Gianfranco Murtas

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Con Francesca Carta alla scoperta – in quei primi anni ’90 – della Maccioni e delle battagliere suffragette sardiste ed azioniste per la Repubblica

di Gianfranco Murtas


Oggi si porta addosso, ma con soddisfazione e inesauribili e rinnovate motivazioni, il peso d’una famiglia impegnativa e, dopo lunghi studi ed una collezione di lauree, il peso anche d’una professione non meno faticosa, al Brotzu, o fra il Brotzu e il Policlinico, in mezzo ai bambini in cura; ieri – quasi tre decenni fa, al tempo della scuola – Francesca Carta esprimeva la disponibilità discreta ma sempre presente ad accettare qualsiasi sfida e nuova esperienza, nella ricerca e nella scrittura così come sulla pedana d’uno sport di opposizione.

E allora: dopo gli anni della formazione pilotati con la massima delle regolarità di pagella e libretto, e quelli anche dell’apprendistato lavorativo per fare “comunque” pratica nelle aziende e anche nei call center, quegli altri delle più responsabili espansioni di vita – com’è forse per tutti – tra affaccendamenti familiari ed una presenza sociale di qualità, per l’utile di tutti. D’altronde, come i maggiori – fratelli maggiori di pochi anni soltanto, in quella certa équipe di studio sardoAzionista –, come Massimiliano Rais e Vito Biolchini, che poi sono diventati giornalisti professionisti di rango nella carta stampata, nei mass media e/o nei blog, come Elio Masala e Maurizio Battelli divenuti consulenti aziendali di credito riconosciuto, come Armando Serri iniziatore e apostolo del “tempo lento” e cultore dell’ “archeoastronomia” in combinazione con le cose dell’ufficio in Consiglio regionale e presenze nel volontariato culturale, e come anche gli altri – da Massimiliano Messina a Martino Salis ad Antonio De Giudici a Simona Zonchello a Matteo Sardu a Martino Contu ad Andrea Soddu a Giuliano Guida a Salvatore Sollai a Gianpiero Carta a Piero Cossu… a quant’altri ancora – che potei mobilitare tra Cagliari, Villacidro e Nuoro, in quei primissimi anni ’90: ragazzi e ragazze, oggi uomini e donne divenuti nel tempo, e ciascuno con il proprio carico – chi professore chi avvocato chi funzionario o imprenditore, chi poeta e teatrante chi editore e libraio e addirittura sindaco – , ciascuno, di lato al suo stretto professionale, con singolare circuito di attività amatoriali.

Francesca Carta, anche lei dunque partecipante al gruppo dei giovani – allora giovani e giovanissimi – coautori dei report sul sardoAzionismo e, in generale, sulla democrazia repubblicana ed autonomistica alla caduta del fascismo e già nel cantiere della Repubblica, è divenuta tante cose non meno degli altri ma tante cose lo era anche quando si cimentò in quei lavori di studio e rappresentazione del “nuovo virtuoso” nostro sardo e italiano.

Appena quindici-sedicenne quando si dedicò con entusiastico trasporto a… migrare dai banchi dello scientifico Michelangelo per biografare Mariangela Maccioni – una delle antifasciste più coraggiose della Nuoro o del Nuorese degli anni ’30, lei con Graziella Sechi Giacobbe e con le sorelle Bussalai, con Marianna e Ignazia oranesi – ed a rappresentare le diverse voci che materializzarono, nel dibattito e nella rivendicazione, la “questione femminile” in forte rilancio, anche in Sardegna, dopo il 1946, dopo il riconoscimento del diritto di voto (amministrativo e politico) alle donne, Francesca associava allora allo studio scolastico molto sport – la scherma era la disciplina nella quale in quel tempo e dopo si è anche distinta per risultati – e molte letture in combinazione fra la scienza e la storia o la società. Il proposito sempre di farsi cronista per i giornali, con l’incoraggiante patentino di pubblicista.

Laureatasi dapprima in chimica quindi in biologia, ed infine anche in scienze infermieristiche, entrata nella professione e caricatasi in progress, come detto, secondo vocazione, tanto peso di famiglia, non ha lasciato la scrittura (gusto trasferito ormai anche ai figli) e, pubblicista già da vent’anni, ha seminato di articoli le pagine sportive de L’Unione Sarda. Soprattutto ha ora programmato il rilevamento e la cura organizzativo-amministrativa della grande biblioteca familiare destinata a pubblica fruizione (si va verso i 30mila volumi), e, con la biblioteca, l’emeroteca e le sezioni archivistiche uniche nel loro genere accompagnate da varie dotazioni d’arte (pitture e sculture) di autori sardi di grande notorietà.

Io m’ero occupato di Bastianina Martini, la suffragetta mazziniana che ancora giovanissima aveva organizzato nella sua Sassari, con le sue amiche, negli anni della grande guerra, un servizio di assistenza epistolare fra le famiglie (sovente analfabete) e i soldati al fronte; di Bastianina Martini che, repubblicana antifascista, sposatasi con Domenico Musu e trasferitasi a Roma, ospitò per vent’anni nella sua casa le clandestine riunioni degli oppositori al regime; di Bastianina Martini che il governo Parri nominò nel 1945 fra i consultori nazionali in quota del nobilissimo mazzinianissimo Partito d’Azione: ufficio cui non poté però adempiere perché la malattia aggravatasi negli sforzi che volle compiere come staffetta partigiana nella Roma occupata dai nazisti, la portò anzitempo alla tomba, sì proprio quando la Consulta ebbe ad iniziare i suoi lavori nel palazzo di Montecitorio, e dove il compagno di partito Mario Berlinguer la commemorò con parole nobilissime.

Ma non solo Bastianina entrava, nell’universo femminile ricompreso nella vasta ricerca sul sardoAzionismo: anche la Sechi, anche la Margherita Bellieni, anche la Bussalai – che volli biografata da Massimiliano Rais – e anche la Mariangela Maccioni la cui scheda biografica affidai alla quindici-sedicenne Francesca Carta…

I due articoli a firma di Francesca Carta usciti nei volumi da me curati e qui riproposti sono:

«Mariangela Maccioni: la forza e la gentilezza dell'ulivo»
(in Bastianina, il sardoAzionismo, Saba, Berlinguer e Mastino, 1991)

«Suffragette alla meta, anche nell' Isola»
(in Titino Melis, il PSd’A mazziniano, Francello, Siglienti, i gielle, 1992)





Francesca Carta: «Mariangela Maccioni: la forza e la gentilezza dell'ulivo»

Negli anni del fascismo Nuoro conta una popolazione che va dagli otto ai dodici-tredicimila abitanti. All'anagrafe le liste registrano una dinamica in forte crescita, e così la composizione sociale evidenzia profonde trasformazioni: aumenta la "quota" del terziario a scapito, come valori relativi, dei tradizionali apporti dei ceti legati all'economia rurale, pastori (quelli di Santu Predu) e agricoltori (quelli di Seuna).

C'è uno studio di Pasquale Bellu, pubblicato dall'Istituto di Filosofia dell'Università di Sassari - Una "provincia del Littorio": Nuoro 1927-1929— che introduce alla comprensione dei fenomeni sociali che originano proprio dalle modifiche amministrative volute dal regime. Ed anche il recente lavoro di Elettrio Corda - Storia di Nuoro 1830-1950 - contribuisce, grazie al ricco supporto documentario, a un inquadramento socio-politico del periodo.

La promozione della città a capoluogo di provincia nel 1927 (negli Atti Civici dell'anno successivo si legge: «... è merito esclusivo del Regime Fascista, il quale riconducendo l'Italia alla potenza ed alla gloria ha ritenuto indispensabile rendere alla nostra Isola questo atto di giustizia...») ha alimentato un inurbamento di vaste proporzioni, con speculare deflusso dalla novantina di paesi dei circondari usciti dalla giurisdizione sassarese. La popolazione "nuova" ha riempito gli uffici pubblici ed ha infoltito la burocrazia di partito.
C'è un brano - capitolo centrale dei Santi di creta di Bachisio Zizi - che dà l'immagine delle trasformazioni dello stesso ambiente fisico, che muta di pari passo con gli equilibri sociali, con la psicologia individuale e collettiva. Scrive Zizi: «Solo quando si dovettero colmare i vuoti delle burocrazie, gli eventi sfiorarono anche Nuoro che, da spazio inesistente, diventò centro di altre periferie dimenticate. Sovrapponendo il nuovo al vecchio sorsero strade larghe e piazze lastricate in pietra, casamenti per gli uffici e le scuole, palazzoni per alloggiare gli impiegati e i maestri, tutti venuti da fuori per riempire altri vuoti; furono cambiati i nomi delle vie e si tentò di mutare anche quello della città, inutilmente però; ci si accontentò di aggiungere al vecchio nome un "Littorio", che nessuno riuscì mai a pronunciare, salvo i pochi lettori del giornalaccio che usciva con quel titolo».

Gerarchi "in nero" ormai dominano la scena, promuovono un costume sociale che sa di teatro, che è un po' commedia e un po' dramma. S'affermano abitudini mentali nel segno del conformismo, della deresponsabilizzazione personale, della paura, dell'ansia al quieto eppur ardimentoso vivere. Come i "sabato fascista" sono l'occasione offerta/imposta per l'esercizio plenario e coreografico dell'obbedienza, quando la città si ritrova ad esser palestra e caserma insieme, così la scuola è strumento eccellente di educazione delle giovani generazioni ai valori del regime che si autopropone addirittura come nuova civiltà. La riforma del calendario ne fa fede.

L'obbedienza è ancora… una virtù in questo tempo e in questo luogo. Per gli "irregolari", indisciplinati verso le nuove regole, la vita non è facile. E se la malattia dell'"indisciplina" colpisce chi vive del proprio lavoro e per la malattia rischia di perderlo; se ad esserne colpito è chi possiede minori difese d’autonomia materiale e sociale per far fronte alla revoca dell'impiego ed alla persecuzione che inizia già minacciando sbocchi di galera; allora, forse, il perché della svolta arrischiata deve risiedere in un input morale che merita d'esser scandagliato più a fondo. E la storia di Mariangela Maccioni è appunto meritevole di uno studio psicologico e morale, perché è la storia di chi - nell'ambito della scuola - ha detto "no" ai potenti e per questo ha pagato un caro prezzo.

Nell'anno di debutto dell'Amministrazione provinciale - come riferisce la relazione del federale Siotto - gli iscritti al PNF sono, in città, 700 circa, e «gli oppositori in tutta la provincia si possono contare sulle dita della mano», aggiunge. L' affermazione è palesemente falsa, in quanto è noto che sono almeno un centinaio gli aderenti al gruppo antifascista. In un documento dell'OVRA, il servizio segreto fascista, poi, si parla di "sovversivi" repubblicani, socialisti, comunisti, sardisti ed anarchici, che dopo essersi ritirati apparentemente dalla politica continuerebbero a svolgere un'attività cospirativa. Fra questi Gonario Pinna e Pietro Mastino - entrambi coinvolti, con Luigi Oggiano, nello scandalo "del silenzio" in tribunale, il 24 aprile 1932, quando essi preferirono tacere invece che commemorare, secondo liturgia, la morte del Duca di Genova - e Dino Giacobbe. Con loro, esponenti della democrazia repubblicana e sardista, altri professionisti, artigiani e impiegati. È vero, non moltissimi. Il che legittima il giudizio di Zizi che userà parole di fuoco contro gli "ateniesi", cioè gli intellettuali nuoresi, né fascisti né antifascisti, scrivendo: «Risentiti con tutti, provavano una repulsa irriducibile per le divise, le adunate, le ridicole messinscena, e schernivano chi per necessità doveva recitare quelle parti. Avevano censo e prestigio e resistevano agli arroganti gerarchi, i quali, tuttavia, restavano intimiditi davanti all'eloquio di quegli austeri personaggi. Neppure il console della milizia, fanatico sostenitore del saluto romano aveva mai arrecato loro molestia, anche se avrebbe voluto coprire ogni testa con il fez».

Fra gli oppositori Mariangela Maccioni, giovane maestra dementare dal fisico minuto e dal grande coraggio. La sua casa è meta di visita da parte di chi, forse meno coraggioso e lucido di lei, non saprebbe a chi altro rivolgersi per conoscere l'"oltre" quel che è reale e che, pure, il teatro fascista non rivela.

Proveniente da una modesta famiglia – il padre insegnante elementare e la madre un'orfana allevata da uno zio prete "liberale", come lo definirà Raffaello Marchi),- la "maestra resistente" dimostra d'aver una intelligenza precoce ed eccezionale. Finito il ginnasio a Nuoro si iscrive nel 1906 alla Regia Scuola Normale Femminile di Sassari. Fra le altre compagne di corso sono lole Berlinguer ed Anita Mossa. A sedici anni si diploma e comincia ad insegnare a Mamoiada: la sua è una classe di quasi cento bambini destinati - per selezione... naturale (di miseria cioè) - a ridursi in pochi mesi di due terzi.

Non ha un carattere facile, benché sia dolcissima (potrebbe valere qui la bella definizione dello scrittore Salvatore Cambosu nel suo "Ricordo di Angela Marchi Maccioni", sul Ponte dell'ottobre 1959: «Aveva la forza e la gentilezza dell'ulivo»). Nella sua visione del mondo e dei rapporti interpersonali, ha alcune idee ferme sulle quali non transige. Ha solo ventun anni e nessuna solidità di carriera quando muove qualche obiezione - chiede cioè le credenziali -,a un certo direttore didattico che, nelle scuole di Orani, si presenta borioso e impettito, per ispezionare la sua classe. Ne nascerà un putiferio anche in Provveditorato.

Varca il Tirreno, la prima volta, nel 1916, anno centrale del conflitto mondiale in corso. Scopre, in compagnia di Nicolina Deledda (sorella di Grazia), la Roma classica, il "bello austero" che lei sposa come stile normale della propria vita, come per compensare un fascino estetico di cui la natura non l'ha dotata. Sembra quasi che voglia affermare un'eleganza che sia segno di un reale compostezza dell'animo.

La morte del padre, dei suoi due giovani fratelli e poi l'improvvisa cecità della madre, la fanno cadere in una crisi esistenziale che dura per anni, ma che infine riesce a superare partecipando con le sue idee anticonformiste alle vicende politiche degli anni '30 ed intensificando la vita di relazione. Le amiche appartengono ai più diversi ceti sociali: sono intellettuali, figlie di piccoli proprietari, contadini e coltivatori diretti. Con Marianna Bussalai e Graziella Giacobbe costituisce fra Nuoro e Orani quella che sarà chiamata "la triade della politica femminile": una triade che esprime, con la fierezza morale, anche una chiara coscienza politica. Con sottolineature certamente diverse (perché diverse sono le formazioni e le esperienze), la Sardegna è al centro del loro mondo di valori.

Di essere antifascista Mariangela Maccioni l'ha dimostrato da subito. I primi documenti che la "inchiodano" come avversaria del nuovo sistema di potere che sta consolidandosi sono addirittura del 1923, quando non partecipa alla cerimonia ufficiale (con colleghi e alunni) per il primo anniversario della marcia su Roma. Un medico - è una donna, la prima o una delle prime donne laureate in Medicina della Sardegna, Adelasia Cocco-Floris - le rilascia un certificato giustificativo: «non può partecipare a cerimonie emotive». Il referto non convince, e di qui è tutto un rimbalzare di cartaccia inquisitoria, dal direttore didattico al provveditore agli studi di Sassari (Nuoro non è ancora provincia autonoma) da questi al prefetto, di nuovo al provveditore e da questi all'ispettore scolastico nuorese.

C'è stato poi l'episodio del 1926, quando proprio l'ispettore scolastico l'ha inquisita per aver tollerato (o incoraggiato?) il canto pubblico, in via Manzoni - ai piedi di Sant'Onofrio - di "Bandiera rossa" da parte della sua classe...

E quell'altro ancora di tre anni dopo, che riguarda la sua mancata lezione alla prima femminile sulla grandezza d'animo e di genio del Duce. Ad ogni allusione del direttore didattico in ispezione, sostenitore di quella magnanima genialità, ha risposto «Ai Posteri l'ardua sentenza...».

Il 9 giugno 1935 il capoluogo è imbandierato per l'arrivo del capo del Governo. Benito Mussolini viene accolto in piazza Vittorio Emanuele da una grandissima folla festante e dal 240° reggimento fanteria "Sabaudia II". Pochi mesi avanti è venuto anche il principe di Piemonte, Umberto, e Nuoro s'è spellata le mani e consumata l'ugola, così come ora col Duce. La monarchia e il regime sono alleati nella pompa violenta del disegno imperiale, fra Balcani ed Africa.

«Durante il Suo passaggio il Duce, cui nulla sfugge, ha potuto vedere ed osservare [...]. Il Suo passaggio è per noi un incitamento e una speranza. Incitamento e speranza che spingeranno la gente nuorese, ricca di volontà tenace e di operosità intelligente, a percorrere, senza soste, con animo sicuro di successo l'intrapresa via dura del lavoro che trasforma e crea [..]. Stringiamoci ancora e sempre con cuore di dedizione a Lui, al Duce, che ci guida e porta i nostri destini, che sono destini d'Italia, alle vette più eccelse. Per la Patria, per il Re, per il Duce: Eja, Eja, Alalà». Così il Consiglio Provinciale dell'Economia Corporativa, all'indomani della partenza dell'onorevole ospite.

Il 1935 - che è l'anno della conquista etiopica da parte degli italiani, delle conseguenti sanzioni internazionali e anche... dell'autocompiacimento dei nuoresi per la condizione d'isolamento in cui il Paese s'è cacciato (non per nulla, nel corso Garibaldi, incassano una lapide "a memoria") - è anche l'anno delle definitive scelte di vita per Mariangela Maccioni. Sposa infatti Raffaello Marchi, anche lui oppositore del fascismo, sociologo e antropologo, uomo di cinema e di teatro, col quale stringe un vincolo umano fortissimo. Ne è prova la bella ancorché non sistematica né compiuta scheda biografica (titolo: "Mariangela Maccioni, la maestra resistente") da lui stesa e contenuta nel volume dallo stesso Marchi curato, Memorie politiche, uscito (postumo) nel 1988 per i tipi delle Edizioni della Torre. Un volume che contiene un'ampia documentazione delle vicende che hanno la Maccioni per protagonista (per esempio quella sulle "sofferenze" imposte dalla giovane insegnante alla burocrazia scolastico-fascista, cui s'è prima fatto riferimento), stralci d'una autobiografia non conclusa, testimonianze.





Viene il tempo degli oboli alla "patria". Il piccolo popolo di maestre - così anche le nuoresi - è in testa nella generosa gara dell'offerta delle fedi matrimoniali; v'è chi dà le autentiche, oltre ad una copia acquistata per l'occasione. Mariangela no, benché sollecitata. Non c'è collega che non le consigli di evitare di mettersi nei guai per un... cerchietto d'oro. E intanto cresce il numero delle spiate, ma anche delle invenzioni o delle esagerazioni. Si vocifera, ad esempio, che sia in contatto con Emilio Lussu, con la Tunisia, la Spagna, la Russia...

Il regime decide di fare i conti con lei, dopo il clamoroso dispetto a pareggiamento del suo rifiuto di svolgere una lezione sulle virtù del Duce. Perché il suo direttore, non riuscendo a cacciarla, l'ha mortificata con l'attribuzione di incarichi da nulla: vendere per l'intero anno agli scolari i più vari articoli di cancelleria, ordinare e catalogare il magazzino, tenere i conti del carico e dello scarico... Dallo stesso capo d'istituto, un certo giorno del 1933, è stata costretta a prendere la tessera del PNF: una cartolina che, senza neppure esser degnata d'uno sguardo, è finita in un cassetto. (Nel 1927 Annetta Bovinetti, segretaria del Fascio femminile nuorese, le aveva comunicato che «la S.V. non avendo corrisposto all'onore e al dovere di richiedere la tessera e il distintivo del Partito, è stata esclusa dal Fascio»).

Il giorno del suo 46° compleanno, il 17 aprile 1937 - per la denuncia d'una ragazzina cui impartisce lezioni private - viene arrestata con l'accusa di tenere in casa libri antifascisti e di avere una certa corrispondenza a scopo politico con Maura Puggioni, residente a Tunisi. In realtà è capitato che Graziella Giacobbe, incarcerata pure lei, le abbia spedito una lettera nella quale si fa cenno ad un messaggio della Puggioni, che informa della morte di un nuorese, Giovanni Dettori, avvenuta in Spagna, in combattimento, nelle file dei "rossi".

Dopo oltre un mese di detenzione impostale nonostante il riconosciuto «grave esaurimento nervoso» e il cardiopalmo, è rimessa in libertà, ma pure dispensata dall'insegnamento. Fra le colpe, quella d'esser stata, tredici anni avanti, sottoscrittrice "pro Matteotti". I quattro membri della Commissione provinciale per le ammonizioni l'avrebbero voluta spedire al confino, ma s'impone invece la tesi del presidente, il prefetto Martelli: basterà la diffida, ed egli stesso s'impegna alla sorveglianza.

Sospesa dunque «dalle sue funzioni e dallo stipendio» - come recita il decreto - si trova costretta a vivere dando lezioni private, anche queste però non senza una fastidiosa azione di disturbo e boicottaggio da parte del regime, il quale, nella sua stupidissima logica, punta sempre ad umiliare l'avversario sconfitto.

L'aria che tira è questa. Inizia la guerra. Attacca Hitler, si aggrega Mussolini, certo di ritirare il suo bottino in poche settimane. E ancora Zizi, nel racconto dei suoi straordinari Santi di creta, a ricreare l'ambiente, gli umori, i gesti e le parole dei piccoli protagonisti del capoluogo della provincia inventata dal fascismo. Scrive il grande romanziere orunese: «Nuoro pareva veramente un luogo dimenticato dalla guerra, un luogo mai esistito nelle geografie del mondo. Se ne crucciavano tutti, anche il Prefetto, esecutore zelante degli ordini e contrordini che gli giungevano a ogni ora. Per scrupolo leggeva e rileggeva le circolari e i telegrammi cifrati e ogni volta tirava un sospiro di sollievo, pago di aver tutto adempiuto anche quando si doveva disfare di ciò che era stato fatto con tanto inutile zelo. Gli dava tristezza non poter dimostrare agli altri l'efficienza dei suoi servizi di protezione civile. Senza la guerra vera gli appariva tutto un grande spreco, anche il suo instancabile fare. Si consolava scrivendo rapporti che nessuno leggeva, convinto che vi fosse qualcosa di memorabile in ciò che lui creava dal nulla. Non mancava niente, salvo i bombardamenti. C'erano le squadre UNPA dotate di inservibili maschere antigas che i capi fabbricato indossavano a ogni allarme, con una gravità che li rendeva ancora più ridicoli agli occhi di chi sosteneva che nessuno avrebbe sprecato un sola bomba per Nuoro, dove non c'era niente da distruggere perché niente era stato costruito; c'erano le crocerossine, guidate dalla bella moglie del console, più numerose dei letti che conteneva il vecchio ospedale: raccoglievano i pacchi per i soldati, creando qualche confusione quando inviavano calze e guanti di lana sarda ai ragazzi che combattevano a Giarabub o negli altri fronti dell'Africa; e c'erano le studentesse madrine di guerra, ognuna delle quali pensava di essere una piccola Giovanna d'Arco, con i "vincere" e "vinceremo" ripetuti a ogni riga nelle lettere scritte come compiti in classe. L'invadenza del Prefetto suscitava gelosie in chi predicava il fare eroico, come il federale dei fasci che voleva preparare all'azione i nuoresi rimasti fuori dal richiamo generale. A differenza del Prefetto, lui aveva combattuto in Africa e in Spagna.

«Ogni sabato, nel campo Quadrivio, c'erano i pietosi raduni degli impiegati pubblici e privati che, per conservare il posto, non potevano sottrarsi alla mobilitazione civile. Sciancati, obesi e guerci dovevano marciare con i fucili arrugginiti della GIL sulle spalle o correre sui percorsi di guerra, stramazzando spesso sui fossati o davanti al cerchio di fuoco. Il federale li incalzava senza pietà, minacciando con la pistola in pugno quelli che si arrendevano sfiniti e che a lui sembravano pavidi»...

Mussolini visita nuovamente la città il 14 maggio 1942. I palazzi vengono imbiancati, sistemate le strade dove è previsto il passaggio del corteo ufficiale. Ovunque sono affissi manifesti tricolori con la scritta "Duce ritorna. Vinceremo" (Di questa visita-Ispezione, forse alla ricerca di sostegno popolare per una guerra che inizia ad essere sfiancante per lo sfiancato esercito nazionale, si trova la cronaca dettagliata, oltre che sui giornali fascisti del tempo - L'Unione Sarda e L'Isola - anche in un numero speciale dell'agenzia Stefani Il Duce in Sardegna, ripubblicato in anastatica pochi anni or sono. Sono cronaca anche le fotografie; il consenso popolare è evidente, ancora per poco forse, durante la processione mussoliniana: dal nuovo ospedale "San Francesco" al cantiere dell'albergo che dovrà imporre Nuoro come città turistica, fino alla città vecchia, alla casa che fu della Deledda, al costruendo albergo dei poveri, al nuovissimo edificio della casa della Madre e del Bambino, alla sede della Gioventù del Littorio e a quella della Federazione fascista. Bandierine nazionali, un contagio di suggestione). I "ribelli", come sempre - loro e «gli accattoni; gli alcolizzati, i pregiudicati», come li ricorda Zizi - sono spinti a lasciare la città per qualche giorno, o a segregarsi in casa.

Giugno 1943. Mariangela Maccioni riceve da un'amica un giornaletto dattiloscritto dalla testata battagliera: Avanti, Sardegna) nel quale si prospetta l'eventualità di uno sbarco degli alleati nell'isola e si indica il re come responsabile primo del conflitto bellico in corso. Dopo averlo ben letto, lo affida a un ragazzo col compito di impararlo a memoria (evidentemente per ripeterlo a chi di dovere, senza compromettersi con documenti "sovversivi"). Un mese dopo, il 25 luglio cioè, arriva la notizia della caduta di Mussolini. Nel Corso, in città, gli studenti strappano i simboli del passato regime a chi ancora li indossa: sembra sia iniziata la democratizzazione, ma è un'illusione. Non passano infatti che poche settimane ed ecco - una domenica pomeriggio - tre uomini presentarsi a casa Marchi-Maccioni. Chiedono a Mariangela se conosca Antonio Dore, uno dei capi del comunismo locale, ed alla risposta affermativa segue una nuova perquisizione della casa ed il suo fermo. In un primo faccia-a-faccia il ragazzo custode del "pericoloso" dattiloscritto - che aveva appunto accusato Dore di avergli consegnato il giornaletto - nega ancora di averlo, in realtà, ricevuto dalla maestra, ma poi, da questa stessa sollecitato, confessa.

È rimessa in libertà (vigilata), ma solo dopo aver riferito la provenienza del documento tanto ostile al re. (Adesso, con Badoglio al posto di Mussolini, i reati contro il buon nome del sovrano sopravanzano in gravità quelli contro l'onorabilità di un duce che è stato rovesciato...). Sente l'amarezza del cedimento, ed intanto non cessano le visite di questurini e le domande. Da lei si vuol conoscere l'indirizzo segreto di Emilio Lussu per rintracciarlo e farlo… governatore dell'isola.

Passano altri mesi. A luglio Lussu torna in Sardegna e anche Nuoro è fra le piazze che egli include nel giro di propaganda. E parla - a Nuoro come a Cagliari e a Sassari, ad Oristano e nel Sulcis - di liberazione nazionale, di partigiani, dei soldati del nuovo esercito, di autonomia e di federalismo.

Dopo la firma dell'armistizio e l'assunzione, da parte dell'Italia, del ruolo di cobelligerante con gli alleati e contro i nazi-fascisti, alla "maestra resistente" - finalmente liberata dalla sorveglianza - viene affidata la direzione della biblioteca "Sebastiano Satta", dove sostituisce la segretaria del Fascio femminile (ottobre 1943), e dove, comunque, non mancheranno, già da subito, le incomprensioni con le "gerarchie burocratiche", impersonate qui dal sovrintendente Nicola Valle.

Con decorrenza 1° marzo 1944 è "riammessa in servizio" come insegnante, ma non può fruire degli arretrati cui avrebbe avuto diritto - in virtù di una legge morale da nessuno tradotta in legge scritta - per l'estromissione forzosa dall'Amministrazione scolastica. Ha 53 anni.
L'anno successivo è nominata nella Sottocommissione provinciale per l'epurazione del personale scolastico (elementari), e sarà mite contro quelli che non lo furono a suo tempo con lei.

Nel marzo 1946 si candida alle comunali di Nuoro nelle liste sardiste, ma dai suoi concittadini non ha il riconoscimento che merita. Si ripresenta, nel Fronte social-comunista, come esponente di un movimento pacifista cristiano, nel 1948. E per lei sono nuove scomuniche. Questa volta clericali. Ma intanto si avvia - pur nella lucidità intellettuale e in un'intensa vita sociale - alla fine, che verrà nel settembre 1958.

Negli anni bui del fascismo sono state tante - anche se sempre infima minoranza all'interno delle masse conformiste e passive e paurose - le donne che hanno difeso le proprie idee e rivendicato la libertà, il diritto di cittadini, la reale sovranità popolare. Mariangela Maccioni è stata una di quelle che, coraggiosamente e sempre fedeli ai propri ideali, si sono opposte ad un regime dispotico e menzognero, rovinato infine sotto le macerie di una guerra civile, fratricida, sviluppatasi in parallelo e dentro il conflitto mondiale.

La "maestra resistente" non si è mai lasciata piegare e modellare dall'incolta prepotenza del regime. Intelligente e sensibile, educata e testarda, s'è guadagnata l'apprezzamento e la considerazione da parte di chi, fascista qualche volta più per necessità che per convinzione, l'ha dovuta tallonare ed osteggiare nelle numerose occasioni della sua ribellione. Una donna comune eppure diversa, con in più la forza di dire "no" a un sistema che non parlava d'altro che di comando e di obbedienza, di superiorità e di conquiste, ma che dentro di sé ha poi lasciato povertà e distruzione.

Un pensiero ammirato e grato va da parte delle giovani generazioni a Mariangela Maccioni ed a tutti quelli che come lei hanno lottato per il trionfo della libertà, della nostra libertà.

Francesca Carta: «Suffragette alla meta, anche nell' Isola»

Le prime espressioni della cosiddetta "questione femminile" si possono collocare nella rivoluzione francese. Infatti già nella seconda metà del XVIII secolo appaiono scritti riguardanti il problema e nel 1789 esce la bozza di una "Dichiarazione dei diritti delle donne" presentato alla Costituente francese. Nel 1804 il Codice napoleonico riconfermava invece la tradizionale condizione femminile. I maggiori esponenti marxisti, per parte loro, nei propri scritti sostengono che la donna potrà sottrarsi alla condizione di oppressione e di sfruttamento solo tramite il lavoro extra-domestico.





La guerra del 1940-1945 trasforma in campi di battaglia paesi e città, dove il numero dei civili periti risulterà di poco inferiore a quello dei militari caduti. In Italia le donne, spinte dalla fame e dalla guerra, sono obbligate ad uscire dal ruolo di "madre e moglie esemplare" che per lungo tempo la Chiesa e il fascismo hanno affidato loro. Così, la necessità di "trasgredire" diviene piano piano una scelta, un bisogno di nuove conquiste. Le donne sono le uniche vincitrici di una guerra perduta.

La situazione post-bellica rende necessario un impegno collettivo, nel quale tutte le forze politiche e sociali sono mobilitate, quindi anche quelle "aree" di popolazione finora emarginate... Inizialmente sono i partiti della sinistra quelli che incontrano difficoltà nell'inserimento di queste nuove forze nella vita politica. Alle forze conservatrici e cattoliche il problema della presenza di giovani e di donne tra le masse non pone che problemi di attivismo e proselitismo, finendo con l'ignorare la realtà profonda della questione giovanile e femminile. Al contrario, lo schieramento di sinistra riconosce a questi nuovi soggetti una funzione importante per la trasformazione in senso democratico (e socialista) della società. I Comitati di Liberazione che dopo l'8 settembre si sono costituiti anche nell'isola, non sorgono come forma di autogoverno popolare, ma come risultato di un'intesa fra esponenti del vecchio antifascismo e quali organi di raccordo con le varie espressioni amministrative locali. Segretario del Comitato di Liberazione della Provincia di Cagliari è l'avvocato mazziniano-sardista Cesare Pintus, che non a caso diventerà - come il più rappresentativo esponente dell'articolato mosaico neo-democratico - sindaco del capoluogo nell'ottobre 1944. Il movimento di emancipazione femminile si afferma in Italia proprio mentre i Comitati di Liberazione realizzano un nuovo tipo di direzione politica e grazie anche al ruolo avuto dalle donne nella dura lotta per la fuoriuscita dal regime di oppressione della dittatura e dell'invasione militare tedesca.

Nel gennaio 1945 viene approvata l'estensione del diritto di voto anche a quella parte di popolazione - donne in testa - ancora esclusa dal suffragio. Lussu, nel suo discorso di Cagliari del 15 aprile, afferma che, nonostante si tratti di una concessione e non di una conquista, ciò rappresenterà comunque un passo avanti verso la piena democratizzazione del paese. Gli oppositori al voto, egli dice, affermano l'inferiorità della donna rispetto all'uomo e la sua immaturità. Queste due considerazioni sono palesemente infondate: la donna non ha contribuito alle conquiste della civiltà umana nella stessa misura dell'uomo - egli sostiene - perché è sempre stata esclusa dalla scena politica, inoltre non ha avuto la possibilità di uscire dall'ambito domestico per affermare i suoi valori e i suoi diritti. Per quanto riguarda l'immaturità, anche gli uomini prima che venisse loro riconosciuto il diritto elettorale erano... immaturi. È necessario quindi potersi inserire nelle attività della vita pubblica per "maturare". Lussu ricorda il presidente Roosevelt e le donne, la madre e la sposa, che con il loro amore e la loro fede operosa lo hanno sostenuto nella lotta per la causa della libertà, e la Camera dei Comuni dove, con gli altri deputati, sedevano Lady Astor, la figlia di Lloyd George ed alcune rappresentanti del partito laburista.

Il problema della parità, inteso come un problema giuridico, economico, ma soprattutto sociale, va definendosi, negli anni della rinascita del Paese, come uno dei problemi nazionali, occasione di scontro per le forze politiche. Il "problema femminile" apre il dibattito dentro i partiti e fra i partiti: è necessario creare per le donne appositi organismi di base?

Per la DC la questione non si pone: i cattolici vantano una lunga tradizione di attività specifica in direzione delle donne, nelle quali vedono una notevole riserva di consenso e di voti, anche grazie agli input provenienti dalla gerarchia ecclesiastica. In merito si può ricordare il discorso del Cardinale Dalla Costa: «... se le donne saranno lasciate libere, se non cercheranno la vittoria di nessun partito, ma votando avranno unicamente di mira i diritti di Dio, gli interessi delle anime, il bene vero della famiglia e del popolo, il voto alle donne si rivelerà provvidenziale». Sicuramente un buon cavallo di battaglia elettorale democristiano.

Tra le forze della sinistra si discute approfonditamente sulla validità e sulla opportunità della costituzione di "cellule" femminili di partito. Il PCI presenta la questione femminile come parte della più complessa questione sociale: alle militanti si chiede di collaborare alla creazione di una grande associazione unitaria di massa. Nascono le cellule femminili: un'organizzazione di base separata. A Cagliari le prime e più consistenti si costituiscono agli inizi del 1945, e sono quella aziendale della Manifattura Tabacchi e quella del quartiere della Marina. E in seguito altre si formano nei quartieri Castello, S. Avendrace, S. Elia, via Tuveri, ognuna costituita da 10-11 unità. Le cellule femminili sono scuola di democrazia e strumento di educazione politica che permettono le prime iniziative autonome delle donne e la formazione di quadri politici femminili.

Nel partito demolaburista si nega l'esistenza di una questione femminile e si rifiuta la creazione di un organismo specifico, visto come discriminante nei confronti di chi si vorrebbe tutelare: per esso il solo parlare di movimento femminile è un porre su un piano di inferiorità le donne.

Il PSd'Az individua i compiti e la validità delle sezioni femminili nel quadro più generale dell'impegno del Partito: il raggiungimento dell'autonomia regionale, conquista spirituale prima che politica e consapevolezza dell'"Io" sardo.

Il ritorno dei reduci apre in maniera drammatica il problema occupativo. Il lavoro della donna è visto come diritto soggettivo da parte dei partiti di sinistra, ma anche una buona parte delle forze borghesi e cattoliche abbandona la visione della donna dedita esclusivamente alle cure domestiche. La conquista della piena parità giuridica, di valore e di compenso, e cioè della effettiva emancipazione femminile, comporta una battaglia contro la divisione dei compiti sociali tra i sessi. Nell'aprile 1945 a Cagliari viene costituito il comitato provvisorio dell'UDI, nato come strumento di lotta di tutte le donne per la conquista dei propri diritti e della libertà. In seguito l'UDI prenderà il nome di "Corpo Elettorale Femminile". Il suo 1° congresso provinciale ha luogo l'11 ottobre a Cagliari, presieduto da Margherita Bellieni del circolo di Sassari.

Il Congresso Mondiale femminile di Parigi è l'occasione che la DC coglie per prendere le distanze dall'Unione; la democristiana Mercedes Zamboni-Guardieri afferma: «... l'UDI è una rete comunista che prende le pescioline dei gruppi femminili dei partitini, che per se stesse non possono far nulla». Nell'agosto 1945 anche le donne liberali escono dall'organizzazione «causa la situazione determinatasi in seguito all'uscita delle donne liberali dell'Alta Italia».

Ma già nel maggio (del 1945) si è costituito anche a Cagliari un centro del CIF, indipendente da ogni partito - ma comunque di estrazione moderata e di "area" cattolica - inteso a conseguire, mediante lo studio, la propaganda, l'azione, scopi religiosi, morali e civili. Il suo primo convegno cittadino si è tenuto il 10 maggio 1945 nel teatro della Manifattura Tabacchi, presieduto da Angela Sulis. L’inizio di un cammino ancora in corso, forse non meno fortunato di quello dell'UDI.


Fonte: Gianfranco Murtas
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