All’Albergo dell’Angelo, con Doloretedda “sa meri” e Pepa, Pepina e Pepinedda quando arrivano Biasi e Mossa
di Gianfranco Murtas

Onori grandi a Salvatore Loi teuladino che vanta, beato lui, il talento dello scrittore nella ricreazione letteraria (e teatrale) della storia paesana, biografo dei minimi che pur sono giganti o tali possono essere creduti, figure essenziali all’ordito sociale paesano. Ne è nuova dimostrazione quanto egli ha saputo mettere, dosando al meglio la sua creatività nell’impasto della cronaca antica, in un libretto leggero e delizioso di 120 pagine, tutto valli e colline fra lingua sarda e lingua italiana.
Doloretedda, cumedia de cosa de papai , con tutte le curiosità dei menu (possibili o probabili) dell’albergo-trattoria popolato da fior di visitatori, uomini dell’arte pittorica come Giuseppe Biasi e Mario Mossa De Murtas e della penna (oltre che del pennello anche lui) come Carlo Levi, è il lavoro nuovo che Loi propone ai suoi compaesani, cullandone il sentimento, e a tutti quelli che sanno gustare le cose belle cui egli riesce a metter vestito (e scuffia o muncadori de tzugu, berrita o magari largo cappeddu come quelli spagnoleschi ammirati anche nelle sfilate urbane di Cagliari e Sassari e Nuoro), con discrezione ed eleganza, sempre.
Va per pennellate anche lui, l’autore, nelle sue pagine scritte: i ritratti che propone dei personaggi chiamati in scena regalano d’immediato l’ambientazione e raccontano i modi d’essere che non differenziano il privato ed il pubblico: Doloretta Camba era poco più che ventenne quando subentrò nella direzione dell’albergo. Pur giovane aveva grande considerazione del lavoro e del suo ruolo. Le donne a servizio erano di poco più giovani, ma lei si faceva chiamare Sa Meri/Padrona. Fissata la gerarchia, tollerava le loro confidenze, favorendo una maggiore armonia sul lavoro… C’erano allora, alle dipendenze, tre ragazze di nome Giuseppa… la prima era addetta alla cucina, la seconda al rapporto con gli ospiti e la più giovane era una tuttofare impicciona, con il dono della pronta e arguta risposta. Delle tre solo Pepinedda resisteva alla padrona: a lei erano perdonate le beffe e gli insulti, spesso espressi in rima baciata; la ragazzina era la sua cattiva coscienza…
Se la padrona va in velocità soltanto perché non ha tempo da perdere, le ragazze – spiega Loi indovinando tutto – lasciano l’immobilismo della vita ordinaria e vivono appieno il clima della novità: i continui arrivi e le partenze, la presenza dei signori di Cagliari e di Iglesias, il vescovo in visita pastorale, ecc. Ecco qui: Pepa, Pepina e Pepinedda sono coscienti del privilegio di poter lavorare senza dover essere al servizio di padrone silenziose e cattive; poco alla volta guardano al futuro con sicurezza e fiducia.
Così fino a tutta l’estate del 1910: fino ad allora, infatti, i clienti dell’albergo sono stati soprattutto compratori di formaggio, macellai abbuffoni, medici mediocri ed esattori statali che a tavola dovevano accontentarsi di quel che la ditta metteva nel piatto. Il salto di qualità, perché stavolta è la pretesa degli ospiti ad imporre il cambio di musica o… di menu, avviene nell’autunno di quell’anno importante. Infatti né Biasi (onorato poi da una targa: “In questa palazzina, già Albergo dell’Angelo, soggiornò e operò…”) né Mossa sono tipi… che s’accontentano.
È la premessa, e da qui Loi passa alla raccolta delle testimonianze di qualcuna che abbia lavorato, pur in anni meno remoti, all’albergo (conservandone qualche memoria) o abbia offerto, trasferendosi in paese per ragioni di famiglia e lavoro, la lucida e suggestiva rappresentazione di una storia come poteva dedursi da mura e giardini, mobili e fili elettrici persi qua e là…, insomma da un tutto a rischio colpevole di malora. Qualcosa riferivano le carte in recupero, magari un annuario di Touring club uscito alla vigilia dei primi trionfi della dittatura, e da lì e da qualche arredo superstite (i letti singoli e doppi ed una credenza di mano d’esperto ebanista) si poteva ripartire...
La commedia
In due atti e sei scene si sviluppa la commedia, in lingua sarda, ambientata proprio nel 1910 in unu aposentu mannu, cun duas portas, sa mesa po ligi e scriri, cun dus calascius, unu abertu e prenu de paperis, s’atru serrau a crai, cun su dinai e is literas de is bancas… Così almeno all’inizio, per i dialoghi fra Doloretedda e le tre Giuseppine, mentre lo sfondo è tutto per is ominis che andant e benint, per alcune feminas che, al contrario, no andant e no benint, nonché per pagu atra genti…
Poco cambia, ma cambia comunque, dopo, la scena, con Doloretedda che si bestit beni poita ca a domu sua est arribada gent’e foras… E is serbidoras dd’agiundant: fordeta stirada, gipponi nieddu de falludu, camisa bianca…
Se prima hanno avuto qualcosa da dire tziu Franciscu ed unu piscadori (figlio di s’arregateri) che, forse sognando l’amore e gironzolando spesso attorno al miele, presenta a sa meri (e alle sue ragazze), per le confezioni dell’acqua e del fuoco, una bella menduledda, qualche aligusta, qualche prupu e palamida… si prende il turno poi tzia Cicita bistia de nieddu ed unu picioccu in abito di bracconiere, e altri ancora come tziu Cuccu ed Efisiu su professori… dico Efisio Lay il medico e impresario sanitario di futuro gran nome, dopo gli studi romani e la frequentazione del tempio muratorio nella capitale del regno…
È questa la commedia, ed è di utile supporto il glossario che l’autore ha creduto bene di metterle a complemento per spiegare una cinquantina di locuzioni di vario impiego, neppure escluso quello proverbiale: arrosariu longu e cuscientzia crutza… E di più, su questo stesso fronte espressivo: il copione teatrale ritorna in fine di libro nella versione italiana, perché Loi ha la delicatezza di universalizzare la ricezione della sua fatica. Ancora una volta dimostrando – e io consento in pieno con lui – che nessun prezioso affondo, e di studio e di rappresentazione, nella nostra lingua madre sarda può presuntuosamente volgersi a umiliare, marginalizzandola per… vendetta anticolonialista (un tempo i cialtroni di certo sardismo chiacchierone e nazionalitario-indipendentista dicevano così), la lingua italiana.
L’arte della cucina
Nella seconda parte della sua opera, il nostro Loi si diffonde a dar conto di quanto, fra personaggi e produzioni della cucina (per il ristoro certo, ma anche per la goduria del palato), ha segnato la storia dell’Albergo dell’Angelo: né soltanto quella bensì, più in generale, la storia di Teulada nel passaggio fra secolo XIX e secolo XX e per larga parte ancora del Novecento.
Le descrizioni insistono sulle tipologie umane, caratteriali, dei protagonisti, a partire proprio da Doloretedda Camba (deceduta 84enne nel 1973) e dalle sue fidate collaboratrici addette chi specificamente alla tavola invitante chi più genericamente al benessere dei clienti. Uno spazio meritato pare aver conquistato, con la sua sapienza medica e la sua umanità, e sia pure in scene del “poi”, il dottor Giuseppe Danero che, acquistando nel 1978 quanto era rimasto dell’antico albergo, aveva avuto accesso anche alle carte – le carte del menu offerto agli avventori nel tempo che fu –, ma che, perché ritenute totus paperis beccius, erano già state in buona misura mandate, disgraziatamente, al macero da un altro acquirente dell’immobile virtuoso…
Di minestroni e maccheroni a casu furriau, di melanzane e uova, di carni (selvaggina compresa) e pesci d’ogni razza forma dimensione e sapore, di pani e pasta, di formaggi e ricotta, di latte caprino e vaccino e di funghi e lumache, naturalmente anche di vino, tanto buon vino, di tutto questo l’autore si carica il dovere di fare l’appello raccogliendo dalla competenza degli anziani il racconto delle savie preferenze teuladine.
In ultimo, i Camba
M’ero dato l’impegno di presentare con pochi e brevi richiami e qualche breve riflessione quest’ultimo bel lavoro di Salvatore Loi. Ma la frazione di albero genealogico dei Camba teuladini (da Sisinnio Camba, bisnonno di Doloretedda) che egli ha posto a suggello delle pagine consegnate alla nostra lettura, evocando anche il nome di Rafaele (Lello) Camba – nipote di Doloretedda (perché figlio del fratello Giovanni) - che fu nel luogo delle mie ammirazioni di adolescente, risveglia un sentimento che mi piace esternare in una rapida ma non abusiva digressione. Fu docente dell’università di Cagliari e medico legale di riconosciuta autorevolezza professionale non soltanto in Sardegna, Lello Camba e fu uomo politico che nelle file del Partito Liberale Italiano ebbe modo, fra il 1969 e il 1972, di sedere in parlamento, occupando il seggio che era stato, prestigioso, di Francesco Cocco Ortu (prematuramente deceduto). Partecipò anche ai lavori della commissione d’inchiesta sui fenomeni banditeschi isolani. Una Sardegna fa, mi verrebbe di dire, una politica fa, dove probità e cultura, competenza e generosità di servizio erano riconosciute come virtù esemplari e da imitare. E di tanta grazia morale e civile Teulada – sarebbe giusto ricordarlo – è stata, nei secoli, un serbatoio infinito.
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