Gianfranco Murtas

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Bachisio Zizi, lo scrittore che non s’arrese. A sette anni dalla sua scomparsa, rivisitando la sua bibliografia (fra risvolti e quarte di copertina, premesse, dediche ed eserghi) – parte seconda

di Gianfranco Murtas


Riprendo il ripasso delle uscite editoriali di Bachisio Zizi: stavolta soffermandomi su quei libri che sono stati una parte importante della vita dello scrittore, centrali direi accanto agli affetti più intimi e ai doveri professionali. Un “ponte sociale”, come lo fu (per altri aspetti ovviamente) la banca.  

Il ponte di Marreri

S’apre nel 1981 il nuovo ciclo delle sue produzioni letterarie che sfonda il lustro: esce il ponte di marreri (il titolo di copertina è così, tutto al minuscolo), ed a seguire ecco Erthole e Santi di creta, tre romanzi, apparsi rispettivamente appunto nel 1981, nel 1984 e nel 1987, pubblicati da La Voce Sarda editrice riconducibile all’imprenditore Gianni Onorato, proprietario (fra il molto altro) dell’omonima emittente televisiva, che ha i suoi studi a Castello, in quel palazzo Sanjust che un giorno sarà la sede della Massoneria giustinianea sarda.

L’amicizia personale con l’editore apre a Bachisio Zizi l’opportunità non soltanto della stampa dei suoi nuovi libri ma anche quella della pubblicità televisiva da assicurare ai diversi lavori: non però quella puramente commerciale degli spot più o meno dichiarati o mascherati, ma quella che si traduce, abilmente, in documentari (dallo scrittore stesso realizzati con i bravissimi tecnici dell’emittente, da Alessandro Fiori a Bastiano Deriu a Massimo Copez) e servizi giornalistici, con la partecipazione di esperti e personalità di ampio richiamo. Con quest'opera, e con quelle previste in successione ed in linea con i programmi già concordati, scrittore ed editore affermano di voler promuovere ed approfondire il pubblico confronto sui temi identitari sardi e sulla rispondenza dell’autonomia politico-istituzionale alle reali specificità isolane. Apertamente dichiarato è altresì il proposito di coinvolgere in tale libero dibattito anche la vastissima area della emigrazione regionale, quasi a idealmente ricomporre l’“unità sarda” attorno alla letteratura. Come se la nuova letteratura potesse farsi voce della Sardegna nel nuovo tempo. Davvero non poco. Si sa, e peraltro sarebbe facilmente prevedibile: la Sardegna riproposta da Zizi è sì quella “intera” circondata dal mare, la Sardegna delle città e delle miniere, delle foreste e dei campi coltivati, dell’industria e della pastorizia, delle università e della Chiesa, ma per essa parlerà in primo luogo, e ancora, la Barbagia, il cuore del cuore dell’Isola…

Nel risvolto di copertina le vicende narrate in il ponte di marreri sono così riassunte: Dallo sfondo storico dei fermenti di rinnovamento che percorrono la Sardegna nel 1847 sale un richiamo ai molti sardi che ancora attendono impossibili perfette fusioni per risolvere l'antico problema della rinascita.

Al centro della ricostruzione fantastica di vicende storiche così cruciali è il Cumone, un modo originale di convivere che tocca tutti gli aspetti dell'esistenza; in esso trovano composizione i secolari contrasti fra pastori e contadini.

I personaggi del libro, più o meno consapevoli di vivere in un'epoca di mutamenti e di trapassi, si muovono e si confrontano drammaticamente: c'è chi indaga caparbiamente nel passato per capire il presente e delineare un futuro in cui sia possibile ricreare l'antica intesa fra uomo e natura; e c'è chi vagheggia astratti “rifiorimenti”, destinati a perpetuare divisioni e ingiustizie, mortificando tradizioni e cultura. Tutti sono simboli di una Sardegna sempre viva e tormentata, assetata di giustizia e di progresso.

Protagonista è don Satta, che nella comunità di Orvine incombe come il destino, generoso e tiranno, astuto e ingenuo, creatore e distruttore: sembra emulare il Padreterno e finisce per convertirsi alle idee del suo antagonista, Alessio, altro personaggio originale, forse stravagante, come stravaganti sono la sua nascita e la sua morte; ma Alessio ha la saggezza dei contadini e la fantasia dei pastori, alla cui scuola si è formato. 

Il libro dà voce a tanti altri personaggi indimenticabili e alle folle, facili agli entusiasmi e alle superstiziose paure. Anche i luoghi diventano protagonisti: Orvine, le cui origini venivano raccontate come una leggenda, dove trovavano rifugio gli scampati alle sventure; Marreri, la valle del sole, luogo di scontri, di violenze, di sangue, dove sembra confluiscano le strade del mondo; la Consolata, santuario singolare con i suoi riti pagani e Niniana, la bella conca dove il Cumone getta i suoi primi semi.

La bontà e originalità del lavoro con la notorietà di certo molto accresciuta dello scrittore rispetto ai tempi del suo primo affaccio al mondo delle lettere, oltreché le circostanze cui ho fatto riferimento (per il supporto televisivo al lancio dell’opera) favoriscono da subito l’accredito de il ponte di marreri, presentato a Cagliari in una affollatissima manifestazione allestita all’albergo Mediterraneo e successivamente anche in continente, a Milano (nella prestigiosa sede della “Famiglia meneghina”) e anche altrove.

Per scelta da attribuirsi certamente allo scrittore, in copertina una celebre tela di Giovanni Nonnis – un pittore nuorese di gran valore, docente all’Artistico di Cagliari, purtroppo deceduto prematuramente – riporta all’ambiente rurale, agreste e pastorale, della Barbagia di Orune, l’Orvine del romanzo.

Le dimensioni “quantitative” di il ponte di marreri (che richiamo ovviamente soltanto per completezza informativa, senza implicarvi alcun giudizio di valore) replicano quelle di Greggi d’ira – poco meno di trecento pagine cioè (e qui 30 capitoli) – mentre esse saranno più contenute – restando nei limiti delle duecento (esito di tagli e… tagli, tagli dolorosi «come d’un pezzo di carne», mi confidava sempre lo scrittore mostrandomi le prime bozze) – nei due volumi successivi Erthole e Santi di creta




L’uscita del romanzo coincide con nuovi successi professionali dell’autore. Direttore del raggruppamento di Cagliari del Banco di Napoli, proprio nel 1981 gli viene anticipato dal direttore generale ff. in visita in Sardegna che s’intende promuoverlo al ruolo di Capo Area regionale, dunque anche delle filiali del Sassarese e del Nuorese. Inquadrato, con modifica regolamentare, come dirigente dello “stato maggiore” della partenopea via Toledo, saranno in capo a lui autonomie deliberative del rischio che cumulativamente arriveranno ai… dodici miliardi di lire! Un vero e proprio imperatore del credito… La cosa si realizzerà l’anno successivo (a settembre) e l’ufficio nuovo sarà nello storico palazzo Tirso, sede della Elettrica Sarda e dell’Associazione Industriali negli anni del dopoguerra. Da quella sede – simbolo di un prestigio e d’una autorevolezza riconosciutagli unanimemente – per tre anni egli lavorerà per coordinare e promuovere le iniziative di miglior inoltro del suo istituto nel mercato produttivo isolano con opportuni aggiustamenti anche della rete sportelli e con importanti assunzioni di personale assai qualificato, nonché con un accresciuto supporto di corpi finanziari specializzati ora per il leasing ora per il factoring, insomma per le nuove esigenze di liquidità delle imprese.

E’ chiaro l’appagamento professionale del dirigente e forse anche da questo stato di grazia che sembra l’esito di un valoroso impegno profuso a vantaggio degli obiettivi, non soltanto di bilancio, dello storico e amato Banco di Napoli (in Sardegna ormai da quasi un secolo) lo scrittore trova nuova linfa per fissare sulla carta scene e dialoghi, ambientazioni e riserve emotive dei tanti protagonisti delle storie che, incrociandosi fra di loro, gli ballano nella mente sempre creativa e che l’arte della scrittura ormai padroneggiata da maestro gli consente, con maggior fiducia di risultato, di consegnare ai suoi lettori.

Due nuove edizioni, rispettivamente nel 2001 e nel 2004, rilanceranno Il ponte di Marreri (con recupero delle maiuscole) forse intercettando i molti che, in Sardegna e anche fuori (!), con l’autore non erano riusciti a stabilire alcun collegamento.




La prima ristampa, da parte della Biblioteca del Vascello (Robin BdV) – la cui missione è stata, fin dal principio, quella di diffondere la conoscenza di molti scrittori “alla macchia”, purtroppo non valorizzati secondo il loro merito – reca nella quarta di copertina la seguente breve sintesi: 

Protagonista è don Satta, che nella comunità di Orvine piccolo paese dell'entroterra sardo, incombe come il destino generoso e tiranno, astuto e ingenuo: sembra emulare il Padreterno e finisce per convertirsi alle idee del suo antagonista Alessio contadino e pastore, personaggio curioso con un passato oscuro. Protagonisti sono anche le folle facili agli entusiasmi e alle superstiziose paure e i luoghi: Marreri la valle del sole luogo di scontri, di violenze di sangue dove sembra confluiscano le strade del mondo o la Consolata santuario singolare con i suoi riti pagani.

Certamente più meditata ed elaborata è la riedizione del 2004 (nella collana “Scrittori di Sardegna”), ad iniziativa della nuorese Ilisso che in copertina presenta un particolare del dipinto “Il sogno dei pastori” di Mario Delitala (un olio su masonite del 1953). 

Questa è la scheda che, nella quarta, si offre al lettore per un rapido inquadramento delle vicende romanzate:

A metà Ottocento, quando la Sardegna, con la perfetta fusione, si avvia a perdere anche l'ultimo barlume di autonomia, ad Orvine, paese immaginario della Barbagia, contadini e pastori sperimentano un modello di convivenza alternativa a quella imposta dall'alto.

Un giovane eroe, riflettendo su esperienze provenienti dagli abissi di un mitico passato, indica ai suoi compaesani la strada per un loro possibile riscatto. A lui si oppone la personalità titanica di un prete che, animato da volontà di potenza, regna dispoticamente sugli uomini e le loro anime. La partita non potrà che giocarsi fra status quo ed utopia. L'epilogo sarà una nuova, possibile Storia per il popolo sardo.




A Paolo Cannas l’editrice affida il compito di una nota introduttiva (assente invece nella prima edizione e in quella della Robin BdV). Eccola: 

Il ponte di Marreri, uscito nel 1981, è, il primo atto di una trilogia di cui fanno parte Erthole (1984), recentemente ripubblicato in questa collana, e Santi di creta (1987). Tale trilogia è fondamentale per capire la visione del mondo, in particolare della Sardegna e della sua storia, che Bachisio Zizi è andato elaborando. I tre testi possono ben esser letti come un progressivo avvicinamento al presente: dalla Sardegna del primo romanzo, terra ancora per poco in bilico tra un mondo arcano, pre-storico («la storia della nostra gente è tutta lì, in quei segni che mancano»), e la modernità che si annuncia come sopruso o come utopia, fino all'ultimo dei tre testi in cui si approda alla nostra contemporaneità.

Il ponte di Marreri è ambientato a Orvine, un immaginario paese della Barbagia e si svolge a metà Ottocento, a ridosso di quel 1848 così fatale per il futuro dell'Isola. La grande Storia attraversa il racconto e, come il vento che potente spira nelle pagine del testo, sembra parlare di un futuro, ancora non realizzato ma ben comprensibile nelle sue linee generali: la perfetta fusione che, al sacrificio della antica – seppur nominale – autonomia del Regno di Sardegna, garantirà agli isolani non l’emancipazione ed il progresso sbandierati ma, unicamente, nuove tasse e il taglio dei millenari boschi e che sarà preannuncio delle modalità verticistiche che guideranno l'unificazione piemontese dell'Italia («Quella che scende dall'alto è solo una parvenza d'unità» - dice un personaggio del romanzo). Questa Storia sembra essere del tutto aliena alle genti isolane e, infatti, ne sono veri protagonisti solo uomini venuti da fuori, come l'inviato speciale del viceré, il piemontese conte de Viry, tessitore di trame politiche e futuro devastatore dei boschi, mentre la sordida, sparuta borghesia paesana si accontenterà di rosicchiare le briciole che cadranno dalla mensa dei signori. Gli abitanti di Orvine, nella grande maggioranza, sono e si sentono estranei a queste dinamiche che non appartengono loro: «Non è l'avere che ci preme... è l'essere» - dirà Alessio, sfortunato eroe del romanzo, ad un gruppo di mercanti genovesi, portatori di una pragmatica mentalità affaristica.

E’ il personaggio di Alessio che nel racconto svolge il ruolo di positiva coscienza intellettuale della collettività, di creatore di strategie per possibili, alternativi sistemi di produzione e, quindi, di aggregazione sociale. Grazie anche ai suoi illegittimi ma potenti natali, Alessio ha potuto coltivare la propria mirabile intelligenza studiando a Cagliari ed a Torino, dove ha imparato «a capire meglio uomini e cose della mia terra». E da questa volontà di comprendere le vere esigenze del suo Paese e del suo popolo («l'idea del Cumone è di tutti quelli che ci sono dentro e... io senza di loro non conto niente»), che Alessio partorisce l'idea di ripristinare un "mitico" modello di società, il Cumone appunto, in cui ogni associato mette in comune con gli altri ciò che possiede: beni, competenze e forza lavoro. Questo è il progetto utopico che Alessio e l'intero Orvine contrappongono a quello deciso per loro nei santuari del potere costituito; progetto che, affondando le radici in un passato fuori dal tempo, emerge potente come scommessa originale, autentica e alternativa per un futuro diverso dal presente. 

Ma il giovane non è l'unico intelletto vigile di Orvine, su lui, eroe luminoso nella sua fragile generosità, si sovrappone l'ombra nera di don Arcangelo Satta, rettore della chiesa del Carmelo e vera potenza del paese. I due, apparentemente così distanti ed inconciliabili, sono in effetti accomunati da sottili e segreti legami, non tanto per la consanguineità mai riconosciuta, ma soprattutto perché ognuno è portatore di un antitetico progetto di organizzazione sociale che, inevitabilmente, dovrà scontrarsi.

Il romanzo inizia proprio con la figura di don Satta che, come Frollo dalle torri di Notre-Dame, si affaccia dallo spiazzo di Santandria, giganteggiando su tutta la vallata di Marreri: «quei boschi che coprivano monti e valli li sentiva suoi, solo suoi, come se nessun altro potesse amarli così intensamente». Egli, discendente dei pochi prepotenti che «avevano affermato i loro diritti di proprietari su terre godute da sempre in comunione», ora domina l'intero paese ed estende il suo possesso anche sugli abitanti. Il rettore tiene con pugno saldo le redini del suo dominio e nulla deve sfuggire al suo appetito, né le cose, di cui si appropria con dispotica prepotenza, né le persone, di cui pretende governare il corpo e lo spirito. Presso il popolo di Orvine, egli ha fama di temibile negromante, di muovere misteriose forze, di esercitare lo «strano potere di legare e sciogliere gli uomini» ed è ben contento di «radicare nella gente certi convincimenti» che gli consentono di piegare ai suoi disegni anche i più riottosi.

Ma questa dispotica, solipsistica volontà di dominio (per don Satta unica forza giustificata ad ordinare, secondo proprio insindacabile arbitrio, la società paesana) trova, a sbarrarle la strada, sia il Cumone di Alessio, sia la resistenza algida e intangibile dell'unico grande personaggio femminile del romanzo, donna Pepparosa, che sfugge alla suadente malia del rettore rifugiandosi nel calore della solidarietà con il popolo di Orvine. Il romanzo non potrà che chiudersi con l'inevitabile annientamento dei due protagonisti: Alessio, consunto da un male che mina il suo fragile organismo, don Satta, prima annichilito dalla consapevolezza del proprio fallimento e, poi, ucciso dai suoi scagnozzi, bramosi di impossessarsi delle sue ricchezze. Sopravvivrà solo il Cumone, custodito dai pastori e dai contadini guidati da Bakis, erede spirituale di Alessio, e dai bambini del paese, generazione che crescerà formata dall'idea comunitaria e che, guidata da Pepparosa, imparerà ad impossessarsi di quei «segni» che, nella visione di Alessio, sono mancati alla (non)storia del popolo sardo e che ora sembrano indicare agli isolani la prospettiva di un futuro non più imposto ma, finalmente, scelto.

Fra le recensioni di il ponte di marreri (e poi di… Il ponte di Marreri) meritano d’esser segnalate, su La Nuova Sardegna, quelle di Leonardo Sole (“I segnali del tempo scritti sulla terra: pubblicato Il Ponte di Marreri di Bachisio Zizi. Un romanzo in cui le voci e le speranze dell’uomo si perdono in Sardegna nelle voci della natura”) e di Salvatore Tola (“Quel passato esiste solo nelle speranze di oggi: Il Ponte di Marreri di Bachisio Zizi fra storia e utopia”) e, su L’Unione Sarda, quelle a firma di Antonio Romagnino (“Il popolo di Orvine”), di Mario Ciusa Romagna (“Un’ipotesi di lettura del Ponte di Marreri” e anche “Dal ponte di Marreri alla vendetta sarda: un giudizio dello scrittore Carlo Sgorlon su Bachisio Zizi” con riferimento al pezzo del friulano su Il Giornale nuovo: “Vendetta sarda: B. Zizi, il ponte di Marreri”), di Giovanni Mameli (“Splendori e miserie di una comunità sarda: Bachisio Zizi racconta i retroscena del Ponte di Marreri”), di Francesco Zedda (“L’umanità della Sardegna nel telaio del romanziere: altre ipotesi di lettura su Il ponte di Marreri”); e ancora, su L’Altro giornale, il commento critico di Giuseppe Susini (“L’amara vita dei pastori sardi: i romanzi di Bachisio Zizi”) e di Mario Ladu (“Un lettore su Il ponte di Marreri”), mentre su L’Ortobene a scriverne è Pantaleone Giacobbe (“Rulli di tamburi a Orvine: considerazioni su Il ponte di Marreri”). Da rilevare anche una lettera giunta tardiva, nel 1989, al quotidiano di Cagliari a firma di Rosa Miale e pubblicata con il titolo “Tra Santi di Creda e Miale”) ed una citazione contenuta in “Da Grazia Deledda a Bachisio Zizi: piccola antologia degli scrittori sardi”, a firma di Adriano Vargiu, su Il Messaggero sardo, giornale dell’emigrazione. In Scrivere al confine, a cura di Giuseppe Marci (CUEC, 1994), Pierpaolo Pisanu presenterà una sua originale lettura del romanzo, titolo “Il ponte di Marreri”.

Come già accennato, un vero e proprio evento accompagnò il lancio del libro a Milano, dove fu organizzata da L’Unione Sarda una “serata sarda”, presente lo stesso editore del giornale (in procinto di passare dall’ing. Nino Rovelli a Grauso), vale a dire l’avv. Giuliano Salvadori Del Prato ed il direttore Gianni Filippini.

Credo meriti riprendere alcuni passi della cronaca della manifestazione uscita sul quotidiano il 13 marzo 1982: 

Aprendo la serata il dottor Gerolamo Peretti, presidente del “Circolo dei sardi” di Milano, ha ricordato i costanti affettuosi legami con l’Isola da parte dei suoi figli a Milano e dei numerosi milanesi simpatizzanti della Sardegna.

L’avvocato Giuliano Salvadori del Prato, editore del nostro giornale, ha presentato il volume illustrandone ampiamente il contenuto, coadiuvato dall’attrice Raffaella Balducci che ha letto alcuni brani, ma soprattutto mettendone in risalto il significato politico e sociale che emerge dall’opera di Bachisio Zizi: «Si tratta – ha detto tra l’altro – di un vero e proprio romanzo storico nel quale la trama e l’ambiente, descritti anche con pungente realismo, costituiscono una efficace impalcatura per portare l’attenzione su un bruciante problema dell’umanità: quello del rapporto tra la proprietà, il lavoro e la condizione di vita delle genti all’origine di molti conflitti. Un problema sul quale non è possibile – e chi lo fa sbaglia – imporre radicali soluzioni che potranno invece certamente venire dal cammino della storia, dalla somma delle azioni e delle scelte degli uomini insieme al progresso della cultura».

«In questo senso – ha inteso sottolineare Salvadori del Prato – il racconto di Zizi termina senza un preciso messaggio» se non quello – ribadito poi nell’intervento dell’autore stesso – «dell’unità, dello star vicini, del non rimanere isolati se si vuole migliorare la qualità della vita».

L’esperimento del “Cumone”, una sorta di comunità di beni sperimentata all’interno della Sardegna rurale dell’Ottocento intorno alla quale si snoda il racconto, si risolve infatti in un fallimento, ma lascia nei protagonisti il senso di una maggiore comprensione che nasce dalla consapevolezza dei rispettivi limiti. Da qui, secondo l’editore dell’Unione Sarda, «la forza dell’affresco di vita isolana col quale l’autore che è anche direttore della sede di Cagliari del Banco di Napoli, e quindi lui stesso attivo protagonista della vita economica dell’Isola, ha lanciato una sfida al rilancio della Sardegna di oggi attraverso l’unità, la difesa delle tradizioni, ma soprattutto il coraggio di confrontarsi consapevolmente con il continente».

Ha concluso la manifestazione Bachisio Zizi che, dopo aver approfondito alcuni aspetti del suo libro, ha concesso simpaticamente dediche ai numerosi ospiti ai quali l’editore Onorato ha donato copie de Il ponte di Marreri.

Erthole

E siamo al secondo e cruciale tempo della trilogia ziziana cui avrebbe fatto riferimento Paolo Cannas introducendo la ristampa di Il ponte di Marreri e che io, che pur non ho l’autorevolezza del critico letterario, considero il “blocco” di passaggio alle produzioni successive e ultime, mosse da altre suggestioni e da altri fini. erthole – titolo anche stavolta al minuscolo sulla copertina della prima edizione (in cui con le minuscole appaiono anche il nome e il cognome dell’autore! e dove campeggia una tempera di Primo Pantoli, artista amatissimo da Zizi) – è del 1984. 




Ho memoria personale di quando Bachisio mi passò il dattiloscritto di alcuni capitoli del nuovo romanzo. Doveva essere il 1983, forse l’inizio del 1984. La lettura non mi fu facile, lo confesso. Lo stesso mondo barbaricino raccontato anche nelle sue ambientazioni più segrete e magiche era obiettivamente lontano dalle mie conoscenze allora tutte urbane o, volendomi accordare più larghi meriti di esploratore, campidanesi al massimo, di scenari aperti sulle alture del Linas, fra il Villacidrese e l’Arburese e il Guspinese. Ma la Barbagia rappresentava allora, ai miei occhi, il mondo dell’“altra” Sardegna, fascinosa certissimamente, ma difficile da capire fino in fondo, tanto più da un giovane di prevalenti esperienze cittadine e privo di strumenti interpretativi adeguati. Avrei cominciato proprio allora, con sempre più prolungate permanenze e crescenti appassionamenti, ad entrare nelle confidenze del luogo e dei suoi abitanti.

Direi che quella lettura del dattiloscritto di Erthole (o di erthole se si vuole), che ben comprendevo quanto relazionasse con la parte più intima dell’autore, con il subbuglio mentale ed emozionale ancora presente nell’autore, mi lasciò più che un ricordo una impressione. Ecco, se fosse stata una tela invece d’un fascio di fogli, l’avrei detta così: il quadro d’un impressionista che impatta sull’animo di chi forse, di quell’autore, condivide il dna, e dialoga per impressioni e intuizioni, non col pensiero e tanto meno con le parole… Mi riferisco alle magie quasi iniziatiche della foresta, dei passaggi di Luca in quegli impossibili suoi percorsi notturni…

Più distinti, e magistrali, gli scenari impostati per il teatro di Zuacchinu l’imperatore dell’economia che passa dal baratto al monetario. Un capolavoro autentico. E con Zuacchinu ecco Leporeddu, il casaro generoso e disinteressato, fedele e incapace di giudicare, capace soltanto di voler bene e il bene in sé, il solo a seguire il feretro di Zuacchinu alla fine del suo tempo, in una giornata di pioggia brutta. E ziu Croale reduce dalla fortezza chiusa di Portolongone, ziu Croale e la sua Nina «figlia sciagurata» di Zuacchinu il quale aveva allora mosso «cento uomini armati» per… liberarla dall’amante, o anzi rapirla a sua volta e rinchiuderla nella propria casa come in una prigione, e le rovine di su Dominariu, e Nicola… pietre e uomini, e una foresta e l’acqua del torrente… la memoria della cucina di zia Anzeledda e del mulino, e Turrarbesu, e su Mudu e Bambinu, Luca soprattutto il pastore che dialogava con Brassanedda e Caripinta e Joculana…

Ma qui non debbo allargarmi con le mie personali riflessioni, o con gli appelli dei protagonisti di passaggio sulla scena, debbo riferire delle presentazioni e delle ristampe eventuali del felice romanzo. Ma con un’altra, un’ultima osservazione, nella logica dei liberi contributi, che merita sottolineare.

Un capitolo del libro, esattamente il XXVII, fa riferimento a una visita compiuta da Bachisio Zizi nel carcere di massima sicurezza di Badu’e Carros. Un capitolo ripreso poi in Scrittori sardi del Novecento, antologia letteraria a cura di Giovanni Mameli, uscita per i tipi della Edi.Sar nel 1989 (qui col titolo “Una visita in carcere”).

Ebbene questo capitolo fu anticipato di circa due anni dall’autore che lo cedette a L’Unione Sarda per una terza pagina in chiave monografica (quella del 21 novembre 1982) e all’insegna di “Le letture della domenica”: titolo “Quel giorno a Bad’e Carros” e distico “Il racconto di un’esperienza d’incontro con i detenuti del carcere nuorese”. Chi volesse collazionare questo con quello, insomma la stesura per il giornale e quella successiva per il libro, troverebbe qualche lieve modifica ed al… filologo, non a me, trovandovi materia, spetterebbe di individuare i passaggi interessati ora alla semplificazione ora all’integrazione e rifletterci sopra…

Né, in verità, si trattò della sola anticipazione. Sul numero 26-27 (primavera-estate 1983) de La Grotta della Vipera – il periodico letterario fondato e diretto da Antonio Cossu – infatti, compare un breve racconto – titolo “Luca il saggio”, che non è nient’altro che un’estrapolazione (destinata anch’essa a qualche ritocco finale) dal capitolo VII del romanzo.

Ed ecco, dunque, nel risvolto di copertina la prima sintesi dell’opera: 

Erthole è un libro nuovo e sofferto, anche per il rilievo che acquista la memoria del vissuto.

Calandosi spietatamente nel profondo degli uomini e delle cose, dove le vicende hanno la labilità del sogno e la durezza del reale, l’Autore ritorna al paese, metafora del mondo, per cogliere fra le rovine i segni del nuovo e del diverso che confusamene emergono. 

Erthole, da cui il titolo, più che uno spazio geografico è un avvenimento emozionale, un luogo della mente, cercato e ritrovato per capire le proprie e le altrui follie. E’ anche il racconto del viaggio che i naufraghi della perduta circolarità del gregge compiono, sospinti inarrestabilmente verso altri centri dell’universo.

Il ricorso a espressioni linguistiche alternative, riflette la lacerante e insanabile dualità del nostro vivere.

Anche stavolta Zizi presenta la sua opera nel salone dei convegni al Mediterraneo: ne parlano Mario Ciusa Romagna, Sandro Meccoli (saggista e già editorialista del Corriere della sera) e Gino Boccazzi (segretario del premio Comisso, che giorni dopo lascerà una intervista a L’Unione, nuovamente accennando all’opera di Zizi: «… questo libro mi è piaciuto molto. Lo ritengo una voce alta e isolata della letteratura italiana, che ha il vantaggio di nascere da radici pure e incontaminate. Il mio… è un ritorno a Erthole, dove ritroverò i fantasmi della mia giovinezza e degli amori che mi hanno bruciato, e la nostalgia per una bella donna che ho amato e che non mi è mai uscita dal cuore»). 

Le recensioni sulla stampa sarda sono tutte favorevoli. Ne scrivono, su La Nuova Sardegna, Leandro Muoni (“L’editoria sarda salterà il fosso?”), Ignazio Delogu (“Quel doppio travestimento di Zizi”) ed Eliseo Spiga (“La ricomposizione di una doppia vita”), su L’Unione Sarda, Giovanni Mameli e Vittorino Fiori (“Erthole di Zizi: un ritorno alla coscienza del paese-mondo”: si tratta della cronaca della presentazione ufficiale) e lo stesso Fabio Maria Crivelli nella sua rubrica “Agenda aperta” (“La magia di un libro”), su NuovOrientamenti, Francesca Mu (“Erthole: un nuovo romanzo di Bachisio Zizi”), su L’Ortobene, dapprima Sebastiano Corrias (“Presentazione del romanzo Erthole di Bachisio Zizi: per iniziativa del circolo culturale Don Milani”), quindi Elena Melis (“Erthole, realtà e sogno… un libro di non facile lettura” con sommario: “Bachisio Zizi si è riconciliato con tutta la comunità che ama perché lo ha aiutato a capire e che vorrebbe, a sua volta, aiutare a capire”).  

E qui, in omaggio speciale al mio caro direttore Crivelli ed alla mia indimenticata amica professoressa Elena Melis, mi permetto di riprendere i loro brevi commenti (cf. rispettivamente L’Unione Sarda, 16 dicembre 1984 e L’Ortobene, 5 maggio 1985): 

Fabio Maria Crivelli: … per mia fortuna, mi capita di tornare da uno di quei sconsolati giri nelle librerie con un libro che mi tiene compagnia per due sere e che mi riconcilia e mi ripaga di quella che per me – insaziato lettore – è una delle più sconfortanti delusioni. Leggendo Erthole, l’ultima opera di Bachisio Zizi, pubblicata in questi giorni da La Voce Sarda, non solo dimentico di colpo le pessimistiche valutazioni di Luigi Santucci sulla narrativa contemporanea, ma anzi mi sembra di aver trovato un chiarissimo esempio di contraddizione, una esemplare contro-prova a quello slogan oggi imperante e secondo il quale «una immagine vale più di mille parole». Nell’opera di Bachisio Zizi (scrittore sardo a cui ogni confine geografico e linguistico deve apparire pura idiozia così come ogni moda e ogni toilette di tipo mondano-letterario) è possibile ritrovare allo stato puro quel piacere di scoprire da soli i mille rivoli di una narrazione in cui il mistero si sposa di continuo con la realtà, i nodi essenziali di ogni esistenza umana si intrecciano e si dipanano sullo sfondo di un mondo che è insieme antichissimo ed attuale, la storia compie il suo percorso senza la banalità delle datazioni, il sogno si fonde con l’attualità quotidiana, i morti e i vivi sono testimoni alla pari in una vicenda che non ha fine. Erthole è la storia di un paese della Sardegna, ma è anche una storia che attinge all’intero universo: il viaggio che il protagonista vi compie alla ricerca delle sue radici è insieme parabola, drammatica ricerca di verità che fanno parte del nostro vivere, programmato abbandono di sottomissione alle regole del mondo effimero della quotidianità. Non sono un critico letterario e lascio a loro il compito di trovare le tante chiavi di lettura che quest’ultima opera di Bachisio Zizi offre. Per mio conto mi limito a dire del libro quello che ad Erthole dicevano di un personaggio della narrazione: che «t’incantat s’anima».

Elena Melis: Erthole è un libro di memorie: un libro della memoria che ogni uomo tiene gelosamente, e non sempre consapevolmente, nel più profondo dell’essere; dipenderà poi dalla fantasia, dalla sensibilità, dalle opportunità, dalla somma di capacità intellettuali e umane il farle venir fuori all’esterno.

Rivisitare le memorie di altri è un po’ quindi come mettersi davanti allo specchio in cui l’immagine appare sfumata nei contorni, ora esaltata, ora rimpicciolita e mortificata, una immagine che non sempre ci piace ma che più spesso è trasfigurata perché dal ricordo sono cadute tutte le asprezze per lasciare spazio alla nostalgia, alle cose che abbiamo amato di più, fatte belle dalla lontananza e dal tempo.

Il libro di Bachisio Zizi non è di facile lettura perché non c’è la trama del romanzo tradizionale, non c’è quasi mai un racconto vero e proprio ma piuttosto un succedersi di stati d’animo, di silenzi carichi di significato, di paure e di angosce esistenziali; in un doloroso continuo oscillare fra realtà e sogno si inseriscono sprazzi di luce, di colori che abbagliano, di brevi sorrisi, di aperture d’orizzonte che sembrano invitarsi a rompere il cerchio che ti stringe per farti andare oltre, per aprirti a una maggiore conoscenza di te stesso attraverso lo sciogliersi di un mondo di simboli, quasi un groviglio dell’anima i cui fili si sono intrecciati, sovrapposti, dolorosamente stretti o allentati nel volgere degli anni.

Da questo “nostos”, da questo ritorno nei luoghi dell’infanzia dove si è sofferto e gioito, dove ogni pietra, ogni angolo assume particolari connotazioni e ti richiama alla memoria persone e fatti che hanno avuto peso nella tua esistenza, si esce fatti più maturi e più saggi come per esperienze intensamente vissute in breve volgere di tempo e, per questo stesso, più determinati e incidenti nel tuo modo di essere da quel momento in poi.

Io credo che Bachisio Zizi dopo Erthole si sia sentito come “liberato” da tanti interrogativi di un’infanzia senza giochi, dai misteri impenetrabili di un mondo di sofferenza che non risparmierà neppure i bambini e gli innocenti, riconciliato con tutta la comunità che ama perché lo ha aiutato a capire e che vorrebbe, a sua volta, aiutare a capire perché sia quella che può e deve essere senza smemoramenti o arresti o ritorni a un tempo anacronistico.

In una lingua italiana ricca ed elevata, con un rigore e una proprietà che non indulgono mai al vocabolo banale inserisce singole parole o brevi espressioni in orunese da cui tutto il contesto acquista significato e forza conferendo ad esso un realismo così denso di suggestione da trasportare il lettore nell’ambiente, nella cultura, fra la gente che si muove e parla, fatto capace, come per illuminazione, di capire, di piangere, di sperare con il modo di Erthole, che è poi il mondo degli uomini.

Al suo secondo romanzo con Erthole che fa presagire ulteriori sviluppi nel suo cammino di scrittore B. Zizi appare destinato ad avere peso e spazio nella letteratura sarda e italiana come hanno dimostrato nelle loro stimolanti lucide approfondite analisi i Proff. Giovanna Cerina, Sandro Maxia, Ugo Collu che hanno presentato l’opera al pubblico nuorese in un recente Giovedì del Libro, alla Biblioteca Satta. 

Debbo altre integrazioni. Nelle stesse settimane di uscita del libro l’autore rilascia varie interviste che, per la loro distensione (anche come misura!), hanno il merito di rendere chiaro ed esplicito quel mondo ideale e sentimentale in cui Erthole è germinato, quasi riassunto di tutta una vita (Zizi nel 1984 s’avvicina ai sessant’anni). Ecco così “Frammenti di un mondo nei labirinti della memoria”, a firma di Giovanni Mameli, per L’Unione Sarda del 9 novembre. Convergenti con le riflessioni che emergono da questa conversazione sono quelle di Cino Boccazzi, affidate a Cinzia De Filippis per Il Cagliaritano che ne pubblica nel suo numero del gennaio 1985 (“L’ultima favola di Bachisio Zizi”). Sono, entrambe le interviste, testi rivelatori del mondo interiore (morale e intellettuale) dello scrittore che ben meriterebbero di entrare nelle direttrici di una biografia a tutto campo. Ne riporto qui di seguito alcuni passaggi. 

Così intanto nel colloquio con Mameli per L’Unione Sarda:

Un autore racconta sempre se stesso e Erthole non sfugge a questa regola. Si racconta ciò che si è vissuto, ma anche ciò che si sarebbe voluto vivere o ciò che si è sognato. Nella vita, come nei romanzi, i confini fra realtà e sogno sono molto labili, inestricabili spesso. Chi può dire che sogno e visione sono meno veri e meno duri di ciò che chiamiamo realtà? In Erthole il vissuto è dolorosamente presente, come è presente il non vissuto, ciò che non ha avuto nascimento, ma che irrompe dissennatamente nel mare della vita. Insomma, Erthole racconta anche la follia dalla quale siamo toccati un po’ tutti…

L’autore di Erthole cerca sì le rovine di ciò che è stato, ma non per piangerci sopra; semmai per capire ciò che da quelle rovine è nato o può nascere ancora. Quando sembra che tutto debba perdersi irrimediabilmente, il nuovo sale da profondità insondabili, con una forza che pare possa mutare l’immutabile. Ma ogni nuovo diventa passato e lascia dietro di sé altre rovine che ne raccontano la storia…

Erthole è nato senza un progetto. E’ come se l’autore fosse stato chiamato a dare forma a una materia incandescente. Si tratta di ricomporre i frammenti di un mondo che rischiava di perdersi nei labirinti della memoria. Come plasmare materiali così informi senza ricorrere alla lingua materna? e come intendere il “metodo” che c’è nella follia senza ricorrere a “su suspu”, il linguaggio delle metafore, che pare porti veramente al fondo delle cose? Nel confronto-scontro tra lingua colta e lingua dell’istinto si esprime la dualità che lacera insanabilmente il nostro vivere…

In Erthole racconto e saggio si fondono attraverso quella che potrei chiamare l’interiorizzazione del linguaggio, sostenuta da un impianto narrativo che si sviluppa per condensazioni. La novità-diversità di questo romanzo forse è data anche dal definitivo abbandono della narrazione distesa di origine ottocentesca…

Si è rotto un equilibrio che durava da millenni e i superstiti della circolarità del gregge non riescono più a costruire un’altra centralità, attorno alla quale modellare la propria esistenza. Nascono e periscono altre forme di convivenza, ma tutto si muove per imitazione, quasi fosse stata smarrita ogni capacità di pensare e di fare liberamente. Perfino il tempo pare non possa essere più concepito al di fluori di processi innaturalmente accelerati, dove tutto sfuma in un gioco dell’indistinto…

Ho vissuto poco a Orune, ma è come se non ne fossi mai uscito. Ricordo tutto: il colore delle pietre e l’odore della terra, le case povere e gli uomini curvati dalle sventure. Ricordo anche la chiassosa allegria delle feste e il muto dolore per seppellire i morti. Idealmente ci vado spesso, ma i miei ritorni non hanno niente di nostalgico. Non giudico, ma sono ugualmente impietoso perché voglio capire da quale notte sale il male che ci affligge. A volte, quel male mi pare di sentirlo dentro di me perché con Orune vivo in un eterno rapporto d’immedesimazione dal quale non riesco a uscire. Con Erthole, una sorta di viaggio della conoscenza, mi sono calato dolorosamente nel profondo del paese per trovare la mia intima essenza, che è rimasta lì…

Il mio rapporto con “l’altra metà del cielo”…non è mai formale; anzi davanti a lei sono preso sempre da una trepidazione e da una vaga paura, come se ogni volta fosse il primo incontro. E’ l’insondabilità dell’animo della donna che mi attrae irresistibilmente e quella sua apparente fragilità che pare invochi una protezione e un sostegno che lei stessa finisce per offrire. L’uomo, nella sua vanità, pensa e fa in nome della donna per la quale gioisce, si dispera, diventa un Achille o un Tersite. Senza le emozioni che solo la donna può dare non ci sarebbe poesia e il mondo apparirebbe un deserto senza vita. Dedicandole una copia del libro, ho scritto alla donna della mia vita che lei determina tutto di me e in me; ho voluto esprimere così la mia riconoscenza a chi ha condiviso ansie e crucci, ma in quelle parole vi è anche un sentimento di tenera gratitudine per tutte le donne che sono fonte di ogni sentimento amoroso. Un libro come Erthole non lo si può scrivere senza amare e io confesso di avere amato.

Ecco poi alcune delle battute della conversazione avuta da Boccazzi, per Il Cagliaritano, con Cinzia De Filippis (attualmente capo dell’ufficio stampa dell’università romana La Sapienza): 

Leggo centinaia di romanzi, tutti uguali, che spesso non dicono niente, perché pare che la narrativa si sia chiusa in due o tre formule ripetitive. Quindi questa voce nuova, spontanea, che viene dalla Sardegna, questo ritorno ad Erthole, mi ha profondamente colpito. Devo dire subito che è un libro difficile. Non è un libro di fortuna, lo dico molto schiettamente. E’ un libro da leggere con molto impegno. Io l’ho letto due volte e lo leggerò anche una terza volta. E’ un libro fatto con grande mano di scrittore, perché non c’è mai una caduta narrativa, né un momento di banalità, non dico di volgarità, perché è completamente esclusa dall’autore. E’ soprattutto un libro di alta poesia, che si ispira alle radici più profonde di questa terra. E’ un libro antropologico ed etnologico… Da questo libro affiora infatti una serie di antichissimi miti autoctoni, mediterranei e fenici, che sono usciti forse malgrado fossero nell’inconscio dello scrittore, che è una persona colta.

Ci sono delle metafore che io ho ravvisato. C’è la metafora del mulino-macchina che viene imposto dal di fuori, e che sacrifica il bambino. E’ un po’ il culto fenicio in cui il bambino viene sacrificato a Moloch. C’è il tentativo di fare diventare l’uomo da nomade e da pastore proprietario, cioè di fare tutta la scala biologica dell’evoluzione dell’uomo, che invece è ancora legato all’animale. Zuacchinu rappresenta la cultura di fuori, quello che porta al consumo, che tenta di staccare l’uomo dalla bestia, che vuole rompere una cultura arcaica.

E’ un libro che sembra una saga di favole, che si riattacca, in un certo senso, per la sua grande spontaneità, a molte saghe nordiche. La presenza di gente che conosce le macchine, che fa andare il mulino, sono in fondo gli elfi nordici che scavano nelle miniere, che insegnano all’uomo il lavoro, il consumo dei metalli.

Questo libro è fatto di grandi personaggi che compaiono e scompaiono. Tutte le immagini estremamente poetiche. C’è la straordinaria figura emblematica di Bambinu che «pareva scarnificato dalla luce lunare». C’è il padre del protagonista, che sentiva il respiro del granito. C’è la presenza dell’albero magico, la pianta del sughero…

E’ un libro in cui lo scrittore sbarca per ritrovare la sua giovinezza perduta, sbarca per ritrovare i suoi limiti perduti. Naturalmente la ricerca proustiana del tempo perduto è una ricerca inutile, perché lui non ritrova questo mondo. Trova che tutto è cambiato. Trova Maddalena, che sta tessendo quella stupenda trama del destino, che è una specie di Parca e di Penelope nello stesso tempo. Trova tutte queste memorie straordinarie.

C’è anche la sensazione della ricerca dell’inconscio freudiana. La voragine che parla, la voce del padre che ritorna…

Il messaggio di Bachisio Zizi è uno struggente messaggio di verità. E’ il messaggio di un ritorno alle radici. L’autore sente il bisogno di ritrovare la mater nel senso antico. Di ritrovare il bosco sacro. Molte pagine del libro sono dedicate al bosco sacro. Lo scrittore vuole anche ritrovare le animas, questi spiriti che animano il bosco…

Ho sopra fatto riferimento alla presenza in un’antologia curata da Giovanni Mameli del capitolo relativo alla visita a Badu’e Carros (lo stesso già anticipato su L’Unione Sarda nel 1982). Non vorrei però mancare di citare altresì un’altra presenza antologica che ho potuto schedare: mi riferisco a “Il gioco delle pietre” entrato in Sardegna, curato nel 1992 da Giovanni Pirodda per la editrice La Scuola. Si tratta del XVIII capitolo di Erthole

Entrammo in un vallone, dove pareva risuonassero antichi cataclismi.

-Sa Currentina! – esclamò Luca indicando le paurose voragini che si aprivano davanti a noi. Prese un sasso e lo gettò in uno dei crateri invitandomi a tendere l’orecchio…




La prima ristampa – analogamente a quanto avvenuto con Il ponte di Marreri – è del 2001 per i cataloghi della romana Robin BdV che così la presenta nella quarta di copertina: 

Erthole è un’avventura attraverso la memoria, in un percorso a ritroso, per ritrovare le leggende cui è impossibile non credere, le storie che tutti ricordano ma tutti fingono di aver dimenticato, le persone legate fra loro da destini drammaticamente simili. 

Alla stessa maniera in cui si sviluppano i rapporti personali in quella terra, l’autore racconta il suo cammino, con poche persone, arse, secche e nitide come il paesaggio, comprensibili solo a chi sa intuirle.

Un romanzo affascinante, moderno nella narrazione antica, suggestiva immagine di uno stato emozionale universale.

La seconda ristampa, del 2003, è di Ilisso che ne dà conto in stretta e giustificata somiglianza con quanto rivelato nella prima edizione:

Calandosi spietatamente nel profondo degli uomini e delle cose, dove le vicende hanno la labilità del sogno e la durezza del reale, l’autore ritorna al paese, metafora del mondo, per cogliere fra le rovine i segni del nuovo e del diverso che emergono confusamente.

Erthole, più che uno spazio geografico è un luogo della mente, cercato e ritrovato, per capire le proprie e le altrui follie. E’ anche il racconto del viaggio che i naufraghi della perduta circolarità del gregge compiono, sospinti inarrestabilmente verso altri approdi.




L’editrice nuorese, come anche ha fatto con Il ponte di Marreri, arricchisce questa nuova uscita oltreché, in copertina, con un particolare de “Il gregge” di Maria Lai – una prova fra numerose altre del periodo (1959-1962), dedicate ai simboli più espressivi della Sardegna arcaica o ancestrale e artisticamente tutte segnate dalla compattezza del colore “sporco” – con una nota introduttiva di Sandro Maxia, già preside della facoltà di Lettere dell’università di Cagliari. Eccone il testo:

Ci sono luoghi nei quali non si può andare ma soltanto «tornare». A questi luoghi «unici», come ii definiva Pavese, si accompagna di solito la fissazione su un tempo altrettanto unico, una stagione dell'anno o un'età della vita, quasi sempre l'infanzia, durante la quale, per restare a Pavese, prende forma la nostra prima percezione della realtà. Uno di questi luoghi del ritorno è Erthole e chi vi approda, cercandovi un'improbabile "rigenerazione", è un uomo del nostro tempo, che attraversa I’ennesimo dei «momenti difficili» della sua vita (e del suo mestiere di scrittore). 

La letteratura ha raccontato molte volte questa «avventura del ritorno» il nòstos degli antichi greci, desiderio doloroso di reintegrazione, di fine dell'esilio (destierro cosi gli spagnoli chiamano l'espatrio, con un forte richiamo al mito della Madre Terra). Le reincarnazioni letterarie di questo antico archetipo narrativo non si contano. Il Novecento italiano ne annovera diverse, ma quasi sempre si tratta di reintegrazioni fallite. Ne La Luna e i falò (1950), del già ricordato Pavese, il protagonista, un trovatello soprannominato Anguilla, raccontando la sua storia di emigrante, narra in realtà il tentativo di ritorno all’infanzia perduta. Si potrebbero ancora ricordare Conversazione in Sicilia (1941) di Elio Vittorini, il bel libro di Meneghello, Libera nos a malo (1963) e diversi altri racconti che qui si omette di citare per ovvi motivi di brevità, tutti da leggere con in mente il memorabile epigramma di Giacomo Debenedetti che dice: «Ogni vero romanzo, ogni romanzo risolto a fondo, contiene una sua nekuia», quel rito della riesumazione dei morti che - ecco un'altra opera da aggiungere al breve ma allungabile elenco - sta a fondamento del Giorno del giudizio di Salvatore Satta; tutti libri sui quali si proietta l'ombra lunga dell'episodio della discesa alle Madri rappresentata nel Faust (l'eroe goethiano, si sa, è l'antesignano degli ulissidi moderni).

Erthole è un libro complesso, frutto di un'indubbia padronanza delle tecniche narrative più scaltrite, ma anche di una lunga immersione dell'autore nei spesso tortuosi sentieri dell'epistemologia contemporanea. Vi si intrecciano e annodano due livelli di discorso, uno propriamente narrativo, affollato, come in un'ideale Spoon River, dei personaggi che hanno circondato l'infanzia del narratore (la madre, il padre spaccapietre, su Mudu, zia Anzeledda, Carmìna, i Mudadu, Batalla), da gran tempo scomparsi; l'altro mitico-simbolico, leggibile in filigrana all'interno del primo. Anche la rappresentazione dello spazio obbedisce alla medesima dicotomia, diviso tra il paese e quel luogo onirico che è Erthole, nel quale Zizi, con scoperto omaggio a Borges, fa rivivere il mito dell’Aleph, il «punto morto del mondo», per dirla con Montale, nel quale lo scorrere irreversibile del tempo è sospeso, e altresì è sospeso il principio di non contraddizione, in un vertiginoso smarrirsi nell'universale analogia.

Il livello che abbiamo definito narrativo racconta per frammenti, così come emergono dalle "conversazioni" del narratore con i superstiti suoi coetanei, l'ingresso del paese nella storia, o se si preferisce, la sua uscita dal limbo della civiltà agro-pastorale, governata dal tempo ciclico delle stagioni e dalla forma archetipica del gregge. Si tratta dunque del racconto di una frattura, prodottasi con l'introduzione delle macchine (il mulino, la centralina elettrica a gas povero, ecc.) e l'economia di mercato: è Zuacchinu, novello Mefisto (si ricordi l'episodio dell'invenzione della carta-moneta nel Faust), che guida il paese nel difficile passaggio, facendo leva sullo spirito innovativo delle donne («Zuacchinu t'incantat s'anima», dicono gli uomini infuriati alle loro donne). Tutta una serie di microstorie (il suicidio di Batalla, il conflitto a fuoco di Sa Fraicada; Luca, il «ragazzo-airone" che legge le pietre; e tante altre) affiorano alla superficie del testo, sullo sfondo della grande storia: l'avvento del Fascismo, la guerra d’Abissinia, la guerra di Spagna, dalla quale il padre del narratore, arruolatosi per la paga, tornerà mutilato.

L'io narrante di questa storia ai confini col sogno è un uomo di penna e di pensiero, che, come quello di Mallarmé (Brise marine) «ha letto tutti i libri», ma non ha con ciò messo rimedio alla «tristezza della carne»; ha anzi aggravato il suo temperamento malinconico, quello spleen che lo spinge verso la sua onirica Itaca in cerca di un'improbabile rigenerazione. Erthole è per lui la tentazione dell'irrazionale, un modo di annegare il proprio io nel Tutto universo. Chi lo guida nell'impossibile impresa è Maddalena, nella quale l'io narrante riconosce un suo doppio femminile. Nell'arazzo che va ricamando si legge per geroglifici la storia segreta del paese, come in una delle "città invisibili" di Italo Calvino, Eudossia, la cui caotica e brulicante realtà diventa decifrabile nel tappeto che la raffigura.

Santi di creta

Terzo romanzo della serie edita da La Voce Sarda, Santi di creta uscì nel 1987. Per certi aspetti continuatore del precedente, pur ovviamente con una sua piena autonomia. Dico continuatore nel senso che, anche qui, l’autore cercava di ricostruire suoi pezzi di vita, ma con un’ambientazione stavolta più insistentemente centrata su Nuoro o sulla Nuoro “urbana” degli anni ’40 – gli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra – e degli anni ’50 (quelli delle rendicontazioni sì “in pace” ma forse più amare). Ancora: sulla Nuoro nella sua vita sociale macinata dai ceti poveri e negli intrecci sovente dolorosi sviluppati all’interno della famiglia detta Are, la famiglia leader in città e provincia, capace di dar lavoro a migliaia di persone nei diversi settori produttivi ad essa riconducibili (dalle miniere di talco alla fabbrica di ceramiche, dal mulino-pastificio al cinema ecc.). Fino al fallimento che fu insieme della famiglia e dell’azienda, o della holding attardatasi nelle forme della società di persone e non di capitali, insomma nelle forme della responsabilità illimitata e non di quella frazionata propria di un più evoluto stadio delle consapevolezze, e dunque organizzazioni (con coerenti formalità giuridiche) economiche.




Io ebbi qualche minima parte nella stesura del libro – l’ho riferito diverse volte – a riguardo soprattutto dell’incipit del romanzo: doveva trovare, l’autore, un modo efficace, letterariamente efficace, di rendere il condiviso cordoglio intorno alla salma del giovane figlio morto…

Fui conquistato da subito da quel dattiloscritto, che pure era una anticipazione – forse soltanto una anticipazione – che io dato al 1985, forse al 1984 addirittura, dunque di molto antecedente alla data di pubblicazione del romanzo. Ché nel frattempo quante novità, belle e brutte, o brutte e brutte, vennero a segnare la vita dello scrittore: prima quel distacco della retina che parve allora un anticipo di cecità – e per lui, lettore inesausto, una condanna doppia – e il ricovero in un ospedale specializzato in quel di Barcellona; poi, dopo l’operazione e la convalescenza ed il ritorno al lavoro a palazzo Tirso, la… sgradita promozione al grado di condirettore centrale e il trasferimento alla Direzione Generale di Napoli (nell’estate 1986), a capo – così fu per un anno circa – del Servizio Credito Fondiario.  

Uscì dunque Santi di creta, così presentato nel risvolto di copertina:

Il libro racconta le agonie degli uomini e delle cose nella Nuoro delle ascendenze inesistenti, dove ogni idea nuova è un azzardo. I protagonisti, come Santi di creta, hanno tutti la friabilità della materia di cui sono fatti; nella solitudine del declino, ciascuno ritrova se stesso e l'altro, col quale tenta un impossibile dialogo per dire le parole taciute.

Nella grande casa, simile a un castello, Michele consuma la sua acerba esistenza nelle penombre di uno sconfinato salone. Attorno al suo letto di morte si muovono, gravati anch'essi da un male immedicabile, Francesco e Anna, genitori di una prole infelice, Diego con i suoi corrucciati fratelli, schiacciati dal ricordo di un padre ineguagliabile, e Paola, che ha perduto la sua solarità e vorrebbe nascondere al mondo e a se stessa il suo disfacimento.

La guerra, evento oscuramente atteso, come estrema possibilità di mutamento, tocca anche Nuoro, scuotendone i fondali dove sono sedimentate tutte le povertà. Così, mentre la stirpe degli uomini del «fare» perisce, lasciandosi dietro le cose, che nessuno riesce più a districare per una indivisibilità che non è della materia, Nuoro si consegna al termitaio di Mughina e alla discendenza dei predatori di Cort'e susu. A perpetuare le agonie di ciò che non vuole morire resta il Mulino, con le macchine mute, e l'orologio del Castello che segna le ore morte del non tempo.

Nuoro respinse il romanzo che da subito venne visto come un’offesa dai discendenti della famiglia Are, nella realtà d’altro cognome, quasi si trattasse di un attacco mirato e vigliacco alla sua credibilità, certamente alla sua sensibilità. Le querele furono accompagnate da messaggi anonimi che giunsero alla casa cagliaritana dello scrittore e investirono, da principio e in prima persona, la professoressa Maria che aveva lavorato anche lei nella azienda-holding da giovanissima, quando da Nuoro si staccava soltanto per sostenere qualche esame all’università di Cagliari. Giusto in quell’immediato dopoguerra che per il capoluogo significava, con il rientro dallo sfollamento, anche il lento, lentissimo ritorno alla vita normale, ma fra le macerie materiali delle case e non solo… (Pagine bellissime evocative di quei saltuari viaggi da Nuoro a Cagliari su camion militari e alloggiamenti spot dai cappuccini sono in La figlia della Taliana, appunto di Maria Baldessari). 

Vennero i processi, primo grado e appello e cassazione. I critici letterari isolani ma anche docenti e studiosi di letteratura e giurisprudenza messisi a disposizione per deporre come testimoni (da Mario Ciusa Romagna a Lucia Pinna, da Giulio Angioni a Sandro Maxia a Nicola Tanda, ma aggiungine altri venti e di più ancora: Brigaglia e Bua, Carta e Casu, Cerina e Cherchi, i due Delogu e Di Giovanni, Giacobbe e Guglielminetti, Lavinio e Lilliu, Macciotta e Mameli, Mannuzzu e Marci, Massaiu e Muoni, Piras e Pirodda, Romagnino e Rombi, Sedda e Sestu, Sole e Spinazzola e Tagliagambe!!) redassero un manifesto di solidarietà spiegando ai giudici che un’opera di narrativa è sempre opera di invenzione, non di storia o di storia rimasticata tanto meno per fini negativi, addirittura vendicativi. Il loro documento fu pubblicato, fra l’altro, da L’Unione Sarda (il 20 aprile 1989, “Non condannate lo scrittore se prende ispirazione dalla realtà”) e da Sassari Sera (n. 4 del 1989). 

Le condanne per diffamazione (animus diffamandi) – nonostante l’ottima difesa del prof. Luigi Concas – vennero tutte, una dopo l’altra. Se ricordo bene, ad un’ammenda di molti milioni di lire si aggiunse l’obbligo (impossibile da soddisfare) del ritiro di tutte le copie ancora presenti nei canali commerciali (librerie, edicole, magazzini).

Gli atti furono pubblicati sulla Rivista Giuridica Sarda. La stampa, anche quella nazionale (e segnatamente Repubblica, inserto letterario Mercurio: “I fiori del male sbocciati a Nuoro”) seguì la vicenda giudiziaria con numerosi articoli.

Così com’era avvenuto con Erthole e la visita al carcere di Badu’e Carros, anche con Santi di creta un’anticipazione (del XV capitolo) si era avuta sulla stampa, su L’Unione Sarda, stavolta il 10 ottobre 1985, ben due anni prima dell’uscita del libro: “Storia di Carmenedda dispensatrice di gioia” fu il titolo su sei colonne della terza pagina del quotidiano cagliaritano, all’insegna stavolta di “pagine di narrativa sarda” e con questo distico: «Nuoro: nome e memoria oltre che spazio, e gli uomini che la popolano, per affermare la loro esistenza, hanno bisogno di eventi, inventandoli quando non accadono… Istevene venuto da un paese di Baronia, era primo spazzino, come lui diceva ponendosi al vertice della gerarchia… Carmenedda, alta e prosperosa, sembrava si offrisse per liberare il prossimo…».

Si temeva per la polveriera e l’allarme suonava spesso, di notte e di giorno, ma sempre inutilmente; ogni volta rimaneva un senso di delusione, come se le folle che si riversavano nei rifugi e nelle campagne vicine invocassero veramente i cataclismi minacciati dalla sirena, i cui suoni cupi e accorati ricordavano i venti portatori di sciagure…

Di seguito anche la seconda parte dello stesso capitolo, titolato dal giornale “Istevene, quasi un filosofo”. Si tratta della prima stesura che – come ho sopra accennato – sarebbe materia da filologo quella di indagare i come e i perché delle levigature e anche delle revisioni formali successive. Già così nell’incipit che offro qui non più che per una ragione di sana curiosità (e in cui, ma per altri versi, ritrovo una suggestione dessiana, quella proprio del racconto “Paese d’ombra” diventato romanzo Paese d’ombre):

nel giornale, Nuoro doveva essersi formata per sedimentazione, anche se nei punti alti dei suoi colli i sassi denudati facevano pensare ai lavacri di diluvi o altre erosioni consumatesi con la stessa lentezza con cui erano emerse le case, le strade e anche le chiese. Le stratificazioni, riconoscibili dalla durezza delle pietre e dal colore dei muschi sembrava segnassero le ere geologiche più che i tempi della storia, come se l’uomo non fosse mai comparso o si fosse perduto fra i detriti delle alluvioni…  

nel libro, Nuoro doveva essersi formata per sedimentazione, anche se nei punti alti dei suoi colli i sassi denudati facevano pensare a lavacri di diluvi o altre erosioni. I muschi delle sue pietre segnavano le ere geologiche più che i tempi della storia e i suoi abitatori, per avere qualcosa da ricordare, si rifugiavano nei miti, dando un’anima alle cose. Ma tutto era minimo e anche i miti si riducevano a dilatazioni di povere vicende che non lasciano tracce…

A Cagliari il libro fu presentato, ancora all’hotel Mediterraneo, da Sandro Maxia, Giovanna Cerina e Mario Ciusa Romagna. Così da una cronaca de La Nuova Sardegna del 5 giugno 1987: 

La memoria di una Nuoro insolita, sfiorata dai mutamenti dell’industrializzazione ha incorniciato la presentazione pubblica del nuovo libro di Bachisio Zizi… Il professor Maxi ha inquadrato le vicendedi Santi di creta fra i grandi filoni della narrativa occidentale. “Non è difficile riconoscere il classico tema della ascesa e caduta di una dinastica familiare – è l’opinione del docente – ma le soluzioni letterarie accendono l’interesse”.

Sull’abbandono delle rappresentazioni folkloristiche che accostano l’opera di Zizi agli orizzonti di S. Satta, si è invece soffermata l’attenzione della professoressa Cerina, mentre per il professor Ciusa Romagna anche Santi di creta ha confermato la centralità della Storia in evoluzione, inseguita secondo lo stesso Zizi fin dall’Ottocento raccontato nel Ponte di Marreri.

Giovanni Mameli recensì il libro alla sua uscita, nella primavera 1987, su L’Unione Sarda (“La fine di un mondo: Santi di creta, nuovo romanzo di Bachisio Zizi” con sommario “Anche in questa storia tutta ambientata a Nuoro il tema centrale è la dinamica del mutamento. La saga della famiglia Are fra gli sconvolgimenti prodotti dal regime fascista e dalla guerra”), ed egualmente consegnarono al giornale le loro riflessioni critiche Lucia Pinna (“Elogio di un romanzo dove la santità confina con la follia: l’ultima opera di Bachisio Zizi”) e Aldo Conti (“Le opere di Zizi”); Ciusa Romagna concesse una intervista al periodico TeleComando (“Tempo e storia in Bachisio Zizi”), ma la stessa Nuova Sardegna – stavolta in perfetto duetto con il quotidiano cagliaritano – accompagnò il libro con le sue vicissitudini offrendo spazio davvero in numerose occasioni a critici come Giuseppe Marci (“Così un sogno finisce alla sbarra: lo scrittore Bachisio Zizi” e “Ma quel Gattopardo somiglia a mio zio: dibattito e polemiche dopo la condanna di Bachisio Zizi”) e Leonardo Sole (“Non sparate sullo scrittore. Un romanzo è solo parole: polemica sulla sentenza che condanna Bachisio Zizi”). 

Mischiando adesso cronache o trafiletti di una testata e dell’altra, ecco dalla rassegna dei titoli quel che si registrò allora, fra il 1987 ed il 1989, per lo meno per il primo grado della causa penale: “Chiesto al giudice il sequestro dell’ultimo libro di Bachisio Zizi: perché la famiglia Lostia si ritiene diffamata”, “I Lostia contro Zizi: il suo libro ci offende”, “E Zizi replica ai Lostia: Immiseriscono il libro, sbaglia chi legge il romanzo identificandosi: lo scrittore sulla richiesta di sequestro per Santi di creta”, “Il best seller sardo finisce davanti al giudice: una famiglia di Nuoro che si identifica nel romanzo Santi di creta ha citato in giudizio lo scrittore Bachisio Zizi”, “Aperta la causa sul romanzo di Bachisio Zizi Santi di creta”, “Per ora non ci sarà sequestro del romanzo di Bachisio Zizi: ieri la prima udienza del processo intentato a Santi di creta dalla famiglia nuorese dei Lostia”, “Ancora guai per Bachisio Zizi rinviato a giudizio per il romanzo Santi di creta”, “Zizi ci ha diffamati, i Guiso Gallisay non ritirano la querela: è iniziato a Cagliari il processo contro lo scrittore”, “Storie rievocate e antichi casati, scrittore in aula: l’imputato è Bachisio Zizi”, “Un romanzo può diffamare? Ripreso in Tribunale a Cagliari il processo a Bachisio Zizi”, “Santi di creta profana la storia: Tribunale, le accuse dei Lostia a Zizi”, “Per il Pm fu diffamazione. Richiesti dieci mesi per Zizi: Santi di creta, in tribunale a Cagliari”, “I Santi, la legge e il buon nome: se il romanzo finisce in tribunale: Bachisio Zizi accusato da una famiglia dell’antica nobiltà nuorese” con sommario “Può un libro gettare fango sulla memoria di un’intera stirpe? Ieri l’accusa ha sollecitato la condanna dello scrittore a 10 mesi di cella”, “Bachisio Zizi condannato ma il suo libro non andrà al rogo: Santi di creta, sentenza in Tribunale a Cagliari”, “Multato Bachisio Zizi. E in sede civile si deciderà quanto dovrà pagare di danni, diffamatorio il suo Santi di creta: il tribunale di Cagliari dà ragione ai Guiso Gallisay-Lostia”. 







Il testo della sentenza fu pubblicato anche da Sassari Sera nel numero 8-9 del 1989 (“La sentenza che ha arrestato i Santi di creta”) oltre ovviamente che dai quotidiani i quali nuovamente tornarono ad accogliere opinioni su quanto avvenuto in un’aula di giustizia. Così segnatamente L’Unione Sarda con due articoli, l’uno a firma di Marco Lai: “Scrittore, il giudice di guarda. Ogni riferimento alla realtà può essere diffamatorio. Gli intellettuali sardi parlano della condanna di Zizi, l’autore di Santi di creta”, il 23 giugno 1989, l’altro – dopo il nuovo pronunciamento dell’Appello – a firma di Sergio Benoni: “Parole e sospetti: dopo la nuova condanna di Bachisio Zizi per il romanzo Santi di creta, accusato di diffamazione, intellettuali e scrittori parlano del labile confine tra realtà e invenzione narrativa”, 14 febbraio 1992.

Merita anche sottolineare che su L’Unione Sarda del 20 marzo 1992 fu lo stesso scrittore a confidare gli stati d’animo che lo attraversarono nelle lunghe fasi delle… avversità giudiziarie. “Emozioni alla sbarra” titolò a molte colonne il giornale, accompagnando la testimonianza dello scrittore con una sobria vignetta di Franco Putzolu che rappresentava un cranio umano aperto con un volgarissimo apriscatola, alla ricerca evidentemente delle ragioni… che dovevano essere per forza subdole e malefiche sottostanti ad un testo di letteratura. 

La testimonianza di Zizi è calda, bellissima. Appena possibile meriterà riprenderla per intero. Qui adesso ne riporto un breve stralcio: 

E’ molto tardi quando vengono introdotto nell’aula e sento lo stesso sfinimento dei giudici che prima di me hanno dovuto processare ladri, truffatori e prostitute, le cui condanne o assoluzioni sono dettate dalla casualità più che dalle regole di una scienza esatta.

Anch’io ho i miei testimoni, tutti famosi per scienza e coscienza. Sfilano uno dopo l’altro, ma sono fuori posto in quest’aula dove tutto s’immiserisce. Parlano di sé e degli altri, dell’universo immaginario, della casa dell’essere, dell’autore creatore… I giudici però vogliono fatti, circostanze, nomi: le parole di questi generosi difensori si spendono, incompresi, come fuochi fatui.

Le circostanze e i nomi li portano i testimoni d’accusa: «…Il movimento della testa, lo sguardo, la statura… nessun dubbio, sono la stessa persona…».

Il gioco delle analogie e connessioni rende tutto uguale a tutto, la notte non si distingue dal giorno e il nero è identico al bianco. Il libro non esiste più, i suoi frammenti danno vita a un livido mostro che mi divora. Non riesco a sollevarmi dal mio annientamento.

«Se vi è somiglianza vi è offesa», gridano i miei accusatori e io vorrei trovare qualcuno che mi aiuti a uccidere il mostro, a restituire al libro i sentimenti di cui si è nutrito, a ricollocarlo nel suo tempo e nel suo spazio.

Il giudice, distaccato e indecifrabile come le tavole delle sue leggi, mi chiede cosa ho inteso dire con una certa parola, con un certo riferimento di luogo o di tempo. Non riesco a dare una ragione di ciò che ho scritto. Mi accade spesso di stupirmi alla lettura di un mio libro, i cui contenuti mi appaiono lontani da ogni mia capacità e d ogni mio proposito.

Mi sento come quel fratello di mia madre che prediceva gli eventi e parlava lingue a lui sconosciute, quando era assalito dalle visioni. Ogni volta ne usciva tramortito e non ricordava più niente. Dovettero chiamare un prete per liberarlo dal suo male. Il processo mi appare un luogo di esorcismi. Ma io non voglio uscire dalla mia possessione, anche se mi strema, come stremava quel lontano parente.

Rispondo al giudice che non importa ciò ch’io ho inteso dire o fare, conta ciò che volta a volta dicono i personaggi quando entrano in rapporto con chi ne segue le vicende. Dovrei tornare alla valle di Calagonis per ritrovar le emozioni che hanno dato vita al libro non riducibile a una tabella di nomi e di dati utili a computare i miei torti e le mie ragioni.

Al di là delle parole scritte, una pietrificazione di sentimenti, ci sono i travagli e le sofferenze attraverso le quali quel mondo è venuto dal niente all’essere.

Nel tempo della scrittura non sono mai stato solo, neanche quando le necessità della vita mi hanno esiliato dalle cure o dagli affetti. Di notte e di giorno ero con i miei personaggi: io dentro ciascuno di loro e loro dentro di me. Solo mi sono sentito quando sono uscito dalla mia possessione; i personaggi hanno continuato a vivere le loro vicende, estraniandomi, come se mai ci fossimo.

Non riesco a odiare nessuno, né provo risentimento per i miei accusatori, che sono dilaniate più di me e soffrono di un male che nessun tribunale può medicare né risarcire. E’ come se essi tentassero di sostituirsi ai personaggi del libro di cui fanno scempio, ma non hanno un ruolo, non possono averlo: la loro pena forse nasce da questa consapevolezza.

I personaggi mancati del libro sono rimasti nella valle, in attesa che la pietà di un autore li innalzi a una qualche compiutezza. Nessuna valle può accogliere gli eredi offesi e nessuna pietà d’autore potrà dare mai loro un ruolo che li sollevi dal rancore che li consuma. Faccio uno sforzo a distinguerli: sono simili in tutto, nei tratti dell’anima e nella solitudine in cui sono sprofondati.

Il giudice mi chiede se ho voluto recare offesa alla memoria di qualcuno…

Ritrovo il senso di alcuni passaggi delle riflessioni di Bachisio Zizi nelle parole che pronunciò, più di dieci anni dopo, presentando, nel teatro all’aperto di Sant’Eulalia, un mio lavoro nel quale pure qualcuno avrebbe potuto riscontrare delle identità. Ho riportato in altra occasione quel magistrale intervento dello scrittore.







Debbo aggiungere per concludere, ancora restando sul personale, che nel marzo 1989 intervenni anch’io, su L’Unione Sarda, per difendere le ragioni dell’autore di Santi di creta proprio in quel momento imprigionato dalla rete delle accuse e dei giudizi. Giudizi del tribunale e giudizi della gente qualsiasi, dei lettori nuoresi che gli si schierarono contro. La cosa mi sorprese. Diversi amici e soprattutto amiche nuoresi contestarono in radice il libro e mi fu difficile affermare una posizione che dalla loro si differenziava perché troppo diversi erano i paradigmi orientatori, le chiavi di lettura…

Riprendo una parte del mio intervento sul quotidiano di Cagliari (titolo “perché adesso dovrebbe [Nuoro] capire Zizi?”): 

… Conosco dunque il travaglio intimo, spirituale e intellettuale, di Bachisio Zizi autore-creatore dei suoi “santi di creta”, di Zizi che mi ha concesso la sua fiducia assegnandomi “quote” di confidenza personale che rivelano l’uomo in tutta la ontologica complessità e contraddizione: “quote” perché Zizi non si concede tutto a nessuno (barbaricino diffidente anche verso se stesso), “confidenza” perché ha la forza del bisogno esistenziale, in lui, il dire del conflitto che l’accompagna da quando ha aperto gli occhi al mondo e, secondo la sua frequente battuta, l’accompagnerà alla tomba, dopo aver speso il suo tempo a cercare relazione e dialogo e scambio non venali.

Alla popolazione dei “santi di creta” appartiene lui stesso, insomma, o rischia di appartenervi (come tutti rischiamo di appartenervi) se è vero che quel conflitto di memoria e di coscienza cui alludevo egli lo patisce cercando di superarlo nella ricerca intellettuale sempre più impegnata: egli che si considera un postmarxista, un marxista critico che cerca nelle nuove scuole della sociologia, dell’antropologia, dello strutturalismo, della semiologia, ecc. e nei maestri delle nove scienze umane – che spiegano che l’economia non è la chiave d’interpretazione del mondo – le risposte più pertinenti ai bisogni dell’uomo moderno e della società moderna. E’ in questa ricerca che egli ripone la speranza di emanciparsi dalla condanna di ridursi pure lui ad esser un “santo di creta”, un “fuori posto” destinato a sbriciolarsi nella non-storia.

Zizi storicizza i suoi personaggi ma insieme li redime dai condizionamenti di anagrafi imbecilli, innalzandoli alla dignità di protagonisti di un mondo sempre uguale, in ogni epoca e in ogni luogo. Per questo Orvine è metafora del mondo, o Nuoro, che è il teatro in cui gli attori della follia – gli stesi evocati dal sonno della morte dal grandissimo Salvatore Satta nel suo straordinario spoon river dell’anticipata età escatologica – rivelano la miseria della loro esistenza. Perché a Zizi interessa cogliere l’uomo nell’accidentata complessità del suo cuore, nel groviglio di ragione e di sentimento, di intuizioni e di neghittosità, di esperienza e di inconsapevolezza, perché l’uomo è uomo in tutte le latitudini e in tutte le ere.

Ho letto e riletto la successione dei dattiloscritti di Santi di creta, dalla primitiva stesura all’ultima, per larga parte rettificata… Un passaggio … imposto dall’esigenza di un riequilibrio fra i due poli del libro: gli Are e lui stesso, il narratore-coprotagonista, amico leale della sua disacquiescenza, secondo quanto richiesto dal particolare ruolo sociale e professionale: il direttore di banca chiamato a salvare il cliente senza compromettere i diritti del suo istituto, o può dirsi, a difendere gli interessi del suo istituto senza far fallire il debitore. Il quale debitore è poi l’esatto opposto dello Zuacchinu di Erthole (ed è lì la sua autocondanna): Zuacchinu introduce l’economia monetaria dove ancora vige il baratto materiale, gli Are invece si attardano sui moduli precapitalistici quando la nozione della “responsabilità limitata” s’è ormai affermata con prospettive epocali, e affondano loro come famiglia e loro come azienda, insieme, a causa di quelle inconsapevolezze.

E’ il nodo del libro, che si muove su orizzonti alti, che neppure possono immaginare la banalità immiserente dei quiz d’identificazione fra personaggi e ombre. Non si tratta davvero di “versetti satanici” in barbaricino, non c’è diffamazione. Ma Nuoro è stata ingrata sempre con i suoi, perché Nuoro (o un certo mondo nuorese) è conformista e tradizionale nella lettura degli episodi della contemporaneità della storia: non ha capito Francesco Ciusa, non ha capito Grazia Deledda, non ha capito Salvatore Satta. Perché dovrebbe capire Bachisio Zizi?





Nonostante la mannaia giudiziaria, non mancheranno gli affacci di Santi di creta nelle antologie. Accennerei qui soprattutto a quello presente in La Sardegna. Cultura e società, della De Gioannis e del prof. Giuseppe Serri: qui è il capitolo (il XIV nel libro) intitolato "La guerra a Nuoro”. In Scrivere al confine – dove già compare un estratto de Il ponte di Marreri – Paolo Lusci propone una lucidissima critica di Santi di creta che, in conclusione, torna al tema vero del libro rimasto estraneo a tutto il dibattito giudiziario: 

«La guerra legittimò i mutamenti e la città, senza accorgersene, si trovò ad avere due anime: l’anima dei mercanti, posseduta dai figli del termitaio, e l’anima di un altro vendere e comprare, posseduta dai figli dei predatori». Si perpetua l’originaria frantumazione, non più contadini e pastori bensì a fronteggiarsi due categorie della nuova imprenditorialità. Nuoro taglia il cordone ombelicale col passato scegliendo un nuovo sviluppo economico. Il mutamento già in atto ha raggiunto il suo componimento. Rimane l’amarezza per l’ennesima lacerazione, per uno sviluppo che segna una cesura col passato, e il rinnovamento non è pianificato nel rispetto della tradizione. Uomini e pecore «lasciati in sospeso»: «Scompariranno, perché tutto deve mutare».

Mas complicado

Ho motivo di credere che gli undici racconti di mas complicado (altre minuscole in copertina) – opera uscita nel 1988 quando Bachisio Zizi si era appena trasferito a Roma, a capo di cento filiali dell’Area Territoriale del centro Italia del Banco di Napoli – siano stati scritti in un tempo piuttosto diluito e soltanto alcuni in un periodo piuttosto prossimo alla pubblicazione.

I temi del paese – l’eterna Orune o chiamala Orvine, capitale fra tutte capitali della Barbagia più interna e montuosa – sono presenti e ricorrenti nella prima parte della raccolta, altre vicende di vita che incrociano le attività professionali più recenti s’affacciano in alcuni degli ultimi.




Mi pare utile, intanto, riprendere dal risvolto di copertina, la sintesi di presentazione “ufficiale” dell’editore (o dell’autore stesso):

Questi racconti, pur avendo ciascuno autonoma compiutezza, si ricollegano tutti, nei contenuti e nell'ispirazione, a quel disagio del vivere enunciato nel titolo del libro.

I singoli componimenti riflettono la complessità esistenziale in cui sembra sprofondare la nostra epoca.

Sono ugualmente naufraghi del tempo gli ultimi balentes, il custode di rovine, la madre dell'ucciso incattivita dal dolore, l'emigrato che non sa più vivere in nessun luogo, i portatori di una professionalità disumanizzante e chi, attraverso i mali del corpo, riscopre gli immedicabili mali dell'anima. La varietà dei temi proposti sviluppa un gioco di fughe e di ritorni, dando vita a un racconto corale che continua e approfondisce la ricerca avviata dall'Autore nei suoi romanzi.

Personalmente ricollego questo libro, come ne fosse al traino, ad una vicenda dolorosa che nell’estate 1985 colpì Bachisio Zizi per la lacerazione di entrambe le retine oculari. Fu un dramma per lui e fu un dramma condiviso da chi, con lui, lavorava e trascorreva gran parte della giornata, oltreché, ovviamente per la famiglia.

Si cercò un rimedio subito: l’abilità di un’amica che più di tutti seppe mettere in campo ogni conoscenza ed attivare il soccorso riuscì nella impresa. Bachisio fu ricoverato al Barraquer di Barcellona, e il dottor Matheus fu il chirurgo che compì il “miracolo”. La vista ritornò, gradualmente e lentamente, ma ritornò piena. Il paziente “mas complicado” – era lui il “mas complicado” secondo la definizione delle cartelle cliniche – tornò al suo lavoro, ancora in Sardegna per qualche mese, poi a Napoli, poi ancora a Roma. 

Un riflesso-elaborazione di quella vicenda è nel terz’ultimo racconto della serie, quello che dà il titolo all’opera. Mentre riconducibile alle liturgie aziendali finalmente dissacrate con l’arma di una finissima ironia è il racconto “Aspettando gli auguri” che L’Unione Sarda pubblicò alla vigilia nel Natale 1988. 




Undici racconti e cento attori sulla scena. Zizi non è lo sceneggiatore che abbia scritto le parti, ciascuno d’essi si presenta e racconta di sé e dei momenti che intessono la propria vita, muovendosi ora in solitudine ora evocato, ora in concerto nel campo aperto della campagna sarda fra piante ed animali ora nei luoghi stretti e segreti delle relazioni personali, o nello studio d’un notaio, o nel salone pagano dei banchieri. Ognuno ha diritto di dire e dice infatti, parlano Bakis Mannu e Lidora, Pasquale e Merzidoro, Gantine e Malessa, Satteddu e anche i Balentes, Bernardino e Ninu e Predu, Bonedda e Annica, Taddeo e Sonette, Panderedda ed Elvira la levatrice, Lotturedda e Piero, «l’immenso lucore» e anche le figure ingoiate come da un sole… E ancora Merriolu «esperto di leggi e di delitti» e Chisina, Canette e Giovanna, Munniana e Marianna, Gobbetta e don Pala, Egidio e Canette, Diego ed Annia, Paolino e anche le prefiche, Raimondo e anche le ombre… Pietro e Maoddi, Paolo il medico ed anche Andrea il pastore, Lola ed Antonio, Nicola «che non era mai esistito» e Nicola spensierato e danaroso, Pandora la studentessa e Sebastiano, anche i carabinieri e Rosa la zelante segretaria del Barraquer, Giulia B. col suo testamento e la sua casa già saccheggiata, i direttori e superdirettori di banca riuniti a convegno per una liturgia atea… Un popolo senza guida, incapace di guide forse, nel tormento della vita, a consumarsi nell’effimero, nella frazione d’un attimo, per poi sparire chissà in quale altra dimensione.   



Fonte: Gianfranco Murtas
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