Bastianina, donna costituente per virtù civile e patriottica
di Gianfranco Murtas

In questi giorni di celebrazioni dell’80° della scelta repubblicana da parte del popolo italiano chiamato a referendum il 2 giugno 1946, e chiamato anche alla scelta dei 556 deputati costituenti, si è molto parlato, e giustamente, anche della presenza di 21 donne elette all’assemblea che a Montecitorio lavorò per un anno e mezzo alla stesura ed approvazione della carta costituzionale. E si sono ricordati i nomi delle nove comuniste – fra cui Nadia Gallico Spano, da considerarsi… sarda elettiva e non soltanto per il suo legame familiare con Velio Spano –, delle altrettante democristiane, delle due socialiste – fra cui Lina Merlin, che in Sardegna (fra Dorgali e Orune e Nuoro) trascorse, giovanissima, gli anni del confino per la sua fede antifascista – e della qualunquista. Personalità tutte distinte e degne di ammirazione.
Soltanto riferendomi alla mia appartenenza alla scuola democratica di derivazione mazziniana ho il rammarico che fra esse non comparisse una repubblicana o azionista, tanto più che le prime battaglie emancipazioniste, anche per il voto politico e non soltanto per la condizione civile, furono repubblicane e mazziniane (si pensi ad Anna Maria Mozzoni e a Jessie White Mario e in Sardegna si pensi a Caterina ed Edoarda Berlinguer un cui articolo su La Giovane Sardegna fu forse l’ultima lettura dell’apostolo repubblicano nella casa pisana dei Rosselli dove chiuse gli occhi, clandestino, il 10 marzo 1872).
La cosa, pur evidente nelle risultanze dei seggi elettorali, meriterebbe qualche commento mai di convenienza banale ma, appena appena, di… verità e chi abbia conservato consapevolezza delle scuole di pensiero che per due lunghi secoli hanno attraversato i continenti e, tanto più, l’Europa dell’ovest e dell’est, potrebbe avere di che riflettere su quanto e su come i movimenti di massa abbiano, nel nome della rappresentanza degli interessi sociali, soverchiato le mosche cocchiere portatrici dei valori (e qui si pensi al suffragio universale e alle costituenti, alla repubblica e alla proiezione federativa, alla laicità scolastica e dell’ordinamento ed al mercato vigilato, alle autonomie territoriali ecc.).
Certo colpisce che chi aveva alle spalle, nel 1946, centovent’anni di battaglia per il tanto – il pensiero vada alla Giovine Italia ed alla Giovane Europa – non abbia trovato spazio altro che nei margini riservati alle minoranze estreme – onore comunque ai profeti! – al momento dei conteggi. Non meno colpisce che gli azionisti, i quali, dopo i comunisti, furono quelli che con le formazioni di Giustizia e Libertà donarono più sangue alla patria impegnata nella guerra di liberazione, e i cui “generali” combattessero in prima linea soldati fra soldati, non avessero avuto che sette (o dilli dieci, includendo i sardisti Lussu e Mastino e il valdostano Bordon) eletti all’assemblea costituente con Valiani e Foa e Calamandrei ecc. E dunque, date le premesse, non dovrebbe sorprendere più di tanto che le donne presentate nelle liste repubblicane (quelle dell’edera richiamante la Giovane Europa) e in quelle azioniste (della spada fiammeggiante “Insorgere, Risorgere”) non abbiano raccolto il consenso esplicito, da segnare sulla scheda, da parte dell’elettorato.
In tale contesto meriterebbe comunque ricordare una sarda che all’assemblea costituente non poté arrivare e che neppure ai lavori della consulta nazionale, cui il governo Parri, nel 1945, l’aveva nominata su designazione del Partito d’Azione perché un cancro ignobile la fece fuori giusto all’indomani della guerra partigiana in cui s’era distinta e in perfetta coerenza con il suo antifascismo praticato lungo l’intero ventennio della dittatura. Mi riferisco a Bastianina Martini Musu, di nascita sassarese, mazziniana fin da ragazza, al pari delle Berlinguer, come Ines poi moglie di Fanuccio Siglienti, per dire delle sue coeve.

Il contributo di studio di Gianni Liguori, per la “Cesare Pintus”
Nel quadro delle iniziative denominate “Dialoghi di archeologia architettura arte e paesaggio” a cura di Maria Antonietta Mongiu e Francesco Muscolino, si è svolta nei giorni scorsi, il 4 giugno per la precisione, una bella manifestazione, nella basilica paleocristiana di San Saturnino, intitolata “Eran 21… Eran donne… Eran forti e hanno scritto la Costituzione e fondato la Repubblica”. Hanno parlato professoresse, avvocate e giornaliste, hanno proposto giuste letture alcune attrici, hanno apprezzato in numerosi apposta convenuti per fare memoria e rinsaldare sante convinzioni.
L’andamento della tavola rotonda ha impedito, non certo per cattiva volontà della organizzazione, al presidente dell’associazione “Cesare Pintus” che ormai dal 1988 – sono già quasi quattro decenni! – opera a Cagliari offrendo un contributo non da poco alla riflessione civica su una linea di democrazia avanzata, di recare, in chiave di testimonianza storica, un doveroso ricordo di Bastianina Martini Musu che non fu costituente ma ben la si potrebbe assimilare fra esse e per giuste ragioni…
La scheda biografica predisposta da Gianni Liguori e rimasta purtroppo su un foglio piegato in tasca rimarcava, di Bastianina, nominata dal governo Parri alla Consulta nazionale nel 1945 (e ideale anticipazione della Costituente) i meriti autenticamente patriottici tutti intrisi di democrazia che ne sostennero l’impegno tanto negli anni della grande guerra quanto in quelli del regime oppressivo del re e del duce: meriti ben capaci di assicurarle uno spazio di singolare prestigio nelle fatiche costruttive della Repubblica ove la sorte non fosse stata così, con lei, crudele.
Io stesso, modestamente, ora sono già alcuni decenni, proposi in alcuni libri il medaglione dell’esponente repubblicana ed azionista, integrandolo con diversi documenti anche inediti che avevo reperito in archivi privati o che mi erano stati trasmessi dalla figlia Marisa. E quel medaglione, opportunamente adeguato alla circostanza, potei proporre ancora nel 2023 ad un convegno che, a Cala Gonone, fu promosso per onorare la figura di Lina Merlin ed al quale fui invitato a tratteggiare le partecipazioni antifasciste delle sarde di Nuoro e Sassari. Lei fra le altre.
E dunque ripropongo quella frazione del mio contributo biografico, dopo però aver richiamato qui alcuni passaggi della comunicazione che l’amico Liguori avrebbe desiderato svolgere in occasione dei “Dialoghi” di San Saturnino, anche evocando il convegno che il 13 gennaio 2017 la “Cesare Pintus” e la sezione “Salvatore Ghirra” dell’Associazione Mazziniana Italiana organizzarono proprio all’insegna di “21 donne alla Costituente: il battesimo delle donne in politica”.

Bastianina nasce il 31 dicembre 1892, figlia di una famiglia che ha fatto un pezzo di storia “tattarese”. Sin da adolescente si fa notare come fervente repubblicana mazziniana, interventista allo solo scopo di completare I'unità italiana e opporsi all'egemonia tedesca-austriaca in Europa, ma anche attivista per il voto alle donne… È sempre in prima fila, a quei tempi, in comizi, assemblee e riunioni pubbliche… Nel 1912 diventa maestra elementare e si fidanza (sposandolo nel 1915) con Domenico Musu, un amico d'infanzia originario di Tempio e impiegato assicurativo, uomo effervescente, solare: l'estremo opposto di Bastianina, razionale e schiva. Due poli opposti che si attraggono… Trasferita a Roma in un piccolo appartamento in via Cola di Rienzo, si iscrive all'Università (Pedagogia), ma abbandona per darsi all'attività politica. La sua casa si trasforma in molte cose, anche nella sede di una associazione culturale femminile (Lyceum)… Negli anni ’20 partecipa a presidi antifascisti di giornali, sindacati, organizzazioni operaie e camere del lavoro, ma si impegna ancora sul suffragio femminile, inutilmente promesso anche da Mussolini. Nel 1925 nasce Marisa che alla giusta età, per risparmiarla dal diventare Giovane Balilla, iscrive all'unica scuola montessoriana esistente nella capitale … Nel 1935. dopo la guerra di Etiopia, riprende a incontrare i vecchi compagni repubblicani trasferendosi nella casa di via Orazio 31 che diventa il centro delle attività politiche segrete. Rispetta la decisione di Marisa ormai liceale di iscriversi nel 1942 al PCI clandestino e di entrare nei GAP (e l’anno successivo saprà farla scappare da una rischiosissima detenzione di polizia).
Caduto Mussolini, si occupa del rientro degli esuli politici a Roma fornendo alloggi e coperture. Opera come militante del Partito d'Azione, scrive su L’Italia libera ed è tra le fondatrici dell’UDI; a fine guerra è designata alla Consulta Nazionale, con Lussu, Fancello, Siglienti, Berlinguer, Puggioni (sardista ma per l’alleanza Pd’A-PSd’A)... Non fa in tempo a partecipare ai lavori dell’assemblea presieduta dal conte Carlo Sforza. Il 21 ottobre 1945 si spegne nella sua casa (dopo un trasporto urgente in aereo militare dalla Sicilia in cui era per motivi politici).
Così la ricordò, prendendone esempio, Angela Guidi Cingolani (democristiana, collega nella Consulta Nazionale, poi una delle ventuno dell'Assemblea Costituente ed una delle cinque donne nella Commissione dei 75 che scrissero la bozza della Costituzione): “Bastianina Musu fu una donna eletta. Ella portò tutto il suo slancio, tutta la sua fede repubblicana nel campo deIl'azione politica. Noi proseguiremo la sua via, la sua opera. Noi donne dimostreremo che quando c'è un cuore nobile e un intelletto vivace, siamo in grado di vincere grandi difficoltà e trovare la via per arrivare a un'era nuova che non soltanto deve sgorgare dal lavoro degli uomini, ma soprattutto da quelle donne più vicine e sensibili ai bisogni nazionali”.
Di lei parlarono ancora Joyce Lussu e, nella commemorazione ufficiale a Montecitorio, Mario Berlinguer ed Emilio Lussu. La sua Sassari la ricorda intitolandole una piazza (nulla di più di una rotonda) nella frazione di Li Punti.

Un ripasso biografico
Nasce a Sassari, Bastianina Martini, figlia di Antonio, proprietario del fortunato “Gran Caffè Italia” di piazza Castello, e di Giovanna De Palmas, originaria di Bono patria nientemeno che di Giov.Maria Angioy. Nasce nel 1892 che è l’anno in cui La Nuova Sardegna, giornale nato da qualche mese come settimanale, s’è trasformato in quotidiano, giusto come ha fatto, poco tempo prima, L’Unione Sarda di Cagliari.
È pertinente riferirsi al calendario, perché esso aiuta a scorgere qualcosa del clima ideale e politico cittadino che sarà formativo di Bastianina: il ‘92 è il primo decennale della morte di Garibaldi ed a Sassari si stampa il numero unico Caprera che accompagna il pellegrinaggio all’isolotto de La Maddalena, il ‘92 – l’ho detto – è l’anno del radicamento democratico, nell’opinione provinciale, de La Nuova Sardegna. L’hanno voluta e fondata, La Nuova, i giovani repubblicani – e in prima fila sono, tutti avvocati quasi al loro esordio professionale, Enrico Berlinguer, Pietro Satta Branca (poi anche sindaco e parlamentare), Filippo Garavetti (a lungo deputato anche lui, infine senatore), Giuseppe Castiglia e Pietro Moro (esponente in Provincia – della Provincia di Sassari, inclusiva anche del circondario di Nuoro, sede di sottoprefettura –, quando la Provincia è il cardine amministrativo territoriale di uno stato fortemente centralizzato), tutti giovani portatori di un repubblicanesimo intransigente, per i cui principi, e lanciando il loro giornale, arrivano a contestare la scelta di Gavino Soro Pirino, che essi pur adorano tale è la statura morale dell’uomo, di promuovere una lista civica di mediazione o compromesso con la componente liberal-monarchica della città. Per il bene di Sassari Soro Pirino sacrifica il rigore della ideologia, ma i giovani non ci stanno e La Nuova Sardegna diviene la loro voce.
Questa temperie è la parte matura di un fenomeno che a Sassari terrà campo fino alla grande guerra ma è vivo già da due interi decenni ed include, nel novero dei suoi protagonisti, Caterina ed Edoarda Berlinguer, sorelle maggiori di Enrico primo fondatore de La Nuova. E, aggiungo, costituisce il filone, originalissimo, che porta il protagonismo femminile – appunto da Caterina ed Edoarda Berlinguer fino a Bastianina Martini (e quindi ad Ines Berlinguer ancora adolescente negli anni della grande guerra) – all’incontro delle idealità e del sentimento postrisorgimentale con le idealità ed il patriottismo antifascista.
Così in Sardegna, e non saranno le dimensioni minoritarie d’esso a configurarlo come fenomeno marginale, perché attraverso il sardismo degli inizi del terzo decennio del Novecento e anche poi (in clandestinità e quindi in repubblica), con le voci di Graziella Sechi, Mariangela Maccioni e Marianna (e direi anche Ignazia) Bussalai, il sentire e il combattere democratico delle donne saranno prova provata che dalle radici sono venute le fronde o i germogli, i nuovi germogli, dalle radici del progressismo non di classe, appunto quello repubblicano-sardista e riformista in uno spazio condiviso, sono venute fronde d’esempio e magistero per le nuove generazioni, e nuovi germogli d’impegno aggiornato ai tempi.
Giornali e circoli, statuaria e lapidaria, amministrazioni progressiste
Sono radicamenti importanti questi che, passando per l’esperienza della scrittura e della stampa, combinano valori civili e territori e che generano l’antifascismo democratico, poi (negli sviluppi sardisti derivati dal combattentismo) democratico-autonomistico, e di più, che segnalano anche le singolarità dell’antifascismo femminile sassarese-barbaricino. La Donna e la Civiltà è il mensile fondato e diretto a Sassari da Caterina Berlinguer nel 1875, ma esso è stato anticipato, nello stesso capoluogo – quando prefettura e magistratura obbediscono agli ordini censori del governo monarchico che s’esprimono in frequenti sequestri della tiratura appena licenziata dalla tipografia e talvolta anche in processi ai gerenti – da testate che si chiamano Il Credente, L’incamminamento alla libertà, Il Popolano, La Giovine Sardegna – il già citato il settimanale domenicale diretto da Bardilio Delitala oranese ventiquattrenne, e con Enrico Berlinguer redattore – , La Linea retta, La Cosa pubblica, ed è seguita da altre che si chiamano La Squilla, L’Isola, Caprera. E naturalmente da La Nuova Sardegna.
In accompagno ai giornali sono le associazioni, i circoli, le fratellanze operaie e società di mutuo soccorso: ecco il circolo “La Gioventù Sarda” e quello “Efisio Tola”, la “Società Progressista”, la “Consociazione sassarese”. Verranno la “Società Aurelio Saffi” nel 1890, e nel ‘99 l’Unione Popolare con sede nei locali della secolare Frumentaria. La funzione anche di pedagogia civile, oltre a quella strettamente celebrativa delle idealità associative, sfoga – ma, seppure più limitatamente, sarà così anche a Nuoro – nella statuaria (quasi in parallelo e dialettica con la Chiesa delle Madonne e dei Santi) e nella lapidaria: ecco perciò i marmi incisi con i nomi e le benemerenze democratiche, e/o i busti naturalmente di Giovanni Maria Angioy e di Efisio Tola, di Giuseppe Garibaldi “cittadino onorario” e di Giuseppe Mazzini (che salvò la Sardegna dalla cessione alla Francia), di Giuseppe Giordano (direttore de Il Dovere) e di Felice Cavallotti (predicatore nell’Isola, a Cagliari nel 1891 ed a Sassari-Tempio ma anche a Nuoro-Dorgali-Orosei, nel 1896). Questo è l’humus ideale e sentimentale in cui si formano alcune delle Nostre, Bastianina fra esse. Il calendario democratico è motivo di convocazione della cittadinanza e ogni volta sono discorsi ed evviva che segnalano una convinta e appassionata partecipazione comunitaria.
Dagli anni di Porta Pia Sassari ha amministrazioni che alternano i progressisti ai moderati e nel ‘78 Soro Pirino è sindaco, nell’80 egli viene eletto deputato ma rinuncia al mandato pur di non giurare fedeltà al re. Basterebbe scorrere le documentatissime pagine dei volumi dedicati al capoluogo turritano da Enrico Costa, che fu archivista comunale, per avere contezza del rilievo che le istanze democratiche assumono tanto nella locale borghesia professionale ed intellettuale quanto in quei ceti popolari, né soltanto degli zappatori, che sono volti alla loro emancipazione attraverso la conquista, dopo la prova d’alfabetismo, dell’elettorato amministrativo e politico. E si consideri che se nel 1825 Sassari poteva contare su un solo maestro, nel 1900 gli insegnanti delle primarie sono ormai 50 (di cui 37 donne) per una massa studentesca di oltre 3.800 unità, e che altri millecinquecento sono i ragazzi e le ragazze che frequentano i corsi secondari e anche l’università. È nella consapevolezza di tutti come l’istruzione sia la chiave prima dello sviluppo civile della popolazione.
Ma nonostante la contrazione dell’area dell’analfabetismo, tanto più nelle zone rurali… servono ancora i soccorsi. Poco più che ventenne negli anni della grande guerra Bastianina organizzò un vero e proprio ufficio di corrispondenza che consentiva ai familiari dei soldati che avessero ancora difficoltà a scrivere loro nei teatri di guerra di raggiungerli: lei stessa con le sue collaboratrici riempiva, sotto dettatura di padri e madri e spose e fratelli, i fogli, comunicando notizie di casa, degli affetti ed affari domestici e di paese, e chiedendone, di notizie, sulla buona salute messa così continuamente a rischio nelle trincee e negli assalti… Provvedeva anche, l’ufficio sassarese di Bastianina, a donare le buste prescritte per la corrispondenza: molti non potevano permettersi neppure i 10 cent. di quel costo…
Come comitatista d’assistenza fu corrispondente, in quegli anni, di Attilio Deffenu impegnato al fronte: sono numerose le lettere scambiatesi fra i due, e dieci quelle rintracciate in originale riferite al solo 1917 e alla primavera 1918 (conservate nella biblioteca Satta, le potei rintracciare in una fortunata missione nuorese di trent’anni, al tempo degli studi sul sardoAzionismo, fra Lussu e Mastino, Fancello e Oggiano, Gonario Pinna e Stefano Siglienti). Deffenu cadde – allora appena inquadrato nella «fatidica Brigata» – a Fossalta, 28enne, nel giugno 1918.
Si preparò all’antifascismo e alle fatiche partigiane, Bastianina, già in quegli anni, già nello sviluppo di quella corrispondenza con il suo coetaneo avvocato Deffenu: lei repubblicana, lui socialista ma convinto interventista («Sono qui con tutta la mia fede di uomo che crede nella guerra e nella rivoluzione che dovranno rigenerare l’Europa, con tutta la mia vecchia energia di militante»). Lo confermò allora, Bastianina, riconoscibile fra «le coscienze pure ed infrangibili», all’indomani di Caporetto scrivendogli: «L’infame propaganda disfattista, non ha attecchito in questo meraviglioso popolo d’Italia che impietrito dal dolore vigila con ansia fraterna le sorti del meraviglioso esercito! Qui non si cede, no, ai vili ed ai nemici della Patria. Qui si soffre eroicamente come voi eroicamente combattete… A guerra finita, a vittoria conquistata, i conti coi vigliacchi». Mentre con sentimento isolano pochi mesi prima, e quando ci si avviava allo strazio di Caporetto, non aveva mancato di confidargli l’orgoglio sardo di una «doppia italianità»: «Per ben due volte la Sardegna ha dato il suo sangue migliore per la Patria: e facciamola pronta perché per la terza volta si desti più fiera a chiedere il trionfo dei suoi diritti dimenticati da una razza ingrata di inetti governanti!».


Già collaborava allora, Bastianina, al periodico repubblicano L’Iniziativa, attiva in adunate e comizi tanto più mirati all’avanzamento femminile, all’equiparazione civile e giuridica fra donne ed uomini. Particolarmente intensa fu tale attività nei primissimi anni ‘20, quelli che anticiparono la dittatura, smontando, con eleganza anche formale, ogni retorica antirivendicazionista: «Nessuna, assumendo nuovi doveri nella grande trasformazione subita dalla società che costringa la donna a cercare lavoro remunerativo oltre quello che compie in casa, nessuna diserterà per questo l’orbita famigliare come vanno ripetendo gli avversari della nostra evoluzione. Nessuna diserterà dal suo posto accanto alla culla da cui un bimbo adorato tende le sue braccia, o dal capezzale di un caro infermo bisognoso di cure, ma dalla consonanza di intenti e di aspirazioni l’unione fra l’uomo e la donna sarà cementata assai più intimamente che non finora».
Per un femminismo democratico
Nel 1923: «… la forza della verità e della giustizia è più potente di tutti i dispotismi e di tutti i codici del mondo e farà strada anche nell’animo dell’uomo. Egli la sognerà allora una sorella umana che l’ami con una devozione non fatta d’istinto, ma di cosciente amore – che proceda al suo fianco per un uguale intento verso più alte ispirazioni. E la donna sarà allora veramente un’uguale, una compagna, e come tale avrà il suo posto nella casa e nella famiglia che non sarà più un’istituzione sociale edificata sull’incerta base di convenzioni, di pregiudizi, di necessari interessi materiali, ma sarà una forza morale creata in virtù di volontà spontanea […].
«Ma come arrivare a tutto questo? La famiglia che è la prima forma di una società perfetta sarà veramente rinnovata solo quando la donna sarà veramente evoluta, quando essa sarà preparata alla vita col senso completo di tutti i doveri che la società le impone […]. Dobbiamo sviluppare in lei la sua personalità umana e sociale. Educare la fanciulla, come si è fatto fino ad oggi, all’unico scopo del matrimonio è opera crudele e pericolosa […]. La donna non è uguale né fisiologicamente né psicologicamente a l’uomo; è in questa differenza la forza delle sue argomentazioni. Proprio per questa diversità si deve ammettere la sua indispensabilità in ogni campo della vita sociale e politica.
«Ma la diversità non implica inferiorità […]. Se la natura ha creato diversi organismi fisiologici non ha creato certo diversi esseri sociali. Del resto un tempo si affermava anche in nome della natura… di aver creato due specie di uomini, alcuni, pochi, per governare, altri, la moltitudine, per ubbidire; i primi atti al governo dello Stato, gli altri al lavoro rude dei campi e delle officine. Il presente ci ha dato ragione del contrario su questa così comoda legge naturale, e l’avvenire ci farà giustizia anche del resto.
«Si è detto che le donne devono fare la politica di casa, la politica del fiammifero di cucina, ma la politica domestica è intimamente legata a quella dello Stato, come la famiglia è legata alla nazione e all’umanità […]. Alla madre non si chiede soltanto di partorire il figlio, si chiede di farne un cittadino che, migliorando se stesso, migliori l’umanità».
È qui di tutta evidenza quella cultura della cittadinanza, che è propriamente politica, che Bastianina ha derivato dalla sua educazione nella Sassari civile della sua infanzia e adolescenza. Non può esserci emancipazione della donna se non c’è emancipazione sociale dei ceti poveri in un sistema sociale, e se non c’è anzi – prioritario a tutti, secondo il paradigma mazziniano – emancipazione istituzionale, che sarà poi legislativa, da un sistema autoritario e monarchico.

Presa casa stabile a Roma, per l’impiego assicurativo del marito, si sa come la sua abitazione divenne per vent’anni circa la sede stabile, e di calendario settimanale, dei convegni clandestini degli antifascisti, in specie di quelli liberaldemocratici e liberalsocialisti di militanza o prossimità al movimento Giustizia e Libertà che, negli anni della resistenza, sfocerà nel Partito d’Azione.
E peraltro anche nella sua economia familiare, pur fra le costrizioni o i condizionamenti della dittatura – che non le risparmierà né la vigilanza di spie né le perquisizioni – coltiva una evidente coerenza, tanto più evitando, finché può, l’iscrizione della figlia alla scuola pubblica e l’intruppamento nell’Opera Nazionale Balilla e semmai, lei di buoni seppur inconclusi studi universitari, seguendo le linee della pedagogia montessoriana.
Nella testimonianza della figlia Marisa è la pregnanza delle discussioni fra gli antifascisti riuniti in casa Musu-Martini: come giudicare l’impegno bellico italiano in Africa – sì al patriottismo, no al colonialismo – e poi come porsi davanti alle vicende della guerra di Spagna? Sono sempre i criteri democratici a vincere, il patriottismo di cartone del fascismo non merita alcun credito.
In parallelo a quel che fa, nella capitale stessa, Ines Berlinguer Siglienti, accoglie in casa, negli anni della guerra, i ricercati da fascisti e nazisti, li protegge e – secondo quanto testimonierà Mario Berlinguer suo sodale azionista – «la sua attività si irradiava per tutta Roma, specialmente nei quartieri popolari, ad incoraggiare la resistenza, ad organizzare complotti, a recare i messaggi ai carcerati, ad ordire rischiose evasioni, a portare soccorso alle famiglie delle vittime».
Dopo la liberazione di Roma, a tanto invitata da Emilio Lussu, partecipa ad ogni iniziativa del Partito d’Azione, alla cui direzione nazionale è chiamata contribuendo ancora alla diffusa educazione politica che implica – esplicitamente richiamato dai compiti promozionali di uno specifico comitato – il riconoscimento dell’elettorato, attivo e passivo, delle donne. È in questo stesso senso che figura tra le fondatrici dell’UDI, l’Unione Donne Italiane che, dopo lunga gestazione, formalmente vedrà la luce appena venti giorni prima della morte di Bastianina.
Restano da dire almeno due cose della vita di Bastianina Martini Musu. La prima è che il suo Partito d’Azione la designa fra i suoi rappresentanti alla Consulta Nazionale, che il governo di CLN presieduto da Ferruccio Parri – altro esponente di vertice, con Lussu e La Malfa, del Partito d’Azione – promuove, con funzioni legislative (con ratifica governativa però, e in attesa della Costituente), nel 1945. Non potrà però partecipare ai suoi lavori, perché il tumore che l’ha divorata negli anni convulsi della guerra di liberazione la consegna alla morte il 21 ottobre di quello stesso 1945.
La seconda è che, nel pieno della resistenza e soltanto una settimana prima dell’arrivo degli alleati nella capitale, rivela eccezionali abilità nel favorire, con la collaborazione ciellenistica e superando il ricatto di una spia, l’evasione di sua figlia Marisa, che ancora adolescente s’è fatta gappista comunista ed è stata catturata in occasione di un’iniziativa dei partigiani e condannata a morte.

Addendum. Una sua conferenza emancipazionista, nel 1923
Fin da Eva la Bibbia considera la donna come una creatura di soggezione. Presso gli ebrei la madre era esclusa dal santuario per più giorni se aveva partorito una femmina. In India se la donna non partoriva che femmine poteva essere ripudiata. A Sparta su dieci bambini abbandonate sette erano femmine perché il sesso equivaleva ad una deformità. A Roma le figlie erano spesso abbandonate dal loro stesso padre che legittimava immancabilmente i figli maschi.
Il cristianesimo oltraggia la donna nella sua più nobile funzione.
Il cattolicesimo si chiede se la donna abbia un'anima.
Il Medio-Evo la chiude fra le catene ferree della galanteria.
E la Rivoluzione Francese stessa tradisce nella realizzazione il suo ideale di emancipazione e di uguaglianza dimenticando null'altro che la metà del genere umano.
Questo stato di schiavitù e di sofferenza non poteva che creare leggi infami per l'infamia della ingiustizia che le suggerì e per esso la donna e l'uomo non saranno uguali neppure di fronte alla giustizia degli uomini e alle leggi costituite.
Ho voluto ricordarvi tutto il passato così sfavorevole alla donna per dimostrarvi attraverso quali violenze di fatti e di leggi sia arrivata sino ad oggi così quale essa è. Creatura debole e tenera abbandonata al volere degli uomini, gettata dai più all'ultimo limite dei valori umani.
Ma la forza della verità e della giustizia è più potente di tutti i dispotismi e di tutti i codici del mondo e farà strada anche nell'animo dell'uomo.
Egli si accorgerà finalmente che la donna creata come a lui piace, facile creatura di dominio, di piacere o di disprezzo si vendica inconsciamente celando sotto l'apparente tenerezza l’astuzia sottile, l'abile lusinga insincera, la carezza artificiosa.
Egli la sognerà allora una sorella umana che l'ami con una devozione non fatta d'istinto, ma di cosciente amore – che proceda al suo fianco per un uguale intento verso più alte ispirazioni.
E la donna sarà allora veramente un'uguale, una compagna, e come tale avrà il suo posto nella casa e nella famiglia che non sarà più un’istituzione sociale edificata sull'incerta base di convenzioni, di pregiudizi, di necessari interessi materiali, ma sarà una forza morale creata in virtù di volontà spontanea, di comune fede e di pari amore.
Ma come arrivare a tutto questo? La famiglia che è la prima forma di una società perfetta sarà veramente rinnovata solo quando la donna sarà veramente evoluta, quando essa sarà preparata alla vita col senso completo di tutti i doveri che la società le impone. Preparata alla famiglia non secondo i gusti dell'uomo e delle convenzioni, ma secondo i senso altissimo che questa sua funzione domanda.
Rimanga pure se può la donna nella casa, ma diamola alla casa dopo averla severamente e teneramente educata.
Bisogna dare vigore morale alla donna, formarne il carattere per sé e per gli altri.
Dobbiamo sviluppare in lei la sua personalità umana e sociale. Educare la fanciulla, come si è fatto fino ad oggi, all'unico scopo del matrimonio è opera crudele e pericolosa. Crudele perché quando la donna si vedrà sfuggire l'unico scopo della sua vita si sentirà sola e infelice. Pericoloso perché la donna scontenta e amareggiata può diventare facilmente cattiva e facilmente preda dall' altrui perfidia.
Bisogna dare finalmente battaglia agli antichi pregiudizi che rendono schiava la donna con lo specioso pretesto di non esporla ai pericoli.
Apriamo alla donna le vie del lavoro e facciamo che la donna nuova che lotta e che opera sia la donna della rinnovata coscienza.
Indipendente e responsabile la donna lotterà nella vita e per la vita accanto all'uomo senza caderne innamorata ad ogni istante e senza porsi come unica metà il matrimonio.
Nessuna elevazione si raggiunge senza fatica e senza sacrificio, a chi va avanti il primo urto è forse il più grave. Non importa! Non stringete la vostra autorità per un'avidità di dominio, fate libera la via a chi deve procedere, aprite lo spirito delle donne, date loro contatto con la vita che non le corromperà ma le illuminerà contro le asprezze del domani. Date alle donne la libertà vera, quella che le permetterà liberi movimenti per la completa sua funzione nella famiglia e nella società.
Si ripete spesso che nella libertà sono i pericoli, ma io vi rispondo che per chi non sappia superarli, di pericoli ve ne sono anche fra le pareti domestiche, e che appunto per questo abbiamo doppiamente il dovere di agguerrire la donna contro i mali della vita, di renderla più padrona di sé e che in nessun caso abbiamo il diritto di violentare la sua volontà.
Non le dispiaccia amico Reale ma ho anche io la debolezza che la questione femminile è questione di libertà.
Oh! Non di quella libertà che permetta alla donna di cambiare colore di capelli o... altro! Quella libertà la donna la ha da secoli e proprio senza il permesso degli uomini, potete crederlo! Anzi mi sovviene in proposito un apprezzamento di Napoleone sulle donne: egli disse un giorno che una cosa non sarebbe stata mai francese e cioè che una donna fosse stata libera di fare quello che voleva.
Forse per uniformarsi a questo suo precetto le donne lo tradirono tutte! E questo potente che dominò eserciti e popoli non riuscì nella sua vita di trionfi e di vittorie a conquistare un piccolo cuore di donna!
La donna non è uguale né fisiologicamente né psicologicamente a l'uomo; è in questa differenza la forza delle sue argomentazioni. Proprio per questa diversità si deve ammettere la sua indispensabilità in ogni campo della vita sociale e politica.
Ma la diversità non implica inferiorità e tanto meno diversità di fini. La natura non ha assegnato a ciascun sesso differenti fini e la funzione stessa della procreazione della specie non è vero che sia una funzione unica e sola della donna, perché uomo e donna sebbene in diversa misura debbono cooperarvi.
Se la natura ha creato diversi organismi fisiologici non ha creato certo diversi esseri sociali. Del resto un tempo si affermava anche in nome della natura (povera natura quante colpe degli uomini le si attribuiscono) di aver creato due specie di uomini, alcuni, pochi, per governare, altri, la moltitudine, per ubbidire; i primi atti al governo dello Stato, gli altri al lavoro rude dei campi e delle officine. Il presente ci ha dato ragione del contrario su questa così comoda legge naturale, e l'avvenire ci farà giustizia anche del resto.
Si è detto che le donne devono fare la politica di casa, la politica del fiammifero di cucina, ma la politica domestica è intimamente legata a quella dello Stato, come la famiglia è legata alla nazione e all'umanità. Le donne anche nell’ambito della famiglia non sono solo spettatrici passive ma sono attrici nella vita del paese.
Alla madre non si chiede soltanto di partorire il figlio, si chiede di farne un cittadino che, migliorando se stesso, migliori l'umanità.
Alla madre non si chiede più la sola maternità della carne ma si chiede anche quella dello spirito. Con quale diritto potrete voi chiedere alla donna di sacrificarvi il frutto delle sue viscere, l'oggetto del suo amore, senza averla prima illuminata sulle cause di tanto sacrificio, senza averla resa partecipe e artefice del vostro ideale di rigenerazione sociale?
Il monopolio politico esercitato dall'uomo è ingiusto e dannoso per la donna. Nessuna di esse avrebbe mai proposto od accettato delle leggi che la fanno, insieme all'innocente, vittima di uno sbaglio comune a due esseri di cui spesso il più colpevole è l'uomo ma di cui l'espiazione e l'obbrobrio deve tutto cadere sulla donna e sull'innocente.
Questi innocenti, tenere creature abbandonate a mani mercenarie, che nei casi più fortunati l'eroismo materno tiene presso di sé, ma che pure crescono ugualmente negli stenti, con l'amarezza e con l'odio nel cuore.
Ho sentito opporre che la vita politica allontanerebbe la donna dall'orbita della famiglia, ma allora bisognerebbe convenire che troppo tenui siano i fili che la legano alla famiglia, e che basterebbe ben dimeno della politica a spezzarli.
La donna esce dalla casa non per distruggere, ma per creare una famiglia conforme al diritto di giustizia e di libertà, dove la donna, vera compagna dell'uomo nel lavoro e nel sacrificio, sarà più forte, più dignitosa. E giacché ho ricordato una volta Napoleone – questo grande nemico dell'emancipazione femminile – mi sia consentita un'altra rievocazione.
Il generale Bonaparte diceva un giorno alla moglie del gran Condorcet: «Io non amo le donne che si occupano di politica» e la signora giustamente rispondeva: «Potete anche avere ragione, generale, ma in un paese dove si suol tagliare la testa alle donne è naturale che esse desiderino di saperne e di discuterne le ragioni!».
Non diversamente pensava una signora intervenuta all'ultimo congresso internazionale femminile, la quale, denunciando il fatto che a Milano al discorso del ministro De Stefani erano state escluse le donne col pretesto che la sala non aveva posti sufficienti per tutti, si domandava «che cosa ne penserebbe l'on. De Stefani se un bel giorno le donne si rifiutassero di pagare le tasse?».
Perché dovete convincervi che tutti i fatti economici, giuridici, morali e culturali sono fatti politici e che quindi la donna – volenti o nolenti voi e noi – è immersa nella politica fino alla testa. Oggi essa non fa la politica ma deve goderne e subirne le conseguenze come gli uomini.
Mi diceva giorni fa un amico che la politica devono farla gli uomini perché sono gli uomini che con le guerre e le rivoluzioni sociali fanno la storia.
Ebbene io posso facilmente rispondere a quell'amico e a quanti la pensassero come lui, che se le donne non fanno il soldato, fanno i soldati; che se le donne non sono direttamente chiamate a spargere il loro sangue per un ideale, sono chiamate però a offrire quello dei figli per esse assai più prezioso del proprio.
Gli uomini che equivocano sul loro diritti credendoli uno stato di privilegio secolare non sono certo repubblicani, ad ogni modo io non trovo parole più efficaci per persuaderli di quelle che G. Mazzini disse fra tante bellissime sulla donna: «La vostra emancipazione non può fondarsi che sul trionfo d'un principio: l'unità della famiglia umana».
Oggi la metà della famiglia umana, la metà dalla quale noi cerchiamo ispirazioni e conforto, la metà che ha in cura la prima educazione dei nostri figli, è, per singolare contraddizione, dichiarata civilmente, politicamente, socialmente ineguale, esclusa da quell'unità.
A voi che cercate in nome d'una verità religiosa la vostra emancipazione spetta di protestare in ogni modo, in ogni occasione, contro quella negazione dell'unità.
(Alla Scuola di Cultura politica, il 1° giugno 1923)
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