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Enrico Deplano

Alba della Terza Repubblica?

Con la scomparsa di Berlusconi tramonta, anche simbolicamente, la Seconda Repubblica, ma urge creare compiutamente la Terza.

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La scomparsa di Silvio Berlusconi è un evento che porta una doppia valenza, privata e pubblica, come accade quando si sovrappongono persona, personalità politica e personaggio esposto alla costante visibilità mediatica. Il lutto privato e le espressioni di cordoglio spettano naturalmente alla prima. I bilanci, inevitabilmente diversi a seconda della parte politica, riguardano il segno dato alla sua influenza sull’assetto civile e di costume della Repubblica. Nel bene e nel male ha concorso plasmare un'epoca del Paese e ha precorso sviluppi che si sono poi manifestati anche fuori dall'Italia.

Gli strali negativi su Berlusconi alla sua morte sono da iene invasate di ideologia. Ma le apologie, che esaltano i pregi di Berlusconi come campione del liberismo contro derive giacobine della magistratura, ignorano tutti i gravi problemi che la peculiare figura del Cavaliere ha portato in dote al Paese, inaugurando il primo populismo mediatico del XXI secolo.

Silvio Berlusconi è stato protagonista imprescindibile e a tratti dominus della Seconda Repubblica, anche dall'opposizione. Si può omaggiarne la memoria umana anche se si considera necessario uscire definitivamente da quella trascorsa stagione politica che, nel segno del bipolarismo e della spettacolarizzazione, ha visto un progressivo declino bipartisan di sobrietà e competenza nella classe dirigente, e perfino nelle squadre di governo.

Molti si illusero che la Seconda Repubblica fosse una nemesi positiva della prima, ma non fu così. E' alle grandi figure della prima fase repubblicana dobbiamo quasi tutto ciò che è stato costruito in termini di solidità istituzionale, progresso civile, istruzione e benessere materiale nel Paese. La Seconda Repubblica è stata una fase di decadenza sotto molti aspetti. Si può avviarsi a costruire compiutamente la Terza Repubblica prendendo decente e rispettoso congedo dalla figura di Silvio Berlusconi, per andare oltre.

Le reazioni alla morte del Cavaliere sono opposte: esecrazione e apologia. E ciò non tanto perchè esistano due leciti e integrabili punti di vista sul suo operato, quanto per la classica tradizione italica dell’esasperazione delle differenze di parte. L’invocata Terza Repubblica non nasce proprio perchè non si crea una stagione consociativa costituente tra forze di destra e di sinistra.

Il futuro si costruisce nel presente anche attraverso lezioni del passato. Nella Penisola italiana per millenni la politica ha assunto una forma di estrema polarizzazione tra conservatori e progressisti: Populares e Optimates a Roma, Guelfi e Ghibellini nei Comuni medioevali, Socialisti e Liberali nel Regno d’Italia. La Res Publica diventa Impero, i Comuni repubblicani diventano Signorie oligarchiche, il parlamentarismo della monarchia costituzionale diventa dittatura. Non si tratta solo dell’avvento di oligarchie e singole figure autoritarie, ma del fallimento di quelle intese consociative tra progressisti e conservatori - altrove realizzatesi - che ne avrebbe potuto evitare l’avvento.

Terza Repubblica non è di certo solo un modo di indicare un passaggio generazionale o un avvicendamento di formazioni partitiche. Indica una realtà più complessa e profonda , che potrà nascere compiutamente solo da un nuovo assetto istituzionale, di cui si ha bisogno da oltre mezzo secolo. Se le parti non si accordano, l’Italia, resterà come un cuore che fibrilla e non batte. E’ un problema che si riscontra oltre i confini nazionali: negli ultimi anni gli Stati Uniti sono stati più volte paralizzati da contrasti giunti a bloccare le principali istituzioni. Il nostro Paese deve confidare nell'avvento di una classe dirigente dotata di sensibilità e visione politica sufficienti a superare il modello partitico antagonistico americano delle ultime 4 decadi. Non per antiamericanismo, ma perchè proprio negli USA ci si è resi conto che quel modello produce pericolosi collassi di governance.

La conflittualità bipolare esacerbata determina, infatti, crisi della governabilità effettiva e da essa nasce il populismo, come risposta semplicistica dal basso alla sfiducia determinatasi nella gente comune riguardo politica, partiti e istituzioni. La consociazione è cosa diversa dal suo abuso, che degenera nel consociativismo degli inciuci e del trasformismo. Consociarsi è la sola ricetta atta, in determinati contesti storici, a consentire alla politica delle parti di funzionare. Nella prospettiva di preservare la stessa democrazia da un’involuzione altrimenti inevitabile.

Su questo avrebbe senso riflettere, all’uscita di scena definitiva di figure come Silvio Berlusconi ed altri che, bipartisan, hanno incarnato il cosiddetto non-governo dei partiti: una condizione rivelatasi peggiore della stessa precedente partitocrazia. Una riflessione del genere è dunque richiesta, oggi, ai protagonisti dell’elaborazione politica, per mutare pagina, oltre i vantaggi di parte, nell’interesse della collettività nazionale.


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