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Annico Pau: «Rubeddu, contos e penas de Nugoro»

Redazionale


Il XX settembre scorso, organizzato dalla sezione "Giorgio Asproni" di Nùoro dell'Associazione Mazziniana Italiana (AMI) presso il Caffè letterario "Bar Cambosu 1921” si è tenuta una manifestazione per ricordare la ricorrenza storica della breccia di Porta Pia. Nel corso della manifestazione Annico Pau ha tenuto una conversazione dal titolo: “Salvatore Rubeddu poeta anticlericale nella Nùoro de Su connottu”.

Ecco una sintesi dell’intervento, in parte letto in parte svolto a braccio, dall’ex sindaco di Nuoro e leader repubblicano in Sardegna:

Salvatore Rubeddu (Nùoro 1848 - 1891)

Di questo personaggio, si sa poco, anzi la sua vita rimane ancora in gran parte sconosciuta, al di là dei pochi riferimenti biografici che aveva lasciato Gonario Pinna. Egli – registrato come Salvatore Rueddu – era nato a Nùoro il 28 agosto 1848, figlio di Pietro e di Francesca Delogu.

In età giovanile, continuò a conservare il cognome di battesimo quando successivamente, nel 1883, senza una valida motivazione, nell'atto di morte della moglie Carmina Chessa, compare la scritta "moglie di Rubeddu Salvatore". Negli anni cinquanta dell'Ottocento frequentò le scuole elementari nel vecchio edificio del Convento francescano dei frati minori e, forse, in seguito il regio ginnasio, istituito come in altri centri anche Nùoro in concomitanza con l'Unità d'Italia.

Appare singolare che in quel periodo, caratterizzato da un diffuso analfabetismo, Rubeddu, pur proveniente da una famiglia del bracciantato contadino, avesse avuto la possibilità di frequentare i vari ordini di scuole.

Prosegue i suoi studi a Pisa, ma non si potrebbe dire con assoluta certezza quale tipo di studi egli intraprese.

Dalla lettura di alcuni suoi componimenti, si dedurrebbe che essi furono di carattere umanistico, soprattutto per il buon uso che faceva della lingua italiana nel suo manoscritto ancora inedito Contos e penas de Nùgoro.

Da tali studi gli proveniva forse la conoscenza dei classici greci e latini, e da quella di Dante l'uso delle terzine incatenate nella composizione delle varie Resurrezioni. Inoltre conosceva certamente l'opera di Giuseppe Giusti. Il Rubeddu, in quell'ambiente pisano, forse trascurò i suoi studi per dedicarsi a ricerche archivistiche sulla dominazione della città di Pisa in Sardegna con l'intento di scrivere un romanzo storico.

Non sappiamo quanto tempo rimase a Pisa finché la sua famiglia, forse per motivi economici, lo fece rientrare a Nùoro.

I suoi studi gli avevano tuttavia procurato una discreta cultura che gli consenti di occupare posti di un certo rilievo nell'amministrazione comunale di Nùoro e coltivare anche la sua passione poetica, nella quale riversava però la sua indignazione, denunciando i soprusi a cui venivano sottoposti i popolani da parte della borghesia cittadina, spesso in accordo con le autorità ecclesiastiche. Quindi una delle caratteristiche principali della sua produzione letteraria era un acceso anti clericalismo, anche probabilmente solo rivolto a quel basso clero ottocentesco, passivo e ignorante, non all'altezza spesso dei suoi compiti. Anche alcuni suoi atteggiamenti ruvidi gli crearono l'intimo sostegno dei popolani di Santu Predu e di Seuna, ma anche le inimicizie e l'isolamento da parte, appunto, della borghesia e del clero.

Condusse una vita riservata, forse non troppo agiata, nella sua casa di Santu Predu in Via delle Conce, dove finì la sua vita, nel novembre del 1891. In un clima di duro confronto tra le autorità civili e quelle ecclesiastiche con riverberi interni alla stessa chiesa, in città si era diffuso un sentimento di avversione da parte dei ceti popolari nei confronti di entrambi i fronti. Questa circostanza non poteva non coinvolgere la viva creatività dei poeti locali e tra questi Rubeddu che ebbe, più volte, modo di censurare con pungenti invettive cariche di dura denuncia i comportamenti della borghesia locale e i costumi, non sempre morigerati, dei preti.

Apripista, almeno in termini anagrafici, di questo contesto di rinnovamento culturale fu Rubeddu, unitamente a Giovanni Antonio Murru, Pasquale Dessanai, a Antonio Giuseppe Solinas, Francesco Cucca, e in cima a tutti Sebastiano Satta, che nel 1893, qualche anno dopo la morte di Rubeddu, esordì nella rivista sassarese Nella Terra dei Nuraghes, con i componimenti in nuorese Su battizu e Sa ferrovia.

L'opera poetica di Rubeddu, almeno quella conosciuta, era composta di poesie di vario metro e di diversa natura: muttos, gosos, sonetti (in lingua sarda e taluni in italiano), dialoghi e infine, attraverso l'uso strumentale di temi biblici, di filippiche contro le classi dominanti sia civili che religiose.

L'opera più conosciuta di Rubeddu era certamente "Passio" a su connottu scritta in quell'originale ridanciano latino maccheronico, ma le sue opere più importanti erano rappresentate da Su Zudissiu Universale e Sa Bibbia, in cui l'autore riversò tutte le sue conoscenze bibliche e dantesche, esprimendosi, nel contempo, con un linguaggio dissacrante e a tratti canzonatorio.

Rubeddu, buon conoscitore del testo biblico, riscrive il suo Giudizio Universale dandone una dissacrante interpretazione, piena di scenette licenziose con racconti di amori non propriamente platonici e misurandosi in dure parole contro il clero di quel periodo poco adatta al ruolo e contro gli ingordi borghesi che popolavano Nùoro di quei tempi.

Le tre Resurrezioni pervenuteci si sviluppavano secondo un canovaccio dantesco svolto in terzine e ordinato in canti:

- La Resurrezione della carne;

- La Resurrezione di Lot;

- La Resurrezione di Bobore Bardile. 


Fonte: Redazione
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