Gianfranco Murtas

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Caso Bovio. La combriccola Kilwinning 1485 all’assalto di Quirinale e Montecitorio. E, di più, della decenza. Licet ed omertà, ancora Barabba e Ponzio Pilato, e Nicodemo (parte seconda)

Di Gianfranco Murtas


Dalle ore 20,18 alle ore 21,20 di giovedì 22 agosto 2019 l’allora Primo Sorvegliante della loggia-combriccola Kilwinning 1485, in vista del suo prossimo onorevole Venerabilato emulation, faceva le prove, per la rete internet, del più conveniente affaccio. Con occhiali o senza occhiali, sguardo comunque alto e pensoso, muso acconcio, al vento il ciuffetto sbarazzino, e di fianco Bovio, sempre Bovio – il gesso modellato nel 1904 da Pippo Boero, il gesso arrestato dai fascisti nel 1925, liberato dai repubblicani lamalfiani nel 1970 e riportato da Gianfranco Murtas, per la cortesia di Franco Turco, a palazzo Sanjust nel novembre 2008 –, un bel busto per la bisogna con indosso, sul naso, le lenti scure da vecchio poliziotto che le sa tutte per scoprire chissà quali trame nascoste. Il ritratto del Gran Maestro Stefano Bisi, come tante altre volte, sulla testa, a ispirargli lumi di buon gusto e sobrietà. E nel corredo, naturalmente, una frase storica, elegante, degna del ruolo di Primo Sorvegliante (e prossimo Caput Magister) della Rispettabile Loggia Kilwinning n. 1485 all’Oriente di Cagliari: «Giova’, dopo questo inutile discorso presidenziale, possiamo ufficializzare la nostra opinione: Siamo nella merda fino al Colle!».

Hendrikus e Gabriele e altre 62 + 45 persone apprezzano, da fieri combattenti della pancia. Per loro la patria è malmessa e il Colle vi è impataccato anch’esso.




La compostezza propria del ruolo, la definitività della sentenza diffusa urbe et orbi. E tutti quelli dell’ “amicizia” e dei più… larghi-ranghi, colpiti ed impegnati anch’essi nel lavoro civico di rimediare alla crisi parlamentare, lì ad accogliere e raccogliere. A rinforzare la propria idea sul vigore ideale della dirigenza giustinianea a Cagliari e in Sardegna, nell’oggi conquistato e nel domani tutto scivolo, chissà però quanto ricordando del passato, delle sue fatiche e delle sue illusioni, e delle opere. E seppellendone per sempre i nomi, perché giudicati zavorra, zavorra, zavorra (secondo l’illuminata-illuminante nuova ennesima recentissima sentenza del 14 agosto 2021 a firma Libertà di Difesa, dotto fronte anti-boviano): zavorra Bussalai e Grassi, zavorra Fadda e Tuveri e Mancini, zavorra Carleo e Salvago, zavorra Chicco Ganga e i fratelli Cusino, Porcu e Zirone, Rodriguez e Spissu, Loi e Solinas, i Delitala e Mascia, Puddu e Ciusa, Cornaro e Giardina, Cherchi e «Corona il Gran Maestro (Ave!)», Piero Zedda con Lidia Congiu e Ghigo Galardi con Lia Rapezzi, Lecca ed Orrù e Ferrara, Atzeni e Ribichesu, Campus e Durzu, Virgilio Lai e Aldo Fossataro, Emilio Fadda ed Angioi, Ambrosio e quanti, quanti, quanti altri ancora, gli altri elencati «Napoleoni»: Alberto Silicani, Annibale Rovasio e Ovidio Addis… più cento, cinquecento altri ancora giustinianei, sì tutti uomini della zavorra. 

Il salterio di un Venerabile

Il dignitario, lui in prima persona nell’oggi e nel domani, ancora lì, fra la Colonna B e la Colonna J del Tempio simbolico e di faccia alla Bibbia, alla Torah (destinata a mani furtive) e al Corano, o nei Passi Perduti sempre lì con la compagnia di Bovio, afflitto per i destini della patria e dei singoli, a dettare i suoi giudizi ed a pregare per la sorte appunto di quello o di quello: «Padre Onnipotente e Supremo Governatore dell'Universo, illumina questi nostri lavori e dà, a questo Candidato per la Libera Muratoria, la grazia di consacrare la sua vita al Tuo servizio e possa egli diventare un Fratello giusto e leale fra noi…». 

E poi (con cambio d’umore e d’interesse): «Sono sempre stato un fervente sostenitore del fatto che la differenza tra te e una carriola di merda, la facesse la carriola. Sabato scorso, ho avuto un’ulteriore conferma! Eres un burro con pelaje blanco!» (pronunciamento anch’esso fra le Colonne B e J, ed in mano la spada, come da fotoriproduzione diffusa quale sigillo di autenticità)…  




Di nuovo, in ripristino: «Fortificalo donandogli un soffio della Tua Divina Saggezza, affinché egli possa, con l'aiuto dei segreti della nostra Arte Muratoria, essere in grado di scoprire meglio la bellezza della vera pietà, ad onore e gloria del Tuo Santo Nome…». 

Ma in replay: «Non è che ti manca il cervello. Quello è proporzionato a tutto il resto. E’ che ti mancano i femori! “Mens nana in corpore nano”!!!»… 

E ancor di più: «Continuo a chiedermi: ma… per essere all’altezza della situazione, quanto cazzo mi devo abbassare?».

«Quando il cane, salvato dall’oblio del canile municipale, ti volta le spalle e ti abbandona, l’ultima immagine che ti rimane di lui, è il suo culo che si allontana!».

«Carissimi amici vegani, … dimenticavo: è probabile che la mia cena abbia cagato sulla Vostra!! Con immutata stima».

«Ci sono donne che, nella vita, conoscono continuamente alti e bassi. Ma, è obbligatorio farseli tutti?».

«Et a seguito dello aver veduto et udito uno manipolo de giovani virgulti della italica patria, intonar canti inappropriati nello tener di “a ben riveder pulzella”, mentre aspiravan da fumanti trombe, sostanze che avean traversato lo globo terracqueo tra li sfinteri di quachedun mercante di la terra di Colombia… il tutto, nanti monumentali rocce poste at imperituro ricordo di coloro i quali donaron la propria vita medesima in cambio della calunnia et dello miserrimo dispregio, imponesi allo vergante, l’obbligo di perorar la causa dello Mastro Geppetto che, per evitar l’onta di siffatta prole, ebbe a risolver la singolar tenzone con la sega!!!». 

Parola ora di Venerabile ora di Secondo Sorvegliante in predicato di diventare Primo in predicato di diventare Venerabile custode della Tradizione millenaria della Libera Muratoria corporazione umanistica e religiosa. Kilwinning, quanto Umanesimo e quanta Religione nel tuo nome! 

Pronunciamenti ex cathedra che vanno presi come lezioni derivate da Minerva in persona e subito colti e fatti propri anche dall’ultimo degli Apprendisti datosi anche lui, per specializzazione, a misurare il «culone» della signora Merkel, già ritratta come un soldato del terzo Reich, e a darne conto al popolo di facebook. Tutti insieme appassionatamente, come formazione missionaria Kilwinning, a leggere il mondo, a confortarlo o ad ammonirlo, con lezioni sempre integrative: «Tre cose fanno diminuire le feci, aumentano la statura e portano luce agli occhi: il pane fatto di farina setacciata, la carne grassa e il vino vecchio».

Contributo di una loggia alla soluzione della crisi politica

Memore, chissà in qual modo, del fatto che, con Cavour, la Massoneria italiana sia nata politica, in quei mesi stessi della seconda guerra d’indipendenza, eccolo motivare, il Caput Kilwinning in carica o in arrivo, con la frase storica, il suo autoscatto principale: «Giova’, dopo questo inutile discorso presidenziale, possiamo ufficializzare la nostra opinione: Siamo nella merda fino al Colle!».

Non me ne capacito. Tanto sforzo in una giornata, anzi in una fascia oraria che, dopo il telegiornale serale, il dignitario della Kilwinning avrebbe potuto impegnare scegliendo, con libertà assoluta, “Don Matteo” a RaiUno, Ficarra e Picone (“Il 7 e l’8”) a Canale 5, i Beatles addirittura (documentario) a Rete 4, perfino una partita di playoff di Europa League (Torino-Wolverhampton) a TV 8… No, lui, il Primo Sorvegliante e vocato Venerabile della Kilwinning doveva e voleva proporsi lui sullo schermo, anticipando le riflessioni d’accompagnamento della prossima, imminente anzi, installazione sull’alto seggio. Ancora: «Giova’, dopo questo inutile discorso presidenziale, possiamo ufficializzare la nostra opinione: Siamo nella merda fino al Colle!».

Al Quirinale il presidente Sergio Mattarella aveva constatato i termini crudi della crisi di governo aperta fra Cinque Stelle e Lega, dopo le meditate esternazioni del segretario ex padano già in servizio al dio Po ed ora in riflusso sovranista con accompagno nuragico: «C'è stata una rottura polemica tra i due partiti che componevano la vecchia maggioranza. La crisi va risolta in tempi brevi, all'insegna di decisioni chiare». Il Primo Sorvegliante e vocato Venerabile della Kilwinning aveva sbottato come sappiamo: «Giova’, dopo questo inutile discorso presidenziale, possiamo ufficializzare la nostra opinione: Siamo nella merda fino al Colle!». E complimenti al presidente Mattarella. 

Il Gran Maestro, presente alla scena (come a tante altre) per il tramite del suo ritratto, meditava silenzioso. Avrebbe mantenuto il riserbo per due anni ancora, dribblando nel frattempo le domande di un cronista e impastoiandolo con le denominazioni a salire ed a scendere fra Collegio e Consiglio o Consiglio e Collegio. E negando d’aver ricevuto una informativa regionale – non anonima ma firmata – invece a lui inviata anche dal sottoscritto (il 20 agosto 2020) e anche dal presidente della Associazione Cesare Pintus (il 20 luglio 2020) e da altri ancora, come documentato.

D’altra parte… l’insufficienza elaborativa ed operativa del presidente Mattarella era conosciuta all’universo mondo. Uno statista del livello dell’attuale ministro degli Esteri lo aveva perfino accusato di tradimento della costituzione e voleva mandarlo sotto giudizio e forse anche alla fucilazione. Da quest’altra parte, il Caput della Kilwinning, teorico del «venticinqueaprilestopardecojoni», non era da meno quando teorizzava che il presidente dovesse rideclinare il proprio cognome al maschile, a mo’ di quelli della famosa marcia e anche delle ferali aggressioni, nel fatidico 1925, ai massoni Giovanni Bocciolini e Giovanni Amendola. Avvertiva infatti per l’universale cogitazione, implicitamente sperando in un recupero: «E’ d’obbligo, mestamente chinare il capo verso coloro i quali, seppur privi di capacità alcuna, meschinamente tentano di eccellere! Sono quelli che, in pratica: mangiano l’uovo dal culo della gallina. Con tutto ciò che questo comporta!».




Fertile come formica legionaria africana, ancora finemente suggeriva, stavolta al presidente di Montecitorio, da convertire anch’egli il proprio cognome in «Fica» e proponeva ad un indistinto mercato di barattare la bara di Hiram l’architetto del Tempio di Salomone con una canna da pesca: ancora incombeva, in alto, il ritratto del Gran Maestro Bisi e l’autorevolezza del messaggio era anche lì. Egli era autorizzato dal lungo silenzio del Magister Maximus.

Comunque, erano sempre pensieri alti, quelli del dignitario e della sua corte, e puntuali le sue sentenze. Tutti approvavano, e si andava come per cerchi concentrici: i più prossimi incitavano ai supplementari, erano il popolo di Barabba. Ponzio Pilato si coordinava con Caifa, che l’oracolo l’aveva pronunciato alto e chiaro il 18 luglio 2020, un sabato di sole, e formalizzava. Gli altri tacevano in coro. Due o tre, o forse quattro, dei mille, si ribellavano ma senza strumenti. 

Una tragedia, pareva di vedere i personaggi di Eschilo – dell’Eschilo “riduttivo” raccontato da Aristotele – portati in replica in piazza Indipendenza, e ancora in replica e ancora e ancora, fino a morirne. 

Vicende di palazzo Sanjust, queste del delitto, del pluridelitto gaudioso: vicende che erano ignote anche a me, per il resto invece solitamente bene informato. Il 30 giugno dello scorso anno, … galeotto un caffè a fine pranzo con un Fratello gran lavoratore e confidente sempre, senza neppure una intenzione altro che genericamente notiziaria, la gran scoperta. E la disperazione, la mia disperazione. Come poteva esser accaduto quel che mi si mostrava dal telefonino, flash dopo flash? All’inizio seppi soltanto di Bovio, poi anche di Hiram e dei presidenti Mattarella, Napolitano e Fico, e dello sconquasso sessista e parafascista, sgradevole in ogni immagine di chiaro e d’ombra, sgradevole in ogni riga, anche nelle virgole dei fumetti. Quelle della prima volta erano soltanto cinque istantanee (appunto con fumetto illustrativo o dillo didascalico) delle circa 190 che via via avrei raccolto successivamente…

Daccapo

Mi sono ritrovato a scrivere questo articolo, giusto sotto il titolo già fissato per la trilogia - Caso Bovio e memorie d’intorno. Intanto sale una denuncia mesta e gridata: a Cagliari una loggia è sozza all'inverosimile ed ancora coperta dall’impudenza dei Vertici. L’insulto a Mattarella – quasi per automatismi. Perché l’avevo già cominciato l’articolo, giorni fa, e, lasciatolo lì, me l’ero dimenticato. Me lo sono ritrovato adesso. E mi decido però di non cancellarlo, piuttosto lo aggiungo, e pazienza se ci sarà qualche ripetizione. Dunque… ecco il primo testo…

Sullo sfondo, e ancora in primo piano, rimane il delitto multiplo perpetrato da un gruppo, non saprei quanto esteso ma riterrei esteso assai, certificatosi (dal 2015) Kilwinning, con riferimento alla loggia medievale scozzese “madre delle madri”, ricca di storia, carisma e prestigio. Si tratta delle ripetute offese recate con gratuità assolutamente imbecille al capo dello Stato (nientemeno!), al presidente emerito, al presidente della Camera dei deputati, ma anche alla storia morale e culturale della stessa Libera Muratoria (paradossale!) e alla sua pratica rituale (paradosso nel paradosso!). Incredibile che questo sia avvenuto nei ranghi del Grande Oriente d’Italia, che costituisce nel quadro della storia nazionale ed agli occhi dei corpi massonici dei cinque continenti la Comunione di maggiore reputazione del variegato arcipelago latomistico nazionale. Non perciò in una delle tante denominazioni che s’affacciano nel florilegio di questa nostra complessa e combattuta contemporaneità, ma nel tronco storico, plurisecolare, della Tradizione umanistica e civile che, innervata dalla socialità sempre ineunte, riflette vita ed energia, non un ingessato museo. 




Ora però che siamo al 430° (o press’a poco) giorno di sviluppo della polemica sul delitto multiplo e… multitemporale, ché è un lungo calendario ad essere stato impestato da uomini piccoli, qualche riflessione generale, serena sempre pur nella afflizione dei sentimenti più intimi, merita formularla e condividerla. 

Riflessione “trasparenza”, riflessione “orgoglio in solitudine”

La prima è la seguente. Denunce, difese o autodifese, proposte di ricomposizione e dibattito, tutto si è svolto sulle pagine virtuali di un giornale – la piattaforma informatica Giornalia.com – e dunque all’aperto, in piena trasparenza. La cosa va analizzata. Sono state infatti innumerevoli le volte che da parte della stampa, della politica, ma anche da parte dell’uomo della strada, dell’ufficio o del bar si è chiesto ai massoni «ma voi che cosa fate, di cosa discutete, nel vostro chiuso inaccessibile?».

Invero se innumerevoli sono state quelle domande, innumerevoli (e puntuali) sono state anche le risposte, che però un resistente pregiudizio ha confinato in una specie di ostinato e irragionevole “non cale” o in una irricevibilità che si spiega soltanto con il dogmatismo di chi domanda e non vuole ascoltare, non di chi risponde e magari argomenta perfino nel dettaglio: questo è per dire – a scorrere qualche verbale remoto e qualcuno di tempi vicini – di Tavole tematiche e discussioni… al solito prismatiche, mai oppositive, su Bertold Brecht, o su Salvatore Cambosu (il Cambosu di “Un certo processo”, 42 righe in Miele amaro), o su una famiglia tutta intera da allevare con l’ospitalità nelle case di questo e quello (e le ripetizioni ai bambini scolari) nonché con le calde risorse del Tronco della Vedova – 14milioni di lire, metti quarant’anni fa, in cinquanta tornate, in una loggia di 20 elementi –, o su un gemellaggio da promuovere, o su una figura da celebrare esplorandola nel chiaroscuro della nostra umanità e nella signoria della fatica civile e professionale, o sulla storia magna da sezionare onde scorgerne i contributi anche minimi, ignoti e forse più generosi dei tanti quidam… E ancora dire e confidare – perché no? – di una esperienza personale, di una vicenda di malattia, di un rapporto familiare interrotto… perché poi nel mondo siamo tutti l’uno lo specchio dell’altro, e il tuo vissuto è almeno in parte il mio stesso, ed il mio si riflette nel tuo ...  

In un mio recente articolo, proprio a proposito del “caso Bovio” e ricordando anche lontani scritti personali, ho richiamato anche due specifici interventi circa la “trasparenza” che il sistema dei partiti chiedeva alla Massoneria di assicurare, quando era proprio la politica a mostrare opacità in ogni dove, a partire dai bilanci istituzionali (metti al Consiglio regionale, conniventi destra e sinistra e centro). E ne davo dimostrazione.

Dunque io credo sia stata, alla fin fine, positiva questa triste galoppata sui difetti degli uomini che, nella Comunione massonica, sarebbero chiamati a fare il bene, e bene il bene, e sono invece incappati nella tentazione, scivolandoci dentro, di fare il male, e male il male. Il che, peraltro, non significa che non vi possa essere rimedio. Rimedio poggiato su robuste gambe di franchezza autocritica, di motivata e argomentata autocritica che tutti coinvolga, registi nascosti e burattinai senza mestiere, confessori dalla facile assoluzione, ladri di Torah, sporcaccioni di Labari, vocianti antistituzionali ed antirepubblicani, imbecilli canzonatori della Tradizione, Torquemada del 18 luglio 2020, plaudenti barabbiani della piazza, Caifa e Ponzio Pilato, e anche Nicodemo l’amico segreto (perché fariseo e sinedrita) del Signore. Tutti, e anche io.

Dunque la trasparenza e con la trasparenza la civiltà del dialogo, e la correttezza dei rapporti di faccia e di spalle, e la cordialità riscoperta nella sua radice etimologica ed assunta come modello di mutuo personale riconoscimento.

La seconda riflessione – la farò breve – è personale. Mai mi sono sognato di diminuire la credibilità della Libera Muratoria, al contrario! Non mi difendo da questa accusa del sen fuggita (sfuggita a qualche sbadato). E ricorderei che non soltanto nell’autunno 1986, dopo un’improvvida battuta del sindaco di Cagliari circa presunte e improprie influenze massoniche sulle cose del Municipio, o nell’altro autunno 1993, dopo la ostensione dei piedilista da parte della stampa regionale, io ho detto in pubblico e scritto quel che sentivo in cuore a pro della Fratellanza del Grande Oriente d’Italia: ma ancora il 26 giugno 2018, nell’aula consiliare di palazzo Bacaredda, presenti il sindaco, la giunta comunale e i consiglieri tutti, oltreché almeno cento ospiti di varia provenienza, ho concluso la mia relazione biografica sulla figura di don Paolo De Magistris nel ventennale della morte – di De Magistris amico stimato, stimatissimo, ma pure combattuto – menzionando, non a caso ed apertis verbis, i miei tre grandi “amori civili”: il mazzinianesimo, il sardoazionismo, la Libera Muratoria. Testuale. Fu tre anni fa, nello stesso 2018 in cui mi venne chiesto di intrattenere il pubblico a palazzo Sanjust nell’occasione della “giornata dell’orgoglio massonico”, nello stesso 2018 delle visite cimiteriali a dar onore ai Fratelli involatisi all’Oriente Eterno, nello stesso 2018 della presentazione del primo dei tre miei roll up (“Umanitarismo…”) predisposto per la manifestazione di Monumenti Aperti. E basta sul punto. 

La terza riflessione, anch’essa sì personale ma che mi piacerebbe “condividere”, direi “universalizzare” per il tanto di… umano (o disumano?) che m’è toccato di vivere dal luglio dello scorso anno, ma che forse è entrato, per diverse circostanze, nel vissuto ordinario anche di altri e molti altri: diciamo l’esperienza dolorosa dell’isolamento da parte di numerosi fra quelli con cui avevo più frequenti contatti, i quali – avvicinati dall’establishment col proposito di soffocare da subito ogni polemica e lasciare il marcio alla sua sorte, ad infettare il tutto cioè, nella crescente deresponsabilizzazione collettiva – han preferito sacrificare l’amicizia povera ma sincera mia alla gratificazione di cartone, o chiamala pagana, dei gerarchi. Sicché vien poi da domandarsi: ma forse non è meglio soffrire per la perdita d’un rapporto ancorché importante, che alimentare questo rapporto se intimamente viziato?

Del santo laico del postRisorgimento italiano

Vengo a Bovio. 

Cercando evidentemente una impossibile scusante alle malsane manifestazioni narcisistiche del suo predecessore ripetutamente in gioco con un busto di gesso, il nuovo Maestro Venerabile della Kilwinning 1485 sostenne – insediandosi nel suo prestigioso stallo diversi mesi fa – la modestia morale e massonica di Giovanni Bovio. Lo disse, lo argomentò non saprei se con liberi assiomi o con le derivazioni della sua proverbiale scienza, tanto che se ne lamentò qualcuno con lo stesso Gran Maestro Bisi. Lo affermo per conoscenza diretta avendo ricevuto a suo tempo – il 23 gennaio e l’8 febbraio di questo 2021 – comunicazione per conoscenza di un messaggio indirizzato da un comitato di Fratelli giustinianei cagliaritani (“bovioancoradiffamato” l’account) al Magister Maximus oltreché a diverse altre istanze del GOI ed alle quattro logge intitolate a Giovanni Bovio in Toscana, Campania, Calabria (e in coda anche alla tempestosa sardissima Kilwinning).

Estrapolo un passaggio di quelle mail (ripeto, di sette-otto mesi fa): 

Stavolta il mezzo non è più facebook ma jitsi meet e la data è quella del 15.01.2021, quando il Maestro Venerabile eletto della solita Loggia da abbattere ed il solito, ed ormai famigerato, Primo Sorvegliante, con la scusa di una riflessione dal titolo “Brevi cenni storici sulla massoneria italiana in epoca risorgimentale” (DA CHE PULPITO!!!), trovano il modo - per l’ennesima volta - di villaneggiare oltre ogni decenza la figura di Giovanni Bovio, filosofo liberale, precursore del pensiero repubblicano, santo laico mazziniano ed ex Grande Oratore del Grande Oriente d’Italia, nonché 33° ed ultimo Grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato.

Dicono, gli undici dotti storici risorgimentali della Kilwinning riuniti a congrega in videochat (sic!), che il nostro povero Bovio, il cui Busto noialtri invece veneriamo tra gli arredi della Casa Massonica cagliaritana, era una specie di abietto ed infame. Nella speranza, in questo modo, di autogiustificarsi per le scellerataggini estive.

Che schifo! Che vomito!

Da quali fonti storiche abbiano attinto le loro cretinerie ci piacerebbe saperlo, ce lo spiegassero. Poiché inquinare i pozzi è facile, per questi infami senza vergogna, tanto starà poi a noi di bonificare per il bene di tutti! E con quanta immane fatica!

Il tutto, lo vogliamo ricordare, Stefano, continua ad avvenire nel tuo silenzio, di quello e di quell’altro... Un anno intero in cui non c'è stata una presa di posizione ufficiale e netta da parte del GOI verso chi ha insultato l'Ordine con il revanscismo nazi-fascista e le idiozie da scalmanati! Senza parlare degli scassi e delle ruberie avvenute nella Casa Massonica cagliaritana. Con la complicità e la copertura dei Vertici del Collegio. 

Questo dunque dalle mail del 23 gennaio e dell’8 febbraio 2021, quattro o cinque mesi dopo la fine della defatigante mia campagna estiva: erano state almeno 300 pagine per venti e passa articoli entrati nelle contabilità degli accessi di rete diciottomila volte. Risposta? Interessamento? Approfondimento? Missione ispettiva? Davanti ad una situazione per alcuni aspetti simile, in Napoli, Ernesto Nathan incaricò Giovanni Bovio di indagare, di fargli rapporto.




In L’Italia dei Liberi Muratori. Piccole biografie di massoni famosi, volume curato nel 2005 per i tipi di Erasmo Editore dall’indimenticato Vittorio Gnocchini, così viene biografato Giovanni Bovio:

BOVIO GIOVANNI - Filosofo del diritto

Nato a Trani (Bari) il 6 febbraio 1837, fu filosofo, valente giurista e uomo politico. Scrisse opere che vanno dalla Poesia alla Scienza, dai Drammi a Discorsi su Maestri del pensiero, dal Diritto alla Storia della Filosofia. Insegnò per lunghi anni nell'Università di Napoli. Fu eletto deputato nel collegio di Minervino Murge (Bari) dal 1876 al 1900 ed alla Camera appartenne al gruppo della sinistra, allora costituito dalla triade Giovanni Bovio, Felice Cavallotti e Matteo Renato Imbriani. Si spense il 15 aprile 1903.

Iniziato Massone nel 1863 nella Loggia "Caprera" di Trani, della quale il 17 giugno 1865 fu eletto Oratore, nel maggio 1882 fu nominato Membro del Grande Oriente d'Italia ed il 21 novembre 1888 fu regolarizzato presso la Loggia "Losanna" di Napoli. Nel 1887 presiedette la Costituente del Grande Oriente d'Italia. 

Il 17 febbraio 1889 fu eletto Grande Oratore, carica che tenne fino alla Costituente del 1894. Il 9 giugno 1889, in Campo dei Fiori a Roma, fu l'oratore ufficiale per l'inaugurazione del monumento a Giordano Bruno, opera voluta dalla massoneria romana ed eseguita da Ettore Ferrari, futuro Grande Maestro. 

Nel 1896 fu membro della tema per l'elezione del Grande Maestro. 

L' 8 giugno 1896 nell'interpellanza rivolta all'on. Di Rudinì, Presidente del Consiglio e Ministro dell'Interno, sui provvedimenti che intendeva prendere a carico delle società segrete (di fatto contro la Massoneria), tra l'altro disse: "La Massoneria è istituzione universale quanto l'Umanità ed antica quanto la memoria. Essa ha le sue primavere periodiche, perché da una parte custodisce le tradizioni ed i riti che la legano ai secoli, dall'altra si mette all'avanguardia di ogni pensiero e cammina con la giovinezza del mondo". 

Nel 1902, quale rappresentante straordinario del Grande Oriente pronunciò un'orazione per la Massoneria Napoletana, orazione che successivamente fu pubblicata.

Ancora con Bovio, quella volta a palazzo Sanjust

Certo verrebbe di insistere con i cosiddetti Maestri della Kilwinning sulle loro fonti… negazioniste dei meriti. Nel cartone delle loro fonti è la propria credibilità o, direi, incredibilità. Ritorna quella domanda amara: ma chi mai ha aperto per loro la Porta d’Occidente, e pronunciato i moniti dell’iniziazione e delle elevazioni successive? Non è problema da poco. Nel piedilista della remota Sigismondo Arquer erano diversi gli operai e gli artigiani – gli ebanisti sopra tutti – ed erano necessari a quella comunione di palazzo Fulgher perché essi portavano non l’accademia – che era il dono recato da altri – ma l’umiltà del loro lavoro, conoscevano l’importanza della parola e l’importanza del silenzio, il sentimento dell’ “insieme”, della collaborazione leale e virtuosa cioè. Esempi trascurati purtroppo.

Collocato dal 1970 nella stanza della Federazione Giovanile Repubblicana, dove lo trovai, il busto di Giovanni Bovio – perdendo la sua sede di via Sonnino il PRI – lo tenni io in casa per tre o quattro anni, forse più. Ospite dei miei libri. Nel 1982 lo consegnai alla casa massonica di via Zagabria, dove trovò collocazione nella sala dei Passi Perduti del secondo Tempio simbolico. Fu da quella postazione che Giovanni Bovio si godette, prima della più francescana delle convivialità, l’ascolto delle discussioni impegnate di questa o quella loggia e di questo o quel Capitolo, e alcuni lavori di gran fattura, come quelli – per fare un nome soltanto – di Fabio Maria Crivelli, nei passaggi ideali di Pascal e Voltaire, di Fede e Ragione…




Sotto il titolo “Giovanni Bovio e il suo tempo” e l’occhiello “Cagliari. Incontro nella casa massonica”, il numero 21-22 del 2008 (novembre) di Erasmo Notizie – bollettino informativo mensile del Grande Oriente d’Italia – riferiva quanto segue:

Serata all'insegna della cultura e del l'arte il 15 novembre a Cagliari nella sala conferenze della casa massonica per ricordare Giovanni Bovio e il suo rapporto con la Sardegna. Filosofo, parlamentare, Grande Oratore del Grande Oriente d'Italia alla fine dei XIX secolo, fu uno dei protagonisti dell'Ottocento italiano e come tale fu immortalato dagli artisti dell'epoca. Anche uno scultore cagliaritano, il fratello Pippo Boero, della scuola di Ettore Ferrari e allievo dell'Accademia di Belle Arti di Roma, Io celebrò con un busto in marmo bianco che i repubblicani e democratici di Cagliari (fra i quali numerosi massoni) pagarono con una pubblica sottoscrizione e collocarono nel giardino di fronte alla stazione ferroviaria della città per onorare il loro leader politico a due anni dalla morte. Di quell'erma originale purtroppo si è persa ogni notizia dai giorni della seconda guerra mondiale che per Cagliari significarono devastazioni tragiche e luttuose (furono colpiti i due terzi dell'abitato), ma del suo doppione in gesso pesante le tracce non scomparvero. Di proprietà della loggia cagliaritana "Sigismondo Arquer" dal 1905 fino al terribile novembre di 20 anni dopo, quando questurini fascisti saccheggiarono l'allora sede della Massoneria di Cagliari (si trovava nella sala dei Passi Perduti, come testimonia un inventario fortunosamente ritrovato), il busto fu recuperato nel 1970 da esponenti del Partito Repubblicano Italiano nei magazzini del Comune dove era stato "in sonno" per 45 anni. Poi fu custodito nel circolo di Quartu Sant'Elena intitolato a Carlo Cattaneo e presieduto da Franco Turco. Ma alla Massoneria sarda interessava recuperare il suo "gioiello" e il presidente del Collegio circoscrizionale della Sardegna e il presidente del Consiglio dei Venerabili di Cagliari chiesero di poter riavere l'opera per ricollocarla nella sede originaria. Turco ha accettato e il busto di Giovanni Bovio di Pippo Boero è finalmente andato a incrementare la "galleria storica" della sede massonica cagliaritana e dell'isola.

Il 15 novembre è stata perciò l'occasione per celebrare questo impensato recupero e la figura di un "gigante" del pensiero repubblicano del nostro Paese, secondo solo a Mazzini. Un suo profilo biografico, anche dal punto di vista massonico, è stato delineato da Gianfranco Murtas, autore del libro "Cagliari 1905" dove si parla anche di Bovio e del suo rapporto con la Sardegna, con l'iniziativa della loggia "Arquer" di celebrarlo con il finanziamento di un suo busto all'indomani della morte. Murtas ha ricordato che la sua figura sta vivendo una seconda giovinezza grazie al suo rilancio letterario come coprotagonista, con Efisio Marini (fratello cagliaritano dell'Ottocento noto come medico "pietrificatore dei cadaveri"), di una fortunata serie di romanzi "noir" dello scrittore Giorgio Todde, fra i più venduti in Italia e tradotti in varie lingue d'Europa. Ricostruendo il lungo e robusto sodalizio ideale fra Giovanni Bovio e la giovane e fragile democrazia sarda nel passaggio fra Ottocento e Novecento, lo studioso ha perciò dato largo spazio alla riscoperta narrativa del filosofo repubblicano proponendo alcuni passi del romanzo "E quale amor non cambia". Hanno partecipato alla serata, aperta anche ai non massoni, numerosi fratelli di logge cagliaritane.

Di Bovio infine, ma anche di Mattarella. E il depistaggio dialettico

Dodici anni dopo, e precisamente domenica 23 agosto 2020, il quotidiano L’Unione Sarda a firma di Andrea Manunza pubblicava, in una mezza pagina della cronaca cagliaritana, un articolo con ricco corredo fotografico e dal titolo “Il busto oltraggiato e la lite silenziosa nella massoneria”, con occhiello “La polemica. Inoltrata una denuncia in Procura. Il gran maestro del Grande Oriente d’Italia: ‘E’ stato tutto rimosso’” e sommario “Nel mirino caricature e post sarcastici sul filosofo Bovio e su due Capi di Stato”.

Ecco a seguire il testo di Manunza: 

Tra le stanze dell’antico palazzo Sanjust, all’angolo tra via Lamarmora e via Canelles a Castello, è in corso una battaglia silenziosa nella quale i contendenti al posto della corazza indossano il grembiule. Oggetto del diverbio è Giovanni Bovio, filosofo, deputato repubblicano e componente della massoneria nell’Ottocento il cui busto del 1905 è protagonista di fotomontaggi che hanno suscitato le proteste degli affiliati del locale Grande Oriente d’Italia. Non il solo problema, perché è stato segnalato alla Procura anche il presunto vilipendio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Denunce che, come segnalato all’Unione Sarda da un “sodalizio di maestri muratori”, il 18 luglio sono sfociate nella decisione di “bandire da ogni incarico di collaborazione” chi, su “giornalia.com”, ha rivelato quel che accade: Gianfranco Murtas, “più volte collaboratore ufficiale del Goi”.

Il busto e i fotomontaggi. L’edificio ospita dal 1989 il collegio circoscrizionale dei maestri venerabili della Sardegna. Qui, segnalano gli anonimi “maestri”, il volto di Bovio è stato “parruccato e motteggiato con frasi volgari e pseudo-fasciste da un’alta dignità locale, il presidente del collegio dei maestri venerabili di Cagliari”. Il risultato è visibile su giornalia.com: il busto fa da sfondo alla coppia (ex)reale britannica Harry e Meghan, indossa occhiali da sole, veste la maglia del Cagliari, trova posto sul Monte Rushmore (dove sono scolpiti i volti di quattro ex presidenti degli Usa), compare a fianco al dittatore cileno Pinochet. Ma vi sono anche le immagini di Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella accompagnate da un identico commento che si chiude con un sarcastico “mi tolgo il cappello quando rido”. Sottinteso: davanti a loro.

Le segnalazioni e le accuse. Murtas sulla vicenda ha scritto dieci articoli mentre i maestri muratori hanno denunciato la “diffusione delle vignette” sui social “e su una chat di appartenenti all’istituzione”. In un caso a loro dire “si faceva cenno anche ad azioni in cui si parlava di esplosivo con allusioni alla X flottiglia Mas” di epoca fascista. Fatti “gravi” e “segnalati con una comunicazione riservata al Gran maestro del Grande Oriente d’Italia”, Stefano Bisi. Ma “incredibilmente nessun provvedimento veniva preso” tranne l’allontanamento di Murtas, il quale ancora ieri parlava di “tristi mascherate” e “valori ideali e storici offesi da massoni di debole o confusa consapevolezza. Considero il Grande Oriente d’Italia patrimonio morale della nazione, per questo sono insorto a difenderne i simboli”. Scuse ricevute? “Nessuna”.

Il gran maestro. Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia, spiega però che il collegio dei maestri venerabili di Cagliari del quale si parla non esiste: “C’è il collegio circoscrizionale dei maestri venerabili della Sardegna” che comprende tutta l’Isola, “e c’è il consiglio dei maestri venerabili di Cagliari” che riguarda le logge locali. Dunque chi ha segnalato il problema avrebbe scarsa conoscenza del funzionamento del sistema. In ogni caso “escludo che il presidente” del consiglio locale “abbia pubblicato cose del genere. Io informato? Non sono mai arrivate lettere riservate e cestino quelle anonime ma quando sono venuto a conoscenza della vicenda ho chiesto e approfondito. Provvedimenti? Seguiamo regole che sono di rispetto assoluto e totale per personaggi come Giovanni Bovio e per i presidenti della Repubblica. Approfondiamo il problema e, se necessario, interveniamo. Per fortuna e capacità siamo ancora un’organizzazione seria. Non ho il diritto né il compito, e neanche è nelle mie corde, di fucilare le persone. Mi risulta tra l’altro che i post oltraggiosi siano stati rimossi, ed è già un provvedimento. Ricordo che tre anni fa ho ottenuto di cancellare dalla nostra costituzione la parola razza”.




Ho già detto di certi passaggi di questa intervista. Dirò di non conoscere il Gran Maestro personalmente, neppure ci si incrociò nella serata in cui, all’università di Sassari, fummo chiamati in diversi per gli onori alla memoria di Armando Corona a otto anni dalla sua dolorosa scomparsa. Anche per ragioni generazionali ho avuto e conservo affezione per uomini come Giordano Gamberini e Lino Salvini, né dimentico che da Ennio Battelli, allora ancora a Palazzo Giustiniani, e con i buoni uffici di Armando Corona primo presidente della Corte Centrale, potei ottenere, il 20 settembre 1980, una importantissima riparazione morale per la Sardegna. Sicché particolarmente sentita fu l’orazione funebre che mi venne chiesta per lui come anche, un anno e mezzo prima, per Salvini. Non contava, nella circostanza, censire le umane debolezze – materia per analisti storici. Evidente prossimità ebbi anche con l’entourage del Gran Maestro Gaito, egli galantuomo d’antico stampo, forse il più nathaniano della lunga serie novecentesca, e dignitario apicale dei simbolici italiani.

D’altra parte dalle biografie civili dei gran maestri sono sempre stato particolarmente attratto, tanto da dedicarmici anche e soprattutto nello studio dei profili di coloro che, avendo poi ricoperto i ruoli di vertice, ebbero una esperienza di vita in Sardegna. Mi riferisco a Leonardo Ricciardi – che aprì la serie dei Venerabilati della richiamata Sigismondo Arquer, nel 1890 – ed a Gustavo Canti – Venerabile alla fine di quel decennio (e indimenticato cofondatore della sezione della Dante) e poi Gran Segretario e anche Gran Maestro aggiunto. E ancora ad Alessandro Tedeschi, il Gran Maestro del tormentato esilio antifascista del GOI ed a Cagliari, a fine Ottocento, professore della facoltà di Medicina. E naturalmente a Guido Laj, il Gran Maestro della ricostruzione fra il 1945 ed il 1948, il Gran Maestro figlio di ufficiale medico cagliaritano (direttore del nostro Ospedale militare) e di madre Canessa anch’ella cagliaritana, e studente del Dettori e poi anche, diciassettenne-e-diciottenne collaboratore de L’Unione Sarda… Ma meriterebbe di essere inserito in elenco anche Ferdinando Ghersi, cagliaritano di Castello battezzato nella nostra cattedrale, primo Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese all’indomani del rilancio risorgimentale…  

Certamente la Sardegna e Cagliari non han potuto dare molto alla Comunione liberomuratoria nazionale, ma quel che hanno offerto è stato dignitoso. Quando potrà capitare, vorrei raccontarle le storie di Ricciardi e di Canti e Tedeschi, di Guido Laj e Ferdinando Ghersi… ne avrebbero contezza, con soddisfazione e legittimo orgoglio patrio, in molti. I testi sono già scritti.

Ed oggi? Nella già richiamata tornata di Collegio circoscrizionale del 18 luglio 2020 – dunque a più di due settimane dacché denunciai pubblicamente quanto però molti sapevano da tempo (e fra essi le maggiori dignità) – fui dichiarato “non grato” a palazzo Sanjust da chi alcuni mesi prima (settembre 2019), venuto a trovarmi a casa, mi aveva chiesto approfondimenti scritti, per un certo suo lavoro, su “Orgoglio e pregiudizio” ed anche il dono dei venti volumi che avevo scritto (sui cento e passa) sulla storia massonica isolana. Volumi prontamente trasmessi alla biblioteca di Villa il Vascello. Questi sono gli uomini. L’uomo di Kilwinning e i suoi compari senza testa– certamente non meritevole lui e non meritevoli gli altri di oltrepassare la Porta d’Occidente – alla fin fine non sono stati né sono il peggio.



Fonte: Gianfranco Murtas
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