Andrea Giulio Pirastu

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C'è un'alternativa nel mondo malato? Come superare la crisi sociale, ecologica e sanitaria.

Riflessioni dall'enciclica "Fratelli tutti"

 

La domanda sulla base della quale mi sono ritrovato a riflettere - partendo dai concetti fondamentali dell’enciclica “Fratelli tutti”, ma anche dei documenti che conosciamo meglio, quindi l’enciclica “Laudato si’” del 2015, la dichiarazione di Abu Dhabi del 4 febbraio 2019 e ancora, l'Agenda Onu 2030 – è densa di argomenti e, direi, quasi inesauribile ma, ognuno di noi, per cercare possibili risposte, mette in ordine quelle che, secondo il proprio pensiero, la propria esperienza e conoscenza, sono le personali vie d’uscita da questa crisi. 

Un concetto di partenza, posto a fondamento di una teoria per il possibile superamento di questa crisi del mondo e quindi dell’umanità intera, dovrebbe essere la presa di coscienza, da parte di ciascuno, che siamo - senza semplificazioni - effettivamente, tra di noi, fratelli; che non esistono le razze umane, ma esiste solo la specie umana. Questo bisognerebbe che ciascuno di noi lo comprendesse e lo interiorizzasse. Indispensabile è la conoscenza, che si raggiunge attraverso lo studio e la cultura. Quindi è necessario che ci si avvii al conseguimento di una soglia minima di discernimento di sé stessi, della propria storia, e dunque di alcuni concetti fondamentali di antropologia e di biologia umana.

Bisognerebbe iniziare a conoscere noi stessi appunto: i difetti, le fragilità, la nostra finitezza, ma anche i nostri pregi, le qualità, le peculiarità che ci rendono umani.

Noi nasciamo liberi, ci distinguiamo dagli animali per il fatto che siamo privi di istinti, essenzialmente instabili, sospinti dalle sole pulsioni. Abbiamo necessità di qualcuno che ci avvii alla vita, che ci sostenga inizialmente, e che ci insegni come sopravvivere nella società; che ci costruisca degli argini per instradarci. Come un padre e una madre per esempio: una famiglia, o qualcosa di simile, insomma.

Ma sempre e comunque, come umani – cercando di conservare ognuno la propria personalità – siamo instabili (instabili biologicamente), proprio perché privi di un rigido codice di istinti.

La logica è stata la prima forma di stabilizzazione del pensiero e del linguaggio, che ha consentito all’uomo di comprendersi e di comunicare.

Oltre al pensiero e al linguaggio, stabilizzati grazie alla logica appunto, si è via via stabilizzato il comportamento. Ciò avvenne grazie alla morale: inizialmente con i tabù che indicavano le azioni proibite, poi con i precetti e i comandamenti di cui è pregna ogni morale: sia quella ancorata al volere di Dio che quella decisa d’intesa tra gli uomini, indispensabile per cercare di annullare i conflitti, garantendo la pace. La pace è la condizione a fondamento per ogni progresso sociale di una civiltà, ovvero uno stato di equilibrio politico ed economico, fondato sulle istituzioni e sul progresso tecnico-scientifico, determinante per il raggiungimento del benessere.

Grazie alla logica e alla morale l’uomo si è evoluto, ha comunicato, creato, inventato, regolato etc. etc. Ha cercato dunque di sopravvivere raggiungendo una stabilità che la sua condizione umana non prevedeva, tramandando - con tecniche sempre migliori - i progressi ottenuti alle nuove generazioni, perché le conquiste conseguite non andassero perdute. 

Quindi torniamo sempre all’insegnamento, alla cultura, al ruolo fondamentale della conoscenza.

Siamo giunti nell’“età della tecnica”, che ci circonda e nella quale viviamo. 

Con il termine “tecnica” si intende sia il complesso dei mezzi, ovvero le tecnologie, che compongono la dotazione e l’apparato tecnico, sia il meccanismo razionale che decide il loro impiego (l’impiego dei mezzi) in termini di efficienza e funzionalità. Per i motivi esposti in precedenza, l’uomo, senza tecnica non sarebbe sopravvissuto e poiché è naturalmente dotato di una certa plasticità e malleabilità ha potuto, tramite tecniche di stabilizzazione e selezione, raggiungere un certo grado di selettività e stabilità che l’animale possiede per “natura” grazie agli istinti, e dunque sopravvivere ed evolversi sempre maggiormente. In questo modo possiamo spiegare la motricità, la memoria, l’immaginazione, la percezione, la coscienza, il linguaggio, il pensiero etc. etc. tutte tecniche e qualità scaturite e sviluppate dall’uomo a sostegno e ausilio della vita e del progresso del medesimo.

La tecnica è dunque l’essenza dell’uomo: in passato, da strumento e mezzo nelle mani dell’umanità per dominare la natura, è diventata oggi il fine ultimo. Essa è diventata l’ambiente in cui viviamo, regolamentato da norme puramente razionali che si basano su canoni di efficienza, funzionalità e produttività e dunque sul migliore rapporto tra mezzo e fine. Ci si avvale della persona come di un mezzo per raggiungere un fine, esattamente come un ingranaggio di un meccanismo più grande, di un apparato di qualsiasi tipo (sia una catena di montaggio, che una amministrazione pubblica o privata etc). Per questo, sempre più spesso, sentiamo parlare di “risorse umane” e non più di persone; è andata persa l’identità e la personalità, favorendo l’omologazione per garantire efficienza e funzionalità. In questo modo il modello non è più l’uomo ma la macchina: quando si rompe si sostituisce a favore di una più nuova, più veloce, più efficiente. Le debolezze umane, come la stanchezza, la depressione, la malattia, la maternità etc., vengono mal sopportate dall’apparato tecnico, entrando in conflitto con l’efficienza, la regolarità, l’impersonalità, con ciò che sempre più spesso viene chiamata “professionalità”. Si riduce l’uomo alla sua “funzione”, che indica l’apparato di appartenenza.

L’uomo è dunque costretto ad adeguarsi a standard sempre più alti, costringendolo, pur non volendo, alla continua competizione. A questo punto - sembra quasi scontato, date le premesse – ci imbattiamo con l’individualismo, che porta con sé anche la solitudine.

Papa Francesco parla giustamente di “predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche, che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti”. Ciò ha portato alla sperequazione eccessiva della ricchezza nel mondo, in cui una minoranza di ricchi beneficia della maggior parte delle risorse naturali, molto spesso appartenenti a quei paesi e popoli sempre più poveri e sfruttati. E tutto ciò – semplificando – è il risultato dell’omologazione e del conformismo sempre più opprimente a cui siamo costretti dalla tecnica. Ad amplificare il tutto, un ruolo importante lo ha avuto, e continua ad averlo, la tecnica della comunicazione, con tutti i media di massa, la cui azione annulla le differenze con cui l’uomo istituisce la propria individualità, creando un pensiero omogeneo, antidemocratico. Quando tutti, infatti, pensano e agiscono allo stesso modo, chi pensa diversamente viene subito additato e allontanato.  

Tornando al concetto di “instabilità”, che potrebbe spaventare ma che è radicata nell’essere umano in profondità, e vista la condizione in cui ci troviamo, di un vorticoso e massiccio, in alcuni casi anche silenzioso, processo di stabilizzazione, in atto soprattutto in Occidente, un po’ di instabilità potrebbe essere la chiave per salvare l’uomo e la natura. Con maggiore instabilità intendo la condizione in cui la logica e la morale possano prevalere sulla tecnica, ovvero l’irrazionalità sulla razionalità, la collettività sull’individualismo, la generosità sull’avidità, il dialogo sulla chiusura, la cultura e l’educazione sull’ignoranza.

Insomma è necessario ritrovare noi stessi, la nostra umanità, lavorando in comunione per raggiungere la pace e la fratellanza universali e superare così le crisi che oggi ci affliggono.


Fonte: Andrea G. Pirastu
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