Gianfranco Murtas

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Commento all'articolo "Don Tonino Bello, profeta di pace e poeta di speranza" a firma di Lorenzo Sanna

di Gianfranco Murtas


Ho letto e gustato il bellissimo intervento di Lorenzo Sanna, valoroso intellettuale nuorese cresciuto, già da piccolo, nel raggio dotto e prezioso di don Ottorino Pietro Alberti, indimenticato amico e maestro, così per me pur nelle distanze ora ideali ora civili comunque assorbite dal superiore affetto personale.

La figura di don Tonino Bello resta fra le più luminose del nostro tempo non soltanto nel campo strettamente ecclesiale, ché fu proprio di don Tonino la visione meticciata ed ecumenica, profetica nel sogno del possibile: del possibile, doveroso e impegnato e giusto, del nostro mondo. Per lui: della pace e dell’accoglienza, della fraternità offerta e ricevuta fra meridiani e paralleli.

La circostanza suscitata da Sanna mi ha riportato adesso alla mente un contributo, eccentrico se si vuole e modesto certamente, che al personaggio centrale della riflessione e della lirica religiosa di don Tonino – Maria di Nazareth – potei offrire in occasione di una memoria collettiva e condivisa, nel teatro di Sant’Eulalia, di don Efisio Spettu, amico e maestro anch’egli, benedizione autentica nella mia vita.

Ne riporto il breve testo dedicandolo naturalmente all’indimenticato cappellano dell’Oncologico e rettore del seminario regionale che perdemmo dolorosamente nel 2013 e anche, per la stima che merita, allo stesso talentuoso Lorenzo Sanna che viene dal campo che è insieme di Santa Maria della Neve e di Nostra Signora delle Grazie, e di Valverde, e della Solitudine, e di Gonare…

Di certo traendone l’ispirazione o la suggestione dai libri di don Tonino Bello, ebbi l’idea, in epoca relativamente recente (e soltanto per la debolezza delle forze mie residue non riesco a darle pratica attuazione), di universalizzare la figura di Maria di Nazareth ricevendola – come avrebbe fatto don Tonino con passione tutta sua – dal mondo laico, eterodosso per tutti gli aspetti ideologici (liberali e marxisti, agnostici e umanisti in genere) e non soltanto materiali (i peccatori d’ogni risma e bordello) attraversando canto e letteratura, musica e fumettistica addirittura, arti figurative e plastiche e pubblicistica, teologia, architettura ed ogni altra umana espressione sociale ed intellettuale. Tutto questo associandolo ad un fil rouge mariano intimamente cagliaritano, scorso in una composizione musiva delle chiese cittadine – sono una decina - intitolate alla VergineMadre di Nazareth.

Già una quindicina d’anni fa potei scrivere del canto dell’Ave Maria sarda portato dai Tenores bittesi nella casa massonica del nostro capoluogo, in omaggio a Giorgio Asproni del quale si celebrava il merito politico e parlamentare mazziniano; ancora pochi mesi fa potei accennare al tanto che le sculture di Francesco Ciusa e Franco d’Aspro, o il pennello di Guglielmo Bilancioni ed Antonio Ghisu (o Rossino o altri ancora) – per dire soltanto di massoni e di chiese cagliaritane – hanno via via offerto all’arte e alla spiritualità sociale.

Ecco qui la VergineMadre (Maria, donna dei nostri giorni) impegnativa di ogni puro sentire, ed ecco le parole, chiamale di preghiera laica, che mi vennero spontanee nell’offerta pubblica al teatro della Marina, derivandone il motivo proprio da don Tonino Bello.

… Maria la vogliamo sentire così. Di casa. Mentre parla la nostra lingua sarda. Esperta di tradizioni antiche e di usanze popolari. Che attraverso le coordinate di due o tre nomi, ricostruisce il quadro delle parentele, e finisce col farti scoprire consanguineo con quasi tutta la città.

Vogliamo vederla così. Immersa nella cronaca cittadina. Con gli abiti del nostro tempo. Che non mette soggezione a nessuno. Che si guadagna il pane come le altre. Che parcheggia la macchina accanto alla nostra. Donna di ogni età…

Vogliamo immaginarla adolescente, mentre nei meriggi d’estate risale dalla spiaggia, in bermuda, bruna di sole e di bellezza, portandosi negli occhi limpidi un frammento del golfo degli Angeli. E d’inverno, con lo zaino colorato, va in palestra anche lei. E passando per il corso Vittorio Emanuele saluta con naturalezza. E ispira in chi la guarda nostalgie di castità. E conversa nel cerchio degli amici, sul viale Europa, o in piazza Giovanni, la sera. E rende felici tutti, ripagata con confidenze senza malizia. E va a braccetto con le compagne, e ne ascolta i segreti, e le sprona ad amare la vita.

 Vogliamo darle uno dei nostri cognomi: Melis, Meloni, Onnis, Loi, Rombi… e pensarla come alunna di un nostro liceo, od operaia in una qualche ditta che ancora regge alla crisi, o dattilografa nello studio del commercialista di fronte, o commessa in una boutique di via Manno.

Vogliamo sperimentarla, adulta, mentre passa per le strade del centro storico e si ferma a conversare con le donne di via Sant’Efisio e via Azuni. O incontrarla al cimitero, la domenica, mentre depone un fiore ai suoi morti. O il giovedì si reca al mercato, o in piazza dei centomila, e tira sul prezzo anche lei. O quando alla mezza, con tutte le altre madri davanti al Satta o al Riva, attende che il suo bambino esca da scuola, per portarselo a casa, in via Baylle o via San Rocco…

Non la vogliamo ospite, ma concittadina interna ai nostri problemi di comunità. Preoccupata per il malessere che scuote Cagliari, e anche Quartucciu. Ma contenta anche di condividere la nostra esperienza spirituale, contraddittoria ed esaltante, a Sant’Eulalia o a San Giorgio. Fiera per i pregi culturali della nostra città: per le sue chiese, per la sua arte, e musica, e storia. E gioiosa di appartenere al nostro ceppo di esuli inguaribilmente stregati dalla loro terra natale.

Maria la vogliamo sentire così. Tutta nostra, ma senza gelosie. Cagliaritana, quartucciaia puro sangue. Che a Natale canta e in Quaresima pure, come sa: con le stesse cadenze delle nostre donne che ancora sfilano nella breve processione di quartiere con le lampade accese.

La vogliamo nelle nostre liste anagrafiche. Nei sogni festivi e nelle asprezze feriali. Sempre pronta a darci una mano, a contagiarci della sua speranza. A farci sentire, con la sua struggente purezza, il bisogno di Dio. E a spartire con noi momenti di festa e di lacrime, fatiche di vendemmie e di frantoi nel nostro hinterland cagliaritano, profumi di forno e di bucato in casa a San Benedetto od a Stampace, o a Villanova, o a Is Mirrionis e San Michele, lacrime di partenze e di arrivi.

Come una vicina di casa, dei tempi antichi, o come educata e mite inquilina che si affaccia sul pianerottolo del nostro condominio di Sant’Avendrace o del CEP. O come sorridente creatura che ha il domicilio sotto il nostro stesso numero civico. E riempie di luce tutto il cortile.


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Fonte: Gianfranco Murtas
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