Bachisio Zizi e i suoi dialoghi ideali con Salvatore Satta, a Nuoro e su Nuoro
di Gianfranco Murtas

Li conto uno dopo l’altro gli anniversari della morte di Bachisio Zizi. Siamo arrivati stavolta al dodicesimo, e sempre rimane, così come d’un caro di famiglia, il dolore del lutto e insieme il ricordo sempre fertile di un rapporto creativo, educato ed impegnato. Umanista di gran razza sarda oltre che alto dirigente di banca, Bachisio Zizi ha lasciato tracce belle del suo passaggio nel tempo che la sorte, o la Provvidenza, gli aveva assicurato perché migliorasse il mondo. Potrei anche dire, cogliendo di lui l’anticonvenzionale singolarità dei talenti: fu uomo di finanza e insieme, per le prepotenze dell’anima, di riflessioni morali ispirate da insistiti e profondi studi antropologici, intellettuale dagli innumerevoli affacci in opere di narrativa (nei libri e nei giornali) divenute sempre preziose occasioni di pubblica discussione.
Ogni anno cerco di ricordare – evitando se possibile le ripetizioni inutili – qualcosa di lui e del suo lavoro di scrittore mai a sufficienza esplorato. E stavolta, celebrando ancora il centenario della sua nascita in Orune (26 gennaio 1925), e così combinando le date di ricorrenza, m’è sembrato particolarmente significativo riproporne un testo che era destinato ad una rappresentazione teatrale in Nuoro, e che mai però ebbe la sua scena. Zizi prese atto di quell’occasione mancata e quel copione lo consegnò quindi ad una miscellanea – da riva a riva, titolo uscito nel 2001 per i tipi di Cosarda – che costituisce, per i tesori che musivamente assembla in duecento piccole pagine, un vero gioiello perché testimonianza di varie esperienze compiute in un arco di tempo piuttosto lungo, e dunque ideale pellicola di un vissuto insieme pubblico e privato.
Nel novero, appunto, quel copione scritto nel febbraio 1999 e destinato ad una certa associazione nuorese che ne aveva ipotizzato l’originale trasposizione scenica: tanto per onorare la memoria solenne dell’autore de Il giorno del giudizio, ma anche per dare completezza a quanto, ripetutamente, Zizi stesso aveva elaborato sulla multianime identità barbaricina conferita, in stagioni diverse, alla città capoluogo. Un suggestivo dialogo “a tutto campo” fra Bachis – immaginato forse ancora giovane – e l’anziano professor Salvatore Satta, Boboreddu, già autorevole preside di Giurisprudenza all’università di Genova quando, negli anni ’50, Zizi proprio là si recava a dar gli esami del corso di economia.Un dialogo di confidenza paesana e insieme di adagi esistenziali fuori dal tempo eppure incardinati in un territorio fattosi centro dell’universo.
Giusto con una simulazione, o un rimando a commento, di quel dialogo ho creduto di aprire una dispensa pubblicata nelle scorse settimane, così da dar conto del rapporto fra i due scrittori, una cui eco ancora i più attenti hanno trovato negli scritti di questi autori tanto diversi eppure anche quanto somiglianti!
Ecco qui di seguito una ripresa di quelle pagine.

«E vuoi che non ricordi o non riviva quell'episodio che tu chiami minimo? […]. Non so se sono passati giorni, anni o secoli… ti eri presentato timidamente nella mia casa di Genova per consegnarmi un pacchetto inviatomi da Ignazia, mia madrina, diventata personaggio del libro col nome di Gonaria... Non mi avevi trovato ed eri andato via con sollievo, lasciando il tuo nome e il tuo recapito. Il pacchetto conteneva dolci che profumavano di grano e di miele, gli stessi dolci che la cara madrina mi preparava ogni volta che rientravo a Nuoro; c'era anche una lettera che parlava di te, nel pacchetto, e della quale tu non hai mai saputo niente... L'indomani ti avevo cercato alla casa dello studente e avevamo parlato al telefono... Rispondevi impacciato alle mie domande e quando avevo capito che ti trovavi a Genova per sostenere esami all'università ti avevo offerto il mio aiuto, soggiungendo vanitosamente che io ero preside della facoltà di Giurisprudenza... Dopo aver esitato, avevi risposto che preferivi andare avanti da solo, fin dove potevi...».
L’umanità barbaricina nell’immoto presente senza attese
Nel «retromondo delle ombre», e nel tempo che ancora era suo ma non più del suo interlocutore, Bachisio Zizi incontrò Salvatore Satta, da lui raccogliendo quella confidenza e con lui discutendo delle loro vite spese nell’intimo di una umanità debole e afflitta e sempre interrogante, di Nuoroamata con odio per tutti i suoi singolari estremi, per le monadi riunite in dimensioni di folla, diffuse e raccolte e ancora diffuse nelle salite scure e strette di Santu Predu o nelle valli, strette anch’esse ma chiare, di Seuna, al caffè Tettamanzi e in cattedrale, nelle scuole assemblate al convento e sul monte riconsacrato da Jerace… Insomma, di Nuoro evocata ma non per respingere, bensì per… purificare: «Nuoro è stata per me una sorta di laboratorio dell'anima, dove era possibile sperimentare la rigenerazione dell'uomo…, volevo solo che il nostro vivere acquistasse un altro senso. Sì, è vero, ho messo a nudo le nostre debolezze, … per riprendere il cammino della vita cadenzando i passi con misura. Ma tutto è stato vano perché tutto è stato travolto e stravolto».
Quel «retromondo delle ombre», quel luogo del virtuale incontro fra Bachis e Boboreddu – il nome che donna Vincenza (Antonietta Galfrè) aveva dato al figlio più piccolo già dalla sua nascita – sembra quasi sospeso sopra il capoluogo della Barbagia ed i paesi nei suoi dintorni: «Siniscola, Dorgali, Oliena, Orgosolo, e anche Orune, più solo e isolato che mai. Uno stesso male li consuma: lo spopolamento. In quest'esodo silenzioso e doloroso, le pietre che diventano parvenze di case dovrebbero sostituire gli uomini che vanno via, ma sono vuoti incolmabili. Sos biddajos sono approdati a Nuoro e vi hanno messo radici, mentre i nuoresi della diaspora, in giro per il mondo, non riescono a ponnere lana in nessun luogo. Gli agi e i successi conquistati con fatica non bastano a placare il rimorso per il distacco da questo scampolo di terra dove le case si aggrumano in vortici caotici senza senso.
«Neanche i morti hanno requie lontano da Nuoro. Le nostre spoglie possono aver trovato degna sepoltura in pompose tombe di cimiteri rinomati, ma il nostro spirito anela all'impossibile ritorno che ci vede penitenti su queste alture, quasi fossimo chiamati a vegliare l’agonia della terra che ci ha generato».
Neanche i morti… Rispondendo al suo interlocutore che pare essersi irrigidito sulle antiche e dogmatiche ma non astruse distinzioni fra i nuoresi e i biddajos venuti a rivitalizzare la città morente giusto alla vigilia della sua promozione a prefettura provinciale, e però con larghe anticipazioni fin dal principio del secolo, a lui Bachis oppone il proprio «neanche» riaffacciando le casistiche sociali ed urbane già elencate nelle pagine del suo Santi di creta e vissute in proprio nell’infanzia e nell’età adulta: «Neanche per i biddajos è stato indolore il distacco dalla riva di nascita. Guardi come si sono disposti nelle periferie di Nuoro, sempre a car 'a bidda: gli orunesi si sono seppelliti nei fondali di sae Sulis, convinti di potersi godere le frescure della sera contemplando il santuario della Consolata, gli olianesi hanno invaso il pendio di Monte Jaca, per non staccare gli occhi da Corrasi, il monte più bello del creato, e i mamojadini stanziano sul pianoro del Quadrivio, illudendosi di vivere in contiguità col paese da cui sono giunti i primi veri artigiani, sos mastros de carros».
Con la sua irrequietezza di biddaju, genera l’impressione, Bachis, di voler «dare un senso» alla propria esistenza con un «fare» del quale poter essere anche «il cantore»: «un fare che corre dietro le cose e divora l'anima»... Benedice e insieme però si tiene distante da questa vocazione o ambizione, Boboreddu, anziano e arrivato, che pur deve infine riconoscere: «È vero, fra di noi non c'è intesa, non riusciamo a fare gruppo, siamo come i santi di Lollove, a cul 'a pare. Questa è stata e sarà sempre la nostra dannazione, dividerci su tutto. E non è un segno di grandezza. Mentre noi litighiamo nelle aule dei tribunali o nelle bettole lustrate a nuovo, gli altri, quelli che fanno e disfanno, ci ricacciano nelle nostre penose lamentazioni. Abbiamo in comune solo l'alterigia di chi pretende di essere cercato per rivelarsi: chie mi cheret mi chirchet in domo. L'esservi fermati alle periferie è un atto di umiltà che vi fa onore. Certo ha pesato il legame col paese d'origine, ma c'era anche la soggezione di fronte alla piccola boria dei nuoresi. La fusione non avverrà mai, ma è vitale questa distinzione, una sfida senza fine, anche se spesso gira intorno al nulla».
Certamente risuonano nella testa del giovane Bachis queste parole che girano, ma feconde non sterili, intorno alla categoria paradigmatica della “distinzione”. Si tratta di parole che peraltro qualche combinazione debbono saper trovare con quelle righe allusive ad un comune inesorabile destino (che fu la sconfitta dei poveri tanto di Nuoro quanto di Orune) incise dal suo immenso interlocutore in quel certo capitolo XIII del suo capolavoro – quello che gioca molto sulla vita e le opere, meglio i proclami più o meno demagogici, di don Ricciotti Bellisai – , in cui egli aveva apparentato e non discosto, nei tempi di una storia neppure così remota, Nuoro ed Orune: «Molti anni prima, chissà quando, a Orune, avevano ripartito tra le famiglie l’immenso altopiano de Sa Serra e a Nuoro stessa il Monte era di proprietà del Comune, ed era stato diviso. Vero è che il risultato fu che i poveri non ebbero niente e i ricchi diventarono più ricchi, tanto che il Monte, con le sue querce enormi e le fontane cristalline, era oggi retaggio dei Corrales, e ai poveri non restò che sfogarsi, a Nuoro e a Orune, appiccando qua e là qualche fuoco. A Orune anzi, dove sono più selvaggi, quando s’accorsero della beffa, uscirono per la strada urlando “a su connottu” (“al conosciuto”), volendo distruggere quel che ormai era diritto, cioè indistruttibile. L’atto di audacia, che finì a moschettate coi carabinieri, diede per sempre il nome a quell’anno (“s’annu e su connottu”), ma le tanche restarono a chi aveva saputo prendersele. Allora però non c’era lui, Don Ricciotti…».
Le colonizzazioni
Restano, come un’impressione di dramma vissuto oltreché di dramma osservato e registrato negli annali civili (ed anche sentimentali), quelle parole dell’uno e dell’altro – di Boboreddu e di Bachis – su questa Nuoro trasformata dalle progressive immissioni di biddajus. Zizi tornerà spesso, e magistralmente, in argomento, più corposamente nelle conversazioni, nelle conferenze e nelle interviste e con qualche più lieve tocco nei suoi romanzi… Come non ricordare, dai suoi Santi di creta (nel capitolo XXV), le riflessioni conclusive, quasi testamentarie, di Diego e, ad accompagnarle, quelle dello scrittore stesso: «pensava agli oscuri rapporti che legavano Nuoro ai paesi che l’attorniavano, distinguibili dalle deboli luci che a tratti rompevano il buio. Sembravano i segni di sperduti bivacchi dove si erano consumati gli assedi che avevano sconvolto la città. Nuoro appariva come il centro di tutti i mondi possibili, un luogo di approdi e di incontri, dove si pensava di trovare ricchezze e conoscenza. Dai paesi non si andava via in pace, ogni uscita era sentita come un tradimento, una fuga senza possibilità di ritorni. Le distanze, anche quando erano brevi, apparivano interminabili e a Nuoro non si giungeva mai in pieno giorno. Chiamati con i nomi dei paesi che avevano abbandonato, i fuggiaschi occupavano le periferie e lì piantavano i loro rifugi, parvenze di case con le porte orientate verso il paese. Non irrompevano come conquistatori, anzi erano pronti ad assimilare tutto, anche la lingua, e a rinnegare ogni legame col paese. Ma i biddajos rimanevano eternamente tali, gravati dalla sfiducia che suscitava la loro ineliminabile estraneità»…
Così Zizi, ma anche di Satta non possono dimenticarsi almeno quelle righe infilate nel primo capitolo del suo capolavoro come a rivelare il cuore semplice e prezioso in un corpo complesso eppur vago, s’intende un cuore che vuol pompare un sangue che non trova più nei vasi attorno a sé ed un corpo che per vivere ha necessità ed urgenza di qualcosa che lo dinamizzi una, due volte, cento volte, cuore e sangue nuovo: «Quelli che facevano politica, i candidati, erano tutti dei paesi: di Orune, di Gavoi, di Olzai, di Orotelli, persino di Ovodda, quei minuscoli centri (biddas, ville) lontani quanto le stelle l’uno dall’altro, che guardavano a Nuoro come alla capitale; paesi di pastori, di contadini, di gente occupata a contare le ore della giornata, ma i cui figli avevano scoperto l’alfabeto, questo mezzo prodigioso di conquista […]. Gli zii, come si chiamavano questi rustici anziani, dalle grandi barbe, entravano a Nuoro avvolti nei costumi nuovi, come in un salotto, e vi andavano per testimoniare o per parlare con l’avvocato o col notaio (quando non vi erano condotti ammanettati), una, due volte all’anno, traendosi appresso i figli. Questi, vestiti da civili, ridicoli ai loro stessi occhi, vergognosi a poco a poco dei padri, di fronte a quei signori non meno sfaccendati ma che sedevano ai tavolini del caffè come esercitando un loro diritto di casta, vedevano le immense vetrine nelle quali si spandevano dolciumi o giocattoli o libri, si esponevano manichini senza testa vestiti di abiti fatti, tutti corrosi magari o ammuffiti, ma che erano il segno di una cosa mai vista e neppure immaginata, la ricchezza del danaro, tanto diversa da quella delle pecore e delle capre. Quell’avvocato e quel notaio di Nuoro, che parlavano coi loro padri un sardo più raffinato del loro olzaese o orunese, o gavoino, erano uomini che sapevano, anche se essi non capivano quel che dicevano, e sapevano perché erano nuoresi. Si formava così nella loro mente l’idea che bisognava diventare nuoresi per essere qualcuno, e quest’idea li spingeva a studiare, ad andare al ginnasio, al liceo e a correre anche la grande avventura dell’università, se possibile con l’aiuto del Collegio delle Province, che era tutto quel che restava del Regno di Sardegna, altrimenti barattando il campicello paterno. Ma anche a Torino, o a Sassari, o a Roma la meta era sempre Nuoro, la meta o il campo di battaglia, non importa. Irrompevano infine nella città murata, come il sangue plebeo nelle vene di un nobile fatiscente: intelligenti, astuti, sprezzati ma non sprezzanti, avevano sui nuoresi un solo ma grande vantaggio, sapevano quel che volevano. Certo, nuoresi non potevano diventare, se non altro per via della lingua, che dopo venti, trenta anni conservava ancora le tracce del paese d’origine: ma l’asse del lavoro si spostava sempre più verso questi estranei». E fu la prima colonizzazione di Nuoro da parte dei barbaricini di varia obbedienza, così prima che Nuoro diventasse (o ridiventasse, risvegliando il democratico Asproni), con il rinforzo della dittatura seguita alla grande guerra, capoluogo di provincia. Ma poi venne la seconda e più massiva colonizzazione, appunto quella seguita alla promozione della sottoprefettura al maggior rango prefettizio, con tutto quanto a questo doveva fare corona a riguardo di uffici pubblici, mentre una terza, peculiare anch’essa, passeggera in parte e stabile in altra parte, fu quella dei primi anni del secondo conflitto mondiale, quando a fungere da santa calamita per sfamare la gente e dar lavoro in supplenza dei richiamati alle armi, s’erse il molino-pastificio provinciale (pur in campo da decenni), e si trattò della colonizzazione della quale Zizi stesso, giovanissimo operaio imballatore dopo l’adolescenza passata nei cantieri edili di Carbonia fascista, sarebbe stato attore fra centinaia e centinaia di altri… Sì, i più rimasero dignitose comparse, ma molti altri divennero protagonisti civili, nei commerci e nelle professioni, anche nella politica…
Mi sono riferito, più avanti, alla prima colonizzazione della città da parte del circostante territorio barbaricino e magari baroniese, così come la rappresenta plasticamente Salvatore Satta nel primo capitolo del suo capolavoro letterario. Ma in verità, e restando allo stesso autore però progredendo nella marcia delle sue stupefacenti pagine di memoria e trasposizione (o anche invenzione meditabonda), si potrebbe scorgere una stagione zero dell’inurbamento nuorese: questo concentrato sul clero e il suo vescovo Roich (figura inventata ma dietro cui potrebbero rilevarsi, o rivelarsi, alcuni tratti di quel monsignor Giovanni Antioco Serra Urru – di recente biografato da don Gianni Bitti – insediatosi giusto quando, dieci anni prima della rivoluzione francese, papa Pio VI Braschi – il pontefice che presto avrebbe perso il potere temporale e sarebbe morto incarcerato dal generale Bonaparte venuto a fare e disfare nella penisola italiana – aveva deliberato il trasferimento della sede episcopale da Galtellì, gioiello malsano, a Nuoro).
Satta disprezza (impietoso e ingiusto) i “suoi” – «La gente di Nuoro sembra un corpo di guardia di un castello malfamato: cupi, chiusi, uomini e donne, in un costume severo, che cede appena quanto basta alla lusinga del colore, l’occhio vigile per l’offesa e per la difesa, smodati nel bere e nel mangiare, intelligenti e infidi» – e si domanda: «Come da quelle marionette serene possono essere venuti fuori questi personaggi da tragedia?», alludendo qui ai tanti già incrociati nella memoria ma già quasi tutti ancora da riversare sulla carta. Ne trova la ragione in quel che successe appunto «all’avvento del vescovato» all’ombra dell’Ortobene: perché capitò allora che «dalle selve della circostante Barbagia» si fossero mossi «quegli uomini agresti che, come dice il poeta, si cibano di carne e miele», e si fossero «insediati intorno al prelato e al suo capitolo con la loro forza e le loro capanne». Il che avrebbe avuto poi, in logica necessariamente diocesana, infinite repliche nei decenni e nei secoli a seguire, cattedrale dopo cattedrale…
Chissà quale sia stata la vera storia di Nuoro con le ripetute ondate immigratorie che, ripensate dallo scrittore, l’avevano formata e sagomata: forse era/è stata soltanto «la risultante burocratica dei successivi padroni, che hanno accatastato la Sardegna» , ipotizza Satta, lasciando ogni conclusione alla pacificata impossibilità di una risposta chiarificatrice.
Nuoro amata odiata amata… amata!
Osservano entrambi, Boboreddu e il giovane, o giovane però già plasmato e misurato dalla vita, che l’ha voluto incontrare e interrogare, le deturpazioni di una natura soggiogata dalla sedicente modernità: «Da quando siamo qui, lei ed io non abbiamo fatto altro che scrutare Sant'Onofrio, Istiritta, Biscollai: che scempio quelle colate di cemento!, non si è salvato niente, né il colle, né gli orti, né le querce. C'è una distanza abissale fra le casupole di Seuna che lei ha conosciuto e l'azzardo di verticalità di questi palazzotti che sembrano sfidare il cielo...», lamenta Bachis. Conviene l’anziano che allarga e sovrappone, traendone i materiali dal suo antico sgraziato cantone domestico: «Tra le povere case di Seuna e il fasto di questi palazzi c'è stato un passaggio intermedio: la casa di mio padre, costruita da un ingegnere senza estro e senza mestiere, con unascala che aveva invaso ogni altro spazio abitabile. Delle casupole di Seuna, con i cortili, i patii e la cucina col focolare al centro, rimpiango l'intimità che vi regnava, una fedeltà alla terra su cui erano piantate, non la povertà dei modesti contadini che le abitavano. Le pietre, messe su con fatica una sull'altra, scandivano il tempo della vita, un tempo senza concitazioni, in cui ciascuno poteva ritrovare se stesso. Perfino l'anonimia della casa di mio padre si riveste d'innocenza di fronte all'ostentata opulenza di questi casamenti che deturpano i colli e sommergono gli orti. Questa distorsione temevo quando pensavo alla rigenerazione di Nuoro e della sua gente... I cortili delle modeste case di Seuna! Un luogo di mediazione e anche un segno di apertura per dare e ricevere solidarietà. Ma allora la casa durava più della vita ed era espressione di bisogni autentici. Questo accadeva anche nella stravagante casa di mio padre, nonostante il male del vivere che vi gravava. Quale dio ha scompigliato le cose nel passaggio da Seuna a Sant'Onofrio e a Istiritta? Certamente il dio del vendere e comprare, il dio dei valori di scambio che hanno scardinato i valori dell'anima. Niente è cresciuto con misura... Bentulare è il demone che spinge a fare e disfare...».
Quella de Il giorno del giudizio – riprende Bachis, condividendo o forse no – è una «Nuoro eternata in questa sospensione, senza passato e senza futuro, nell’attesa di una redenzione che riscatti dal peccato di essere nati». No, no, no, ribatte pronto Boboreddu Satta che guarda alle case ma pensa agli uomini: «volevo solo che il nostro vivere acquistasse un altro senso». Nessun ripudio, soltanto una speranza frustrata, sconfitta e raccontata.
E deve insistere e ancora aggiungere: «Ho scritto libri su libri per sgravarmi del peso dei fatti e capire ciò che ero, ma inutilmente, anzi la scrittura ha rafforzato le persistenze e dilatato la durata... Non è stato e non è un semplice gioco della memoria, io rivivo la vita, tutta la vita, con sofferenza e rimorso, e non ci sono gerarchie fra i grandi eventi e i fatti della quotidianità: sono immerso in una compresenza di sentimenti e risentimenti senza tempo...».
Anche Bachis ha scritto libri, molti libri, amati e odiati anch’essi, compresi e non compresi, perfino trascinati in giudizio con ragioni approvate da taluno e non da altri. Sicché l’evocazione di questa esperienza pare farsi un capitolo a sé stante nella lunga conversazionedipanatasi nell’ «immoto presente senza attese», sopra gli spazi-non spazi di Nuoro e del mondo. Perché si sa: Bachis ha partecipato alla revisione onomastica de Il giorno del giudizio – «unu libru mannu, uno bete libro chi ispantat...», e questo ha, pur soltanto in parte, limitato l’area delle condanne che lo scrittore ha ricevuto dopo l’ostensione post mortem delle sue visioni, chiamale memorie pietose e impietose ad uno stesso tempo. Ma sarà stato davvero così? Boboreddu ora commenta: «Non credo siano state quelle manipolazioni a impedire che il libro venisse portato davanti ai giudici di un tribunale, se mai è stato un atto di saggezza dei presunti diffamati... Ma il processo il libro l'ha subito e io con lui, un processo celebrato nelle piazze dell'Atene sarda. La legge, più pietosa, conosce l'estinzione e la prescrizione, una sorta di remissione dei peccati, mentre il risentimento degli uomini, soprattutto quando è radicato nell'ignoranza e nei pregiudizi, tende a dilatarsi ed eternizzarsi...».
Quanti sono stati, anzi sarebbero stati, gli imputati crocifissi dallo scrittore, tali e tanti da meritargli la ritorsione dei suoi compaesani? Si dice: padre e madre e fratelli e zii, pastori e signori e avvocati e politici e preti e canonici e cappellani e anche maestri e maestre e puttane... Ma è stato, è proprio così? «Non c'è frase, parola o segno nel mio libro che non siano frutto di un impulso d'amore. Ma amare è purificare, aprire le rigidità di chi non accetta di essere attraversato e trasformato dal suo contrario. I grandi beni, come i grandi mali eccedono la nostra vita e la nostra coscienza. Forse solo dopo averli perduti riusciamo a capirli nella loro intima essenza… Il libro è uscito dal mio dominio e io dal suo; non ci apparteniamo più, tuttavia come non sentire un senso di avvilimento di fronte a letture che tendono a immiserire tutto?... La trama di un racconto non significa niente, contano la trasfigurazione e la capacità di dare anima... Chi ama la parola preferirà inimicarsi il mondo piuttosto che sacrificare una sola sfumatura... Allo scrittore resta qualcosa di intimo che solleva al di sopra di ogni scandalo. Tutto questo tu l'hai sperimentato nella tua pelle e quindi sai che nessuno ha il diritto di mettere le mani sull'opera dei nostri travagli e delle nostre solitudini...». È il lascito di Boboreddu Satta a Bachisio Zizi trafitto, lui sì, e (secondo me) ingiustamente, da una sentenza di tribunale. Né tutto è qui, però. E dunque e comunque meriterà d’essere ripreso, ripensando alla ristampa del 2005, “purificata” dalle pur gentili (e amichevoli) manipolazioni del 1977, e ripensando anche ai travagli che, pressoché a metà strada fra quelle due annate, patirà la fatica tutta sua (e speculare) di Bachisio Zizi.
Ancora conversando in un cielo che non conosce albe né tramonti
Prosegue la conversazione, e la confidenza del privato personalissimo si combina, da una parte e dall’altra, come in un gioco di sinusoidi od intreccio di affabulazioni frantumate, ad esternazioni filosofiche, a riflessioni esistenziali di largo respiro… Parla Boboreddu: «Muovendomi per simboli, come Ignazia-Gonaria, che raccontava, inventandoselo forse, del mio tentativo, al momento del battesimo, di stringere nella mano la fiammella della candela che illuminava la funzione, di rimando in rimando ero tornato alla solitudine di mia madre nella casa che l'accoglieva insieme ai figli, alle povere case di Nuoro e alla gente che vi dimorava, alla Sardegna assolata e desolata e alle mie inquietudini... Come le "maddalene" proustiane, il profumo di quei dolci mi aveva sommerso con l'impeto di un'onda lunga che doveva portarmi a quel racconto confessione diventato libro per volere degli altri...».
E ancora: «Alla mia porta bussavano in tanti e non solo gente di Nuoro. Le richieste erano le più disparate e non tutte accettabili, le più sfacciate erano quelle dei potenti. Io suggerivo comportamenti, mediavo nelle grandi controversie e invitavo alla tolleranza, ponendo a frutto l'arte appresa con gli studi. Pago dei risultati, soprattutto se portavano a placare sdegni e furori, non mi attendevo gratitudine da nessuno... La riconoscenza più sentita mi è venuta sempre dagli umili... Anche nella scuola ho dato a chi aveva meriti... I nuoresi avevano altri bisogni, dovevano superare le diffidenze e i pregiudizi propri e degli altri. E io m'industriavo di metterli alla pari nel campo dell'apprendimento».
Così ancora di sé racconta e degli altri, anche dei fratelli – erano in sei o sei più uno (caduto troppo giovane), sette e tutti maschi in casa Satta Galfrè (come altrettanti sette erano – ma metà e metà o quasi, per sesso – in casa Zizi) – descritti da taluno tre col pugno chiuso e tre col pugno aperto alla generosità, lui indicato col pugno chiuso: «Mano aperta e mano chiusa sono gesti troppo rigidi per dare conto dell'indole di una persona, soprattutto quando si tratta di soggetti così complessi com'eravamo noi fratelli. Ho dato e ricevuto nella vita, e non ho mai fatto un bilancio delle perdite e dei guadagni. I contenuti del mio dare erano diversi da quelli dei miei fratelli; proprio per le mie diverse esperienze. In me sono sempre coesistite idealità sublimi e senso delle cose concrete. Quel mio fratello [amante della musica], geniale e stravagante allo stesso tempo, amava conservare in mezzo ai fascicoli delle cause gli assegni circolari che riceveva come onorario dai suoi clienti. Non si curava neppure della prescrizione incombente, lui che era un maestro del diritto. A sua insaputa, un suo allievo aveva recuperato i titoli ancora validi, mettendo insieme un piccolo patrimonio: voleva realizzarne l'incasso. Ma mio fratello gl'intimò di rimettere tutto a posto e lo mandò via. Può darsi che quel comportamento fosse un atto di generosità, o anche il riflesso di un disprezzo, tutto aristocratico, per il denaro: sono gesti estranei alla vita che ho vissuto io».
Ci fu intimità amicale di Bachis con i Satta, con Fausto coetaneo in particolare, e ora egli lo confessa: «Al di fuori della cerchia dei suoi congiunti, io sono stato uno dei primi lettori del dattiloscritto del suo libro...». Ed a tanto ribatte lesto il professore, autore di cime letterarie: «So tutto: l'entusiasmo che hai gridato in quella riunione notturna, e le insistenze perché il testo venisse pubblicato così, come io l'avevo lasciato; so anche della prudenza del generoso manipolatore... Sei uomo di eccessi e io non sono il tuo giudice, non ti assolvo, ma neppure ti condanno, gli intenti erano onesti... Non sono stato mai giudice di nessuno, neppure di me stesso. Quello che ho scritto non è una memoria di accusa né di difesa, è lettura della vita osservata da una latitudine in cui tutto è trasceso e tutto attende di essere giudicato da un più alto tribunale dove il tempo non scorre più».
È, questo, un passaggio che merita una speciale attenzione. Perché è Zizi che scrive ma l’osservazione, che è palesemente delicata e cruciale, per alcuni aspetti drammatica addirittura, egli la mette in bocca, anche stavolta, all’anziano professore. In tutta questa parte del loro dialogo, così virtuale ma forse anche così realistico, ritorna infatti la questione bruciante del giudizio – e bisognerà approfondire – ma poi anche quella, di altra natura e già da subito affacciare, della revisione onomastica cui fu sottoposto il dattiloscritto sattiano (seconda versione dopo il manoscritto) prima di passare alle macchine compositrici della CEDAM, e successivamente dell’Adelphi e quindi della Ilisso…
La musica, Filippo e Antonietta, il tempo e la neve
Fra Boboreddu e Bachis la conversazione volge al termine. E come a rilanciare il ciclo è di nuovo, e con precisione, della vita e della morte e della musica che si parla fra loro. Confidandosi con il biddaju orunese il quale di lui ha fatto non un suo mito, ma semmai un suo precursore e che, in quanto alla musica, ha da riferirsi alle piene e commosse virtù della sua Antonietta, l’anziano sbotta: «Mio fratello, quello della "mano aperta", suonava il violino e dovette smettere perché non riusciva a contenere l'emozione che gli procurava la musica. Il senso dell'armonia e del bello anche nel parlare la lingua di Nuoro ci derivava da nostra madre. Rappresentare gli angeli e i demoni nuoresi senza ferire? È temerario il solo pensarla un'impresa del genere... ma la musica può compiere qualsiasi prodigio, se non altro perché ha il potere di riportarci alla condizione di quando l'esperienza della vita non ha ancora umiliato. La musica, leggera e mai menzognera, è più dolce della parola, la quale può mentire, affermando o negando, può sedurre e ingannare: la musica si muove al di là dell'inganno...».
«Lei aveva fatto scandalo quando invocava la morte e negava ogni valore della vita, e ora che la morte è giunta invoca la vita»: è l’obiezione conclusiva che deve trovare una giustificazione da parte di chi, ora è già passato mezzo secolo, chiuse il suo libro con una dichiarazione di sconforto placato soltanto dall’incombenza di un “nulla per sempre”, o meglio dalla speranza dell’oblio o, chissà, di un rifugio nel divino: «Ho invocato la morte come cominciamento, non come fine. Lungi dal distruggerci la morte ci riproduce... Ma il rapporto vita morte non è reciproco: la vita trapassa nella morte, ma la morte non diventa vita… lo rimpiango tutte le cose, ma ricondotte alla loro essenza e liberate dalle bardature che ne stravolgono la funzione naturale. Non rimpiango certo la fiera del superfluo, dell'eccesso e dello spreco... Non c'è più niente di autentico...».
E ancora insiste Boboreddu: «Forse non erano Don Sebastiano, Donna Vincenza, Gonaria, Pedduzza, Giggia, Baliodda, Dirripezza, tutti gli altri che mi hanno scongiurato di liberarli dalla loro vita; sono io che li ho evocati per liberarmi dalla mia senza misurare il rischio al quale mi esponevo, di rendermi eterno. Oggi poi, al di là dai vetri di questa stanza remota dove io mi sono rifugiato, nevica: una neve leggera che si posa sulle vie e sugli alberi come il tempo sopra di noi. Nel cimitero di Nuoro non si distinguerà il vecchio dal nuovo: “essi” avranno un’effimera pace sotto il manto bianco. Sono stato una volta piccolo anch’io, e il ricordo mi assale di quando seguivo il turbinare dei fiocchi col naso schiacciato contro la finestra. C’erano tutti allora, nella stanza ravvivata dal caminetto, ed eravamo felici poiché non ci conoscevamo. Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale. È quello che ho fatto io in questi anni, che vorrei non aver fatto e continuerò a fare perché ormai non si tratta dell’altrui destino ma del mio».
È qui l’essenza del pensiero di Salvatore Satta, e sono questi i brani, alcuni soltanto dei brani in cui potrebbe sezionarsi il lungo testo ziziano che doveva diventare il copione di una messa in scena da parte di una compagnia nuorese, e invece è rimasto soltanto sulla carta di da riva a riva, il libro antologico che lo scrittore di Orune pubblicò, per i tipi della Cosarda, nel 2001. Come a chiudere le sue stagioni oblative, limitando a cinque libretti autoprodotti, dieci anni dopo, il supplemento della sua grazia.
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