Gianfranco Murtas

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Andrea, Andrea, indimenticato Andrea Oppo. Indimenticati Enrico e Ignazio, Marco, Mauro e Giovanni, amici suoi e cronisti della sua vita rovesciata. Testimonianza per la purezza di una città naturale

di Gianfranco Murtas


Ho richiamato di recente il nome e la memoria di Andrea Oppo, la cui vita si concluse con un volo disperato in uno strapiombo di Castello. Così a quarant’anni, dopo che un terzo di quell’età si era consumato nelle cattività fisiche e morali conseguenti ad un tragico incidente di moto avvenuto in Francia, dov’era andato con amici per una vacanza. Era stato in quel volgere quasi finale degli anni ’80, gli ultimi della grande illusione, anzi dell’imbroglio che potessimo vivere, nella società come nella politica dei Craxi e De Mita, di bollicine ed occulte ruberie. Gli anni delle ubriacature padane, dell’acqua o del sangue del dio Po raccolto in ampolla, dei nazionalismi nuragici senza respiro e senza domani. Mentre il mondo, anche il piccolo mondo nostro, cominciava ad essere pervaso della diavoleria dell’aids giovanile. Dunque per la vita delle persone anni come gli altri, variamente allettanti e rischiosi o pericolosi, con le loro novità e con le loro continuazioni, con la vita e la morte sempre a braccetto dentro le case e negli usci come nelle fughe e nelle lontananze. A Cagliari l’università di massa, tanto più nelle facoltà giuridico-economiche, a Cagliari i lavori infrastrutturali del porto industriale, finalmente sbloccati dopo vent’anni e forse trenta di tergiversazioni burocratiche e confuse incertezze politiche.

Un ragazzo bene, si sarebbe detto un tempo: di famiglia bene, borghese e colta, Andrea Oppo, figlio di viceprefetto. Affetti pieni, studi nella norma, personalità vulcanica da sempre, una presenza anche fisica attrattiva di relazioni positive. Una progressiva salita nella vita d’adulto come in un viale dai fianchi uno della disciplina e l’altro della creatività, dello sguardo largo e lungo al mondo e agli assortimenti del mondo, al mondo da conquistare alla propria conoscenza, da esplorare in collettivo, anche con la variabile della velocità modernista. Di qui anche la propensione per le lingue del mondo moderno, il mondo dei traffici, il mondo del fare.

L’incidente e la conversione di un essere, di un essere come letto da se stesso e come reinserito, diverso, diversissimo e anche no, nel giro sociale. Un’esperienza in sé drammatica, con altre coordinate, con altri punti centrali, con altre priorità e altri obiettivi, e però anche con una continuità vitalista sullo sfondo, tutto dentro un impasto insieme voluto e subìto, così come il nuovo ordinario quotidiano impone, gli impone.

E’ la battaglia continua, provocatoria, ingegnosa contro il nemico materiale delle barriere architettoniche e contro quello immateriale della inconsapevolezza dei più, pronti magari alla lacrima solidale nel momento d’eccezione, sonnecchianti nell’ordinario che passa e copre, nel suo soddisfatto niente, l’intero calendario.

Io Andrea l’ho conosciuto nel 1989, o l’anno prima. Vi fu un periodo, proprio in quegli anni di passaggio di decennio, in cui la frequentazione si fece assidua, i contatti intensi di contenuto, le conversazioni larghe oltre il contingente. Amico dei comunitari di Sestu – apripista in Sardegna, fin dai primissimi anni ’70, della nuova cultura sociale dell’handicap, rivissuto in positivo (valorizzando il potenziale non il mancante) e per la dignità della autosufficienza, magari attraverso la formula cooperativa – mi adattai facilmente alle sue elaborazioni combattive. Conosceva anche lui Sestu e gli operai di quell’impresa illuminata e solidale, Franca e Dionisio e da loro e con loro tutti gli altri… Ho il rammarico di non aver tenuto, come pure rapsodicamente mi era capitato in altri tempi, una specie di agenda di incontri e colloqui e propositi lungo il filo teso fra Sestu e Andrea, fra il territorio fatto persona nell’hinterland cagliaritano ed il cagliaritano incontrato un giorno.

Ci fu quella sua presenza inaspettata, alla Fiera, che tanto mi onorò e fece pensare i centocinquanta o duecento convenuti alla presentazione, nel centenario speculare de L’Unione Sarda e della sindacatura di Ottone Bacaredda, del mio libro sulla Cagliari del 1889. Risalì tutta la sala, alla fine degli interventi dei recensori – Paolo De Magistris, Mario Giglio, Antioco Piseddu, Elena Manca Mesina – e di null’altro parlò che del suo amico allora giovane anche lui, non del libro ma del suo amico.

Poi io mi immersi per tre lustri interi nelle attività comunitarie di Mondo X Sardegna e nella quotidianità delle corsie degli infettati dal virus dell’HIV, ed attrezzai una casa per l’alloggiamento gratuito, all’inizio ancora in difetto della casa hospice, dei malati non ospedalizzati costretti da fuori Cagliari a venire qui per le somministrazioni di chemio o la radioterapia, in specie bambini, anche per il trapianto. E i nostri campi, forse per necessità, di separarono. Nel fare, non nell’intenzione.

Infine nell’annus horribilis per la mia famiglia e per me venne anche il suo addio. Con i miei avevo perduto, già dalle prime settimane di quell’infausto 2000, e come per appuntamenti inovviabili e pressanti nella loro fretta, e Zella ed Elena e Baingio… e quanti altri ancora superando la primavera, e Andrea.

Io non vorrei, non voglio qui aggiungere altro di mio. Conservo una cartella con la copia degli articoli che, negli anni, - saranno stati cinquanta! – la stampa regionale ha dedicato ad Andrea. Il proposito era stato, oggi, di ricordare lui con quanto ne scrissero, nei giorni della sua morte, i cronisti de L’Unione Sarda. E mi sono accorto, puntualizzando il mio obiettivo, che molti di coloro che firmarono in quei primi giorni di settembre del 2000 – proprio quando il giornale passava dalla direzione di Bachisio Bandinu a quella di Mario Sechi, e la cronaca era affidata, se ancora ben ricordo, a Mauro Manunza – noi sconsolati li abbiamo persi nel frattempo, strada facendo: abbiamo perduto Giovanni Puggioni (2015), abbiamo perduto Marco Mostallino (2018), abbiamo perduto Mauro Manunza (2020). Abbiamo perduto anche, sempre positivo, Ignazio Onnis (2009) ed Enrico Castriotta (2018) che tanto caramente fuse la sua vita di fratello minore – sette anni li dividevano – a quella di lui del quale fu il miglior testimone. L’occasione è buona perciò per richiamare anche la loro memoria, la loro testimonianza di vita, la loro professionalità fusa alla loro umanità.

La messa funebre celebrata a San Paolo dai preti salesiani fu, nel pomeriggio del 7 settembre 2000, una messa popolare, di tributo e di sentimento, di interrogativi e anche di pentimenti. Di pentimenti sociali, di pentimenti civili per il tanto che era ed ancora è registrato come ritardo e forse anche diserzione nostra, anche mia. Una messa di riflessioni impegnative e forse anche di nuovi propositi rivoluzionari… Tutto resta, e oggi che da quei giorni angoscianti sono passati ormai ventuno anni, e molto sembra essere sepolto sotto la polvere del tempo, ecco Andrea che ritorna nella memoria e nella coscienza, con i suoi amici.




Un giornale, un fascio di dolore

Dunque fra mercoledì 6 settembre e venerdì 8 dell’infausto 2000 L’Unione Sarda dedicò ampio risalto nella cronaca alla vicenda di vita e di morte di Andrea. Anche La Nuova Sardegna dedicò larghi spazi al fatto e alla pena diffusa che ne derivò in città.

Qui di seguito riporto, senza commento alcuno, quanto scrissero i giornalisti del quotidiano cagliaritano.


L’ultimo volo di Oppo

Da anni in prima linea per affermare i diritti dei portatori di handicap, un disabile di Cagliari, Andrea Oppo, 40 anni, vinto probabilmente dallo sconforto, ha scavalcato la recinzione dell’ascensore che porta a Castello e si è lanciato nel vuoto. Soccorso in fin di vita dagli operatori del “118” è morto in ospedale per le gravissime ferite riportate. La drammatica vicenda ha suscitato un profondo cordoglio, e anche il Consiglio comunale ha osservato un minuto di raccoglimento, ricordando il coraggioso impegno e le battaglie civili di Oppo per dare alla città un volto migliore.

(in prima pagina, di taglio centrale, mercoledì 6 settembre, con sottotitolo “Un protagonista delle battaglie civili” ed occhiello “Cagliari. Suicida l’uomo che lottava contro le barriere”. A corredo una foto di Andrea Oppo in carrozzina durante una delle sue pubbliche denunce, d’inverno)


I “normali” non lo sanno: libertà di muoversi per tutti

Noi “normali”, che usiamo le gambe per camminare, correre, saltare, calciare, schiacciare freno e frizione, possiamo soltanto immaginare che cosa significhi non potersi servire di tanto patrimonio fisico. In realtà non lo sappiamo. Dovremmo per saperlo trovarci impotenti davanti ai gradini del mercato, alla scalinata della chiesa, al granito del marciapiede, ai blocchi piramidali che inoltrano alle porte degli edifici pubblici e privati, agli ingressi del campo sportivo, del cinema e del teatro. Impotenti, costretti ad abbassare la testa e girare la carrozzella forzando di braccia per un’umiliante inversione di rotta.

Andrea, che invece lo sapeva bene, cercava di spiegarlo a tutti attraverso un’infaticabile battaglia condotta per anni. Non era l’unico a urlare il dramma dei paraplegici e di tutti i disabili avviliti da quel che chiamiamo “barriere architettoniche” e che dovremmo invece indicare senza ipocrisie con il loro autentico nome: barriere della civiltà dell’indifferenza. Non era l’unico e combatteva tuttavia in solitudine, pubblicamente, spinto da un esuberante carattere giovanile che lo portava a trasformare la convinzione in eroica rivoluzione. Quanto davvero eroica lo ha dimostrato ieri, trasformando il coraggio in sacrificio estremo: così come Enrico Toti, ha scagliato la stampella contro il nemico e se n’è andato.

In realtà ha lanciato una bomba che dovrebbe deflagrare nelle nostre coscienze. Possiamo soltanto sperare d’imparare la lezione, di chi ha saputo mostrarci che gli anormali li creiamo noi “normali”.

(corsivo in prima pagina con continuazione in cronaca di Cagliari, a firma di Mauro Manunza)




L’ultima battaglia dalla parte dei disabili. Andrea Oppo si è lanciato nel vuoto forse vinto dallo sconforto

Da molti anni in prima linea per affermare i diritti dei giovani condannati a vivere come lui sulla sedia a rotelle, Andrea Oppo ha perso ieri a 40 anni la sua battaglia forse più importante: vinto dallo sconforto, ha scavalcato la recinzione dell’ascensore che porta a Castello e si è lanciato nel vuoto. Raccolto in fin di vita dagli operatori del “118” e trasportato al “Brotzu”, nulla hanno potuto fare i medici di turno per salvargli la vita. La drammatica vicenda ha suscitato dappertutto profondo cordoglio: anche il Consiglio comunale ha osservato un minuto di raccoglimento ricordando il suo coraggioso impegno per dare alla città un volto più umano e civile.

Con il suo gesto disperato, Andrea Oppo ha chiuso i conti con una vita che con lui non è stata molto tenera. Vittima di un incidente stradale durante una gita in Francia con alcuni colleghi della facoltà di Giurisprudenza, aveva perso l’uso delle gambe. Un trauma per un giovane poco più che ventenne con una personalità forte e coinvolgente.

La vita sulla sedia a rotelle gli ha fatto conoscere una città per tanti versi ostile verso chi, come lui, aveva perso quasi tutta l’autonomia: scale all’Università, marciapiedi insuperabili nelle strade. Un rebus telefonare da una cabina sulla strada. Per non parlare degli accessi a tutti gli uffici pubblici come il Comune, la Provincia, il Palazzo di giustizia, la questura. «Una città invivibile» l’aveva definita nella sua ultima “provocazione” in via Roma sotto il porticato del Consiglio regionale.

Di “provocazioni” ne aveva fatte tantissime, ad iniziare dal 1989 quando su una “Golf” bianca si sistemava davanti all’ingresso dell’edificio preso di mira e denunciava pubblicamente il dramma dei disabili davanti alle barriere architettoniche. Molti ricorderanno sicuramente i suoi blitz in mezzo al traffico cittadino e quello compiuto al Palazzo di giustizia. Ogni volta faceva centro: i problemi esistevano, eccome.

E non è un caso che molte cose, grazie alle sue crociate, siano cambiate nel tempo. Ma evidentemente Andrea Oppo – che viveva assieme al padre ex funzionario della Prefettura, alla madre e un fratello – aveva perso la forza che lo aveva aiutato in tante battaglie. «Si era stancato di vivere su una sedia a rotelle» ha commentato ieri un amico che negli ultimi [tempi] gli era stato molto vicino.

Una rassegnazione che lo aveva portato a chiudersi in casa, limitando al massimo i suoi rapporti con i parenti e gli amici che pure gli sono sempre stati vicini.

Ciò che è accaduto ieri mattina in piazza Palazzo resta un mistero. Ma la molla che lo ha spinto a scavalcare la recinzione della stazione dell’ascensore è sicuramente lo sconforto e la rassegnazione. Un tragico capolinea.

Di Andrea Oppo resta comunque un’importante eredità: la guerra contro le istituzioni per i diritti dei disabili anche se poi ha perso l’ultima battaglia.

(in cronaca, titolo a caratteri di scatola su due righe e occhiello “Castello. Gesto disperato del giovane protagonista di tante crociate contro le barriere architettoniche”, a firma di Giovanni Puggioni. A corredo una foto di Andrea Oppo in carrozzina a petto nudo, d’estate)


Le reazioni: «Era stufo di vivere in carrozzina»

«Era stufo di vivere su una carrozzina». Questo il commento a caldo di Onorio Petrini, il consigliere comunale di Forza Italia che da anni combatte assieme ai disabili contro le barriere architettoniche e i diritti degli emarginati. Due giorni fa lo aveva trovato giù di corda («Come spesso accadeva») e gli aveva proposto di trascorrere insieme la fine settimana. «Non ci sono riuscito: si era chiuso in una specie di clausura vinto, probabilmente, dalla sua condizione di disabile».

Rassegnato, forse, dopo le battaglie a favore dei diritti di tanti giovani condannati come lui a vivere su una sedia a rotelle: Andrea Oppo alla fine degli anni Ottanta era stato sicuramente il primo a sollevare il problema delle scale nelle scuole e quello delle cabine telefoniche col basamento troppo alto. Rivelando una forza d’animo non indifferente e per quegli anni sorprendente, aveva lanciato la sfida alle istituzioni con una serie di provocazioni: dopo aver fatto il giro della città denunciando la scarsa attenzione ai problemi dei disabili, aveva computo un blitz prima al Palazzo di giustizia, poi in Questura, al Comune e in tanti altri uffici pubblici. L’ultimo in ordine di tempo davanti al consiglio regionale: sceso dalla “Golf” che si era fatta adattare da un meccanico, aveva compiuto un sit-in per richiamare l’attenzione dell’allora Presidente della Giunta Federico Palomba.

Tante cose sono cambiate in città anche dopo le sue “crociate” a favore dei disabili. Ma proprio il grande accusatore non è riuscito a vincere la sua battaglia personale.

(in cronaca, box siglato G.P.)


«Non ci servono i minuti di silenzio»

«Un minuto di silenzio in Consiglio comunale? No, per ricordare Andrea ci vuole un mese di parole. E di fatti». Enrico Castriotta, vicepresidente della Circoscrizione 4 (San Benedetto, Genneruxi, Cep-Fonsarda), parla con il pianto nel cuore: «Andrea Oppo si è sempre battuto, scontrandosi spesso contro i muri». Trentadue anni, dal ’94 alle prese con la sclerosi multipla, Castriotta ha scelto la strada dell’impegno sociale. L’ultimo suo piccolo successo riguarda il “Progetto Sole”, il servizio di trasporto pubblico tra la città (e l’hinterland) con il Poetto. Il capolinea era in programma domenica scorsa, è bastata una lettera al Ctm per far prorogare il servizio sino all’ultimo week-end di settembre. Ma non basta: gli amministratori pubblici, sottolinea Castriotta, devono realizzare, con urgenza, un servizio definitivo e non solo verso la spiaggia. «Un servizio che dia uguale dignità, autonomia e libertà a una categoria di individui che, in molti casi, non certo per loro scelta, le hanno perse». Persino un “Pollicino” provvisorio, sottolinea Ignazio Onnis, responsabile dello Sportello Handicap della Cgil, «è bastato per consentire ad alcuni di uscire di casa dopo 4 o 5 anni. La storia passa, ma non per loro. Ed è un mondo grande». Onnis, che fa parte anche del coordinamento nazionale del sindacato, resta al Poetto e cita un altro esempio. «L’accessibilità in spiaggia offerta dalla “Golfo degli Angeli” per i disabili è stata premiata come la migliore d’Europa. Ma come arrivarci? Pensate al parcheggio, pensate ai problemi nell’attraversare. E’ come il bambino che, davanti alla marmellata, non può toccarla».

Vittorio Climan, direttore di “Password Magazine”, sottotitolo “Periodico di cultura inversa” evidenzia come «Cagliari e anche Quartu stanno facendo ultimamente passi da gigante. Segnali positivi, che alimentano la speranza che si vada avanti in questa direzione. Ma anche il privato deve muoversi. Siamo tanti, un “mercato” che si sta trascurando. Per molti di noi è impossibile persino entrare in un negozio. Parlo anche da ex operatore turistico: l’Istat dice che in Europa ci sono, in un anno, 50 milioni di presenze di disabili. E in genere ci si sposta con due accompagnatori. Pensiamoci». Per Climan è soprattutto un problema di barriere culturali. «Un parcheggio riservato ai disabili viene visto come un privilegio. Ma io dico che la colpa non è di chi vede, ma del fatto che non c’è una cultura».

Impossibile avere “numeri” sull’handicap a Cagliari. «Nel piano socio-assistenziale si parla di tante cose, ma non c’è un dato sui disabili, su cui pianificare gli interventi». Lo dice Enrico Castriotta. «Io credo che un mese su una sedia a rotelle», aggiunge, «aiuterebbe a capire. Quando il problema non ti tocca, ti fanno davanti una faccia bellissima, però il giorno dopo si sono già scordati di te e del tuo problema. Stiamo purtroppo, e dico purtroppo in neretto e sottolineato, diventando sempre di più. Non possono dimenticarsi di noi». Castriotta ha tanti esempi da fare. Ne cita due, non a caso. «L’anfiteatro è stato appena sistemato. Un intervento da dieci. La lode no, non la merita. La postazione per i disabili coincide con una ringhiera. E così devi seguire un’opera lirica o un concerto con l’effetto-bistecchiera. Quando si parla d’altezza d’uomo, bisogna considerare anche l’uomo-disabile. Noi non possiamo sederci su una poltroncina o su una gradinata». L’altro esempio: «L’auditorium di piazza Dettori. Dentro c’è persino l’ascensore, ma all’ingresso c’è sempre solo una scalinata. Si passa dall’uscita di sicurezza. E c’è uno scalino. Anche nel Municipio di via Roma», dice Enrico Castriotta, «devi passare da dietro. E dentro, se non c’è nessuno che ti aiuta ad aprire la porta del bagno, fai la pipì sulla moquette».

Ignazio Onnis ha avuto la poliomielite a 16 mesi. Era il 1954. «Ogni mattina alzarsi è come la disfida di Barletta. Ma bisogna avere anche un atteggiamento positivo, dobbiamo proporci. Ho visto il concerto di Bob Dylan. Bellissimo, ed ero a mio agio. Per strada mi serve aiuto? Lo chiedo, e me lo danno. Il problema è che la gente si pone il problema dell’handicap solo quando ti cade la tegola». L’ultimo pensiero di Ignazio Onnis è per Andrea Oppo. «No, non credo che abbia scelto a caso il nuovo ascensore di Castello. Vai lassù e poi? Non puoi arrivare nemmeno dove si prende caffè. Dove puoi conoscere un amico».

(in cronaca giovedì 7 settembre, ancora a caratteri cubitali. Sottotitolo “Lo slalom quotidiano fra barriere architettoniche e culturali” ed occhiello “L’eredità di Andrea. Sullo sfondo della tragedia di Castello emerge una città ancora troppo ostile verso i disabili”, a firma di Emanuele Dessì. A corredo tre foto di Andrea Oppo datate 1989: sulla carrozzina fra le barriere architettoniche della città)




Un’amicizia saldata dal dolore

Dolore chiama dolore, spesso per fondersi nella speranza, alte volte per culminare nella tragedia. Un giovane infermiere trascorse accanto ad Andrea Oppo i mesi successivi all’incidente nel quale il ragazzo perse l’uso delle gambe. Inviato in Francia dalla Usl per accompagnare il ferito nel rientro a Cagliari, l’infermiere continuò il proprio lavoro appassionato nel tempo in cui Andrea lottava e pativa per impadronirsi della nuova, diversa dimensione del proprio corpo.

Un rapporto professionale che sfociò in un’amicizia profonda, nutrita dalla linfa della sofferenza e della ricerca di un domani diverso, che passava per un oggi ogni giorno più difficile.

Un legame cementato dalla generosità. La stessa generosità che spinse l’infermiere a studiare a lungo e con impegno per la specializzazione e, senza mai abbandonare il servizio, a donare il proprio tempo libero agli ammalati terminali di Aids, visitando le loro case per assisterli nel gelido sudore dell’agonia.

Una vita senza riposo, consacrata alla “simpatia”, quel concetto che i greci elaborarono per definire la scelta di provare e condividere il tormento altrui, sapendo che si finirà per farlo proprio pur senza conoscere la maniera in cui ciò avverrà.

Gli impegni di lavoro e di volontariato non impedivano all’infermiere di correre da Andrea quando il ragazzo, nel frattempo divenuto uomo a forza di delusioni più che di compleanni, sbatteva la propria rabbia in faccia alla città.

«Ora andiamo a casa, fa freddo», disse l’infermiere ad Andrea una mattina del ’92, quando al termine di una delle sue incursioni in automobile il ragazzo, avvolto in un vecchio giubbotto in pelle, attendeva da ore chissà cosa accovacciato contro il muro della Prefettura.

Grintoso Andrea, pacato l’infermiere. Diversi nel presentarsi al mondo, uniti dalla percezione della sofferenza che, già compagna del primo, attendeva paziente all’appuntamento il secondo.

Qualche piccolo disturbo non poteva non mettere in allarme chi da vicino ha visto tante persone ammalarsi e morire.

Una visita medica, le analisi cliniche, un’altra visita, il responso: sclerosi multipla.

Un male che avanza a piccoli passi, che fa tremare le mani abituate ad essere forti nel sollevare i corpi immobili e dolci nell’asciugare le fronti in preda alla febbre. Un morbo inarrestabile che indebolisce ogni giorno di più le gambe abituate a rincorrere la carrozzina e la Golf bianca di Andrea nelle spericolate sfide all’indifferenza. Un dolore che consuma lentamente quella vita che non concede riscatto e che Andrea ha preferito spegnere in un attimo.

(corsivo in cronaca con occhiello “Andrea Oppo. Il legame con l’infermiere che l’aiutava”, a firma di Marco Mostallino)


Oggi i funerali nella chiesa di San Paolo

Oggi in piazza Giovanni XXIII, l’ultimo saluto ad Andrea Oppo, il giovane costretto su una sedia a rotelle per un incidente motociclistico e scomparso tragicamente l’altro giorno. Andrea, che aveva lavorato al porto canale facendosi apprezzare per la sua professionalità (se la cavava bene con più d’una lingua straniera), ha lasciato un grande vuoto in chi lo aveva conosciuto e stimato. «Lo vogliamo ricordare con il silenzio» dicono alcuni amici. «Gli dedichiamo idealmente una pagina bianca con scritto, solo, “Grazie, Andrea”». Oggi alle 16,30, nella chiesa di San Poalo, i funerali.

(in cronaca, box con occhiello “L’addio ad Andrea”)


Comune all’opera

Da un recente studio realizzato in Municipio risulta che per adeguare tutti gli uffici comunali servirebbero 23 miliardi. Raffaele Lorrai, assessore ai Lavori pubblici, fa sapere che «presto investiremo un miliardo per interventi sui marciapiedi, tutti avranno gli scivoli. Una soluzione che stiamo già attuando da tempo. Con i risparmi dei fondi per il Giubileo un miliardo e 180 milioni», spiega l’assessore Lorrai, «abbiamo sistemato la zona da Bonaria, compresa la rampa di accesso, a piazza Yenne. Siamo intervenuti milioni anche in via Sonnino, in via Roma». Saranno investiti, al cimitero di San Michele 400 milioni (scivoli e ascensori), 150 al mercato di San Benedetto, 50 per le scalette Santa Chiara. Grande attenzione per le circoscrizioni: «Con 300 milioni», dice Lorrai, «interverremo nelle vie Santa Margherita, Berlino, Riva Villasanta, piazza Amsicora. Ed è solo l’inizio». Sarà a norma anche la Galleria comunale in ristrutturazione.

(in cronaca, redazionale)


Lacrime e applausi per l’addio ad Andrea

Una chiesa troppo piccola per contenere la folla che ieri pomeriggio, in silenzio, ha occupato San Paolo, in piazza Giovanni XXIII, per l’ultimo saluto ad Andrea Oppo, il giovane costretto su una sedia a rotelle dopo un incidente motociclistico e scomparso tragicamente martedì scorso. In tanti, pur non avendo trovato posto fra i banchi e le sedie della parrocchia, si sono accontentati di sentire l’omelia del sacerdote in piedi nel piazzale davanti all’ingresso. Non pochi piangevano. Molti i disabili e anche i giovani cagliaritani non disabili che, colpiti da una vicenda così commovente e pur non conoscendo Andrea, hanno voluto partecipare in segno di solidarietà e dolore al rito funebre, cominciato con una lettera accompagnata da un interminabile applauso.

(in cronaca venerdì 8 settembre, redazionale. Occhiello “San Paolo. Folla commossa ai funerali del disabile”. A corredo una foto degli omaggi floreali nella macchina funebre sulla piazza Giovanni XXIII)

  



Per favore aspettateci

Lo conoscevo come si può conoscere una persona con cui si sono fatte insieme delle esperienze. Oltre a ciò ci accomunava la disabilità. Io mi muovo sulle mie gambe, Andrea si muoveva sulle sue “ruote”.

La notizia della sua sorte mi ha scosso, anche perché conoscevo Andrea come uno dei più pronti a lanciarsi contro le storture della società che non si accorge nemmeno di crearle queste storture, talmente va di fretta, tanto è impegnata a far quadrare i conti.

Confesso che sono preoccupato, anche per me in prima persona, perché no? Avrà mai un traguardo la ricerca – mia e di tanti altri – di soluzioni per vivere un pochino meglio, di non avere la sensazione di essere “sopportato”, di essere considerato disabile (portatore di handicap e conseguentemente portatore di fastidi a chi ha fortuna di essere “abile”) e non semplicemente “persona” disabile, inseribile nella quotidiana condizione di tutti?

Fatico per stare meglio, il mio obiettivo è quello. E sono convinto che forse il mio star meglio potrebbe servire anche a qualcun altro, magari a quel disabile di diverso tipo nato e cresciuto in un qualsiasi quarto o quinto piano e mai uscito da lì per mille motivi, compreso quello che mamma e babbo non gliela fanno a portarlo giù per le scale. L’ascensore? Quanti ascensori non ci sono, e quanti ancora non sono idonei all’handicap… Quanto si potrebbe fare e quanto non viene realizzato…

Andrea parlava per sé, ma anche per tanti altri, così come io non posso che parlare per me e – quindi – per gli altri, che si trovano in condizioni analoghe alle mie; e parlando per me chiedo ai miei “colleghi” disabili di non rinchiudersi nel disagio. Qualsiasi sia la vostra disabilità, facciamoci vedere di più in giro. Qualcuno alla fine si rassegnerà, poi capirà e infine riuscirà a vedere la diversità come ricchezza. O forse i rassegnati siamo proprio noi, che abbiamo capito che la tanto sognata integrazione non avverrà mai? Che Andrea l’avesse capito più di altri, me compreso? Chissà.

Cerco di spiegarmi con parole buttate lì quasi a caso, confuse, mentre saluto un amico che viene a mancare: in questo momento la testa non vuol saperne di fare ordine. Mi resta solo da sperare, tenere salda la posizione raggiunta finora; o per lo meno, se ricacciato al via, spero di poter avere la forza di ripartire.

Non so se serva considerare Andrea un eroe, eroi lo siamo un po’ tutti che ci arrabattiamo a vivere, qualcuno anche a sopravvivere. E non parlo solo di noi disabili: ognuno sa il suo. Però, vi prego: chiunque legga queste parole, soprattutto i non disabili, ogni tanto si volti indietro, e se ci vede troppo distanti, per favore… aspettateci.

(in cronaca, corsivo a firma di Francesco Siciliano, esponente dell’associazionismo pro-disabili)




Fonte: Gianfranco Murtas
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