Gianfranco Murtas

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Addio, Gianfranco Sabattini. Il tuo Mazzini è stato il capolavoro morale della tua fatica di economista sociale

di Gianfranco Murtas


«… a rileggerli oggi, prescindendo dagli aspetti formali, i suoi scritti [di Giuseppe Mazzini] possono sorprendere per la loro attualità. Si avverte come da essi possano derivare indicazioni valide anche per il presente, così come nel passato sono state tratte utili proposte dai repubblicani storici e dai militanti del Partito d'Azione del XIX secolo».

E ancora: «È fervente sostenitore della forma istituzionale repubblicana, democratica e laica dello Stato, del progresso inteso come crescita materiale e sviluppo culturale della nazione, del comunitarismo in opposizione all'individualismo di stampo liberale e liberista, della compartecipazione del capitale e del lavoro nell'organizzazione e nel governo dell'attività produttiva. Egli dà voce all'equità distributiva e all'internazionalismo solidale, strumentale allo sviluppo delle relazioni pacifiche tra i popoli. Sostiene coerentemente e tenacemente tutti questi principi in un periodo in cui gli stessi sono per lo più sostanzialmente sconosciuti. Oppure quando di essi non vi è ancora una precisa formulazione. Negli anni Mazzini ordinerà tutti questi principi in un sistema di pensiero coerente, dal quale trarrà le direttrici dell'azione per quanti si impegneranno per il riscatto dal dominio straniero della nazione italiana e per il rinnovamento di questa sul piano delle relazioni tra i diversi gruppi sociali».

Più oltre: «desta invece sorpresa il fatto che il pensiero mazziniano sia stato fortemente sottovalutato, distorto o, peggio, travisato da storici e intellettuali di ogni estrazione, non solo di formazione monarchica e liberal-conservatrice, ma anche e soprattutto di formazione cattolica e marxista. Desta soprattutto sorpresa il fatto che, quando il Partito Socialista Italiano in occasione del Congresso di Torino del 1978 vorrà operare una "svolta" per identificarsi in un socialismo democratico che non si confonda con la socialdemocrazia, e tanto meno con il comunismo, sceglierà di rilanciare il "socialismo utopistico" anarcoide di Pierre-Joseph Proudhon, anziché il "socialismo umanitario" di Giuseppe Mazzini».

Abbiamo perduto Gianfranco Sabattini, amico democratico e colto, aperto e tollerante. Uomo d’università, uomo di economia, uomo di studio e di dibattito, di confronto gentile ed argomentato, alimento morale di ogni comunità civile. L’abbiamo conosciuto e frequentato, autorevole e conciliante, modesto addirittura e per tanti versi, nella facoltà – anzi nelle facoltà – di viale fra Ignazio, l’abbiamo frequentato nelle sedi più disparate dell’incontro dialettico, io anche in televisione (a chiedergli, all’inizio, del fallimento della monocultura petrolchimica e delle traduzioni della famosa “pentola bucata” di Paolo Savona) e nel Partito Repubblicano Italiano – impegnato su vari livelli tanto più negli anni ’80 - , nell’associazionismo fraternale di più. Adesso si prospettava – se il covid ormai da un anno non avesse fatto saltare tutto – un lavoro combinato nell’Associazione Mazziniana Italiana, dove avrebbe dovuto portare i suoi due quasi ultimi lavori (inarrestabile nella sua fertilità elaborativa, egli ha prodotto fino all’ultimo, tanto più per il benemerito Istituto Gramsci): La modernità del pensiero di Giuseppe Mazzini. Per il rilancio dell’idea socialista, edito nel 2011, con prefazione e postfazione rispettivamente di Luigi Covatta e Leopoldo Ortu, da Madrikè e Stato, Democrazia e Socialismo nel dibattito risorgimentale: K. Marx, G. Mazzini e M. Bakunin, con prefazione di Manlio Brigaglia e i tipi, nel 2014, di Tema Edizioni. Il primo, nel centocinquantesimo della unità d’Italia, il secondo come completamento della ricerca e della proposta, ma allargando dal filone patriottico ed etico-civile alle definizioni teoretiche prodotte nel continente lungo il XIX secolo, e “proteggendo” la statura del Profeta della unità nel confronto che lo oppose alla visione filosofico-economica di Marx in particolare, con l’avviso che «alle spalle di Mazzini vi era un altro grande economista, John Stuart Mill, il quale, di idee riformiste ed estimatore di Mazzini, ha contribuito ad “attenuare” le riflessioni svolte sul piano della giustizia sociale dall’Esule genovese , sino a renderle compatibili con un’organizzazione della comunità che, pur in presenza della conservazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, risultasse caratterizzata dall’assenza di rapporti di sfruttamento e da una distribuzione del prodotto sociale più equa».

Non ho qui da scrivere, nel lutto improvviso di ieri e d’oggi, di Gianfranco Sabattini, soltanto vorrei richiamare questi due lavori che per la mia famiglia ideale – quella del repubblicanesimo azionista e storico – costituiscono un contributo di prima grandezza a sostegno di un mazzinianesimo d’attualità, o di perenne attualità, mentre non soltanto l’Italia ma l’intero sistema dell’Unione Europea è alla ricerca di nuovi equilibri o nuovi obiettivi e, tanto più dopo la pandemia in corso, di nuove ripartenze insieme sociali ed economiche ma mosse da considerazioni che su una nuova o rinnovata sensibilità democratica debbono poggiare.

Il primo dei due saggi di Sabattini, quello offerto alla riflessione tanto più della politica nell’occasione del giubileo storico dell’Italia unita, è articolato in tre capitoli: “La formazione del pensiero e del progetto politico di Mazzini”, “Il socialismo di Mazzini” e “Il mazzinianesimo e la cultura politica italiana”. Amplissimo il repertorio bibliografico prodotto a fine testo: si tratta di ben 152 titoli di autori nazionali ed esteri. 

Presenta un analogo supporto bibliografico lo studio successivo, quello cioè del 2014, articolato in quattro capitoli: “Ruolo e funzione dello Stato secondo Mazzini, Marx e Bakunin”, “Il socialismo mazziniano”, “Ricostruzione sraffiana della teoria economica e socialismo mazziniano” e “Umanesimo socialista e implicazioni istituzionali”.

Si tratta veramente di due opere che meriterebbero entrambe di essere presenti nella biblioteca domestica di tutti quelli che alla politica, nonostante le delusioni sofferte per il degrado delle classi dirigenti dei partiti (e delle amministrazioni), guardano sempre come a un campo di impegno moralmente obbligato, quali ne siano le forme. E naturalmente mi auguro che la sezione “Salvatore Ghirra” dell’Associazione Mazziniana Italiana e l’associazione Cesare Pintus che tanto spesso hanno donato alla città eccellenti occasioni di incontro culturale e civico possano, nel nome di Gianfranco Sabattini, recuperare il progetto di portare questi specifici suoi due lavori alla conoscenza generale, possibilmente anche coinvolgendo le scuole, i professori di storia e filosofia ed economia…

Qui di seguito mi permetto riprendere, attingendo qua e là, alcuni passaggi dei due libri, omettendo per correntezza i rimandi alle fonti (presentissimi in ogni riga quasi del testo: ché l’autore ha voluto con questo anche avvertire il lettore di aver inteso recuperare dalla grande platea degli studiosi analisi e giudizio per poter egli stesso, dopo, …analizzare le analisi e giudicare i giudizi). 


La modernità del pensiero mazziniano

L’eredità ideale e politica del pensiero mazziniano è da lungo tempo oggetto di dibattito tra opposte fazioni politiche, specie in Italia, tra fascismo e repubblicanesimo storico. Ma, a ben considerare, l'avvio di questo dibattito è in realtà databile dagli anni precedenti il fascismo, quando la cultura ufficiale italiana post-risorgimentale, nel ricuperare la figura di Mazzini alla Storia patria, dopo la denigrazione e l'ostracismo del periodo pre-unitario e dei primi cinquant'anni post-unitari, comincia ad avviare un processo di mitizzazione della figura del rivoluzionario genovese, accettando ciò che faceva comodo del suo pensiero e rimuovendo o sottacendo ciò che di esso non era condiviso. Un fatto, questo, che comporterà la riduzione dell’" Apostolo a brandelli", con conseguente appropriazione simbolica di Mazzini sganciata dai contenuti politici del suo pensiero. In tal modo, la mitizzazione di Mazzini, suggerendo in momenti e con motivazioni differenti gli ideali a diverse parti politiche, renderà impossibile un'obiettiva valutazione del suo pensiero e del significato della sua azione. Così, il fascismo potrà strumentalizzare il mazzinianesimo e considerare Mazzini un precursore di Mussolini, anche per via dei numerosi repubblicani storici che, in occasione della prima guerra mondiale, si schiereranno, al pari di Mussolini, su posizioni interventiste.

Il fascismo, inoltre, rivendicherà una continuità con il pensiero mazziniano anche riguardo all'idea di patria, all'importanza dell'educazione del popolo come strumento per creare "l'uomo fascista" e alla possibile collaborazione sociale tra le classi produttive. In tal modo, il fascismo tenterà di farsi considerare come naturale compimento della rivoluzione nazionale iniziata con il Risorgimento, reclamando successi là dove il processo risorgimentale e il cinquantennio successivo erano falliti, ovvero rispetto al problema dell'integrazione delle "moltitudini" nello Stato nazionale.

Negli anni della guerra civile, la situazione si complicherà ulteriormente. In questi anni, il fascismo della Repubblica Sociale intensifica i suoi riferimenti a Mazzini. Alcuni sostenitori della Repubblica di Salò, nelle "ore gravi della Patria", ritorneranno ad "interrogar Mazzini" per trarre incitamento alla difesa dell’"Impero di Mussolini".

A tali propositi, si contrapporranno però gli antifascisti (in particolare, quelli militanti nelle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà e nel Partito d'Azione di Ferruccio Parri, Emilio Lussu e Leo Valiani), i quali, col loro pensiero e con la loro azione, si sforzeranno di agire nello spirito di Mazzini. Cioè, nella continuità ideale fra la lotta del pensatore genovese per la libertà degli uomini e dei popoli e quella di chi si opponeva allora a qualsiasi forma di dittatura e di dominio.

Tra i protagonisti del Risorgimento, il pensiero di Mazzini non entusiasmerà come invece entusiasmeranno l'attivismo di Garibaldi, le capacità negoziali di Cavour o la "baldanza guerriera" di Vittorio Emanuele II. Mazzini non sarà molto amato neppure dai diseredati, che pur sono stati costantemente al centro della sua attenzione. Sarà inoltre deriso e denigrato da molti socialisti nostrani e da molti uomini di chiesa. Ascetico, malinconico, amareggiato dalle molte sconfitte, qualità che gli varranno l'ironia ed il disprezzo del principe di Metternich, Mazzini vedrà il suo pensiero offuscato dallo stile dei suoi scritti, spesso appesantiti da un'eccessiva retorica patriottica e da un linguaggio ascetico […]. Durante tutta la sua vita, Mazzini è propugnatore e difensore, e a volte anticipatore, di molti principi oggi largamente condivisi ed attuali. […]. Meraviglia, da un punto di vista generale, che molte delle sue intuizioni più lungimiranti, pur essendo entrate a far parte delle costruzioni teoriche di alcuni dei maggiori scienziati sociali contemporanei, non abbiano trovato riconoscimento alcuno, come se, al pari di quanto capitato all'illustre Patriota, dovessero scontare una condizione di esilio perenne. Oggi, tuttavia, si incomincia a riconoscere che Mazzini è, almeno rispetto al periodo in cui è vissuto, una presenza importante nel campo del pensiero politico e sociale. […]. La mancata attenzione verso il pensiero di Mazzini può sollecitare oggi, a distanza di decenni, la necessità di porre rimedio alle scelte "opportunistiche" del passato e a tentare un ripensamento del contributo mazziniano per un proficuo rilancio dell'idea socialista.

La personalità di Mazzini

Sul piano ideale, Giuseppe Mazzini è forse il massimo protagonista della storia del Risorgimento, cioè del processo che condurrà l'Italia all'indipendenza ed all'unità nel 1861. Mazzini nasce nel 1805, quando gli ideali di indipendenza, di libertà e di unità sono solo agli albori e condivisi da pochi. Vedrà Roma divenire capitale dell'Italia unita nel 1870, concludendo, da sconfitto, il suo impegno politico per la realizzazione dell'indipendenza e dell'unificazione nella libertà del Paese e nel miglioramento delle condizioni dei gruppi sociali più deboli. Morirà pochi mesi dopo nel 1872, subendo la delusione del fatto che l'Italia si fosse unificata come monarchia e non come repubblica democratica; senza, cioè, il coinvolgimento di tutti i gruppi sociali e senza che i loro rapporti fossero in alcun modo cambiati nella prospettiva della realizzazione del suo socialismo umanitario. La coniugazione del suo patriottismo con gli ideali repubblicani e socialisti esporrà Mazzini, in Italia, all'isolamento ed all'ostracismo. Soprattutto da parte di quei gruppi sociali egemoni, i quali, più che guidare il processo risorgimentale per la realizzazione di una reale unificazione della nazione italiana, finivano spesso per subirlo per via di eventi esterni all'Italia, limitando il loro impegno a realizzare, nel peggiore dei casi, il sacrificio di importanti lembi dell'Italia pre-unitaria alle ambizioni e agli intrighi di Napoleone III; nel migliore, una unificazione territoriale-istituzionale degli Stati pre-unitari per il governo della conservazione dei rapporti esistenti tra i diversi gruppi sociali.

Il periodo di formazione della personalità di Mazzini, se si tolgono gli "anni della famiglia" (1805-1819), gli "anni dell'apprendistato" (1820-1831), il brevissimo periodo della Repubblica romana del 1849 ed i saltuari soggiorni in occasione dei suoi impegni cospirativi e organizzativi del movimento dei lavoratori, coincide con un'esistenza da esule. In Francia prima di tutto (1832-1833), poi in Svizzera (1834-1837) e, infine, in Inghilterra (1838-1849). La sua vita è cioè un continuo peregrinare tra Italia, Francia, Svizzera e soprattutto Inghilterra. 

Gli anni della famiglia sono quelli in cui la casa di Mazzini costituisce il suo universo, prima che le questioni politiche e sociali si impongano come gli interessi più importanti della sua vita. A spingerlo all'impegno politico è il passato repubblicano di suo padre Giacomo e la cultura giansenistica di sua madre, Maria Drago. Lo spirito religioso permea l'ambiente famigliare di Giuseppe e ne forgia un'educazione avversa ad ogni forma di autoritarismo e di ingiustizia. Giacomo, il padre, pur instillando nel figlio ideali politici progressisti e democratici, tiene le sue idee politiche sotto un fermo controllo, mentre il figlio lascia che esse, via via che le assorbe, vadano a caratterizzare profondamente la sua vita. Maria, la madre, è particolarmente severa sul piano educativo, ma non gli farà mai mancare l'affetto.

Nel 1819, a quattordici anni, Mazzini si iscrive al primo anno dell'Università di Genova. La varietà dei suoi interessi culturali non gli rende facile la scelta di una formazione specifica. Egli, tuttavia, pur nell'incertezza della scelta e nonostante i "guai patiti" con i reggenti dell'istituzione universitaria per la sua adesione ideale ai moti del 1821, riesce a laurearsi nel 1827 in leggi. L’adesione ai moti rivoluzionari conduce Mazzini ad uno snodo decisivo della sua vita. Lo racconta lo stesso Mazzini: la vista, in compagnia di sua madre, della fuga dal porto di Genova degli sconfitti di quei moti. Quel giorno, ricorda Mazzini, gli rimarrà vivo per tutta la vita, perché fa nascere in lui l'imperativo del dovere della lotta per l'indipendenza e l'unità nella libertà della patria. 

Gli anni immediatamente successivi alla laurea, Mazzini li trascorrerà, prima, dedicandosi all'avvocatura a favore dei diseredati e, successivamente, a studi letterari ed all'impegno in attività cospirative sino ad entrare nel 1827 nella Carboneria, dove in breve riuscirà ad affermarsi e ad essere scelto per incarichi concernenti l'arruolamento di nuovi aderenti in Liguria ed in Toscana. Per questa attività è arrestato nel 1830. L'anno successivo è prosciolto per mancanza di prove. Nel dubbio gli è però imposta la scelta tra espatrio e confino in un qualche remoto borgo del Regno di Sardegna. Mazzini opta per l'espatrio. Sceglie come luogo d'esilio la Francia, già da tempo rifugio di esiliati politici coi quali entrerà subito in contatto. La sua dedizione alla causa nazionale lo motiva a frequentare, oltre alle associazioni carbonare, anche altri ambienti radicali. Da tutte queste associazioni segrete e rivoluzionarie si allontanerà però progressivamente. […].


Nel luglio del 1831, fonda a Marsiglia la Giovine Italia come strumento di rinnovamento dell'attività cospirativa. I suoi membri, condividendo il pensiero di Mazzini, giurano di "infamar colla voce" e di "spegnere col braccio" i tiranni. Il rituale dell'associazione predica il ricorso alla violenza per abbattere ogni forma di tirannia. I membri della Giovine Italia, inoltre, predicano il credo mazziniano secondo cui la liberazione dell'Italia dallo straniero e la realizzazione dell'unità possono essere perseguite attraverso una rivoluzione politica, che, dopo l'abbattimento della monarchia, metta il potere nelle mani di quei gruppi sociali che accettano di coinvolgere il popolo nella lotta per la liberazione e l'unità dell'Italia, a fronte dell'impegno a realizzare un radicale cambiamento dei prevalenti rapporti sociali a vantaggio delle moltitudini più svantaggiate. Tutto ciò per realizzare l'uguaglianza nella libertà. Mazzini, quindi, già ai tempi della Giovine Italia, giunge alla conclusione che la libertà e l'eguaglianza sono obiettivi di pari valore. Pertanto, la loro realizzazione implica obblighi reciproci per tutti i componenti i gruppi sociali. La libertà e l'uguaglianza di tutti nell'unità, devono cioè, per Mazzini, essere sorrette dall'associazionismo, dal solidarismo, dal mutualismo e dalla fratellanza tra i componenti dei gruppi sociali. All'interno della Giovine Italia, Mazzini esprime così il "nocciolo duro" della sua idea socialista.

L'attività cospirativa di cui viene sospettato spingerà nel 1832 il governo francese ad emettere, contro Mazzini, l'ordine di abbandonare la Francia. Dopo alcuni mesi di latitanza, l'esule ligure si trasferirà in Svizzera. I pochi mesi trascorsi in Francia basteranno a lasciare però in Mazzini una impronta profonda. Che non solo gli consentirà di approfondire il suo pensiero riguardo alle modalità con cui indirizzare il suo impegno per la liberazione e l'unità dell'Italia, ma anche di ordinario sul piano teorico entro una dimensione internazionale. Il suo soggiorno a Marsiglia favorirà tutto ciò, anche in virtù del fatto che qui si concentrano emigrati ed esuli italiani, tedeschi, ungheresi e polacchi. In Francia, Mazzini osserva e studia le condizioni dei lavoratori all'interno delle nascenti imprese capitalistiche. Fatto, questo, che gli consente, da un lato, di legare le sue riflessioni sul movimento di liberazione nazionale alla lotta per la giustizia sociale; dall'altro, di correlare la realizzazione di questi obiettivi all'eliminazione della monarchia. I cambiamenti che intervengono, durante l'esilio francese, nel pensiero di Mazzini, si accompagnano anche a mutamenti di natura fisica ed esteriore. Diventa l'uomo con la barba, con il vestito di velluto nero, con il viso scarno e meditabondo familiare ai posteri. Il Mazzini maturo diventerà fonte di preoccupazione per quei governanti del suo tempo che avrebbero desiderato la sua soppressione fisica pur di impedirne la predicazione del pensiero. Il principe di Metternich, protagonista della storia dell'Europa della prima metà del XIX secolo, ad esempio, ravvisando in Mazzini il "Catilina moderno", osserverà che nessuno gli aveva dato tanti fastidi quanto gliene aveva dati Mazzini. Metternich considera l'esule italiano un brigante, magro, pallido, cencioso, anche se eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo e astuto come un ladro.

Non meno sprezzanti, sempre per i timori indotti dal suo pensiero e dalla sua azione, sono altri giudizi. Gioberti lo definisce "il più grande nemico dell'Italia'. I testi scolastici tedeschi di quell'epoca un anarkist". Il dizionario Larousse collega Mazzini al sostantivo-acronimo "Mafia", che, scritto per esteso, suona "Mazzini autorizza furti incendi assassini". "Civiltà Cattolica", rivista dell'Ordine dei Gesuiti, lo accusa d'essere un'incarnazione del demonio, di "apoteosi della prostituzione e dell'assassinio" e di volere l'"abolizione della famiglia, l'emancipazione della donna, il diritto di proprietà rinnegato". Malgrado tutto ciò, la bibliografia su Mazzini si accresce ogni anno in tutte le lingue. Sintomo questo di una indiscussa modernità e di capacità di attrazione del suo pensiero.

In Svizzera, Mazzini, pur continuando ad impegnarsi nell'attività cospirativa, peraltro spesso con esiti fallimentari, fonda nel 1834 la Giovine Europa, all'interno della quale continua ad approfondire gli aspetti del suo pensiero relativi ai rapporti tra i popoli. Come ogni individuo che, nella solidarietà degli altri componenti della comunità, ha doveri da compiere nei confronti della propria nazione, così ogni nazione, secondo Mazzini, ha il dovere di lottare per il conseguimento della propria liberazione, potendo godere della solidarietà e della fratellanza delle altre nazioni. La fratellanza delle nazioni, come la fratellanza degli individui all'interno di ogni nazione, rappresenta la modalità con cui Mazzini intende, da un lato, sottrarre l'attuazione del proprio progetto sociale all'egoismo individuale e, dall'altro, contrapporre il proprio socialismo umanitario al materialismo delle filosofie di derivazione francese. Mazzini impiega il termine socialismo, all'interno della Giovine Europa, per definire il solidarismo e il mutualismo. Non solo tra gli individui, ma anche tra le nazioni […]. Anche in Svizzera, l'attivismo cospirativo determinerà la sua espulsione in perpetuo. […] Mazzini si trasferirà a Parigi, dove però sarà arrestato e successivamente rilasciato a patto di un subitaneo abbandono del Paese. Nel 1837 si trasferisce in Inghilterra, il Paese che Mazzini più tardi definirà, provocatoriamente, come la sua vera patria.

Qui, Mazzini trascorrerà, salvo brevi interruzioni, dovute sempre alla sua attività cospirativa ed organizzativa del movimento dei lavoratori, il resto della sua vita. È in Inghilterra che, dopo un periodo di difficile ambientazione, riesce ad intessere relazioni con ambienti intellettuali e progressisti. Importanti, al riguardo, sono le frequentazioni, non prive a volte di contrasti sul piano delle idee, di Thomas Carlyle e di John Stuart Mill. Quest'ultimo, in particolare, che definirà Mazzini il più eminente cospiratore e rivoluzionario in Europa, oltre a fornirgli stimoli importanti per la sistemazione teorica del suo pensiero, gli garantisce una fonte di reddito chiamandolo a collaborare alle sue iniziative editoriali intorno ai maggiori problemi sociali dell'epoca. […] Nell'ambiente culturale inglese, Mazzini, ha modo nel periodo 1846-1847 di approfondire il tema della democrazia, pervenendo alla pubblicazione di uno dei suoi scritti più importanti: Pensieri sulla democrazia in Europa. In questo scritto, Mazzini, pur non disponendo di un'adeguata preparazione economica, critica le nuove idee comuniste che andavano diffondendosi in Europa alla vigilia dell'esplosione rivoluzionaria del 1848 e della pubblicazione, sempre nel 1848, del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels. L'esperienza vissuta in occasione dei moti rivoluzionari del 1848 suggerisce a Mazzini la necessità di tener conto delle trasformazioni sociali che la rivoluzione industriale stava determinando all'interno dei Paesi europei più avanzati sul piano della crescita e dello sviluppo. Per questo motivo, pur coinvolto negli eventi che accadono in Italia, incomincia a dedicare una crescente attenzione di respiro internazionale ai problemi del mondo del lavoro. […].

È l'impegno verso il mondo del lavoro che porterà Mazzini ad essere un protagonista della costituzione, nel 1864, dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori. Questa, ad un passo dall'avere un esplicito orientamento mazziniano, finirà per essere egemonizzata da Marx e dai suoi seguaci che riusciranno ad assegnare alla "Prima Internazionale" finalità che, pur condivise da Mazzini, devono però essere perseguite con metodi totalmente divergenti da quelli che invece propone Mazzini col suo socialismo umanitario.

Mazzini, sul piano politico, è sicuramente sconfitto nel processo di liberazione e di unificazione della nazione italiana. Ma è anche sconfitto, a livello internazionale, nel suo intento di fare accogliere un modello di organizzazione socialista della società fondato sull'associazionismo, sul solidarismo e sul mutualismo nei rapporti tra i gruppi sociali e tra le diverse nazioni. Nessuno dei suoi obiettivi politici è coronato da successo. È questo il motivo per cui è poco celebrato in patria e quasi totalmente ignorato nella letteratura internazionale sul socialismo. Tuttavia […] L'attenzione riservata alla sua proposta di organizzazione istituzionale e sociale di una comunità può consentire di evidenziarne l'importanza che le generazioni del passato non hanno colto e che quelle attuali stentano ancora a cogliere. Oggi, infatti, nella crisi delle ideologie dei grandi sistemi, fuori dai problemi che hanno gravato sulle possibilità di azione di Mazzini (conseguimento dell'indipendenza e dell'unità dell'Italia e instaurazione della struttura istituzionale repubblicana) è possibile individuare, partendo dall'idea socialista del genovese, un sistema di regole politiche in grado di aderire alle esigenze di quelle comunità nazionali che vogliano crescere e svilupparsi nella libertà e nel pluralismo, con la rimozione ab imis della povertà in tutte le sue forme.

L'elaborazione del pensiero politico-sociale di Giuseppe Mazzini non avviene una volta per tutte in un periodo ben individuato nell'arco della sua vita. Ma matura nel tempo, attraverso un continuo adattamento alla concreta esperienza storica, lungo direttrici evolutive rimaste però sempre intrinsecamente coerenti. Per questo motivo, ai fini della comprensione del significato del pensiero mazziniano complessivo, risulta più conveniente cogliere i singoli aspetti della sua formazione piuttosto che cercare di intenderlo all'interno di una sua presunta struttura originaria. Un elemento, tuttavia, svolge il ruolo di variabile strategica indipendente, rispetto alla quale tutti gli altri elementi sono giustificati. Tale variabile è la questione della rivoluzione nazionale, ovvero della via attraverso la quale realizzare uno Stato nazionale unitario affrancato dal dominio straniero.

Il sistema del pensiero mazziniano non è formulato in astratto. Mazzini si preoccuperà sempre che il suo pensiero non fosse giustificato solo sulla base della propria forza, senza attenzione per i risultati pratici. Penserà che sia utile, per chiunque leggesse i suo scritti, percepire come unico loro fine il "fare servire il pensiero all'azione". L'unico fine che ispirerà il pensiero e l'azione di Mazzini sarà la nazione italiana; ovvero, l'Italia libera ed unita. Il sistema, per quanto completo ed autosufficiente, non è quindi un sistema chiuso in sé, incurante dei risultati pratici possibili e orientato solo al problema della conoscenza. Le intenzioni dalle quali trae origine non sono cioè un'esigenza eminentemente teorica, ma esprimono una volontà di natura pragmatica e politica.

Mazzini, nel formulare il suo pensiero, non prende le mosse da ipotesi teoriche intorno ad una determinata realtà politica per arrivare ad inquadrarla senza residui, in tutte le sue possibili articolazioni, all'interno di un sistema teorico unilineare. Egli, al contrario, muove dalla realtà politica che più immediatamente lo interessa e intorno ad essa costruisce, per successivi apporti, il suo sistema di pensiero dal quale poter derivare un efficace modello di azione. Così, pone al centro della sua costruzione il problema politico del Risorgimento italiano ed intorno ad esso enuclea una serie, sempre più vasta e sempre più ricca, di osservazioni di ogni provenienza, finché riesce a pervenire al risultato finale, il quale peraltro rimarrà sempre aperto a successive integrazioni e aggiustamenti. In questo risultato finale, l'osservazione generatrice di partenza, il problema del Risorgimento italiano, pur potendo apparire ridotta ad un ruolo secondario, costituisce in realtà il nucleo centrale che assicura senso e completezza al tutto; in altre parole, costituisce il centro di gravità verso cui tendono unitariamente tutte le singole parti… 

L'umanitarismo di Mazzini

Mazzini, secondo una diffusa corrente di pensiero avrebbe formulato il richiamo all'impegno per la costruzione dell'unità nazionale in base ad un'impostazione di tipo religioso. Il suo riferimento alla religione risulta, però del tutto particolare. Il suo senso religioso è di natura mistica. Com'è stato autorevolmente osservato, chiunque viva non per sé stesso, come accadeva a Mazzini, ma per gli altri, è un mistico anche se ateo. Il misticismo di Mazzini non è però riducibile all'ideologia del cristianesimo come molti, invece, avrebbero voluto.

All'inizio del suo impegno rivoluzionario, Mazzini non disdegna la clandestinità. Tanto che aderisce alla Carboneria. Questa, però, per Mazzini, evidenzia subito due grandi difetti. Uno è la mancanza di un'organizzazione centrale, capace di collegare fra loro le diverse iniziative locali secondo criteri unitari e organici. L'altro è il carattere "non visibile", catacombale e verticistico dell'associazione, così che i suoi membri spesso ignoravano talora l'identità dei loro capi. In luogo dell'attivismo segreto, Mazzini preferirà l'impegno pubblico che potrà esercitare attraverso l'attività giornalistica. Malgrado il diffuso analfabetismo tra gli italiani, sono molti i giornali d'ispirazione mazziniana, quali "Il Tribuno", "L'Italia Libera", "Il Povero", "Il Dovere", "L'Unità Italiana", "Il Giornale degli Operai", "Italia e Popolo" ed altri ancora. I giornali direttamente fondati o promossi da lui saranno complessivamente ventitre, mentre tredici saranno i programmi editoriali scritti di suo pugno. Egli ha ricoperto nell'attività giornalistica tutti i ruoli: direttore, caporedattore, cronista, corrispondente ed anche impaginatore, proto e spedizioniere di ogni tipo di stampa. Periodica, mensile, settimanale e quotidiana. Tutti i giornali, che hanno avuto in Genova la loro principale sede editoriale, ma che erano diffusi anche a Milano, Roma, Napoli, Parigi e Londra, hanno avuto vita stentata. Sia per le ristrettezze economiche dei loro editori, che per le persecuzioni poliziesche delle quali sono sempre stati oggetto.

L'origine degli associati faceva della Carboneria, per Mazzini, un'organizzazione cospirativa troppo chiusa ed elitaria per potersi dare l'obiettivo di formulare e realizzare vasti programmi a carattere popolare. L'assenza delle classi popolari si rivelerà una delle cause principali degli insuccessi dell'azione cospirativa dell'associazione. Infine, essendo la stragrande maggioranza del popolo analfabeta e non potendo perciò accedere, nella sua forma scritta, al pensiero politico-sociale degli affiliati occorreva uscire dalla clandestinità per trasmetterne i contenuti attraverso l'azione destabilizzatrice dell'ordine costituito.

Per realizzare l'indipendenza della nazione italiana, Mazzini ha coinvolto molti giovani patrioti in azioni eversive della stabilità politica dei vecchi Stati pre-unitari. Queste azioni gli sono valse l'accusa di terrorista da parte di chi tendeva a dichiarare tale chiunque si fosse opposto con la violenza all'oppressione e alla tirannide. Mazzini si è sempre dichiarato assolutamente rispettoso della vita umana, affermando la propria contrarietà al suo mancato rispetto. Ma il principio umanitario del rispetto della vita non poteva valere per la difesa della patria o nella lotta contro la tirannide… 

Il repubblicanesimo e il potenziamento delle libertà liberali

Il rilievo assegnato da Mazzini alla comunità organizzata all'interno di una struttura istituzionale repubblicana nella salvaguardia dei valori e degli interessi individuali arricchiva e potenziava la "libertà in negativo" e la "libertà in positivo" proprie della tradizione del liberalismo. Ciò in quanto, nella tradizione del repubblicanesimo mazziniano, sia l'una che l'altra perdevano gran parte del loro significato se considerate autonomamente. La sola "libertà in negativo" avrebbe messo il singolo soggetto in contrapposizione alla comunità. Mentre la sola "libertà in positivo" lo avrebbe estraniato dalla sua comunità. L'una e l'altra, perciò, erano complementari e solo la loro considerazione congiunta poteva consentire il superamento della tradizionale contrapposizione tra soggetti e comunità, propria del liberalismo. Così come era privo di significato parlare di "libertà da" disgiuntamente dalla "libertà di" con cui ogni soggetto poteva acquisire nuovi valori e soddisfare nuovi interessi, era ugualmente privo di significato parlare di "libertà di" disgiuntamente dalla "libertà da" con cui il cittadino era sgravato da ogni possibile ostacolo sulla via dell'acquisizione dei nuovi valori e della soddisfazione dei nuovi interessi.

Il repubblicanesimo di Mazzini implicava anche che, sia la "libertà in negativo", sia la "libertà in positivo" fossero godute dai soggetti in assenza di situazioni di dipendenza esterna. In altre parole, occorreva che la fruizione delle due forme di libertà fosse anche garantita agli individui da una totale indipendenza politica della loro comunità nazionale dall'influenza di qualsiasi forma di condizionamento esterno.

Le conseguenze che potevano derivare, tanto ai singoli soggetti, quanto alle singole comunità nazionali dalla fruizione condizionata della "libertà da" e della "libertà di" erano di natura psicologica; e sin tanto che non vi era un pieno godimento delle libertà da parte di ogni membro di una data comunità nazionale, tali libertà avrebbero continuato a conservarsi atrofizzate, costringendo il popolo alla rassegnazione. Da tutto ciò, Mazzini traeva l'imperativo dell'insurrezione popolare, volta ad acquisire l'indipendenza italiana dallo straniero.

Strettamente legata al repubblicanesimo mazziniano era la democrazia rappresentativa. La democrazia per Mazzini era un'esigenza irrinunciabile, anche se le modalità del suo funzionamento erano destinate, in prospettiva, ad essere superate dal "governo sociale". La democrazia, nella transizione, doveva portare tutti i soggetti della comunità verso una vita meno gravida di ingiustizie e di diseguaglianze. È vero che all'epoca di Mazzini erano in molti ad associare alla democrazia il "fantasma" del 1789. La parola democrazia, come pure quello di repubblica, era per tanti sinonimo di disordine sociale e di violenza. Ma non era certo un regime rivoluzionario che Mazzini evocava allorché parlava di democrazia e di repubblica. Democrazia e repubblica, infatti, non implicavano per lui atti violenti, ma delle tendenze in atto tra le forme organizzative e di governo delle comunità aperte al progresso. Democrazia e repubblica rappresentavano un moto di ascesa delle classi popolari desiderose di prender parte alla vita politica, fino ad allora riservata a pochi gruppi sociali privilegiati. Il principio di sovranità democratica risiedeva per Mazzini nella comunità. Pertanto, nessun corpo sociale o individuo poteva esercitare un'autorità che non fosse emanata espressamente da essa. Legittima era, quindi, per Mazzini, qualsiasi forma di autorità basata sulla volontà dei popolo.

La laicità

Nei pensiero mazziniano, la laicità in senso politico e sociale implica rivendicazione, da parte di ogni singolo soggetto e da parte di ogni singola comunità, dell'autonomia riflessiva e decisionale rispetto ad ogni forma di condizionamento esterno. Anche dalla natura della religiosità del suo pensiero discende l'impossibilità di "incasellarlo" nella corrente del liberalismo e dell'individualismo.

Nel liberalismo, l'influenza di qualsiasi credo religioso è da sempre considerata esterna ai soggetti e percepita come interferenza nella sfera delle libertà individuali. Per contro, nella concezione repubblicana mazziniana della nazione, intesa come associazione organica di tutti i suoi membri, il riformismo politico è assunto come elemento fondante della libertà di tutti. È nota l’"ostilità" di Mazzini verso le ideologie utilitaristiche e materialistiche. Secondo il pensatore genovese, tali ideologie, esaltando il valore della felicità individuale, finiscono per trascurare i doveri dell'uomo. La libertà individuale rappresenta certamente una conquista fondamentale per l'intera umanità. Tuttavia, porre l'accento esclusivamente sulla libertà individuale significa, per Mazzini, aprire la strada alla prepotenza dei più forti; mentre trascurare la libertà di tutti dai condizionamenti ideologici esterni significa compromettere o limitare la stessa libertà individuale.

Per Mazzini, la laicità non è una dimensione culturale propria di chi è privo di qualsiasi dovere mistico verso sé stesso o verso la propria comunità. È, invece, una dimensione culturale di chi ritiene di poter garantire incondizionatamente la propria e l'altrui libertà di riflessione, di scelta e di azione senza sottomettere la propria libertà all'autorità di un qualche credo ideologico esterno.

In conseguenza dell'affermazione della sovranità popolare, la Chiesa, perdendo ogni potere di intermediazione tra "Dio e il Trono", deve essere separata dallo Stato. Pur senza compiersi dovunque nello stesso tempo e nello stesso grado, il distacco deve avere come logico effetto quello di lasciare che la Chiesa provveda con i suoi mezzi ad assicurare la propria azione, il compimento della sua missione, la difesa dei suoi diritti e della sua libertà…

L'idea di progresso

Il pensiero mazziniano è dominato dall'idea di progresso senza che ciò implichi il rifiuto della tradizione. Il progresso stesso è per Mazzini la tradizione ininterrotta del genere umano. Al contempo, la tradizione non è che una manifestazione pro-tempore del suo progresso continuo. La tradizione per Mazzini è dunque strumentale alla trasformazione dei rapporti sociali ed al mutamento delle istituzioni, non alla loro conservazione. In questa prospettiva, la storia è progressivo compimento dell'azione degli uomini, i quali possono individuare gli obiettivi del proprio impegno ricorrendo alla tradizione che, a sua volta, riflette il parziale conseguimento di quegli stessi obiettivi. La consapevolezza degli uomini e la tradizione sono cioè per Mazzini i criteri che guidano l'azione umana se usati in modo coordinato. La consapevolezza individuale isolata dalla tradizione porterebbe all'anarchia, mentre la tradizione isolata dalla consapevolezza individuale condurrebbe all'immobilismo.

Inoltre, per Mazzini, l'epoca post-rivoluzionaria inaugura l'età dei "doveri dell'uomo", allo stesso modo in cui l'epoca rivoluzionaria della fine del XVIII secolo era valsa ad affermare i principi della forma istituzionale repubblicana dello Stato, la sua laicità e l'idea di progresso (tutti compendiati nei "diritti dell'uomo"). In altri termini, l'epoca post-rivoluzionaria inaugura l'affermazione di un sistema di obblighi implicante per tutti il dovere di progredire ulteriormente, allargando le aspirazioni individuali sino ad identificarle con quelle dell'intera comunità d'appartenenza e dell'intera umanità. Gli uomini, dopo aver conquistato la loro libertà, devono quindi lottare per il progresso della loro comunità e dell'umanità.

Mazzini sostiene anche la necessità che la sapienza, ovvero la conoscenza tecnico-scientifica, sia sempre apportata dai sublimi presentimenti, ovvero dalla sensibilità acquisita con la conoscenza delle discipline umanistiche. I sublimi presentimenti sono il fondamento della creatività individuale e dell'armonia sociale. In quest'ottica, l'arricchimento umanistico è la fonte inesauribile della spinta di ogni singolo soggetto ad agire per sé stesso e per il popolo. La sensibilità di Mazzini per la cultura umanistica costituisce un importante aspetto di un misticismo che spinge i soggetti al dovere di agire, oltre che per il bene della comunità di appartenenza, anche per il bene dell'umanità. Per questo motivo, Mazzini sostiene la necessità che i contenuti della cultura umanistica, legati agli aspetti concreti della vita dei singoli soggetti all'interno della loro comunità, abbiano sempre un impatto positivo sul modo individuale di agire.

In altri termini, per valutare in tutte le sue implicazioni gli esiti sociali dello sviluppo, non è sufficiente, secondo Mazzini, disporre soltanto della conoscenza delle leggi che governano i fatti naturali. I soggetti che vivono all'interno delle singole comunità nazionali necessitano anche dell'empatia, ovvero della sensibilità che permetta loro di pensarsi nelle veci degli altri, per comprenderne le emozioni ed i desideri. Senza un'educazione dei singoli a vedere essi stessi riflessi nello stato esistenziale degli altri, la democrazia repubblicana, intesa come partecipazione generalizzata di tutti al governo del bene comune, sarebbe destinata ad entrare in una crisi irreversibile.

Il comunitarismo

In opposizione all'individualismo liberale, Mazzini è un sostenitore avanti lettera del comunitarismo moderno. Questa prospettiva del vivere insieme implica, com'è noto, uno spostamento dell'attenzione dal singolo individuo alla comunità, ma nel rispetto delle specificità individuali. Il comunitarismo mazziniano anticipa proprio questi assunti, senza mettere in discussione il paradigma del progresso. Nel senso che è il progresso, con la creazione di reti di protezione, ad assicurare dignità a tutti i componenti di ogni comunità e rispetto delle specifiche esperienze a tutte le comunità.

Le reti di protezione costituiscono il presidio della dignità individuale e comunitaria. Il rischio che le reti di protezione possano favorire l'emersione di forme di organizzazione sociale assai restrittive è rimosso con la comune condivisione di un dato sistema di valori storico-culturali. Questa rimozione avviene, non sulla base dell'appartenenza ad una determinata razza o della disponibilità di particolari condizioni materiali di vita, ma sulla base del riferimento ad una comune esperienza storico-culturale. Ciò è sufficiente perché la conservazione dell'identità di ogni singolo soggetto e di ogni singola comunità non sia solo l'esito di un'autonomia identitaria dichiarata in contrapposizione esclusiva ad ogni altra.

Il comunitarismo mazziniano critica, ad un tempo, sia la teoria della libertà del liberalismo, che l'ideologia comunista dell'emancipazione dei componenti della comunità da ogni forma di condizionamento. Da un lato, Mazzini critica il liberalismo perché implica l'esercizio del controllo sociale da parte di oligarchie che lentamente svuotano la democrazia ed il rispetto della dignità individuale. Dall'altro lato, critica l'ideologia comunista perché giudicata inidonea a determinare l'emancipazione dei singoli soggetti senza annullare di fatto la democrazia.

La visione liberale della comunità ridurrebbe il sistema delle relazioni comunitarie a mero strumento funzionale al perseguimento di scopi privati. La visione comunista della comunità, invece, ridurrebbe lo stesso sistema delle relazioni comunitarie al perseguimento di scopi collettivi, anche al prezzo del mancato rispetto della dignità dei componenti la comunità. In conseguenza di ciò, il liberalismo e il comunismo condurrebbero i singoli soggetti e le singole comunità verso una perdita di valore. Quando, come sostiene Mazzini, una comunità assume come paradigma fondamentale della sua organizzazione la salvaguardia della specificità dei suoi singoli componenti e la salvaguardia della sua propria specificità da qualsiasi forma di condizionamento, non può non assumere contemporaneamente che i singoli soggetti che la compongono siano portatori di doveri comunitari. Per Mazzini, la conciliazione del binomio libertà-comunità costituisce il baluardo centrale posto a presidio della democrazia repubblicana.

Mazzini non cede mai alla tentazione di mettere insieme alcuni elementi del liberalismo e del comunismo per elaborare una "terza via" organizzativa della comunità. Il suo comunitarsimo, sorretto dal repubblicanesimo democratico, si pone al di là del liberalismo e del comunismo a livello di elaborazione teorica, ma anche a livello di realizzazione dell'organizzazione delle singole comunità nazionali e del governo dei rapporti tra esse. Mazzini, in altre parole, propone una nuova visione dei rapporti sociali, orientati ad unire a livello prepolitico i soggetti alla comunità di appartenenza con un vincolo che, oltre a corrispondere ad un impegno morale, corrisponde ad uno specifico dovere politico.

Il comunitarismo di Mazzini esprime l'esigenza di una identificazione dei soggetti con la comunità di appartenenza; in altri termini, rappresenta un antidoto all'anomia di un internazionalismo eversivo delle specificità nazionali. Esso non mette in discussione il paradigma del progresso e della modernità delle singole comunità; semmai afferma la necessità di garantire dignità a tutte le appartenenze nazionali per generare reticoli di rotezione delle singole specifiche esperienze storico-colturali. L’istanza comunitaria riveste, per tutte le nazionalità che ai tempi di Mazzini sono ancora dominate da potenze straniere, lo stesso significato attribuito oggi al neocomunitarismo da Amitai Etzioni (1995). Come per quest'ultimo soprattutto nei confronti degli Stati sorti dopo il processo di decolonizzazione del secolo scorso, il comunitarismo mazziniano rappresenta per le nazionalità non ancora indipendenti una delle condizioni necessarie a sostenere il loro impegno per la conquista e la salvaguardia dell'indipendenza politica e della loro specifica soggettività nazionale. In questo modo, l'identità comunitaria dei singoli popoli cessa di apparire come puro esercizio di coscienza. L’opposizione alle forze esterne eversive dell'indipendenza politica attiva, nell'ottica mazziniana, un'azione collettiva a tutela di ogni forma di autonomia.

La compartecipazione del capitale e del lavoro nella gestione dell'attività produttiva

Dalla compartecipazione del capitale e del lavoro nell'organizzazione e nel governo dell'attività produttiva Mazzini deriva la soluzione della giustizia sociale fuori da ogni logica conflittuale. La giustizia sociale diventa conseguenza del progresso inteso come impegno dei soggetti a migliorare sé stessi, la loro comunità e l'intera umanità, non solo in termini di crescita materiale, ma anche in termini di sviluppo culturale.

È così che Mazzini giustifica l'affermazione secondo cui, per coinvolgere il popolo, non basta predicare il miglioramento delle condizioni materiali; occorre anche un miglioramento culturale, nel senso che ogni progresso materiale è conseguenza diretta di un accrescimento culturale, in grado di assicurare al coinvolgimento delle moltitudini un carattere di concordia generale. Se l'impegno per l'indipendenza e l'unità della nazione è caratterizzato da contrasti tra gruppi diversi, in particolare tra i ceti medi ed i ceti più diseredati, la rivoluzione nazionale perderebbe, secondo Mazzini, molta della sua efficacia, o al limite non ne avrebbe avuta alcuna.

Da queste premesse, Mazzini deriva la sua concezione di popolo, inteso come associazione di tutti i soggetti che compongono unitariamente su basi comunitarie la nazione. La nazione è necessaria per realizzare l'uguaglianza sociale all'interno della società capitalistica, depotenziata però delle contrapposizioni tra i diversi gruppi di produttori attraverso la cooperazione di ispirazione socialista del capitale con il lavoro.

Data la natura di questi presupposti, è inevitabile che Mazzini si opponga alla visione materialistica della storia di Marx ed alla sua idea della lotta di classe. La visone materialistica della storia è, a giudizio di Mazzini, negatrice dei tre elementi fondamentali del suo pensiero politico-sociale: dovere mistico, patria e proprietà. Senza dovere mistico, i soggetti e l'umanità andrebbero verso l'anarchia e non verso il progresso. Senza la patria sarebbero privati del necessario "punto di appoggio" per governare il progresso e lo sviluppo; mancherebbero cioè di un progetto complessivo al quale ricondurre gli esiti della loro azione. Senza la proprietà, i soggetti e l'umanità tenderebbero solo alla loro sopravvivenza e non sarebbero interessati al miglioramento delle loro condizioni esistenziali, materiali e culturali. Mazzini rinviene la "malformazione" delle società capitalistiche nel fatto che la proprietà è privilegio di pochi; mentre il progresso e lo sviluppo dei soggetti e dell'umanità richiedono che la proprietà sia resa accessibile a un numero crescente di individui attraverso il lavoro.

Questi tre elementi rivestono un ruolo portante dell'idea di rivoluzione nazionale di Mazzini, la quale deve realizzarsi attraverso l'azione congiunta dei ceti medi e dei gruppi più diseredati, indispensabili gli uni agli altri per il successo del moto risorgimentale. I gruppi più diseredati non sarebbero in grado di portare avanti da soli la rivoluzione nazionale: misure troppo radicali nella riforma dei prevalenti rapporti sociali potrebbero allontanare i ceti medi, il cui coinvolgimento è invece necessario per il successo nella lotta per l'indipendenza nazionale.

In questa prospettiva, Mazzini precisa il suo pensiero sui rapporti tra i lavoratori e la rivoluzione nazionale. Nell'Italia suddivisa in tanti Stati pre-unitari, i lavoratori sono privi dei beni capitali di qualsiasi natura. Pertanto, nei loro rapporti di lavoro con i gruppi sociali detentori dei capitali non si pongono come liberi contraenti, in quanto costretti a scegliere tra la povertà che li affligge e un salario insufficiente ed insicuro.

I lavoratori sono, perciò, condannati all'ineguaglianza perpetua. La causa di tutto ciò è, per Mazzini, la situazione politica esistente, ovvero la mancanza di indipendenza e di unità della nazione. Per porre rimedio a questa situazione occorre che la rivoluzione nazionale sia politica e sociale ad un tempo.

Un semplice mutamento di natura politica soddisfarebbe gli interessi dei gruppi sociali detentori dei capitali, non quelli dei lavoratori. Mentre un semplice mutamento di natura sociale farebbe correre il rischio per i lavoratori di non poter fruire di un'efficace guida politica della rivoluzione nazionale. Il riconoscimento, perciò, che la nazione italiana è "spaccata" in gruppi sociali distinti e contrapposti esclude la necessità della lotta di classe; in sua vece, Mazzini propone una cooperazione nella concordia dei gruppi sociali più interessati al successo della rivoluzione nazionale.

La questione sociale viene quindi ricondotta da Mazzini ad una questione di cooperazione nell'organizzazione e nella gestione delle attività produttive dei diversi gruppi sociali, che la "viziosa" costituzione della società su basi individualistiche e capitalistiche rende e conserva antagonisti. All'interno di questa impostazione cooperativistica e solidaristica che rifugge qualsiasi misura eversiva dei rapporti sociali esistenti, la compartecipazione del capitale e del lavoro nell'organizzazione e nel governo della produzione e della distribuzione del prodotto sociale diventa l'elemento per precisare meglio il programma economico-sociale che Mazzini propone a tutte le popolazioni dell'Italia preunitaria. In questo programma, l'idea di associazione è Io strumento con cui rimuovere quei vizi dell'organizzazione capitalistica delle comunità che impediscono di corrispondere al lavoro una rimunerazione proporzionale all'attività svolta e, quindi, al contributo di ognuno alla formazione del prodotto sociale.

L'internazionalismo

L’associazionismo di Mazzini va ben al di là dei confini nazionali, assumendo anche un significato internazionale. L’organizzazione su basi cooperative della produzione deve, per Mazzini, universalizzarsi per pervenire ad un'associazione di tutti i popoli. Questi, infatti, eliminate le contrapposizioni al loro interno tra i diversi gruppi sociali, si trasformerebbero nelle cellule di una nuova comunità mondiale fatta unicamente di produttori. In questa comunità allargata, la compartecipazione renderebbe possibile il superamento del salario come categoria rimunerativa del lavoro svolto.

L’approccio mazziniano alla rivoluzione dei popoli ancora privi della loro indipendenza nazionale non prefigura una via nazionalistica all'indipendenza, ma una via internazionalistica, nella quale la cooperazione tra tutti produttori, eliminando ogni differenza tra capitale e lavoro, realizzerebbe, all'interno dei singoli Stati, ma anche tra tutti gli Stati, relazioni di pace e di reciproca accettazione e assistenza. Solo così potrebbe emergere una generalizzata propensione alla solidarietà tra tutti i popoli capace di coniugare la fratellanza internazionale con la salvaguardia delle specificità storico-culturali delle singole nazionalità.

Senza la patria libera e unita, argomenta Mazzini, nessun popolo può autorealizzarsi. Solo con l'acquisizione dell'indipendenza e dell'unità è possibile perseguire l'obiettivo della fratellanza tra i popoli al quale aspira l'associazionismo. Mazzini non punta a perseguire questo obiettivo sopranazionale attraverso una contrappostone tra nazionalismi esclusivi, ma attraverso l'emulazione tra popoli liberi e uniti dalla volontà di costruire una nuova dimensione della libertà per l'intera umanità.

Il processo di costruzione della comunità sopranazionale, secondo Mazzini, deve svolgersi prima di tutto attraverso il ricupero dell'indipendenza delle nazioni oppresse, come quelle facenti parte dell'Impero asburgico, e poi attraverso la loro unificazione ove ancora, come nel caso dell'Italia, non è ancora raggiunta. Per formare la coscienza rivoluzionaria necessaria al perseguimento di questo programma politico Mazzini, come si è detto, fonda, prima, la Giovine Italia e, successivamente, la Giovine Europa, entrambe associazioni rivoluzionarie il cui scopo specifico è quello di realizzare nei singoli Stati una coscienza rivoluzionaria.

È vero che in questo processo Mazzini assegna all'Italia la "missione" di aprire la via al processo evolutivo dell'umanità; tuttavia, egli ipotizza che l'iniziativa italiana possa svolgersi sulla base della fraternità tra i popoli e non sulla base di un rapporto egemonico dell'Italia sugli altri popoli. La rivendicazione di questa missione all'Italia risponde all'esigenza politica di dare a tutti i popoli oppressi un paradigma di riferimento per l'organizzazione della lotta contro la reazione politica dell'Impero Asburgico e contro la reazione ideologica della Chiesa Cattolica. Raggiunto l'obiettivo primario dell'unità democratica e repubblicana, l'Italia deve quindi dare il via al processo di internazionalizzazione della propria esperienza, così da creare una nuova umanità.

L'internazionalismo che Mazzini propugna non contraddice le sue riflessioni sul comunitarismo. Quest'ultimo non implica la chiusura di ogni singola comunità all'interno della propria autonomia identitaria, separata da una responsabile partecipazione alla soluzione dei problemi delle altre comunità e, nel contempo, impedita nella partecipazione a fruire delle opportunità derivanti da una sua crescente cooperazione con il resto dell'umanità. L'internazionalismo mazziniano contrappone all'isolamento alternative fondate sul ricupero del valore dell'uguaglianza dei popoli, senza rinunciare a quello del valore di ogni singolo popolo. Nella certezza che il rispetto dell'uguaglianza dei popoli, delle loro identità e del loro specifico valore sarebbe veicolo per il consolidamento e la stabilizzazione di una regolazione democratica dei loro reciproci rapporti. La prospettiva più adeguata al raggiungimento di questo obiettivo è, per Mazzini, la mondializzazione di regole politiche ed economiche omogenee che tutti gli Stati autonomi ed indipendenti dovrebbero adottare. […].

L'originalità del pensiero mazziniano per la cultura politica dell'Italia di oggi

La rivoluzione nazionale, secondo Mazzini, necessita del coinvolgimento del popolo, cioè del gruppo sociale più numeroso e più povero. Il problema fondamentale è l'individuazione dei mezzi più adatti per rimuovere le moltitudini dal disimpegno al quale sono costrette dalle loro carenti condizioni materiali e culturali. Le moltitudini, argomenta Mazzini, non partecipano alle sollevazioni perché considerano estranee le finalità che con quelle si intendono perseguire e perché avvertono che sono orientate a soddisfare prevalentemente gli interessi dei gruppi sociali medi piuttosto che quelli dei gruppi sociali poveri.

Per coinvolgere nella rivoluzione nazionale i gruppi sociali poveri, è perciò necessario rendere le finalità delle sollevazioni nazionali comprensibili al popolo ed esplicitare i vantaggi che il popolo stesso potrebbe trarre dal nuovo ordine politico dopo la conquista dell'indipendenza e dell'unità della nazione. Il popolo, frustrato da secoli di dominio straniero e di disunità, non può essere coinvolto nel processo rivoluzionario in nome di una libertà che esso non ha mai conosciuto. Chi deve guidare la rivoluzione nazionale deve affrontare preventivamente la questione sociale e prospettare il possibile miglioramento della situazione esistenziale del popolo. 

Per inquadrare la questione sociale nel complesso sistema del pensiero mazziniano occorre dunque tenere presente che tale questione è subordinata all'emancipazione politica della nazione. A tal fine, tutti gli aspetti del pensiero di Mazzini appaiono coerenti tra loro e reciprocamente giustificabili, sebbene la considerazione della natura strumentale della rivoluzione nazionale rispetto a tutti gli altri obiettivi (repubblicanesimo-democratico, laicità, crescita materiale e culturale, compartecipazione del capitale e del lavoro alla organizzazione ed alla gestione delle attività produttive e internazionalismo) valga ad inserire nella "struttura completa" del pensiero un'autosufficienza connotata da una contraddizione di fondo. Tale contraddizione è dovuta alla circolarità della proposta complessiva di Mazzini e al fatto che essa deriva da un sistema di pensiero che costituisce un "tutto" organico. Pertanto, questo sistema può essere esaminato nelle sue singole parti solo per mera comodità. Ma in realtà può essere accettato o rifiutato solo nella sua totalità. […].

Le nazioni, afferma Mazzini, possono rigenerarsi attraverso un riscatto dal dominio dello straniero per riorganizzarsi in termini unitari. Sennonché, l'indipendenza e l'unità possono essere raggiunte solo dopo il conseguimento di tutti gli altri obiettivi. Ecco, dunque, la contraddizione che caratterizza la relazione tra il pensiero mazziniano e la possibile azione politico-sociale dallo stesso auspicata. L'indipendenza e l'unità della nazione richiedono il perseguimento degli altri obiettivi che concorrono alla definizione del suo sistema di pensiero. Ma il perseguimento di questi obiettivi può essere realizzato solo dopo l'acquisizione dell'indipendenza e dell'unità della nazione. È questa contraddizione la ragione dei numerosi fallimenti dell'attivismo rivoluzionario che valgono a Mazzini numerose critiche e disaffezioni da parte di molti inizialmente a lui vicini. È ancora questa la ragione per la quale valgono anche le critiche che Antonio Granisci formula nei confronti di alcuni protagonisti del Risorgimento. Per Gramsci, questi protagonisti pensavano ed agivano come dei "posteri" nel proporre soluzioni del problema dell'indipendenza e dell'unificazione dell'Italia, nel senso che le loro proposte corrispondevano a un "senno del poi.

Oggi, tuttavia, il problema dell'indipendenza dallo straniero e dell'unità della nazione ha perso ogni significato. Del pensiero di Mazzini resta, tuttavia, "in piedi" la parte riguardante il suo "programma sociale"; parte, questa, che si presta ad essere percepita pienamente originale ed attuale, in particolare se riferita alla cultura politica italiana. E originalità risiede nel fatto che Mazzini non si è mai "aperto" alla tentazione di mettere insieme elementi di liberalismo ed elementi di comunismo. Il pensiero di Mazzini si colloca al di là del liberalismo e del comunismo, sia a livello di elaborazione teorica, che di proposta di realizzazione pratica. Mazzini si sottrae agli approcci di "sintesi socialdemocratica", per i quali la soluzione della questione sociale resta sempre di natura residuale. Laddove la sintesi socialdemocratica è adottata, questi approcci mostrano nel tempo l'incapacità a risolvere il problema dell'ingiustizia e della povertà.

È proprio perché originale che il pensiero di Mazzini è anche attuale. La cultura politica italiana potrebbe trarre utili suggerimenti dalla riflessione mazziniana sul concetto di democrazia e dalla sua intransigente denuncia degli esiti negativi dell'individualismo utilitaristico e del collettivismo insensibile alle ragioni libertarie dell'intera società civile. La stessa cultura politica italiana potrebbe anche trarre ulteriori utili suggerimenti per ragionare, in termini meno ideologici, su quale forma di democrazia è prevalsa sul crollo del socialismo marxista sperimentato secondo le modalità del "socialismo reale" e sugli effetti provocati da quest'ultimo sull'intera comunità. […]. 

Dal crollo del comunismo non è certo prevalsa la democrazia repubblicana di Mazzini; e neppure la democrazia fondata sull'armonia e sulla solidarietà di tutti i componenti della comunità. Di fronte ai fallimenti dello Stato totalitario del socialismo reale, dello Stato di diritto liberale ed anche dello Stato di diritto socialdemocratico nella soluzione del problema dell'equità distributiva e della povertà, le implicazioni delle riflessioni di Mazzini sulla democrazia repubblicana sono ancora tutte da considerare. A fronte di questi ritardi, le idee mazziniane dovrebbero costituire, quanto meno, un punto di riferimento per quanti rinvengono nel neocomunitarismo, nella compartecipazione e nell'internazionalismo i presupposti per la realizzazione di condizioni di una "pace perpetua" nei rapporti tra i diversi gruppi sociali all'interno di ogni nazione e nei rapporti tra le diverse comunità nazionali. Sinora, però, i tentativi di ricupero dell'eredità mazziniana sono avvenuti in modo poco convinto, se non addirittura in modo superficiale e distorto.

Conclusioni

L'originalità e l'attualità del pensiero sociale di Mazzini costituiscono, forse, le ragioni per cui Palmiro Togliatti nel marzo del 1946, in occasione dell'inaugurazione a Pisa dell'Istituto di riforme sociali "Giuseppe Mazzini", osservava, pur da posizioni critiche, come il grande Patriota genovese fosse stato l'unico a giganteggiare tra i padri fondatori dell'Italia; ciò in quanto, al pari di tutti i grandi rivoluzionari, egli ha saputo indicare, anche se inascoltato, quale nuova società (nuovo progetto sociale) poteva assicurare la soluzione del problema dell'unità della nazione italiana. Sarebbe tempo, perciò, che la cultura politica italiana, anziché impegnarsi a distruggere ciò che il Risorgimento ha lasciato all'Italia ed agli italiani, si aprisse alla necessità di dare ascolto a molti dei suggerimenti mazziniani, per valutare se da essi è possibile derivare soluzioni per i problemi che affliggono da tempo il Paese, dato che molti problemi affrontati da Mazzini ai suoi tempi sono gli stessi dell'Italia di oggi. Ciò anche in considerazione del fatto che i suggerimenti mazziniani hanno trovato largo accoglimento nella cultura politico-sociale successiva al Risorgimento. 

In Italia, il loro accoglimento tra i "Principi fondamentali" della nostra Costituzione repubblicana dovrebbe essere sufficiente a radicare negli italiani di oggi la certezza che quei suggerimenti costituiscono il fondamento del "patriottismo costituzionale" in base al quale condividere e difendere l'esperienza storica che ha portato alla costituzione dello Stato italiano. Anche se i suggerimenti mazziniani sono stati pesantemente affievoliti dal compromesso espresso dall'articolo 7 della Costituzione che ha trasformato in principio costituzionale i Patti lateranensi stipulati in pieno regime fascista l'11 febbraio del 1929. Tali Patti, che regolano i rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica, sebbene siano stati rivisti ed adattati negli anni successivi, hanno determinato, contro ogni aspettativa mazziniana, la trasformazione dell'Italia in una democrazia repubblicana che tollera i non credenti, anziché in una democrazia repubblicana che tollera tutte le religioni.

A nulla è valso, per gli italiani che sono stati beneficiati dall'eredità del Risorgimento, il giudizio di un grande storico moderato. Questi, pur riconoscendo le antitesi esistenti tra le tre grandi prospettive di pensiero che hanno ispirato l'azione di quanti hanno contribuito alla liberazione ed all'unificazione dell'Italia (la moderata, la radicale e la rivoluzionaria), non ha mancato di riconoscere che, se alla prospettiva moderata si deve il senso del reale e la conoscenza della tecnica politica per usarlo, alla prospettiva radicale si deve la posizione netta nel sostegno della necessità di assicurare ai popoli degli Stati pre-unitari la libertà con cui affrancarsi dallo straniero e rinnovarsi nell'unità alla prospettiva rivoluzionaria di Mazzini si deve quantomeno la "propaganda" della solidarietà, della fratellanza e della mutualità che avrebbero dovuto caratterizzare i rapporti tra tutti i gruppi sociali dei popoli degli Stati pre-unitari che si affrancavano dallo straniero e si rinnovavano nell'unità. Il risultato della convergenza degli esiti delle tre prospettive di pensiero è stato la costituzione dell'Italia moderna e il suo riconoscimento a livello internazionale. Per quanto il contributo della prospettiva di pensiero di Mazzini non sia riuscito a legittimarsi nello stesso modo in cui si sono legittimati i contributi delle altre due prospettive, non è giustificabile la negazione che gli è stata riservata, nella celebrazione dei 150 anni dell'unità, della giusta visibilità che avrebbe meritato, al pari della visibilità riservata agli altri protagonisti dell'unificazione del Paese. […]-

Il frutto che Mazzini sperava di poter raccogliere coniugava l'unità alla riforma in senso socialista dei prevalenti rapporti sociali esistenti all'interno degli Stati pre-unitari, mentre il frutto raccolto dagli "Altri" ha solo coniugato l'unità alla immodificabilità di quei rapporti, dando il via a quelle profonde lacerazioni interne al Paese che hanno sinora impedito la condivisione generalizzata del processo di unificazione nazionale. In conseguenza di tutto ciò, Giuseppe Mazzini, morto a Pisa sotto il falso nome di Giorgio Brown il 10 marzo 1872, ha potuto essere "celebrato" da molti degli "Altri" trionfanti solo come un pericoloso sovversivo e, successivamente, anziché essere accettato come un modello da proporre alle generazioni future, è stato ridotto a "Mummia della Repubblica" con la quale sono stati "pietrificati", sia la salma del grande Patriota, che il suo originale pensiero sociale. 


Stato, Democrazia e Socialismo nel dibattito Risorgimentale

… Per il rilancio dell'idea socialista, ho cercato di evidenziare l'attualità del pensiero di uno dei "Padri della Patria", avvalendomi dei risultati degli studi e delle ricerche delle scienze sociali successivi all'epoca in cui Mazzini è vissuto. Dal punto di vita della giustizia sociale e dell'impatto sulla crescita e sullo sviluppo delle singole comunità, ho colto una straordinaria validità (pensando alla soluzione dei problemi che agitano i sistemi industrializzati moderni) delle critiche e delle soluzioni prospettate sul piano politico-istituzionale dal Patriota genovese per la soluzione degli stessi problemi che agitavano anche le comunità del suo tempo. Se sul piano politico-istituzionale Mazzini ha potuto confrontarsi "alla pari" con i grandi riformatori sociali dell'epoca, avvalendosi soprattutto del clima culturale del Paese nel quale ha trascorso in esilio gran parte della sua vita, la Gran Bretagna, diventando un leader indiscusso del movimento operaio del Paese che lo ospitava, non ha però "brillato di luce propria" nel campo dell'economia e dell'organizzazione produttiva, avendo limitato la sua riflessione sull'argomento alla formulazione di principi e criteri dispersi, mai organizzati in sistema, che sono valsi a qualificare in termini prevalentemente umanistici il suo pensiero nel novero dei riformatori di orientamento socialista.

Com'è noto, questa sua posizione gli ha procurato molte critiche ingenerose, sia da "destra" che da "sinistra"; motivo, questo, che forse giustifica la incomprensibile tendenza in Italia a non tributargli il rispetto e la memoria che, invece, sono stati riservati ad altri protagonisti del processo unitario e, a volte, anche a "figuri" sulla cui memoria sarebbe stato più opportuno calare un "velo pietoso".

Tra le critiche seguite alla pubblicazione del libro sulla modernità del pensiero di Giuseppe Mazzini, vi era quella secondo cui le modalità di soluzione dei problemi distributivi prospettate dal Genovese non erano supportate dalla descrizione di un modello organizzativo del sistema economico su basi socialiste. A parte il fatto che neppure Karl Marx, che è stato il più autorevole oppositore della posizione mazziniana nel dibattito sul riformismo sociale ed economico svoltosi in pieno XIX secolo, ha indicato le modalità organizzative del sistema produttivo all'interno della comunità socialista da lui preconizzata, la mancata indicazione sistematica delle modalità organizzative di un sistema produttivo conforme alle sue idee relative alla soluzione dei problemi distributivi ed alla rimozione dei rapporti di sfruttamento, non giustifica ciò che spesso è stato fatto, ovvero di "espellerlo" dal novero dei riformatori socialisti.

Il fatto che Marx sia stato un "grande della scienza economica" non giustifica l'assunto che dalla sua critica alla organizzazione capitalistica della comunità potesse essere derivato il modello operativo dell'economia della stessa comunità organizzata in senso socialista, descritto esaustivamente in ogni sua parte ed aspetto. Coloro che hanno inteso identificare il "modello economico" del socialismo reale con quello idealmente prefigurabile sulla base della critica marxiana alla logica capitalistica commettono una forzatura che neppure Marx avrebbe condiviso, soprattutto per i suoi esiti negativi sul piano politico-istituzionale. […].

Notoriamente, [Marx] lamentava che il sistema sociale che avesse conservato, anche in termini residuali, la proprietà privata dei mezzi di produzione avrebbe sempre conservato rapporti sociali propri della logica capitalistica, mentre Mazzini lamentava che la proprietà di tutti i mezzi di produzione concentrata nelle mani di un "unico proprietario", lo Stato, avrebbe impedito la salvaguardia della dignità e della libertà dei singoli componenti della comunità.

Questa questione, nata nel XIX secolo, si è conservata nel XX e, per certi versi, continua ad essere conservata ancora oggi. Accade, infatti, che gran parte dei problemi sui quali si discute oggi discendano dal dibattito insorto nel XIX secolo sulla via "migliore" da percorrersi per il raggiungimento di un'organizzazione della comunità nello stesso tempo garante, sul piano della giustizia sociale e su quello politico-istituzionale, del rispetto e della libertà dell'individuo e dell'intera comunità.

In tutta l'opera di Mazzini, come si è osservato, non è rinvenibile un "corpus" compiuto di proposizioni riguardante l'organizzazione della comunità rispondente alla sua prospettiva riformatrice della logica capitalista; qua e là, però, possono essere rinvenuti corposi "blocchi" di osservazioni e di affermazioni che, se considerati complessivamente e con qualche "interpolazione" supportata dal pensiero economico successivo, giustifica il tentativo di costruire una "bozza" di sistema economico propria di una comunità organizzata in senso socialista; ovvero di una comunità i cui parametri organizzativi siano la rimozione delle ineguaglianze sociali, da un lato, e la partecipazione nella libertà di tutti al processo decisionale collettivo, dall'altro. Si tratta […] dei principi (principio di comunità o di fratellanza il primo; principio di pari influenza politica per tutti i componenti della comunità, il secondo) sui quali è fondata l'organizzazione del socialismo mazziniano, inquadrabili senza contraddizioni nella prospettiva del moderno contrattualismo repubblicano.


Ciò che tradizionalmente, nel fervore del dibattito ottocentesco sul riformismo sociale, ha causato la non-inclusione del Genovese nel novero dei riformisti socialisti è stata, a parte la sua particolare posizione nei confronti della religione, la conservazione nella sua prospettiva di comunità socialista della proprietà privata; fatto, questo, per cui spesso gli sono stati rivolti insulti ed ingiurie. In particolare, la critica a Mazzini su questo punto traeva origine dall'analisi marxiana del processo storico, che rinveniva nell'origine, nel consolidamento e nell'espansione della proprietà privata la causa dei rapporti di sfruttamento che avevano raggiunto la loro massima visibilità in termini di effetti negativi (alienazione) all'interno delle comunità il cui sistema produttivo fosse stato retto secondo la logica capitalistica; tali effetti potevano essere superati solo con l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Il tentativo di realizzare un'organizzazi.one socialista della comunità secondo la prospettiva marxiana, a parte i giudizi di valore sulla natura dell'organizzazione politico-istituzionale, è stato caratterizzato da un "dibattito infinito" sulla desiderabilità e sulla realizzabilità di una comunità socialista in assenza della proprietà privata e in mancanza di un'istituzione, il mercato, in grado di fornire i "suggerimenti" utili all'uso razionale in termini socialmente equi delle risorse disponibili.

Il tentativo, esperito dal Paese divenuto nell'immaginario collettivo dei riformisti radicali "patria del socialismo", la Russia sovietica, per organizzare il funzionamento della comunità in assenza del mercato e dei prezzi dei servizi delle risorse disponibili è stato, secondo una linea di pensiero critico affermatasi all'interno dello stesso movimento ideologico che lo aveva sostenuto, un totale fallimento: sia sul piano dei risultati, costati "sudore, lacrime e sangue" ai componenti della comunità; che sul piano delle modalità di funzionamento delle istituzioni politiche.

Sul dibattito svoltosi sulla desiderabilità e sulla realizzabilità del socialismo marxiano è possibile trovare un riscontro nella discussione occorsa tra gli economisti sulla possibilità di poter effettuare il "calcolo economico" in una comunità in cui fosse mancato un libero mercato e non fosse stato perciò possibile disporre dei prezzi da esso derivabili in luogo di quelli unicamente amministrativi; il dibattito si è protratto per decenni, sino alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, allorché un economista di fede marxista "al di sopra di ogni sospetto", Maurice Dobb, ha "gettato definitivamente la spugna", riconoscendo che in una comunità l'assenza di un libero mercato rende impossibile l'uso razionale socialmente equo delle risorse. Sono occorsi altri quarant'anni circa perché al "getto della spugna" sul piano della desiderabilità e della realizzabilità del socialismo marxiano seguisse il definitivo KO del "socialismo reale", cioè della forma di socialismo con cui si era inteso di realizzarlo.

Ovviamente, il fallimento del socialismo reale non ha rappresentato la "fine della storia", almeno dal punto di vista della desiderabilità e della realizzabilità di un'organizzazione in senso socialista della comunità; tra gli economisti, un'accreditata linea di pensiero ha elaborato un modello di socialismo, il cosiddetto "socialismo di mercato", che pur in presenza della conservazione della proprietà privata (sottoposta ad un sistema di vincoli per affievolire una sua eccessiva capacità di condizionare i processi decisionali collettivi), ha teso a dimostrare la compatibilità del socialismo di mercato con il socialismo marxiano. La presenza del mercato, pur con tutti i vincoli posti all'istituto della proprietà privata, è costata al socialismo di mercato la critica secondo cui la conservazione del "terribile diritto" avrebbe riproposto all'interno della comunità, in termini di principio e di fatto, i limiti della logica capitalistica, ovvero i rapporti di sfruttamento e le ineguaglianze distributive che avrebbero "pesato" sull'uguale partecipazione dei componenti della comunità ai processi decisionali collettivi.

Il socialismo di mercato, quindi, non è riuscito ad evitare le stesse critiche che sono state rivolte a suo tempo al modello di socialismo proposto da Oskar Langhe nel suo famoso articolo “Sulla teoria economica del socialismo”, pubblicato nel 1936-1937 su The Review of Economie Studies.[…].  

In alternativa al socialismo di mercato è rimasta l'ipotesi di un'organizzazione della comunità fondata sui principi del socialismo mazziniano, ovvero sull'istituzionalizzazione dei principi di "pari forza economica" e di "pari influenza politica": principi che, come si è detto, sono inquadrabili nella prospettiva del moderno contrattualismo repubblicano.

Tuttavia, anche nel modello di comunità socialista di Mazzini, il problema della distribuzione del prodotto sociale tra i componenti della comunità, se dovesse essere giustificato sulla base della teoria economica tradizionale, non sfuggirebbe alle contraddizioni proprie della teoria neoclassica, quali quelle denunciate da tempo da Piero Sraffa. È alla luce della "prospettiva conflittuale" di soluzione democratica del problema distributivo proposta dallo stesso Sraffa che i principi del socialismo mazziniano appaiono accoglibili senza contraddizioni.

In presenza della situazione attuale, caratterizzata da una crisi delle comunità industrializzate che sembra denunciare l'irreversibilità dei deficit propri della logica capitalistica e che sta motivando i componenti delle comunità in crisi a "fuggire dalla politica", il socialismo mazziniano attende d'essere messo alla prova dei fatti, in quanto al riparo di tutte le critiche formulate nei confronti delle ipotesi organizzative della comunità in senso socialista sperimentate (socialismo reale) o soltanto ipotizzate (socialismo di mercato); anche perché la prospettiva del socialismo mazziniano lascia nel contempo aperta la strada verso la "fine" di quell'entità, lo Stato, che ha rappresentato uno dei motivi della contrapposizione tra Marx e Mazzini nel corso del dibattito del XIX secolo, per la realizzazione delle condizioni compatibili con il rispetto della dignità dell'uomo, che, al di là della profonda diversità che ha caratterizzato le diverse modalità proposte dai due riformatori sociali per la loro realizzazione, erano condizioni da entrambi condivise.



Fonte: Gianfranco Murtas
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Franco Meloni

26 Dic 2020

Ecco il link su aladinpensiero online: http://www.aladinpensiero.it/?p=116902

Franco Meloni

26 Dic 2020

Per Gianfranco Sabattini, economista. Un articolo di Antonio Sassu pubblicato in contemporanea su Democraziaoggi, il manifesto sardo e Aladinpensiero: le tre testate online di cui Gianfranco Sabattini è stato negli ultimi anni prestigioso e infaticabile editorialista.

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