Addio a Franca Valentini Scano, il mestiere della (signorile) semplicità
di Gianfranco Murtas

La musica arrangiata e magistralmente “fischiata” da Jacopo, il nipote “cittadino del mondo” con più stabili presenze negli Stati Uniti e i teatri di successo nei continenti a certificarne il talento artistico e il valore di una formazione ora compiuta ed indirizzata dai genitori musicisti anch’essi, ha accompagnato il rito religioso del congedo da noi di Franca Valentini, e nostro da Franca. Una meraviglia che la tecnologia del nostro tempo ha trasmesso d’oltre oceano fino all’altare della messa, nel cuore del quartiere cagliaritano di San Benedetto, ed ha funzionato come decoro, insieme struggente e raccolto, della liturgia cristiana: quel tanto di laico, chiamalo dell’umano naturale, s’è abbracciato alle formule antiche e canoniche dei sacramenti e delle benedizioni, portandoci tutti sotto lo stesso riparo che è anche lo stesso arcobaleno. Dico arcobaleno – l’arcobaleno che pare un ponte – per dire annuncio di futuro, ché anche da un episodio triste e d’apparenza estremo – quale un funerale certamente è – può e dovrebbe, deve sorgere un pensiero non di fermo ma di continuità, una percezione vigile delle maturazioni delle età, o di quell’inarrestabile flusso delle generazioni che creano la storia, sempre unica e sempre originale, delle famiglie e della società.
La morte di Franca Valentini Scano ha intimamente commosso, a Cagliari e fuori città, molte centinaia di persone che con lei e la sua grande e bella famiglia avevano nel tempo intessuto rapporti di amicizia preziosa. E che in numero impressionante sono convenute nel pomeriggio dello scorso 5 gennaio alle esequie concelebrate nella cappella della “Infanzia lieta”, la scuola che, ormai da un trentennio, fa parte del circuito salesiano cagliaritano e che agli Scano è legata per passato e sentimento evergreen. Una scuola, questa del nido-e-primaria, che s’avvia al suo centenario e la cui lunga sequenza di stagioni pedagogico-didattiche inquadrabili in tempi così diversi della nostra storia locale, era lei stessa, Franca, specialmente e sia pure per altri versi, insieme con Giuseppina Cossu Pinna, a darsi disponibile nel racconto e nei racconti, associando alle vicende istituzionali quelle di svariate generazioni cresciute in città e, di più, che allo sviluppo della città hanno via via donato il contributo di professionalità, cultura ed anche impegno pubblico.
Azzarderò qualche riga soltanto, in omaggio a lei – alla grande e gentile signora ora scomparsa – di evocare qualche passaggio della storia della “Infanzia lieta” (sulle cui vicende non mancano fortunatamente puntuali registrazioni nelle pagine variamente sparse della Cossu ma anche della scultrice Amelia Camboni nei suoi Figliastri di Dio o della serrentese eroica serva di Dio Mena Ibba, che fu “protetta” dalla Giuseppina Lai cui l’ “Infanzia lieta” dovette molto o moltissimo della sua breve vita: ed al tanto aggiungerei la monografia curata dal mio indimenticabile amico Bruno Josto Anedda dedicata a quel “monumento” civico e congregazionale che fu Aurelio Espis, in cui diversi capitoli e sequenze fotografiche riguardano appunto la scuola).
Faccio riferimento a questo perché è nella casa liturgica e di preghiera donata dalla famiglia di Franca Valentini Scano – una famiglia irrobustita nel tempo da innesti di rara dottrina e prestigio civile (valga soltanto, ma per tutti! il nome del professor Francesco Loddo Canepa, marito di Gigia) – che il convegno funebre si è svolto all’insegna dell’affetto personalissimo per la scomparsa, e nella partecipazione intelligente, non soltanto emotiva, a quel certo milieu tutto nostro cagliaritano che il nome della Valentini richiamava e che nelle copiose e corpose cartelle ricevute dagli avi Scano – Antonio sr. e Guido sr. – e già Caboni-Scano, e custodite in sapiente riunione all’interno di grandi scaffali domestici, trovava innumerevoli le sue tracce.
Liberalità e partecipazione
Ne riferisco perché, grazie agli orientamenti ricevuti da Stefano Lucchese – un altro felice e generoso innesto! – potei incontrare ora è già qualche anno, da amico “complice” e modesta spalla di un ricercatore ancora giovane ma di vaglia impegnato fra la cattedra liceale di italiano e latino e le partecipazioni a convegni universitari sardi, continentali ed anche esteri, la dolce signora beneficiando della sua ospitale fiducia e compiendo nei grandi studi dell’abitazione in Ormus laboriosi spulci fra montagne di carte otto-novecentesche. Una liberalità che, per meriti tutti suoi, premiò in primo luogo il professore Andrea Macciò del quale dicevo, autore di numerosi ed accurati saggi filologici ed infine qui occupato in un sorprendente e rigoroso censimento di inediti letterari, o storico-letterari, di cui speriamo di conoscere presto, in sede editoriale e convegnistica, i primi esiti.
Il sentimento civico, da combinarsi ad una apertura piena della mente e dell’animo, si esprime anche come Franca Valentini Scano (e di fianco a lei è stata sempre la figlia Maria Cristina) l’ha, con piena discrezione e senso pratico, materializzato favorendo più puntuali ricostruzioni biografiche e riordini (e implementazioni) dei repertori letterari dei grandi – nel caso nostro, e nel prim’ordine, Stanislao Caboni ed Antonio Scano Caboni – che, alla conquistata fama del nome non hanno visto, fin qui, corrispondere una conoscenza diffusa e adeguata della loro reale personalità e del genio creativo.
Se, con il professor Macciò, non disdegnava Franca di alleggerire (?) di tanto in tanto il peso della ricerca in atto con qualche simpatica deviazione enigmistica (quella da lei coltivata come passione militante insieme con gli amici del gruppo “All’ombra nel nuraghe”), più continuativi erano i suoi interventi di prudente e misurato setaccio o di altra catalogazione dei materiali provenienti non da Caboni o da Antonio Scano l’avvocato e parlamentare cocchiano (nel seggio che era stato di Merello) e storico della letteratura sarda, il deleddiano e fondatore di chissà quante riviste, il verseggiatore di nome ormai nazionale e corrispondente con la metà almeno del parnaso italiano e dei suoi critici più accreditati, ma da altri filoni paralleli. Sicché anche Carmen Scano e, oltre lei ancora della famiglia, anche Gemina Fernando – dico di Gemina per dirne cento altri (o forse duecento e trecento) – entravano sul … tavolo preparatore e di filtro di Franca Valentini per il nostro ulteriore lavoro di classificazione.
È la testimonianza che porto e come un fiore alla sua tomba chiamata d’improvviso ricordo qui, appena in poche righe, le vicende di quella scuola la cui cappella donata dalle Scano – Angelina e Gigia – ha accolto la nostra amica e generosa e prodiga sodale nel momento del suo pubblico congedo…
La “Infanzia lieta” a Cagliari
La fase fondativa della scuola si associa al nome della signora Carolina Ascoli vedova Griinsfeld che poté inaugurare i primi corsi nel 1932-33 in locali prestati dalla famiglia Faggioli nella via Maddalena (di fianco alla chiesa del Carmine). Toccò poi al padre Giuseppe Abbo gesuita (e fratello dei vincenziani padre Nicola e padre Domenico) di prendere in mano l’iniziativa e fu quando, nel passaggio fra anni ’30 e anni ’40, le leggi razziste del fascismo costrinsero l’Ascoli ebrea all’abbandono, lei espulsa e deportata (forse anche uccisa) in Germania. Egli coinvolse allora, fra le persone più fidate che frequentavano la sua chiesa barocca di San Michele, la giovane insegnante Giuseppina Lai la cui famiglia poté acquistare in limine le dotazioni didattiche della scuola.
Dopo la sospensione per i fatti bellici, fu nel 1944 che tutto rinacque in un edificio (palazzo Peltz) di poco lontano dalla vecchia sede. Il matrimonio (ad età piuttosto avanzata) della Lai e del dottor Aurelio Espis, esponente del movimento cattolico organizzato e alto funzionario del Comune di Cagliari, portò nuove insperate energie all’impresa scolastica che presto prese alloggio in uno stabile di Palabanda, a un passo dal grande alloggiamento (e istituto scolastico) dei salesiani. E da lì sorse una nuova stagione per l’ “Infanzia lieta”, che nel 1958 raggiunse un’altra e definitiva sede (di proprietà), stavolta nel quartiere di San Benedetto, nella via Enrico Lai: un cantiere che costò infine cento volte di più di quel che si era pensato, facendo temere un grave fallimento. Un pericolo stornato, miracolosamente, da un eccezionale concorso di benefattori (anche continentali, e incluso il professor Valletta amministratore della FIAT) che portò anche al condono di tutti i debiti.
Fu verso la metà degli anni ’60 che Angelina e Luigia Scano, figlie dell’indimenticato avvocato (e già parlamentare) Antonio donarono un terreno attiguo alla loro casa della via Santa Alenixedda, ed attiguo anche alla scuola nella strada intitolata all’antico cofondatore de L’Unione Sarda. Un terreno destinato alla costruzione della cappella scolastica dedicata al Cuore Immacolato di Maria, che fu consacrata nell’autunno 1969 dal nuovo arcivescovo di Cagliari card. Sebastiano Baggio. Soltanto pochi mesi prima era morto il dottor Espis, pianto anche dal papa Paolo VI prossimo a venire a Cagliari – venne nell’aprile 1970 – , che lo aveva conosciuto in gioventù come dirigente della FUCI. (Nel piccolo potrei anch’io ricordare e celebrare il dottor Espis come presidente della Congregazione del SS. Sacramento nella Marina, nel sui sacello cimiteriale di Bonaria oggi riposa).
Quella particolare intitolazione della chiesa si sposò bene con l’impegno che le suore della Congregazione delle Figlie Immacolate di Maria, da sempre in rapporti religiosi con la famiglia Espis-Lai, assunsero allora, non senza difficoltà, di conduzione della scuola (e dei servizi in cappella): fu così per due decenni, fino a quando entrarono in scena i salesiani – gli antichi vicini di Palabanda! – che accettarono la responsabilità amministrativa oltreché educativa della scuola materna ed elementare “parificata” quale ancora oggi funziona al meglio.
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