Gianfranco Murtas

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Charles de Foucauld, il santo francese e algerino e… sardo

di Gianfranco Murtas


La canonizzazione di fratel Charles de Foucauld voluta e celebrata da papa Francesco la scorsa domenica 15 maggio è stata ed è cosa bella e grande in sé, di portata universale, ma è anche cosa che può toccare tanti sentimenti nostri sardi. Lo può anche in me, che a lui ed alla sua Fratellanza ho dedicato una parte neppure minima della mia biblioteca. E di più, perché alla sua esperienza spirituale e sociale mi riportano anche le confidenze personali di molti amici: da don Ettore Cannavera, che l’esperienza del deserto volle vivere in gioventù o nella giovinezza del suo presbiterato, dal mio amico Dino Biggio che s’è fatto eccellente biografo di fratel Arturo Paoli e curatore di numerosi saggi e raccolte di discorsi ed omelie di questo straordinario prete lucchese “continuatore” in Italia e sud America di fratel Charles, religioso per davvero e colto coltissimo, riconosciuto “giusto fra le nazioni” da Israele e dal presidente Ciampi insignito della medaglia d’oro al valor civile (salvò 800 ebrei dalla persecuzione nazista), da don Angelo Pittau che tanta parte della sua vita villacidrese e per meridiani e paralleli, e in più tempi, ha confuso con il lavoro e la preghiera dei Piccoli Fratelli ed ha frequentato fin da ragazzo Carlo Carretto… E così ancora direi della comunità di via Marconi, in quel di Carbonia – che ebbe con sé fratel Gerard negli ultimi anni della sua vita e da lui ebbe i soffi iniziali – e della comunità di Sestu, quella magnifica realizzazione sociale che si deve all’umanitarismo civile, alla progettualità e alla testimonianza quotidiana di Franca Cocci e di Dionisio Pinna e di quanti altri con loro, fin dal 1972, sono già cinquant’anni…

Assai più modestamente io ho seguito, soltanto seguito, i maggiori, da loro ho raccolto il raggio riflesso… Ne ho scritto sull’Almanacco di Cagliari nel 2008 – firmando, per ragioni puramente editoriali, Cleliano Aru – e titolando, insieme con Vittorio Scano, “Poca dottrina e molti fatti: per circa vent’anni, dal 1957 al 1974, Bindua, minuscolo centro minerario iglesiente, ospita una comunità dei Piccoli Fratelli del Vangelo”.

Ad onorare adesso la testimonianza di vita di fratel Charles fatto santo sugli altari dopo che fattosi lui santo nella polvere del deserto e nel giorno del sacrificio finale, e ad onorare gli amici che con tanta costanza si sono posti in vario modo alla sua sequela – e nel novero celebro anche, per il tanto che gli debbo, l’indimenticato don Efisio Spettu e tutti gli amici specialissimi (perduti anch’essi al nostro tempo umano) della cooperativa Comunità di Sestu – vorrei riproporre le poche pagine di quanto potei dedicare ai Piccoli Fratelli nella missione sarda di tanti anni fa.

Fratel Arturo
«No, professore, che fa?... lei no!». Doveva essere 1958, e nella stanza di comando delle miniere di Monteagruxiau, nel cuore dell’Iglesiente, a sciogliere il freddo dell’inverno accendendo la brace un operaio s’era accostato alla stufa. Ma… poteva il direttore, lì presente, accettare che quel servizio tanto umile fosse svolto dal suo vecchio docente di filosofia?

A raccontare l’episodio – per alleggerire con l’aneddotica la riflessione seria che sempre s’accompagna alla vita vissuta dei preti-operai – è lo stesso protagonista: Arturo Paoli, sacerdote e già esponente di spicco nazionale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC), qualche anno fa riconosciuto dal governo israeliano fra i “Giusti delle nazioni” (per aver salvato numerosi ebrei negli anni tremendi delle persecuzioni e della guerra), e insignito – ormai 92enne – della medaglia d’oro al valor civile dal presidente Ciampi.

Fratel Arturo è il protagonista – con un piccolo gruppo di sacerdoti e laici – di una storia singolare e per larga parte ignota del cattolicesimo italiano che in pochi anni, da Bindua – forse il paese più povero della Sardegna di mezzo secolo fa –, riesce ad estendere una trama di relazioni con l’Europa e l’America del sud, affermando la coesistenza, anzi la intima connessione, fra mondo operaio e spirito del Vangelo.
 
Ma prima di dar conto di quell’esperienza avviatasi il 7 agosto 1957, sarà necessario un cenno di inquadramento della vicenda dei Piccoli Fratelli del Vangelo, la comunità religiosa che si richiama alla spiritualità del beato Charles de Faucauld.

Quest’ultimo, soldato francese in forza all’esercito di colonizzazione dell’Algeria (dove sarebbe morto, ucciso da un indigeno, nel 1916), convertì la propria vita alla causa delle popolazioni autoctone, trovando nel messaggio di Gesù di Nazareth i più preziosi elementi di unione invece che di contrasto fra etnie e religioni. Scegliendo di rimanere in Africa e di vivere nel deserto, fra i tuareg, senza mai spendersi in un proselitismo dottrinario, egli affermò una inedita e ardita via cristiana fatta di condivisione e testimonianza.

Fu però soltanto negli anni ’30 che il suo connazionale René Voillaume, raccogliendone il lascito spirituale, avviò con la benedizione del cardinale di Parigi l’esperienza delle Fraternità. Ed a sua volta la lettura delle prime meditazioni di fratel René toccò nel profondo don Arturo, il quale iniziò a maturare l’idea di riconvertire la propria vita entro un binario certamente alternativo a quello fino ad allora percorso. Sicché quando, a seguito dei contrasti consumatisi in seno all’Azione Cattolica riguardo all’appoggio o meno da dare, da parte della Chiesa, all’alleanza amministrativa, nella capitale, fra democristiani e destre monarchica e missina (la cosiddetta “operazione Sturzo” sponsorizzata da Pio XII), a lui, oppositore fra i più decisi, venne chiesto di dimettersi dal suo ufficio, egli ne trasse anzi motivo per accelerare l’inoltro nella nuova dimensione ecclesiale.

L’incontro con la Sardegna fu indirettamente patrocinato anche da un altro esponente di vertice della Azione Cattolica, che nella regione era vissuto a lungo prima come direttore didattico a Bono, quindi come confinato a Isili: Carlo Carretto.

Lasciando l’Isola alla fine della guerra egli, andato a salutare i suoi amici del Goceano con i quali aveva stretto nel tempo rapporti intensissimi, aveva promesso che nell’Isola sarebbe tornato. E quando René Voillaume volle allargare, dalla patria francese, all’Italia il circuito delle Fraternità che era stato nei sogni di padre de Foucauld, fu giusto Carlo Carretto ad accompagnare il “priore” fra la Marmilla ed il Sulcis-Iglesiente, territori ritenuti, non a torto, fra i più desolati della Sardegna e dell’Italia tutta. La scelta conclusiva cadde sul bacino minerario, forse anche per il gusto di “accompagnare” una zona a forte influenza social-comunista seguendo un criterio evangelico, invece che sfidarla con logica clericale.

Nell’estate del 1957 ecco quindi arrivare a Bindua la prima comunità di quattro Piccoli Fratelli del Vangelo. Non vestono la tonaca «a craboni», come dicono qui, si confondono con gli altri. Con Arturo Paoli partecipano Paul Cheval e Marcel Laffage, entrambi sacerdoti, e fratel Ettore, un argentino reduce da carcerazione politica e torture nel suo paese.

Bindua, poche case e nessun servizio pubblico a un passo da Iglesias, è posta lungo la strada fra le alture delle miniere di Monteponi e di Monteagruxiau. Non c’è acqua corrente, non c’è fognatura, le strade sono dissestate e polverose. Anche la chiesa di San Severino è chiusa, meno la domenica, quando viene un prete per la messa.

Quando arrivano fra i 1.500 binduesi, i Piccoli Fratelli sorprendono per la loro originalità. Attrezzano una capanna all’esterno della chiesetta e le brande nella sagrestia. Dal vescovo Giovanni Pirastru hanno ricevuto la delega delle incombenze parrocchiali, concordando però le “modalità”: ogni servizio liturgico sarà gratuito; la congrua di Stato andrà ad altro prete bisognoso della diocesi; il lavoro manuale dovrà essere la sola fonte di sostentamento della comunità.

E infatti ciascuno comincia a cercarsi lavoro: fratel Arturo viene assunto come stradino da un’impresa che appaltatrice dell’ANAS, con incombenze supplementari come l’accensione delle stufe della direzione mineraria… Così fino al 1959, quando dovrà lasciare Bindua con l’incarico di aprire una nuova Fraternità in Argentina.

Adocchiato un rustico rimasto tale per mancanza di mezzi del proprietario, i Piccoli Fratelli firmano un contratto che risolverà il loro problema abitativo: completeranno la casa scontando le spese dall’affitto. Dopo qualche mese l’alloggio è completo: sono due camere con letti a castello, la cucina e, piccolo capolavoro, la cappella. Con il tempo questo sarà il centro motore non soltanto della piccola famiglia religiosa – che apre e chiude la giornata con lunghe permanenze davanti al tabernacolo sagomato come la Sardegna –, ma anche degli amici provenienti perfino dal continente, i quali desiderano condividere il giusto mix di spiritualità e… testimonianza operaia.

Bindua e il tabernacolo, la miniera e il Concilio
Capiterà anche, verso la fine degli anni ’60, che per alcuni mesi due squadre di ben venti unità ciascuna – i cosiddetti “soci costruttori” – metteranno tenda in paese regalando ai residenti la rete idrica, che fino a quel momento limita le forniture d’acqua alle case dei dirigenti della miniera…

L’austerità sarà totale. Né gabinetto in casa, né frigorifero. «Quando l’avrà anche il più povero di qui, allora l’avremo anche noi» è il principio che informa la comunità.

Ha intanto incrociato l’uscita di Arturo Paoli l’arrivo di fratel Gerard Fabert, un giovane di statura imponente e sorriso sempre fresco in volto, che sarà colui che, più e meglio degli altri, combinerà l’istanza universale del cristiano a un’affezione profonda alla Sardegna. Ancora oggi, 75enne e pensionato, certo non in buona salute, conferma la scelta di vivere nell’Isola.

Per quattordici anni egli conosce la vita di galleria, come perforatore specializzato della miniera di San Giovanni. Una sospensione fra 1963 e 1966 – quando completa gli studi – e al suo ritorno, dopo l’ordinazione sacerdotale da parte dell’ausiliare mons. Enea Selis nella chiesetta di Bindua, tutto riprende come prima: perforatrice e galleria, polvere e silicosi.

Nel triennio in cui è stato assente, che coincide con gli anni del Concilio, l’ha sostituito fratel Carlo. A lui, uomo di antiche esperienze associative, compete anche organizzare al meglio gli incontri con i molti che chiedono di stabilire un ponte, dalle parrocchie o dai movimenti, con la Fraternità.

Nel novero sono, fra gli altri, Franco Oliverio e Dino Biggio, attivi nella Congregazione mariana di Cagliari, Umberto Allegretti, al suo debutto come docente della facoltà di Legge. Ma ci sono anche seminaristi e giovani preti all’inizio del ministero: fra essi Armando Mura, Luciano Vacca, Efisio Spettu ed Ettore Cannavera. Mentre qualcun altro, come Giovanni Cara, si fa addirittura militante fra le favelas più povere del mondo, ed un altro – Bruno Porcu, originario di Serrenti – diverrà responsabile della Fraternità per l’intero ed mediterraneo. Il giro si allargherà sempre più, comprendendo perfino una giovane – Franca Littarru – che s’aggiungerà al ramo femminile, come Piccola Sorella.

E’ una semina di credibilità, perché è palpabile che questi “alieni” del Vangelo hanno preso il cristianesimo come ragione autentica e misura di vita. Alle messe domenicali partecipano molti che mai avrebbero pensato di farsi coinvolgere nei riti della religione.

Una vera e propria autorevolezza, che si rafforza ancor più quando, per iniziativa di fratel Gerardo, vengono attivate diverse cooperative di lavoro fra i binduesi: sono di maglieriste e tomaiste soprattutto per l’occupazione femminile, sono edilizie per gli uomini. Le pratiche presentate al finanziamento CIS trovano in Mario Porcu il funzionario che sa seguirle, con cuore oltre che con competenza professionale, fino al buon esito. Con la moglie Margherita Zaccagnini, già docente universitaria, egli coordinerà la rete delle amicizie anche dopo la conclusione dell’esperienza comunitaria.

La progressiva chiusura delle miniere negli anni ’70, infatti, costringe anche i Piccoli Fratelli a rivedere i termini del loro apostolato isolano. Dapprima inquadrato nei corsi di riqualificazione professionale, fratel Gerardo si trasferisce per alcuni anni al polo industriale di Ottana, assunto in un’impresa di costruzioni pontiere, e passa quindi a due lunghi soggiorni presso le comunità/cooperative di Sestu e Carbonia, che hanno entrambe inventato originali formule di lavoro valide anche per i portatori di handicap fisici o psichici. Così fino al 1979, quando decide di partire per il Brasile: la sua cameretta sarà tappezzata di fotografie della Sardegna. Dal «sertao» per lunghi ventitré anni invierà agli amici sardi lunghe lettere, vere e proprie relazioni sulla propria esperienza umana, operaia ed ecclesiale in territorio brasiliano.

Nel 2002 egli torna, per scelta matura, nell’Isola. Con molti malanni, ma anche con immutata generosità militante. E pur sempre privo di quella cittadinanza italiana richiesta nel 1974 e negatagli senza spiegazioni. E’ lui oggi il grande collettore delle memorie binduesi, che meriterebbero una ordinata ricognizione. Perché non mancano le sorprese anche toccanti: come quella cappella della Fraternità ricostruita, per volontà della popolazione (e con i fondi CEI dell’8permille) dopo la fine dell’esperienza, all’interno della nuova parrocchiale di Santa Barbara. Un po’ come una Loreto mineraria.

***
Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).


Fonte: Gianfranco Murtas
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23 Giu 2022

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