Anni ’90: la “casa della Speranza”, ovvero il mondo generoso di Carlo Ghiani
di Gianfranco Murtas

Nel gran novero delle iniziative solidaristiche che si fecero cosa bella di un’umanità condivisa e concreta in Sardegna, ora sono già trent’anni e più, la “casa della Speranza” promossa e realizzata da Carlo Ghiani in quel di San Sperate – dunque nel paese che non era, neppure allora, soltanto il paese-museo di Pinuccio Sciola – fu, con la sua singolarità, una splendida, e tanto splendida quanto umile (forse immaginata o avvertita provvisoria e precaria dagli esterni) tessera dell’ideale mosaico. Il mosaico, intendo, del buon volere sardo, del genio e dell’altruismo del tutto gratuito di tante belle persone capaci di dare materialità – quella di un letto con le lenzuola e di una tavola con la tovaglia, di un caminetto acceso e di un bagno pulito – alle parole, alle declamazioni pontificali…
Andrebbero poi viste una per una queste persone che nell’autoaiuto, lungo i corti passi quotidiani e sotto la informale e dimessa – ma pur… quanto riconoscibile in una fraternità responsabile ed associativa! – autorità organizzata di Carlo Ghiani, trovarono il modo di mantenersi, sì debilitate ma ancora in vita, o ancora nel desiderio o nel sogno, talvolta scommettendo, e anche riuscendo, di superare difficoltà crudeli.
Erano date, quelle difficoltà crudeli, dalla faticosa e insuperata dipendenza dalle sostanze, e non di rado, o anzi nel corrente, si esprimevano nel mix fra la dipendenza ed una malattia detta “opportunistica”, galoppante dentro i corpi nel tunnel lasciato vuoto dalle micidiali assorbenze dell’hiv, ed anche nell’abbandono, sempre doloroso, della famiglia, conseguenza di uno sfiancamento di questa ormai incapace di reggere il tormento troppo a lungo sofferto…
S’incanalava nel passa parola delle piazze e nelle camere d’ospedale, perfino nelle celle del carcere, l’eco dell’offerta di un qualche rimedio, o di un alleggerimento, magari anche di una prospettiva, che, fuori da ogni convenzione, da Carlo isilese classe 1956 veniva. Egli offriva la “bassa soglia”, chiedeva la disciplina modesta, cadetta, che si era in grado di restituire o condividere, senza illusorie forzature. Tanti ragazzi disperati – quanti saranno stati alla fine? forse centocinquanta, anzi di più – accolsero… l’offerta di accoglienza ch’egli, allora poco più che trentenne, baciato dalla ispirazione e provato lui stesso dalle impazienze sociali, non smetteva di diffondere, sempre a voce sussurrata, nelle piazze e nei vicoli ciechi di paesi neppure soltanto del Campidano, fra Oristano e San Gavino e Cagliari, né soltanto, nella città, fra gli estremi di Sant’Elia ed Is Mirrionis, i luoghi più battuti dal fiore nero.
Le visite pressoché quotidiane, e spesso in compagnia dei suoi amici alloggiati nella casa di San Sperate, che Carlo compiva nei reparti dei malati infettivi o nella divisione delle malattie virali e tropicali dell’ospedale SS. Trinità di Cagliari valevano come testimonianza supplementare di una fede operante, insieme morale e materiale, che sempre era volta a trasmettere un senso di partecipazione inclusiva, mai giudicante o sentenziosa.
Incontrai anche io, Carlo e i suoi, nelle camere di degenza degli Infettivi, trenta e più anni fa, e così per anni, in quell’ultimo tremendo decennio del secolo scorso segnato dallo sterminio, dai lutti giovani nella nostra città e nella nostra provincia. E anche a San Sperate, nella sua “casa della Speranza”, facemmo fraternità. Perché se pur conoscevo bene le comunità “strutturate” – quelle cosiddette “di vita” o quelle cosiddette “terapeutiche” – che in Sardegna tanti amici miei avevano promosso e diretto… si pensi soltanto a padre Salvatore Morittu o a don Angelo Pittau, mai io considerai di serie B l’iniziativa all’apparenza marginale di Carlo. Anzi, riconobbi a questa l’enorme importanza sì testimoniale, ma non soltanto testimoniale: perché essa coprì allora un vuoto che il sistema dei Sert pubblici e quello delle comunità non potevano coprire: la “bassa soglia”.
Dire “bassa soglia” può forse, anche oggi, lasciare come una impressione dell’incompiutezza di una missione, quasi un gioco al ribasso per non impegnarsi. E fu allora, invece, il contrario.
Se davanti al bisogno del singolo non ci poniamo come santoni giudicanti e/o pretesi risolutori sistemici, ma con spirito pragmatico, diciamo… alla madre Teresa, compiamo il primo passo dando tempo e modo a chi ne sia raggiunto, e non gli chiediamo altro che di gustare, così come gli è dato nel momento concreto, la nostra compagnia, allora la “bassa soglia”, la casa delle “non pretese”, può funzionare. Rimedia nell’immediato, sostiene nel medio periodo, accompagna in un percorso che potrebbe evolvere per una più adeguata “cura”.
Tutto qui. Nei tre volumi che, fra il 1996 e il 1999, editai con vari amici di provenienza tutti dalle comunità di padre Morittu o dal volontariato organizzato, all’insegna di Partenia in Callari (così titolando), la “casa della Speranza” e Carlo Ghiani ebbero un posto eccellente, come già li avevano avuti nella mia stima. Sicché ora – anno 2026 – in cui tante situazioni sociali si scoprono comunque diverse da quelle di trenta e più anni fa, ho piacere di riproporre i testi cui posi mano allora: per dare onore ancora e sempre ai protagonisti e ricordare quelle persone – ragazzi di venti e trent’anni – che abbiamo perso nel tempo, colpiti dal male ma anche amati e amati e amati nella loro ultima stagione di vita.
Un miracolo “comunque”, a San Sperate. Una casa per gli ultimi fra gli ultimi
Da quattro anni la Casa della Speranza di Carlo Ghiani accoglie giovani che non trovano ospitalità da altre parti: sono tossicodipendenti, malati di AIDS, ex carcerati, sbandati d’ogni genere
La casa sansperatese “della Speranza” – a 17 chilometri da Cagliari – è l’unica nel suo genere in Sardegna. E, nonostante tutti i limiti dovuti allo spontaneismo della sua origine e della sua conduzione, essa è autentica “opera della Provvidenza”. È casa di accoglienza – aperta nel febbraio 1992 – ed in essa hanno trovato ricovero in un clima familiare, negli anni, molte decine di giovani che non trovavano asilo da nessun’altra parte. E anche una coppia, e là è nata una creatura, Speranza (naturalmente).
Prima una casa più piccola, nel centro di San Sperate, poi una più capiente, a due piani: un rustico completato dagli stessi ospiti e da altri amici, meglio in grado di affrontare la fatica. Alcuni – Lauro, Tore... – hanno chiuso gli occhi circondati dall’affetto che altrove non era stato loro possibile incontrare, per la condizione di tale degrado cui s'erano ridotti. Qualcuno – Tore stesso, ma con lui diversi altri – s’è dedicato per lungo tempo alla realizzazione di icone su tavola, secondo il modello mariano dei bizantini, e in varie mostre – da Cagliari ed Assemini a Sassari, per dire dei due capi dell’Isola – esse hanno richiamato l’attenzione su questa realtà che si deve alla generosa intraprendenza di Carlo Ghiani.
Isilese, adesso quarantenne, all’età di neppure sedici anni era emigrato a Torino, dove s’incontrò – siamo nei primissimi anni’70 – con le droghe leggere, allargandosi quindi verso l’eroina, gli allucinogeni, LSD, la coca. Ma il suo amore insistente, con cui sembrava aver combinato matrimonio, era l’eroina. Due decenni pieni di tossicodipendenza, quasi equamente divisi fra continente e Sardegna. Il fondo nel periodo - un lustro abbondante – a cavallo fra anni’80 e anni ’90 (i suoi 30-35 anni). Poi, come racconta lui stesso, il “miracolo” – ché tale è stato, comunque lo si voglia leggere – , della conversione alla vita “liberata”.
In una lettera inviata tempo fa ad una rivista religiosa locale, aggiunge qualche ulteriore particolare: «Ormai arrivato all’ultima spiaggia, così la chiamo io, dopo avere tanto sofferto per allontanarmi dalla droga; dopo cure interrotte, ricadute e sofferenza e solitudine, crisi depressive non ce la facevo più, oramai l'unico pensiero per mesi era “basta la faccio finita”. No! ricomincio a drogarmi. Suicidio e droga erano la mia paranoia quotidiana. Ma mia madre da piccolo mi aveva insegnato un po’ di “Chiesa” e quella piccola fede nascosta mi ha fatto rinascere.
«Così che il 7 aprile c.a.... Era domenica, con il mio sconforto e la mia solitudine mi recai in chiesa a S. Anna. C'era una forza, un qualcosa che mi portava in chiesa a recitare il rosario e ascoltare la Messa.
«Poiché io, anche quella domenica dicevo: “Ho lottato, ho sofferto, ho cercato in tutti i modi, ma nessun risultato, non ce la faccio più, basta, se qualcosa non cambia... Meditavo la fine. Ma invece entrando in chiesa mi inginocchiai davanti alla statua della Madonna e piansi. Piansi tanto pensando a mia Madre e a tutto quello che avevo fatto nella mia vita e se ero così era soltanto colpa mia. E le chiedevo di aiutarmi, di perdonarmi e improvvisamente avvenne il miracolo. Carlo Ghiani alle 20 di sera quando uscì dalla chiesa era trasformato. Una forza fisica e una forza psichica erano rinate in lui grazie alla Madonna. Via le paranoie, via le mie debolezze...».
La “casa della Speranza” ha aperto pagine di vita nuova per molti, ha “aperto” (e si tratta di pagine di dignità personale) anche quando la sorte “chiudeva” (soprattutto per l’evoluzione della malattia). Da lì hanno preso le mosse i comunitari che si sono sentiti di assistere, in questa o quell’abitazione privata, un ragazzo moribondo, bisognoso d’esser lavato, d’esser curato con flebo e quant'altro.
A via Di Vittorio sono arrivati, e ancora giungono, ragazzi che chiedono aiuto nelle corsie degli Infettivi, altri incontrati casualmente, altri ancora che sono impasticciati con la giustizia e dalla forza pubblica, magari su disposizione provvisoria del magistrato, vengono assegnati, in una sorta di domicilio coatto che è certamente il male minore, dopo una detenzione trascorsa e forse un’ulteriore che si annuncia.
Gli aiuti per tirare avanti tutti quanti insieme? Quelli tipici della Provvidenza: vengono materialmente dai singoli che conoscono i bisogni, da un parroco, da qualche comunità di suore o di religiosi (di stanza in paese sono i redentoristi), perfino dai dipendenti di una base militare (quella della NATO di Decimomannu). Ognuno fa e dà quel che può. I risultati non mancano davvero, e la tavola è accogliente anche per chi dovesse capitare in casa all’improvviso. Non importa contare, misurare o pesare la quantità, merita d’esser segnalata l’originalità dell’esperienza.
Certo, manca – né potrebbe essere diversamente – la carica emotiva o il collante organizzativo presenti in una comunità terapeutica. Ma quell’infinità di esigenze che si pongono nella concretezza della vita di un ragazzo sbandato o di una famiglia che non sa o non può tenere nel suo seno un ragazzo riottoso a qualsiasi disciplina, e che ancora ha bisogno di maturare dentro di sé i modi e i tempi di uscita dalla sua prigione, possono trovare qui una risposta che altrove, ad iniziare dalle comunità terapeutiche, sarebbe impossibile.
«A casa mia c’è ancora posto...» di Carlo Ghiani
Sono il settimo di dieci figli. Mia madre, cristiana e praticante, ci aveva insegnato la fede in Dio e sin da piccolo avevo il desiderio di aiutare i poveri e gli ammalati, ma, diventato adulto, cambiai modo di vivere. Uscivo presto la sera e rientravo tardi la mattina dell’indomani. Conobbi tutte le perversioni, anche la droga. Più andavo avanti, più mi drogavo. La mia vita era diventata un inferno, non sapevo più venirne fuori.
Un giorno, entrando in ospedale per una visita, incontrai un vecchio amico, drogato pure lui, malato di AIDS. Mi ci rispecchiai e inorridii di me stesso, Fu come una molla che mi spinse ad entrare in chiesa. Mi inginocchiai davanti alla statua della Madonna e cominciai a parlare con lei e in lacrime le dicevo: non vedi come sono ridotto? io non ce la faccio più. Solo tu mi puoi aiutare.
Dal giorno ho smesso di drogarmi e sono guarito completamente.
Certo, avere incontrato un mio caro amico di venti anni ammalato m’ha portato a riflettere. Mi sono detto: non possiamo lasciarli soli questi giovani, bisogna fare qualcosa per loro, e da allora incominciai a fare del volontariato in ospedale al reparto Infettivi. Incontravo tanti giovani soli, orfani e sbandati e li portavo a casa. Chiamai la mia casa “casa della Speranza”. Essa è oggi un tetto sicuro per i sieropositivi e gli ammalati di AIDS, soprattutto per i più soli ed abbandonati. Dà una mano a molti giovani tossicodipendenti ad intraprendere nuove strade: indirizzandoli ai centri di cura, alle comunità terapeutiche o addirittura li aiuta a reinserirsi nelle loro famiglie, sempre accompagnati dalla preghiera.
Nel primo periodo era tutto facile. Avevo dentro una grande forza, pregavo moltissimo e la gioia era tanta, così l'entusiasmo. Ma andando avanti mi scontravo di nuovo con la realtà materiale di questo mondo e tante volte davanti a degli amici che mi insidiavano trovavo una certa attrazione per il loro modo di vivere. Mi dicevo: a che serve stare. vicino agli ammalati ed ai moribondi? Tutto a volte sembrava inutile... Volevo tornare indietro, ma pregavo e chiedevo la forza al Signore di aiutarmi ancora, e davanti a tanta sofferenza e disperazione umana crollavo... Dicevo (e dico) a tutti: a casa mia c’è ancora posto.
Alla Casa della Speranza di San Sperate, dodici giovani “accolti” animano la vita comunitaria. Tante storie, amore ai terminali, incoraggiamento a chi ha un futuro
L'ultima novità nella casa di Carlo Ghiani è una vecchia macchina stampatrice per l’imprinting, su foglioni di sughero, della cartina della Sardegna. Destinazione: il mercato turistico.
L'idea è semplice ma commercialmente brillante: sottolineando il motivo locale, a seconda dello specifico luogo di distribuzione – d’estate saranno le piazze costiere, da Villasimius a Santa Teresa di Gallura, da Chia ad Alghero, da Porto Cervo a Carloforte, nelle altre stagioni si privilegeranno le zone interne, boschive o innevate – la vendita del souvenir (sardo al quadrato: soggetto e materiale) è assicurata. E infatti le prenotazioni già ci sono. Il prezzo è modico, alla portata di tutte le tasche: 15.000 lire a pezzo.
Le cartine made in San Sperate – ma con loro anche i sottopiatti e i poster di arredo – saranno il nuovo articolo che reclamizzerà la Sardegna sui banchi dei negozi d’artigianato regionale in questo 1997.
Le anticipazioni, quasi un assaggio delle preferenze del mercato, rimontano ad alcuni mesi fa: Gesù Cristo wanted o la Sardegna come è rappresentata in qualche stampa antica, sono già arrivati a Barumini, a Costa Rei, ecc. e il successo è stato ovunque immediato. Il sughero esercita un fascino tutto suo sul turista.
«È un'iniziativa che abbiamo assunto - afferma il responsabile della Casa – per facilitare un inserimento lavorativo, domani, di quelli di noi che stanno frequentando un corso di grafica». Ma non solo. Perché l’obiettivo primo e più immediato resta quello dell’autofinanziamento. Perché la Casa della Speranza vive del poco che arriva per liberalità di chi crede alla sua missione. Dato che di missione autentica si tratta: soltanto qui, infatti, trova riparo chi non ha ottenuto risposta da nessun altro a cui abbia chiesto accoglienza o compagnia.
Ne sono passati, in sei anni, oltre cento. Una folla di giovani, ognuno con il suo vissuto, le sue paure, le sue attese, forse le sue illusioni, ma anche le sue lente conquiste. Sono malati di AIDS, sono prostituti, sono schizofrenici, sono detenuti appena scarcerati, magari però con provvedimenti comunque restrittivi della libertà, sono tossici che faticano a togliersi la scimmia e che maturano nell’incertezza se potrà esserci per loro un domani in comunità (mentre la famiglia, esausta dei lunghi tormenti, li ha “scaricati”).
Il tratto distintivo della Casa della Speranza è tutto qui: nel fare quel che, sul territorio, nessuno – né del pubblico né del privato sociale – fa. Nell’accogliere quelli che sono rimasti senza spiaggia. Non è solo il letto o il piatto a tavola, né soltanto la doccia o la televisione serale, no, è molto di più. È l’accoglienza, categoria di rango ben superiore all’elemosina scarica coscienza.
Con Carlo e il suo vice, il sestese Gianni Lai (esperienza all'Opera di suor Elvira, a Saluzzo), sono oggi Tony, Renato, Roberto, Sergio, Simone, Dario e Diana (ora ricoverati agli Infettivi), mentre Doriano, Gianni e Fabrizio hanno appena salutato per entrare in una comunità di recupero. Prima di loro sono stati almeno venti i ragazzi che alla Casa della Speranza si sono preparati, scalando il metadone e svolgendo i colloqui di un centro d’ascolto (in prevalenza da don Pittau o all’Aquilone), a diventare “ex”. Carlo Ghiani procede coi piedi di piombo, ma ha in testa una grossa iniziativa: per raddoppiare la ricettività della Casa e, insieme, per offrire un’occasione di lavoro a chi è accolto... Diamogli tempo qualche mese e vedremo. La speranza – anzi la Speranza – è come la Provvidenza: sempre feconda.

«Ero Zombie, ambulante del roipnol, muoio sereno, ho voglia di pace»
Un pomeriggio di domenica, verso metà febbraio del 1997. Francesco Testa – cagliaritano di San Michele, 28 anni combattuti attorno al niente, una vita consumata fra eroina e cocaina e quintali di psicofarmaci ed ora tutta mangiata dall’AIDS - raccoglie le forze per raccontarsi al registratore. È lui che ha insistito, tante volte rinnovando la propria disponibilità e anzi ribadendo il proprio desiderio. Racconta di sé con quanta lucidità gli hanno lasciato i suoi trascorsi e le sofferenze di questi lunghi mesi, di questi ultimi tormentatissimi giorni. La coca e gli psicofarmaci gli hanno dilavato la memoria, sciogliendo nel nulla i ricordi dei suoi anni neppure così lontani. Niente è restato della sua infanzia, niente dell'adolescenza, niente o quasi anche dei tempi più prossimi.
E allora? Rimangono le tracce, sbiadite ma ancora riconoscibili, di alcuni degli episodi più duri, di certe esperienze-limite, laceranti, tra casa e piazza e carcere e cantine e di nuovo carcere– carcere dei piccoli e carcere dei grandi —, rimangono flash, brandelli di scene vissute da protagonista negli angoli di una periferia brutta e rimossa dall’agenda di amministratori mai all'altezza. Tutto sembra come scollegato, non c’è sequenza né logica né cronologica. Sicché quel che ne viene non è tanto un consuntivo morale, per una riflessione e un giudizio che abbia, davanti all’incombere della morte, sostanza esistenziale, ma soltanto il limaccio di umori che pagano il loro prezzo allo stress imposto da una giostra che non s’è fermata, ragionevole, a tempo, e neppure per forza maggiore, se non adesso.
Franco s’è involato în Paradiso pochi giorni dopo la sua “confessione”, sabato 8 marzo.
Mi chiamo Franco, sono nato a Cagliari nel 1968, ho abitato quasi sempre nel quartiere della Gescal a Is Mirrionis, ma sono nato a La Palma e mi sono trasferito quando avevo 6 anni nel quartiere della Gescal, zona di San Michele, ai piedi del colle e del castello.
Avevo soltanto sei o sette anni, perciò, quando a Cagliari sono cominciate le prime storie di droga pesante...
Tutti gli amici di bambino erano del quartiere, andavo alla Parrocchia di Sant'Eusebio, andavo lì al catechismo. In famiglia eravamo tre fratelli, tre sorelle, più una cugina che abitava con noi, perché i genitori l'avevano parcheggiata da mia madre e poi se la volevano riprendere dopo 15 anni, la figlia non c’è voluta andare, ha detto a mia mamma: «ormai sei tu mia madre». È una sorella per me.
Io sono il mezzano tra i fratelli, il secondo tra i maschi, uno più grande e uno più piccolo, mentre di sorelle ne ho due più piccole e una più grande.
I ricordi di quando ero bambino nel quartiere di San Michele sono i danni che ho fatto, perché ero molto vivace. Non uscivo con i miei fratelli perché erano un po’ differenti da me. Avevo un amico, anzi ne ho avuto anche di più di amici, però, sembra fatto apposta, poi muoiono. Muoiono giovani, ragazzini. Uno si è impiccato, uno si è ammazzato in overdose, si è preso pastiglie, poi si è fatto e si è addormentato..., questi erano tra i primi amici d’infanzia, soprattutto quello che si è impiccato era più di un fratello per me. Questo è successo anni fa, non ricordo quando, eravamo minorenni.
La mia è stata un’infanzia, direi che è stata un'infanzia triste al 60 per cento, devo dire che mi sono anche divertito un po’, credo di essermi divertito. In casa mia come reagivano? La mia non era vivacità, era terrorismo. Ero un terrorista e cercavano di rimettermi in riga, ma non ci sono riusciti.
Degli anni in cui ero giovane, il più grande episodio di “terrorismo” sarebbe pesante dirlo. Non erano solo furtarelli, ho fatto saltare anche qualcosa con l’esplosivo, così per svago o per sentire il boato, non ci pensavo che ci potessero essere vittime, sia cose sia persone. Potevo avere 16 anni.
La prima volta che ho avuto contatti con la giustizia avevo 11 anni: un turista è sceso dallo yacht, era acceso, lui molla gli ormeggi e si è fidato qualche secondo. Io ci sono salito e me ne sono andato con lo yacht; siccome ero basso, non ci vedevo niente e sono finito contro gli scogli, è successo a Marina Piccola. Poi hanno iniziato a cercarmi, polizia, carabinieri, io sono scappato nel monte, alla Sella del Diavolo, e lì mi hanno preso i militari. Le date non me le ricordo, comunque avevo 11 anni. Quella è la mia prima esperienza galeotta, ma non mi hanno arrestato, mi hanno portato a casa, i poliziotti mi hanno dato un paio di schiaffi, poi il bis i miei genitori, ma non è servito a niente. Quello che mi attirava in questa piccola delinquenza giovanile era, forse, sentirmi protagonista.
Io non mi sentivo “capo” perché non ho mai legato con più di una persona, non ho mai avuto gruppi. C'erano cose da fare in due. A volte seguivo io, a volte mi seguiva un altro nelle mie imprese, A 11 o 12 anni non ero un delinquente incallito, invece a 15 o 16 anni ho fatto entra-esci dal carcere minorile di Quartucciu. Dell’esperienza del carcere ricordo che non mi ha fatto né caldo, né freddo. Dell’obbligo di stare chiuso non me ne fregava niente, ero un ragazzino spensierato. Al carcere minorile sono entrato parecchie volte, ma non ricordo più niente di particolare delle persone che ci ho incontrato.
Avevo finito le scuole con la quinta elementare, poi la prima media non l’ho finita. Quando avevo 18 anni, sono entrato in carcere e sono diventato sieropositivo, a giugno, facendomi un tatuaggio a Buoncammino, quella è stata la disgrazia più grande della mia vita, perché è una disgrazia secondo me.
Questo tatuaggio era stato fatto con una macchinetta, in fondo tutto bene, però il giorno prima si era fatto un tatuaggio questo ragazzo che aveva l’AIDS e mi avevano avvisato: «Franco non toccare la macchinetta!». Io prepotente, quando erano tutti addormentati, l’ho presa e l’ho usata. Siccome avevo fatto gli esami, risultavo negativo, poi non so perché, me li avevano rifatti e mi avevano trovato positivo. Escludo che la causa possa essere qualcos'altro, perché sono sicuro che è andata così, in pratica ci sono andato a sbattere ben bene il muso. E va bene! Cosa ci si può fare, è andata così!
In cella il tatuaggio molti lo fanno perché gli piace, molti perché sono annoiati, molti lo fanno poi si mettono a piangere, si pentono e si sfigurano per toglierlo, questo non l’ho mai capito!
Io nel corso degli anni me li sono fatti, me ne sono fatti molti, l’ultima volta sono rimasto in carcere 3 anni e mi sono fatto tutta una gamba completa, un tatuaggio unico, tutto attaccato. Perché i tatuaggi mi piacciono, però bisogna saperli fare, altrimenti ci si sfigura, io ne ho molto belli, ne ho anche brutti perché i primi sono sempre brutti. Si fanno gratis, bisogna vedere chi sei, la persona, solitamente si fanno per amicizia.
Della prima carcerazione da adulto, a 18 anni, ricordo che è stata breve: 6 mesi, il carcere non era super affollato, 6 o 7 persone in cella, sì erano già troppe, ma non mi pesava questa situazione, sono stato in cella con 9 persone, diciamo dentro una grandezza media di cella, ma 9 persone sono troppe.
La mia esperienza da tossicomane non ricordo come è cominciata, ricordo che ultimamente mi facevo. Comunque quando sono andato in carcere a 18 anni ero già tossicodipendente. A Quartucciu, al minorile, l’ultima volta avevo 16 anni e non ero tossico, quindi ho iniziato tra i 16 e i 18 anni. Ricordo poco e niente perché prendevo molte pastiglie, le Roipnol non perdonano e mi hanno mangiato la memoria, ne prendevo una scatola, una e mezzo al giorno, quindi 45 pastiglie sono tante! Me le dava un matto, lo prendevo per il collo, lui se le faceva prescrivere da un medico.
Questa dipendenza da Roipnol l’ho avuta fino a circa due anni fa, quando ho iniziato a venire alla Casa della Speranza. A me potevi togliere tutto, l'eroina, l’alcool, non bevo, ma le pastiglie no. L'astinenza delle pastiglie è molto, molto peggiore di quella dell'eroina perché è più lunga, ti provoca scatti al sistema nervoso. Io l’ho provata e ci ho messo 20 giorni per riuscire a capire, poi ci sono arrivato. In carcere non c’è il problema degli psicofarmaci, li danno perché se no scoppi e succede un casino, lì c’è l’infermiere e a tale ora passa. L’80 per cento dei carcerati li chiedono o per sballarsi o perché ne hanno bisogno, però li chiedono. Negli arresti che ho avuto a volte non ero lucido, ero impasticcato, ma spesso ero lucido. I reati che mi hanno addebitato sono specialmente furto, poi di tutto. Scippi non ne ho mai fatto, ho fatto furti in negozi, macchine, condanne per spaccio non ne ho avuto.
Ero troppo selvatico, turbolento, sono stato educato ma ero io, colpa mia. Gli assistenti sociali venivano a casa ma io li mandavo via, non stavo pensando a loro.
Sicuramente non rifarei quello che ho fatto, mi terrei il lavoro che avevo, perché io ho la qualifica di elettrotecnico, perché ho fatto un corso professionale quando ero minorenne. Poi lavoravo da mio zio che ha uno studio dove si riparano elettrodomestici e me la cavavo modestamente. Andavo nelle case, nei negozi, riparavo banchi-frigo. Nel lavoro non ho mai sgarrato neanche di una virgola, magari mi capitava quando uscivo dal lavoro, però nel lavoro mi piaceva stare tranquillo. Il corso di elettrotecnico è venuto automaticamente, io lo sapevo già fare, è stato un corso della Regione.
Riguardo ai sentimenti, io in fatto di ragazze ho una politica tutta mia, non mi piacciono i legami, mi piace l’avventura, fai quello che devi fare, sta bene a te, sta bene a me e ciao. Certo un ricordo te lo lasciano sempre, un ricordo ma non un legame neanche affettivo.
Riguardo alla salute, io ho avuto molti ricoveri e ogni volta che uscivo mi trovavo sulla strada, uscivo, stavo una settimana e poi di nuovo male e mi tornavano a ricoverare, un giorno mi ricoverano e questo ragazzo mi ha dato il numero di telefono di Carlo Ghiani. Ho telefonato, non mi ricordo neanche cosa mi hanno detto, perché ero un pochino fuso. Mi hanno dimesso dall’ospedale e di nuovo puntualmente per la strada, sbandato, al freddo. A casa non andavo perché ne ho combinate troppe, quando il sacco è pieno scoppia, penso un po’ per tutti. E allora sono venuti due amici di Carlo a cercarmi e mi hanno trovato in un posto di spaccio e mi hanno portato qui a casa. Carlo mi ha detto che mi offriva un piatto per mangiare, un tetto e da lavarmi. lo non chiedevo di meglio. Carlo ha detto: «la roba è lì per cambiarti, fatti una doccia, il bagno è lì», e dal giorno non me ne sono più andato.
I ragazzi che aveva mandato sono Salvo ed Eugenio, non sono ragazzi che stanno qui, ma due volontari della Casa della Speranza. E da allora mi sono sistemato qui, dalla fine del 1995, tutto il 96, fino ad oggi.
Mi trovo a casa mia qui. Riacquisti certi valori che hai perso: rispetto, affetto, perché la maggior parte di noi è bisognosa di affetto e di aiuto, specialmente fisico e anche mentale, perché qualcuno è così. È una famiglia, un pochino speciale, ma è una famiglia, speciale perché non ci sono un padre una madre, siamo tutti allo stesso livello.
In questa casa si prega molto. Prima pregavo raramente. Ero convinto, però è inutile pregare Dio e la Madonna quando si è sballato perso. Sinceramente da quando sono qui, non hanno mai voluto che facessi niente, per non stancarmi mi mandavano via, quando mi vedevano con il bastone per lavare in terra me lo prendevano e mi mandavano via. E quindi non sono mai riuscito a fare qualcosa perché non volevano che mi stancassi eppure ero in grado di farlo, avevo un fisico prestante, ma non avevo la forza, poi avevo un’allergia, mi venivano dei buchi nella carne e mi grattavo, i medici non sapevano cosa fare, poi con Carlo, con la penicillina siamo riusciti a toglierla.
All’ospedale non era meglio, ero legato dalle flebo che non servivano a niente, erano tutti antibiotici, me li davano di notte. Non avevo tempo per mangiare perché ero sempre con la flebo attaccata, mi ha tolto le forze e mi ha rovinato quello, e poi le pastiglie per esperimento. Perché, secondo me, hanno fatto esperimenti su di me, con terapie, pastiglie, compagnia bella e mi hanno totalmente gettato a terra, tanto è vero che non cammino, cioè cammino appena appena, le scale non le faccio come dovrei farle, ho bisogno di qualcuno che mi tenga o mi prenda in braccio.
Non posso lasciarmi andare, ho un autocontrollo, ogni tanto mi viene lo sconforto, però la maggior parte delle volte tengo.
Ai giovani dopo la mia esperienza potrei dire di tenere gli occhi aperti, prima di fare una cosa di mettere in moto il cervello, non di fare le cose avventate senza pensarci, perché una volta che ci sbatti il muso, molte volte non puoi tornare indietro sui tuoi passi e poi anche se torni le cose non cambiano. Sono stato una volta in comunità a S’Aspru, da Padre Morittu, ci ho fatto un paio di giorni e poi me ne sono andato, ero troppo aresti. Era molti anni fa, la responsabile era Stefania. Ho preferito vivere nella strada, mi piaceva di più, non ero per la disciplina, volevo stare nella strada a fare il delinquente. Ero “pischiellino”, a modo mio mi volevo divertire così. In un certo senso la sto facendo qui la comunità. C’è Carlo, c’è Gianni... Questo rosario è stato il regalo per il mio compleanno, il 5 agosto, 28 anni. È stata una bella festa, il tavolo partiva da dove c’è la copertura. C’era tanta gente. Da casa sono venuti di pomeriggio verso le 4, mia madre ha portato due torte, c'erano mie sorelle. Abbiamo suonato, cantato e quello, il rosario, me lo ha regalato Gianni con i ragazzi.
«Sono in affidamento, studio, ho mille progetti di vita»
Tony, presentati.
Sono nato nel 1975, di febbraio, a Cagliari. Fino all’età di 12 anni ho frequentato la scuola, ho fatto la prima media, poi mi sono ritirato, la terza media l’ho frequentata da don Ettore, nella comunità di Quartu, perché avevo problemi giudiziari. Ho 22 anni e continuo a studiare, frequento un corso professionale che mi piace molto.
La mia famiglia è composta da mia madre e sette fratelli, quattro maschi e tre femmine. Mio padre abita a Cagliari perché è divorziato da mia madre, ciò da quando sono nato. Con lui non ho nessun rapporto. Un fratello mi è morto nel’92 di AIDS; un altro è in carcere per vecchi reati, è il più grande ed ha cinque figli; un altro è tossicodipendente nonostante da circa un anno non si faccia, anch’egli sieropositivo.
Due sorelle non hanno problemi di questo tipo, sono sposate. Un’altra si faceva, è stata in carcere, è sieropositiva, sta ora con un ragazzo sieropositivo ma ha deciso di fare una vita tranquilla.
Sono il più piccolo di sette fratelli; il principale rapporto all’interno della famiglia lo ho con mia madre, ci vogliamo molto bene. Sono per lei il figlio a cui vuol bene di più.
I miei problemi sono cominciati da quando la mia famiglia è crollata. Avendo un fratello che era un grosso trafficante, quello che è ora in carcere, non ci è mai mancato nulla. Da quando è stato arrestato mia madre si è però trovata a mantenere due famiglie, la sua e quella di mio fratello, ciò è stato molto difficile.
Ho cominciato allora ad uscire con ragazzi che erano nelle mie stesse condizioni. È stato il periodo dei primi furtarelli, avevo 11 anni. In seguito, uscendo con ragazzi più grandi di me, forse per carattere, ho cominciato a fumare, spinelli naturalmente. Mi denunciavano spesso, ma per l’età non ero imputabile, fino a quando, compiuti i 14 anni, sono stato arrestato per un furto. Ho fatto 3 mesi di carcere a Quartucciu, per poi essere accolto nella comunità minorile di don Ettore a Quartu (in via Bonaria) per 8 mesi.
In quel tempo ho preso la licenza media, ma non stavo bene, erano altre le cose che volevo fare. Sono così rientrato a casa, e dopo due mesi sono stato arrestato per un tentato omicidio. I primi 3 mesi trascorsi nel carcere di Quartucciu sono stati particolarmente brutti. Essendo per me la prima volta, i ragazzi se ne approfittavano. Il direttore era il dottor Alastra, talmente era buono che i ragazzi lo fregavano sempre. Cercavo di ambientarmi ma sono stati un inferno. Tramite gli assistenti sociali sono poi entrato nella comunità di via Bonaria. Al processo mi avevano dato il perdono giudiziale e quindi mi sono deciso ad andare lì.
La comunità era composta da cinque ragazzi. Gli educatori erano Andrea Desogus, Margherita, Patrizia, Fabrizio...
Un professore mi ha preparato per sostenere l’esame per la licenza media. In seguito ho cominciato a lavorare come marmista. Per il mio carattere, particolarmente instabile, e per la mia poca voglia, al primo scontro con il principale sono andato via. Successivamente mi hanno cercato un altro lavoro, andare a montare tende. Ma anche questo non mi piaceva.
Sono stato nella comunità per ingenuità, mi avevano preso in giro! Avendo avuto il perdono non sarei rientrato in carcere giudiziale non sarei rientrato in carcere, ma avevano detto che non sarebbe stato così.
Dopo questo periodo di 8 mesi nella comunità sono rientrato a casa. Uscire con gli amici a divertirmi era quello che mi piaceva di più. Fino a quando una sera (avevo 15 anni), entrato in un bar, sono stato sfidato dal gestore, probabilmente perché ubriaco. Sono andato a chiamare degli amici, ed è così scoppiata una rissa. Qualcuno di noi ha usato il coltello. Ad accusarmi del tentato omicidio sono stati gli stessi che hanno commesso il fatto.
In primo grado (al processo), il giudice, tramite il testimone e il mio racconto, ha capito che non ero stato io. Mi ha così condannato a 9 mesi per lesioni. In appello, il pubblico ministero mi ha sollevato la pena a 4 anni. Nel frattempo ero già in carcere a Quartucciu per altri reati commessi prima del tentato omicidio. Sono arrivato a cumulare circa 10 anni di carcere; di cui quattro e mezzo li ho scontati a Quartucciu (dai 16 ai 21 anni). Stavolta mi sono preparato meglio a vivere questa esperienza carceraria. In accordo con mio nipote, con cui ho condiviso gran parte della mia storia, avevo deciso di non sottostare a nessuna prevaricazione da parte degli altri compagni. Ci siamo così creati un ambiente “mafioso”, eravamo i più rispettati!
Cosa capitava, in sostanza?
Quando ti picchiano e tu non reagisci, se ne approfittano. Noi siamo stati svegli e ciò non è accaduto. Nel giro di due anni siamo stati i più rispettati. I nuovi entrati ci chiedevano aiuto, perché alcuni ragazzi gli rubavano i vestiti, cercavano di violentarli. Fino a quando siamo passati dalla parte dei cattivi. Però allora mi hanno trasferito a Napoli per sei mesi.
Come compravano la vostra protezione?
Ci portavano eroina, fumo. Non lo dovrei dire, ma ormai sono passati molti anni...
L'esperienza napoletana cosa ti ha insegnato?
Ad essere più furbo. Il carcere si chiama Airola (Benevento), è molto brutto! La mattina, con la braccia dietro la schiena, bisognava salutare le guardie. A volte mi picchiavano, perché pensando di essere ancora a Quartucciu mi dimenticavo di salutarle. Era un carcere particolarmente affollato, soprattutto da camorristi e mafiosi. Si può considerare il carcere punitivo per minori. Non ho avuto problemi ad instaurare rapporti perché lì si era detenuti contro guardie, a differenza di Quartucciu dove le guardie possono essere amiche e ti devi proprio cercare i nemici.
Perché dici questo?
Cercare i nemici è un modo per sfogare l’aggressività. Comunque, terminato questo periodo sono rientrato a Quartucciu. Da quando ero andato via non era cambiato granché. Sembrava che mi aspettassero. Per circa otto mesi le cose sono continuate come ai vecchi tempi, poi si sono tranquillizzate, si era tutti più amici grazie ai consigli di don Ettore.
Quali sono stati i tuoi rapporti con lui?
Di amicizia. È riuscito a darmi consigli, mi ha aiutato molto. L’ho vissuto come una persona buona del carcere. Lui aveva il suo potere e poteva muoversi bene. Ci ha aiutato anche nei confronti del brigadiere Cadelano, che aveva il vizio di alzare le mani ai più deboli, Ettore si era arrabbiato molto, anche il dottor Marilotti spesso prendeva le nostre difese.
Quale attività svolgevate in carcere?
Molta attività sportiva: calcio, pallavolo, pallacanestro. Poi lavoravamo perché Marilotti era riuscito a farci avere una busta paga, ad assicurarci. Facevamo gli imbianchini, le pulizie, in mensa. Io ero il giardiniere. La domenica mattina e nei giorni di festa venivano dei volontari a tenerci compagnia.
La domenica era giorno di messa...
Era uno dei momenti piacevoli, dove si parlava molto di noi. Ognuno diceva la sua. In carcere non sono mai stato un boss per mia iniziativa, mi piaceva difendere i più deboli. C'erano dei ragazzi che si facevano baciare i piedi; fin quando non l’abbiamo saputo noi e allora li facevamo star male. Quando li vedevamo all’aria li picchiavamo.
Chi veniva a trovarti in carcere?
Mia mamma e mia cognata, che andava a trovare suo figlio.
Quanto si sta all’aperto?
Dalle 8 fino a mezzogiorno, quando ero in carcere e il pomeriggio dalle 15 alle 18,30. Eravamo liberi di scegliere quali attività svolgere in base alla nostra voglia, e gran parte del tempo lo utilizzavamo per lavorare, per poi sfruttare i soldi nei giorni di permesso. Avevamo così la possibilità di portarci in carcere un po’ di eroina per i primi giorni e un po’ di fumo per il resto del tempo. È capitato per un certo tempo, poi abbiamo smesso, hanno aumentato i controlli, forse avevano sospetti, ed è stato impossibile. Meglio così...
Quanti giorni di permesso concedevano?
Di regola 5 al mese, ma a ragazzi come me solo poche ore alla settimana a causa delle evasioni.
Questa è una storia nuova. Raccontala.
Quando stavo male, quasi fosse un gioco, trovavo il modo di fuggire. Ciò è accaduto una volta dal carcere, una volta dalla scorta dei carabinieri, un’altra dalla comunità per minori.
Sei stato anche a “Le Patriarche”...
Lasciato il carcere, mi hanno mandato nella comunità di San Benedetto. Eravamo 40 ragazzi. Mi ero innamorato di una ragazza napoletana, lei aveva 18 anni. Durante la notte ci avevano trovato assieme. La decisione di fuggire l’ho presa dopo che i responsabili mi avevano picchiato. Ci siamo così organizzati con altri sardi, alcuni dei quali sieropositivi che, per il loro stato di salute, venivano particolarmente sfruttati. Sono rimasto in quella comunità 6 mesi. Dopo 10 giorni di latitanza sono tornato in carcere.
Dopo le evasioni, in carcere generalmente rientravo di mia spontanea volontà. La sensazione che comunque mi rimaneva era, sempre, di insoddisfazione e tristezza. Difatti anche queste evasioni non mi facevano stare meglio. La mia esperienza da tossico non è mai stata caratterizzata da una intensa vita in piazza. Trovavo il modo di procurarmi soldi a sufficienza per poter frequentare le persone che mi interessavano. Non mi piaceva sputtanarmi! Finiti questi quattro anni e mezzo di carcere mi hanno dato l’affidamento alla “Casa della Speranza”. È stata una soluzione per uscire dal carcere, dal momento che non c’era lavoro. Enrico, il mio educatore, aveva parlato con Carlo Ghiani per potermi prendere come volontario. Questa esperienza dura da circa un anno e mezzo. Ci sono stati diversi momenti di sconforto; sono anche arrivato a farmi, ma è stata veramente una sbandata eccezionale. Ho avuto diversi diverbi con Carlo perché abbiamo diversi caratteri, non mi va tanto che gli altri mi dicano cosa fare forse perché sono stato abituato a dire io agli altri cosa devono fare. Nonostante non abbia degli orari rigidi da rispettare non mi sento libero perché Carlo mi impone lui degli orari».
Cosa fai all’interno della casa?
Faccio l’autista, le pulizie, vado a scuola per frequentare un corso della durata di 3 anni per litografo e grafico organizzato dall’ENAIP, sto frequentando il secondo anno. Frequentiamo questo corso in otto. Gli organizzatori vogliono aiutaci a costituire una cooperativa. Ho scelto volontariamente di frequentare questo corso, avevo in mente questa idea da quando ero in carcere. È stata anche una necessità di Carlo dal momento che mi voleva impegnato in qualche attività.
Quali contatti hai con la tua famiglia?
Ci sentiamo principalmente per telefono. Avendo comunque l’affidamento vorrei tornare a casa, dove troverei mia madre, mio fratello e mia sorella. In quest’ultimo periodo ho avuto diverse esperienze sentimentali. In questa casa ho visto che si prega molto.
Qual è il tuo rapporto con la fede?
Io sono credente ma non sono praticante, non mi piace andare in chiesa.
Che cosa ti ha insegnato questo anno e mezzo trascorso alla Casa della Speranza?
Che avere una persona che ti dice cosa fare può avere i suoi risvolti positivi, nonostante sono ancora oggi quelli negativi a prevalere.
Di positivo cosa hai trovato?
Francolino, con lui avevo instaurato un buon rapporto, mi dava dei consigli nonostante stesse male. Il suo comportamento non era esemplare, ma mi dissuadeva dal commettere ulteriori sbagli. Mi ha fatto capire di non seguire il suo esempio, è stato bello vederlo cosciente fino all’ultimo momento in cui ha vissuto. Sono diversi, comunque, i miei momenti di debolezza. Sento che la droga è molto forte. Penso che avendo un lavoro riuscirò definitivamente a metterla da parte. Anche perché in quest’ultimo periodo sto maturando un rapporto con una ragazza che ha avuto i miei stessi problemi. Lei mi dà molta forza perché è un problema che ha superato, mi fa capire che ci sono altre cose belle.
Quanti anni avevi quando è morto tuo fratello? Sai che l’ho conosciuto?
16 anni. Abbiamo cognomi diversi perché mia madre si è risposata.
Che consiglio daresti ad un giovane che ha un problema simile al tuo?
Di ascoltare più le cose positive, perché ciò permette di fare delle cose positive. Un altro è quello di non usare mai eroina.
Come vedi il tuo futuro?
Mi vedo inserito in questa cooperativa di lavoro e vorrei avere la possibilità di abitare da solo magari nella zona di Assemini, o qui vicino perché ormai è qui che ho i miei amici. Diverse volte mi torna, comunque, in mente la voglia di “farmi”, questo soprattutto nei momenti di sconforto. Sento che tutto dipende da me, devo riuscire a dire basta! E non penso ci sia bisogno della comunità.
Quanto dovrà durare ancora l’affidamento in questa casa? E con chi ti senti dello staff di educatori di Quartucciu?
Un altro anno e sei mesi, avrò così la possibilità di terminare la scuola. Non ho più rapporti con gli educatori del carcere, perché mi portano ai vecchi ricordi, e non ho approvato il comportamento di alcuni volontari che, al di fuori del contesto carcerario come volontari, non sono riusciti ad instaurare un rapporto che andasse oltre. Alcuni di questi, che ho poi incontrato in mezzo alla strada, hanno fatto finta di non vedermi, almeno così mi è sembrato. Una cosa che non sopporto è che gli altri si avvicinino a me per pietà.
Hai una figura, oggi, sulla quale poter fare affidamento?
Dipende dai problemi che ho. Ci sono diverse persone verso le quali ho fiducia, mia madre è una di queste, anche se con lei non parlo di cose che possano metterla in agitazione. Carlo è un’altra di queste persone, ma con lui non parlo delle cose che potrebbero deluderlo. Ettore è una persona alla quale mi riferirei per diversi motivi.
Tutti ti riconoscono un talento artistico, hai fatto l’attore...
A Quartucciu abbiamo organizzato uno spettacolo che parlava di noi, della nostra vita, dei nostri pensieri, delle cose che vorremmo fare. Era intitolato “I Folletti”, l'abbiamo rappresentato in diversi paesi, ha avuto molto successo. lo sono stato uno dei pochi ad averlo seguito per il maggior numero di rappresentazioni. Altri attori, per diverse cause, venivano sostituiti volta per volta. Erano quelli dei momenti che mi facevano stare particolarmente bene e beneficiavo di tale influsso anche nei giorni successivi allo spettacolo. Il testo è stato scritto da Gisella Vacca che ha curato anche la regia. È venuta in carcere per fare uno spettacolo e si è affezionata alla nostra realtà. Ha così fatto uno spettacolo che potesse raccontarla. Uscendo dal carcere ho frequentato dei corsi teatrali.
Hai qualche scritto, tuo o di altri, che ti piacerebbe fosse conosciuto?
È una poesia che recitavo nello spettacolo, faceva parte del copione: «Avrei potuto raccontarvi la storia di un usignolo assassinato. Avrei potuto raccontarvi la storia ma mi hanno tagliato tutte e due le ali». Questa è una poesia che si addice molto al carcere, perché vorresti dire tante cose, ma sei in un ambiente dove non ti fanno parlare. Non puoi dare i tuoi consigli. Vorresti dire a tua madre cosa stai soffrendo, ma l’ambiente non te lo permette. Vorresti dire al giudice che non ha ragione, ma non puoi dirlo perché verresti condannato. L’usignolo assassinato fa riferimento a qualsiasi storia, alla storia di ciascuno di noi.
Altri pezzi del copione sono: «Non ne posso più, se potessi almeno parlare di ciò che mi succede, di tutti i problemi che vivo qui dentro... sabato viene mamma, non mi posso sfogare con lei perché ha già molti problemi».
Infatti molti ragazzi non possono dire alle proprie madri ciò che vivono, ciò a volte non è possibile per cui le si fa vedere che tutto va bene. Il copione continua: «sai cosa ho sognato?», qualcuno diceva «ho sognato di uscire in permesso», qualcuno sognava la libertà, qualcuno che faceva l’amore con la ragazza.
Un'altra parte era dedicata ai ricordi della infanzia. L’ultima scena era sopra una panchina in un parco, e dovevamo dire le cose che ci piacevano e poi le cose che non ci piacevano. Uno diceva che non gli piacevano gli sbirri, un altro i sassaresi; tutti dicevano cose non tanto importanti e quindi io dicevo: «a me, ragazzi, non piace il verde delle sbarre».
Questa è un’altra poesia: «L'uomo nasce tenero e fragile / Muore duro e forte / Tutti gli esseri nascono teneri e delicati / muoiono rinsecchiti e scarni / Per me tutto ciò che è duro e forte è compagno della morte / Tutto ciò che è tenero e fragile è compagno della vita».
Si consolida l’esperienza della casa della Speranza, la sola comunità a “bassa soglia”, nel Cagliaritano, aperta a barboni e tossicodipendenti
Alla periferia della società, per rispondere all’emarginazione
Carlo Ghiani, fondatore-animatore della casa della Speranza, nel cuore di San Sperate il paese-museo delle trachiti di Sciola e dei murales, parla, al registratore, delle persone di cui ha avuto od ha cura. Come fratello, non come “operatore”.
Il ricordo toglie dalle numerose nicchie i nomi, i volti e le voci di chi non c’è più e merita però, ancora e sempre, di essere onorato; la sua testimonianza presenta inoltre, uno ad uno, coloro che partecipano oggi alla vita comunitaria, modesta ma dignitosa, non facile e però comunque feconda. Sembra nascano in loro onore altri progetti. Prende forma l’idea di una maggiore struttura, più accogliente e più capiente, magari con la possibilità di integrare attività lavorative, artigianali, per l’autosostentamento e, anche, per la valorizzazione delle capacità manuali e/o creative dei singoli, quali che esse siano...
Angelo, sposato e separato, padre di due bambini, era tornato in Sardegna, dopo anni di emigrazione, completamente trasformato. Da tempo si era ormai consegnato tutto intero alla droga e non avrebbe mai immaginato di trovare una casa che lo ospitasse così come si presentava, lacero e sconvolto. La dura e prolungata emarginazione gli aveva però stampato nella mente un progetto di... felicità assoluta, che batteva perfino la virtuosa concretezza di quell’accoglienza insperata: il suicidio. E un bel giorno si decise di scrivere un biglietto all’amico che quell’accoglienza gli aveva disinteressatamente offerto: un biglietto il cui senso compiuto si sarebbe però inteso soltanto a cose fatte. Si era ripulito, sbarbato e messo elegante per incontrare, con qualche segno di doveroso decoro, lui da solo, la morte, a Sant'Elia.
Mimmo, anche lui, era sposato e separato, padre di una creatura che era il suo legittimo orgoglio. Originario di Matzaccara, all’estrema periferia di Carbonia, aveva avuto esperienze di emigrazione, ma poi era rimasto soltanto randagio. Drogato e randagio, ci poteva essere di peggio? Ma era discreto, quasi immateriale, e parlava a voce bassa, non voleva disturbare nessuno, come se si sentisse di troppo. Per qualche tempo s'era rintanato, in domicilio forzoso, nelle ristrettezze di una macchina parcheggiata in piazza Giovanni XXIII. Poi era venuta la sequenza dei ricoveri agli Infettivi, e la tbc lo aveva spolpato, caricandogli sofferenze indicibili sul volto, negli occhi, e in tutto il corpo. La domenica, lasciato per qualche ora il reparto, andava talvolta ospite a pranzo alla casa della Speranza, poi ci si era fermato. Per non soffrire da solo, sino alla fine.
Lauro, il quartucciaio, proveniva dalla strada o anzi dalle strade di tutti i quartieri, nessuno escluso, di Cagliari, dove lui, tossico e già malato di AIDS, girovagava frugando, come i cani affamati, fra i sacchi della spazzatura. Cercava non solo le “cose”, magari da rivendere per mille lire, ma anche il mangiare della giornata. Nessuno avrebbe immaginato che un giorno, dopo molti ricoveri, le lesioni cerebrali e l'umiliazione dell’immobilità, sarebbe morto, alla casa della Speranza, cantando l’Ave Maria.
Tore arrivava dal mondo dei travestiti, non lontano dallo stadio, e per anni s’era diviso fra la droga, che aveva preso anche uno dei suoi fratelli (poi liberatosene in comunità), e la... mondanità che, invece, era tutta sua. Pulsione e scelta. Quando ormai la malattia aveva fatto troppi passi importanti ed egli s’era visto rifiutato da tutti, sì anche per lui la casa di San Sperate aveva assunto un senso di necessità. S’era tagliato la chioma ed era tornato ad essere il “lui” più vero, gentile e lavoratore. Appassionatosi alla Bibbia, per qualche tempo s’era dedicato, con Marino e gli altri, alle icone bizantine, che realizzava con un’arte spontanea, piena di delicatezza e spiritualità. Ripensando alle sue Madonne orientali, fra le mille attenzioni dei suoi “fratelli”, infine era morto.
Franco s'era iscritto all'albo dei delinquenti che non era ancora adolescente. Aveva vissuto una controvita da sempre, si alimentava di pasticche più ancora che di eroina, e quando il carcere lo licenziava, per fine pena, come casa preferiva la strada. Nel nome della libertà signora assoluta della sua esistenza. Ma era buono e mite di cuore. Concedendosi al gusto dei tatuaggi, in cella s’era preso, come tanti altri, il virus dell’AIDS, e in ospedale aveva quindi trascorso tanti pezzi di anno da farne, forse, almeno due o tre interi. All’inizio era soltanto uno zombie, come si definitiva lui stesso, poi un innocente crocifisso. E dopo un ennesimo ricovero che non era per la sua salute ma soltanto per sprecare i boccioni delle flebo e pesare sui bilanci della USL, alla casa della Speranza, dove s’era sistemato negli ultimi tempi, aveva voluto rabbiosamente tornare per il congedo definitivo, dimostrando a tutti, senza enfasi, che la dignità si può riconquistarla sempre.
Una casa-famiglia per l’autoaiuto
Non c’è un’agenda da consultare alla casa della Speranza di San Sperate, come un’anagrafe per la storia. Ma in ormai sei e passa anni possono contarsi, con larga approssimazione per difetto, nell’ordine dei 150 i ragazzi che sono venuti per trovare, insieme, accoglienza ed orientamento. È così, orientamento comunque: anche quando sono rimasti nella casa, mentre gli altri si sono indirizzati alle comunità di recupero, o si sono preparati, belli disintossicati e motivati, al ritorno in famiglia (figli o mariti e magari padri). Sono rimasti, già terminali, per morire, oppure per riprendersi quel carico degli affetti perduti – affetto da ricevere ma anche da dare – di cui erano, con impegno di natura, i titolari.


Non sono mancati e non mancano neppure oggi, è chiaro, quelli incapaci di cambiare, quelli che hanno preferito o preferiscono, tenaci, trotterellare nuovamente nella strada, fra il consumo e lo spaccio, naturalmente piccolo o minimo, della roba. Ma l’esperienza della casa della Speranza non sarà stata, comunque, vana per nessuno.
Luogo di riparo che ti dà almeno modo di superare un’emergenza: ecco la definizione giusta per la casa voluta ed aperta da Carlo Ghiani con l’aiuto di quelli che per fiducia personale nei suoi confronti o per adesione comunque alla sua causa l’hanno affiancato, perdonando gli inevitabili errori (perché non va neppure nascosta la diffidenza che da qualche parte emerge verso aspetti del vivere insieme e tipici della “bassa soglia”, dei giovani comunitari). Casa che ti aiuta a sciogliere i nodi più intricati della tua situazione di vita, quelli che ti negano, appunto, la speranza. Non casa di recupero, o almeno non lo è programmaticamente. Anche se in tanti casi è anche questa.
Cinzia, che è incinta di otto mesi e da tempo immemorabile si spara in vena almeno una dose al giorno, dopo aver elemosinato ore ed ore ai semafori delle strade cittadine, pensa di poter andare a partorire da cristiana in un luogo che non la giudichi ma la aiuti. Ne ha sentito parlare in piazza di questo strano luogo e un certo giorno di novembre blocca Carlo che esce dal reparto Infettivi del “SS. Trinità”. Con lei c’è il suo amico, il padre della creatura, occhi celesti da cherubino e sconfortante confusione nella mente. Nasce Noemi. Non è la prima bambina che vede la luce sotto gli auspici della casa della Speranza: prima di lei è toccato a Monica ed a Speranza (porta un nome che parla da solo, la figlia di Roberta e Roberto).
Ma cosa c’è che unisce tante storie, anzi tante vite, anzi tante persone che, infine, si ritrovano fra loro e si raccontano l’un l’altra? C'è, alla base di tutto, un impulso autodistruttivo che si combina drammaticamente all’ostilità della gente che ti dà addosso. Si chiama, questo impasto malefico, “emarginazione”, ed è cosa più grande della tossicodipendenza o dell’etilismo o del marciapiede.
Robertino, coi suoi capelli ormai più sale che pepe (che raccontano anche della sua età, e magari della figlia ormai maggiorenne e dei lunghi periodi furiosamente trascorsi in Olanda), doveva pure lui risalire la china: doveva affogare i mostri che la sua mente aveva inventato per spiegare quella crescente paura di tutto e di tutti, ed iniziare ad intessere relazioni di vita normali dopo mesi e mesi di degenza “ossequiosa”, in una logica cioè di captatio benevolentiae, in ospedale, in subdola combinazione con lo scarico – visto come situazione di fatto e senza implicare un giudizio – da parte dei pochi residui familiari. Rimesso in sesto, da qualche mese è volato in un’altra casa di un’altra città, certo non meno accogliente, dove qualcuno l’ha indirizzato pensando al suo bene.
E Aldo? Anche lui, campione alcoolista, era un emarginato candidato al suicidio, che infatti, puntualmente, una mattina proprio alle prime luci, aveva tentato, volendo imitare piccioni e passeri, là sulla terrazza del Bastione. Lo aveva fermato, appena in tempo, un poliziotto in pensione. Gli aveva parlato, soltanto parlato. E Aldo era tornato in sé, aveva scoperto in quell’ex agente della “pula”, in quel “nemico” d’un tempo combattuto il proprio angelo custode. E l'angelo lo accompagnò alla casa della Speranza. Una fortuna che purtroppo non aveva arriso a Chiochiò, ma non si può arrivare ovunque. Marcello-Chiochiò, pure lui dopo mesi di ospedale e recidive varie, non potendo più stare con la moglie e la loro creatura, già disperato, ma sempre pensoso e fiero, l’aveva detto, purtroppo non proclamato, che non ce la faceva più ad andare avanti da solo. Nessuno aveva capito fino in fondo la drammaticità dell’appello. E lui s'era arrampicato al famoso e terribile Bastione, meta santuario dei disperati. La disperazione non conosce la pazienza, non possiede il senso dell’attesa e magari delle subordinate. Era destinato anche lui alla casa della Speranza, ma non subito: mancava un letto disponibile, al momento. Avrebbe potuto aggregarsi una volta che si fosse reso libero un posto. Erano in programma “alleggerimenti”, qualcuno dei ragazzi doveva trasferirsi presto in una comunità.
Non meno di due anni, e anni “buoni”, li aveva trascorsi – prima di morire succhiato pure lui dalla malattia – anche Felice. Guspinese d’origine e... detenuto in quanto a prevalente residenza: questo il suo certificato d’identità personale. Dodici anni di galera avrebbero cambiato anche le pietre. E lui, ragioniere che non era mancato neppure a una rapina in banca, dell’esperienza di cattività aveva introiettato lo spirito un po’ mafioso dell’omertà, del dire e non dire, del girare attorno agli argomenti per non scoprire mai il suo vero pensiero, se pensiero c’era. I servizi sociali del carcere, quelli dell’ultimo stabilimento penitenziario che l’aveva ospitato, si erano interessati – bontà loro, in mezzo al gran menefreghismo di tutte le istituzioni locali e statali – al suo dopo, non potendosi questo “dopo” realizzare, per mille ragioni, in famiglia, nel suo paese.
E d’altronde, non è infrequente che a chiedere collaborazione, nel colabrodo dei suoi servizi, sia lo Stato in persona: una volta, infatti, è il magistrato, un’altra sono i carabinieri o chi altri – il Sert soprattutto – a prospettare un’esigenza, a sollecitare un intervento tipico: accoglienza, accoglienza... Associazione non riconosciuta ma conosciuta, insomma.
Mancano assolutissimamente le cosiddette “strutture” sul territorio, le case-famiglia a bassa o bassissima soglia: quelle che rispondono a bisogni diffusi quanto neppure si immagina nelle periferie della società. San Sperate non ha la pretesa di “rieducare”, di ricostruire personalità gravemente lacerate.
Quello è compito delle comunità “strutturate”, magari delle comunità terapeutiche che godono del supporto di équipes di competenti, di psicologi e psichiatri e medici ed educatori, ecc. La casa della Speranza ha riservato a sé un ruolo più modesto, umanitario e non terapeutico, che definisce la propria partecipazione ad un’impresa di maggior dimensione o più alto livello: una partecipazione che possa però rappresentare, metti per Dario oppure per Luana, una risposta concreta ed immediata ai bisogni reali come sono vissuti e patiti hic et nunc, qui ed ora.
Nella casa di autoaiuto fra tossicodipendenti (o ex tali), è entrato, infatti, anche Dario, dopo qualche anno di comunità e qualche mese di ospedale. Solito refrain. Impossibile per lui tornare alla convivenza con i suoi. Il suo stato fisico, seriamente compromesso, non era il più grave dei problemi. Questi investivano più complessivamente i comportamenti. Anni e anni di sventurata, cronica marginalità, con i complementi della detenzione e della violenza, avevano prodotto una sofferenza psichica che alla casa della Speranza poteva trovare contenimento ed inizio di recessione. Così è stato, così è. Dario, uomo già fatto di quaranta e più anni, ha potuto riprendere, con utilità evidente, la vita comunitaria da don Pittau.
E Luana? La metà della sua vita, fin dalla prima adolescenza, l’aveva trascorsa sul marciapiede. Bucandosi e prostituendosi con vecchiacci soli e miseri, qualcuno soltanto sporcaccione e irresponsabile. La famiglia, la madre soprattutto (rimasta vedova ancora giovane), aveva tentato un’infinità di volte di trarla dalla sua schiavitù, di riprendersela con sé, ma ormai per lei la “vita” e la “roba” erano due facce di un medesimo immaginario che esigeva una quotidiana traduzione in un certo fare. E a distoglierla non potevano bastare neppure le pugnalate, i ferimenti che s’era presa per qualche balordo regolamento di conti. E neppure la morte sbagliata di un fratello ventenne.
Era malata non da poco, aveva soggiornato, al solito, tanti mesi (da farne anche per lei, nell’equivalenza, qualche anno) presso il reparto Infettivi di Is Mirrionis. Da principio, quando usciva dall’ospedale, si metteva in convalescenza sulle panchine di piazza Matteotti, poi s'era arresa, rassegnata a fermarsi. Ed era entrata alla casa della Speranza, dove è ancora, con il suo volto, ad un tempo, di bambolina e maliziosamente furbo. Ha conservato un certo amor proprio, un certo senso della dignità e un candore interiore che non è contraddetto né dalle parolacce che ogni tanto volano dalla sua bocca né dalle altre sue esibizioni. La fai contenta con poco: un pacchetto di sigarette, possibilmente una birretta, la chiacchiera con i suoi amici. Le devi anche consentire, di tanto in tanto, di svincolare dai controlli, di evadere per qualche tempo, di stare lontana per le sue cose, ora che ha ripreso a camminare quasi spedita. Lei che aveva perso completamente l’uso delle gambe. È da quasi tre anni, ormai, la principessa, nella repubblica inventata da Carlo Ghiani fra la città ed il suo entroterra.
Se ne potrebbero raccontare. Questa lunga storia è come la pellicola ricca di scene e protagonisti. Ogni fotogramma è un momento di vita personale e corale, ci sono pure le canzoni e gli accordi alla chitarra di Marcello, la fraternità dei ragazzi dell’oratorio, le messe comunitarie, ci sono le azioni di solidarietà ad extra, nelle case del paese, fra i ragazzi che si preparano a morire, da parte di Marino, ci sono gli “allenamenti” alla comunità, di Gabriele alla “Giovanni XXIII” o di Andrea al CAST umbro o di Massimo all’Aquilone o di Sandro al Salviano..., C’è il tentativo riuscito mezzo bene e mezzo male dell’affidamento di Tonio da parte del Tribunale dei minori...
Gino pure ha sostato qui qualche mese e recuperato energie. Il suo è però un altro nome dello spoon river. Era stato segnalato come bisognoso di speciali attenzioni. Dall’ospedale di Sassari era uscito su una carrozzella, in urto col mondo. Era stato abbandonato da piccolo ed era vissuto a lungo con l’anziana nonna. Per un tossicodipendente, oltretutto colpito dall’AIDS, non era quello il modo migliore per salvarsi dai crolli e dalle macerie. Aveva lasciato la comunità, sembrava aver recuperato la voglia di vivere e vivere bene. L’aveva ricatturato però la malia del cocktail, droga più alcool. Una rovina: coma per un mese e paralisi a vita. Le terapie non gli avevano restituito nulla. Aveva iniziato un giro fra le comunità che potessero assisterlo in tutto e per tutto: era stato a Campu’e Luas da padre Morittu e altrove, e anche alla casa della Speranza, tappa fra altre tappe. Ma non riusciva ad accettare la sua nuova situazione, quell’impedimento totale, aveva deciso di tornarsene su, verso Sassari la sua città...
Un futuro già in cantiere
La casa respira l’aria del paese, non segregata. Ha amici nella condotta medica, nella parrocchia e negli istituti religiosi, nel municipio e nella scuola, i ragazzi che l’abitano frequentano i loro coetanei di San Sperate. Con loro capita che passino perfino una serata in discoteca o in pizzeria, e quotidianamente che scambino una chiacchiera in piazza o al bar. D’estate, gli “ospiti”, trascorrono insieme dieci giorni di vacanza in un campeggio marino (paga una discretissima coppia di samaritani del continente), a settembre in gruppo si vendemmia ed è festa. La tavola quasi ogni giorno, certamente ogni domenica, s’allarga ad amici occasionali o di provata fedeltà. Sono venuti don Cannavera e don Pittau, padre Morittu e dottor Marilotti, e i responsabili di tutti i Sert di Cagliari, ecc.

La regola economica è quella comunitaria delle origini evangeliche: ognuno conferisce quel che ha e prende secondo il proprio bisogno. Chi gode dell’assegno di invalidità (novità recente e corretta) partecipa alle spese. L’autofinanziamento pieno è però l’obiettivo. Le esperienze di lavoro, s’è detto, non sono mancate: il restauro dei mobili di qualche pregio, le icone, le cartine geografiche della Sardegna od i calendari a colori su foglioni di sughero sono state alcune delle microattività pensate in funzione di quell’autonomia sempre sognata del bilancio. Nicoletta non ha riconosciuto il suo maschietto ed ha preferito tornarsene sulla strada. Anche altre, anche altri, come Enea, come Angelo... Sono il simbolo dei fallimenti che, negli anni, fra tante soddisfazioni, si sono dovuti malinconicamente registrare. Diversi ragazzi che hanno ritrovato (o finalmente trovato) la loro strada hanno mantenuto i rapporti di buon vicinato ideale, altri – forse la maggioranza – no. Ma il Vangelo l’aveva raccontato, che dei dieci lebbrosi guariti uno soltanto era tornato a ringraziare. E infatti, che importano i ringraziamenti? Quel che conta davvero non è la riconoscenza, ma il recupero di sé. Il “recupero” è un processo che richiede tempo: quando sarà completo e maturo allora verrà anche la necessità del ringraziamento. Ora bisogna guardare avanti, al nuovo che giunge e che va realizzato giorno dopo giorno, con costanza.
Un terreno di 5.500 metri quadrati, lungo la strada che dal paese-museo porta a Cagliari, accoglierà la nuova casa della Speranza. Qui sorgerà l’abitazione comunitaria, con l’annessa cappelletta – la preghiera fa bene alla salute – e l’officina-laboratorio per gli hobbies e le attività produttive dell’artigianato artistico. Tutt’attorno un giardino da passeggio e un piccolo orto. Già qualche raccolto di fagiolini e verdure s’è fatto, e il lavoro è stato compensato. Il progetto inorgoglisce. Legittimo orgoglio: camerette non più comunicanti, come (per necessità) adesso, ma autonomo, a due lettini, e poi i bagni anche per le necessità di chi fosse impedito nei movimenti. Ognuno sia il padrone ed il servitore. Il mondo nuovo nasce da questi segni umili della solidarietà. Prefigurare il mondo nuovo significa sperare. E la speranza abita nella casa della Speranza.
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