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Giornalia

Antonio Romagnino e il “suo” Alziator. Quell’acre polemica contro la “Storia della letteratura di Sardegna”

di Gianfranco Murtas

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Mi muovo fra caricature a futura memoria che l’intelligenza ed il buon umore dei soggetti ritratti avevano accolto, a suo tempo, sorridendoci e magari anche scrivendoci sopra, come a dar complemento d’arguzia ed autoironia alle produzioni della matita o del carboncino dell’avventuroso occasionale vignettista… («Il godimento della caricatura, l’accoglimento dell’estro deformante che l’ha realizzata, esige la stessa rara disponibilità che richiede l’humor per essere penetrato e giustificato… Quella della caricatura è un’arte difficile, e l’apprezza soltanto chi sa leggere in se stesso e vi immerge senza paura il bisturi, che anticipa il pennino selettivo, insieme realistico e simbolista, dell’artista. Altrimenti, rivolgersi al fotografo per un’immagine, possibilmente con ritocco»: parola di Antonio Romagnino in Come la luna, di Giancarlo Buffa, Cagliari ed. Castello, 1996).




È così: i tratti fisiognomici dei personaggi, anzi delle personalità con le quali abbiamo avuto, per molto o poco che sia stato, una relazione ora di amicizia ora di sequela discente (ma pur sempre libera e critica), ora magari soltanto di comune sentire, anche quando sono mediati dalla mano rispettosamente… macchiettistica d’un disegnatore giocoso entrano, insieme con il tanto dei canonici click fotografici, nel patrimonio iconografico dei modelli cui inevitabilmente si restituisce un supplemento di umanità e naturale simpatia.


Colleghi e amici nel prima e ancora nel poi

Credo non sarebbe dispiaciuto, e anzi… ne avrebbe goduto con la sua superiore (e sempre soltanto sussurrata) ironia, il caro professor Antonio Romagnino se, giocando di probabilità surreali, gli avessi detto, in una delle frequenti nostre chiacchierate, che anche nel “poi” che sarebbe stato il suo, e già lo era per Francesco Alziator, il suo nome sarebbe stato combinato, per tutta virtù, e chissà da chi, a quello dell’autore di La città del sole e di molte altre meraviglie. Fra esse l’antologia de L’elefante sulla torre. Itinerario cagliaritano, raccolta di scritti sui quartieri cittadini anticipati a tutta pagina da L’Unione Sarda negli anni fra ’50 e ’60, che post mortem il Rotary club stampò affidandone proprio a Romagnino la lunga e sapida prefazione (larga parte della quale s’affacciò, giustamente, proprio su L’Unione Sarda dell’11 febbraio 1979, in una pagina voluta per il lancio del libro: “Un sepolcro di pietra per le antiche colline”). A Romagnino che, poche settimane dopo la morte del suo autore (e precisamente il 6 maggio 1977), aveva recensito il testamentario I giorni della lagunascrivendone sul giornale cagliaritano da pochissimo ormai affidato alla direzione di Gianni Filippini, e che, già prima (il 17 febbraio), ancora sulla terza pagina del quotidiano di Terrapieno, non aveva mancato di spaziare, con il meglio delle sue riflessioni, sulla “Storia parallela di un intellettuale e una città”: così il titolo del suo scritto provocato ed accolto da Alberto Rodriguez, curatore di quell’angolo di riposo intellettuale con cui L’Unione aveva, ormai da tre anni – e come risposta alla concorrenza di Tuttoquotidiano –, impreziosito la sua ricca foliazione.




Ancora: a Romagnino del quale mi è caro ricordare un pezzo apparso nella “pagina dei libri” de L’Unione del 12 giugno 1982, in occasione di una ristampa proprio de L’elefante sulla torre. Titolo “Il ritorno di Alziator” (ne riproduco il testo in calce a questa mia testimonianza). Un articolo che rilanciava alcuni dei temi che il professore stesso aveva affacciato pochi mesi prima in uno speciale televisivo da me realizzato, mettendo lui in dialogo con l’indimenticata professoressa Dolores Ghiani, la vedova Alziator cioè, nella grande sala dei libri presso l’attico en plein air della centralissima via Gio.Maria Angioy, l’antico “condottu” di Stampace.

E insisto. Ancora a Romagnino che sull’Almanacco di Cagliari del 1987 – dunque nel decennale della morte – di Alziator avrebbe ricordato il tratto umano (“Alziator, l’uomo”), bissando in un nuovo speciale de L’Unione Sarda (il 1° febbraio dello stesso 1987) andato sotto il titolo a tutta pagina “L’occhio creativo”. A Romagnino che dello “scrittore nascosto”, ancora sul quotidiano di Cagliari aveva scritto di nuovo annunciando, come presidente dell’associazione Amici del libro, una conferenza di Gianni Filippini (così il 16 febbraio 1990), e così ancora replicando il 12 marzo 1997 (“Francesco Alziator un poeta da scoprire”) per avvertire che Silvia Dessy Deliperi e Maria Paola Castaldi avrebbero proposto una lettura «delle più estrose e fascinose pagine» dell’autore tanto amato.

Ancora e ancora: a Romagnino che firma il lungo e sprizzante articolo “Francesco Alziator e il gioco dell’oblio”, con discorsivo (o polemico?) occhiello “Ricordo di uno scrittore tra i più sottovalutati in un’isola che non ha mai concesso molto neppure ai suoi autori più celebri. Per riscoprire la memoria della vecchia Cagliari” (così il 27 ottobre 1997); e (il 4 dicembre 1998) un altro ed ennesimo articolo “A spasso in città. Le lunghe passeggiate cagliaritane di Francesco Alziator, infaticabile curioso di vizi e virtù”, con pungente e diffidente occhiello: “Francesco Alziator è stato il poeta di una città e di un’intera isola, eppure come scrittore è ancora tutto da sdoganare: lo farà il parco letterario a lui dedicato?”.

Sia chiaro: in questa breve e affrettata rassegna mi sto limitand a riferire, e soltanto parzialmente, dell’edicola, non esodando fra gli scaffali, dove pure, e in specie nelle affabulazioni ricompositrici dei cosiddetti “frammenti” – la categoria letteraria (ed editoriale) scelta da Antonio Romagnino per raccontare il suo mondo morale – la figura di Alziator torna e torna spesso.

L’idem sentire e il condiviso fondo umanistico erano tali che un accostamento fra i due profili personali ed intellettuali – io dico anche delle… affabili modalità della scrittura (così come della facondia oratoria) – sarebbe stato vissuto dal professore, che pur aveva gusto delle irripetibili originalità di ciascuno, e di se stesso aveva giusta e laica consapevolezza, come una promozione alla piena colleganza letteraria e creativa con colui che egli avvertiva, più e prima che nelle corde del demologo o dello storico, in quelle beate dello scrittore… inventore del vero.


Alziator, l’inventore del vero

Superato il 14°, ci stiamo avviando adesso al nuovo anniversario della morte di Antonio Romagnino, la cui memoria – al netto di chi non ha la testa per ricordare e neppure però per pensare – rimane viva in larghi ambienti cagliaritani e sardi, quelli resistentemente legati alla scuola e all’associazionismo. Resta certamente viva, quella memoria, in me che molto a lui devo, e da essa ho creduto bene ancora oggi, tempo di sobria celebrazione della fine del suo fecondissimo (e magistrale) passaggio fra noi, di estrapolare un filone che mi è particolarmente caro appunto perché, con la personalità regolata e insieme piacevolmente, briosamente (oltreché elegantemente) affabulatrice del professore icona della docenza dettorina associa quella smagliante di Alziator.

Perché capitò che nei primi mesi del 1999 – l’anno che il calendario segnava come il 90° della nascita appunto di Francesco Alziator (oltreché di Giuseppe Dessì, che pure ero intenzionato a commemorare con qualche incursione nella sua biografia) – concordassi con il professore una intervista a largo spettro, in cui certamente il suo giudizio sull’opera di entrambi gli scrittori sarebbe stato il centro. Molto liceo Dettori entrò allora, di necessità e anzi nelle intenzioni, nel singolare accostamento a tre, fra Alziator, Dessì e Romagnino cioè, e infatti di esso, del più avanzato presidio scolastico cagliaritano come s’era disteso nel lungo corso del Novecento – prima e dopo la grande guerra e durante il regime di dittatura, e successivamente anche al secondo conflitto mondiale – si parlò diffusamente, evocando i maestri assoluti come Liborio Azzolina che consentivano anche un aggancio alle prime vicende dell’associazione Amici del libro (e della Dante): ecco un’altra tappa variamente unificante le diverse esperienze intellettuali e/o di scuola dei miei personaggi. (Uno speciale del dicembre 1956 de Il Convegno, il periodico degli Amici del libro promosso e curato da Nicola Valle, aveva celebrato al meglio il docente di Piazza Armerina, che si sarebbe congedato da noi, da tutti onorato, nel 1960).

Pubblicai il testo della lunga lunghissima intervista nel libro La città chantant, monarchica clericale e socialista. Diario cagliaritano del 1909, e da lì ho estrapolato adesso qualche battuta del professore che ricordando l’amico Alziator – di otto anni più anziano di lui – ne “riabilitava”, fra l’altro, quella corposa Storia della letteratura di Sardegna uscita nel 1954 e stroncata dai più con somma ingenerosità. Tanto da costituire un vulnus quasi “offensivo” agli sforzi pionieristici – dato il secolo ormai trascorso dalla Storia del Siotto Pintor –, e già come tali meritevoli di rispetto e gratitudine, di ricostruire quel tessuto di nomi d’autore e di titoli (da viversi come una proiezione nel tempo secolare, se non millenario o bimillenario, della nostra società isolana) che altri studiosi avrebbero un domani potuto approfondire con ricerche mirate, cogliendo anche i nessi, quando esistenti, con le correnti letterarie d’oltre mare.


Una intervista della fine del secolo scorso

Raccontò il professor Romagnino: «Il nostro rapporto come uomini di scuola è stato alquanto discontinuo, perché Cucuccio aveva ambizioni alte, in sostanza voleva raggiungere la cattedra universitaria come invece, purtroppo, non gli è riuscito. E questo è accaduto perché qui a Cagliari, a torto o a ragione, è stato molto combattuto, addirittura anche perseguitato da chi contava nell'Università di Cagliari intorno agli anni '50-60. E allora Cucuccio, come si sa, lascia Cagliari ed ha l'incarico all'Ateneo di Sassari. Viaggiava. Ma anche le cattedre che aveva avuto da insegnante alle medie e alle superiori non erano quelle che vagheggiava uno come lui, con una qualche ambizione. Aveva aspirato a insegnare alle scuole superiori o, più precisamente, al Dettori, ma credo che al Dettori non abbia insegnato mai, o forse vi abbia prestato qualche supplenza remota... La cattedra coperta, di ruolo, nella professione di Insegnante è la cattedra di italiano e storia nell'Istituto tecnico agrario, alternata alla cattedra universitaria di storia delle tradizioni popolari, nella facoltà di magistero a Sassari».

Domandai: «Come si spiega l'ostilità del mondo accademico verso uno studioso tanto originale quanto prolifico?».

La risposta: «La ragione di questa avversione subita anche dallo scrittore costituisce un problema eterno, irrisolto. Questo, secondo me, è esasperato, e non se ne esce, perché non riusciamo mai ad ammettere che egli è sostanzialmente uno scrittore, e che è lì la definizione più rispondente al valore reale di Francesco Alziator. Perché non si usa questo termine nei suoi confronti? Perché quello è un termine riservato soltanto al narratore o al poeta lirico, senza distinzione fra il poeta in limba e il poeta in italiano. E c'è poi il problema delle fonti dei suoi studi, che è stato sollevato contro Alziator, ma che proprio nella Storia della letteratura di Sardegna avrebbe dovuto trovare, e io credo che trovi, la sua smentita. Il libro è del 1954, ed a pubblicarlo è stata La Zattera, cioè la benemerita casa editrice di Antonio e Giovanni Cocco, ma non ha trovato molti disposti a leggerla e a studiarla, a riconoscerne il valore, fra gli intellettuali sardi. Da questi egli è stato impallinato in più occasioni, ma soprattutto lo è stato proprio per la sua Storia della letteratura di Sardegna. Sì, impallinato, ma egli era già preda di un vecchio conflitto fra Cagliari e Sassari, che è un conflitto fra la cultura urbana e la cultura agro-pastorale di cui un intellettuale sassarese si fa assertore e difensore».

E precisò ulteriormente: «Di questo conflitto fu protagonista negativo su Ichnusa Antonio Pigliaru, il quale condanna la sua Storia della letteratura di Sardegna e, quel che è più grave, non le attribuisce nessun valore scientifico. E poi entra anche nelle assenze e nelle presenze. È una stroncatura fatta da un intellettuale valoroso, che indubbiamente ha influito sullo scarso successo immediato, e anche sullo scarso successo postumo, più lungo nel tempo, che ha avuto questa Storia della letteratura di Sardegna.

«Secondo me questo pone lo stesso problema di tutto il resto: la sua è la storia letteraria, che raccoglie il meglio degli scrittori sardi, realizzata da uno scrittore. Quali sono le prove? Le prove un lettore non le da mai con facilità, però io dico che se, ad un certo punto, nella Storia della letteratura di Sardegna di Alziator ha un posto così rilevante Vincenzo Sulis, non è pensabile che Vincenzo Sulis abbia tanto posto e anche un intero capitolo se non perché è un uomo straordinario, cioè un uomo che merita di essere raccontato. Voglio dire che quel capitolo prova la letterarietà dell'Alziator, prova lo scrittore con cui dobbiamo venire a patti, e invece paradossalmente questo è tornato a suo danno».




Domanda retorica, in cerca di conferma: «Lei si è schierato dalla parte dell'imputato...».

«lo l'ho conosciuto dopo, in verità, questo problema sollevato contro di lui. Devo confessare che immediatamente non me lo posi il problema, se Francesco Alziator con la Storia della letteratura di Sardegna avesse dato un contributo per una migliore conoscenza della nostra produzione letteraria, e però fosse venuto fuori ancora come scrittore. Io l'ho letto sempre come scrittore».


Della “Storia” alziatoriana: un’avvertenza incompresa

Pubblicata nel 1954 – un anno centrale, direi di svolta quasi, per Alziator autore (allora 45enne), ché in quell’anno (lo stesso di esordio alla direzione de L’Unione Sarda di Fabio Maria Crivelli) egli parve uscire dai confini di Arcobaleno di sera, un periodico lanciato da Marcello Serra cui egli aveva da subito assicurato la sua frequente collaborazione (doppia anzi, perché interveniva anche con uno pseudonimo: Renato Marino), e de Il Convegno come organo dell’associazione Amici del libro (alla cui fondazione, in quel di Isili terra di sfollamento, aveva partecipato nel 1944) per approdare, con crescente presenza, nel quotidiano di Terrapieno – La Storia della letteratura di Sardegna rappresentò un evento, e non importa se in chiaroscuro.

Nello stesso anno, dopo un nuovo e rapsodico affaccio ne L’Informatore del Lunedì e un bell’articolo sulla “tipografia cagliaritana di San Domenico”, uscito in Sardegna domenicana, comparve il suo saggio monografico sull’umanista R.H. Baeza dal titolo “Il ‘Caralis Panegyricus’ di Roderigo Hunno Baeza, offerto anche come contributo al V convegno internazionale di Studi Sardi con utile inquadramento intitolato “Uno sconosciuto umanista: Roderigo Hunno Baeza”. (A lui doverosamente dedicò, Alziator, un intero capitolo anche nella sua Storia, con qualche aggiustamento rispetto alla versione convegnistica).


Due foto affiancate copertina Caralis Panegiricus…


Della Storia alziatoriana non si poteva, né si può, saltare l’avvertenza in capo al testo che corposo fu, se è vero che l’indice onomastico superava i mille nomi facendo perdonare una bibliografia relativamente esigua e forse di seconda mano – riferita cioè ad opere generali, ad antologie e limitata emeroteca. L’autore anticipò tutti confidando nella comprensione dei lettori (e dei… dotti in particolare): «Questo libro più che una vera storia della letteratura vorrebbe essere un invito agli studiosi, un’indicazione di scrittori e di esempi da riprendere e da ripensare.

«Tenendo presenti questi intendimenti si chiariranno anche quelle che possono parere talune sproporzioni nell’economia dell’opera. Infatti, spesso, più sono ignorati gli autori e maggiore è lo spazio dedicato ad essi; più essi sono noti e più è sommaria la trattazione».

Una avvertenza non colta a sufficienza, evidentemente, dagli… stroncatori.

Ma intanto si ricordi, brevemente, la struttura dell’opera: sessanta capitoli, tutti relativamente brevi – 6-8 pagine in media –, con qualche eccezione (su Lo Frasso, sulla drammatica religiosa, su Francesco Carboni, su Vincenzo Sulis…) né, in proposito, si trascuri che di diversi dei soggetti trattati nella Storia avrebbe proposto, l’Alziator ormai quasi alla vigilia della sua morte, il passaggio in alcune monografie incluse nella collana “Biblioteca dell’elefante” promossa, verso la metà degli anni ’70, dall’editrice F.lli Fossataro, o in saggi particolari così come anche in note di presentazione di lavori altrui, come nel caso del volume Antonio Lo Frasso. Poeta e romanziere Sardo-Ispanico del Cinquecento, andato a firma dell’ispanista Luigi Spanu nel 1973 per i tipi della editrice Gasperini.




Valgano poche righe, qui appresso, per alludere – soltanto alludere – alla proprietà della scrittura erudita sì, ma soprattutto narrativa – gustosamente narrativa – di Alziator, così come intese Antonio Romagnino.

Su Lo Frasso di nascita algherese: «Fu militare, devoto al re ed alle muse con poca riconoscenza da parte di entrambi, amò le donne ed i buoni consigli per gli altri, fu un uomo di mondo e di cultura e dovette la fortuna dell’opera sua piuttosto ad un equivoco che non a quello che essa valesse realmente.

«Nel 1557, uscirono in un unico volume Los mil y dozientos consejos e El verdadero discurso de la gloriosa vittoria. Il volumetto si apre con i Consigli: l’operetta, preceduta da una lettera dedicatoria de 30 novembre 1571 ai figli Alfonso e Scipione, dovrebbe essere loro di guida nella scelta di una professione ed infatti, preso in esame ogni orientamento che si può dare alle proprie attività: ecclesiastico, agricolo, legale, commerciale, medico, militare ecc. esamina il modo di condursi del vero uomo onesto in ogni professione e dà consigli di conseguenza.

«Dopo alcune terzine introduttive, l’autore prende in esame lo stato ecclesiastico in tutte le sue specie: predicatori, curati, ecc. nei rapporti col re, col pontefice e con i feudatari. Sono consigli misurati e prudenti… A quelli per gli ecclesiastici seguono avvertimenti per gli agricoltori, ai quali parla naturalmente di grano, di diversi tipi di terreno, di frutti e del variare delle coltivazioni a seconda delle stagioni.

«Le norme che il Lo Frasso dà agli artigiani sono piuttosto morali che tecniche e si riducono, in sostanza, al precetto di non imbrogliare il prossimo. Così ai notari… Ai mercanti raccomanda rispetto agli impegni presi, cautela nel trattare con sconosciuti, insegna quali libri debbano tenere e si dilunga in molte altre norme, vieta loro di mercatare in tierra de moros e passa in rassegna le piazze commerciali più note…

«I precetti per il medico si aprono con questa originale dichiarazione: “El medico a menester / tener buenas complixiones / y alegres conversaciones”. Studi di continuo, gli ingiunge l’autore, con buoni maestri; a lui sarà anche necessaria la conoscenza della grammatica, della retorica, della logica, della filosofia e perché no? anche un poco d’astrologia e, naturalmente, legga Ippocrate, Avicenna e Galeno. Nell’esame clinico non dimentichi di tener presente il tempo che fa e la fase lunare… Oltre ai non pochi consigli classici circa la diagnostica e la terapia l’autore non dimentica di indicare gli onorari fissati in un reale per le visite di giorno, due per quelle notturne ed in un ducato per quelle fuori sede…

«Dopo del medico è la volta del letrado e cioè del leguleio al quale indica anzitutto le buone università dove egli può recarsi a studiare… Elenca quindi i classici del diritto, dà i consueti consigli di onestà e tratta con larghezza delle varie contingenze professionali.

«Col cavallero è assai largo di suggerimenti, con soventi richiami alla moderazione, alla modestia, alla laconicità, alla lealtà… Abbondano, è naturale, i precetti di carattere strettamente cavalleresco: si parla di tornei, sfide, cavalli, si danno norme di comportamento in varie circostanze ed oltre al codice cavalleresco si fa posto quello d’amore. Né l’autore dimentica i precetti per le dame: amore di Dio, onestà, divozione. Non sposate con leggerezza le vostre figlie, egli dice…

«La lunga parte successiva è dedicata alle suore. In realtà questa parte non dovette essere di molta utilità ai giovani Alfonso e Scipione de Lo Frasso, poiché anche con la più grande vocazione suore non avrebbero potuto diventare. Comunque, come sempre, anche per le suore i precetti sono pieni di equilibrio e di saggezza: cautela nelle improvvise vocazioni. Prendete tempo, suggerisce l’autore, per vedere se non si tratti di fuochi di paglia…

«Le ultime parti, assai brevi, sono dedicate al soldato de piè, al cavalo-ligero, al cavalo de armas, al capitan ed al coronel

«Chiedersi se Los Consejos siano opera di poesia non è neanche il caso. Essi sono opera interessante, assai interessante per tutto quel mondo che si intravvede, per quella Spagna bigotta, pettegola, tronfia e ipocrita che salta fuori dalle parole di chi aveva tutta altra intenzione che di far dell’ironia o dell’umorismo… Tuttavia Lo Frasso non fa per nulla la figura del provinciale; nato in un quieto angolo del mondo, provato dalle vicende di una giovinezza piuttosto conturbata, e venuto poi in contatto con l’alta società della capitale catalana, egli seppe assimilare le abitudini di quel mondo magnifico e frivolo ed ergersi, in certo modo, a giudice e censore di costumi. La sua poesia, assai mediocre nelle altre opere, in questa pesante operetta didascalica, diventa addirittura disastrosa, per quanto quella involontaria ingenuità, che fa pensare talvolta a Francesco da Barberino o a qualcuno dei didascalici suoi contemporanei, possa avere anche un suo fascino…».

Sulla drammatica religiosa: «Ritrovare le origini prime della drammatica religiosa di Sardegna non è cosa facile, ma pensiamo di non essere molto lontani dal vero se ci orienteremo verso talune forme della produzione agiografica e, soprattutto, se terremo presenti le divozioni delle confraternite religiose del tipo di quella dei Disciplinati bianchi di Sassari. Né vanno dimenticati i popolareschi “goccius”, dei quali alcuno si presenta anche in forma drammatica, come la nota e bella dipartita di Gesù da Maria “Su partire m’est forzadu”.

«Sopravvivenze delle più antiche forme della drammatica religiosa in Sardegna, come d’altronde in molte parti d’Europa, si possono riconoscere nelle cerimonie e nelle processioni della Settimana santa. È però soltanto col secolo XVII che la drammatica religiosa ha, in Sardegna, le sue prime manifestazioni di carattere letterario. Sorgere assai tardo di un genere da tanto tramontato in Italia e in Europa e che si spiega soltanto coll’incontrarsi di antiche tradizioni con i riflessi del grande teatro spagnolo del “siglo de oro” e con i particolari effetti che il clima della Controriforma genera nell’Isola. Questi fatti, polarizzando elementi che erano già patrimonio locale, furono l’occasione del fiorire della drammatica religiosa, la cui importanza non deve essere dunque sottovalutata nella storia delle vicende letterarie dell’Isola.

«Il più antico esempio di questo genere in Sardegna è la Passion de Christo nuestro Senor contenuto nelle Alabancas de los Santos de Sardena di Francesco Carmona. Nulla sappiamo di lui se non quello che egli stesso ci dice e cioè che era “doctor” e “sardo” e “calaritano”, anche se il suo cognome non è originale dell’Isola, ma dell’omonima città andalusa, nella provincia di Siviglia, ed appartiene ad una casa che ebbe illustri rappresentanti, tra i quali medici ed anatomisti, uno scrittore di relazioni di viaggi ed un famoso incisore…

«Nel puntualizzare storicamente la Passione del Carmona non bisogna dimenticare che essa appare in piena Controriforma, in un volger d’anni in cui il fervore religioso aveva invaso l’Isola, e Cagliari e Sassari gareggiavano nel rinvenimento di corpi santi e di reliquie di martiri. La chiesa di S. Saturnino di Cagliari, attuale basilica dei SS. Cosma e Damiamo, nella quale l’“auto” fu rappresentato, era proprio il centro di quell’acceso clima di religiosità, per quanto dal 1621 fosse un po’ in ribasso in seguito alla traslazione nella Cattedrale del presunto corpo di San Saturnino. Per ridare lustro alla chiesa, essa fu concessa alla Congregazione cagliaritana dei medici, e a questa apparteneva nel 1629 quando, in occasione del giovedì santo, Francesco Carmona vi fece rappresentare la sua Passione

«Quella suggestiva luce di cristianesimo antico che agli occhi dei fedeli doveva, in quegli anni di rinnovata religiosità, balenare dalle vetuste pietre di San Saturnino, la “basilica recogida”, come la chiamò il Carmona, traspare più di una volta dagli ingenui versi dell’autore. Il tempestoso nembo che sovrasta sulla terra fatta buia, mentre il mare infuria e gli elementi si scatenano, bene è reso dalle lugubri quartine dell’angelo che apre la prima azione… In questo triste scenario, gli angeli contemplano l’orazione del Signore al Getsemani… Rapidamente, dal monologo del Cristo, interrotto dalla confortatoria angelica, si giunge al dialogo con i discepoli; poi il dramma precipita nel tradimento di Giuda, Pietro piange, disperato, per il suo triplice diniego…

«Ma più ancora della Passion del Carmona sono significative, nel campo della drammatica religiosa, le Comedias di frate Antonio Maria da Esterzili, assolutamente inedite ed ignorate ma che costituiscono una delle opere più notevoli della letteratura in volgare sardo. Lo stesso Siotto Pintor, sempre così scrupoloso nel controllare le proprie affermazioni, tratto in inganno dal frontespizio del manoscritto, cadde in un grossolano errore, affermando che si trattava di opere in spagnolo…

«Il codice che contiene le Comedias si trova attualmente presso la Biblioteca Universitaria di Cagliari ed è segnato M. 193 (già S.B. 1-3-63); esso è un manoscritto cartaceo miscellaneo di mm. 148x108, legato in pergamena. La prima parte è numerata da 1 a 136, il medesimo numero è ripetuto nel verso e nel retro, quindi sono complessive 272 pagine; la seconda parte del manoscritto è uno zibaldone di disposizioni ecclesiastiche, canoniche, ecc. La scrittura è una minuta corsiva, palesemente autografa, la stessa del volume di norme di procedura dell’Archivio della Curia Provinciale dei cappuccini…».


Carboni e Sulis dopo Lo Frasso e la drammatica religiosa

Su Francesco Carboni: «Nel 1788 fu nominato professore di eloquenza latina nell’Università di Cagliari e prefetto delle Scuole di Santa Croce e Santa Teresa nella stessa città.

«Colpito da accuse di eresia e francofilia da un libello e da lettere anonime e perfino da calunnie di immoralità, fu dispensato dalle sue cariche e collocato in pensione. Per scolparsi fu alla corte di Torino, successivamente sostò a Genova, a Pisa, a Bologna ed in varie altre città, ovunque accolto con successo dai letterati. Fu proclamato socio di varie accademie, fra cui dell’Arcadia di Roma. Rientrato nell’Isola, si ritirò nelle sue serene campagne, legato al mondo dalla corrispondenza con uomini famosi. Alla restaurazione della Compagnia di Gesù, nel 1815, tornò a farne parte. Ma ormai gli anni della sua vita volgevano al termine…

«Francesco Carboni pare esordisse come poeta italiano, per quanto la sua prima opera stampata sia l’edizione del 1772 (in due soli libri) del De Sardoa intemperie, pubblicata quando aveva ventisette anni, ma ristampata nell’edizione definitiva (in tre libri), due anni dopo. Ma le prime liriche, tanto italiane che latine del nostro autore, non sono niente di eccezionale e specialmente sono assai modeste quelle italiane… Egli è uno dei tanti abatini arcadi, versaioli, inzuccherati e indaffarati nell’innocente donneare da salotto che canta lo sferruzzare alla calza di una dama isolana…

«Il Settecento, e quello sardo in particolare, tra i secoli infetti dal furore didascalico, fu certo quello che presentò una delle epidemie più massive. Per tutto il Settecento anche in Sardegna si insegnò in versi qualunque cosa anche se non la si sapeva fare: Simon fece lezioni sulle piante, Raimondo Valle sui tonni, Antonio Porqueddu cattedreggiò in sardo ed in italiano sull’allevamento dei bachi da seta e vi fu persino chi, in esametro latino, diede la ricetta per fare il caffè… Che meraviglia quindi se anche Francesco Carboni pagò il suo tributo prima in italiano e poi in latino ma, fortunatamente, con ben diverso esito, al “furor didascalicus”? Dei suoi due poemetti didascalici il primo è del 1774, del 1776 La coltivazione della Rosa. Nella Sanità dei Letterati, il primo dei due, che il Garzia nel suo saggio dice che “pare scritto in cucina”, si ha una sorta di manuale di igiene per intellettuali… I consigli sono, non c’è che dire, ottimi… Il Carboni ricorda precisamente come in Grecia i grandi ingegni nascessero solo sotto clima favorevole e non in Tracia, a Tebe o in Beozia e loda il bel suolo di Sassari… Raccomanda di non eccedere nel lavoro e di essere frugali nei cibi, elencando quelli da sfuggire e indicando tra quelli da preferirsi… Preferisci il bove, suggerisce il poeta, e i condimenti d’erbe; fu infatti seguendo questa dieta che gli antichi vissero fino a cent’anni e in buona salute. Ottima è l’acqua, dice l’autore, ripetendo Pindaro, nell’acqua è la salute, perciò non bere di frequente bevande alcoliche, egli aggiunge e, solo di rado, quelle fresche… Anche più intransigente si dimostra il Carboni verso l’innocente tazzina di tè… In compenso è consigliato l’uso del caffè e del cioccolato.

«Passando dalla dieta all’orario, il Carboni afferma che bisogna alzarsi presto, interrompere il lavoro e distrarsi, se stanchi… Non studiare di notte, né fumare, al contrario si può annusare il tabacco. Si cavalchi pure volentieri e si vada per mare o a caccia… Il poema si chiude con una raccomandazione finale: niente sregolatezze nei regni di Venere…

«Se poco vale la Sanità dei Letterati ancor meno valgono i duecento versi di brutte ottave che Francesco Carboni dedicò alla rosa… Nello stesso anno de La coltivazione della rosa il poeta pubblicò in Sassari, presso la tipografia di Giuseppe Piattoli, un piccolo volume di poesie tutte latine: Carmina nunc primum edita, composizione delle quali riprenderà le migliori più avanti…

«Il latino del Carboni ha una sua plasticità costante, sia che si dilati grandioso sull’argomento sacro, o si levi brillante nella favola, o pieno di agudesa barocca, come nei famosi distici a Nelson. Vi è sempre una costante dignità di espressione perfino nelle turibolazioni d’obbligo della poesia encomiastica; si vedano, ad esempio, i distici per Carlo Felice e quelli per Maria Teresa e diverse composizioni per nozze. È un latino sciolto, fluido, vigilatissimo nello stile, tanto negli scambi di versi con i colleghi accademici come in quelli, di più aperto respiro, nei quali traspare la verde, amatissima, sospirata campagna sassarese animata da grazia di donne, canti e splendore di pampini e di fronde, con accenti che richiamano Virgilio e Carducci…

«Francesco Carboni fu padrone della lingua latina in modo veramente eccezionale, ma non è con la padronanza di una lingua che uno scrittore diventa poeta. Il problema, di fronte alla vasta opera del Carboni, s’intende, è ben altro, o meglio è il solo, unico problema che in definitiva ci si pone dinanzi ad ogni scrittore e cioè: arte o no, più esattamente, poesia o no?...».

Su Vincenzo Sulis e il suo autografo da lui stesso recapitato a puntate a Pasquale Tola fra il 1832 e l’anno seguente: «Scrittore, nel senso comune della parola, Vincenzo Sulis non fu o almeno non sapeva di esserlo. Di non grande cultura e per di più raffazzonata tardi ed in fretta, scarsamente adusato alla lingua italiana che in lui è zeppa di francesismi e di altre barbarie, del tutto scorretto nell’ortografia e spesso così trascurato nel condurre a riva il periodo che talvolta questo malamente naufraga dopo aver anelato e boccheggiato tra soggetti e verbi traditori. In sostanza, egli parla da popolano: il linguaggio del Sulis è quello che ancor oggi si leva tra casa e casa, dai cortili stretti, dalle brevi piazzette di Stampace o di Villanova, nelle imprecazioni dei popolani, nei compianti delle donnette, nel pettegolezzo tra uscio e uscio, nei bisticci e nelle risse. Linguaggio di popolano, pieno di colore, ora accorato e lamentoso, ora cadenzato come una nenia, ora scoppiettante di salacità… Nel racconto delle proprie gesta il Sulis è ammalato dell’ammirazione di se stesso, di una sorta di narcisismo tracotante e bonario insieme.

«Il suo spaventoso salto di centocinquanta palmi dalla Muraglia dei Dragoni di Cagliari, i suoi duelli con i birri, i suoi amori, i tentativi delle sue evasioni richiamano costantemente un altro dominatore della propria esistenza del quale il Sulis non udì forse neppure il nome: Benvenuto Cellini…

«Lo spirito becero e popolano di Vincenzo Sulis non si smentisce neppure nei giorni di quel tremendo processo, tanto che egli nomina sulle prime per suo difensore quel buffissimo dottor Cifraxiu “uomo semplice e da burla, portato a beffa per le strade di tutto Cagliari”. È cominciata ormai la vita carceraria del Sulis e da ora in poi l’Autobiografia non sarà che la storia di una lunga e dolorosa prigionia. Sulle prime il racconto va a rilento, pieno di particolari da deposizione procedurale, poi Vincenzo riprende lena, la spavalderia ricomincia: “il mio collo è più forte della loro sentenza ingiusta e falsa”. Queste parole egli assicura di aver detto all’indirizzo dei suoi giudici. Tornano le battute vigorose e drammatiche: “Carissimo marito mio, cosa importa più sperare t’impicano t’impicano così hanno determinato, e così vogliono”…

«L’istruttoria volge chiaramente al peggio e, nella disperata attesa di una via d’uscita, il pensiero del detenuto torna a Dio. Come altre volte, egli lo sente vicino e simile a sé, senza intermediari e, con intensa convinzione, rassomiglia la sua sorte a quella di Cristo… In realtà, la volontà del perdono si attenua ben presto in Vincenzo. Infatti, non appena il suo processo si chiude con la condanna al carcere perpetuo, si leva la voce del detenuto tutt’altro che con parole di perdono: “Basta dite di mia parte a tutta la Delegazione che io viverò sebbene in carcere, e loro tutti, con quelli che hanno cooperato per questa mia rovina moriranno malamente prima di me”. Poi riprende a filosofare ed a sperare, fatto certo ormai del suo destino perché si è avverata la profezia che una donna gli fece che non sarebbe stato impiccato…».


Il dibattito critico (Sassari contro Cagliari?)

Si alzarono, tanto più nella primavera del 1954, le osservazioni critiche – e forse maliziose, comunque ingenerose – sulla Storia della letteratura di Sardegna, ed esse presero casa soprattutto nelle pagine de La Nuova Sardegna. L’attenzione comunque fu più generale e larga e coinvolse una decina di commentatori maiores e minores, e s’espresse, oltreché in numerose recensioni, anche in svariate “lettere al giornale” accolte da diverse testate oltre che dal quotidiano sassarese. Entrarono in campo dunque anche L’Unione Sarda (con l’autorevole Giuseppe Susini in particolare, ma pure con Giuseppe Della Maria, Antonio Carlini ed anche Giuseppe Di Tucci, e un cenno di autodifesa dell’imputato), il romano ospitante la pagina sarda Il Giornale d’Italia (con Ugo Lo Monaco e, ripetutamente, Nicola Valle, nonché con Francesco Masala, quel Cicito collega di Cucuccio titolare di cattedra di italiano alle scuole superiori (alle Magistrali per la precisione) ed a lui legato da un rapporto molte volte e reciprocamente collaborativo tanto più in materia di tradizioni popolari), il bollettino L’Isola (con Giuseppe Della Maria, ancora lui alla vigilia della fondazione del suo Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo, del quale Alziator sarebbe stato presentissimo collaboratore. Avrebbe realizzato anche un opuscolo, il Della Maria, estrapolando dalla sua Isola del capodanno 1955 la propria perorazione difensiva dell’imputato, contro la requisitoria di Ruju).


Masala, nughedese, in anticipata difesa

È vero che possa sembrare una lettura troppo rapida, forse affrettata, quella che ha impegnato Francesco Masala in vista della consegna alla redazione di S’Ischiglia per la pubblicazione richiestagli per il numero di aprile 1954, può dirsi giusto alla uscita del volume (dall’editore Cocco e «sotto il segno augurale» della Zattera, «in una veste degna di editori di classe: un bel nitido volume di 500 pagine, ricco di illustrazioni e corredato di rilevanti documenti storici: in brossura £. 2.000, rilegato £. 3.500. Per prenotazioni ed ordinazioni rivolgersi alla Libreria Cocco Via Manno 7, Cagliari»). E però, sia pure soltanto con le sue pennellate impressioniste, lo scrittore che avrà anche lui un grande futuro, e già nei primi anni ’50 avvia le sue affermazioni in campo anche nazionale, mostra chiaramente di saper cogliere l’originalità dell’opera – della ricerca prima anche della (briosa) scrittura – per concluderne, con lo stesso autore ma anche in dialettica con lui, che la letteratura sarda abbia antiche radici… però eteroispirate, e che proprietà tutte sue e di pregio ed influenza universali le possa rivendicare soltanto a partire dalla Deledda…

Ecco la recensione di Masala in S’Ischiglia:

«“Roma si stanzia in Sardegna sotto il segno della letteratura: Iosto, figlio di Amsicora, a credere alla fantasia piuttosto vivace di Silio Italico, cade ucciso da Apollo accorso in aiuto del poeta-soldato Ennio.

«”Sarebbe stato dunque il poeta rudense, protetto nientemeno che da Apollo in persona, in considerazione degli eminenti servigi che avrebbe dovuto rendere alle Muse, a far crollare con Iosto la sarda libertà. Cade dunque sul nume delfico la responsabilità diretta di quella sconfitta: ed è forse per questo che tra i Sardi ed il bel dio greco corse sempre mal sangue e che egli li punì negando ad essi un grande poeta”.

«Così, con questa gustosa e garbata ironia, Francesco Alziator apre la sua opera, prima di sottoporre all’ esame critico tutti i documenti letterari della sarda isola (F. Alziator - «Storia della letteratura di Sardegna» - Cagliari).

«Un modo come un altro, ci sembra, di puntualizzare paradossalmente quello che già Ettore Pais esplicitamente ebbe a dire (“Esclusa l'età nuragica, la Sardegna è destinata in ogni età a riprodurre elementi suggeriti da altre nazioni”): come che la conquista romana, con la fine degli ultimi Pelliti, abbia posto termine alle estreme propaggini dell'industria nuragica e abbia per sempre ucciso l'estro creativo e lirico dell'irto, magico, essenziale artefice dei bronzetti nuragici.

«Assunto perciò ancor più problematico ed encomiabile, dopo sì scoraggianti premesse, quello di Francesco Alziator, universitario docente di filologia, di aver voluto esumare da oscurissimi secoli, con paziente ricerca di fonti (monumenti, documenti, pergamene, palinsesti, manoscritti inediti e volumi editi obliati), ogni nome che fosse pretesto minimo per creare gli anelli di una lunghissima catena che, avvolgendo oltre due millenni di storia, passa attraverso molteplici mutuazioni di linguaggio (punico, latino, greco-bizantino, sardo romanzo, catalano, latino umanistico, castigliano, dialetti sardi, italiano).

«Un letto di Procuste dove all'ovvio cronologismo pragmatico della metodologia storica si trattava di accostare una inestricabile esigenza di sistemazione estetica.

«È comprensibile perciò che in un lavoro di tal mole esistano ineliminabili deformazioni.

«Una prima deformazione consiste in certe esasperate digressioni antologiche, inusitate per una storia letteraria, che possono essere utili al lettore svagato ma disturbano il lettore attento e lo studioso documentato. (E da questo nostro appunto l'autore si difende in anticipo dicendoci nella premessa: “Si chiariranno quelle che possono essere talune sproporzioni nell'economia dell'opera: infatti, spesso, più sono ignorati gli autori e maggiore è lo spazio dedicato ad essi; più sono noti e più è sommaria la trattazione”. Ma tant'è).

«L'altro appunto riguarda le deformazioni estetiche: qui è ovvio ed implicito il soggettivismo prospettico della metodistica estetica seguita e non metterebbe conto parlarne, ma l'accusa può avere una sua particolare validità per quanto riguarda la trattazione della poesia dialettale sarda.

«Indipendentemente da queste due considerazioni il lavoro di Francesco Alziator ci pare tale da essere considerato una delle opere più impegnative scritte in Sardegna in questo dopoguerra e tale da giustificare l'affermazione del Graber che “una storia della letteratura italiana non è possibile fino a che manchino le singole storie delle letterature regionali”.

«Certi risultati critici raggiunti nel corso dell'opera, certe puntualizzazioni estetiche e certe scoperte rimarranno fondamentali.

«Basilare le sforzo durato dallo storico di esaminare con unitario sentimento estetico tutti gli accadimenti letterarii di venti secoli sì da dare all'opera una univoca ispirazione critica.

«Così possiamo agevolmente seguire la lunghissima strada spianataci dall'autore su terreni, a volte, mai prima percorsi: dal primo monumento di poesia dell'anonimo poeta sardo del secondo secolo cantore, in epigrafi greche e latine, di Pontilla (“Dalle tue ceneri, o Pontilla, germoglino viole e gigli, e possa tu così rifiorire nei petali delle rose, del profumato croco, dell’imperituro amaranto, e nei soavi fiori della viola affinché, simile al narciso e al mesto giacinto, anche il tempo avvenire sempre abbia il tuo fiore”), e dal primo brano narrativo del boccaccesco racconto del frate del Condaghe di San Pietro di Silki (o Sorres?), («Marcusu de Lacon est acaptadu de nocte in domo de sa comare in jupone discortesinente… Sa femina andait a domo sua co est in su manasteriu a lumen de boddire petrosimolu et tentandelu su dimoniu apit a fagher duas bias cun issa in pechadu e custu at cunfessadu in presenzia de su vicariu et de su Archipredi»).

«L'esame dei secoli letterarii è condotto dall'Alziator “sine ira et studio”, senza partigianerie e stroncature.

«Esauriente la sistemazione critica dei discussi. “Diez libros de Fortuna de Amor” del cinquecentesco poeta algherese Lo Frasso (uno degli autori preferiti della famosa biblioteca di Don Chisciotte).

«Severo ma accettabile il giudizio sul trilingue poeta Araolla.

«Rimarchevole ed autentica la scoperta del misterioso ed inedito umanista sardo Roderigo Hunno Baeza, dotato di validità tale da poter e dover essere inserito, ora, nella voce umanesimo delle storie letterarie.

«Decise ed oneste le riserve dell'Alziator sul tanto encomiato Buragna.

«Peggior sorte tocca alla famosa settecentesca poetessa mistica cagliaritana Suor Maria Rosaria Merlo, il cui mito crolla per diventare una semplice copista di un manoscritto altrui.

«Ridimensionati pure i limiti e l’essenza del settecentesco poligrafo bonnanarese Francesco Carboni.

«Venato di amorosa estetica simpatia il capitolo su Vincenzo Sulis e le sue celliniane fantastiche memorie.

«Originale il giudizio estetico dei falsi della Corte di Arborea: l’Alziator, pur non entrando nel merito della questione, afferma che questi scrittori, anche se anonimi e falsari in quanto uomini di fantasia e creatori di una pseudo epopea, hanno diritto ad avere un posto nell'ottocento romantico e filopatrido della Sardegna.

«Senza tentennamenti o filiali pieta è il giudizio dell’autore sul carattere di imitazione e di provincialismo della letteratura sarda nell'epoca che va dal romanticismo a Grazia Deledda.

«Alla fine della lettura (ci tocca assolutamente di dirlo) si resta, definitivamente, convinti che non esiste una possibile letteratura di Sardegna (e ricordo qui nuovamente l'ironia iniziale dell'autore e il severo giudizio del Pais), e la più probante dimostrazione ne è data proprio da questa onesta, esauriente, “Storia della letteratura di Sardegna”.

«Forse, se questa opera non fosse stata scritta (contentandoci dell'antiquata tiraboschiana storia del Siotto-Pintor), senza, cioè, le risultanze estetiche dell’Alziator, potevamo cullarci nell’illusione che nella obliosa oscurità delle sarde biblioteche giacesse inedita la voce sepolta e sconosciuta della poetica anima sarda, come i bronzetti nuragici erano i sepolti simboli delle arti figurative.

«La letteratura sarda intesa almeno come weltliteratur, si può, dunque, far iniziare da Grazia Deledda».


I critici all’attacco

Converrà ripetere, meglio specificando, che le maggiori punture vennero dalla terza pagina de La Nuova Sardegna che il direttore Arnaldo Satta Branca e il caporedattore Aldo Cesaraccio “sassaresamente” consideravano il buon salotto intelligente e colto di Salvator Ruju, il poeta del prossimo Agnireddu e Rusina e, già dall’inizio del secolo, di diecimila altre pregevolissime cose… Il quale Salvator Ruju, peraltro, non volle mancare di entrare nel dibattito aperto anche nel concorrente quotidiano cagliaritano (così con una lettera accolta con titolo “Critici aggressori e pretesti sentimentali”, uscita il 29 aprile).

Il buon salotto dal quale il professore sassarese intervenne a puntate e dopo ancora per stroncare il lavoro di Alziator ospitò le sue micce (o bombe vere e proprie) il 16 e 29 aprile, l’11 e il 13 maggio, e ancora il 2 giugno 1954, in ultimo per rispondere al cagliaritano Guido Scano ertosi a difensore dell’opera condannata. Ma con Ruiu ecco anche Ignazio Delogu il 15 luglio (“Come non si fa una storia della letteratura di Sardegna”), mentre echi ci saranno ancora a distanza d’un anno, il 4 maggio 1955, in una tenzone fra Salvator Ruju, nuovamente lui, e Giuseppe Della Maria (“Le considerazioni di uno zooiatra… supposta spagnola a Francesco Alziator”).




Si tenga poi presente Pigliaru, già evocato da Romagnino nella intervista di cui ho sopra riprodotto uno stralcio. Il professore di Orune, senz’altro uno degli intellettuali più acuti della Sardegna del Novecento, ne scrisse sul numero 10 di Ichnusa, il prestigioso mensile da lui stesso promosso: l’anno – il 1956 – fu quello della ripresa delle pubblicazioni che, iniziate nel 1949, s’erano interrotte per un intero lustro tre anni dopo. “Il problema della cultura sarda” fu il titolo del lungo articolo di Pigliaru, utilmente riproposto nell’antologia Antonio Pigliaru politica e cultura, uscita per i tipi di Gallizzi nel 1971.


Ne scrive Pigliaru ancora nel 1956

«Chi volesse tirare le somme per un bilancio sulla vita intellettuale sarda, sulla sua attitudine ad operare con adeguato rigore metodologico, credo che potrebbe trovare nella Storia della letteratura in [recte: di] Sardegna di F. Alziator e nella sua vicenda un documento altamente significante. È importante osservare come nonostante la “generosità” dell'impegno, quella storia della letteratura sia tuttavia riuscita un'opera fondamentalmente mancata, affatto marginale e, al limite, del tutto esangue; un'opera priva di rigore, spesso in contraddizione con se medesima, insomma generosa certamente e a modo suo impegnativa e impegnata e però alla fine non registrata all'ordine dei problemi che sul piano metodologico si sarebbero dovuti affrontare. E ciò proprio perché in definitiva si trattava di un primo esperimento di storia letteraria sarda ma compiuto in tempi in cui il progresso storiografico è già assai notevole e quindi in tempi in cui un tentativo di storiografia letteraria regionale, condotto sulla base delle indicazioni essenziali al protocollo critico del pensiero contemporaneo avrebbe avuto il merito certo di guadagnare in rigore quel che avesse eventualmente perduto in sede di informazione secondaria. Invece è accaduto il contrario, ma assolutamente parlando; e cioè la informazione secondaria non è risultata neppur essa adeguata ad uno sforzo integrale in tal direzione (accenniamo alla questione solo sotto il profilo metodologico, altrimenti il fatto non ci parrebbe di rilievo), mentre l'ordine reale dei problemi di fondo per una “letteratura” regionale storiograficamente significante è risultato affatto estraneo a tutto lo schema strutturale del lavoro compiuto.

«Il quale d'altra parte non risultò né senza limiti né senza meriti; e non fu tale da meritare talune violente e sproporzionate stroncature che invece ebbe di fatto, stroncature che ebbero però anch'esse lo stesso difetto d'origine del libro, cioè di essersi appuntate su notazioni marginali e facilmente superabili anziché su “cose” centrali: al problema del metodo si è fatto, a nostra memoria, esplicito riferimento una sola volta mentre da altre parti si insisté solo nel presentare come critica di fondo un sommario di errori “brevi” (gravi anche, ma brevi!) che al massimo avrebbe potuto valere a fornire la materia per una errata-corrige tanto facile quanto difficile al contrario è la revisione del piano metodologico.

« Così anche qui è accaduto che una occasione ottima come quella fornitaci dalla storia letteraria scritta dall'Alziator è stata lasciata cadere ed isterilire in una somma di discussioni secondarie chiaramente evasive rispetto al reale nocciolo delle questioni che erano da dibattere. Ché se il limite proprio dell'impegno pur meritorio dell'Alziator fu in senso largo il segno di un forte residuo dilettantistico, fortemente svalutata da un non men forte residuo dilettantistico risultò, alla resa dei conti, la discussione seguita alla pubblicazione dell'opera, un fatto addirittura sorprendente, se si tien conto della qualità individuale dei suoi protagonisti».

La severa rampogna colpì senza dubbio l’autore della Storia pur gratificato da riconoscimenti di generosità, ma, allargandosi ai suoi critici del 1954-1955, evidentemente divenne una riflessione critica generale. Insomma, secondo Pigliaru, se Alziator peccò di “dilettantismo” per la mancanza di metodo nella sua ricerca e nella sua esposizione, i suoi oppositori non si mostrarono più avveduti, cogliendo dell’opera le cadute marginali e non il difetto di struttura. Ma qui – val la pena ripeterlo, condividendo in pieno io l’approccio di Romagnino allo “scrittore” Francesco Alziator – neppure Pigliaru, forse per la sua formazione piuttosto filosofica e forse anche perché da barbaricino… pendeva più su Sassari che su Cagliari (benché a Cagliari avesse frequentato l’università e si fosse laureato), non intuì lo “specifico” alziatoriano ben individuato invece dal professor Romagnino.


La demolizione ingenerosa

Meriterebbero, le ostili considerazioni espresse sulla sfortunatissima Storia pubblicata dalle edizioni della Zattera, una ampia (e serena, imparziale) ripresa, onde coglierne, nel mezzo delle fondate ragioni, anche quel tanto di strumentale o pregiudiziale che pare averle in parte influenzate. Il dibattito fu largo e prolungato ed il suo mattatore fu – l’ho già ricordato – Salvator Ruju che non si risparmiò le bordate: «Impreparazione, deficienze e lacune ingiustificate, errori e deformazioni grossolani, giudizi arbitrari, settarismo letterario e critica mistificatrice», «Sarabanda di date e nomi sbagliati, una lettera inedita della Deledda, giallo critico-letterario quasi capocottesco, la storia è un’olla putrida disonorante», «Capitoli a fungaia, Tigellio antenato dei gigioni, la prosa di S. Lucifero, rettori sardi a Pisa, un grecista del Settecento».

Contestò il metodo e l’impostazione dell’opera alziatoriana anche Sebastiano Dessanay, trattandone in una conferenza presso l’associazione “Grazia Deledda” di Nuoro nel fatidico maggio 1954. Gli argomenti del professor Dessanay rimbalzarono in una cronaca a firma (da immaginarsi di copertura, alludendosi al noto personaggio pirandelliano) di Serafino Gubbio uscita su La Nuova Sardegna del 5 maggio: «Lo scrittore è venuto meno al suo assunto quando, invece di darci una vera e propria storia della letteratura di Sardegna, e cioè una storia letteraria inserita nella storia della cultura e dell’ambiente storico in cui la letteratura si sviluppa, si è limitato a passare in rassegna la produzione letteraria sarda dei vari secoli per ricercare in essa e registrare crocianamente, nei suoi saggi, alcune fugaci e sporadiche apparizioni della poesia». Sotto accusa dunque fu la «maniera affrettata e superficiale con cui è stato affrontato lo studio dei momenti cruciali dello sviluppo storico della nostra civiltà e della nostra letteratura. Tali momenti sono: il sorgere della lingua sarda scritta e l’epoca dei giudicati, la ricca fioritura della poesia popolare che nella seconda metà del Settecento precedette i primi moti della rinascita sarda, la nuova fioritura della poesia popolare nella seconda metà dell’Ottocento e nel primo Novecento, importante soprattutto a Nuoro…, infine l’ultimo periodo, quello contemporaneo, nella trattazione del quale solo un breve cenno è stato fatto all’opera di Gramsci».

Sì, qualche merito di “buona volontà” il professor Dessanay, anche lui! lo riconobbe infine al suo buon collega cagliaritano, ma l’apprezzamento restò soffocato sotto le macerie di quel tornado… E peraltro il disastro non bastò ancora una volta a Salvator Ruju che, intervenendo a commento (ancora su La Nuova dell’11 maggio), aggiunse nuovo veleno: «Io ho stroncato questo lavoro e ho detto… che è dannoso e disonorante per la Sardegna, e ciò per la voluta personalissima faziosità, per i grossi numerosi spropositi, per tante ridicole inesattezze. Stroncatura coraggiosa e doverosa, e non me ne pento: ne sono orgoglioso, come di una giusta punizione, come di un atto di giustizia». Per aggiungere poi l’arrivo, da considerarsi ultimo e non primo, dell’autore della Storia nello sforzo di ricostruzione complessiva della letteratura isolana, dopo il Siotto Pintor, il canonico Bonu, Vincenzo Ulargiu…

(Potrebbe, a latere, rilevarsi – per esser da qualcuno sostenuto e da altri smentito – che qualche umore, o malumore vendicativo, potesse aver caricato la persistente polemica sassarese: Alziator aveva una volta maltrattato un poemetto del Ruju, L’Eroe cieco… definendo l’autore «trombettiere del ’15». Legittimo, dunque, il dubbio: vendetta intellettuale?).

Certamente assai più benevolo, ma secondo la logica… territoriale di cui s’è detto, fu il concerto a più voci che gli Amici del libro, nel capoluogo, promossero il 1° maggio per schermare da ogni maliziosità l’opera indagata. Parlarono allora Luigi Crespellani, di solida formazione umanistica e già sindaco di Cagliari nonché primo presidente della Regione sarda, Ernesto Concas celebrato dantista (e dantista al suo pari, titolare della Lectura Dantis nel cartellone degli Amici del libro, fu in quella medesima stagione lo stesso professor Alziator) e Nicola Valle. Del quale – con un salto qui di un quarto di secolo nella nostra direzione – dovrei ricordare la piena convergenza con il giudizio di Romagnino circa il genio “letterario” di Alziator: perché aprendo lo speciale fascicolo monografico de Il Convegno d’inizio 1977 preparato appena prima della morte improvvisa di colui che aveva giusto allora licenziato in tipografia (senza averne potuto gustare la copia fatta) I giorni della laguna – morte intervenuta ai primi di febbraio –, egli osservò come «il peso dell’erudizione, che spesso crea una specie di isolamento inevitabile, in lui – in Alziator – non è riuscito a soffocare l’estro, il gusto, la vivacità; né la comunicativa, la facondia, e all’occorrenza la nota brillante. Che sono in definitiva le qualità che fanno il buon giornalista e lo scrittore».

Né avaro era stato, in quel 1954 fattosi tanto tormentato, anche il giudizio di Giuseppe Susini, il critico e amico di Salvatore Quasimodo, su L’Unione Sarda del 6 aprile: esso si propose in un largo ventaglio di considerazioni per cui anche i limiti della Storia, già riconosciuti dall’autore stesso nei suoi azzardi, trovarono le loro giustificazioni fuori dal campo di responsabilità personale dello studioso (fra esse, e in primo luogo, l’obiettiva impossibilità di fare «la storia letteraria per Regioni»).




Sopra tutti e tutto, peraltro, restava – fissata sulla carta – la spiegazione ex ante: «Una giustificazione alle tante omissioni, di cui si fa carico a questa “Storia” di Francesco Alziator, esiste e si può trovarla nel fatto che l’opera non è un dizionario bio-bibliografico, ma vuole essere piuttosto “un invito agli studiosi… da riprendere e ripensare”».


2012, ne scrivono i giovani filologi cagliaritani

A distanza di oltre mezzo secolo dacché si espose alla… lapidazione sassarese ed a più di trent’anni dalla sua ristampa, la Storia alziatoriana ha conosciuto il suo risveglio nelle dotte analisi offerte da due filologi cagliaritani di bella… moderna impronta atzeniana – Pier Paolo Argiolas ed Andrea Cannas – che ne hanno scritto offrendo i loro contributi al volume Questioni di letteratura sarda: un paradigma da definire, uscito a cura di Patrizia Serra da FrancoAngeli nel 2012.

Ne richiamo appena i titoli: rispettivamente “La Storia della letteratura di Sardegna di Francesco Alziator. Modelli, paradigmi, eccezioni” e “La Storia della letteratura di Sardegna di Francesco Alziator. Dall’età del silenzio alla voce della poesia”.

Riprendo testualmente le sintesi che ne propone la professoressa Serra. Il giusto distacco temporale sia dall’opera che dal suo autore aiuta indubitabilmente ad una analisi fredda e lucidamente articolata, certamente profonda e validissima, del testo. Vero è peraltro che il quid narrativo di Francesco Alziator, nel senso più alto che sia dato di riconoscergli, non m’è parso neppure qui colto pienamente o primariamente, per altri versi andando, comprensibilmente, l’intento o lo scopo del brillante studio tanto bellamente concertato. In via indiretta, comunque, tracce di quel riconoscimento così necessario nell’opinione di Romagnino, paiono trovarsi nelle presenze narrative infratestuali e fra esse quelle che attingono al mito che copre il vuoto storico degli albori della civiltà e rimbalza con le sue derivazioni lungo i secoli e i millenni, fino alla Deledda. Scrive la Serra nella sua introduzione:

«La Storia della letteratura di Sardegna di Francesco Alziator, a poco più di un secolo di distanza dal Siotto Pintor, realizza un progetto di storiografia letteraria non più motivata ad attestarsi su posizioni riduttive e negazioniste della tradizione spagnola nell’Isola. Tuttavia, se da un lato l’opera dell’Alziator si caratterizza per la ricca e dettagliata informazione circa la produzione di testi spagnoli, da un altro lato si attarda sul modello ottocentesco e riflette la stessa crisi della storiografia letteraria italiana, stretta tra il rilancio positivistico e l’ipoteca crociana della discriminazione estetica tra poesia e letteratura. I saggi di Andrea Cannas e Pier Paolo Argiolas affrontano due aspetti tra loro complementari dell’opera di storiografia letteraria di Alziator.

«L’analisi di Pier Paolo Argiolas mira all’individuazione di modelli e strutture paradigmatiche sottese al tessuto, apparentemente disomogeneo, del testo. La Storia della letteratura di Sardegna, finora raramente indagata nella sua articolazione organica e in rapporto al primario intento ideologico-identitario che ne informa la composizione, è stata invece tradizionalmente “misurata” sull’opera precedente del Siotto Pintor ed aspramente criticata sia per l’impostazione crociana, sia per la sostanziale incomprensione della poesia in lingua sarda. L’inclusione, nel piano dell’opera, di una ricca selezione di dati extra-letterari, dovuta in primo luogo all’eclettismo intellettuale dell’autore, risponde anche all’esigenza di rifiutare l’atteggiamento censorio della storiografia precedente e la sua conseguente esclusione della plurisecolare componente spagnola, che verrà invece inclusa da Alziator nel processo di evoluzione della cultura letteraria isolana. Se l’apertura alla dimensione europea e l’atteggiamento sovra-nazionale connotano l’esercizio della sua critica letteraria, essa resta comunque incentrata sull’attenzione alla specificità e all’autonomia del testo poetico. Nella sua ricerca, quasi sempre frustrata, della “poesia pura”, Alziator isola singole personalità reputate poetiche, in una polverizzazione che esclude la ricerca di una vera continuità letteraria e rifiuta sia la manipolazione del materiale prescelto in vista di preconfezionate finalità artistiche e ideologiche, sia la tassonomica strutturazione in sistemi di generi e poetiche. La fondamentale scelta dell’autore di non ricostruire, come fenomeno unitario, un panorama organico delle lettere sarde, rispecchiata nella struttura puntiforme della sua Storia, pare tuttavia incrinarsi nelle porzioni “paratestuali” dell’opera, laddove emerge il tentativo di individuare un repertorio di costanti, per lo più “indigene”, che rendano possibile un inquadramento complessivo dei fenomeni culturali e letterari isolani.

«Tale tendenza a istituire un’organicità, apparentemente negata ma di fatto realizzata, viene posta in rilievo anche nel contributo di Andrea Cannas che rileva la volontà di Alziator di ricomporre le varie tessere secondo un disegno conforme alle dinamiche dei processi storici e delle varie espressioni culturali dell’Isola. Questa tensione si avverte in tutte le porzioni del testo in cui Alziator non si limita a presentare gli autori, o ad antologizzare le opere, ma imbastisce una riflessione critica di respiro più ampio, che supera i confini della relativa sezione cronologica. Qui abbondano le formule che definiscono sinteticamente fenomeni generali, ed è possibile individuare una sorta di cornice che organizza la struttura dell’opera e nella quale emerge con particolare consistenza il giudizio storico-letterario del critico. Il primo capitolo si occupa delle origini dei primi abitatori dell’Isola e, considerata l’evidenza per la quale la preistoria è soprattutto un vuoto di informazioni da colmare, gli albori della civiltà possiedono i contorni nel mito. Alziator allestisce di fatto una sobria ma globale narrazione dei fatti nostrani, che riaffiora costantemente in quelle parti infratestuali che sono i nodi nevralgici della “cornice”.

«Nella scansione dei secoli di storia letteraria vengono invece individuati alcuni fenomeni i quali si configurano per la realtà sarda come vere e proprie invarianti. In particolare una coppia di costanti scandisce con regolarità le varie epoche: l’eterogeneità e il distemporamento. Il potenziale che deriva dall’eterogeneità dei “contributi” viene fortemente ridimensionato dal permanere di manifestazioni ispirate a uno sterile manierismo, fatta eccezione per singole figure isolate. In effetti, dalla crisi di sistema emerge una vera e propria “singolarità” che consente al critico di riannodare i fili che gestivano, articolandosi nelle varie parti della cornice, l’intera struttura. Non stupisce che il “campione” capace di portare a compimento l’impresa letteraria, ovvero coniugare mezzi tecnici – raffinati dal confronto con la più aggiornata produzione europea – con la piena espressione di un mondo etico ancestrale, sia Grazia Deledda. Alziator aveva a lungo ricercato quell’impronta che definisse in modo inequivocabile l’oggetto artistico. L’indagine approda finalmente a una conquista positiva, tanto agognata da indurre l’autore ad abbandonare l’abituale understatement, fino a esaltare il “miracolo della Deledda”. Così l’esordio e l’epilogo rivelano un’inaspettata connessione e traggono reciprocamente giovamento da un potenziamento di senso: la grandezza antica è una matrice ancora attiva e può generare prodotti artistici moderni, purché siano creati con strumenti aggiornati mediante il dialogo col resto d’Europa. Il miracolo, appena celebrato da Francesco Alziator, si realizza nell’intreccio profondo di un gusto estetico e di un mondo etico che va inteso come rivisitazione di un mito originario».


Le premesse al IV convegno internazionale di Studi Sardi

Soltanto per completezza della rassegna, e anzi puntando alle premesse del gran dibattito poi sviluppatosi, un cenno la meriterebbe la comunicazione che, quasi come anticipazione di quanto avrebbe pubblicato l’anno successivo, Alziator tenne l’8 settembre 1953 al IV convegno internazionale di Studi Sardi. Qui, dopo una rapida ma avvincente flashata sull’epoca punica e romana, fu, la sua, una lunga elencazione di nomi ed opere che dal medioevo giudicale – press’a poco dall’anno Mille – avevano punteggiato, ma certo con forti disuguaglianze di intensità e di frequenza, il secondo millennio della storia isolana in lingua sarda in quanto lingua romanza: la donazione di Torchitorio, la carta di Torbeno d’Arborea, il Privilegio logudorese o Carta del Tolomeo, la Pergamena sui caratteri greci… Da cui quindi una letteratura di cifra curiale e cancelleresca e da essa quella cronistica degli Pseudo-Codaghi, quella agiografica dei martirologi dei santi locali (Gavino, Proto e Gianuario ecc.), e così via.

Certamente poi il relatore allargò, volutamente deviando, per valorizzare svariate benemerenze tutte cagliaritane a lato di quelle strettamente letterarie (metti la innovazione cartografica dell’Arquer destinato al rogo e autore di una corposa Passione, metti la compilazione dei primissimi vocabolari castigliani da parte del Baccalar, metti le abilità nelle dissezioni del chirurgo Porcell…). Per arrivare infine a domandarsi «il perché questa lingua [volgare sarda], anziché produrre una rigogliosa fioritura letteraria come le altre lingue romanze abbia piuttosto vivacchiato, occulta e vizza, con grami frutti nati da squallide fronde di languenti ceppi»... e a trovare risposta nel cedimento degli isolani ai dominatori di turno, «ai conquistatori proprio come era avvenuto in Provenza, in Portogallo ed in Catalogna».

Questa fu poi la conclusione, che appunto anticipò di quasi settant’anni le indovinate osservazioni e riflessioni critiche dei nostri filologi dell’ultima generazione: «Ci si chiede infine: vi è stata nelle vicende letterarie di Sardegna una parola eterna, un valore universale, una vera voce di poesia o esse furono soltanto un susseguirsi di letteratura non di poesia, di opere d’imitazione e di manifestazioni d’artigianato? Per la gran parte della sua storia, è vero, la Sardegna ha prodotto solo della letteratura, sovente della buona letteratura, ma unicamente della letteratura. Due volte tuttavia essa affidò al comune patrimonio spirituale del mondo una grande, durevole voce di poesia, esprimendo quello che di più alto vibrava nell’anima sua: il dramma del bene e del male, il mistero della vita e della morte; i suoi miti e la sua epopea. Della prima il tempo disperse le parole e rimasero mute creature i bronzi nuragici, della seconda, espressa in palpitanti creature di dolore, dura e si tramanda in voce di poesia l’arte di Grazia Deledda».


Il professore R e il professore A, lo sguardo largo

Torno (per chiudere) ad Antonio Romagnino che guardava a Francesco Alziator come si sarebbe guardato a un fratello maggiore che ha aperto una strada. Perché se poi indugiassimo, per un poco almeno, sulla produzione letteraria, o storico-letteraria del nostro amato professor Romagnino scorgeremmo, tutte attribuibili al suo talento – talento di intellettuale, talento di docente, talento di affabulatore che in vita sua ha visitato mille posti e letto e studiato centomila libri – le prove chiare di una prossimità al suo illustre collega nel sentire le valenze civili della cultura e le fatiche storiche della Sardegna, e di Cagliari dentro la Sardegna, sempre con uno sguardo largo verso l’Italia, l’Europa e il mondo.




V’è, a tal proposito, un passaggio assolutamente rivelatore in un suo scritto apparso appena dieci giorni dopo la morte di Alziator – il suo tanto intensamente amato e ammirato collega ed amico (e certamente altre volte e altrove replicato). Dico di un articolo pubblicato su L’Unione Sarda del 17 febbraio sotto il titolo “Storia parallela di un intellettuale e una città” con occhiello “Ricordo di Francesco Alziator, della sua opera, dei suoi rapporti con la cultura sarda e cagliaritana”. Eccolo il passaggio che così bene, tirando in ballo nientemeno che Alberto Arbasino («Alziator non apparteneva a quel tipo di intellettuali che non hanno mai fatto un biglietto per Chiasso e non si sono affacciati a realtà culturali più complesse di quelle angustamente nazionali …diremo che egli aveva fatto più volte il biglietto per Civitavecchia e che ogni suo studio, senza attenuare la specificità e la particolarità del patrimonio etnografico sardo e cagliaritano, è un’attenta e scrupolosa ricerca delle parentele, anche le più minute, con le popolazioni dell’Italia, dell’Europa, del Mediterraneo attraverso le quali, nell’antichità e nell’età moderna, si è fatta la gente sarda»), rivela l’idem sentire dei due professori che, sardi sardissimi e cagliaritani cagliaritanissimi, non chiudono la Sardegna in una bolla miseramente autocentrata entro i confini costieri e neppure consentono l’estromissione della città capitale dalle dinamiche “etnico-culturali” della regione che taluno vorrebbe identificare, in esclusiva, nell’area agro-pastorale:

«In opposizione a certa intellettualità sarda, che alla ricerca di un’improbabile purezza della nostra etnia ha ridotto l’area della “sardità” restringendola e confinandola in zone segrete, e ha dall’altra considerato quasi spurie le popolazioni cittadine e in particolare quella cagliaritana, Francesco Alziator ha rivendicato l’appartenenza di quella che potremmo chiamare la “cagliaritanità” al sistema logico, psicologico, creativo e comunicativo che va sotto il nome di sardità.

«… Alziator non credette mai che questa o quell’area potesse assumere nell’universo sardo una centralità privilegiata, e la sua fu invece una disponibilità a percorrere e a ripercorrere, in una peripezia senza fine, quell’universo dalla periferia al centro, e dal centro alla periferia, e sempre considerando quella periferia e quel centro del tutto interscambiabili e provvisori.

«Questa concezione policentrica della realtà sarda, che gli faceva negare la superiorità di un’area contadina o pastorale sull’area urbana, era poi il riflesso di quella concezione policentrica più vasta che lo faceva impermeabile all’esasperazione delle qualità indigene ed autoctone della Sardegna nel suo complesso e lo apriva senza inibizioni di sorta verso l’esterno…

«L’insularità era per lui un ponte, non il masochistico compiacimento per un’apartheid. La sorte aveva voluto che egli nascesse e operasse nei luoghi dove l’impatto fra noi e gli altri era stato duro e prolungato; non ne ricavò il complesso del vinto, o come oggi si dice del colonizzato o acculturato, ma la sensibilità vibratile che è propria degli uomini, che vivono in città mercantili o in aree in cui passano e ripassano genti diverse».

E, aggiungo io, piacesse o non piacesse, proprio la stessa Storia della letteratura di Sardegna, rivelando influenze e compromissioni spagnole o, foss’anche tardive, d’altro territorio continentale, mostra lo sguardo largo e santamente curioso, indagatore, dello studioso.

Peraltro – come anche Romagnino scrive nell’articolo sopra citato – non soltanto i verseggiatori sardi (da Sirigu e Bacaredda a Saragat a Murenu…) ch’egli, e più di altri, ha valorizzato ripubblicandone qua e là sonetti e altro perfino in collane editoriali dedicate, ma anche Dante e Fazio degli Uberti e Pavese, Balzac ed Eliot sono entrati nei suoi studi e nella sua produzione a dimostrazione di quello sguardo largo e santamente curioso che va per meridiani e paralleli e scorge relazioni e comunque individua chiavi di lettura altre da quelle a noi più consuete e tali da indurci a comprendere meglio il nostro stesso!

Resta poi lo scrittore, l’inventore del vero, ed è questa la cifra alziatoriana che dovrà riconoscersi non certo come alternativa al pur indubbio valore della ricerca condotta in archivi inesplorati, nazionali e spagnoli, e non soltanto fra fonti già edite, ma come pregio supplementare che ricadute… democratiche può vantare nella misura in cui si apre ad una relazione più larga che non sia quella selettiva e forse chiusa dei cenacoli abbonati. «Non è facile ridurre ad unità un corpus di scritti che sembrano riflettere nella loro varietà la vivacità indomabile dell’ingegno del loro autore – scrive Romagnino ancora nell’articolo “Storia parallela ecc.” –. Eppure la ricerca delle nervature o delle linee di forza di questa architettura così mossa deve essere tentata… si può attraverso un giudizio meditato delineare la figura di un intellettuale che ha un posto preciso ed eminente nella storia della cultura sarda contemporanea, non è facilmente riducibile al modulo corrente dell’uomo di cultura isolano, ha la benemerenza alta di essere stato per Cagliari quello che è stato per Sassari Enrico Costa nell’Ottocento, e di averci dato soprattutto nelle pagine della Città del sole il poema della sua città, un poema che ha l’originalità di essere insieme sapienza di studio e passione vibrante. E il giudizio è questo».




Addendum. Il ritorno di Alziator (A. Romagnino su L’Unione Sarda, 12 giugno 1982)

«Ritorna la splendida raccolta di articoli, ordinata appena poco dopo la morte dell’autore della memoria affettuosa e fedele degli amici: L’elefante sulla torre. Itinerario cagliaritano di Francesco Alziator ora ristampato in anastatica dalle Edizioni 3T, e rinnova quella piacevolezza mista all’interesse e alla curiosità, che suscita quest’opera sempre così miracolosamente in bilico fra l’erudizione e l’estro poetico.

«Francesco Alziator, anche per le altre due fondamentali opere dedicate alla sua amatissima patria: La città del sole e I giorni della laguna (che ci auguriamo possano esser presto ristampate) è stato proprio colui che va di notte, / che porta il lume dietro, e a sé non giova / ma dopo sé fa le persone dotte. Senza di lui non si sarebbe aperto lo scrigno di Cagliari, non si sarebbe ripreso a “raccontare” la città, e a riscoprirne i segreti e l’inesauribile vita antica e nuova. Egli ha fatto per quelli che sono venuti dopo in tempi recentissimi un po’ quello che fece Giovanni Spano con la sua Guida della città e dintorni di Cagliari (1861), che si è tirato dietro altri viaggiatori nostrani nel cuore della città: da Francesco Corona a Pasquale Cugia, da Dionigi Scano a Filippo Vivanet e ad Edmondo Sanjust di Teulada.

«Con una qualità in più, che manca ai suoi illustri predecessori tutti attenti esclusivamente alle cose e perseguenti il mito (specie lo Spano) di Cagliari città d’arte, e che è questa: che non c’è via, piazza, quartiere, che non si animi di gente, che non si affolli di umanità, che non si illumini di una presenza. Una pagina in particolare vogliamo ricordare in questi giorni del processo di canonizzazione di fra Nicola da Gesturi, che prova l’attenzione che Francesco Alziator metteva a tutto ciò che era più profondamente vivo nel cuore della città. Questa, che il compianto monsignor Perra riteneva potesse rientrare nella copiosa documentazione che si stava raccogliendo “sulla fama di santità del servo di Dio”: un giorno, racconta Alziator, in un’ora di tormento, durante una crisi che poteva culminare in un fallimento, il cappuccino “entra” nella sua mente, diventa presenza reale e imperiosa, appare improvvisamente e senza richiamo e invocazione, proprio come quando, in un giorno di scempi e di rovine, appena dopo che la città era stata torturata dall’offesa bellica, fra Nicola uscì come dal nulla lungo il muro di una caserma di Bonaria e ai soldati e alla gente che si stringeva intorno a lui sbigottita, sussurrò appena, come voleva la sua legge del silenzio: “Sia fatta la volontà di Dio”.

«Caro ed indimenticato Alziator, la sua penna non era solo capace di pagine scintillanti e gaie, di excursus di erudizione pieni eppure leggeri, di ricerche profonde che si spolveravano di ogni pedanteria, ma anche di squarci di religiosità e di fervida fede, come sanno aprirsi brucianti nei cuori dei laici, anch’essi premiati di visioni e di illuminazioni».

Fonte: Gianfranco Murtas
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