospiro).

Quindi il Ven∴ dopo essersi assicurato, nel solito modo, che il Tempio è coperto, dice:

Ven∴ - Fratello 1° Sorv∴, a quale ora i Massoni aprono i lavori funebri?

1° Sorv∴ - A mezzanotte.

Ven∴ - Perché, F∴ mio?

1° Sovr∴ - Perché questa è l'ora nella quale le tenebre più profonde stendono un velo di dolore sulla natura, che attende il ritorno dell'astro che la vivifica.

Ven∴ - Che ora è, F∴ 2° Sorv∴?

2° Sorv∴ - Mezzanotte, Venerabilissimo.

Ven∴ - Poiché è mezzanotte e poiché questa è l'ora nella quale i Massoni aprono i loro funebri lavori, annunziate, Fratelli Sorveglianti, sulle vostre Colonne, che io mi accingo ad aprire in grado d'Apprendista i lavori funebri di questa Officina.

I Sorveglianti ripetono l'avviso ciascheduno sulla propria Colonna, quindi il Ven∴ dice:

Ven∴ - All'ordine, Fratelli miei, la spada in pugno con la punta rivolta alla terra! - A∴ G∴ D∴ G∴ A∴ D∴ U∴, in nome e sotto gli auspici del G∴ O∴ d'Italia, Gran Loggia Nazionale, dichiaro aperti i lavori funebri di questa R∴ L∴ - A me, Fratelli, pel segno e per la triplice batteria di lutto!

I Fratelli fanno il segno d'Apprendista ed eseguiscono la batteria di lutto in tre tempi; pongono le braccia incrociate sul petto e battono i primi tre colpi con la mano destra sull'avambraccio sinistro, i secondi tre colpi colla sinistra sull'avambraccio destro, e gli ultimi tre come i primi.

Il Ven∴ fa quindi introdurre i visitatori con gli onori prescritti e poi i parenti, gli amici e le signore invitate.

Ordina in seguito che i Fratelli della L∴ formino la catena di unione ed egli fa girare la parola semestrale. Il 2° Sorv∴ interrompe la cerimonia dicendo:

2° Sorv∴ - Ven∴, la catena d'unione è rotta, uno dei suoi anelli è spezzato e la parola è smarrita.

Ven∴ - Fratelli, la catena d'unione è rotta. Riprendiamo i nostri posti.

Tutti i Fratelli ritornano al posto; quindi il Ven∴ dice:

Ven∴ - F∴ Segretario, diteci il nome di colui che non ha risposto al nostro appello e pel quale la parola fu smarrita.

Segr∴ - E’ il nostro F∴ …, il quale nel giorno ... ha lasciato la compagnia dei viventi.

Ven∴ - Fratelli, il caro nostro F∴ … è morto: piangiamo, piangiamo, piangiamo! - Fratelli 1° e 2° Sorv∴, annunziate la dolorosa perdita alle vostre Colonne.

Quando il 1° e 2° Sorv∴ abbiano ripetuto l'invito, il Ven∴ batte un colpo e dice:

Ven∴ - G∴ A∴ D∴ U∴, forza infinita, fuoco venerato che tutto ciò che vive fecondi, immutabile origine di ogni trasformazione, fa’ che il nostro F∴ … possa vivere eternamente con te. Possa la sua morte insegnarci a morire e la sua venerata memoria mantenerci costanti sulle vie della onestà e del dovere. Fratelli, rendiamo il pietoso ufficio alla memoria del caro estinto.

Ciò detto, scende dall'ara accompagnato da tutti i Fratelli che seggono all'Oriente; gira intorno al cenotafio, incominciando dal Sud, e sparge sul tumulo fiori, che sono intorno ad esso preparati per cura dei cerimonieri: gli altri lo imitano.

Il secondo pellegrinaggio è fatto dal 1° Sorvegliante coi Fratelli della sua colonna.

Il terzo è fatto dal 2° Sorv∴ coi Fratelli della della propria colonna.

Compiuti i tre viaggi intorno al feretro, il Ven∴ accompagnato dai Maestri di Cerimonie discende dal trono e si reca ai piedi del tumulo, versando tre volte l'incenso nei preparati bracieri; quindi dice:

Ven∴ - Che la memoria dell'estinto F∴ ... ci ritorni alla mente con dolcissima soavità. In presenza di questi tetri colori e del lugubre silenzio di morte, che qui domina, ricordiamoci, o Fratelli, che dalla corruzione nascono i profumi e le bellezze della vita: che la morte non è che l'iniziazione ai misteri di una vita seconda, che nulla si disperde o si estingue nella natura.

Quindi il Ven∴ risale sul trono ed invita il Maestro di Cerimonie a distribuire fronde d'acacia ai parenti e agli amici dei defunto ed alle signore: in seguito ordina che egli, seguito dai parenti del defunto, dagli amici e dalle signore compia un altro pellegrinaggio intorno al feretro sul quale i pietosi Visitatori sfoglieranno le loro fronde d'acacia.

Compiuto questo viaggio, il Ven∴ dice:

Ven∴ - Forza immensa che regoli e muovi la natura, accogli nel tuo grembo gli elementi che informarono il nostro compianto F∴ … Fai che la sua memoria e l'esempio delle sue virtù ci parlino nell'anima e ci conducano con assiduo lavoro alla ricerca della verità e della luce. Fratelli sedete.

In seguito dà parola al F∴ Orat∴ ed agli altri che la domandino.

Quindi fa girare il Tronco della Vedova: ciò fatto, il Ven∴ batte un colpo di maglietto e dice:

Ven∴ - Fratelli, in piedi ed all'ordine! Noi abbiamo compiuto un penoso dovere. Più fortunati che all'apertura dei nostri lavori, non ci separeremo senza esserci stretti nella catena d'unione, senza esserci scambiati il bacio della fratellanza. Fratelli, unitevi a me e formiamo intorno al tumulo la catena dell'unione.

Ciò eseguito, il Ven∴ dice:

Ven∴ - In presenza di questi pietosi emblemi del nostro dolore, sotto queste volte funeree, mesti testimoni del nostro sconforto, dinanzi a questi simboli della morte, ogni pensiero egoistico, ogni risentimento deve essere bandito. V'invito dunque a giurare con me che obliate ogni offesa. La pace e la concordia regnino fra noi: non si pensi che alla nostra opera e alla grandezza della Massoneria: non dimentichiamo giammai il fondamentale precetto: non fare ad altri quello che non vorresti fatto a te stesso, e fa' agli altri quello che per te medesimo brameresti.

Il Ven∴ dice: Lo giuro.

Tutti i fratelli stendendo il braccio destro verso il tumulo, ripetono: Lo giuro.

Quindi ripreso da ciascheduno il suo posto, il Ven∴ ringrazia con acconcie parole le signore e gli altri invitati dicendo loro:

Ven∴ - Giudicate, signore e signori, se può avere fondamento qualsiasi il male che si dice dei Massoni e della Massoneria.

Quindi ordina che gli invitati e le signore coprano il Tempio. Ciò eseguito per cura dei Fratelli Cerimonieri, il Ven∴ procede alla chiusura dei lavori funebri nel seguente modo:

Il Ven∴ batte il maglietto come all’apertura: il 1° e 2° Sorv∴ ugualmente rispondono.

Ven∴ - F∴ 1° Sorv∴, quando i Massoni chiudono i loro funebri lavori?

1° Sorv∴ - All'alba, Ven∴

Ven∴ - Perché, F∴ mio?

1° Sorv∴ - Come l'astro che nasce disperde le tenebre della notte, così la speranza che il nostro F∴ … riposi nel grembo del G∴ A∴ D∴ U∴ dissipa ogni nostro dolore e cambia in giubilo il nostro sconforto.

Ven∴ - Che ora è, F∴ 2° Sorv∴?

2° Sorv∴ - L'ora in cui il Sole si mostra sul nostro Orizzonte e spande la gioia fra gli esseri viventi.

Ven∴ - Poiché è giunta l'ora in cui i Massoni chiudono i loro lavori funebri, annunziate, Fratelli Sorveglianti, sulle vostre Colonne che io mi accingo a chiudere i lavori di questa Officina e invitate i Fratelli ad unirsi a me con un caloroso triplice applauso per rallegrarsi della glorificazione del nostro F∴ …

Ripetuto l'annunzio dai due Sorveglianti sopra ambedue le Colonne, il Ven∴ dice:

Ven∴ - Fratelli in piedi ed all'ordine! A∴ G∴ D∴ G∴ A∴ D∴ U∴ e sotto gli auspici del G∴ O∴ d'Italia, Gran Loggia Nazionale, io dichiaro chiusi i funebri lavori di questa Officina. – A me, Fratelli, pel segno e per la triplice batteria.

Eseguita la triplice batteria di gioia, il Ven∴ dice:

Ven∴ - Il nostro dovere è compiuto, ritiriamoci in pace.


***

Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).


Fonte: Gianfranco Murtas
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