Gianfranco Murtas

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Agostino e Caterina, Gaetano e Maria, Efisio ed Efisia, Ottone finalmente… i Baccaredda nel loro tempo. Visita al monumentale, fra i colombari e le fosse d’una memoria perduta

di Gianfranco Murtas


Il tempo ha dissolto i corpi ed ha inghiottito però anche i nomi e perfino le memorie di tutti gli avi di Ottone Bacaredda. Alcuni filoni collaterali si sono esauriti in capo ad un religioso, dunque senza discendenza. Per taluno dei Bacaredda (o meglio Baccaredda) – come nel caso di Gaetano, il nonno paterno del sindaco-mito – l’avversario è stato il mare d’intorno all’Isola, di altri – collaterali come il «geniale» Antonio, lo storico-e-novelliere/drammaturgo della famiglia (un titolo per gli altri quindici: Vincenzo Sulis. Bozzetto storico, ripubblicato nel 2005, a cura di Simona Pilia e con introduzione di Giuseppe Marci, dalla benemerita CUEC) – è stato l’amaro cumulo dei lutti domestici ad assorbirne malefico e totalizzante, nelle case di Napoli, perfino l’eco leggera del passaggio. E peraltro, in quel caso, come per Emilio Bonfis, a resistere eroicamente sono le pagine scritte che qualche generoso e illuminato competente, in accompagno ad editori oggi scomparsi anch’essi, ha raccolto e cercato di rimbalzare al nostro studio o almeno alla nostra curiosità di sedicenti moderni.

E in discesa? Gli eredi diretti, lungo ormai diverse generazioni, si sono perduti alla consuetudine isolana, ora per nuove residenze civili (e dunque domestiche) ora per centralità di relazioni professionali radicatesi, con esito fortunato, nelle regioni “L” del continente, fra Liguria, Lombardia e Lazio cioè.

Ci ripenso. Il sindaco, il grande sindaco Ottone Bacaredda, per diciassette anni alla guida del municipio prima di Castello poi di via Roma e per trentatré – il terzo giusto di un secolo! – capo riconosciuto (al di là dei ruoli ufficiali) del “liberismo organizzatore” (quello di Bernstein) tradotto in termini di amministrazione civica, quel Bacaredda per altrettanto tempo, dal 1887, consigliere provinciale rappresentante del collegio Cagliari 2-Pula e, per mille giorni (dal 1901 al 1903), anche deputato al Parlamento nazionale con plebiscitaria chiamata d’orgoglio tutto cittadino, ha lasciato tanta presenza di sé nei libri e negli archivi storici, nelle opere materiali che vediamo e tocchiamo nella “città del sole”, nella memoria mitologica dei cagliaritani d’oggi, ma niente o quasi, a cercarla e misurarla o pesarla appunto nella nostra materiale consuetudine di sardi, della propria famiglia… niente o quasi della famiglia da lui messa al mondo per arricchirlo il mondo! e continuare un flusso generazionale che sarebbe bello poter un giorno dettagliatamente ricostruire nelle sue evoluzioni e tappe storiche!

Io mi ci sono provato, in questi scorsi mesi, a censire quelle labili tracce dei percorsi di vita bacareddiani indagandoli innanzitutto in risalita, scalando l’Ottocento fino a Napoleone, ed arrivando al Settecento addirittura e cercando perfino di muovermi dalla temperie… della Rivoluzione fino a quasi raggiungere, nel secolo detto dei Lumi, i tempi dei passaggi dinastici isolani fra gli Asburgo ed i Savoia. Così coinvolgendo anche i borghesissimi Poma in linea anch’essi di ascendenti – Efisia Poma-Brouquier di Liapola aveva sposato Efisio Baccaredda, il che era avvenuto nei giorni fra gli ultimi del Regnum Sardiniae “nudo”, mentre Ottone nacque a perfetta fusione compiuta (così giusto da un anno) – e con loro coinvolgendo anche i Rossi o i Rossi Remaggi del continente: Rosa Rossi Siriani sposò Ottone a Genova nel 1874 (era sabato 14 febbraio, festa di San Valentino vescovo!) donando a lui le più larghe esperienze maturate dai suoi – dal padre Domenico e dalla madre Caterina, dagli zii come Antonio il maltese e dai nonni Michele e Marta – lungo un secolo in terra russa, in cui ella stessa era nata nel 1850. Nella… garibaldina Taganrog per la precisione. (Visse 84 anni, Rosa: e morì a Torino il 10 maggio 1934. «Ebbe una educazione di severo costume, ricca di intellettuali artistiche risorse, - così la ricordò il figlio Efisio Ottorino – esperta nella conoscenza di varie lingue, nella pittura, nella musica come valente pianista. Ereditò dal padre un carattere bonario, fermo e dinamico insieme. La distingueva una particolare eccessiva passione per l’estetica delle cose, che esigeva ordinate al massimo, lucenti, rispettate da tutti quasi come un tempio. Prodigò ai figli suoi, nei loro infantili e giovani anni, una fine rigida e pure affettuosa educazione. Era ammiratrice delle insigni qualità di suo marito, che soleva seguire intelligentemente e amorosamente, durante il primo periodo della loro unione, negli studi e nella produzione letteraria di lui, anche collaborando, come nella traduzione del romanzo “Colomba” di Mérimée, e allietandone la laboriosa esistenza col suono del pianoforte, che trattava con maestria e gusto squisito, essendo egli amatore appassionato di musica, consuetudine questa che andò, come nella più parte di casi consimili, svanendo, fino a divenire completamente negletta col nascere e il crescere dei figlioli, la cui educazione e assistenza la distolsero e la allontanarono dal pianoforte»).

Perdute le carte che documentavano i passaggi terreni (fra le ville di Stampace e della Marina nel tardo Settecento, giusto nel tempo dei tentativi d’annessione militare e marinara della Sardegna alla giovane Repubblica transalpina prossima a Robespierre: così fra la caduta della testa di Luigi XVI Capeto e l’avvio della stagione del terrore) e documentavano pure i luoghi di sepoltura di Agostino Baccaredda – lui pure con due c – e di sua moglie Caterina Manca, bisnonno e bisnonna di Ottone. Chissà, se deceduti prima del 1829 essi certamente non saranno stati inumati nella piana di Bonaria, ai piedi della collina di Monreale. Forse sarà stato in uno dei cimiteri di quartiere ancora aperti e non discosti dalla parrocchiale di Sant’Eulalia e dalla chiesa del Santo Sepolcro, così come dalla parrocchiale di Sant’Anna, che proprio allora aveva finalmente smantellato il cantiere messo su nel 1785 e protrattosi, ma di certo non per fermarsi definitivamente, fino al 1818… o magari presso la gesuitica chiesa barocca di San Michele, o più lontano, verso San Paolo al mare e primo presidio di Sant’Igia oppure, all’opposto ma ancora in linea di riviera, verso il lazzaretto di Sant’Elia… Potrebbe essere, il luogo della loro sepoltura, giù a picco di Santa Croce, di lato alla fossa che era stata degli ebrei in San Guglielmo, o nel bastione di Monserrato fra su Stradoni e il compendio dei minori francescani venuti in risalita dall’antico convento divenuto intanto, ad inizio Ottocento, opificio di manifattura dei tabacchi… Chissà, tutto è buio, bisognerebbe spendere giorni e settimane per frugare – senza certezza di trovare – nelle registrazioni, magari in quelle dei prediletti del SS. Sacramento cui era riservata la gran cripta di Sant’Eulalia, o dei colerici del 1816, che spazzolò tristemente, come tante altre volte e prima e dopo, la città…

Noi possiamo limitare il campo di ricerca all’Ottocento che pure ha da dire, e scendere magari ai primi decenni del secolo ventesimo, ricapitolando qualcosa nell’oggi, almeno in quanto alle discendenze…

Onore ad Ottorino

C’è ricerca, ovviamente, fra i celebrati ed impagabili Quinque libri diocesani e le evidenze dell’anagrafe impiantata, nel nuovo regno d’Italia, però soltanto nel 1866 e funzionante da quel 1° gennaio, ma c’è anche qualche soccorso imprevisto giunto dalla famiglia, dal pronipote avv. Carlo Baccaredda Boy che con squisita gentilezza mi ha fornito, ora è già diverso tempo, copia delle note familiari stese da suo nonno Efisio Ottorino, il figlio primogenito del sindaco. Quell’Efisio Ottorino – due nomi a riassumere l’intera serie fissata il 13 (per la nascita del 9) novembre 1875 dall’ufficiale di stato civile di Genova nel registro dell’anagrafe locale: Efisio, Domenico, Antonio, Michele, Gerolamo, Ottorino, Catterino (con supplemento di Teodoro, Aurelio e Gaetano) – che aveva studiato a Cagliari e qui s’era fatto una bella fama anche di musicista dilettante ma provetto, e che a Cagliari s’era anche laureato in legge (dissertazione sul Voto politico della donna, a.a. 1896/97) per avviarsi quindi alla carriera prefettizia: e fu infatti prefetto ad Avellino, a Trapani, a Parma, a Rovigo, ad Ascoli Piceno, ad Arezzo, a Lucca, a Pavia, a Zara perfino, ma anche commissario regio al (perennemente disastrato) comune di Napoli e, più volte, a disposizione del ministero dell’Interno per affari speciali... così fino al 1934, al pensionamento giuntogli onusto delle decorazioni di gran cordone dell’Ordine della corona d’Italia e di grand’ufficiale dell’Ordine mauriziano…

A Genova era nato, nella casa di via Assorotti 17, ed a Genova morì giusto nel capodanno del 1967. A Cagliari però aveva vissuto tutta l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza, fino qui a sposarsi il 7 novembre 1899 – lo stesso anno in cui fecero matrimonio anche le due sorelle Katia (con il giudice Giovanni Tiana) e Antonina (con l’industriale vinicolo Giov. Battista Leonardi). Fu allora a palazzo di Città il contratto civile, officiante l’assessore Giuseppe Picinelli (che sarebbe divenuto sindaco l’anno successivo, avvicendando Ottone Bacaredda candidato e poi eletto deputato al Parlamento); si celebrò in duomo la parte religiosa.

Tanto più negli anni dell’università si esibì, Ottorino – in città così era conosciuto – di frequente nei circoli ed in teatro – al Civico di Castello – ora pianista ora maestro del coro, offrendo al suo pubblico un’aria del Barbiere di Siviglia o magari, nella stagione del Carnevale, del Rigoletto … I giornali locali danno conto degli spettacoli, né mancano mai di elogiare la valentia del giovanotto che l’amore alla musica aveva ereditato da entrambi i suoi genitori ed aveva coltivato nel tempo, neppure marginalizzandolo negli anni della professione e dei continui trasferimenti sul continente. Così ne scrive Nicola Valle nel suo contributo biografico del grande Ottone apparso nel volume pubblicato dal Comune di Cagliari nel 1971: «pianista autodidatta di qualità non comuni, si esibì spesso a Cagliari ed a Roma, dove godette l’amicizia, tra gli altri, del M° Edoardo Vitale e di Pietro Mascagni, e più tardi di Zandonai, di Cilea e di altri. A Genova fu anche benemerito presidente del Liceo Musicale “Paganini”. Delle sue qualità di musicista e di pianista ci fanno fede alcune dediche entusiastiche di artisti insigni che si valsero dell’opera sua d’accompagnatore; si leggono apprezzamenti che equivalgono a veri e propri attestati di indubbio valore: di Carmen Melis, di Piero Schiavazzi, di Arrigo Pellicia, di Angelo Minghetti, di Aldo Priano, di Riccardo Zandonai, di Vittorio Gui, di Giovanni Tebaldini».

Giunto ormai alla soglia dei suoi 90, il prefetto ritenne suo dovere dedicarsi, nei conquistati riposi genovesi, a riordinare le molte carte recuperate nella casa dei suoi e raccolte da lui stesso nel tempo e così, grazie ad esse in mix con i ricordi personali, poter illustrare i profili di ciascuno dei protagonisti della scena familiare che fu sempre – generazione dopo generazione – domestica e insieme sociale, pubblica, in Sardegna e fuori Sardegna. Va detto che di mio ho cercato di portare, s’intende con giusta sobrietà, direi con delicatezza, anche quelle rettifiche a taluna memoria imperfetta resemi possibili dai risultati prodotti da ricerche mirate che mi è stato dato di effettuare – lo ripeto – sia negli archivi (quelli civili e quelli diocesani) che fra numerosi e sparsi lavori andati in stampa circa materie le più diverse e felicemente comprensivi, in un arco bicentenario, dei nomi dei Baccaredda/Bacaredda e dei Poma o dei Poma-Brouquier, dei Rossi e dei Boy, dei Tiana e dei Leonardi e degli Imperi, e anche dei Ravot, dei Ferreri, dei Marini, dei Parma e di quant’altri hanno incrociato la loro vita nel gran campo del parentado sardo…

Visitando il monumentale di Bonaria

Nei giorni scorsi mi sono dato il programma di visitare gli “avelli” – come si sarebbero definiti nel loro tempo – di quei tanti che, nell’intreccio degli affetti familiari di Ottone Bacaredda, avevano avuto una posizione d’eccellenza. Ben sapendo come la ricerca fra le carte d’archivio, proprio quando e perché accompagnata dalla visita, taccuino alla mano, lungo i molti corridoi orizzontali e quelli in salita sui gradoni modellati dal Cima sul pendio di Monreale o fra le fosse degli ampi quadrati dell’impianto originario del monumentale, avrebbe potuto almeno raddoppiare o triplicare il risultato, idealmente e suggestivamente riunendo in assemblea quanti avevano seminato e quanti altri avevano raccolto… sì, quanti avevano seminato e quanti altri avevano raccolto nelle vicende di vita cagliaritana che, in un modo o nell’altro, riportano al sindaco-mito. Una visita ai tanti, dunque, per iniziarla e per concluderla davanti al colombario che, nell’area detta di San Bardilio, sostiene sulla destra il solenne portico da cui si accede alla parte più antica del cimitero, quella dei quattro prati in cui avvennero le prime inumazioni.

Dò conto del mio pellegrinaggio di tratto insieme, lo dico apertamente, civico ed intimamente, immancabilmente, religioso. Le foto a corredo di questo breve articolo sono di Martino Contu, valoroso studioso villacidrese (e biografo dei proff. Antioco Loru e Giuseppe Todde, i villacidresi campioni-avversari delle scene di Paese d’ombre, che trovarono il loro finale riposo nella città capoluogo in cui insegnarono a lungo e della cui università furono a capo negli ultimi decenni dell’Ottocento). La bella fotografia del loculo di Ottone Bacaredda/Baccaredda è invece dell’ottimo Nicola Castangia, alla cui quotidiana dedizione ed alla cui competenza molto devono tutti coloro che del compendio cimiteriale hanno bisogno di attingere notizie di qualsivoglia genere.


Raggiungo, nelle prime terrazze sulla destra dell’ideale asse che parte dall’oratorio, le tombe di Efisio Baccaredda e di sua moglie Efisia Poma. Il colombario è segnalato come serie 12, la fila è quella alta, il numero (partendo da sinistra) il 26 (dei 30 complessivi). Si tratta dei genitori di Ottone, entrambi riposano nello stesso loculo in disposizione stretta.



La lapide marmorea è caduta, forse s’è frantumata, non la scorgo: la zona è interdetta (da vent’anni appena) dalle sbarre, mentre da terra salgono imponenti cespugli d’erba a far ombra alle colonie di formiche va-e-vieni e a dar aereo ricetto a qualche milione di saettanti zanzare all’attacco già di prima mattina. Un ciuffo mi parrebbe di capperi scende dalla terrazza superiore a coprire proprio il loculo dei coniugi Baccaredda-Poma. Cagliari – cittadini ed amministrazione – ha sepolto il sepolcro, non per pietà però. I capperi e le formiche e le zanzare sono lì a dire che bisognerebbe intervenire per un recupero almeno di un minimo di decoro, nonostante i limiti strutturali del compendio in sconsolante progressivo degrado.

Sedici anni hanno diviso il congedo di Efisia da quello di Efisio: lui se ne è andato, 76enne, ed in quiescenza dall’amministrazione statale ormai da un decennio, il 5 giugno 1894; lei, sua coetanea o di pochi mesi appena più grande, è arrivata ai 92 anni, lasciando nel giorno di capodanno 1910, la sua casa di via Roma (palazzo Carlomagno) – quella dei Poma – dov’era tornata dopo la vedovanza e lasciando alla disponibilità del figlio – ormai però trasferitosi a Villanova – l’abitazione di piazza Yenne, pressoché all’imbocco di via Manno.

Ne dirò, di Efisio Baccaredda il saggio repubblicano impiegato del re, l’autore di La Sardegna sotto il reggimento del Piemonte e dell’Italia (1882, uscito dal narnese torchio della Tipografia Umbro-Sabina) e di Cagliari ai miei tempi (1884, per i tipi dell’assisiana Tipografia Metastasio, e in ristampa nel 1976 dalle cagliaritane Edizioni della Torre), e anche di Efisia Poma un cui fratello, Cosimo, ufficiale della Brigata Casale, cadde nel 1859 a San Martino e contribuì con valore all’unità d’Italia prima che all’unità si pervenisse.


Mi sposto di poco in discesa e, in area di San Bardilio dove i colombari sono stati riordinati e strutturalmente rinforzati, qualche metro sopra le grotte dell’antica necropoli romana, trovo – alla serie 9 e numero 15 della fila bassa – la tomba di Gaetana Bacaredda (o Baccaredda?), sorella minore di Efisio e dunque zia paterna di Ottone. Classe 1823, morì 67enne, il 26 gennaio 1890. La lapide che la ricordava purtroppo è andata distrutta e l’amministrazione cimiteriale, in capo al Comune, ha provveduto con una sostituzione dal tempo in cui un lotto di costosi (ma doverosi, doverosissimi) lavori è stato possibile realizzarlo.


Il marito di Gaetana, Pietro Ravot – fratello (così dall’esame delle evidenze anagrafiche) di quell’Emanuele Ravot magistrato che, conclusa la sua carriera giudiziaria in quel di Catania, se n’era tornato nella sua città divenendone il sindaco per quattro anni, fra il 1883 ed il 1887, e che per qualche tempo ebbe lo stesso Ottone fra i membri di giunta (così fino alla sua chiamata alla presidenza dell’Ospedale civile, nella primavera 1887) – sarebbe scomparso, 80enne, pochi anni dopo, vale a dire il 2 marzo 1897, dopo una vita al servizio anche lui della pubblica amministrazione. Riposa nel vicino colombario, al numero 6 della fila alta.

Dei nonni dopo che dei genitori e degli zii

Non posso onorare il nonno paterno di Ottone: trascinato dai suoi tanti mali, quelli epatici soprattutto, Gaetano Baccaredda morì d’improvviso, mentre da Genova – dove l’aveva accolto in quel tempo il figlio Efisio (con il nipotino Ottone) – se ne tornava a Cagliari. La nave fermò a La Maddalena. Se ne può dire concedendo la parola allo stesso Efisio che sul punto lasciò precisa testimonianza nelle pagine delle sue domestiche Malinconie: «Tormentato per lunghi anni da una affezione al fegato, e per quanto di robusta costituzione, alla fine dovette soccombere. Anche il soggiorno di Genova, ove lo esortò a venire il figlio Efisio e le nuove cure in detta città valsero a salvarlo. Volle ritornare a Cagliari ma non giunse a rivedere i suoi figli dacché il piroscafo depositò il suo corpo alla Maddalena. Morto in mezzo al mare!».


Oltre a quelle di Gaetano restano da onorare le spoglie, e già la memoria, di sua moglie Maria Parma, ligure originaria di Lavagna, della quale si ignora il luogo e la data di morte e di sepoltura: se a Cagliari, come è probabile, magari nei tempi immediatamente precedenti all’entrata in funzione del camposanto di Bonaria – o se dopo, in tempi largamente antecedenti al 1867, quando le registrazioni delle inumazioni o tumulazioni erano effettuate in libri purtroppo andati dispersi – o fuori città.

Se coetanea, almeno orientativamente, del marito o di poco più giovane – nata perciò nell’ultimo decennio del Settecento – fu sarda per pochi anni. Di lei lasciò una delicata descrizione ancora il figlio Efisio: «era veramente bella, bionda, ben f…, candida, con gli occhi cerulei e più di tutto di una bontà d’animo pari a quella d’un angelo. Alloggiò dapprima in campagna nella villa Mameli. Di lì si portò in una casa all’imbocco della via Dritta (quartiere di Castello): poi la casa e il negozio nostri stabiliti in località [preziata?] e indi siamo rimasti in casa propria». Altre notizie emergono dalle righe successive che però, quando riferite ad accadimenti di nascita e di morte in casa, non appaiono del tutto congruenti, seppure non alterino la sostanziale verità del quadro: «Rapita ai suoi cari da lunga crudele malattia per il parto della più giovine delle due sorelle, Adelaide, nell’età di soli 28 anni, lasciando cinque figli. Di questi il secondogenito morì a 10 anni circa, chiamato Ignazieddu. Gli altri furono Efisio, Antonio e l’altra sorella Gaetana, maritata a un Ravot di Cagliari. Prima soccombette Adelaide».


Se così è andata – nell’evanescenza perfino della memoria – per i nonni paterni di Ottone Bacaredda, per i suoi prozii dello stesso filone è stata l’umile terra l’elemento di natura che ha sconfitto la storia. Nelle fosse rispettivamente del 4° (linea 13) e del 3° (linea 7) “adulti” erano stati calati i corpi di Rafaele Baccaredda, classe 1795, fratello di Gaetano, e di sua moglie Efisia Marini, classe 1800. Furono cerimonie registrate rispettivamente il 29 gennaio 1872 ed il 18 ottobre 1886. Di Rafaele ed Efisia non è rimasta nessuna traccia nei grandi prati che accolgono, nella loro spaziosa parte interna, poche e residue croci di legno mentre diversi monumenti, alcuni solenni altri di più modesta imponenza e fattura artistica, presentano lungo i bordi.


Rintracciabile appare l’unico figlio della coppia, il sacerdote Agostino, classe 1825, le cui spoglie furono accolte, il 23 novembre 1881, nella doppia cappella della Congregazione del SS. Sacramento nella Marina che vigila lateralmente, nella piana che si distende dagli antichi ingressi del viale Cimitero fin verso il bastioncino dell’oratorio. Trasferite le sue spoglie, in un tempo successivo, nell’ossario sotterraneo della cappella, di don Agostino Baccaredda – prete-intellettuale con sogni neoguelfi nel 1848 e responsabilità parrocchiali a Sant’Eulalia in età matura – resta un prezioso profilo biografico nel Libro del clero conservato presso l’Archivio Storico Diocesano di Cagliari. Meriterà, anche di lui, approfondire il profilo collocandolo nella sua città dei decenni mediani del XIX secolo.


(Varrà, a tal proposito, o forse per contiguità tematica, dire di un altro prete cresciuto nella famiglia Baccaredda. Si tratta di Antonio, fratello di Gaetano e di Rafaele, dunque prozio paterno di Ottone. Morì nel 1855 a Genova, dove esercitava il suo ministero, a causa della epidemia colerica che investì allora il capoluogo ligure come anche larga parte della penisola e della stessa Sardegna. Aveva frequentato la casa del nipote Efisio quando questi lavorava a Ventimiglia, nei primi anni ’50, ed Ottone era un vivacissimo bambino di cinque-sei anni, che egli consigliava di… quietare con arte pedagogica).

Idealmente (ma soltanto idealmente) rintracciabili nel quartino segnato come 4° “adulti” (lo stesso di Rafaele Baccaredda) sono le spoglie di Raimonda Brouquier, nonna materna di Ottone. Cagliaritana di radici marsigliesi – figlia del negoziante Angelo Brouquier (deceduto nel 1807) e sorella di Francesco (1797-1872, continuatore degli affari paterni) – aveva sposato Giuseppe Poma e fatto ricca prole con lui: nel novero con Angelo, Gaetano, Marianna e Francesco, era anche Efisia, la madre di Ottone.

Perduta ogni traccia di Giuseppe Poma, appunto marito della Brouquier e nonno materno di Ottone, ma con riserva di altro spoglio dei registri diocesani e comunali, concludo il breve pellegrinaggio e ritorno alla tomba del sindaco.

Un monumento per il sindaco-mito

Quel giorno del funerale – il 28 dicembre 1921 –, preceduto da un lunghissimo corteo partito dalla via San Giovanni, la bara entrò al camposanto verso le 17 e un quarto. Nessun discorso, secondo le disposizioni, o le preghiere, dello stesso sindaco il quale frequentemente portava il suo pensiero al giorno del pubblico, doloroso ma pur inevitabile congedo. La tumulazione verso le 18: il tombino di prima classe, disposto in orizzontale, era prossimo – a capirne dalle cronache di stampa – a quello che allora accoglieva le spoglie di Efisia Poma, la madre adorata scomparsa in quel capodanno del 1910, dodici anni prima cioè. (Sarebbe da ritenersi, deducendolo dalle registrazioni cimiteriali e dalle evidenze materiali sopra descritte, che proprio quelle spoglie siano poi state trasferite all’interno dello stesso loculo assegnato a suo marito Efisio, forse distumulato magari per una ricognizione dei resti collocati in una piccola cassa)…


L’Unione Sarda del 29 dicembre 1921 scrive testualmente: «La salma sarà provvisoriamente deposta in un tombino di prima classe, che l’Estinto acquistò fin dal 5 giugno 1894, epoca in cui morì il padre.

«Il tombino è poco distante da quello ove riposano le venerate spoglie della Signora Efisia Poma, madre dell’Estinto, morta il 1° gennaio 1910.

«Ma da indiscrezioni subito raccolte, possiamo assicurare i lettori che il nostro Comune, traverso la sua rappresentanza, provvederà all’erezione d’una Cappella, in cui troverà più degno riposo la Salma del diletto figlio di Cagliari».

Così La Nuova Sardegna del 28.29 dicembre: «Il consiglio comunale riunitosi d’urgenza ha preso le disposizioni per le esequie. Ha deliberato l’erezione di un monumento all’illustre uomo. Ieri sera stesso gli scultori Ciusa e Usai hanno preso la maschera». E nel numero del 30.31: «Ottone Bacaredda sarà tumulato in un tombino accanto a quello della sua mamma, la tumulazione sarà provvisoria, intendendo il comune costruire una cappella al suo illustre sindaco. Scende così nella tomba un uomo che dedicò la sua vita intera al bene della sua città, modesto disinteressato, che lascia il suo nome legato alle più belle opere cittadine, onorato, ammirato, stimato dai suoi concittadini».

Anche l’altra stampa cagliaritana del periodo – da Il Risveglio dell’Isola, di area socialista, a il Corriere di Sardegna, di area popolare, a Il Solco, di area sardista – rilevarono quell’impegno e la città attese. Il ventennio di dittatura si occupò d’altro e poi la guerra e la ricostruzione imposero altre priorità.

Degli impegni assunti a suo tempo dall’autorità pubblica fu il busto in bronzo realizzato da Cosimo Fadda, il primo versamento di 25mila lire in favore dell’Ospedale civile in memoria dello scomparso che del nosocomio era stato presidente e alla sua assistenza si era affidato negli ultimi mesi di vita (ivi subendo una importante operazione chirurgica).

Fu impegno formale quello assunto dal Consiglio comunale di confermare ogni anno quel contributo – e sarebbe interessante verificare fino a quando esso fu veramente erogato – ma per certo realizzazione ebbero i desideri del sindaco a pro del Comune: quello di donare la propria biblioteca di casa (e in particolare la sezione giuridica) e la scrivania. La scrivania che, per quanto ne so, si trova nella stanza del sindaco in carica (e non importa se l’attuale inquilino sia lontanissimo, per ascendenze ideali e politiche, da quelle del grande sindaco liberale e democratico che fu mazziniano in gioventù).

La biblioteca del sindaco donata alla città

Allorché si completò una ricognizione di carattere generale della biblioteca comunale (in capo agli Studi Sardi) e L’Unione Sarda del 26 maggio 1929 poté estesamente riferirne, anche delle vicende della biblioteca Bacaredda (o Baccaredda) si è potuto meglio apprendere. Ecco il paragrafo ad essa riferito nel lungo servizio giornalistico:

«Il 7 gennaio 1922 il Comm. Ottorino Baccaredda, Prefetto di Avellino, a nome proprio e dei suoi congiunti fece regolare consegna al Municipio della libreria dell’illustre e compianto suo padre Gr. Uff. Prof. Avv. Ottone Baccaredda, Sindaco di Cagliari, deceduto il 26 dicembre 1921. E ciò in ossequio alla volontà espressa nel suo testamento olografo 9 novembre 1919 dal di lui genitore il quale, mosso da sincero ed immutabile affetto alla città natia, a cui dedicò per lunghi lustri la sua dotta ed illuminata operosità, non solo volle apportare un prezioso contributo all’incremento della Civica Biblioteca, ma intese altresì assicurare la perenne conservazione di quei libri che gli furono fedeli compagni in vita.

«La consegna della libreria – composta in massima parte di opere giuridiche (e specialmente di diritto commerciale) e di una piccola raccolta di pubblicazioni sarde, fu fatta senza inventario; ma si può calcolare che il numero dei volumi e dei fascicoli sia all’incirca di un migliaio.

«La donazione fu accettata dal Consiglio comunale in adunanza del 14 stesso mese di gennaio 1922».

Occorrerà tornare in argomento.

***

Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).



Fonte: Gianfranco Murtas
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Fabrizio Massa

31 Lug 2022

Mirabile ricerca storica.

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