Gianfranco Murtas

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Caso Bovio e dintorni, la confusione e le polemiche, le mortificazioni e gli azzardi

di Gianfranco Murtas


Ho ricevuto alle 15,13 di oggi sabato 14 agosto, nella mia casella di posta elettronica, la seguente lettera (stavolta non da Diritto di replica ma da Libertà di Difesa). La giro senz’altro e subito alla redazione del sito Giornalia, certo che vorrà ospitarla spererei al più presto, magari oggi stesso. Essa è documento per la storia, o la microstoria, della Massoneria sarda e cagliaritana dell’Anno del Signore 2021. Per la riflessione dei contemporanei, gli interni e gli esterni all’Ordine liberomuratorio, e naturalmente per le schede di composizione dei massonologi che fra cinquanta o cento anni vorranno lavorarci sopra.

Io non avrei nulla da commentare. Soltanto assicurare, sul piano personale, che non ho né la statura né tanto meno l’ambizione di alcun ruolo da “sommo sacerdozio” e che l’accusa di volgere gli occhi al grande invece che al piccolo (“Perché rivolgiamo lo sguardo in basso. A differenza sua”), se riferito alla faticosa quotidianità del vivere di noi tutti, è piuttosto ingenerosa e invero poco rispondente all’impegno e alla materiale esposizione. (Nel 1994 finii perfino davanti a un giudice, proprio rinviato a giudizio, perché avevo osato, con lettera privatissima, segnalare al Tribunale dei diritti del malato, al Difensore civico e all’assessore alla Sanità, lo scadimento delle condizioni di assistenza e cura dei malati – nessuno dei quali mio parente – di cui sentivo di dovermi occupare e mattina e sera e anche notte e alcuni dei quali, quando senza rifugio familiare, ebbi ospiti, e neppure per pochi giorni, nella mia casa).

I tanti nomi qui sotto lenzuolati con irriverenza (“Mah sì! Ancora! Ancora!”) appartengono tutti al mio mondo ideale e sentimentale, mi sento accolto – se mi si passa l’immagine metaforica – nella loro nobile catena, con molti di loro ho scambiato tanto, tanto, tanto e non è stato merce vile, mai.




Questa, Murtas, la nostra controreplica conclusiva alla sua replica.

Pur nella divergenza di opinioni ringraziamo dello spazio dedicato.

Egregio Murtas, è ora di andare al sodo, e cambia il suo interlocutore.

Veniamo alla risposta da lei fornita alla nostra replica.

Lei dichiara una sfilza di nomi: “i Bussalai e i Grassi, i nostri Bruno Fadda e Vincenzo Tuveri che vivono nel non tempo, gli Alberto Silicani e Nino Mancini, i Paolo Carleo e i fratelli Salvago, Chicco Ganga e i fratelli Cusino, Porcu e Zirone, Rodriguez e Spissu, Loi e Solinas, Delitala e Mascia, Lello Puddu e Giovanni Ciusa, Cornaro e Giardina, Cherchi e Corona il Gran Maestro, Piero Zedda con Lidia Congiu e Ghigo Galardi e Lia Rapezzi, Benvenuto Tore e Giulio Lecca, Orrù e Ferrara, Atzeni e Ribichesu, Antonino Campus e Roberto Durzu e Virgilio Lai, Aldo Fossataro ed Emilio Fadda, Angioy ed Ambrosio, e quanti, quanti altri ancora…” Mah sì! Ancora! Ancora!

Tutti Napoleoni, Murtas, ma non ci ha mai raccontato di quelli che, sotto i Napoleoni re ed imperatori, perirono con il loro sangue a Saint-Jean-d'Acra, a Preisch-Eylau, ad Aspern-Essling, a Maloyaroslavets e Krasnoye, a Lipsia e sulla Berezina, fino a Waterloo…

Perché la sua storia è così: eventi, date, grandi ideali, personaggi venerabili e venerati… si troverebbe bene in compagnia di Hegel, per la sua razionalità idealistica.

Il Dio di Murtas è la Storia (quella con la “S” maiuscola)! Storia come necessità assoluta, che si fa identità assoluta. Che sovrasta e calpesta, nel suo incedere inesorabile, il destino di tutti. Con un significato accessibile o allo sciamano o allo storico professionista.

Glissant ci avverte: «La tentazione del muro non è nuova. Ogni volta che una cultura o una civiltà non è riuscita a pensare l’altro, a pensarsi con l’altro, a pensare l’altro in sé, queste rigide difese si sono innalzate.»

Questo, egregio Murtas, avviene con la Massoneria che Lei vorrebbe proporci, che diventa una difesa che svilisce le determinazioni individuali. E quando lo sguardo volge troppo in alto, non v’è più spazio per le miserie, per le difficoltà d’ogni giorno, per le cadute, per le lacrime…

La nostra Massoneria è un'altra. La nostra storia è un’altra. Quella dei morti giovani di tifo petecchiale nelle trincee scavate dai potenti, analfabeti e sporchi. 

Quali le colpe commesse dal Fratello all’epoca Venerabile della sua Loggia? L’aver posto un occhiale da agente segreto sul muso di un busto. Dimenticavo: "busto in gesso pesante”, ormai è un mantra! Il mantra dei cialtroni.

Altre colpe? Aver infastidito alcuni politici con una vignetta.

No, dirà lei! Quelli erano i Papa Re. I Capi di Stato. Cioè quei Napoleoni della “Storia” vissuta come "ragione assoluta" che annichiliscono ogni respiro identitario. Quel "reale" che, per il solo fatto di esser ciò che è, non ammette intralci al proprio incedere, spesso sanguinoso. Non tollera la contraddizione ed il contraddittorio.

Ma ragioni Murtas, questo conservatorismo della Storia, che lei propugna, non è forse autoritario tanto quanto quell'altro del quale, a torto, ci accusate ingiustamente sostenitori?

Voi non volete un intralcio, mai! Non una parentesi, non un ghigno beffardo a segnare una distinzione, non l’Uomo. L’Uomo con la sua individualità! Con la sua umanità. Il piccolo che con la forza del piccolo è capace di resistere all’urto dei Bussalai e dei Grassi, dei Rodriguez e degli Spissu, dei Lecca e degli Orrù e dei Bovio, all'esempio soffocante dei Businco! 

E la contrapposizione non è il motteggio, del quale ci accusate senza aver capito, perché siamo d'accordo che il motteggio sarebbe insensato, ma è al contrario il tentativo umano di lasciare la propria impronta. Il proprio significato di esistenza. Questo, non altro, ha cercato di fare il Fratello in questione!

Un busto (in gesso pesante, mi raccomando!), polveroso e dimenticato, ha ripreso vita in un tourbillon di teatralità, di camuffamenti, di personaggi, ruoli, incredibili caricature, capaci di strapparlo alla solitudine di quella Storia che non interessa nessuno, perché non è di nessuno, facendone da pezzo d’arredo un compagno, un amico, quasi un confidente per nuove roccambolesche avventure! Così Giovanni Bovio è ritornato patrimonio di tutti.

Impertinenza, goliardia, sfrontatezza, sfacciataggine? Sì, forse, ma dove sta lo scandalo da intervento della Croce Rossa internazionale?

È un attacco, certo! Ma a quali valori? Scavi più nel profondo. Si accorgerà che, se di attacco si vuol parlare, esso lo è alla tentazione del muro, al desiderio di costruire difese invalicabili all'ingegno ed alla creatività del singolo.

Lei dice che il pescatore non si deve interessare che di pesci, ma di soli pesci si interessò colui che, sulle sponde del lago di Tiberiade, si fece al contrario pescatore d’anime? O doveva interessarsi solo di pesci e non di anime?

Il Fratello in questione, da buon amico di tutti, è stato, con le sue divertenti caricature, un redentore d'anime. Perché quelle immagini scherzose innalzavano il morale dell'ultimo apprendista come quello del Presidente del Collegio!

E lo dichiariamo senza remora o impaccio alcuno.

Vede Murtas, a differenza della sua la nostra Massoneria si interessa giustappunto delle anime viventi. E delle anime viventi vuole avere cura, anche nel moto di spirito. Oltrepassando i nomi, gli eventi ed i lignaggi da cimitero monumentale, ma fedele alla funzione complessiva.

E scendiamo nel concreto. Ha aperto il suo articolo di risposta alla nostra replica con l’immagine del Porto di Beirut in fiamme, un disastro immane dove morirono centinaia di persone per un'esplosione spaventosa. Poi, più in basso, una vignetta tratta da una chat privata di Loggia (come ha avuto la foto?), la quale, nel suo dissacrare l’evento luttuoso, tenta di far germogliare il seme dell’ironia come mezzo per fendere un evento, quello funesto, che anti-hegelianamente si disconosce quale necessariamente assoluto e quindi "razionale"!

Comportamento pienamente in linea con lo spirito del Massone, che da M.M. diviene fabbro ferraio forgiatore del mondo, ponendosi così al di là della tragedia assoluta ed inesausta dell’esistenza.

In questo stesso modo, cioè nel suo senso più elevato, va letta anche la vignetta in cui si vuole scambiare il sepolcro del nostro Hiram con una canna da pesca. Rifletta, Murtas, il luogo della morte scambiato con un simbolo capace di "pescare” dalla morte. Nel passaggio al Grado di M.M., cioè all'inizio del cammino di una vita nuova.

Certo, si dirà, un azzardo sostituire la canna da pesca alla presa sui tendini. Ma non è fatta la Massoneria di allegorie e simboli? E a cosa servono i Simboli se non ad esprimere un significato che sempre li oltrepassa? 

«Permuto per mancato utilizzo»: chiaro il messaggio del Maestro rinato alla nuova Luce! Che non ha certo più bisogno di un sepolcro ammuffito. Bensì di una canna, Murtas, per essere Egli stesso pescatore d'anime nella simbologia del Cristo risorto.

Ma lei e quegli altri avete voluto colpevolmente fraintendere. Decontestualizzando ed involgarendo messaggi molto profondi, riflettuti e studiati, dal ben altro spessore ricognitivo.

Lei poi cita qualche burla ai Fratelli. Come se non si potesse più dire che uno è basso, o alto, o magro, o grasso, o canuto! Vi riempite la bocca di libertà e poi vi piace l'omologazione...

“Diversamente alto”, “Diversamente magro”, “Diversamente dotato”, da oggi ci esprimeremo tutti così!

Naturalmente rivendichiamo di poter essere anche “Diversamente Bussalai”, “Diversamente Ganga”, “Diversamente Durzu”, "Diversamente Businco". O no? O tutti dobbiamo omologarci ad un unico senso etico-estetico per far piacere a Murtas?

Ma ancora: l'anno scorso un gruppo di fratelli ha voluto accanirsi contro un ottimo Maestro Venerabile per le ragioni più diverse, tutte però convergenti. In primis, la volontà di sottrarre alla presidenza del Consiglio di Cagliari un uomo di provata lealtà ed amicizia verso il Collegio della Circoscrizione; in secundis, lo spasimo di menti ottenebrate dall’irrefrenabile desiderio di ruoli in Loggia, ruoli per i quali non si era pronti (la sorveglianza della Colonna degli Apprendisti è un affare molto delicato, non certo adatto a tutti).

In Consiglio si voleva semplicemente tenere la barra a dritta. Fine, non c’è altro. Quali le terrificanti colpe imputate?

Mentre chi macchinava nell’ombra, una volta fatta cadere la testa del Fratello, avrebbe avuto mano libera! Ed eccoci, proprio ad un anno di distanza, a fare i conti con il secondo atto del golpe... La “Storia”, Murtas, quella con la “S” maiuscola, forse le sta svelando i contorni di una vicenda che lei si ostina, per suo orgoglio personale, a non voler vedere.

Ma scaviamo ancora: capitolo Tavola d’accusa al Fratello innocente, Tavola che viene sbandierata, ahinoi, come dotata di poteri totemici. Costruita ad arte e marchiata Heredom (non siamo certi dei minchioni!). Troppo elaborata, infatti, per venir immaginata opera del solo Fratello presentatore. Del quale segnaliamo l’assoluta avversione per la Loggia che lo aveva accolto poco tempo prima. Fratello tra nuovi Fratelli. Come a voler parlare, egregio Murtas, di un corniciaio che si trova a disagio scoprendosi ad un convegno di falegnami, o di quel famoso pescatore spaesato riscoprendosi in pescheria. Non lo si capisce. Mah!

Forse questo “presentatore” si trova più avvezzo ad altri circoli, quelli della rosa+croce ad esempio. Ma allora perché non cambiare del tutto "mestiere"? Che forse fare lo scalpellino non è per lui.

Queste le nostre considerazioni e domande, Murtas, alle quali lei continuerà a non rispondere.

Chissà, un giorno forse ci vedrà mentre la salutiamo da lontano in cammino per l'unico vero Grande Oriente, quello eterno, rivendicando anche per noi quel posto nella Storia che lei ci vorrebbe negare, schiacciandoci con i Bussalai e con i Grassi, con i Fadda e con i Tuveri (che vivono nel non tempo). Zavorrati dagli Alberto Silicani e dai Nino Mancini, dai Paolo Carleo e dai fratelli Salvago, da Chicco Ganga e dai fratelli Cusino, dai Porcu e dai Zirone, dai Rodriguez e dagli Spissu, dai Loi e dai Solinas, dai Delitala e dai Mascia, dai Puddu e dai Ciusa, dai Cornaro e dai Giardina, dai Cherchi e da Corona il Gran Maestro (Ave!), dai Piero Zedda con Lidia Congiu e dai Ghigo Galardi con Lia Rapezzi, dai Giulio Lecca, dagli Orrù e dai Ferrara, dagli Atzeni e dai Ribichesu, da Antonino Campus e da Roberto Durzu, da Virgilio Lai e da Aldo Fossataro, da Emilio Fadda e da Angioy, da Ambrosio e da quanti, quanti, quanti altri ancora…

Una formidabile truppa, della quale lei è l’indiscusso Sommo Sacerdote.


Fonte: Gianfranco Murtas
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Alex Optimus

15 Ago 2021

Il commento precedente pone l'epitaffio ad una controreplica che non si capisce se più funambolica o artificiosa. Tuttavia gli studi fatti mi impongono una chiosa. Chi scrive probabilmente ricorda il titolo di un capitolo introduttivo su Hegel letto frettolosamente al liceo. Infatti si costruisce replica sul pregiudizio che la realtà, per Hegel, sia il prodotto di un'idea astratta - diciamo la Storia che sovrasta l'azione del singolo interprete - quando invece è tutto il contrario. La critica mossa ad Hegel, quella sottesa a giustificazione di tutto l'impianto concettuale del testo, è quindi grossolana e pasticciata. Hegel infatti, lungi dall'immaginare "muri" di alcun tipo, afferma che solo ciò che è razionale è (veramente) reale e solo ciò che è (effettualmente) reale è (al contempo) razionale. Questo non significa giustificazionismo dell’esistente e, in particolare, della Storia assoluta ed identitaria. Perché la realtà (effettuale) non può essere confusa, se non da chi è ignorante degli stessi capisaldi del sistema hegeliano o è semplicemente in cattiva fede, come ciò che è meramente esistente ed accidentale. Tornando al testo, esattamente il disastro al porto di Beirut. La realtà – nel senso forte del termine sottolineato da Hegel, che nella traduzione dal tedesco diventa proprio "realtà effettuale" – è in quanto tale necessaria, dal momento che rappresenta la realizzazione di un concetto razionale. Ossia il suo farsi storia: in termini hegeliani farsi "Idea". Idea non assimilabile a ciò che toglie libertà al singolo, ma viceversa come capacità di divenire realtà effettuale attraverso l'azione del singolo! In grado di progredire nell'azione di una comunità e divenire l'agire di una comunità capace di farsi popolo. Il mero essere, che il realista ingenuo o il materialista (e mi sembra che ci sia tanto materialismo nella replica a Murtas) scambia con il reale nella sua effettualità, è al contrario per Hegel qualcosa di inessenziale, di accidentale e, dunque, non necessario né razionale (il disastro di Beirut). Cade in questo modo il tentativo di voler spacciare come vignetta "anti-hegeliana" quella che si inquadra meglio come una stucchevole stupidata, indegna di un massone (Minnie e i cuoricini montati su una disgrazia), per di più con tanto di risposta idiota al seguito di arcobaleni. In altri termini, al contrario dell'infantile pretesa che la realtà si confaccia ai nostri motivi soggettivistici (proprio quegli oltraggi alla figura di Bovio invece difesi), occorre per Hegel comprendere filosoficamente e scientificamente il reale, come necessario prodotto di un altrettanto necessario processo storico, se si vuole realmente intervenire su di esso per ulteriormente razionalizzarlo. Ed in tutto questo sta proprio l'ideale massonico che mira al bene ed al progresso dell'umanità. Bene e progresso dell'umanità che di sicuro non è immaginabile perseguire con ignoranza, rozzezza e "canne da pesca" dalla presa sfuggente.

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Nereo dei Finzi Contini

15 Ago 2021

A Tubinga, per conseguire la Laurea Magistrale in Filosofia, dal 07 maggio 2012 è fondamentale non solo la perfetta conoscenza del saggio monumentale "Fenomenologia dello Spirito" di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, ma anche del dispaccio numero 20 del "Cavaliere Nero", consultabile on-line. Firmato: "i minchioni".

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Alex Optimus

14 Ago 2021

Arrampicarsi sugli specchi è un’espressione figurata comunemente utilizzata in vari contesti con varie sfumature di significato: “tentare un’azione difficilissima, se non addirittura impossibile”; “sostenere delle ragioni senza alcun fondamento”; “utilizzare argomenti artificiosi per cercare di avere ragione”; “argomentare sottilmente per giustificarsi di qualcosa (senza però riuscirci)”; “perorare una causa persa”; “difendere l’indifendibile”. Con tale espressione, molte volte, si indica anche la situazione di colui che sta cercando con ogni mezzo dialettico di uscire da una situazione imbarazzante o spiacevole e chi lo ascolta ne ha notato il goffo tentativo. Il perché si ricorra a tale espressione per riferirsi a situazioni in vari sensi difficoltose o imbarazzanti è alquanto intuitivo, dal momento che arrampicarsi sugli specchi è un’impresa pressoché impossibile. Hegel, intanto, sorride.

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