Gianfranco Murtas

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Ancora e ancora insistendo sulla secolare storia del Partito Sardo d’Azione. E scorrendo alcune carte di Gonario Pinna, sardoAzionista e sardista, mazziniano e federalista cattaneano

di Gianfranco Murtas


Ancora Gonario Pinna, personalità eccellente del Novecento sardo. Grande avvocato – e figlio di grande avvocato, quel Giuseppe Pinna che fu a suo tempo anch’egli fra i maggiori del foro sardo, fra Nuoro e Sassari. Parlamentare non certamente di truppa, nel PSI dal 1958 al 1963 (in preparazione della complessa svolta di centro-sinistra a trazione Moro-Nenni-Saragat-La Malfa) – e, ancora, figlio di un deputato che alla Camera aveva portato, con altri, dopo la scomparsa di Asproni, le istanze progressiste della Sardegna (così dal 1895 al 1908, con i radicali). Gonario Pinna umanista, ordinatore ed interprete delle produzioni letterarie, narrative e poetiche dell’Isola, della Barbagia in specie, nel secolo che fu sì della giovane Deledda e del giovane Sebastiano Satta, ma anche dei Pasquale Dessanay e Salvatore Rubeddu, di Nicola Daga e Giovanni Antonio Murru, del can. Antonio Giuseppe Solinas (altro fine cervello sostenuto da un’umanità infelice) e di quanti altri. 

I diversi libri ch’egli ci ha lasciato, e documentano la versatilità e insieme la profondità e significatività della sua impronta ora esploratrice ora di testimone e anzi protagonista della scena civile, i diversi libri anche che altri – Giacomino Zirottu soprattutto – ci hanno consegnato per una maggior comprensione del Nostro (1898-1991), nella complessa unità della sua persona e della sua azione lungo quasi un secolo intero, meritano tutti una posizione d’onore nella sezione sarda delle biblioteche pubbliche come anche di quelle domestiche. Nella mia, io credo d’avere tutto di lui, anche la rassegna stampa, e ne ammiro – anche nelle distanze – le espansioni ideali, culturali e politiche. Tanto più quelle che, fra gli anni ’20 e gli anni ’50 – fra la formazione e prima militanza repubblicana (mazziniana e cattaneana) e la presenza testimoniale rigorosamente antifascista nella Nuoro affollata di prefetti e questori e federali e podestà, fra la ripresa democratica nel PRI e nel Partito d’Azione e le successive evoluzioni nel sardismo di “spirito universale” e mai penosamente localistico – ne marcarono il profilo sulla scena pubblica isolana, accompagnandolo a quello, già noto, di “principe” delle aule di giustizia.

Fu pubblicista di altissimo livello contributivo a una testata come La Nuova Sardegna allora – fine anni ’40, tutti gli anni ’50 – diretta da Arnaldo Satta Branca e in una sorta di gemellaggio – gemelli diversi – con Michele Saba, pure lui fra i più assidui e qualificati collaboratori del quotidiano di Sassari. Lui, Pinna, con “la Sardegna e il vasto mondo”, abile periscopio puntato sulla stampa estera e capace, relativizzandone la percezione fra le nazioni e i continenti, di restituire alla nostra Isola maggior consapevolezza di sé, di limiti e potenzialità, di suggestive e inimitabili ricchezze di ambienti e d’uomini e insieme di pochezze o povertà o cadute negli accidentati ma necessari passaggi della storia.




I verbali della Concentrazione antifascista, l’interpartito che dalla fine del 1943 – dopo l’armistizio dell’8 settembre cioè – governò (di lato all'Alto Commissario) la Sardegna, o comunque ispirò e condizionò in misura determinante la politica sarda che andava allora gradualmente recuperando, nei comuni, nelle province e nell’intero raggio regionale, le sue istituzioni rappresentative democraticamente elette, registrano la partecipazione da protagonista di Gonario Pinna come esponente repubblicano, poi azionista nella perfetta coerenza ideale, e sardista (per gli aggiustamenti tattici imposti da Lussu nel settembre 1944): una partecipazione da protagonista – metti nell’istanza antibadogliana – per la sua personalità d’acciaio che poteva anche prescindere dall’essere esponente soltanto di una minoranza, pur se le misure elettorali mancavano allora a dettare le gerarchie attorno al tavolo delle concertazioni.

Nella Concentrazione regionale e in quella provinciale nuorese, accanto ai migliori uomini che le forze politiche in ristabilimento o nuove sulla ribalta pubblica – valgano i nomi, limitandomi qui all’area democratico-autonomistica, di Pietro Mastino e Luigi Oggiano e Giovanni Battista Melis – portavano alle funzioni di maggiore responsabilità, Gonario Pinna svolse un ruolo di primo piano. Lo si ricordi ancora ai congressi sardisti del 1945 ad Oristano, del 1947 e 1948 a Cagliari, lo si ricordi ai lavori della Consulta regionale, lo si ricordi estensore, prima di Oggiano, di un progetto organico di statuto regionale, nella logica della specialità autonomistica e nella previsione (o almeno nell’auspicio) di una qualificazione federalista/regionalista della nuova Italia e nel rispetto sempre della unità politica della Repubblica tanto faticosamente conquistata.

Per meglio conoscere la peculiarità della sua partecipazione a tali e tanti eventi (nel PSd’A fino al 1949, cioè fino all’abbandono motivato dagli accordi nazionali e regionali, da lui osteggiati, con la DC e anche con la scelta atlantica della maggioranza parlamentare, e del PSd’A con essa) ebbi diversi incontri personali, nell’estate 1990, con lo stesso avv. Pinna nella sua casa di Seuna. Furono complessivamente qualcosa come dieci ore, vigilavano tutto le figlie professoressa Lucia e professoressa Maria Teresa vedova Catte.

Mi resi conto che, pur stanco e ormai molto vecchio (92enne allora), accomodato in una grande poltrona del suo studio, egli – con mente lucida e memoria zampillante – aveva voglia di raccontare e provare, con i documenti, la veridicità della sua testimonianza che della sua lunga vita politica gli era da me richiesta soltanto per una parte temporalmente assai limitata: fra 1943 e 1948-49. Forse quella che viveva con maggiore intensità anche di emozioni, perché stimolante per la qualità del contributo che a ciascuno era richiesta, allora al cantiere della Repubblica e dell’Autonomia, e prima ancora a quello della Democrazia.







Non ripeto quanto estesamente mi riferì, perché già ne ho dato conto nei precedenti articoli e nei libri della serie sardoAzionista (e lussiana/controlussiana) dei primi anni ’90, a partire da Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano… E invece qui di seguito desidero riproporre alcuni dei testi (anche manoscritti, bozze di intervento, ecc.) e/o documenti che egli mi favorì con inaspettata generosa liberalità. A tutto questo mi permetto di accompagnare soltanto una sottolineatura, a conferma della coerenza ideale/ideologica che egli servì anche nella militanza sardista (e sarà così in quella successiva socialista): la sua anima repubblicana (mazziniana/cattaneana) mai si perse per strada, sempre fu coltivata e direi predicata. Così a partire dall’ordine del giorno proposto al congresso provinciale nuorese del Partito Sardo d’Azione nell'autunno 1945, quando non mancò di richiamare espressamente l’ispirazione mazziniana: «1) Il Partito Sardo d'Azione riafferma, anzitutto, il carattere fondamentale del problema della libertà e la necessità di risolverlo non soltanto attraverso un'assidua e instancabile opera di educazione - che nell'apostolato di Giuseppe Mazzini trova la sua più alta e nobile ispirazione - ma anche, e senza ulteriori differimenti, sul piano politico, attraverso la creazione di istituti politici che garantiscano l'esercizio della libertà in tutte le sue manifestazioni… 6) Codesto programma sarà agitato e propugnato sulla base dei seguenti principii: a) Il lavoro è un diritto e dovere sociale…. b) Il capitalismo, fonte di egoismo, di crisi economiche, di guerre fra i popoli, dev'essere sostituito da un ordinamento produttivo e sociale inspirato alla solidarietà umana e fondato sul lavoro, secondo la formula mazziniana: capitale e lavoro nelle stesse mani».


Viaggiando attorno al Pinna-pensiero

1. Le ultime carte del repubblicano (Gonario Pinna oratore e giornalista all'indomani della partecipazione al congresso meridionale del CLN di Bari, in cui matura la decisione di confluire nell'Azionismo)

La "scaletta" dell’intervento svolto al convegno dell'intercomitato regionale tenuto il 13 febbraio 1944:

25 luglio: il Re, staccandosi violentemente dai fascismo di cui ha inteso la imminente fatale fine, ha tentato di salvare la Monarchia.

E sin da allora, ha pensato di riacquistare almeno un po' del terreno perduto in 20 anni:

a) preparando l'abbandono della Germania ai suo destino;

b) buttandosi a fare dell'antifascismo.

Naturalmente, su questo terreno la Monarchia fu seguita da tutti poiché premeva soffocare i possibili ritorni di fiamma del fascismo.

Ma ben presto si scoperse che la Monarchia barava nel giuoco dell'antifascismo e pensava sopra tutto a salvare se stessa. Infatti:

1°) vietò e tentò di comprimere il rinascere dei partiti politici;

2°) non ricusò, anzi ricercò la collaborazione di quegli elementi che - pur essendo stati i peggiori arnesi del fascismo - potevano farle comodo per la devozione monarchica (Naldi, Gazzera, Innocenti);

3°) cercò di sfaldare, sotto il vieto pretesto d'una union ferrée, i partiti di sinistra, lusingando la vanità di alcuni elementi e chiamandoli a far parte del Ministero (Vito Reali);

4°) censura giornalistica severissima;

5°) si adoperò per creare uno o due partiti su base monarchica (in Sardegna i partiti dell'Unione, in Continente il partito della democrazia liberale);

6°) infine fece di tutto per impedire il Congresso dei partiti antifascisti:

a) prima a Napoli (20 dicembre);

b) poi a Bari:

- limitando il numero dei partecipanti (soltanto per l'intervento degli Alleati il numero fu portato da 90 a 120);

- limitando la durata (massimo 2 giorni);

- creando difficoltà per la partecipazione di alcune regioni al Congresso (Sicilia e Sardegna), sì che potesse meglio sfruttare l'argomento dell'assenza di molte regioni italiane;

- arrestando financo taluni designati dai partiti a rappresentarli al Congresso.




Al tempo stesso si svolse una complessa attività di propaganda diretta a sviare i giudizi e a far balenare possibilità di abdicazione:

1°) Badoglio incominciò col dichiarare che una volta giunto a Roma il Re avrebbe abdicato;

2°) poi quando la liberazione di Roma parve avvicinarsi, arretrò da quella dichiarazione e disse che il Re avrebbe in Roma esaminato l'opportunità di abdicare;

3°) e mentre Vito Reali - ministro dell'Interno - diceva in un'intervista che sperava in un atto di saggezza del Re;

4°) chiaramente si avvertiva, d'altronde, che il Re non intendeva assolutamente andarsene:

- perché egli guardava i 20 anni di tragedia italiana dall'alto di 1000 anni di storia sabauda;

- e perché, in definitiva, anche questa infelicissima guerra non era sub specie aeternitatis che un episodio della vita nazionale.

Così siamo giunti a Bari.

L'elaborazione dell'o.d.g. è stata lunga e faticosa, ma il risultato raggiunto è perciò più eloquente: l'unanimità dei partiti su questi 2 punti:

a) abdicazione immediata del Re;

b) formazione d'un governo che [...].

Orbene, noi ci troviamo dinanzi a quell'o.d.g. approvato da tutti i partiti [...] a collaborare col Governo Badoglio? No

1°) perché la disciplina di partito non dev'essere soltanto formale: occorre anzi dare un esempio solenne al popolo italiano che ne ha assoluto bisogno;

2°) perché noi, sorti per combattere il fascismo e i suoi [...], non possiamo collaborare con chi ha instaurato un neofascismo non meno pernicioso;

3°) perché la guerra contro la Germania non potrà essere mai popolare se guidata da chi fece la guerra insieme con la Germania;

4°) perché la collaborazione rafforzerebbe la Monarchia e anche la posizione personale del Re che abbiamo deciso di mandar via;

5°) perché non vi sono situazioni speciali che meritino il sacrificio di principii e decisioni così solenni in Sardegna!

Ma allora anche Sicilia! ecc.

Soliti argomenti che ricorrono in questi casi. E non si parli di collaborazione tecnica! Sarebbe pur sempre politica!

Che fare dunque?

a) o avere il coraggio di scendere sul terreno rivoluzionario, occupando le prefetture ecc.

Ma c'è la guerra!

b) o rassegnare le dimissioni da tutte le cariche - dico tutte - e passare all'opposizione attiva al Governo.

Organizzazione sindacale.

Gli argomenti in part. sono 2:

a) situazione speciale della Sardegna; 

b) collaborazione tecnica;

c) rinuncia alla lotta contro il fascismo.

a) anzitutto non è vero che la Sardegna si trovi in una situazione speciale oppure è vero nel senso e nella misura in cui anche altre regioni si trovano oggi in una speciale situazione.

Si può anzi dire che la Campania - la Basilicata ecc. sono più che la Sardegna in particolarissima condizione - [...] - come si trova - nelle retrovie del fronte.

Poi, l'argomento di tutti i tempi e di tutti i luoghi per giustificare slittamenti e compromessi. 

Il momento che si attraversa è sempre eccezionale; e il paese in cui si vive esige sempre particolari riguardi.

Naturalmente la Monarchia e il Governo hanno sempre sfruttato codeste formule e le transazioni che se ne sono ricavate.

Bisogna invece dare un esempio di intransigenza e di fermezza se si vuole che la Monarchia e il Governo capiscano finalmente che il loro giuoco non avrà successo. 

Si dice: ma che cosa accadrà se romperemo i ponti?

Potrei dire: qualunque cosa accada, la responsabilità non è nostra. Ma noi dobbiamo anzi fare in modo che il Governo abbia la sensazione dell'ostilità delle masse popolari alla sua politica, della frattura insanabile fra essi e il popolo.

b) anche se ci limitassimo a una collaborazione tecnica, codesta sensazione il Governo non l'avrebbe e sarebbe già questo un nostro gravissimo scacco.

Ma non dimentichiamo neppure che è troppo difficile differenziare la collaborazione tecnica dalla collaborazione politica.

È inevitabile scivolare.

Fare qualche esempio:

Un commissario prefettizio del Comune - provincia di Sassari - è soltanto un collaboratore tecnico?

E perché tecnico?

[...] siffatta qualifica cade sulla natura dell'Ente o sulla competenza della persona? o sull'una e sull'altra?

La collaborazione amministrativa è semplicemente tecnica? Un preside di Provincia?

L'Unione Agricoltori o Industriali?

E poi facciamo un'ipotesi: a un certo punto, la Giunta Governativa Permanente - nominata da noi tutti, d'accordo, ordina lo sciopero nei pubblici servizi.

Come si comporterebbero quelli che collaborano?

c) si rinunzierebbe alla lotta contro il fascismo?

Bel modo!

Si deve collaborare per evitare che i posti vengano occupati o rioccupati dai fascisti; e mentre ciò sarebbe più o meno un pretesto, la collaborazione rafforzerebbe sicuramente il Governo del Re che ancor oggi è manovrato dal fascismo.

Si dovrebbe collaborare con un Governo:

1°) che emana una legge sulla stampa più reazionaria dì quella di Mussolini;

2°) che non permette si proponga la soppressione dell'Accademia d'Italia;

3°) che non permette si proponga lo scioglimento del Senato fascista;

4°) che sta riorganizzando l'esercito su base monarchica [...], esame cioè dei sentimenti politici degli ufficiali M.




Il fondo pubblicato su L'Unione Sarda dell'11 marzo 1944 (Titolo: "Le masse nella vita politica”):

Credo che Benedetto Croce non confermerebbe oggi le parole che pronunziò nel giugno 1925 in una riunione del Partito Liberale: «tutti noi conosciamo le condizioni di fatto, non tanto sociali, quanto parlamentari, che produssero in Italia il movimento fascistico...»; e infatti egli prega il lettore di quelle e altre parole, da lui dette o scritte in varie occasioni nel corso di questo ventennio e ora raccolte in un prezioso volumetto, di badare alle date.

Ben pochi, in verità, potevano nel 1925 prevedere la gravità e il decorso della malattia, che qualche anno prima aveva colto l'Italia, e indicarne con precisione la complessa eziologia; ma oggi, anche a voler stare sul terreno delle condizioni onde sorse e si sviluppò il fenomeno «fascismo» senza scavare il sottosuolo delle cause varie e profonde, remote e vicine, particolari dell'Italia e generali dell'Europa che lo produssero o determinarono, appare evidente che l'indicazione crociana non è né esatta né completa. E lo stesso filosofo abruzzese l'ha, del resto, più volte integrata e arricchita. 

La crisi del parlamentarismo, iniziatasi in Italia quando il cosiddetto avvicendamento della Destra e della Sinistra palesò la sua inconsistenza intrinseca e sboccò nel trasformismo, cioè nel dissolvimento virtuale dei due partiti storici se non delle correnti politiche, ebbe i suoi alti e bassi lungo le varie vicende che si seguirono fino al 1915, e toccò l'acme dopo la fine, pur vittoriosa, della guerra allorché fu manifesto anche ai ciechi che il giuoco parlamentare non soltanto non aveva più alcuna risonanza simpatica nel paese ma anzi lo aveva disorientato e disgustato per la inconcludente retorica rivoluzionaria degli uni, per l'irrigidimento reazionario degli altri, per lo smarrimento pauroso e rassegnato dei partiti di centro: e parve, sulle prime, giustificare il movimento fascista che si annunciava guaritore severo del malato cancrenoso. Ecco perché il Croce faceva cadere l'accento nella diagnosi del 1925, sulle condizioni parlamentari e perché soggiungere - nello stesso discorso ai liberali di Roma che dovettero ascoltarlo già punti dal rimorso e trepidi per il domani che si andava preparando - «condizioni che fecero a tutti o a molti almeno di noi accogliere il movimento fascistico come una crisi che speravamo benefica e, come tutte le crisi benefiche, passeggiera.

Ma la crisi del parlamentarismo non è che uno degli aspetti e, al tempo stesso, delle prove d'una gravissima carenza nell'organismo dell'Italia, l'assenza quasi assoluta delle masse dalla vita politica. Questo fu - soprattutto - la condizione storica che rese possibile l'avvento del fascismo e spaventosamente facile il suo affermarsi e prevalere nel governo del paese. Masse educate all'esercizio della libertà, un popolo - cioè - saldamente organizzato attraverso la rappresentanza dei suoi interessi sociali e dei suoi diritti politici e perciò cosciente della propria forza e del proprio peso, non avrebbero mai tollerato quel breve dialogo fra Mussolini e il re che si concluse con l'abbraccio ventennale.

Ma l'Italia era faticosamente risorta a unità per l'azione eroica e le virtù politiche di un pugno d'uomini, non per la consapevole volontà e col sacrificio della maggioranza degl'italiani: e prese a crescere e a svolgere la sua vita unitaria mutuando dai paesi esteri più evoluti istituti politici e amministrativi che non le erano congeniali, governata da uomini che - a prescindere dal loro valore personale, spesso assai grande - costituivano una minoranza che non poteva nemmanco considerarsi, in senso proprio, una classe politica.

Nel 1922 l'Italia scontò il vizio d'origine di quello che fu il miracolo del Risorgimento e la gara fondamentale della sua difficile crescita di giovane Stato: la contumacia del popolo nella vita politica.

Per essere esatti, almeno quanto lo consente la sintesi estremamente sommaria d'un articolo, bisogna però ricordare due ordini di fatti, lontani l'uno dall'altro nel tempo e nello spirito ma entrambi d'importanza capitale nello svolgimento della vita politica e sociale dell'Italia: primo, il fiorire della grande industria e il sorgere delle prime organizzazioni socialiste; secondo, la guerra 1914-1918.

Essi costituiscono due tappe fondamentali nello sviluppo della coscienza politica dell'Italia, poiché l'uno segna il primo ingresso delle masse popolari, sia pure in limitata misura, nella vita italiana, l'altro testimonia il consolidarsi della coscienza unitaria del popolo e il destarsi di una men torpida sensibilità politica.

Non si può tuttavia parlare di una larga ed effettuale partecipazione delle masse alla vita dello Stato. La nascita e lo sviluppo del socialismo fecondarono, indubbiamente, una maggiore insofferenza delle classi lavoratrici di fronte al prepotere padronale e una più acuta coscienza della omogeneità dei propri interessi, e contribuirono grandemente al sorgere d'una sia pur limitata legislazione sociale, ma, salvo affermazioni sporadiche legate a particolari situazioni ambientali, quasi tutta l'Italia centro-meridionale e insulare rimase sostanzialmente estranea al diffondersi delle correnti socialiste e le grandi masse agricole ancora immerse nel clima sonnolento d'una grama vita comunale e d'un elettoralismo individualistico e di clientela, privo cioè di qualsiasi significato e contenuto politico.

La guerra 1914-1918 cominciò, in verità, a rendere acuto il problema politico-sociale delle masse. Come tutte le guerre, che impongono il contributo diretto e totale dei cittadini ai sacrifici di sangue e di beni, fu rivoluzionaria; e affrettò la crisi del regime rappresentativo.

Il fascismo può essere considerato, sotto questo aspetto, una deviazione dal decorso normale di quella crisi e non per nulla anche in sede teorica rimise in onore la teoria delle élites, gabellandosi nel contempo quale erede spirituale della minoranza rivoluzionaria del Risorgimento. Intuì però la necessità politica di contare sulle masse e non potendo ottenerne la libera e spontanea adesione le irreggimentò sia nel partito e sia in quei sindacati che avrebbero dovuto risolvere il problema della rappresentanza politico-sociale e che riuscirono invece ad esserne una burocratica parodia.

La guerra che ancora stiamo vivendo e soffrendo è destinata ad avere valore e conseguenze ben più profondamente rivoluzionarie di quelle che derivarono dall'altra di trent'anni fa anche perché imposterà il problema delle masse in termini quasi universali. La soluzione di esso non sarà uniforme né dettata da apriorismi programmatici per tutti i popoli ma dovrà adeguarsi alle condizioni storiche ovverossia al grado di sviluppo politico-economico-sociale raggiunto da ciascun popolo; è certo comunque che la difesa più salda e più efficiente contro i sovvertimenti anarchici e contro i possibili ritorni di fiamma del nazi-fascismo che il dopoguerra vedrà scatenarsi o riaccendersi sarà costituito - in tutto il mondo - dalla vasta e attiva partecipazione delle masse alla vita dello Stato.

Non si dica che per ciò occorra prima educare la coscienza politica delle masse stesse e che intanto convenga tenerle lontane da qualunque responsabilità di amministrazione e di governo in attesa che conseguano maturità, capacità e ferma disciplina spirituale.





L'educazione politica non è stare o ricever dal di fuori qualcosa che si possa acquistare come un premio o come un dono, o conseguire, dopo un certo numero d'anni, come un diploma scolastico; ma è conquista individuale e collettiva d'ogni giorno, nella lotta, nella esperienza, nella intensa vita politica e sociale. La stampa, la scuola, i partiti, le associazioni culturali popolari che dovranno rifiorire e moltiplicarsi contribuiranno notevolmente allo sviluppo della coscienza del popolo; ma questa si forma, si tempra, si eleva nel continuo esercizio delle libertà politiche, nelle organizzazioni sindacali, nella vigile partecipazione alla vita dei comuni, delle regioni, dello Stato, nella gestione della cosa pubblica, nel perfezionare e difendere gl'istituti politici e sociali che sono garanzia e presidio delle libertà conquistate.

Soltanto così lo Stato sarà la sintesi suprema e la creazione costante del popolo, e la libertà sarà vissuta e difesa come il bene più grande e il dovere più alto di ciascuno e di tutti.


2. Come quinto moro e azionista (Pinna nel suo passaggio dal PId'A al PSd'A e netta successione di episodi politici che lo distinguono nel suo radicalismo azionista anche durante la militanza sardista)

La lettera ad Emilio Lussu, datata da Nuoro il 29 settembre 1944

«Carissimo Emilio, apprendo con molto piacere da Cesarino che tu hai in animo di tornare presto in Sardegna, dopo aver ottenuto dall'Esecutivo pieno mandato per la definizione della questione relativa all'unione delle organizzazioni del P. Sardo e del P. Italiano d'Azione; e penso che il Direttorio del P. Sardo potrebbe profittare del tuo nuovo prossimo soggiorno fra noi per indire un altro Congresso Regionale del Partito, che dovrebbe:

a) risolvere definitivamente e solennemente la questione - per noi fondamentale - dell'adesione del P. Sardo ai lineamenti programmatici del P. Italiano d'A. Cadrebbero così le riserve di molti sardisti che si richiamano sempre all'ordine del giorno votato dal Congresso di Macomer;

b) affrontare risolutamente l'esame della situazione politica in Sardegna e chiarire la posizione del Partito Sardo rispetto agli altri partiti e specialmente rispetto al P. democristiano e al P. comunista che stanno speculando attivamente, e pericolosamente - l'uno presso i ceti medi, l'altro presso i ceti proletari - sul significato e sui riflessi politici-sociali dell'eventuale adesione del P. Sardo al programma del P. Italiano d'A.;

c) affermare il problema dell'organizzazione sindacale. Tu l'hai già fatto costì, in termini chiari; ma il Congresso sarebbe come una cassa di risonanza per il problema; nuovo - si può dire - per gli stessi quadri del partito;

d) proporre un'organizzazione più razionale dell'Alto Commissariato, con una più precisa determinazione - in senso autonomistico - delle funzioni della Giunta Regionale. Ciò, beninteso, fino a che non si giunga alla costituzione federale dello Stato, che risolverebbe la questione radicalmente e organicamente.

«Il Congresso dovrebbe concludere i suoi lavori con un tuo grande discorso politico sulla situazione generale.

«Se l'idea ti sembra buona cerca di vararla.

«Ossequi a tua moglie. Salute a Juanniccu. Affettuosamente».




Sembra utile associare a tale scritto di Gonario Pinna quello che, negli stessi giorni, indirizzò allo stesso Lussu il segretario provinciale azionista di Cagliari Cesare Pintus. D’altra parte, come Pinna riferiva di aver concordato i termini della propria lettera con Pintus, così anche Pintus faceva, riferendosi all’amico nuorese, nelle prime righe (e oltre) del proprio messaggio. Ecco dunque il testo a firma Pintus:

«Caro Emilio,

«Ho avuto la tua lettera, datata 2 agosto, che ho letto a Gonario Pinna col quale siamo rimasti d'accordo per inviarti la seguente risposta, che devi ritenere come risposta di tutti i nostri compagni delle due province. Non mi è stato possibile recarmi a Sassari per comunicare ai nostri compagni il testo della tua lettera, e quindi questa risposta non li impegna; appena potrò mettermi in comunicazione con loro mi affretterò a farti conoscere il loro pensiero e le loro decisioni. Rispondiamo, punto per puntò, alla tua lettera.

«Hai scritto: "Le costituzioni delle sezioni del partito italiano d’azione sono indubbiamente artificiose. Esse sono in realtà, sezioni del partito sardo di azione; tutte, nessuna esclusa, a quanto ho potuto personalmente constatare".

«Non è esatto quanto affermi. Tu hai parlato ai compagni della sezione di Sassari del partito italiano d'azione, per esempio nessuno degli inscritti a quella sezione ha mai fatto parte del partito sardo e non ne ha mai condiviso le idee. Si tratta in prevalenza di giovani provenienti dal liberalismo, dai socialismo, dal mazzinianismo. Puoi controllarlo quando vorrai. In provincia è la stessa cosa, i sardisti non appena si è resa possibile la riorganizzazione dei partiti, hanno ricostituito le loro sezioni, che con le nostre nulla hanno mai avuto di comune. I nostri compagni di Sassari (in particolar modo Spano-Satta, Passigli, Merella, Cottoni) hanno svolto in quella provincia attiva propaganda sin dal luglio 1943 ed erano già in precedenza in rapporto con Calogero e con l'ambiente universitario di Pisa, dal quale alcuni di loro provengono, e compilarono e distribuirono opuscoli di propaganda, che nulla, assolutamente nulla, hanno a che fare col programma del partito sardo di azione, e, infine, tennero in provincia di Sassari anche molti comizi nei quali illustrarono e diffusero il programma politico e sociale del partito d'azione, che qui in Sardegna - per non essere confuso appunto col partito sardo d'azione, e per non creare degli equivoci - fu chiamato italiano. In seguito è venuta la tua intervista romana, ed è ben naturale che noi, in Sardegna, affermassimo che tu eri uno dei maggiori esponenti del partito italiano d'azione.

«In provincia di Cagliari è avvenuto presso a poco lo stesso, sebbene in tono minore per la impossibilità in cui mi sono trovato di fare opera attiva di propaganda. Ma anche io ho diffuso molta stampa del partito d'azione, e tu, che conosci molto bene le mie origini politiche, non puoi avere dubbio alcuno sul carattere della propaganda che ho svolto e sul fatto che ciò facendo io abbia sempre inteso fare opera ben distinta da quella della propaganda sardista. Le Sezioni nella provincia di Cagliari si sono costituite dopo che i simpatizzanti hanno preso conoscenza ed approvato il programma del partito. Anche con Liggi di Samassi, come potrai controllare facilmente, ho agito con la massima lealtà; ma siccome conoscevo il suo attaccamento per la tua persona, l'ho consigliato, al fine di evitare prevedibili sbandamenti pericolosi verso destra, di costituire la sezione del partito italiano di azione con l'intesa esplicita che al tuo arrivo in Sardegna tu avresti sul posto chiarito la situazione. Lo stesso linguaggio ho tenuto nel Gerrei.

«Ma a Solarussa, a Ghilarza, a Sorradile, ad Ardauli, ed in tutta la zona del bacino del Tirso, si sono costituite delle sezioni del partito italiano d'azione, e ti posso assicurare che gli inscritti non sono molto favorevoli all'idea di fondersi con i sardisti.

«Hai scritto: "A mio parere, tutte le sezioni del partito italiano d'azione debbono subito riprendere la loro vera forma e chiamarsi partito sardo d'azione".

«In queste condizioni, né io, né Antonino Lussu, né Gonario Pinna, né molti compagni delle tre province, avremo rapporti con i dirigenti sardisti: è chiaro. Nessuno di noi pronuncerà mai una parola contro l'unità dello stato italiano, né farà mal propaganda di separatismo. Il tuo ritorno fra noi è quindi necessario, come forse sarebbe stato necessario che io e Pinna fossimo andati a Cosenza. Non siamo partiti perché dopo le tue dichiarazioni di Samassi e dopo la protesta di Puggioni sulla stampa, e soprattutto dopo i risultati del congresso di Macomer, noi non sapevamo se potessimo essere i veri rappresentanti del partito d'azione in Sardegna.

«Ma, veniamo per un momento al congresso sardista di Macomer. Credo sia stato informato su quanto è accaduto e conosca l'ordine del giorno che è stato votato. Esso non poteva essere diverso, perché la questione dei rapporti fra i due partiti e le possibilità di una fusione avrebbero dovuto essere trattate con calma e senza forzare i tempi, come si è fatto. Noi comprendiamo che tu avevi bisogno di portare al Congresso di Cosenza l'adesione del partito sardo (i 50.000 voti di cui ha parlato Schiano) per far trionfare la tua tesi che è anche la nostra; ma devi pur riconoscere che in fatto di chiarificazione non si è fatto un passo avanti, si è giunti all'assurdo di stilare un ordine del giorno, pieno di riserve di contraddizioni, che, se fosse stato letto a Cosenza, avrebbe suscitato viva ilarità.

«Lasciamo stare l'astuzia cui sono ricorsi gli amici sardisti a Macomer, per poterci in un prossimo avvenire chiudere la bocca, provvedendo con la massima urgenza alle nomine dei comitati e fiduciari regionali, provinciali e di zona. Nessuno di noi ambiva a cariche: per quanto riguarda me e Pinna, puoi esserne assolutamente sicuro. Ma sta di fatto che con l'ermetica chiusura dei quadri, votata (ed in che modo Dio solo lo sa!) nel congresso di Macomer, il nostro apporto nel partito, e cioè la nostra opera di propaganda in favore del programma del partito italiano d'azione, sarebbe stato reso impossibile. Stando così le cose, io, Pinna, ed i compagni di Sassari, ci riuniremo presto e decideremo sul da farsi. Questo è, in sintesi, quanto avevamo il dovere di rispondere alla tua lettera.

«Caro Emilio, ti sono molto grato per le buone parole di personale attaccamento e sai bene quanto grande sia il mio affetto per te. Ma siccome hai voluto accennare alla mia situazione politica particolare, mi permetto di dirti che essa è chiarissima. È la stessa del povero Silvio Mastio, che, se fosse tra i vivi, direbbe a te la stessa cosa che io ti dico. E non insistere, ti prego, sulla questione Puggioni. È una questione mia personale, che non tocca altre persone e che non ha niente a che fare con la fusione dei due partiti. Per me essa è chiusa, definitivamente chiusa.

«Saluti cordialmente dal tuo.

- «Post scriptum - Io, Pinna, e credo, anche Cottoni, siamo sempre disposti di venire a Roma, entro il giorno 20 settembre, per conferire in proposito con te e con l'Esecutivo del partito. Naturalmente, dovreste prenotarci i posti sull'aereo per l'andata e per il ritorno. Grazie».




L'odg proposto al congresso provinciale di Nuoro del Partito Sardo d’Azione nell'autunno 1945

1) Il Partito Sardo d'Azione riafferma, anzitutto, il carattere fondamentale del problema della libertà e la necessità di risolverlo non soltanto attraverso un'assidua e instancabile opera di educazione - che nell'apostolato di Giuseppe Mazzini trova la sua più alta e nobile ispirazione - ma anche, e senza ulteriori differimenti, sul piano politico, attraverso la creazione di istituti politici che garantiscano l'esercizio della libertà in tutte le sue manifestazioni: libertà di parola, di stampa, di associazione, di culto.

2) L'istituto politico che realizza le condizioni più razionali per l'esercizio e la difesa delle libertà è la Repubblica. La Monarchia rappresenta una forma di reggimento politico fatalmente volto alla creazione e alla tutela di privilegi di casta ed economici ed è condannata irrevocabilmente, sul piano storico della vita italiana, dalla sua rovinosa politica liberticida e imperialistica.

3) In Italia, la repubblica non può essere che federale. Soltanto un siffatto ordinamento politico realizza in pieno quella concezione organica e sistematica di autonomie regionali che fu ed è la prima ed essenziale ragion di essere del Partito Sardo d'Azione e, quasi si potrebbe dire, la sua insegna di battaglia.

4) D'altronde, lo stato repubblicano federale costituisce non soltanto il regime che meglio garantisce l'esercizio della libertà ma anche il terreno ideale per la realizzazione della più ampia giustizia sociale. Il Partito Sardo d'Azione riafferma, a questo punto, l'indivisibilità del problema della libertà e del problema della giustizia ovverossia l'indissociabilità del problema politico dal problema sociale. Questo postulato va inteso nel senso che la soluzione del problema politico non è fine a se stessa e che sarebbe sterile se non si affrontasse al tempo stesso - con quella gradualità di soluzioni che è imposta dalla situazione storica (politica ed economica) dell'Italia d'oggi - il problema sociale.

5) Il Partito Sardo d'Azione, che sorse e combatte strenuamente per l'affrancamento della Sardegna dallo stato d'inferiorità economica, politica e sociale in cui era rispetto alle altre regioni italiane, riafferma energicamente il suo programma e il suo scopo, ancor oggi fondamentali e immanenti; e, costituito com'è quasi interamente di lavoratori, ribadisce il suo proposito di operare instancabilmente per la redenzione sociale della Sardegna.

6) Codesto programma sarà agitato e propugnato sulla base dei seguenti principii:

a) Il lavoro è un diritto e dovere sociale. Ogni cittadino ha diritto al lavoro indipendentemente da qualsiasi distinzione di razza, religione o fede politica e dall'appartenenza a organizzazioni politiche o sindacali. Ogni cittadino ha il dovere di lavorare, di contribuire cioè con tutte le sue energie al benessere dello Stato e al progresso della società.

b) Il capitalismo, fonte di egoismo, di crisi economiche, di guerre fra i popoli, dev'essere sostituito da un ordinamento produttivo e sociale inspirato alla solidarietà umana e fondato sul lavoro, secondo la formula mazziniana: capitale e lavoro nelle stesse mani.

e) Il processo di trasformazione dell'ordinamento capitalistico non può realizzarsi se non gradualmente, in relazione alle necessità della produzione e specialmente nel periodo postbellico, ma deve iniziarsi subito con provvedimenti che colpiscano alla radice i gangli centrali del predominio capitalistico.

7) L' espropriazione e la nazionalizzazione dei maggiori complessi industriali, finanziari, commerciali e assicurativi. Il controllo della gestione - che sarà socializzata nelle forme ritenute più consone alla natura delle aziende - verrà affidata all'Ente Regionale per gli organismi operanti nell'isola.

8) Costituzione di un demanio regionale delle miniere, delle cave e delle foreste. La gestione, controllata dall'Ente Regionale, sarà socializzata per le grandi aziende; a titolo individuale o collettivo per le piccole e medie aziende (es. cave di talco).

9) In base al criterio della gradualità della trasformazione dell'ordinamento capitalistico, le medie aziende - non suscettive di immediata collettivizzazione - saranno tutelate e sviluppate anche per assicurare la necessità della produzione specializzata nel periodo di assestamento che seguirà alla prima fase della trasformazione (espropriazione e nazionalizzazione delle grandi aziende).

10) Tutela e sviluppo delle piccole aziende e dell'artigianato, che, continuando la splendida tradizione italiana, possono conferire alla produzione non standardizzata ricca varietà di forme e viva originalità di espressione. Dovranno essere curati e favoriti i consorzi delle piccole aziende e delle botteghe artigiane soprattutto per organizzare sia l'acquisto e l'eventuale importazione di materie prime sia la vendita e l'esportazione di prodotti.

11) Tutte le forme di gestione collettiva dovranno essere governate dai seguenti principii:

a) disciplina collettiva del processo di produzione e di distribuzione;

b) collaborazione fra tutte le forze produttive (maestranze, tecnici, Impiegati);

c) costituzione dei consigli d'azienda che dovranno sorgere da elezioni democratiche, ma con criteri precipuamente tecnici (scelta del componente in base alle sue qualità personali), realizzare l'unità della classe del lavoro (cioè la collaborazione fra tutte le forze produttive), e partecipare al controllo sul processo produttivo.

12) In tutte le forme di gestione individuale, i lavoratori dovranno partecipare agli utili dell'azienda.

13) Il problema della terra ha sempre richiamato e richiama la particolare attenzione del Partito Sardo d'Azione il quale, nel ricercarne la soluzione più razionale, non può non tener presenti le speciali condizioni geofisiche e ambientali dell'isola e la struttura della sua economia. Le basi di una soluzione inspirata a principi di giustizia sociale e al tempo stesso alle esigenze della produzione dovrebbero essere le seguenti: a) espropriazione della proprietà terriera improduttiva (senza indennizzo quando l'improduttività dipenda dalla mancata o insufficiente coltivazione della terra) e della grande proprietà terriera. Le forme della gestione della terra espropriata saranno dettate dalla valutazione tecnica della maggiore produttività. Non si può a priori preferire la quotizzazione o la socializzazione. L'estensione della zona appropriata, l'ubicazione, la natura del terreno e quindi delle colture possibili consiglieranno la gestione a titolo individuale (possibilmente su base familiare) o collettivo. Intanto occorrerà provvedere per la preparazione tecnica professionale della riforma agraria tenendo presente la funzione strumentale e preparatoria delle cooperative per la gestione socializzata integrale.

b) il problema più complesso e delicato, specialmente in Sardegna, è quello che riguarda la media proprietà terriera. Il Partito Sardo d'Azione, alieno da concezioni astratte o generiche, non può impegnarsi - come vorrebbero taluni - a riconoscere sic et simpliciter o a tutelare la media proprietà, poiché tanto varrebbe impegnarsi - in Sardegna - a perpetuare la struttura sociale esistente. Converrà distinguere. Si può riconoscere e tutelare la media proprietà coltivatrice, cioè la media azienda a base familiare; ma la media proprietà di coloro che non coltivano direttamente la terra dovrà seguire gradualmente la sorte della grande proprietà. Gradualmente, perché non conviene - subito dopo la prima fase della riforma (espropriazione della grande proprietà terriera) e nell'inevitabile periodo di equilibrio produttivo che le succederà - affrontare l'espropriazione della media proprietà. Le necessità della produzione devono guidarci sulla scelta del momento e - anche in questo caso - sulla determinazione delle forme della gestione che sarà individuale o collettiva secondo la valutazione tecnica delle aziende da espropriare. 

c) Rispetto e tutela della piccola proprietà. Dovranno essere favorite le forme consorziali delle piccole aziende per l'acquisto di macchine agricole, concimi, sementi e per la consulenza tecnica, onde evitare o attenuare i danni economici dell'eccessivo frazionamento della terra; e dovrà essere sviluppata, con criteri moderni, l'assistenza creditizia.

d) In tutte le forme di gestione collettiva delle aziende agricole dovranno essere osservati i principii dettati per le aziende industriali, commerciali ecc. (art. 11).

14) Adozione dei seguenti principii Beveridge:

1) Realizzazione d'un sistema di previdenza sociale Inteso a liberare i lavoratori dall'indigenza e dal bisogno, assicurando loro un reddito adeguato a quello interrotto da malattia, vecchiaia, disoccupazione e inabilità.

2) Unificazione delle assicurazioni sociali al fine di:

a) volgere a beneficio dei lavoratori anche quegli immobilizzi e quelle spese che, in sistemi frazionati come il nostro, sono costituite dal pagamento di uffici inutilmente moltiplicati;

b) perequare il trattamento di categorie meno protette; 

c) eliminare gli attuali conflitti di competenza.


L'articolo “Orizzonte politico" uscito su Il Solco del 15 dicembre 1946

È molto difficile disegnare un quadro dell'odierna situazione politica italiana che possa ambire a riprodurla validamente per una settimana, tanta è la varietà e fluidità degli elementi che la costituiscono. Tentativi del genere possono essere più agevolmente fatti sui quotidiani che riflettono le vicende della vita politica giorno per giorno e rettificano o integrano domani i giudizi o le impressioni di oggi. Non è detto, tuttavia, che non si possano cogliere in una situazione sia pure mutevole e torbida elementi o dati di orientamento validi per un giudizio che trascenda il giorno che passa; e non è detto neppure che dal modesto osservatorio di provincia non si possa vedere limpidamente ciò che accade a Roma e in tutta Italia.

Il primo pensiero che vien fatto di esprimere è che la vita della Repubblica appare, in questa fase iniziale, oltremodo travagliata. Intendo le formidabili difficoltà d'ordine internazionale e interno che essa deve affrontare, la paurosa enormità del passivo che essa ha dovuto raccogliere con l'eredità del fascismo, la necessità immanente di costruire un ordine nuovo e liberale sulle polverose rovine di un regime totalitario e di creare o ridestare il senso della libertà in un popolo che lo aveva perduto o smarrito; e son ben lontano dal sottovalutare l'arduità e la complessività di compiti cosiffatti. Ma domando e con me domandano moltissimi italiani: gli antifascisti che nel ventennio tennero alto e vivo il culto della libertà e, dopo il crollo del regime mussoliniano, rivendicarono l'onore della ricostruzione e si assunsero la responsabilità di condurre l'Italia verso il sognato secondo risorgimento, possono in coscienza dire di aver compiuto interamente il loro dovere per mantenere l'impegno?

Una grande conquista è stata fatta, la Repubblica. Il ricordo della lotta combattuta non è ancora svanito; e l'esito di essa non è tale da assicurare completamente coloro che attendono il consolidamento dell'istituto su più vaste basi. Ma possono, in verità, affermare i partiti che lottano per la Repubblica ch' essi hanno compiuto, dopo il suo avvento, quanto era necessario per diffonderne più ampiamente la fede nella coscienza popolare, per volgere i dubbiosi e gl'indifferenti al gusto della libertà e all'amore della Repubblica che sola può garantirla, per convertire insomma la fluttuante massa amorfa della politica italiana in una forza viva e operante in difesa della Repubblica?

Ahimè, la risposta non può che essere negativa. Si può dire che la battaglia elettorale ha avuto soltanto una breve pausa dopo il 2 giugno poiché i partiti, fatti i calcoli tirate le somme e disposti i nuovi piani, l'hanno ripresa, senza troppi infingimenti, in vista delle elezioni amministrative nei grandi centri e delle elezioni politiche per la tarda primavera del 47. Nessuno dei tre partiti vittoriosi ha mostrato di preoccuparsi preminentemente del rafforzamento dell'istituto repubblicano e dell'educazione repubblicana del popolo italiano; e tutti hanno consentito l'umiliazione dell'Assemblea Costituente, defraudata della potestà legislativa e ridotta a trascorrere in vacanze la maggior parte del tempo che doveva essere consacrato all'esame del nuovo Statuto o almeno impiegato nella discussione dei disegni di legge. Doveva essere questo l'esempio da fornire ai cittadini del nuovo Stato? La via da seguire perché l'auspicata partecipazione del popolo alla vita politica incominciasse a realizzarsi? Doveva essere questo l'esordio della nostra Repubblica?

E oggi siamo giunti a una fase politica estremamente pericolosa. Fallita l'ambiziosa pretesa del partito democristiano di farla da padrone tra una sinistra socialcomunista e una destra risorgente - e non poteva non fallire sia per l'eccessiva eterogeneità della composizione sociale del partito e sia perché il molteplice giuoco del 2 giugno doveva presto o tardi essere smascherato; scemati enormemente il prestigio e la potenza d'attrazione del partito socialista pervenuto all'ora forse più grave della crisi ideologica e storica, lo schieramento delle forze politiche in Italia accenna a prospettarsi in termini quasi dilemmatici. Da un canto, il partito comunista che nel suo sforzo teso alla conquista o almeno al controllo del potere s'arricchisce, per via d'un sempre più stretto e operante patto d'azione, se non di una non impossibile ma per ora improbabile fusione, di gran parte delle forze del partito socialista; dall'altro, una destra che si va organizzando in forme seriamente preoccupanti. Si pensi, per esempio, all'agnosticismo del Fronte dell'Uomo qualunque in materia istituzionale, alla ripresa notevole della propaganda monarchica, alla minacciosa levata di scudi dell'estrema destra del partito democristiano.

Se la lotta politica in Italia dovesse svolgersi nei termini diametrali or ora accennati, senza l'intervento e la mediazione di altre forze, sarebbe sì teoricamente semplificata, ma a spese del suo sereno svolgimento e, praticamente, a spese della libertà. Ma quali altre forze possono entrare in giuoco e dialettizzare le due posizioni estreme? Questo è il grosso problema. Che, in un certo senso e con larga approssimazione, si identifica col problema della organizzazione politica dei celi medi.

S'intende perciò, da una parte, la misura dello sforzo che va compiendo con abilissima propaganda il partito comunista per la conquista dl quei ceti che si chiamano ancora medi per abitudine e forse per certo clima spirituale in cui vivono ma che sono proletarizzati oltre ogni immaginazione; dall'altra, s'intende il richiamo tra patriottardo e classista alla media e piccola borghesia e specialmente alla borghesia intellettuale perché non tradisca quel che dovrebbe essere, secondo alcuni, la sua missione. Si lavora, insomma, dalle opposte parti per approfondire il solco che le divide, per evitare la formazione di aggregati politici intermedi, per accentuare l'esclusività della rappresentanza di tutte le correnti politiche vitali.

Eppure nel paese vi sono forze che possono esercitare una superiore azione a tutela della libertà e della giustizia e in difesa della Repubblica che, integralmente realizzata e fedelmente rispettata, ne è la condizione di vita e il presidio.

Queste forze sono oggi sparse fra vari partiti o anche estranee a partiti; e rappresentano una enorme massa di manovra che attende una nuova forma organizzativa, una disciplina ideale, un sicuro orientamento, l'indicazione precisa della funzione cui deve adempiere nella vita politica italiana. Nel prossimo gennaio avranno luogo i congressi nazionali del partito socialista e del partito repubblicano. Sono attese con ansia le risoluzioni che essi adotteranno. Seguiranno i congressi di altri partiti, grandi e piccoli, nazionali e regionali. Ma occorre che ciascuno si proponga chiaramente il problema della necessità organica d'un centro politico autonomo, dinamico, sensibile alle esigenze storiche dell'epoca, e alle condizioni eccezionali dell'Italia e perciò teso alle più ampie realizzazioni socialiste nel rispetto delle essenziali conquiste liberali; occorre che ciascuno pensi meno all'interesse di partito che all'interesse nazionale e che perciò sia disposto a sacrificare non la sostanza del proprio programma ma la rigidezza e l'affettività degli schemi tradizionali per giungere alla formulazione di un piano d'azione sulla base di pochi fondamentali postulati comuni; occorre soprattutto che ciascuno rinunzi a credere di poter essere esso solo il centro d'attrazione per gli altri se si vuole evitare che l'egocentrismo dei partiti, umano e spiegabile quanto si voglia e sia pure fondato su autentiche benemerenze, faccia fallire questo estremo tentativo di conglobare le varie correnti repubblicane e socialiste liberali in una unica grande corrente, in una nuova formazione politica.

Anche noi terremo il nostro congresso.

Nel profilarsi d'una lotta che può essere decisiva per le sorti della Repubblica, della libertà e della democrazia, dobbiamo essere pronti a collaborare sul piano regionale e nazionale con quelle forze politiche che perseguano chiaramente le stesse finalità e che riconoscano fondamentale garanzia per la vita e lo sviluppo della democrazia in Italia la struttura autonomistica dello Stato.

Se l'auspicato tentativo fallirà noi continueremo a difendere dalla nostra trincea isolana gl'ideali per i quali abbiamo sempre combattuto. E può darsi che la trincea dell'autonomia regionale si appalesi la difesa migliore contro la minaccia di nuove dittature.


Il pro-memoria (senza data) steso in vista, presumibilmente, di una riunione dei Direttorio regionale sardista preparatoria di un'assise congressuale (o provinciale nel 1946 o regionale nei 1947)

Ragioni sostanziali:

alleanza col Pd' A? Non credo.

Se anche si torna all'isolamento, all'affermazione esclusiva del postulato autonomistico, il partito non avrà lo slancio che aveva alle origini.

Non che sia crollato il mito dell'autonomia. Anzi è più vivo che mai. Ma non può esaurire la sfera ideologica d'un partito e non può più, da solo, appagare le masse perché nuove esigenze sono sorte e si sono acuite. Necessita, quindi, integrare o aggiornare il programma verso il socialismo.

Come va inteso il socialismo in Sardegna?

La stessa tattica comunista è ammonitrice.

Appunti per il prossimo Congresso.

Problemi da esaminare e posizioni da chiarire:

1°) Separatismo e federalismo;

2°) Rapporti fra partito italiano e partito sardo d'azione; 

3°) Questione sociale.

1°) Il Congresso di Oristano ha affermato all'unanimità 2 postulati:

a) federalismo repubblicano;

b) in ogni caso, rivendicazione autonomistica per la Sardegna.

Ma, dunque, il partito sardo riconosce che la Sardegna fa parte d'uno Stato italiano; riconosce cioè che anche per la Sardegna vi sono problemi nazionali e internazionali, come per il Canton Ticino e il Cantone di Zurigo vi sono problemi cantonali e problemi nazionali, cioè dello Stato svizzero.

Negare ciò significherebbe porsi sul piano del separatismo, significherebbe dire che tutto deve esaurirsi nella proposizione e soluzione della questione sarda, come questione a sé stante, da proporre e risolvere fuori del quadro dello Stato italiano e di qualsiasi Stato.

Ma una posizione siffatta oggi è assurda:

- perché postula, in definitiva, una indipendenza politica, che è semplicemente un'utopia (la Sardegna si ridurrebbe a un grande natante nel Mediterraneo preda del più forte);

- perché l'evoluzione politica generale è contraria a forme statali autonomistiche;

- perché l'isolamento aggraverebbe la staticità della struttura sociale esistente in Sardegna;

- perché i lavoratori hanno bisogno di solidarietà più vaste per la loro educazione politica e la loro lotta sociale, e non potrebbero, i lavoratori sardi, essere condannati a un'avulsione della loro vita da quella dei lavoratori italiani.

Con ciò, tuttavia, io non voglio negare alla corrente separatista il diritto di cittadinanza e di vita e di battaglia e di critica in seno al partito. Dico di più. Il separatismo non conta come idea politica ma conta, o può contare, come sentimento. E i sentimenti, specie quando stanno alla base di movimenti politici, bisogna trattarli con estrema delicatezza.

O abbiamo forse interesse a che si costituisca un partito separatista? No, davvero. Dobbiamo, anzi, stare attenti a non commettere errori di psicologia politica che potrebbero avere conseguenze gravi.

Noi, dal canto nostro, dobbiamo persuaderli che in uno stato federale l'autonomia della Sardegna sarà realizzata al 100 per 100.

Ciò che potremmo e dovremmo pretendere è, però, che i separatisti non compromettano né turbino la politica ufficiale del partito che è ufficiale perché è voluta dalla maggioranza.

Essi devono considerarsi la pattuglia di punta del grosso dell'esercito sardista e, per proseguire l'immagine, favorire tatticamente l'idea federalistica e autonomistica del partito.

2°) Se esistono, dunque, problemi nazionali a cui la Sardegna non può estraniarsi, il partito sardo vuole affrontarli da solo? perché? e con quali probabilità di successo?

Se esiste in Italia un partito nazionale che ha le stesse finalità e lo stesso programma del partito sardo, perché questo non intende collaborare con quello?

E può, nel campo nazionale, vincere da solo la sua battaglia? Questo è il punto nucleare del problema dei rapporti col partito italiano d'azione.

Assicurata l'autonomia assoluta nel campo organizzativo e nella difesa degli interessi isolani, quale diminuzione di prestigio e di vitalità può temere il partito sardo dalla collaborazione con un partito nazionale che è poi per avventura guidato - ed è stato costituito - da coloro che parteciparono alla fondazione del partito sardo?

Questa è la postilla dell'o.d.g. votato dal Congresso di Macomer.

Da allora, che cosa è avvenuto che possa consigliare la revoca o la modificazione di quella decisione?

3°) Il mondo va verso il socialismo. È inutile chiudere gli occhi dinanzi a questa grande realtà o tapparsi le orecchie per non sentire lo scroscio della fiumana che ingrossa.

Ripeto: il livello delle acque sale. E meglio aprire in tempo le saracinesche delle bocche di scarico, altrimenti salta anche la diga.

Se voi leggete il piano Beveridge, riconoscerete subito che anche la grande economia inglese avverte l'imminenza dell'avvento d'un ordine nuovo. Il contrasto non sarà più tra economia capitalistica e comunismo o socialismo ma tra economia sociale controllata con una parziale opera di vita del capitalismo non monopolistico e socialismo.





Fonte: Gianfranco Murtas
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