Gianfranco Murtas

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Caso Bovio e memorie d’intorno. Intanto sale una denuncia mesta e gridata: a Cagliari una loggia è sozza all'inverosimile ed ancora coperta dall’impudenza dei Vertici. L’insulto a Mattarella

di Gianfranco Murtas


Lo raccontavo: il 2° Diacono della loggia Hiram era stato mandato dal presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della Sardegna a rappresentare la circoscrizione in una riunione “nazionale” convocata in via della Dogana Vecchia, a Roma, per concordare il rilancio della benemerita Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo. Era l’autunno del 1975. (La sezione cittadina, invero, qualcosa aveva fatto intorno al 1970, a sostegno della legislazione divorzista che il Parlamento allora stava discutendo e infine approvò… con riserva di referendum. Allora si erano impegnate le Sorelle dell’Ordine della Stella d’Oriente capeggiate dalla professoressa Antico-Loi, che nello stesso periodo avevano iniziato la loro attività capitolare con sviluppi vari e interessanti giunti fino ad oggi).

Due anni e qualcosa dopo, lo stesso 2° Diacono, cresciuto sì d’esperienza e di qualcosa nelle gerarchie dell’Obbedienza ma interessato sempre e soprattutto a manutenere e custodire, prima di tutto, le piante ecumeniche dell’orto, fu impegnato dal nuovo presidente del Collegio circoscrizionale ad accompagnare il giornalista Giorgio Pisano, in forza a L’Unione Sarda (al tempo sotto la direzione di Gianni Filippini), in qualche approfondimento della storia latomistica regionale di cui poco o pochissimo si sapeva.

Era capitato che nel marzo 1978 L’Espresso fosse uscito con uno scoop: l’elenco degli oltre cinquecento Maestri Venerabili del Grande Oriente d’Italia, inclusi dunque gli (allora) undici sardi, cinque a Cagliari, sei negli Orienti foranei. Quel presidente, che era anche Venerabile, in proiezione di triennio, della loggia capofila e, alla Regione, assessore agli Affari Generali e alla Riforma, davanti a quella novità, immaginando dubbi e perplessità nelle forze impegnate nel patto autonomistico che pur aveva, egli personalmente, progettato e tenuto a battesimo, si dimise dall’ufficio di giunta; immediata ebbe però la conferma della stima e della fiducia del presidente democristiano Soddu, del presidente dell’Assemblea il comunista Raggio, dei leader socialisti e degli altri partecipanti: socialdemocratici, liberali e repubblicani.

Tranquillizzato dalla bonaccia politica, egli s’occupò allora di gestire al meglio la situazione sul fronte… della libera opinione sociale e dell’informazione. L’Unione Sarda (con la testata sorella L’Informatore del lunedì diretta da Vittorino Fiori) volle infatti tornare in argomento e ancora con la penna immaginifica (brillantissima) di Giorgio Pisano scrisse di (inesistenti) riunioni segrete e capitali, di complesse strategie difensive in via di definizione, ecc. aggiungendo anche qualche flash – invero molto impreciso – su vicende remote e… vulgate della Libera Muratoria sarda e dei suoi maggiori esponenti storici. 

Invero molto si sarebbe potuto dire anche dei trascorsi che sia a livello redazionale che a livello amministrativo-manageriale avevano unito alla Massoneria, lungo i decenni, la maggiore testata giornalistica dell’Isola, ma la cosa forse non interessò. 

Si puntò, per ragioni anagrafiche, sulle testimonianze residuali, anche perché purtroppo la dittatura e la guerra avevano contribuito in misura decisiva alla dispersione e distruzione della documentazione storica o della parte largamente prevalente d’essa, non soltanto a Cagliari ma anche a Tempio Pausania – che era stata la sede del congresso bruniano del 1908 (quello cui partecipò anche Sebastiano Satta) nonché la scena di un’ampia militanza massonico/socialriformista – e ad Alghero e Sassari – la Sassari della Gio.Maria Angioy e della Efisio Tola, la Sassari di Gavino Soro Pirino e del mutualismo democratico – ed a La Maddalena tutta garibaldina, Oristano ed Iglesias ecc.

Per l’Italia erano cominciati i giorni bui del sequestro dell’on. Moro, dell’eccidio degli uomini della sua scorta, della scossa alle istituzioni, delle manovre e delle trame dei servizi segreti nazionali ed esteri e anche, si sarebbe detto, della famigerata P2 di Licio Gelli. Ma, pur intontiti dalla generale drammatizzazione, nel microscenario noi continuammo a fare il nostro.

Dopo quella spalla del 6 marzo, L’Informatore del lunedì tornò alla carica il 3 aprile, con il resoconto del colloquio del giornalista con Angela Graniero, l’anziana vedova di Alberto Silicani – massone (di fede politica turatiana e segretario della Camera del lavoro a soli vent’anni!) iniziato giustinianeo nel 1916, passato ai ferani successivamente, ricostruttore della Libera Muratoria in chiave unitaria nel 1944.




Io frequentavo Angela Silicani, ne ero in confidenza, così come in buoni rapporti ero con qualche Fratello e Sorella della Chiesa evangelico-battista cui l’anziana signora apparteneva e che anche Alberto Silicani aveva frequentato con animo di prossimità. (In anni relativamente recenti una squadra e un compasso sono stati aggiunti, sulla sua lapide cimiteriale, ai versetti del salmo 84, voluti proprio da Angela: “Beato chi abita la tua casa / e ti loda del continuo…”. Parole che la mia amica mi ripeteva ad ogni incontro – ed erano diversi nel corso dell’anno – chiudendo gli occhi e pronunciandole, ispirata, come davanti a Domineddio in persona!). Se ne sarebbe andata, questa dolce signora minuta ed essenziale e pacata, nell’aprile 1982 ed avrei avuto l’onore di reggere la sua bara nel tempio battista del viale Regina Margherita).

Quella volta accompagnai dunque Giorgio Pisano all’incontro propiziatogli, nel palazzo di via Ariosto (in quello stesso quartiere di San Benedetto dove si era ripreso a lavorare massonicamente, fra le macerie, nel 1944: giusto a casa Silicani, che allora era però al civico 7 della via Verdi).

Era marzo inoltrato – ho già ricordato il diluvio terroristico delle BR. Già da gennaio però avevo chiesto al Gran Maestro Salvini di orientarmi nel recupero delle fonti obbedienziali per poter lavorare ad una storia della Comunione giustinianea in Sardegna fra postrisorgimento ed età giolittiana. E con lettera del 3 febbraio egli mi indirizzò al suo predecessore, “il nostro maggiore storico della Massoneria, e sono convinto che egli farà quanto è in lui per aiutarti”. Ci ripenso, in questi giorni nei quali uomini di altra statura hanno giocato con la figura storica di Giovanni Bovio ed hanno osato insultare con inimmaginabile volgarità, fra i rumori consenzienti di certo popolo di Barabba ed il silenzio timoroso di molti nicodemici, insieme con la stessa ritualità massonica, addirittura le autorità apicali della Repubblica… Misuro il tempo: sono passati, da allora, più di 43 anni.





Mi scrisse Giordano Gamberini il 17 febbraio e ancora il 28 agosto dello stesso 1978, e un aggiornamento di relazione avemmo nel luglio 1985. Nel frattempo, tanto lui quanto – in Sardegna – studiosi del valore del professor Lorenzo Del Piano esitarono diversi lavori preziosi, tutti preziosi. Io andavo per fonti alternative (ad esempio per lo spoglio della stampa quotidiana e periodica sarda di settant’anni, passata e ripassata tre volte per tutte le circa cinquanta testate conservate nelle emeroteche pubbliche, alla ricerca di notizie, magne o minime, relative ad un migliaio di nominativi). Dovendo combinare molte cose diverse, andavo… al rallentatore.

L’approccio però fu indovinato: assai più di quello rapido sugli archivi, evidentemente imprescindibile, la stampa rendeva il contesto, collocava i “personaggi” nel loro ambiente fisico, sociale e professionale, nell’accademia e nell’esercito, nell’amministrazione e nell’associazionismo, nelle aziende e nella politica… In difetto, purtroppo, dei verbali delle tornate prefasciste – recuperai, integri, soltanto quelli del 1944-49 – la via maestra per ricostruire la storia dell’Ordine liberomuratorio in Sardegna dall’unità d’Italia al diktat di dittatura era quella di puntare alle biografie dei singoli per costruire poi le relazioni.  

L’Archivio storico generale della Massoneria sarda lo impiantai allora ed oggi è prezioso davvero perché sempre combina come nessun altro, mi sembra, l’attività obbedienziale a quella civile e sociale.




Pubblicai anche, già allora, qualcosa. Su Hiram, al tempo della granmaestranza Battelli, ancora su Hiram, al tempo della successiva granmaestranza Corona.

E nel 1986, quando una improvvida battuta del sindaco Paolo De Magistris – gran galantuomo che ho sempre stimato ed al quale anzi sono stato intensamente legato (presentò diversi miei libri in municipio e altrove, sempre con grande generosità, ed io gli dedicai addirittura un libro-intervista) – parve colpire gli uomini delle logge, presi posizione, scrivendone sulla pagina della cultura de L’Unione Sarda. (Altri quattro lunghi-lunghissimi articoli seguirono a quel primo che volle essere soltanto una sorridente pennellata ecumenica, e tutti poi riunii in un volume fuori commercio dal titolo Compasso belle époque).




Egualmente su La Nuova Sardegna: presi posizione contraria a una lettura che mi sembrò facilona e pregiudizialmente antimassonica da parte della segreteria cittadina del partito cui pure ero iscritto, quello repubblicano. 

Così nel 1993, ancora su La Nuova Sardegna, all’indomani della spregiudicata ostensione dei piedilista delle logge sarde che aveva visto tutti o quasi i partiti agitarsi come morsi dalla tarantola, il PDS come i popolari e il Patto Segni, i sardisti soprattutto, i più ignoranti di tutti, di sé e della propria storia soprattutto.

Dopo aver rilasciato, già a febbraio, una intervista a Fabio Testa pubblicata a pagina intera (“Perché i sardi diffidano del mistero: un’indagine dell’Ispes rivela che la Sardegna ha sospetti nei confronti della Massoneria”) e rinforzato certi argomenti con un articolo, il mese successivo, dal chiaro titolo “Trasparenza, la Regione offre un pessimo esempio”, nuovamente tornai sul tema appunto dopo la pubblicazione delle liste: “Trasparenza massonica: serve anche quella politica”, con sommario “Non basta far chiarezza sugli elenchi dei fratelli ma accertare i rapporti di potere e di interesse che all’ombra consociativa dei partiti dominano nel Palazzo”.

C’è chi, non conoscendomi, ha creduto che per il “caso Bovio” io abbia inteso danneggiare il buon nome della Libera Muratoria giustinianea (invece compromesso, oltre che dalla combriccola degli imbecilli riuniti in una stessa loggia con capi e sottocapi in girotondo, da un superiore dirigenza del tutto inadeguata al suo ruolo). Se lo avessi fatto, o anche soltanto avessi avuto quella intenzione, mi sarei di fatto qualificato come spudorato traditore anche dell’onesta fatica di mio padre minatore. Impossibile cento volte, un miliardo di volte. Ma certo è anche singolare la leggerezza con cui si possano rovesciare – come si dice – le carte in tavola, ricreare le vittime in carnefici ed i carnefici in vittime. Impossibile discutere con il fumo.

Ancora in quello stesso contesto temporale – mi riferisco al 1994 – su L’Unione Sarda pubblicai due altri articoli, questi di storia massonica regionale: “Dalle battaglie operaiste alla difesa dei diritti umani: i massoni nell’Isola tra cronaca e storia” e “Massoneria: mezzo secolo fa il ritorno dei fratelli”. 

Chi personalmente ha colpito le autorità della Repubblica e non soltanto la dignità della ritualità hiramitica, oppure ha partecipato al coro dei like – come ha fatto lo stesso presidente del Collegio circoscrizionale - allo sberleffo alla figura di Giovanni Bovio, può chiedere a me se vi sia lealtà nella mia denuncia? 




Quei tanti sputasentenze che non avevano ancora aperto gli occhi al mondo quando il giovanissimo 2° Diacono era già stato caricato di responsabilità e onorava in pubblico e in privato i suoi doveri di testimonianza civile, umanitaria, patriottica e democratica che ben potevano (e possono) riportarsi alle idealità alte del Grande Oriente d’Italia, dovrebbero riflettere su se stessi immergendosi, come in un bagno salvifico, nei versi della Lode del dubbio di Bertold Brecht ed accedere poi ai moniti di Pike e Kipling… 

La trasversalità costitutiva della Massoneria – pensavo e penso – è in sé un valore da preservare in assoluto, ma essa certamente non contraddice il bisogno della limpidezza dei suoi fondamentali etico-civili, in senso democratico, che sono richiamati dalla stessa norma costituzionale del GOI. C’è poi la storia, che ha legittimamente differenziato una Massoneria dall’altra, caratterizzando la nostra, ad esempio, per l’attenzione di necessità riservata al processo unitario nazionale e s’è combinata alle battaglie separatiste fra Stato e Chiesa, e perciò per la rigorosa laicità dell’ordinamento civile e istituzionale. Vicende e tensioni, direi problematiche, altrove assenti. 

Mantiene perciò una sua piena validità, per lo stesso Ordine massonico italiano inteso come protagonista corporativo della vita pubblica, il programma ideale, direi valoriale, enunciato un’infinità di volte dall’indimenticato presidente Ciampi, mazziniano come lo furono i Gran Maestri Mazzoni, Petroni, Lemmi, Nathan e Ferrari: risorgimento – resistenza – costituzione. La bandiera nazionale ed accanto ad essa quella europea, nei Templi simbolici, alludono ad un passato e ad un presente che volgono in perfetta coerenza verso il futuro, un futuro di pace e progresso condiviso nel continente e nel mondo. Giovanni Bovio con Lemmi, Nathan e Ferrari, Alberto Silicani con Rovasio e Ovidio Addis e quant’altri specchiati galantuomini richiamano – sul grande scenario e su quello più ridotto della regione – una appartenenza e insieme una vocazione. Come si fa ad involgarire con frasacce fascistoidi e insolenze imbecilli, come taluno ha ripetutamente fatto a palazzo Sanjust clandestinamente e poi spudoratamente in piazza, tanto patrimonio morale e storico? Una stonatura delittuosa che purtroppo coinvolge, per la parte di competenza, Ponzio Pilato.    


Al bene dell’Uomo

Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né d’onde viene né dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv. 3,8)

Presentando giusto dieci anni fa il libro del paolino Rosario F. Esposito Le buone opere dei laicisti, degli anticlericali e dei framassoni, l’ex G.M. di Palazzo Giustiniani, Giordano Gamberini scrisse che il nuovo rapporto fra cattolici e massoni percuote la pigrizia psicologica (degli intolleranti d'ogni sacrestia) e osa togliere dagli scaffali, per una verifica onesta e realistica, troppi vasi il cui contenuto si rivela secco e deteriorato.

Lo stesso Gamberini – scrivendo assieme a d. Vincenzo Miano SDB, segretario del Segretariato vaticano per i non-credenti ed al p. Giovanni Caprile S.J. della redazione di Civiltà Cattolica l'introduzione all'ultimo libro del medesimo d. Rosario Esposito La riconciliazione tra la Chiesa e la Massoneria – è parso di nuovo collegarsi a quel giudizio, ricordando, e non a caso, che Mena'hem Mendel rabbino di Kozk definiva il bigotto come colui che fa dell'essenziale della devozione una cosa accessoria e dell'accessoria l'essenziale.




Questione, credo, di cultura, ma soprattutto di temperamento, di sensibilità individuale. Potrebbe anche dirsi che di bigotti in Massoneria ce n'è, proporzionalmente, forse non meno che nella Chiesa (cattolica).

Perché tacere o negare che nelle nostre Logge talvolta circola un'immotivata saccenteria, una superbia intellettuale di nessuno spessore - intellettuale appunto -, un clericalismo intransigente e chiuso, che pure si traveste, a parole, di razionalismo, naturalmente "laico'', ecc.?

Da anni, man mano che la maturazione personale e le circostanze esterne me ne offrono l'occasione, porto in Loggia o nel colloquio privato con Fratelli l'argomento dei ''dialogo'' fra Chiesa e Massoneria. Sollevando questioni, ponendo problemi, mai trinciando giudizi secchi, sì, no.

Le reazioni in generale sono di fastidio. Chi pure ama proclamare, con eloquio non di rado privo di contenuti originali, l'autenticità della propria massonicità, intesa come impegno volto alla progressiva conoscenza della verità, lontano da ogni dogma, dimostra su questo terreno d'esser prigioniero di tabù inconfessati, palesa un incredibile conformismo, anzi immobilismo intellettuale. Non pochi Fratelli pare ignorino che la storia è un continuo superamento di se stessa, e considerano una fatica insopportabile rimettere in discussione quei punti ''fermi'' acquisiti come tali dieci o vent'anni fa. Della realtà d'oggi, dei movimenti culturali e d'opinione anche religiosa, delle istituzioni ecclesiastiche, ecc. essi non conoscono molto, s'illudono però di sapere tutto, per condannare o irridere a tutto… Nulla sanno del Concilio e del post-Concilio, della rivoluzione che nel mondo cattolico, anche nazionale, è intervenuta sul piano culturale e liturgico, su quello canonico e pastorale, ma soprattutto psicologico. Non sanno, per dirla con d. Esposito, che la Chiesa, da quasi due decenni, ''si è trasformata in un cantiere di lavoro dove scalpellini, scultori e artisti di tutte le specialità, architetti e cappellani si dedicano a un'attività improba e puntigliosa, nell'intento di edificare la nuova cattedrale del futuro".

"Che c'importa?" domandano in molti. Ma è forse ammissibile che l'uomo moderno, qualunque sia la tavola di valori che orienta la sua vita, ignori, peggio, voglia ignorare la realtà che tutt'intorno si modifica giorno dopo giorno? Nulla può essere estraneo all'uomo d'oggi. Così, rimuovendo secoli di oscurantismo, il grande papa Paolo VI ha scritto nell'enciclica Ecclesiam Suam: ''La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola... si fa messaggio.., si fa colloquio''. Parimenti, nulla deve essere estraneo all'occhio e all'intelligenza del massone.

Qui invece esplode la fiera degli equivoci, dei sospetti: si temono strumentalizzazioni, quasi che il solo portare l'argomento in discussione sottintenda la ''pretesa'' di attentare alla natura della Massoneria (che tutti ben sappiamo non essere un corpus di affermazioni dottrinali, ma un metodo di ricerca), e di convertire gli altri alle proprie idee. Che assurdità! per un cristiano non meno che per un massone, per un massone-cristiano non meno che per un massone-non-cristiano.

Non c'è, nel dialogo fra Chiesa e Massoneria - società assolutamente eterogenee fra di loro - dialogo che ormai in Italia si sviluppa elevato e franco, leale e fraterno, alcun sottinteso missionario. C'è invece una specie di identificazione tra la classica tolleranza massonica e la migliore carità cristiana. Il desiderio, dopo 230 e più anni di malintesi e di inimicizia, di conoscersi finalmente a fondo, senza mistificazioni e riserve mentali, di comprendere l’una le ragioni e le posizioni dell'altra.

''L'origine dei dialogo cattolico-massonico - spiega d. Esposto - è nelle biblioteche. Studiosi di storia e di filosofia, di sociologia e di politica, non hanno dovuto sudare a lungo per rendersi conto che le ostilità cattolico-massoniche erano ingiustificate''. Così, scrive ancora il paolino, a chi gli chiedesse dalla sponda liberomuratonia "chi ti manda in mezzo a noi?'', egli è pronto a rispondere: ''Mi mandano i libri, le informazioni circa i contorni effettivi delle questioni del passato e circa la maturazione comune nell'ambito umanistico e in quello evangelico''.

Già, i libri, la cultura. Onestamente non possiamo dire che nelle nostre Logge, nei nostri Orienti, in generale, l'impegno culturale, la ricerca storico-filosofica, originale ma non estemporanea e dilettantesca, siano molto sviluppati...

Il coraggio intellettuale di capire la nostra storia. Quella di ieri e quella di oggi. Il libro di d. Esposito La riconciliazione tra la Chiesa e la Massoneria è, come dice il sottotitolo, la cronaca fedele di "avvenimenti ed incontri'' fra esponenti dalle due rive, dal 1969 al '79, dicci anni, nove conversazioni ''riservate'' fra le due delegazioni (quella cattolica formata dall'Esposito, dal p. Caprile e da d. Miano, cui qualche volta si sono aggiunti vescovi ed esperti; quella del G.O., al suo massimo livello, guidata dai GG.MM. succedutisi nel corso degli anni, Gamberini e Salvini , con la partecipazione volta a volta dei FFr. Comba e Ascarelli, Del Bene, Sciubba, Benedetti, ecc.); una quindicina di pubblici dibattiti, di tavole rotonde, di convegni d'aggiornamento culturale, tutto un fiorire di tesi di laurea su tema massonico, anche nelle università cattoliche.

Certo la storia non è passata invano. Ha combinato i suoi disastri, ma l'intelligenza e la libertà spirituale dell'uomo moderno sanno ricondurre i fatti nel loro preciso contesto temporale e sociale. L'obiettivo primo degli incontri era soprattutto di attuare una "rimozione psicanalitica" del tabù massonico sì nel clero ma anche nell'intera società umana che è comune a cattolici e a liberomuratori; realizzare la pacificazione degli animi; distruggere l'"antimassonismo patologico" di cui parlava Alec Mellor, il magistrato francese cattolico osservante che dieci anni fa si affiliò alla Gran Loggia Nazionale di Francia, l'Obbedienza che in quel paese rappresenta la Massoneria regolare, solo dopo aver avuto dal card. Marty, da lui interpellato, il nulla osta, "se la tua retta coscienza ti garantisce''.

Tradizioni secolari, anzi millenarie, e patrimoni immensi di cultura e di spiritualità; una formidabile parentela perfino letterale dei rituali scozzesi, dell'Arco Reale e degli altri Riti con quelli cattolici; la scomunica e la nuova autorevole interpretazione restrittiva deI can. 2335 (col riconoscimento, fra l'altro, da parte della Curia romana, della competenza delle Conferenze Episcopali nazionali a giudicare l"'affidabilità" ecumenica dei possibili interlocutori massonici); la coesistenza pacifica e anzi la cordialità di rapporti fra la Chiesa e la Massoneria in tante parti della terra, dove cattolici e massoni, nel mondo sviluppato e in quello sottosviluppato, e non da oggi, lavorano gomito a gomito per il bene dell'Uomo; la possibilità per un cattolico di divenire, in Italia come in altre nazioni, membro di una Loggia: tutto questo e altro ancora c'è stato nel lungo dialogo ("scambio di opinioni e di informazioni", puntualizza Gamberini) fra le "colonne" di queste istituzioni "universali ed eterne". Delegazioni senz'altro potere che non fosse ricollegabile all'ambito etico o dell'"edificazione culturale''. Fatica disinteressata, perciò nobile.

Dibattiti "pubblici" per sfatare la leggenda del "segreto" massonico (certo non quello iniziatico), osserva d. Esposito; ma "pubblici" anche per coinvolgere nel dialogo, in Italia alla pari di altre nazioni, la gerarchia ecclesiastica, e poi gli organi di informazione, ed infine per manifestare anche all'estero che "non ci sono limiti alla buona volontà e alla speranza".

Leggere con chiarezza e spregiudicatezza i cd. "segni dei tempi", che chiedono insieme la valorizzazione delle diversità fra le varie correnti di pensiero, ma anche la concordia, la convergenza operativa fra i movimenti storici, ideali, religiosi, culturali, politici, che credono nell'Uomo, per il bene dell'Uomo.

Certo da noi tutto sembra più difficile. Chiesa e Massoneria, cattolici e liberomuratori, siamo tutti figli di una stessa storia ingrata. Quest'Italia è per larga parte incolta e populista, anzi plebea, clericale e sanfedista, intollerante e irrazionale. Ma questi caratteri entrano un po’ in tutti i gruppi sociali della nazione, nelle varie forze politiche, e la stessa Massoneria ne è colpita qualche volta non solo marginalmente: quando, ad es., prevale una certa mentalità piccolo-borghese che Croce definiva "da maestri elementari'' e qualcun altro, con amara ironia, ''da capistazione''.

Il gusto dell'autocritica. Ha ragione Giordano Gamberini quando, riepilogando con estrema chiarezza le conseguenze di 236 anni di contenzioso storico con la Chiesa, scrive che ''la Massoneria italiana ha dovuto, per effetto della scomunica, limitare il proprio reclutamento a coloro che già in precedenza avevano in qualche guisa respinto la religione cattolica. Questa limitazione ne ha rallentato il cammino verso l'universalità, l'ha esposta alla fatalità di adottare programmi a breve e a medio termine e di contrarre alleanze devianti".

Dall'altra parte è d. Esposito ad osservare che per secoli, ad ogni contestazione anticattolica, per la gerarchia "il solo cenno all'opera della Massoneria metteva tutti in pace: era il 3,14 di tutti i teoremi''. Il dialogo, l'eliminazione degli equivoci, oggi, ''restituisce la responsabilità a ogni ricercatore, senza rifugi comodi e tranquillizzanti". In omaggio alla verità dei fatti. Chi può dolersene?

Anni fa presentai in alcune Officine del mio Oriente la celebre ''lettera" di Albert Lantoine a papa Ratti, spiegando come, davanti all'imperversare del terrorismo ideologico e della criminale violenza dello stalinismo non meno che del nazifascismo, quel nostro Fratello d'oltrAlpe, nel 1937, chiedeva a Pio XI di cooperare per la riunione degli sforzi di "credenti e di massoni" nella resistenza contro il materialismo soverchiatore. "Non potrebbe esser vicino il tempo in cui, approfittando delle nostre discordie - dico delle discordie dei Pensiero e della Fede -- i mercanti del Tempio soffocheranno i nostri rancori con il bavaglio della tirannia?".

Non una vera e propria alleanza proponeva Lantoine a papa Ratti, ma quanto meno una tregua. Non chiedeva ad alcuno di rinunciare alle proprie tradizioni: ''Noi siamo gli esaltatori di una verità che muta, voi i propagandisti di una verità immutabile''.

Recensendo quel libro, ricordando che dieci anni dopo Lantoine era stato un altro libero muratore, Achille Pontevia, a parlare di ''integrazione vicendevole" fra Chiesa e Massoneria, accomunate "nell'identico ideale di affratellare gli uomini", e velocemente ripercorrendo le tappe dei colloqui, degli incontri che, già dagli anni '20, in Germania e in Austria, in Francia e negli USA, e infine anche in Italia, si sono avuti fra alti dignitari massonici e teologi e vescovi cattolici, volevo prima di tutto sondare il terreno, suscitare reazioni, pesare e misurare le argomentazioni-contro, ed avanzavo anch'io un'idea: che pure in sede locale, oggi, il dialogo, la reciproca comprensione, il "mutuo rispetto'', fra Chiesa e Massoneria, potesse tradursi - nel solco della migliore tradizione, anche nazionale, ma tradizione di minoranze anticipatrici (nella Chiesa e nella Massoneria) - in opere volte a contrastare, con saggezza e lungimiranza, quell'ateismo non ideologico, quel paganesimo reale che in questa società moderna, elevando altari alla droga, al malcostume e alla violenza, abbaglia settori non irrilevanti specie delle giovani generazioni.

Ecco, piegarsi "sui dolori ed i ritardi" dell'uomo reietto: collaborare, con purezza di cuore, negli sconfinati spazi del sociale, dall'assistenza all'educazione, mobilitando mezzi materiali (vien qui da pensare alla miseria dei nostri ''tronchi della Vedova'' ed agli autocompatimenti che la giustificano) e risorse umane, che pure potenzialmente sono abbondanti.

Ha detto, giusto un anno fa, p. Caprile, che è "poeta della carità" non minore di d. Esposito: "Chiesa e Massoneria: ambedue si propongono, con mezzi propri, non contrastanti ma complementari, di lavorare al bene dell'Uomo: la Massoneria potrà lodevolmente squadrare la pietra grezza e disporla così a ricevere dall'Artefice divino un colpo di maglietto: Parla! E la parola perduta che l'uomo ritroverà sarà quella della lode e della gloria del Grande Architetto... La gloria di Dio è l'uomo vivente!". A queste parole, anche i musi lunghi degli anticlericali cedono al sorriso dell'amicizia.

(da Hiram, n. 2 dell’aprile 1980)


Non è inconciliabile la Ragione con la Fede

Fabio Maria Crivelli l'ha vista come una vicenda pirandelliana. Epperò - senza smentire la distaccata interpretazione che al direttore de L'Unione Sarda è stata forse suggerita dal suo pur lontano passato di autore teatrale - quella vicenda che, con toni drammatici, si è sviluppata come su un palcoscenico nella stanza del Municipio, nelle scorse settimane, altre riflessioni potrebbe suscitare in chi, come noi, s'è radicato sul versante liberale del cattolicesimo italiano. E ancora, trattandosi di Massoneria, ritiene di poter scorgere, dietro le molte parole ''contro'', un retroscena plurisecolare di certezze ideologiche che una verifica onesta e attenta potrebbe smentire.




Quella vicenda cioè potrebbe indurre a pensare malinconicamente ai mostri fantastici e ai guasti reali prodotti dalla sedimentazione di equivoci che hanno per lungo tempo inquietato le coscienze dei singoli, turbato molte relazioni, frenato se non impedito il raggiungimento, in pace e concordia, di mete di progresso culturale e civile da parte di quell'unica società nella quale convivono elaborazioni ed esperienze di chi crede e di chi non crede, di chi s'accosta a talune fonti ideali e dottrinarie, teologiche o politiche, e di chi sceglie altrove gli alimenti intellettuali o di fede del suo essere.

Su uno scenario che ripete fedelmente le crociane categorie delle rigorose distinzioni, che perciò in qualche modo non ritiene necessario soffermarsi, prima di concludere, sulla congruità delle motivazioni teoriche di assenti conflitti ideali, si è mossa - ci sembra - la lettura dei fatti operata da Fabio Maria Crivelli che ha scorto nel monito del nostro Sindaco ''attenti alla Massoneria" un segnale severo indirizzato ai compagni di partito "per ricordare che al di là delle norme statutarie esiste un'incompatibilità ideologica tra la militanza cattolica e quella in un'istituzione che non è né anticlericale né atea ma basata sul credo della Ragione invece che su quello della Fede". 

Cos'è questo fronte del cattolicesimo-liberale, intransigentemente laico in politica, che alle direttive e ai veti delle ideologie, alle geometrie definite ex-ante, ha sostituito la tensione morale che nasce dall'intimo foro di coscienza - se non un luogo nel quale i valori di libertà di giudizio e dunque di espressione, di tolleranza e di rispetto di tutte le idee, di responsabilità personale nei cimenti e negli azzardi, hanno come diretti referente e scaturigine la Ragione che non contraddice alla Fede, per il semplice motivo che Ragione e Fede si pongono su livelli diversi?

Non può, crediamo, Fabio Maria Crivelli - laico volterriano e colto - sostenere quel che un Maritain, incompreso dal più della sua stessa Chiesa, respingeva come "contrario alla natura delle cose'', cioè l'assimilazione dei valori di Fede alla pura adesione politica e/o partitica. Presupposto teorico ''molto pericoloso'' (sono parole di Maritain), il cui largo corso in Italia è derivato dalle strette peculiarità della nostra storia nazionale, finendo addirittura per tradursi nell'assolutizzazione dottrinaria dell'unità politica dei cattolici e della ineluttabilità di taluni steccati.

No, la Ragione non s'esclude da un'accoglienza nelle case dei credenti. Trecento e passa anni dopo siamo ancora con Galileo. Sicché Ragione e Fede possono (e, vorrebbe dirsi, per chi possiede la Fede, debbono) coabitare per l'emancipazione piena, intellettuale e spirituale, della persona. Non sono l'una in alternativa all'altra, ma l'una può benissimo essere complementare all'altra. ..

Diverso è dire che, sotto il profilo della storia delle idee, la corrente razionalista s'è riconosciuta tradizionalmente in ambiti confliggenti con la Chiesa che ha teso costantemente a demonizzarne natura e addirittura, trascinata da logiche umanissime e contingenti, attuazioni operative per il bene dell'Uomo. ''Le cronache dei laicisti pullulano di Croci Rosse, Bianche, Turchine, tutte più o meno impegnate a lenire le piaghe dell'umanità, tenendosi però il più possibile alla larga dai focolai caritativi tradizionali: conventi, chiese, istituti... Eppure l'opinione pubblica cattolica contemporanea a tali persone ed a tali azioni non ebbe accenti che per condannarle e per deplorarle, e quando non poteva negare il fatto, ne calunniava le intenzioni", ha scritto in un suo fortunato libro il buon amico don Rosario F. Esposito.

I conflitti che hanno opposto la Chiesa al mondo moderno - dal Sillabo in qua - e l'hanno portata a condannare ripetutamente tutte le libertà e la stessa democrazia (e talune correntissime prese di posizione richiamano i vichiani corsi e ricorsi: in materia di libertà di stampa, per esempio), sono scaturiti da motivi politici e da interessi terreni.

E dunque: se la verifica "onesta e attenta" ad esempio, dopo che delle infinite realizzazioni pratiche nel segno nobile dell'umanitarismo, della stessa natura della Massoneria - per quello che è e non per quello che si vorrebbe fosse - portasse ad accertare che essa è società ''laica'', cioè non ideologica, cioè priva di un suo corpus dottrinale unitario e coerente, luogo neutro e pacifico ed esaltante d'incontro fra uomini di buona volontà, di tutte le fedi e di tutte le formazioni, senza ambizioni o tentazioni sincretistiche, come anche recita una meravigliosa poesia di Rudyard Kipling, in qual modo potrebbero confermarsi veti privi di ragione e di contenuto reale?

Verranno tempi in cui l'oscurantismo dei paurosi sarà cancellato. Era stato lo stesso Giammaria Mastai Ferretti - chiamasi Pio IX! - a cautelarsi nei rispetti dell'ottusità clericale della quale possono avvedersi le generazioni successive: ''Egli è sempre però vero che la Chiesa è composta di uomini, i quali spesso de humano pulvere sordescunt; e benché fra le sue caratteristiche abbia anche quella della santità [...] contiene nel suo seno anche moltissime membra non sante che l'affliggono''. 

E’ bene che il dibattito su questi temi si orienti e si mantenga su un alto livello di dignità. Benché - e questo sia detto per la verità dei fatti e la limpidezza delle posizioni –,non possa anche qui sottacersi il rincrescimento per i semplificatori, manichei e anche offensivi giudizi di chi, assumendo di dover "gridare la sua verità" - come ha ben scritto Crivelli - ha obiettivamente finito per intorbidare i rapporti politici e per viziare, contraddicendosi clamorosamente, la responsabilità propria dei ruoli amministrativi ed istituzionali, con il lancio di messaggi obliqui che, per non essere comprensibili dalla pubblica opinione, non meritano cittadinanza in democrazia. 

(da Hiram, n. 11-12 del novembre-dicembre 1986)


Novant’anni fa a Cagliari una polemica su 50 lire offerte in beneficenza

Settembre 1896. I massoni di Cagliari riuniti nella loggia intitolata a Sigismondo Arquer - un dottore in teologia nonché avvocato della vice-capitale che, dopo averle patite tutte nella sua terra, finì arrostito dai preti dell'inquisizione spagnola a Toledo nel 1571 – decidono unanimi dl onorare la ricorrenza patriottica del 20 settembre con una elargizione di cinquanta lire a favore del neonato Istituto dei ciechi.

Il cav. Francesco Nobilioni, presidente pro-tempore dell'Opera pia, accoglie di buon grado l'offerta pervenuta al suo ufficio e ringrazia pubblicamente, dalle colonne de L'Unione Sarda e da quelle del nuovo giornale clericale cittadino, La Sardegna Cattolica. E' così che scatta immediata la reazione stizzita di donna Maria Sanjust Amat, patronessa dell'Istituto, la quale considera inaccettabile che possa accogliersi il denaro di «Mammona» sia pure per soccorrere il bisogno...




Per qualche settimana La Sardegnetta - come il foglio comunemente si chiama - ospita un referendum “pro e contro” la Massoneria ed il gradimento possibile delle sue azioni filantropiche. Parroci, canonici, il vicario generale, nobiltà nera, tutti si mobilitano come un sol uomo per affermare un «no» risoluto. Addirittura da varie parti si sottoscrivono impegni per una somma dieci volte maggiore quelle poche 50 lire dei massoni, purché il cav. Nobilioni - che i clericali sentono un po' come uno dei loro perché cattolico, pur... del versante liberale - rimandi al mittente la busta non gradita. Ma senza esito. Nobilioni rifiuta: sarebbe un venir meno ai doveri istituzionali.

Il divorzio fra i crociati dell'antimassoneria (fra cui conte Enrico Sanjust di Teulada, direttore del giornale, che partecipa proprio in quelle settimane a un “summit” nero a Trento contro squadra e compasso, contro una cultura liberale odiata come emanazione dell’inferno) e il buon cav. Nobilioni si fa completo. Il Consiglio d'amministrazione dell'Istituto si svuota, tutti se ne vanno protestando contro lo spirito tollerante del presidente, che i clericali ribacchetteranno ancora sulle dita quando, da pro-sindaco della città, sottoscriverà con molti altri, in una ricorrenza anniversaria, un manifesto di esaltazione della breccia di Porta i Pia.

I massoni “rosacroce”, rimasti con discrezione completamente estranei alla baruffa, inviano un’altra offerta. Molti anni dopo qualcuno farà l’inventario delle cosiddette “opere pie” in città e fuori, sostenute dalla Massoneria senza proclami, e pure di quelle – dalla Croce Verde al Dormitorio pubblico – direttamente fondate e amministrate però con altri, secondo una linea che rigetta costantemente li esclusivismi.

Partecipavano attivamente anche i fratelli presenti in Municipio, ed erano numerosi ed onorati. Chi non ricorda il nome del repubblicano prof. Angelo Garau che condivideva col dottor Edmondo De Magistris la meravigliosa qualifica di «medico dei poveri»?

Una pagina che meriterà un giorno d'esser scritta. I fatti recentissimi e anzi correnti - sospesi fra scandalismo ed oscurantismo - ne hanno strappato oggi solo… un'anticipazione.

(da L’Unione Sarda, 25 ottobre 1986)


Perché deploro l’appoggio dei repubblicani alla “denuncia” del sindaco sui poteri occulti

Ho visto su La Nuova dei 2 corrente un breve articolo che riferisce sui lavori congressuali della Sezione PRI di Cagliari intitolata all'indimenticabile amico Bruno Josto Anedda.

Vi è anche riportata la notizia di un ordine del giorno da me presentato riguardo alla cosiddetta “questione morale”. Poiché l'estrema sintesi della cronaca non ha consentito di meglio precisare scopo e contenuti del documento, desidero chiarire che esso ha teso deplorare apertis verbis l'appoggio fornito dal segretario della sezione e dal consigliere e assessore repubblicano, gli amici Corrao e Marini, al sindaco De Magistris nel suo singolare modo di denunciare le presunte e - se vere - certamente inquietanti interferenze della Massoneria e di altri non meglio definiti “poteri occulti” sulla civica Amministrazione. Ho esplicitato nel testo dell'ordine del giorno e nell'intervento “a braccio” che non mi pareva (né mi pare) condivisibile che lo storico “partito delle istituzioni”, quello repubblicano cioè, accettasse che il nostro primo cittadino - persona che per le sue qualità umane, culturali e morali stimo assai, ma non così per il suo indirizzo politico - trattasse della grave questione in sede diversa da quella a cui lui, pubblico ufficiale, era tenuto a riferire prima che ad altre: il Consiglio comunale (e/o la Giunta).




La DC - per quel che ne so - non è ancora diventata, nella pur imperfetta nostra Repubblica, una pubblica istituzione, anche se in tante occasioni è sembrata ambire ad esserlo. Non meritava perciò - né lei né la stampa, buona seconda - alcuna precedenza su Consiglio e Giunta.

Ho anche deplorato che i maggiori esponenti del mio partito in sede locale non abbiano preteso, con la forza e la convinzione necessarie, che il sindaco chiarisse quali pratiche amministrative - concorsi, carriere, appalti, lottizzazioni, sanatorie, ecc. - sarebbero state in qualche modo veicolate alla loro positiva definizione da soggetti non legittimati perché portatori di interessi di parte invece che generali.

Aggiungo, e chiudo, che non meno veemente protesta ho elevato contro certo scadimento del costume politico del PRI regionale e locale - soprattutto in materia di “lottizzazione per tessera”, neppure temperate dall'accertato requisito della competenza specifica - che ha mostrato davvero di non dover imparare nulla da altri. Così purtroppo anche il PRI si stacca nei fatti dall'interesse generale, o promuovendo designazioni inopinate nelle amministrazioni degli enti pubblici o tollerando quelle, altrettanto inopinate, proposte-imposte dagli altri partiti, DC e PSI in testa.

Mi corre infine l'obbligo dl precisare che non ricopro più - come invece è detto nella cronaca de La Nuova - la carica di responsabile del settore Cultura della Direzione regionale repubblicana, essendomi da quell'ufficio dimesso circa due anni fa per ragioni che, in certa misura, si ricollegano a quanto sopra esposto.

(da La Nuova Sardegna, 6 febbraio 1987)


Fonte: Gianfranco Murtas
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Adon Hiram

27 Ago 2021

il profano spacciatore che a pochi giorni dalla sua iniziazione “rinuncia” all’ingresso, il poliziotto presentatore che si assonna sospinto da una buona dose di sonnifero prestatogli per l’occasione, tra l’imbarazzo e la vergogna per il vile atto compiuto, ed il fratello della questura di Cagliari che non si sa neppure se si sia reso conto di quello che aveva compiuto. Capitolo a parte il padre dello spacciatore, che non ha pensato minimamente a dimettersi, anzi ha preso l’abitudine di recarsi in Loggia con il grembiule di ispettore, vista la contestuale recente elezione al ruolo che delegittima con la sua stessa presenza nel corpo ispettivo. Lo stesso atteggiamento che ha caratterizzato l’assoluta mancanza di iniziativa di tutta la catena di comando regionale e nazionale. La storia si ripete nel “caso Bovio e dintorni”. Saprà ora questo M:.V:. , che fu allora un “cosiddetto ispettore” , trovare maggior senso di responsabilità ed adamantino coraggio di fronte al vilipendio al Capo di Stato compiuto dal suo predecessore? Si tratta di porgere le scuse di tutta la sua officina al Quirinale, a Montecitorio ed a Palazzo Giustiniani. Oltre che a Villa al Vascello. Nota: qualche male informato si permette di parlare di un fantomatico "attacco all’istituzione massonica". Tranquilliziamo che non si tratta di alcun attacco, bensì di "operazione speciale di smaltimento rifiuti". Quelli accumulati in decenni di nicodemismo.

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Adon Hiram

27 Ago 2021

Necessaria una piena assunzione di responsabilità da parte dell’officina emulation causa di tante disgrazie per l’oriente sardo, tramite superiore atto di coraggio del nuovo caput magistri. Purtroppo i precedenti non fanno ben sperare. Articolo tratto da “ Il Cavaliere Nero n° 20 - 7 maggio 6012 V:.L:. ” Titolo: Lo spacciatore di droga e il padre fellone. News da Cagliari, fra precipitosi assonnamenti e attese di dignitose ritirate. Svolgimento (sunto): Ricordate la vicenda cagliaritana del profano condannato per spaccio di droga, figlio di un cosiddetto "ispettore circoscrizionale"? Come volevasi dimostrare, la vicenda si è precipitosamente chiusa in un modo ormai diventato molto frequente nel Grande Oriente d’Italia, ovverosia quello che non vede pagare nessuno o vede colpito solo l’anello più debole della catena. Riassumiamo i fatti: il figlio di un cosiddetto "ispettore circoscrizionale" della Sardegna presenta domanda di ammissione all’officina presso la quale era approdato in precedenza l’augusto genitore. Nulla quaestio, quindi, per il profano, se non per il fatto che egli era stato condannato anni prima per spaccio di droga. Di tutto ciò però nessuna menzione nella domanda, anzi la dichiarazione mendace del contrario. Il figlio “smemorato” lo si può comprendere, meno il padre, che non riferiva il fatto al suo M:.V:. ! Anzi, richiesto di un chiarimento negava spudoratamente. A questo comportamento si affiancava quello di un fratello poliziotto in servizio alla questura di Cagliari, che avrebbe fatto carte false per garantire, qualcuno sostiene attraverso la falsificazione di atti, sulla adamantina reputazione dello spacciatore. La vicenda, subito denunciata da Il Cavaliere Nero a seguito di segnalazioni, provocava sconcerto ed un forte imbarazzo all’interno dell’officina coinvolta, la Heredom di Cagliari, che vedeva confermata la totale mancanza di lealtà del cosiddetto "ispettore circoscrizionale", di nome :. :. :. :. :. :. , e del presentatore, il fratello poliziotto :.:.:. . Anche perché la Loggia aveva già avuto diverse segnalazioni circostanziate, trasmesse dal Collegio, circa il passato delinquenziale del giovane. Infatti era stato predisposto un supplemento di istruttoria, con la richiesta di chiarimenti al presentatore, al poliziotto della questura di Cagliari ed al genitore fellone, i quali però avevano sdegnosamente negato il fondamento delle segnalazioni. Il M:.V:. della Heredom, commettendo la solita leggerezza propria degli emulation (sulla quale il Collegio continua a chiudere entrambi gli occhi) ovvero il non reputare opportuna la lettura delle tavole informative sui profani, faceva votare ad occhi chiusi il giovane spacciatore, di fatto impedendo alla Loggia di scegliere con coscienza se accogliere o meno un pregiudicato al proprio interno, per magari riuscire a riciclarlo come pietra grezza. Il resto è storia:

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