Gianfranco Murtas

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Addio, carissima Vittoria Del Piano

di Gianfranco Murtas


Oggi, 16 febbraio, sarebbe stato, per lei, il 94.mo compleanno. La sorte, che pur le ha dato il più, non le ha concesso di festeggiarlo rubandole quattro giorni.

Figlia di un foggiano (Alberto, che era stato, all’inizio del Novecento, cassiere della Banca d’Italia – in via Sant’Eulalia, dove poi sarebbe stata anche l’abitazione di famiglia) e di una sarda piacentina (Margherita Marongiu) era la quinta di sei fratelli: e chissà se il nome Vittoria sia stato una risposta di vita all’evento di lutto che, l’anno prima della sua nascita, aveva portato alla tomba, creatura di pochi mesi soltanto, la sorellina Maria Speranza! Giovanna aveva aperto la serie, poi erano venuti Lorenzo e Michele; ultimo della compagnia, direi della bella famiglia, Elio notissimo e valentissimo clinico.

Aveva viaggiato molto, Vittoria, nel senso delle itineranti residenze familiari in perenne mobilità causa carriera paterna nell’istituto di emissione: Piemonte, Toscana, Lombardia, Cuneo, Firenze, Como, Lucca. A Cagliari nuovamente, e finalmente per starci, all’inizio degli anni ’50.

Anche Vittoria Del Piano adesso però se n’è andata, lei raccontata dagli occhi chiarissimi verde mare celeste cielo, due perle, lei espressione di quella Cagliari umile e curiosa, gentile e insistente, interessata a conoscere le cose della condivisa storia civile, anche e soprattutto quelle segrete e sepolte dalla polvere della dimenticanza, per goderne lei per prima e per parteciparne la conoscenza a quant’altri al suo pari fossero appassionati ma forse non altrettanto provvisti di metodo investigativo e tenacia contro gli inevitabili ostacoli d’ogni natura.

Ovviamente la consuetudine familiare con il fratello Lorenzo, titolare di Storia contemporanea in facoltà Lettere per molti anni (e scomparso nel 2009), l’aveva caricata e di metodo e di tenacia, ma più ancora mi pare che a distinguerla sia stata la scelta di vita compiuta da giovanissima, di non fare ricerca (e carriera) accademica ed invece di lasciare agli spazi del “tempo libero” (con voglia di qualificazione) gli accessi alle biblioteche ed agli archivi storici e quindi la scrittura. Un mestiere d’ufficio per campare decorosamente – lei nel mondo dell’amministrazione sanitaria – e il resto passione, soltanto passione. Ce ne ha lasciato molte prove. Svariate volte uscendo in solitaria, altre volte in combinazione con il fratello professor Lorenzo. E da qui partirei, sottolineando la sua preferenza tematica per la Sardegna del Sette-Ottocento, ed in particolare la generosa e sfortunata rivoluzione angioiana.


Del 1996 sono due opere: Giacobini moderati e reazionari in Sardegna. Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, pubblicato dalle edizioni cagliaritane Castello con una bella e dotta prefazione del professor Lorenzo Del Piano (un volumone di quasi seicento pagine e circa mille schede ad nomen con richiami di riferimento); e, con firma abbinata a tanto fratello accademico Il processo di Angioy, con sottotitolo In nome del popolo sardo assolto l’ex Alternos, testo pure esso pubblicato dalle edizioni Castello. Originale canovaccio di copione, progetto scenico offerto da Vittoria e Lorenzo Del Piano ad un volenteroso esperto di cose teatrali per un adattamento che, naturalmente, rispetti in tutto e per tutto la verità storica documentata dalle carte d’archivio e dalla letteratura scientifica «alle quali fonti si attengono strettamente gli interventi dei testimoni a carico ed a difesa dell’imputato Giovanni Maria Angioy».

A tanto bisogna aggiungere, costola di quei lavori, Sa Die de sa Sardigna : la cacciata dei piemontesi del 28 aprile 1794 nel quadro del periodo rivoluzionario sardo, uscito nel 1997 ad opera ancora delle edizioni Castello.


Del 2000, ancora in stretta collaborazione con il professore, ecco Giovanni Maria Angioy e il periodo rivoluzionario 1793-1812, pubblicato dalle quartesi edizioni C.R. Un quaderno d’una sessantina di pagine ma pieno zeppo di luci sulle scene e sui personaggi in azione, tesi a “creare” una storia che purtroppo non avrà modo di tradursi in risultati utili all’Isola ed ai suoi bisogni di giustizia sociale e di libertà, contro ogni… tardismo piemontese.

Ad onorare tanta fattiva collaborazione (e tanto scambio di studi) non s’era certo sottratta, Vittoria, all’invito del professor Francesco Atzeni – allora pro-rettore e subentrato nella cattedra di Storia contemporanea proprio a Lorenzo Del Piano – di curare la bibliografia appunto di Del Piano, con cui chiudere il volume La ricerca come passione, uscito da Carocci editore nel 2012 nella logica degli Studi in onore di… Collaborai con Vittoria a ricostruire il lungo elenco, lungo e ricco e forse neppure completo: i titoli entrati in lista sono stati circa cinquecento.


Svariate decine sono le schede curate da Vittoria Del Piano per i sedici volumi della collana prodotta dalla “biblioteca dell’identità” de L’Unione Sarda nel 2005 sotto il titolo generale I 2000 Sardi più illustri. Ancora una volta scrittura chiara e meticolosità descrittiva nella fedeltà al documento. I suoi personaggi, in larga prevalenza gli uomini del tardo Settecento isolano, i buoni e i cattivi…


Di Vittoria Del Piano bisogna anche ricordare l’intervento alla giornata di studi su “Immigrazione a Cagliari sino al XX secolo”. Sua la comunicazione dal titolo “Importanza delle ricerche genealogiche per lo studio dei movimenti migratori delle popolazioni”, i cui atti sono stati poi pubblicati nel 2008 dalla cagliaritana AMD edizioni sotto il titolo Storia della Cagliari multiculturale tra Mediterraneo ed Europa. Di questo lavoro propongo più oltre un estratto.

In quanto cofondatrice e presidente (per svariato tempo, onoraria ultimamente) del Centro sardo di studi genealogici e di storia locale, costituitosi nel 1992 a Cagliari, sede presso la sua abitazione di via Generale Cagna, di fronte all’Amsicora delle nostre trascorse glorie sportive, non potrei mancare di ricordare una intensa e attiva promozione di attività convegnistiche e ricordarla anche come autrice di articoli ovviamente di materia storica, come quello su il Ritrovo dei Sardi (fondato e diretto da Aldo Piras), che anch’esso in calce a questa breve nota ripropongo, dal titolo “Inedito sulle logge massoniche a Cagliari”. (Ella prese lo spunto dalla conferenza-dibattito “La Massoneria in Sardegna: radicamento e sviluppo”, organizzata a palazzo Sanjust nel marzo 2006 ad accompagnare l’uscita di tre miei libri sulla Libera Muratoria isolana e cui parteciparono Ester Gessa, Stefano Pira, Vindice Ribichesu e Andrea Allieri).

Fra tanta nobile materia non manca un saggio di taglio invece professionale curato per conto dell’Unità Sanitaria Locale n. 20 di Cagliari nel 1988: La prevenzione degli infortuni negli ambienti di vita e di lavoro.

A Vittoria Del Piano debbo una prolungata e sperimentata cordialità di relazioni a motivo proprio dei comuni interessi di ricerca storica cittadina e regionale. Fra il molto altro mi piace ricordare la collaborazione resami per alcuni aspetti relativi alle ubicazioni domiciliari cagliaritane del primo Ottocento. Me ne occupai in particolare trattando di Efisio Marini, il celebre medico pietrificatore dei cadaveri: lei, con Guido Massacci e altri amici, aveva organizzato, anni addietro, nel 1999 per la precisione, una mostra documentaria sul quartiere della Marina attingendo le sue informazioni dagli elenchi dei contribuenti che fra fine Settecento e primissimo Ottocento furono costretti a… sostentare, con i cosiddetti regi donativi, la corte Savoia rifugiatasi nell’Isola (titolo della manifestazione “Le persone e i luoghi tra Settecento e Ottocento nel quartiere della Marina”). Insieme avevano immesso in una megamemoria del pc migliaia e migliaia di dati... un database di invidiabile preziosità, luogo di partenza (o di transito, e tante volte di arrivo) dei filoni genealogici sui quali molte energie era sembrato giusto spendere…

Cara Vittoria, carissima indimenticabile Vittoria.

Vittoria Del Piano: “Importanza delle ricerche genealogiche per lo studio dei movimenti migratori”

Molti dati interessanti per lo studio dei movimenti migratori delle popolazioni fino a quando fu istituito nel 1864 in tutti i Comuni il servizio anagrafico, si possono trovare nel Liber quinque librorum custodito negli archivi storici diocesani e in alcune parrocchie, da noi consultati per la presente comunicazione.


Liber quinque librorum (il libro dei cinque libri) o Quinque libri, se vogliamo abbreviare, è il volume nel quale sono rilegati i 5 libri compilati dai parroci che registrano i battesimi, le cresime, i matrimoni, le morti, e gli stati delle anime, da non confondersi con le liste dei confessati, contenenti gli elenchi dei parrocchiani con indicati, per ciascun nucleo familiare, i nomi del capo famiglia, della moglie, dei figli e dei conviventi, con le relative età ed eventualmente la provenienza; vicino a ogni nome era poi indicato se la persona avesse ricevuto la cresima e la comunione.

La registrazione dei battesimi e dei matrimoni fu resa obbligatoria dal Concilio di Trento col decreto Tametsi pubblicato nel novembre del 1563. In alcuni paesi dell'archidiocesi cli Cagliari però si trovano registrazioni di battesimi antecedenti a tale data, in quanto disposizioni per la registrazione dei sacramenti erano state date dal sinodo della diocesi di Castro già nel secondo decennio del XV secolo. In alcune città della Toscana, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Veneto ed Emilia-Romagna, si hanno libri con le più antiche registrazioni dei battesimi, dal 1314 al 1459.

A partire dal 1563 1 vescovi impartirono disposizioni, spesso disattese, per la compilazione dei Quinque libri, e per ovviare a ciò, l'arcivescovo di Cagliari Bernardo de La Cabra (1641-1655) inviò le formule per l'amministrazione dei sacramenti, da inserire all'inizio del volume in uso, formule che prevedevano l'eventuale indicazione della provenienza da altra parrocchia di uno dei nubendi, o di entrambi, dei testimoni, dei genitori del battezzando, del cresimando, e dei padrini. Per i matrimoni le tre moniciones, cioè le attuali pubblicazioni, dovevano essere effettuate anche nella parrocchia di provenienza per permettere, a chi ne aveva diritto, di fare eventualmente opposizione al matrimonio. L'arcivescovo di Cagliari prescrisse per i sacerdoti l'obbligo di portare in Curia, il 22 novembre, giorno di Santa Cecilia, il Liber quinque librorum per un controllo da parte di un delegato, che doveva apporre il suo visto.

Quindi nella registrazione del matrimonio di un immigrato, o se giunto nella nuova parrocchia già sposato, in occasione del battesimo o della cresima di un suo figlio, o quando in veste di testimone assisteva a un matrimonio, o come padrino di battesimo portava al sacro fonte un neonato, o come padrino di cresima assumeva particolari responsabilità nei confronti del cresimando, veniva indicato il luogo di provenienza. E qui iniziano le difficoltà. L'immigrato parla un'altra lingua, sconosciuta al sacerdote, che deve industriarsi per capire i nomi pronunziati. Si consideri, per restare a Cagliari, che i Quinque libri della Chiesa di Sant'Eulalia, parrocchia del quartiere della Marina, nel quale viveva la massima parte degli stranieri, dal 1579 al 1680 sono scritti in catalano, dal 1681 al 1686 in castigliano, dal 1687 al 1692 di nuovo in catalano, dal 1693 al 1702 indifferentemente in catalano e in castigliano, dal 1703 al 1800 in castigliano, dal 1801 al 1920 in latino (ad eccezione del libro delle cresime amministrate nel 1919 e nel 1920 scritto in italiano), dal 1921 al 1925 in latino e in italiano, dal 1926 solo in italiano. La situazione è diversa nelle altre parrocchie. Per limitarci al catalano, a Stampace viene adoperata solo tale lingua fino al 1717, in Castello fino al 1699, a Villanova, fino al 1673; evidentemente mancavano disposizioni precise circa la lingua da usare e ai parroci era lasciata piena libertà; nel secondo decennio dell'Ottocento, e nella Marina anche prima, i Quinque libri sono redatti in latino, cui subentra lentamente l'italiano; a Stampace si scrive solo in italiano dal 1925, a Viilanova dal 1923, e in Castello dal 1926. Nella parrocchia di Bonaria si adopera l'italiano fin dalla sua costituzione, dal 1917.

Inoltre era abitudine dei sacerdoti non trascrivere subito sul registro le annotazioni riferite all'amministrazione di un sacramento, le quali venivano segnate su un foglietto che talvolta si perdeva, e non veniva ricuperato, se tutto andava bene, se non dopo qualche mese, quindi non poteva venire in aiuto per la registrazione del nome straniero la memoria uditiva. Non era nemmeno il caso di far scrivere allo straniero il proprio nome, o la località di provenienza, in quanto si trattava, talvolta, di persone «illetterate». Ci troviamo così davanti a nomi di luogo di piccoli e di piccolissimi paesi, difficilmente reperibili sulle carte geografiche, e si rischia di prendere dei grossi abbagli. Per i cognomi, per quanto scritti in maniera errata, la ricerca è meno ardua in quanto, tenendo conto di tutte le varianti che si trovano nelle registrazioni dei battesimi dei numerosissimi figli dell'immigrato, e successivamente dei matrimoni, ci si può avvicinare con buona approssimazione a quella che dovrebbe essere la forma corretta, ma qualche dubbio può sempre restare, specialmente se la persona non si sposa o è poco prolifica.

Si deve inoltre tener conto dello stato di conservazione dei volumi, tanto che talvolta è impossibile leggerli in quanto l'inchiostro ha corroso la carta, o mancano poche o molte pagine, o pezzi di pagine, come avviene per alcuni volumi del quartiere di Stampace. A questo proposito vorrei citare il caso di Lorenzo Léger Arthemalle, per il quale non si riusciva a trovare la data di battesimo, scoperta infine quando in una causa civile della Reale Udienza, nell'Archivio di Stato di Cagliari, si è trovata la trascrizione del suo battesimo, rilasciata dal parroco della chiesa di Sant'Eulalia, su richiesta del giudice, che doveva accertare la minore età, in quel periodo fino a 25 anni, del soggetto in questione; non si è potuta però controllare l'esattezza della trascrizione perché nel registro la pagina indicata è mancante.

Un aiuto ci può venire dalle testimonianze richieste o offerte nelle cause civili o penali, rese in presenza del notaio, che vuol essere ben sicuro dell'identità del teste, e trascrive oltre al cognome, spesso anche il soprannome col quale la persona è usualmente indicata, e quindi più attendibili delle registrazioni che si trovano nei Quinque libri; se si è fortunati, si può trovare anche la firma dell'immigrato. Un caso recentemente da noi accertato si riferisce a un ufficiale, Giuseppe Seller, il cui cognome nei Quinque libri è sempre scritto Sella, come veniva chiamato, ma in una causa, ed esattamente, sempre Seller.

Altra fonte utile per la nostra ricerca può essere la corrispondenza indirizzata o ricevuta dal viceré dove vengono nominate, per vari motivi, persone anche straniere. Esistono poi nei volumi custoditi negli archivi elenchi di persone «di altra nazione» residenti, se pur provvisoriamente, in città o nei villaggi, in periodi in cui era necessario, per motivi politici, tenere sotto controllo gli stranieri, o persone che venivano dall'interno dell'isola, come ad esempio i maioli, che spesso erano elementi di disturbo. Archivi importanti per la ricerca dei forestieri sono quelli delle confraternite e delle arciconfraternite, che custodiscono, tra l'altro, i registri dell'amministrazione, dei lasciti, delle sedute dei confratelli, eccetera; numerosi sono i documenti che si trovano presso l'Arciconfraternita dei Santi Martiri Giorgio e Caterina dei genovesi la cui sede, distrutta durante la seconda guerra mondiale, è stata ricostruita alle pendici di Monte Urpino, o presso la Confraternita dei siciliani, i cui libri sono custoditi nella chiesa di Santa Rosalia.

Come ci si allontana dalla data di arrivo dei primi immigrati, alcuni cognomi stranieri scompaiono quasi del tutto, e assumono forma italiana e addirittura sarda. Così i Campi diventano Campus, i discendenti del marmoraro Pietro Pozzo, Putzu, e con tal cognome la nipote di Pietro ha sposato l'avvocato Salvatore Cadeddu, Conti forse Contu, i Vodret, Vodretti e Fodretti, ma attualmente il loro cognome è ancora Vodret, come i Faret, Faretti Faretto Farettu Varettu Faretta, la cui pronunzia però è diventata italiana, e viene fatta sentire la consonante «t» finale, e i Vivanet Vivanetti, e anche questi hanno ripreso la forma originaria. Ma i Vodret, i Faret, e i Vivanet, malgrado le varianti, sono facilmente riconoscibili, come i Querqui diventati Cherchi e i Quessa Chessa, o come gli Arthemalle, il cui cognome era scritto Artemaglia Artemalle, e i Brouquier che, perso il dittongo, diventano Burquier, e anche Broquiez, Brocié; difficili invece da identificare i Mounier, diventati Muniera Maunier forse Molinier e altre varianti, e i Brunet, chiamati Brunetta e Brunetto; la cosa presenta meno difficoltà per i Medaille, il cui cognome è scritto anche Medail Meday e, tradotto in italiano, Medaglia; Antonia Saenz de Basan, figlia di Giuseppe e di Francesca Cordiglia, quando nel 1817 si sposa con Francesco Molle di Gibilterra, viene chiamata Bazzano, e la madre dello sposo, alla nascita di questi, è chiamata Cambiaggo e alla nascita di un altro figlio, Cambiasa.

Sembra da escludere invece una francesizzazione dei cognomi sardi, come ad esempio Farettu diventato Faret.

Un caso riguardante l'origine di un cognome, che può trarre in inganno il ricercatore poco esperto, è costituito dal cognome Basso: Antonio Maria Basso proveniente da Lavagna (Genova), che con tale cognome si sposò nel 1777 con Maria Rosa Pittaluga, nel libri dei defunti fu registrato come Baxo…

Vittoria Del Piano: “Inedito sulle logge massoniche a Cagliari”

Dai relatori è stato affrontato, tra gli altri, il tema sulla diffusione della Massoneria in Sardegna, tema già trattato da Pietro Leo, e nel 1969 in "Don Michele Obino e i moti antifeudali lussurgesi" (1796-1803) da Felice Cherchi Paba il quale scrisse che in Sardegna «s'era formata una forte corrente massonica-giacobina, cosiddetta liberale» e che nei club "giacobini" che si riunivano in città, dei quali si parla a partire dal 1793, c'era aria di "loggia massonica". Anche Lorenzo Del Piano nel 1982 in Giacobini e Massoni in Sardegna fra Settecento e Ottocento ha affrontato tale tema e ha scritto che la prima loggia massonica fu fondata a Cagliari da Pietro Francesco Lachenal, Consigliere d'Appello ed ex-deputato, savoiardo, che optò per la cittadinanza italiana quando la Savoia fu ceduta alla Francia; il Lachenal fu affiliato al Grande Oriente d'Italia il 3 dicembre 1861 e istituì formalmente la loggia "Vittoria" a Cagliari, dove con tutta probabilità la Massoneria esisteva già in forma irregolare. La costituzione di una loggia massonica a Cagliari non incontrò l'unanime approvazione della cittadinanza, come documentano i "Goggius de is Framassonis ", di autore ignoto, secondo il quale della loggia facevano parte «negoziantis in bulletta, maiolus alluxentaus ... imbroglionis professus e algunus paras sfrattaus» con «sa fexi de is abogaus, arrazza de genti maligna», ecc. Più recentemente, Lorenzo Del Piano in un breve saggio pubblicato nel volume degli Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia, anno accademico 1996-1997, ha approfondito il problema dei club "giacobini" esistenti a Cagliari nel periodo rivoluzionario sardo.


Della loggia "Vittoria" peraltro facevano parte anche persone di primo piano nella vita cittadina, come ad esempio l'avvocato Gavino Scario, più volte deputato e futuro senatore, il professore Luigi Zanda, in seguito rettore dell'Università, il deputato Francesco Salaris ed Enrico Serpieri, esule romagnolo, fondatore e presidente per molti anni della Camera di Commercio di Cagliari. Sulle attività massoniche di fine '700 ritengo importante intervenire per portare a conoscenza degli studiosi un documento che ritengo inedito. Il documento, da me trovato all'Archivio di Stato di Cagliari, è un dispaccio ministeriale inviato da Torino in data 30 settembre 1816 al cavalier Giacomo Pes di Villamarina, incaricato delle funzioni viceregie, firmato da "Gros, Primo Ufficiale della Segreteria di Sardegna". Il testo del dispaccio è il seguente: «Sua Maestà a cui ho presentato le carte ritrovatesi presso il sig. Biagio Melis luogotenente di Cavalleria relative alla società de' Liberi Muratori, ed ho fatto il rapporto sugli atti sommarj a cui si è divenuto per tale fatto, e delle risultanze de' medesimi, ha ritenuto tra dette carte quelle che erano in stampa, e mi ha ordinato di rimettere alla Regia Segreteria di Stato interna il procedimento per quei lumi, che può somministrare al Governo sulla possibilità dell'esistenza di Loggie simili in questi Regj Stati, e segnatamente in Genova, e di persone ascritte alle medesime».

L'argomento merita comunque ulteriori ricerche negli archivi di Cagliari e di Torino.

Posso aggiungere che ho trovato altre notizie sul Melis, persona abbastanza conosciuta in città; da una annotazione su una busta del Fondo Aymerich, Stamento militare, riportata da Luciano Carta nel IV volume degli Acta Curiarum Regni Sardiniae - L'attività degli Stamenti nella "Sarda Rivoluzione", edito nel 2000, si viene a conoscenza che il luogotenente Biagio Melis consegnò al signor Gioachino Carrus, segretario dello Stamento Reale, numerose scritture relative alle sedute di quello Stamento dal 29 aprile 1793 al 18 gennaio 1796. La data della consegna manca, ma senz'altro è avvenuta, in base alle ricerche da me effettuate, dopo il 27 agosto del 1799, quando l'ultimo verbale pubblicato nel IV volume è firmato dal «pro dottore Efisio Melis notaio, per Melis segretario». Il segretario Melis è il dottor Giuseppe Melis Atzeni, noto come il "teologo maritato, direttore del "Giornale di Sardegna", organo degli elementi democratici degli Stamenti che sostenevano la politica angioyana; il Melis frequentava il club "giacobino" diretto da Matteo Luigi Simon, che si riuniva nella sede estiva del Collegio dei nobili (attuale villa Muscas), e fu citato da Angioy nel memoriale presentato al Direttorio nel 1799 fra gli avvocati di Cagliari favorevoli alla causa della libertà. «Un uomo di ingegno non volgare e di penna scorrevole – scriveva il Manno nella Storia moderna della Sardegna pubblicata nel 1842 – già mescolato in tutti gli affari passati, quale uno dei membri più accreditati del Consiglio civico di Cagliari... ». Il Melis morì a Cagliari il 2 aprile del 1816.

Le carte in oggetto potrebbero essere state consegnate al luogotenente Melis, per rimetterle al Carrus, da persona che le possedeva in virtù del suo ufficio, e che non voleva essere nominata, e che potrebbe essere, per ipotesi, il segretario dello Stamento, il dottor Melis Atzeni.



Fonte: Gianfranco Murtas
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