Gianfranco Murtas

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Con il giovanissimo Massimiliano Rais, trent’anni fa, al censimento dei tesori ideali del sardismo antifascista, per l’Italia del domani: repubblicana e inclusiva, laica ed europeista

di Gianfranco Murtas


Il suo valore professionale, radicato su una precoce larga cultura alimentata da letture e frequentazioni “adulte” già da piccolo, e radicato anche su una educata sensibilità democratica (nel senso più pieno, civile e morale cioè, della parola), Massimiliano Rais l’ha dimostrato in trent’anni ormai di giornalismo scritto e televisivo. Il riferimento alle sue ascendenze familiari non riguarda dunque in alcun modo la “strada facile” che potrebbe aver trovato negli inoltri al mestiere – perché poi la “strada facile” non l’ha trovata ma semmai “la strada giusta e ben indirizzata” se l’è tutta conquistata con fatica e costanza applicativa – ma tocca invece i succhi valoriali e politici che l’hanno nutrito. Passando ovviamente per il magistero domestico, d’un padre consulente commercialista e di una madre professoressa, e direi anche di una zia competentissima bibliotecaria all’Universitaria, il suo mondo ideale egli lo ha costruito, ancora bambino e poi adolescente, con i nonni Lussu – Lussu d’origine villasaltese, la nonna Gesuina cugina nientemeno che di Emilio Lussu e il nonno Antonino, fattosi con gli anni decano dei commercialisti isolani, compagno di lotta sardista e sardo-socialista, sempre antifascista, di Emilio Lussu.

Il primo incontro con Massimiliano Rais lo debbo raccontare perché spiega molto di quanto ho cercato di dire nelle righe precedenti.

Era il 1989 e stavo lavorando ad un libro su Cesare Pintus. Tanto più sul Cesare Pintus del dopoguerra, il Cesare Pintus redattore capo de L’Unione Sarda defascistizzata, il Cesare Pintus segretario azionista e segretario anche della concentrazione antifascista della provincia di Cagliari, fiduciario di Emilio Lussu e dal 1944, per diciotto mesi, sindaco di Cagliari. Ancora, il Cesare Pintus tesserato sardista in conseguenza degli accordi fra Partito d’Azione e Partito Sardo del settembre 1944, mazziniano sempre, fautore dell’unità della patria sempre. Il materiale documentario non era molto, addirittura mancavano le immagini, le foto di quello che era stato una delle… belle vittime della dittatura, con i cinque anni di galera (a fronte dei dieci anni comminatigli dalla sentenza del Tribunale speciale, ma con supplemento di tubercolosi contratta nella restrizione), i tre anni di vigilanza speciale, i tanti di più – fino ad arrivare al 1944 – di esclusione dall’albo professionale. 

Contattai allora diversi suoi antichi compagni di lotta onde averne precise testimonianze personali e, fra essi, contattai il dottor Antonino Lussu – ormai più che ottantenne e già ritrattosi dalla professione – perché forse più di tutti lui, con Pintus, aveva consumato una intimità d’amicizia umana oltre che una solidarietà politica che era stata totalizzante. Lo provò lo scambio epistolare cui avrei avuto accesso successivamente.

Mi incontrai con Antonino Lussu nella sua abitazione, ai piedi di Monte Urpinu. Si presentò con due grossi faldoni di carte in cui c’era di tutto: dai verbali di fondazione delle sezioni azioniste in provincia di Cagliari – appunto perché Pintus era stato il promotore del partito nel territorio – alle bozze e ai testi definitivi e ufficiali dell’intesa fra Pd’A e PSd’A, e tutto e di più. Naturalmente anche le fotografie, quattro o cinque, di Pintus e quello scambio epistolare che i due avevano intrattenuto nella stagione ultima di vita di Cesare Pintus, al sanatorio piemontese di Pra Catinat (presso Fenestrelle nella val Chisone), dopo che al romano Forlanini. Documentati lì anche gli aiuti finanziari rilasciati all’infermo che non disponeva neppure del minimo necessario.

D’altra parte Antonino Lussu concreta fraternità aveva mostrato sempre, fin dal 1935, a Pintus, quando lo aveva accolto nel suo studio legale-commerciale (condiviso con l’avv. Mario Pino, altro sodale antifascista) inserendolo nelle attività professionali, pur se a lui non era concesso – data l’esclusione dall’albo degli avvocati – di firmare alcun atto riconosciuto dalla legge.

Erano documenti abbondanti e importantissimi, del tutto inediti. Ma prima ancora che osassi chiedere all’anziano mio interlocutore, soprattutto (direi esclusivamente) nell’interesse della buona causa che sostenevo circa i tardivi, ma ormai improcrastinabili, riconoscimenti da rendere alla memoria del sindaco “della liberazione”, di consentirmi di ricopiare o magari fotocopiare almeno alcune di quelle carte, egli richiuse tutto con un «sono tutti documenti privati, purtroppo non le posso dare nulla».

Me ne dolsi naturalmente, senza esternargli il mio sentimento o la mia delusione. Mi accontentai di quel che mi aveva confidato viaggiando nella memoria di una vita intera – egli stesso era stato assessore comunale di Cagliari, ma nella giunta Dessì Deliperi e ancora come azionista, prima che entrasse in funzione l’esecutivo guidato da Pintus – e tornato a casa scrissi il resoconto di quella conversazione comunque preziosa.

Era malato, oltreché anziano, il dottor Lussu, e purtroppo alcuni mesi dopo, nel novembre di quel 1989, venne meno. Fu allora che, di sua spontanea iniziativa, il nipote poco più che ventenne e studente universitario mi contattò con il garbo che è il suo stile e, motu proprio, mi mise a disposizione tutto quanto il nonno aveva invece secretato per scrupolo in sé ammirevole, pur se, ritenni e ritengo, eccessivo.

Sicché molto, il più di quanto oggi conosciamo della vicenda umana e politica di Cesare Pintus nel dopoguerra ma direi, in buona misura, anche nel tempo della sua giovanile militanza repubblicana e di quella, clandestina e arrischiata, di GL (fino all’arresto nel 1930 e al processo e alla prolungata detenzione), la dobbiamo a quelle carte di casa Lussu messemi a disposizione da questo ragazzo garbato, generoso e – mi resi conto subito – colto.

Da allora iniziò un rapporto fra me e Massimiliano, subito accolto nella cerchia dei giovani fratelli con i quali attivai, giusto in quei mesi e protraendolo per alcuni anni, un sodalizio di studio e produttivo piuttosto gravoso e formativo: sì, formativo per i giovani così come anche per me. Ne ha scritto qualche riga l’indimenticato professor Francesco Floris, ed è stato un riconoscimento valido e gratificante cento volte, per l’autorevolezza della fonte della certificazione. 

Il volume su Cesare Pintus (Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano era il titolo presentato in municipio, dal sindaco De Magistris, dal professor Brigaglia e dal direttore editoriale de L’Unione Sarda Gianni Filippini, il 25 aprile 1990) aprì una collana che chiamai “documenti e testimonianze” sul sardoAzionismo e che comprese, nello stretto campo editoriale, altri tre tomi e successivamente altri cinque o sei o sette comprendendo anche quelli sul sardismo repubblicano di Giovanni Battista Melis. Li ricorderei tutti perché in essi – anche in essi – la partecipazione di Massimiliano Rais fu qualificatissima, sia che apparisse con un contributo firmato sia che si compendiasse in una consulenza o in un apporto di documenti: Sardismo e Azionismo negli anni del CLN (1990); Bastianina, il sardoAzionismo, Saba, Berlinguer e Mastino (1991); Titino Melis, il PSd’A mazziniano, Fancello, Siglienti, i gielle (1992); i due allegati Alla fabbrica della Repubblica e dell’Autonomia (1992, 1993); “Con cuore di sardo e d’italiano”. Giovanni Battista Melis deputato alla I e IV legislatura repubblicana (1993); Ferruccio Parri sardista elettivo (1994); Quel sardismo per l’Italia. Omaggio a Lussu, Bellieni e Contu nel ventesimo della scomparsa (1995); Storia del “Cavaliere senza macchia e senza paura”. Appunti autobiografici di Giovanni Battista Melis (1996); 1946, il dibattito politico in Sardegna alla vigilia della Costituente (1996). Assocerei ai tanti anche Per Giovanni Spadolini Per Bruno Visentini (1996) per la contiguità della materia – considerando io il repubblicanesimo e l’azionismo, dunque il sardismo e il sardoAzionismo, tutti figli di una stessa scuola di pensiero, quella democratica risorgimentale, mazziniana e cattaneana – e ancora per la partecipazione, con un contributo di speciale valore documentario, di Massimiliano.

Scaldati… i motori, avviata con immediati ottimi risultati la macchina collettiva che comprese anche Maurizio Battelli, Vito Biolchini, Elio Masala ed Armando Serri (e altri ancora per particolari imprese), nel 1991 proposi a Massimiliano Rais, e dunque anche agli altri quattro, di collaborare con me alla produzione di una trasmissione – Zibaldone era il titolo – che l’emittente Sardegna Uno mandò in onda per otto puntate più uno speciale, nell’arco di alcuni mesi (appunto del 1991).

Fu, anche quello, un progetto tradottosi subito in opera, con impegno (fatica cioè) ed insieme leggerezza, che equilibrava l’autonomia delle partecipazioni (i servizi firmati da ciascuno) alla coralità tanto più materializzata nella rubrica detta del “forum”, dell’incontro-intervista cioè con una personalità del mondo della letteratura, della saggistica, del giornalismo – della scrittura insomma – che chiudeva la puntata, per il resto dedicata alle novità librarie, ad una selezionata rassegna stampa, alla esplorazione di una biblioteca locale, alla schedatura di una testata giornalistica sarda del tempo che fu.

Proprio questa intesa nel gruppo originò nel tempo, allargandosi ad altri – ed erano altri giovani coetanei –, nuove iniziative e nuove compagini associative: e nacque fra il 1996 e il 1997, evoluzione magnifica di un certo anticipatore volontariato culturale, il gruppo che lanciò, a Cagliari, le manifestazioni di Monumenti aperti. Massimiliano Rais ne fu, insieme e con pari merito di Vito Biolchini, Armando Serri, Massimiliano Messina (già segretario regionale dei giovani repubblicani) e Giuseppe Crobu, il proponente. Il resto si sa, è noto ed è bello a conoscersi.

Qui mi importava rimarcare originalità e generosità, il talento personale e culturale di Massimiliano Rais, del giovane – dell’ex giovane – Massimiliano Rais oggi affermato professionista, allora ai suoi promettenti esordi. Ricordo le righe con cui introdussi il suo primo contributo (“Il Solco comune fra sardisti e repubblicani” in Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano) che puntava a presentare il Pintus 22enne collaboratore/corrispondente della stampa repubblicana ed autonomista nella tribolata stagione che anticipava il fascismo: proprio un coetaneo “virtuale”, settant’anni dopo, ne ricostruiva i passaggi, con una inevitabile identificazione con l’eroe del mazzinianesimo di Giustizia e Libertà. Così: «La scheda sul Solco tra il 1919 ed il 1926 è di Massimiliano Rais, giovanissimo intellettuale cagliaritano anch’egli del ceppo della Sinistra democratica, repubblicana ed autonomista». Davvero, tanto più nei primi appuntamenti, egli recò molta originale, assolutamente inedita ed estremamente interessante, documentazione custodita in casa, e… secretata dal nonno Antonino testimone e coprotagonista di vicende onorevolissime. Il riferimento tematico era soprattutto alla faticosa ricerca di una missione possibile del Partito Sardo, quando già una buona parte di esso – così nella dirigenza (e perfino nella rappresentanza parlamentare) come nella militanza – aveva abbandonato il campo per confluire nel Partito Nazionale Fascista.

Allearsi con altri movimenti politici meridionali in vista di un articolato Partito Italiano d’Azione? Ma con quali affidamenti di coerenza da parte loro? (Presto si sarebbe visto il bluff del Partito Lucano d’Azione). Come difendere il Solco, ormai la sola voce pubblica di un partito che aveva scelto, per testimonianza democratica – con Lussu e Mastino –, l’Aventino? Come marcare l’originalità della elaborazione sardista rispetto ai cartelli dei partiti democratici, liberali e socialisti? Come far chiaro che l’antifascismo sardista derivava dal denegato riconoscimento di “veri rivoluzionari” ai fascisti mentre quello delle altre forze moderate e progressiste del parlamento italiano muoveva dall’opposta considerazione, che cioè i fascisti fossero proprio dei “veri rivoluzionari”? 

E poi tutto il resto, nella lettura del fenomeno sardista nel secondo dopoguerra offerta da Rais studioso e scrittore: circa il lealismo repubblicano del PSd’A, circa la superiore dignità morale di personalità come Marianna Bussalai e, chiamata alla prova ancora per trent’anni dopo la scomparsa della pasionaria oranese, di Titino Melis…

Qui di seguito riepilogo gli articoli poi riproposti (con titolo talvolta appena rivisto) a firma di Massimiliano Rais mio talentuoso amico:

«Il Solco comune fra sardisti e repubblicani» 

(in Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano, Cagliari 1990);

«Negli epistolari le riflessioni sardo-azioniste degli anni ’20: quelle lettere di Bellieni e Torraca a Lussu» 

(in Ferruccio Parri sardista elettivo, Cagliari 1994);

«Villasalto e Armungia… Ricordando il balconcino di Furreddu» 

(in Sardismo e Azionismo negli anni del CLN, Cagliari 1990);

«Bibbia e Sardismo: la fede di Marianna Bussalai» 

(in Bastianina, il sardoAzionismo, Saba, Berlinguer e Mastino, Cagliari 1991)

«Con Titino Melis, contro il banditismo, fuori dai miti»

(in “Con cuore di sardo e d’italiano”. Giovanni Battista Melis deputato alla I e IV legislatura repubblicana, Cagliari 1993)


Massimiliano Rais: «Il Solco comune fra sardisti e repubblicani» 

C'è il rischio nell'illustrare i rapporti tra sardismo e repubblicanesimo nella Sardegna dei primi anni '20 d'incorrere in errori di prospettiva clamorosi. L’evidenza di certi dissapori, di certi contrasti potrebbe essere fuorviante. Potrebbe essere segnale di una incompatibilità fisiologica tra PSd'Az e PRI, mentre l'evolversi degli eventi storici contribuisce a far maturare una positiva dialettica fra le due parti.

Raimondo Carta Raspi, grande conoscitore di "cose Sarde", dice nel suo libro Verso l'autonomia: «che esso [il PSd'Az] è vecchio quanto la regione Sarda, la quale essendo ben definita geograficamente in quanto è pure un'isola, e avendo una storia e tradizioni di civiltà sue proprie che risalgono a tempi molto remoti, ebbe e conservò via via nei secoli una spiccata individualità…». Il PSd'Az nasce nell'aprile del 1921 ad Oristano e affonda le sue radici nel combattentismo, composito movimento che nel primo dopoguerra si fa portavoce delle istanze provenienti dal mondo dei reduci. Si tratta di un movimento fortemente eterogeneo, che tuttavia, pur sbandierando spesso temi demagogici, è una palestra di formazione, e di educazione politica essenziale per molti futuri protagonisti della vita politica isolana.

In Sardegna il movimento dei combattenti sviluppa un'azione assolutamente originale, rispetto alle altre regioni del meridione italiano, in considerazione della peculiarità dell'ambiente Sardo, con un'economia agro-pastorale, con rapporti di produzione di stampo feudale, e con uno sviluppo capitalistico quasi a livello zero. Già nel 1920 Camillo Bellieni, una delle menti più illuminate del sardismo, sul Solco avverte l'esigenza di un Partito che rappresenti la guida politica del movimento combattentistico. Tale Partito sarà proprio il PSd'Az.

Acquista subito una capitale importanza per la propagazione delle idealità dei reduci prima e poi di quelle sardiste, il "foglio" che del sardismo sarà la bandiera: il Solco. Esso fa il suo esordio a Cagliari nell'agosto del 1919 con cadenza settimanale, per diventare quotidiano nel febbraio del 1922. Pur tra inevitabili lacune dovute alla soffocante censura fascista, il Solco può essere assunto come specchio fedele dell'andamento delle relazioni politiche tra il Partito Sardo d'Azione e il Partito Repubblicano.

Dato caratterizzante delle due formazioni è che entrambe sono minoranze che, operando con tenacia, si oppongono allo status quo. I repubblicani ad una migliore organizzazione di partito uniscono anche un superiore livello di cultura politica. I sardisti maturano le loro esperienze politiche in maniera più traumatica, nelle trincee del Carso, confrontandosi con l'amara realtà della 1a Guerra Mondiale, dove gli "intrepidi" sardi della "Brigata Sassari" hanno un ruolo determinante. Il PSd'Az, sin dall'inizio della sua azione, vuole essere un partito "diverso" rispetto alle tradizionali forze politiche locali portatrici di una politica clientelare, supinamente legata alle direttive delle loro segreterie nazionali.

I rapporti tra le due minoranze, negli anni che vanno dai 1919 al 1926 (anno in cui il Solco interrompe le pubblicazioni), sono altalenanti; tra la fine del 1921 e l'inizio del 1922 superano il livello di guardia e sono al limite della rottura. In questa fase le due parti si guardano decisamente in cagnesco pronte a rinfacciarsi ogni minima debolezza sul piano della lotta politica. Un episodio che è sintomo di questa tensione nei rapporti reciproci è la visita del principe ereditario in Sardegna, a cui il Solco dà risalto. In un articolo del 16 dicembre 1921 dal titolo "Noi e l'unità d'Italia" i sardisti, rigettando le accuse di separatismo che da più parti gli venivano mosse, dichiarano la loro italianità e riaffermano la loro concezione politica che poggia su un concetto di «nazione come associazione grandiosa di libere volontà regionali che si incontrino sul terreno di alti interessi comuni e non già come asservimento e subiezione passiva dei destini delle singole regioni ad un'idea, o per meglio dire ad una formula ciecamente unificatrice». Inoltre ritengono che, pur liberi da ogni pregiudiziale, nessuno possa imporgli d'inchinarsi all'istituto monarchico e alle altre istituzioni dello Stato per dimostrare la loro fedeltà patriottica. E in occasione del Congresso dei combattenti tenutosi ad Oristano nei primi mesi del 1922 i sardisti ribadiscono la volontà di non abbracciare formule precostituite, come quelle su cui si adagerebbe staticamente il PRI da mezzo secolo. In realtà, al di là delle affermazioni di principio, non appare molto chiaro con chi e in che modo il PSd'Az voglia l'autonomia, e questo anello debole della loro riflessione politica è spesso rimarcato dalla dirigenza repubblicana.

Altro elemento che contribuisce ad alimentare il fuoco della diffidenza tra sardisti e repubblicani è l'attacco nei confronti del PRI contenuto nel patto d'Alleanza sardo-molisano che il Solco pubblica il 27 novembre del 1921. Tale accordo nasce dalla convinzione che il movimento autonomista sardo debba inquadrarsi in un movimento autonomistico nazionale. Il Partito Sardo e il Partito Molisano si dichiarano avversari dei partiti tradizionali e anche del «repubblicanesimo insurrezionale perché stantio bolscevismo borghese che attraverso il rovesciamento dell'istituto monarchico pretende raggiungere quelle trasformazioni dello Stato presente che non può essere se non educazione degli spiriti mediante faticosa quotidiana opera di elevazione e di organizzazione». Sono affermazioni durissime. Anni più tardi, nel 1925, nonostante i rapporti tra i due partiti si siano nel frattempo normalizzati, Camillo Bellieni in una lettera a Emilio Lussu scrive: «in verità mi sembra che di veri repubblicani non ci siamo che noi. Pochi, in vero, saremo tu, io, qualche altro. Ma insomma solo gli autonomisti si possono chiamare repubblicani. Io mi sono sempre opposto alla confusione nostra col PRI, appunto perché stabilendo "Autonomia" ponevamo come corollario necessario "Repubblica". Mentre la Repubblica loro non si sa che cosa fosse. Un empiastro indefinibile fatto di romanticismo garibaldino e che scolava fatalmente in filo monarchismo indiretto».

Tuttavia anche nei momenti di maggiore attrito, il PSd'Az sente profondamente, nell'ambito del dibattito sull'autonomia, l'influsso di uomini che hanno fatto la storia del pensiero del PRI: Tuveri, Cattaneo, Mazzini. Nell'ottica sardista è suggestivo recuperare il bagaglio di esperienze intellettuali maturato da quelle grandi figure. Si tratta di idealità perenni suscettibili di avere valore nella società umana di ogni tempo, e nella stessa società sarda degli anni '20 secondo i sardisti possono acquistare una valenza politica specifica. Il Solco del 16 giugno 1921, con un misto di deferente devozione e di legittimo orgoglio per la "sardità" dell'uomo, riporta una massima di Giovanni Battista Tuveri tratta da il "Movimento Operaio" del giugno 1876: «il vero decentramento sta nel lasciare al popolo l'esercizio di tutti quei diritti che non sono imprescindibili per lo Stato». Frequenti sono anche le testimonianze mazziniane e l'ardente fervore patriottico del "dormiente di Staglieno" è per i sardisti un severo monito ad adempiere i doveri loro imposti dall'azione politica. Sempre sul Solco il 10 marzo del 1922, in un articolo dal titolo "Giuseppe Mazzini e la Sardegna", il pensatore genovese, ricorrendo il cinquantenario della morte, è ricordato con toni commossi: «lui che seppe trovare una parola di difesa per la gente Sarda, quando la casa Sabauda voleva venderla come una tanca regia all'ambizione di Napoleone III nel 1860». L'ammirazione che il PSd'Az avverte per Mazzini è genuina e sincera, e ancora sul Solco del 6 giugno 1922 è esposta una specie di summa del Mazzini-pensiero.

Nel marzo del 1925 il giornale sardista riporta notizie di un'altra commemorazione mazziniana in occasione del 53° anniversario della morte dell'Apostolo: «i locali del Solco erano letteralmente pieni di repubblicani ed amici politici ai quali era stato esteso l'invito di partecipare all'austera cerimonia. Il segretario politico della sezione dott. Cesare Pintus, con acconcie e vibranti parole, dove ha avuto modo di accennare fugacemente all'attuale non lieta situazione politica, ha presentato l'oratore ufficiale, dottor Silvio Mastio, il quale ha parlato per circa un'ora, lumeggiando con profondità di dottrina e fervore di discepolo il pensiero e l'azione del Maestro, nella sua duplice manifestazione nazionale ed universale. Gli oratori sono stati calorosamente applauditi. L'adunanza si è sciolta senza il minimo incidente».

Anche Cattaneo è fatto segno di una particolare attenzione da parte dei sardisti e un suo profilo politico, accanto a quello di Mazzini, è contenuto nel Solco dell'11 febbraio 1926.

Non mancano spunti polemici nei confronti dei leader repubblicani locali. Dalle colonne del Solco il PSd'Az ingaggia una personale battaglia contro Filippo Garavetti, vecchio uomo del PRI (staccatosi poi dal Partito: nel 1910 ha preferito il laticlavio regio alla precarietà della militanza nell'opposizione), che, sfruttando il vento dell'opportunità politica, passerà armi e bagagli al fascismo. Il Solco del 14/15 settembre 1922 titola: "Le aberrazioni campanilistiche di un senatore repubblicano" e il "pezzo" vuole essere una risposta per le rime ad alcune osservazioni espresse da Garavetti sul conto dei sardisti accusati - in un articolo uscito sulla "Gazzetta del Popolo" - di rappresentare un'arbitraria prevalenza di Cagliari su Sassari. I sardisti replicano duramente alle insinuazioni sostenendo che il Garavetti «rivela una mentalità politica da troglodita».

Ai primi di dicembre, sempre sul Solco, altro round dello scontro Garavetti-PSd'Az. Molto caustico è l'atteggiamento sardista nei confronti dell'avversario: «il povero Garavetti si è spaventato perché nel programma di Macomer si parla di Repubblica proprio lui che ha fatto consistere tutto il repubblicanesimo nell'imitare la forza della barba di Mazzini, proprio lui deve parlare...».

Dopo la presa di potere fascista (fine ottobre 1922) i legami tra sardisti e repubblicani si fanno sempre più stretti e certe vecchie "ruggini" vengono dimenticate in nome del comune antifascismo. La notte della libertà cala sul paese e i terribili avvenimenti di questi anni mettono a durissima prova la forza dei partiti e soprattutto degli uomini dell'opposizione. Tra mille cedimenti, paure, viltà e tradimenti sono pochissimi quelli che riescono a mantenere una linea di coerente fermezza. La politica del manganello si abbatte sui dorsi dei "bonisardi", che in precedenza avevano affermato orgogliosamente che «il clima di Sardegna non è adatto per la mala pianta della tirannia». Contro le prepotenze del regime anche gli isolani predispongono i loro animi alla lotta. Il sardismo perde parecchi suoi esponenti che, per mero calcolo politico, passano al nemico, ma anche altri che rimarranno fedeli sono assaliti da amletici dubbi. Paolo Orano, Umberto Cao e altri ancora, un tempo convinti assertori dell'ideale sardista, abbandonano il partito e proprio Orano, all'atto del suo tradimento, diffonde notizie tendenziose su presunti progetti separatisti dei "Quattro Mori". Per il PSd'Az è una pugnalata alle spalle e la risposta al vecchio compagno di lotta è immediata. Il PRI interviene a difesa dei sardisti e attraverso La Voce Repubblicana avverte: «... noi riteniamo che in scarsa considerazione debba essere tenuta dallo stesso governo un uomo che con tanta leggerezza e sfacciataggine di agente provocatore lancia una fandonia di questo genere, non certo adatta per ristabilire il credito dell'Italia all'estero. Questa davvero ambigua figura, ha osato dire che un equivoco grava sul Partito Sardo. Noi riteniamo che un solo grave equivoco vi fosse in questo movimento: la partecipazione dell'onorevole Paolo Orano».




Nella seconda metà del 1922 aumentano sul Solco i riferimenti all'attività svolta dal Partito Repubblicano. Il Solco del 2/3 dicembre 1922, nel pubblicare un articolo di Oliviero Zuccarini, precisa: «Oliviero Zuccarini pubblica in Critica Politica, l'apprezzata rivista ch'egli dirige, un interessante articolo sull'attuale situazione politica italiana. Siamo spiacenti che l'esigenze di spazio non ci consentano di riportare per intero l'acuta e profonda disamina dello Zuccarini. Ci limitiamo a riprodurre le parti più notevoli». Sono parole di stima sincera nei confronti di uno degli esponenti di maggior spicco del PRI.

Fra la fine del 1924 e l'inizio del 1925 il malessere istituzionale si fa più profondo, e di converso cresce il malcontento tra le forze di opposizione, che però immiseriscono la loro azione in sterili contrapposizioni dialettiche. Tra i partiti dell'Aventino ci sono molte divergenze sui modi di conduzione della lotta. Il Solco dell' 1/2 aprile 1925, a proposito della questione Aventiniana, sostiene che «tutti i gruppi politici e gli individui i quali combattono il fascismo o ne avallano comunque le opere, partecipano nel nostro giudizio di una comune valutazione. Ed è un fatto indiscutibile che a partire dal 3 gennaio Mussolini e il fascismo hanno l'incondizionata fiducia del sovrano». È un momento importante per il PSd'Az., che ha assunto ormai piena coscienza della compromissione della monarchia col fascismo.

Sulle colonne del Solco del 16-17 aprile 1925 c'è notizia dell'imminente congresso repubblicano: nella sua relazione sull'indirizzo politico, il partito dell'Edera afferma di propendere per una linea astensionista alle elezioni. Il PSd'Az non è d'accordo: l'astensione è una forma d'inazione, perché, a suo modo di vedere, sia pure in una fase politica così tumultuosa, potrebbe tentarsi una propaganda di comizi. Quindi niente astensione, ma partecipazione attiva, «spinta alle sue estreme conseguenze».

Ai congressisti repubblicani, riuniti a Milano, Emilio Lussu invia un telegramma molto appassionato, che viene riportato anche sul Solco del 21-22 maggio 1925: «Mio partito saluta in voi espressione più viva popolo italiano. Vostra bandiera sollevata a Milano rievoca grande anima Cattaneo che agli sfiduciati rispose con le cinque giornate e addita via liberazione». La lettura del telegramma dell'On. Lussu suscita da parte dei congressisti una massiccia manifestazione di simpatia verso il PSd'Az e la Sardegna.

Fra sardisti e repubblicani cresce lo scambio di dimostrazioni di benevolenza. Il Solco, che segue con occhio attento lo svolgimento dell'assise repubblicana, definisce «notevole» il discorso dell'onorevole Schiavetti «sulla tattica delle opposizioni che difende l'opera dell'attuale direzione del partito». Nella mozione finale del congresso il PRI dichiara senza infingimenti di voler rifiutare «ogni soluzione cli compromesso della crisi attuale sia per quanto riguarda la secessione Aventiniana, sia riguardo alla convocazione dei comizi».

È seguita con interesse dal Solco anche la vicenda giudiziaria che coinvolge Cesare Pintus redattore della Voce Repubblicana nonché segretario della sezione dell'Edera di Cagliari. Il 16/17 gennaio 1925 esso riferisce: «Ieri è stata chiamata in tribunale la causa del comm. prof. Ciro Guidi, Preside del vostro istituto tecnico contro la Voce Repubblicana che in una corrispondenza da Cagliari del suo corrispondente Cesare Pintus muoveva al prof. Guidi delle accuse ledenti la sua onorabilità come preside dell'istituto. Ritenuto ispiratore delle accuse il prof. Martelli, dello stesso istituto, questi è travolto nelle accuse di diffamazione [...]. Nell'articolo della Voce comparso nel novembre del 1924 si attribuivano al Preside delle scorrettezze inerenti alla sua carica. La causa è intentata sia nei confronti dell'autore delle scritto Cesare Pintus, sia al prof. Martelli, quale istigatore dell'articolo, sia contro il gerente della Voce Repubblicana comm. Borsani, civilmente responsabile». La causa suscita un vivo interesse nell'ambiente cittadino e una folla numerosa assiste all'udienza. Pintus è difeso dagli avvocati Conti e Pacciardi, dirigenti del PRI. Lo stesso Cesare Pintus il 4 marzo del 1926 inizia la sua collaborazione al Solco, recensendo un libro di prossima pubblicazione nel quale - scrive - «l'autore ha cercato di dare della Sardegna una pittura vivace e realistica, ha toccato in pieno i suoi gravi problemi, si è sforzato nobilmente d'interpretarne l'anima vera e complessa»

Mentre i Cagliaritani cercano di ritagliarsi spazi di serenità con la musica di scena al Politeama "Regina Margherita" e con gli incontri calcistici al campo di Viale Trieste, gli eventi politici precipitano rapidamente, la democrazia è definitivamente liquidata, il potere fascista è sempre più torvo e le opposizioni cincischiano. Nel 1926 tra PSd'Az e PRI è quasi un idillio, la lotta democratica li unisce e i vecchi rancori sono dimenticati, la parola d'ordine comune: abbasso il fascismo.


Massimiliano Rais: «Negli epistolari le riflessioni sardo-azioniste degli anni ’20» 

Il materiale epistolare qui di seguito pubblicato, nella sua incompletezza e scarsa organicità, può essere assunto come piccola testimonianza di un periodo travagliato sul piano politico e istituzionale. Esso investe un arco temporale che va dal 1923 al 1926 e riguarda, per la maggior parte, lettere indirizzate a Emilio Lussu da Camillo Bellieni, molte delle quali purtroppo non datate.

I due sono compagni d'armi nel corso della prima Guerra Mondiale e vicini nella militanza politica nelle file del Partito Sardo d'Azione (sono praticamente coetanei: Bellieni è più giovane di Lussu di soli tre anni, essendo nato a Thiesi nel 1893). Più portato al dibattito teorico Bellieni (è tra i maggiori protagonisti con Dorso, Salvemini, Gramsci del dibattito sulla questione meridionale), più attento alla prassi organizzativa Lussu («egli era un socialista rivoluzionario, giunto al marxismo, non sui libri ma attraverso la lotta» dice di lui Armando Zucca in un articolo comparso alcuni anni fa sulla Nuova Sardegna), entrambi comunque leader di statura indiscutibile. Passato e presente si mescolano nel loro ricordo: il passato è rappresentato da tutto ciò che hanno fatto, soprattutto in Sardegna per alimentare il mito (la loro lotta al fascismo è decisa e intransigente) e il presente è rappresentato dall'insegnamento di rigore politico e morale che lasciano alle generazioni successive.

Nelle lettere le tematiche care a Bellieni ci sono tutte: la lotta al centralismo statale e alla burocrazia, l'opzione liberista contro ogni forma di protezionismo industriale umiliante per I'economia del Meridione italiano, il fervore autonomistico, la fiducia in una pronta riscossa delle masse rurali del Sud guidate da forze autenticamente regionaliste. Il rifiuto di ogni compromesso diventa nel suo pensiero politico un dogma irrinunciabile e lo stesso PSd'A - la risultante di un lavoro preparatorio tra i più riusciti nel quadro dei partiti regionali (altri come il Partito Lucano o il Partito Molisano non riusciranno a mantenere la loro identità originaria e verranno assorbiti da altri gruppi politici) - deve seguire la sua strada senza sbandamenti e senza fare pericolose concessioni ad altri partiti (esplicito è il rifiuto di Bellieni di ogni alleanza con il Partito Socialista Unitario, allo scopo di attuare un'azione congiunta contro il fascismo). 

Il giudizio sui socialisti è tagliente, e infatti, dopo aver ribadito l'estraneità sardista rispetto a Turati e soci («siamo nati contro» scrive), sostiene che «il partito sardo vuole un sindacalismo libertario che non ha niente a che fare col comunismo o collettivismo che è in fondo a tutti i socialismi». E così biasima Torraca (a cui peraltro lo lega una fraterna amicizia), che con «pietose illusioni» aderisce al PSU nel 1923, mentre Salvemini, che pure compie lo stesso passo, è giustificato, «lui che sente risalire le antiche nostalgie della giovinezza». I toni polemici nei confronti dei socialisti trovano ulteriore energia quando, a proposito del seguito di cui godono in Sardegna, dice: «Non contano un fico secco e, a Sassari almeno, sono dei politicanti flaccidi, legati al sattabranchismo. Non so a Cagliari ma credo sarà lo stesso». Secondo Bellieni gli interessi da essi rappresentati sono in netto contrasto con quelli delle plebi meridionali paralizzate sul fronte economico da una politica protezionista e di alti tassi doganali, che favorisce le grandi industrie settentrionali in grado di imporre i prezzi per esse più convenienti sia ai consumatori sia agli imprenditori del Sud che vendono i loro prodotti. Questo coacervo di interessi - legati alle cricche industriali e al ceto operaio del Nord e tutelati dal Partito Socialista ha, secondo l'intellettuale thiesino, un ulteriore puntello nella Confederazione Nazionale del Lavoro, i cui maggiori esponenti Buozzi, Colombino e Baldini «fanno i loro affari di settentrionali». Una politica liberista, con un mercato senza lacci o laccioli, avrebbe liberato le grosse potenzialità, insite nell'imprenditoria meridionale.

Bellieni usa la frusta anche nei confronti dei repubblicani, tacciati di filomonarchismo: i veri repubblicani sarebbero proprio gli autonomisti. La difesa gelosa della "cultura" sardista, che li differenzia dagli altri partiti, ricorre in molti passi delle lettere a Lussu, laddove, per esempio, lo scrivente dichiara, anticipando le direttrici della condotta politica: «Dobbiamo parlare per non far schifo a noi stessi e ai giovani che verranno». Il Partito Sardo può essere, nell'isola, l'artefice di un'opera di rinnovamento e soprattutto di ridefinizione del rapporto Regione-Stato, senza scomodare lo spettro del separatismo, agitato da buona parte della letteratura antisardista: autonomia dentro la nazione e non fuori di essa è lo slogan di Emilio Lussu. Quello che a livello di progettualità politica intriga Bellieni è l'elevazione, a un ruolo più consono alle loro legittime aspettative, delle masse di contadini e pastori, attraverso le forme politiche del decentramento legislativo e amministrativo ed economiche del cooperativismo e del liberismo. Questa rinascita nel segno dell'autonomismo regionalista non deve essere limitata alla realtà sarda, ma deve investire anche le altre regioni del Sud. Da qui l'esigenza di costituire partiti eminentemente regionali, partecipi di un comune disegno di redenzione delle masse oppresse. Occorre, però, rifuggire da ogni astratto intellettualismo e rendere comprensibili le nuove idee, profilandosi la necessità di un lavoro di organizzazione e di propaganda, che Bellieni cerca di attuare in prima persona e in cui cerca di coinvolgere lo stesso Lussu. A quest'ultimo infatti raccomanda: «... sarebbe bene che tu facessi una passeggiata nel Mezzogiorno», quasi che solo così possa constatare di quale riserva di entusiasmo esso sia depositano e quale serbatoio di consensi rappresenti.

Il concreto strumento operativo per preparare gli spiriti a questa sorta di palingenesi storica del Mezzogiorno è delineato lucidamente dal leader del partito dei Quattro Mori: un'incessante campagna di stampa così da divulgare il verbo sardista e autonomista («Bisogna martellare ogni giorno, chiedendo libertà per ferro, acciaio, rotaie ferroviarie, locomotive, automobili, contatori e accumulatori elettrici, pompe, ecc. ecc. Io ho preparato dei trafiletti modello...»).

L'educazione delle masse passa per un giornale di partito che sia la bandiera di raccolta di tutto il movimento ed elemento esplicativo dell'azione politica: «Facendo qualsiasi sacrificio dobbiamo far uscire un giornale esclusivamente nostro, non delle opposizioni. Sarà magari un settimanale, ma di tanto in tanto la nostra voce deve essere udita». Bellieni si sente particolarmente vicino a coloro che sulle colonne del Solco conducono, tra difficoltà economiche e censure governative, una battaglia d'avanguardia: «In tempi di oppressione di libertà non si può far altro che vivere. Uscire con una sola testata è già un atto di fede». 

Ma quali forze politiche, quali strategie, quali alleanze, dovranno caratterizzare la rinascita del Sud? Bellieni intravvede un progetto intrigante.

Sul ramo dell'esperienza dei partiti regionali balena nella mente del teorico sardista l'idea di innestare un altro soggetto politico, ossia una federazione che li rappresenti (il Partito Italiano d'Azione), che dia un respiro ampio alla loro strategia permettendogli in termini politici di pensare in grande e di espandersi aldilà degli angusti confini regionali. Il progetto portato avanti anche da altri importanti esponenti del combattentismo, tra cui Fancello, e frustrato dalle laceranti divisioni all'interno di quel movimento, è ripreso anni dopo, pur tra opportune rettifiche, allorquando molti degli antifascisti militanti in Giustizia e Libertà danno vita al Partito d'Azione.

Nella lettera indirizzata il 7 dicembre 1925 a Lussa e Asquer, accantonato per un momento l'argomento politico, emerge lo spessore morale dell'uomo: che paga duramente la sua scelta antifascista, prima con l'allontanamento dall'ufficio presso cui presta servizio a Bologna, poi con una serie di peregrinazioni in molte città italiane, spinto dalle necessità proprie e della famiglia. E nonostante le difficoltà economiche che lo angustiano, per l'instabilità degli impieghi lavorativi che ricopre dopo aver lasciato il capoluogo emiliano, rifiuta le offerte in denaro degli amici sardi e con fierezza dichiara di non poter accettare, «abituato come sono – dice – a distinguere tra situazioni personali e problemi di partito».

Densa di passione politica è la lettera inviata da Vincenzo Torraca a Emilio Lussu. Torraca è un altro elemento di punta del movimento combattentista, impegnato, attraverso la rivista di cultura politica Volontà (di cui è uno dei fondatori), a suggerire spunti di riflessione e di dibattito. La lettera (datata 25 maggio 1923) contiene un pressante invito alla unità interna del PSd'A in un momento piuttosto travagliato per il partito. Da appena qualche mese (23 febbraio) si è realizzata "la piccola fusione", con la quale alcuni nomi di spicco del sardismo, dopo laboriose trattative, confluiscono nelle file del Partito Nazionale Fascista. Lo stato di disagio indotto da quella diaspora è evidente, e fra gli stessi padri storici del partito insorgono preoccupanti contrasti. Torraca sprona Bellieni, Lussu e Fancello a mettere da parte «le incomprensioni personali» e a pensare al superiore interesse del movimento. Egli in conclusione rivolge un caldo appello a Lussu: «Vieni a Roma», quasi che il ponentino romano possa avere effetti taumaturgici sulle incomprensioni e ristabilire l'antica armonia.




Nel successivo svolgersi degli avvenimenti, le divergenze vengono superate, e il partito, sebbene ridimensionato nei quadri, può proseguire la sua opera, preservando nel contempo il suo patrimonio ideale da contaminazioni esterne, assecondando quella che era sempre stata l'ispirazione di Bellieni.

Torraca a Lussu, da Roma il 25 maggio 1923

«Mio carissimo Lussu, perdona il ritardo di questa mia. Ho ricevuto la tua lettera in giorni poco lieti per me. Un mio parente, venuto a Roma per curarsi, è morto quasi all'improvviso, lasciando in gravi disordini tutte le cose sue. Puoi immaginare quali grattacapi! Aspettavo, poi, di vedere Bellieni a Roma da un momento all'altro; ma l'attesa è stata vana. Mi dicono che egli sarà qui il 27 o 28 corr. Ho parlato con Fancello, ho visto di sfuggita Cao due giorni prima che avessi ricevuto la tua lettera. Dopo, non mi è più stato possibile parlargli. Mastino è qui solo da due giorni; ma non ho ancora avuto occasione di incontrarlo. Non sono dunque informatissimo, come desidererei, per rispondere con tutta precisione alla tua. Qualcosa tuttavia sono in grado di dirti. L'approvazione di Bellieni a progetti di pasticci democratici credo debba escludersi. Ho visto Bellieni qui verso il 20 maggio ed ho parlato lungamente con lui della situazione di Sassari. Egli mi ha informato di qualche consiglio dato ai suoi amici del Consiglio Provinciale, per impedire in questo momento una crisi che, secondo lui, gioverebbe esclusivamente al Fascismo, e potrebbe costituire una spinta decisiva verso di esso per quegli elementi che ancora tentennano. Eran dunque consigli di non ostacolare la maggioranza democratica e di rendere così possibile il funzionamento del Cons. Prov.; ma in nessun modo incoraggiamenti a confondere il Partito d'Az. con le frazioni democratiche o a stringere alleanze di sorta. Questo lo devo escludere in maniera assoluta; altrimenti non saprei quale significato attribuire a tutta la conversazione avuta con lui. Perché una idea fissa mi sembrò dominasse nel suo cervello: ricostituire con ogni sforzo la compagine del partito, ristabilire nettamente il fronte di battaglia contro tutti gli altri partiti: fascismo, democrazia, popolarismo, ecc. Egli era addirittura ossessionato di ritornare ad una posizione netta di autonomia e di lotta decisa. Come si potrebbe tutto ciò conciliare con le fornicazioni democratiche?

«Tuttavia non appena vedrò Bellieni, mi renderò conto in maniera diretta dei suoi propositi e te ne scriverò subito.

«Quanto a Fancello, poi, è fin inutile parlarne. Tu sai quanto egli sia restio ad ogni forma di blocco. Egli è persuaso, come te, che qualsiasi confusione con i cosiddetti democratici non sarebbe né decorosa né opportuna.

«Ignoro però cosa pensino Cao e Mastino. Lo saprò certo in questi giorni e te ne informerò.

«Per conto mio - permetti che mi immischi per un istante nelle cose vostre - approvo completamente la tua opposizione ad ogni forma di blocco e di alleanza con le vecchie baldracche della democrazia. Purtroppo io non spero - come te - che il Fascismo abbia a demolire le vecchie clientele e liberare l'Italia dal carognume politico. E per ciò non ho ragione di scegliere tra esso e le vecchie consorterie del Parlamento, fusi come li vedo, quello e queste, in uno stesso spirito di abbiezione, con qualche orpello retorico in più o in meno. Forse, nell'ambito ristretto della vita sarda, la visione delle cose avrà ragione d'essere meno pessimista; ma, nell'insieme, la realistica e serena valutazione di esse non può essere che questa. Io dunque non ho le tue buone speranze; ma tuttavia sono d'accordo con te nel deprecare l'errore di un abbraccio con la democrazia.

«Bisogna che il vostro bel partito riprenda il vigoroso ritmo di ottobre. È una necessità nazionale, oltre che sarda. Io ho una strana sensazione di dissolvimento generale, che mi impaurisce davvero. La tragedia del Fascismo, dopo l'inane isterismo comunista, è un indice allarmante dell'inconsistenza spirituale del popolo italiano: dirigenti e massa. Non sono mai stato uomo di gesti romani e di fantastiche esaltazioni; e son quindi ben lontano oggi dalla disperazione e dallo sconforto. L'Italia è quella che è: inutile ubriacarsi, inutile abbattersi. Ma, mio caro Lussu, urge quanto non mai che pochi uomini siano oggi decisi a far prevalere questo senso della realtà politica sulla fantasticherie pericolose. Urge portare i problemi sul terreno concreto, così come sempre il vostro partito ha fatto.

«Rifare al più presto la compagine del partito, significa anzitutto - mi permetti anche questo? - ristabilire i legami di fratellanza fra coloro che l'hanno creato e son chiamati a guidarlo. Al di fuori degli uomini e della loro piena solidarietà, un partito non è nulla. I fatti oggi sono di un'eloquenza decisiva. Tu, Bellieni e Fancello siete la pietra angolare di un grande edificio: siete tre diverse forme di energia che si completano a vicenda in maniera prodigiosa. La stima reciproca che vi lega - ed io lo posso sapere - attinge culmini dove neppur l'eco di discordie passeggere può arrivare. Bisogna che tra te e loro due ritorni quella intima unità, che è la vostra forza maggiore.

«Le tue parole, a loro riguardo, rivelano un dolore grande, che trova in me una eco fraterna. Ma credimi, esse non sono proprio giuste. Tu "vendere il partito"? Ma chi ha mai detto o sognato simili imbecillità? Caro Lussu, non so quale stima io goda presso di te. Ma debbo testimoniare, per doveroso rispetto alla verità, che, pur avendo parlato ripetutamente di te con Bellieni e Fancello, nulla ho mai visto in essi che potesse significare diminuzione di stima o di affetto. Anche nei momenti peggiori, anche quando essi non vedevano chiaro nelle cose di costà! Ed ho il dovere di aggiungere che specialmente nei riguardi di Fancello - il quale nei suoi rapporti di amicizia porta sempre tesori di affetto e di sentimento - il tuo giudizio è errato fino ad apparirmi ingratitudine. Non t'adombrare! Fancello per gli amici pecca quasi di omertà. È uno dei suoi maggiori difetti. E tu verresti oggi ad incolparlo di tiepidezza o che so io?

«Perdona questa che può sembrarti indebita ingerenza; ma io non posso disinteressarmi d'uno stato di cose che, per la sua importanza, va oltre le vostre persone. Questo chiudersi di ciascuno di voi nella sua rocca d'avorio come nume irato, può ben essere una magnifica prova di suscettibilità personale e di fiero individualismo; ma alla lunga finisce per riuscire disastroso per qualcosa che vale più di voi e delle vostre suscettibilità e merita, per la sua grandezza, anche il sacrifizio del vostro amor proprio. Tu, Fancello e Bellieni avete molto sofferto in questi mesi; la vostra anima è inasprita dagli eventi dolorosi che solo i superficiali possono credere imputabili, nella loro complessità, a colpe personali. La vostra è una nobile e grande tristezza, della quale i vostri amici e gli uomini che in voi hanno avuto fede devono andar fieri. Perché essa prova quanto voi avete amata l'opera vostra al di sopra delle vostre persone. Ma distruggereste tanta grandezza se, invece di dominare il dolore, ne faceste una fonte di veleno e di ira per le anime vostre e lo gettaste fra di voi come una barriera invalicabile. Voi siete tre uomini fatti per intendervi ed amarvi e prodigarvi come una sola forza in una grande missione. Voi soffrite oggi, ne son sicuro, di uno stato di cose, che a me si presenta come uno strano groviglio di incomprensione e di malinteso orgoglio. Ebbene dimmi: è lecito ad uomini come voi insistere su questa strada?

«Caro Lussu, ti chiedo ancora perdono. A questo punto ho quasi terrore di essere andato al di là del dovere, con il solo risultato di aver issato un nuovo ostacolo anche fra me e te. Se così fosse, mi reputerei il più disgraziato degli uomini. E tu saresti molto ingiusto. Le mie parole sono espressione di una pena profondissima, che talvolta mi rende più iracondo con me stesso e con voi, che siete i miei veri fratelli.

«Concludiamo. Qui bisogna uscirne. A qualunque costo. Fammi una grazia: vieni a Roma. Tu ne hai bisogno, per mille ed una ragione. Qui vedrai con maggior chiarezza la situazione politica nella sua cruda realtà. Vedrai intorno a te, affettuosi e fiduciosi, come prima, i tuoi vecchi amici. E ritornerai in Sardegna più riposato e meno scettico.

«Posso sperare? Comunque scrivimi sia pure due righe, almeno perché io sappia di godere ancora la tua inestimabile amicizia.

«Mia moglie mi incarica di salutarti cordialmente e ti impegna già per la colazione nel giorno del tuo imminente arrivo.

«Tante cose, mio caro amico, ed un abbraccio fraterno. V. Torraca.

«N.B. Scrivo in gran fretta e temo di non essermi espresso convenientemente. Mi affido alla larghezza del tuo spirito per la giusta comprensione dei miei sentimenti.

«Posso sperare?».

Bellieni a Lussu, nella primavera 1924

«Caro Emilio, sono contrario in modo assoluto ad ogni patto d'alleanza col Partito Socialista Unitario. Naturalmente pronto ad obbedire ad un congresso.

«Ci sono infinite ragioni contro. Di carattere contingente, di carattere elettorale, di carattere ideale.

«1° Contingente. Si darebbe ragione ad Umberto Cao. Ci potrebbe dire: in conclusione, che cosa fate se non ciò che io desideravo fare, e per cui mi avete lapidato? Eccovi a combinare un pastrocchio dello stesso genere di quello da me preparato.

«2° Elettorale. Significherebbe l'inclusione nella nostra lista di Angelo Corsi. Ora, se egli dovesse cadere il patto si liquiderebbe automaticamente per accuse reciproche, pettegolezzi, ecc. Angioni, Cao, insegnino. Se invece dovesse trionfare sarebbe il padrone del vapore, e ci creerebbe una situazione intollerabile.

«3° Ideale. Questa è la ripetizione dell'accordo col fascismo. Noi non esisteremmo più come partito nazionale in potenza. Saremmo liquidati. Saremmo un grottesco partito nazionale in via di liquidazione per fusione di ditta. Cioè: gennaio 1923. Inoltre noi con i vari socialismi non abbiamo niente a che fare. Siamo sorti contro. Il partito sardo vuole un sindacalismo libertario che non ha niente a che fare col comunismo o collettivismo che è in fondo a tutti i socialismi. Sono pietose illusioni quelle di Torraca. O si è socialisti o non lo si è. Pazienza per Salvemini che sente risalire le antiche nostalgie della giovinezza. Ma chi non ha mai creduto ad una socializzazione della ricchezza non può restare a lungo in un partito che ha in fondo questa concezione. Si chiamino Turati o Gramsci questo vogliono tutti, comunisti e unitari. Nessuno ha rinnegato Marx. Chi accetta la critica di Mondolfo, chi quella di Lenin ma tutti aspirano alla creazione di uno stato centralistico, autoritario, socializzatore. Ora possiamo trovarci d'accordo con costoro noi? Mio Dio, ci potremmo trovare d'accordo nel governo, ma non come alleati di quest'ora in una situazione di semi dipendenza. Inoltre: con questo daremmo ragione a chi sostiene che tutti i movimenti meridionalisti sono in fallimento.

«Contro questa asserzione che implicitamente, anzi esplicitamente condanna anche noi, contenuta nel manifesto lanciato da Torraca e Salvemini per giustificare il loro passaggio al PSU io mi ribello. Fino a che avrò vita mi batterò per un risveglio autonomo del Mezzogiorno, senza i padreterni della confederazione del Lavoro, Buozzi, Colombino, Baldini, ecc. ecc., che fanno i loro affari di settentrionali. Avrai visto il manifesto che abbiamo ieri pubblicato su Rivoluzione Liberale. Io seguo sempre la stessa via. Non m'importano gli errori, e le delazioni. Per riuscire bisogna insistere senza tentennamenti. Ora Torraca ha bisogno invece di una nuova trovata alla settimana. Tu sai quanto io gli voglio bene, ed ammiri la sua intelligenza e cultura. Ma da tre anni osservo questa girandola scintillante di idee che non si concretano in nulla. Ho sentito prima parlare di un esame nazionale. Che cosa se n'è fatto? Io, con le rozze facoltà di un cervello non ancora completamente preparato culturalmente ho tentato qualcosa del genere con I 200 anni di vita italiana in Sardegna. Ma niente altro su Volontà si è visto. Poi è comparso il Rinnovamento n. 1. Anche lì grande chiasso, molte carte stampate, poi più nulla. Qualche mese dopo si va a Napoli, si decide: facciamo il partito d'azione italiano. Mi si fa annunziare dal palcoscenico la novità e poi al momento di stringere quando c'erano i delegati di tutta Italia e si poteva fare un blocco formidabile, Torraca dice, bisogna sentire Gasparotto che tiene al Rinnovamento; conclusione: tutti vanno via e non si fa nulla. Noi abbiamo allora creato il Partito Sardo. Qualche mese dopo: altra circolare: i gruppi regionalisti. Nuova idea che cade nel vuoto. Dopo un mese non ci si pensa più. Costituzione a Roma della sezione del Partito Italiano d'Azione, altra fatica, in gran parte di Battaglia, che ci aiutò molto. Poi: vuoto. Ora io non voglio accusare nessuno, ma credo che noi non possiamo andare alla deriva. Bene o male 23.000 Sardi ci hanno dato i loro voti e la loro fiducia nelle ultime elezioni. Forse erano 90.000. Noi siamo una forza. Basta volere. Basta riorganizzarci. In Sardegna saremmo, basta volere, i padroni assoluti. Gli unitari non contano un fico secco, e a Sassari, almeno, sono dei politicanti flaccidi, legati al sattabranchismo. Non so a Cagliari, ma credo sarà lo stesso. Il Mezzogiorno è vergine. È terreno nostro. Continuiamo a combattere disperatamente sino all'ultimo. Io non mi sento di mandare giù un rospo che credo dannoso.

«Il 14 sarà la riunione delle opposizioni a Napoli. Bisogna che tu e Mastino ci andiate. Io telegraferò a tutti i miei amici di laggiù. Il nostro pensiero sardista, autonomista deve essere conosciuto. È necessario. Telegrafami. Su puoi andarci scrivi: va bene. Ti abbraccio, Camillo».

Bellieni a Lussu, da Bologna nella primavera 1924

«Caro Emilio, non so se sei ancora a Roma. Ti ho scritto a Cagliari. «Sono contrario personalmente ad ogni accordo con gli unitari. Naturalmente pronto ad obbedire ad un congresso.

«La tua presenza a Napoli sarebbe utilissima il 14. Giacché c'è questo convegno delle opposizioni. Bisogna che il nostro pensiero autonomista sia conosciuto anche laggiù. Tu hai una grande notorietà laggiù. Telegraferò a tutti i miei amici. Hai visto il nostro proclama di Rivoluzione Liberale? «Se potessi andare telegrafami: va bene.

«Ho scritto anche a Mastino. Anch'egli dovrebbe essere presente. «Tuo Camillo». 

Bellieni a Lussu, da Bologna il 10 novembre 1924

«Caro Emilio, leggo oggi la lettera di Cao, inviatami raccomandata da lui stesso. Comprendo la situazione, sulla quale non si può né si deve insistere, è la natura dell'uomo che prende il sopravvento.

«Risponderò con i dovuti riguardi con una lettera che farò pubblicare sui giornali dell'Isola. È dovere impostomi dalla mia qualità di candidato nell'ultima elezione politica.

«Ma tutto ciò ha scarsa importanza in sé. È piuttosto un sintomo della necessità da parte nostra di agire. Facendo qualsiasi sacrificio bisogna far uscire un giornale nostro esclusivamente nostro, non delle opposizioni. Sarà magari un settimanale, ma di tanto la nostra voce deve essere udita. Se noi restiamo inerti, la nostra morte sarà segnata a breve scadenza, presi fra l'incudine del fascismo e il martello dell'opposizione costituzionale. Sarebbe ben triste veder disperso lo sforzo di 25.000 amici, di 25.000 uomini di fede, che hanno resistito ad ambedue le pressioni. Sarà pure una triste realtà, un tremendo destino il nostro, quello di combattere su due fronti, ma non dobbiamo dimenticarci che la nostra alleanza con le democrazie ha carattere transeunte, che esse diverranno come ieri nostre nemiche, perché noi rappresentiamo il movimento più originale più pericoloso che sia sorto in Italia, quello che può determinare la rivoluzione sul problema istituzionale.

«Noi dobbiamo parlare, per non essere assorbiti dal Giornale di Sardegna e dalla Nuova Sardegna, dobbiamo parlare perché se da un lato non dobbiamo essere demoliti pezzo a pezzo da un fascismo ferito a morte in continente, non dobbiamo lasciarci assorbire dalle vecchie cricche personaliste che si chiamano oggi opposizione costituzionale, e si chiameranno domani Cocco Ortu, Sanna, Berlinguer, Umberto Cao, ecc. ecc., uomini cioè e non partiti. Dobbiamo parlare per non diventare anche noi cricca, per non fare cioè schifo a noi stessi, e ai giovani che verranno. Io compio uno sforzo grandissimo per avere alleati nel Mezzogiorno; si è riuscito a costituire il Partito Lucano che è vivo e vitale, con un giornale quotidiano, per sua fortuna perseguitato dalla polizia. In Avellino comincerà un movimento analogo. Ci battiamo disperatamente, ma una voce deve sentirsi anche in Sardegna affinché il gigantesco sforzo di cinque anni non vada perduto.

«Sardegna Libera come tu vedi è un tentativo generico, che serve ad aumentare il confusionismo. Un nostro dovere è combattere la nostra battaglia a fianco delle opposizioni e non farci liquidare come è avvenuto ieri per Umberto Cao, ma d'altro canto l'assenza di una nota nostra, esclusivamente nostra ci conduce alla morta gora di una generica opposizione.

«Domani ciò che noi vorremo ci sarà rifiutato dai democratici, la nostra concezione rivoluzionaria sarà oggetto di scherno da parte loro, che sono conservatori e reazionari finissimi. Noi siamo contro i fascisti perché ci appaiono falsi rivoluzionari, essi Io sono perché vedono nei fascisti dei veri rivoluzionari. Posizioni antitetiche che possono coesistere su un fronte di battaglia, fino a che il nemico è comune, ma che determinano il conflitto, non appena l'avversario comune è abbattuto. Non c'è altra via quindi. Tu che hai tanta influenza a Cagliari, trova i mezzi per un foglio, un modesto foglio settimanale. Da qualunque parte questi mezzi vengano purché si tratti di persone oneste, ma il giornale ci deve essere.

«Il gesto oggi di Cao è il risultato di questo nostro silenzio. L'uomo obbligato a documentare il suo atteggiamento spirituale settimana per settimana non può compiere d'un tratto il voltafaccia. Vedi con quanta abilità egli documenta la sua crisi con le sue diverse manifestazioni politiche. Ma si tratta in conclusione di 5 o 6 gesti, ed è ben facile riempire il vuoto di mesi, se non di anni con dei passaggi di maniera.

«Questo caro Emilio è il mio pensiero, quale sorge dalla dolorosa sorpresa di oggi. Noi saremo i padroni di domani, di un domani molto vicino, e tutti guarderanno a noi con orgoglio, anche perché potremo essere i custodi dei cento o mille milioni, se non si tratta di un miserabile bluff. Ma bisogna vivere, bisogna parlare. Se no, tanto martirio dovrebbe ricondurci alla posizione del 1914. Questo il mio pensiero. Tuo Camillo».

Bellieni a Lussu, da Bologna il 16 dicembre 1924

«Caro Emilio, ho ricevuto la tua. Io credo che prima di prendere una decisione in qualunque senso sarebbe bene che tu facessi una passeggiata nel Mezzogiorno. Scommetto che avrai visto Napoli alla sfuggita, chi sa quando. Bisogna che ti rechi laggiù. Saranno dieci giorni spesi utilmente. Io scriverò al gruppo di Rivoluzione Liberale, all'avv. Guido Dorso di Avellino, a tutti gli amici per fissare un convegno a Napoli. Inoltre con Chiummiento si potrebbe fissare un convegno a Potenza di tutti i lucanisti. Quando tu ti sarai recato sul posto, ed avrai visto la reale consistenza di quel movimento in Basilicata, allora io credo, potremo considerare se sia utile fare il passo-suicidio che ci consigliano Fancello e Torraca.

«I lucanisti rappresentano un movimento senza una consistenza ideale. Questo è l'argomento principe per lanciare l'anatema su questi movimenti del dopoguerra. Ora io sono persuaso che nessuno di questi ragazzi sa il catechismo di Volontà, un po' difficile a conoscersi fra parentesi perché neanche io so bene che cosa ci sia di conseguente fra quello che pensava nel 1919 e quello che pensa oggi Torraca; ma ritengo che essi abbiano dell'entusiasmo e della fede. E ciò importa a me più di tutte le teorie. Se noi in Sardegna avessimo dovuto fondarci sulle teorie saremmo stati freschi. I Sardisti sono sardisti perché... sono sardisti. E credi tu, che i socialisti siano tutti dottissimi in Carlo Marx e leggano la Critica Sociale? Hanno una generica fede, curano la falce e il martello, e questo basta loro anche per farsi ammazzare. I nostri soldati in guerra non erano allievi dell'on. Orlando in Diritto costituzionale, non sapevano esattamente che cosa era lo Statuto. Avevano una confusa idea della Patria. Bastava ciò in quella grande lotta politica fra Nazioni che è la guerra. Si tratta dunque di vedere se tali possibilità siano nel Mezzogiorno. Credo anche che Padovani sarebbe lietissimo di avere qualche conversazione con te. Il padovanismo a Napoli è una grande forza, e se noi riuscissimo ad accaparrarla sarebbe una fortuna. Io ho avuto con lui diverse conversazioni, e si mostrava abbastanza propenso ad un accordo. Conclusione: prima di unirci con gente che ha una mentalità troppo differente dalla nostra e che potrebbe dare seri dispiaceri in avvenire, è bene vedere se possiamo fare da noi.

«Una tua gita nel Mezzogiorno è quindi necessaria. Lasciamo da parte ogni altro accordo in sospeso. Recati sul posto, avvertimi prima però. Scrivimi. Io comincierò un piccolo lavoro di propaganda per il nuovo giornale. Che cosa vogliamo? Credo che sia opportuno anche aprire un concorso, una specie di gara poetica fra quanti sono capaci di tradurlo in sardo, campidanese e logudorese, in ottave. Credi tu che un opuscolo in ottave intitolato Ita boleus?, Ite cherimus? non avrebbe fortuna?

«Tuo Camillo Bellieni».

Bellieni a Lussu, da Bologna, 1° febbraio 1925

«Caro Emilio, ti scrivo perché ho tanto caro poter scambiare qualche idea con te, e poi perché non credo di aver risposto alla tua ultima.

«I fatti maturati sull' Aventino in questi giorni obbligano tutti gli amici a stare al tuo fianco e a quello di Mastino. Essi dimostrano anzitutto l'equivoco contenuto nel blocco della Libertà, nel quale blocco tutti avevano un concetto differente di questa libertà. Ora ormai si vede chiaramente che i signori Amendola, Turati, De Gasperi ecc. facevano consistere la libertà nel regime giolittiano dell'anteguerra. Vi erano poi degli altri, non si sa precisamente quali, che speravano in una completa trasformazione del regime ed in ciò facevano consistere la Libertà. Dico, non si sa precisamente quali, perché in fondo anche i repubblicani volevano ritornare allo statu quo ante; ma siccome si ostinavano a chiamarsi repubblicani, mentre erano dei filormonarchici con il reliquiario delle speranze infrante, sono stati puniti dagli ultra ortodossi con l'ostracismo. In verità mi sembra che di veri repubblicani non ci siamo che noi. Pochini invero, saremo tu, io, qualche altro. Ma insomma solo gli autonomisti si possono chiamare repubblicani. Io mi sono sempre opposto alla confusione nostra col PRI appunto perché stabilendo: Autonomia ponevamo come corollario necessario: Repubblica. Mentre la Repubblica loro non si sa che cosa fosse. Un empiastro indefinibile fatto di romanticismo garibaldino e che scolava fatalmente di filomonarchismo indiretto. Conclusione: io non ho alcuna speranza in tutte le manovre giolittiane, dall'alto, dal basso ecc. Il fascismo che è stata rivoluzione non si può abbattere se non con un moto di popolo. E su questo punto tacciamo sino a quando non saranno possibili cose concrete. Ché, se fossero possibili, io sono pronto.

«Poiché intanto bisogna vivere, bisogna trovare qualche altro argomento di battaglia per il nostro movimento. I giornali d'opposizione che vivono nell'equivoco non hanno saputo dire una sola parola precisa nei riguardi della nuova sconfitta del popolo meridionale e isolano col modus vivendi doganale tra Italia e Germania. Ci sono tre mesi per la scadenza del modus vivendi e per la stipulazione del trattato definitivo. Esso è una buona occasione per il Partito Sardo e per il Solco. Bisogna martellare ogni giorno chiedendo libertà per ferro, acciaio, rotaie ferroviarie, locomotive, automobili, contatori e accumulatori elettrici, pompe ecc. Io ho preparato dei trafiletti modello. Se ne possono fare all'infinito. Fare un giornale vivo, senza il pericolo del sequestro. Su questo argomento il governo non è punto sul vivo. D'altro canto la generica opposizione sempre sullo stesso tono minaccia di fare perdere individualità al nostro partito. Bisogna invece dimostrare le colpe del fascismo anche su questo campo. Bisogna far vedere che, al congresso di Bologna, a quello di Rovigo, dei bieticultori e zuccherieri (che pretendono nuovamente imporre il balzello sullo zucchero del quale ci siamo liberati l'anno scorso per un atto di energia di De Stefano) erano presenti tutti i deputati fascisti della regione.

«Noi che abbiamo tutte le nostre esportazioni in crisi abbiamo interesse di fare questa campagna.

«Ricordati che il terribile accrescersi di delitti in Sardegna è effetto della crisi economica. Quando il Sardo ha denaro e pane, diventa più buono. Succede così a tutti i popoli. Succede anche a noi. Ora questo malcontento diffuso reclama una riparazione ed essa non può essere una impostazione in bilancio di milioni per LL.PP., ma una liberazione da questo regime di compressione che ci estenua. 

«Quindi campagna liberista fatta viva, ardente, da continui trafiletti. Io invio articoli, ritagli di giornale. Ho scritto oggi ad Edoardo Giretti a Bricherasio perché mandi i suoi articoli direttamente al Solco. È anche questa una lotta antifascista.

«A proposito: sarebbe opportuno che tu dall'Aventino presentassi una interrogazione al Ministro della Guerra sul caso Puggioni. Quando avrò una risposta scritta desidero intervenire io, per mettere le cose a posto nei riguardi di Pili e Putzolu. Quando questa tempesta sarà passata e potremo riprendere la nostra organizzazione io ho vive speranze di riscossa. Non temo neanche l'isolamento dai cosiddetti partiti nazionali. La Sardegna è una unità geografica ed etnica così caratteristica che non resteremo per questo soffocati. 

«Salutami tanto Angius a cui rinnovo i miei complimenti per il magnifico contegno tenuto nella vertenza cavalleresca la cui notizia è stata commentata molto anche qui.

«Tuo aff.... Bellieni.

«(Caro Calabresi ti prego di passare questa lettera, che puoi leggere, a Lussu. Con affetto, B.)».

Bellieni a Lussu, da Bologna l’11 febbraio 1925

«Carissimo Emilio, ti raccomando vivamente di dare la massima diffusione a questo libro in provincia di Cagliari. Io mi sono impegnato a collocare cento copie in Sardegna. Inutile che te ne illustri l'importanza. È un lavoro nel quale l'autore dimostra la necessità di un movimento autonomista meridionale, e si prende ad esempio il Partito Sardo d'azione, considerato l'antesigna di una vasta resurrezione spirituale delle regioni oppresse. Noi siamo considerati come l'unico partito vivo del Mezzogiorno. Si incitano le altre regioni a costituire partiti d'azione. L'autore l'avevi già conosciuto su Rivoluzione Liberale dove ha già parlato dei contadini e pastori sardi organizzati da Lussu e Bellieni. Una grande parte degli articoli del Corriere d'Irpinia che faccio pubblicare sul Solco sono scritti da lui.

«È il primo lavoro che illustri criticamente il nostro movimento, dopo il lavoro di Mariani che tu avrai certamente letto. Credo che nonostante le molte amarezze, la via che segniamo è buona. Condivido perfettamente le tue idee, illustrate nell'articolo sul Solco. A giorni pubblicherò uno studio sulla Critica Politica, censura permettendo, che ribadirà i tuoi concetti. Mai come adesso siamo tanto d'accordo. Il problema italiano è oggi di istituzioni non di gabinetti parlamentari o extraparlamentari. Tutto il tentabile è stato tentato. Bisogna creare un Mezzogiorno sovversivo. Ecco il compito che la storia ha assegnato al Partito Sardo.

«Ti abbraccio, Camillo.

«P.S.: Ti prego di presentare due interrogazioni: una sul caso Puggioni l'altra sullo scioglimento del Partito Lucano d'Azione».

Bellieni a Lussu, da Bologna nell’autunno 1925

«Caro Emilio, non voglio più a lungo lasciare senza risposta la tua gentilissima lettera ultima. Per risponderti occorre premettere una breve esposizione dei fatti miei. Come sai io sono stato sospeso dal grado e dallo stipendio nel mio ufficio. A fine mese si riunirà il comitato amministrativo che dovrà decidere sulla mia sorte. O sospensione temporanea o destituzione.

«Contemporaneamente mi è giunta la nomina ad insegnante di filosofia e pedagogia nell'Istituto Magistrale di Gorizia in seguito a concorso vinto di recente.

«Io ho occupato il posto. Se sarò destituito decadrò anche da questo ufficio. Desidero però farmi cacciare con tutte le regole, perché non voglio a loro togliere alcuna parte antipatica, facilitando la cosa con mie dimissioni. Nessuna transazione da parte mia perché ho dichiarato di essere fiero di appartenere al partito sardo, e di esserne stato uno dei promotori. Ma d'altro canto nessun gesto inutile e vano. Quindi attesa.

«Alla fine del mese vedrò come regolarmi. La mia venuta a Cagliari non so d'altro canto se potrebbe far bene o male al partito. Ritengo per certo che il governo finirebbe per sopprimere il Solco. E questa è la più forte leva del nostro movimento, una bandiera di raccolta che non deve essere abbassata.

«Bisogna quindi vivere, soprattutto. Io sarei d'impaccio.

«Saluta tanto gli amici ed abbi tu un affettuoso abbraccio. Camillo».

Bellieni a Lussu ed Asquer, da Bologna il 7 dicembre 1925

«Carissimi Lussu e Asquer. La vostra lettera mi ha profondamente commosso, e vi ringrazio della offerta.

«Abituato però come sono a distinguere fra situazioni personali e problemi di partito, vi dichiaro che non posso accettare.

«Al mio ministero, che nel sospendermi dal grado mi chiedeva spiegazioni, ho risposto affermando di essere orgoglioso di appartenere al Partito Sardo. Attendo quindi le definitive decisioni; se sarò mandato via andrò all'estero dove ho già trovato lavoro.

«Continuate la vostra nobile opera in Sardegna: il Solco è ben guidato e ben diretto: ha bisogno solo di una maggiore correttezza tipografica, specialmente nei riguardi dell'impaginazione. In tempi di oppressione di libertà non si può fare altro che vivere. Uscire con la sola testata è già un atto di fede.

«Vi ringrazio di nuovo. Vostro Camillo Bellieni».


Massimiliano Rais: «Villasalto e Armungia… Ricordando il balconcino di Furreddu» 

Villasalto, paese nei cuore del Gerrei, fa dell'agricoltura e soprattutto della pastorizia le sue forze trainanti sul piano economico, dopo che è sfumata la ricchezza indotta dall'industria mineraria, su cui per anni aveva basato il suo sviluppo. Il Gerrei vanta una solidissima tradizione di lotte: nel 1906, sull’onda del moto popolare di Cagliari, anche Villasalto fa esplodere tutto il suo malcontento contro il carovita e due manifestanti cadono sotto i colpi di fucile dei contingenti militari governativi, accorsi in forze nel paese. E pure nei confronti del regime fascista, molti villasaltesi assumono un atteggiamento ostile. Gli uomini in camicia nera, dal canto loro, fanno poco per apparire sopportabili (al loro passaggio tutti devono salutare romanamente) e anzi si presentano particolarmente oppressivi estendendo la loro longa manu non solo a livello politico, ma in tutti i settori della vita produttiva.




Uno dei pochi testimoni della breve stagione azionista a Villasalto è Francesco Congiu (oggi arzillo ottantaduenne) segretario della neonata sezione locale del Partito Italiano d'Azione sin dai primi mesi del 1944. Egli, pur contrario al fascismo per un’istintiva forma di ribellione nei confronti del potere che si impone con l'arbitrio, deve iscriversi al PNF per poter lavorare come ammassatore agricolo, e per questa forzata adesione è chiamato a far parte della Milizia nel 1939. Rifiuta in un primo tempo la chiamata alle armi e un maresciallo dei carabinieri compiacente gli garantisce l'impunità, ma, dopo essere stato dichiarato renitente alla leva e denunciato, deve partire. Congedato nel 1943, fa ritorno in paese pochi mesi prima della fatidica notte del 25 luglio.

La caduta di Mussolini, preludio a quella del regime, produce una gioia irrefrenabile nell'antifascismo villasaltese a cui fa da contraltare il pianto del segretario del fascio, Pasqualino Cotza, che intravede la sua fine politica. È avviata la ricostruzione democratica e il Partito Italiano d'Azione organizza la sua attività in paese. Sono momenti frenetici, vissuti intensamente da Congiu e dagli altri suoi compagni. Sono un'ottantina gli iscritti che quotidianamente si ritrovano a discutere dei problemi concreti locali, impegnandosi anche in attività più distensive, come l'ascolto dell'apparecchio radiofonico, che è stato affidato dall'Unione Agricoltori al suo rappresentante di Villasalto, che è appunto Congiu; ma l'organizzazione agricola non dispone di una sede propria ed ecco che quell'elettrodomestico parlante finisce per allietare le serate degli azionisti.

Sono frequenti le visite di Antonino Lussu (anche lui villasaltese), architetto dell'edificio azionista nel Cagliaritano, e di Cesare Pintus, segretario provinciale del partito. È un azionismo tutto improntato alla figura di Emilio Lussu e segnato dagli ideali di giustizia e libertà che egli incarna. Del rapporto strettissimo che lega "il capitano" a Villasalto (a motivi di contiguità geografica con la natia Armungia si aggiungono vincoli affettivi che risalgono ad una lontana familiarità col paese, quando il piccolo Emilio vi frequentava la scuola elementare), Francesco Congiu ricorda gli infuocati discorsi contro il nascente fascismo (primi anni '20) che il già affermato leader politico tiene da un balconcino di "Forreddu", nel centro dell'abitato, tra le urla di approvazione degli astanti e gli sguardi minacciosi delle guardie della Milizia; e ricorda ancora l'accoglienza calorosa che il paese tributa a Lussu, al suo ritorno dopo i diciotto anni trascorsi tra il carcere, il confino e l'esilio. Il segretariato di Congiu non dura molto, lo spazio di qualche mese. La necessità di non abbandonare l'attività agricola, fin troppo trascurata nel bailamme di quegli anni, lo spinge a lasciare (fine 1944), nonostante Antonino Lussu e Cesare Pintus premano perché rimanga nella carica. La sezione del PId'A, venuto a mancare uno dei suoi più capaci animatori, perde lo slancio originario.

Emblematica la sorte di un altro azionista, Ovidio Spagnesi, che conosce Emilio Lussu condividendo con lui i dolori della Grande Guerra. Egli, costretto alle prime avvisaglie delle violenze fasciste a riparare in Francia, ritorna poi a Villasalto, ma il fascismo non ancora sconfitto è implacabile e lo priva di tutto per punire la sua inflessibilità.

* * *

Di matrice marcatamente lussiana è l'antifascismo di Armungia (per ovvi motivi, avendo il piccolo paese dato i natali al coraggioso capitano della Brigata Sassari). I racconti degli anziani rivelano quanto sia radicata l'avversione della maggior parte degli abitanti nei confronti del potere fascista, e fanno emergere altresì il dato curioso della vena goliardica che caratterizza spesso le azioni degli oppositori. Durante il comizio ad Armungia di un importante esponente del fascismo cagliaritano, nella non affollatissima piazza, fa capolino un asinello vestito in camicia nera. Ad ogni pausa dell'oratore, fatta apposta per ricevere gli applausi dell'uditorio, mani poi non tanto anonime tirano la coda dell'animale il quale raglia sonoramente; e quella espressione vocale non molto aggraziata suona male alle orecchie del fascista che si aspetta moti di approvazione più solenni. Lo stesso congedo dal paese non è dei più felici: la sua automobile è fatta segno del lancio di alcune pietre che ne infrangono i vetri. Il successivo processo contro i presunti responsabili del "misfatto" si svolge in un clima generale di omertà, che impedisce all'accusa di approdare ad alcunché di concreto.

L' azionismo armungese ha i suoi leader nel compianto Giuseppe Concas, vera memoria storica del paese, che presiede nel giugno del 1944 il Comitato comunale di concentrazione antifascista e in Giuseppe Usala, parente di Emilio Lussu, anche lui deceduto. Sono loro, insieme al giovanissimo figlio dell'Usala, Antonino, le anime organizzative della sezione locale del Partito Italiano d'Azione, che vive con pochi mezzi, ma con il fervido entusiasmo di fedeli lussiani, quel nucleo storico di intransigenti che, ogni volta che a Cagliari c'è una manifestazione del regime, vengono trattenuti in qualsiasi modo nel paese per evitare che raggiungano il capoluogo e creino disordini.

La sezione, nella precarietà del momento, non dispone neppure di un locale dove riunirsi e così le abitazioni private diventano luogo di incontro abituale. È un azionismo avvertito epidermicamente, non sorretto cioè da una matura coscienza politica, ma animato spiritualmente dalla fede antifascista e dalla venerazione per Lussu (e proprio per questo l'adesione al Partito Italiano d'Azione è massiccia). Non va peraltro taciuto che la forse troppo lungimirante operazione politica condotta dal leader è avvertita dagli azionisti armungesi e villasaltesi come una rottura ingiustificata con la vecchia e mai dimenticata tradizione sardista.


Massimiliano Rais: «Bibbia e Sardismo: la fede di Marianna Bussalai» 

Gonario Usala, classe 1909, cerca appigli in un passato lontano quasi settant'anni, scava senza indugi nella sua lunga militanza sardista per afferrare emozioni lontane, rivedere figure note, riannodare i ricordi cli una vita. Lo fa con malcelato orgoglio: conoscere Marianna Bussalai è stato un onore e un imperscrutabile segno del destino. Lei donna sui generis impegnata ad offrire parole rassicuranti e solidarietà concreta ai diseredati di Orani. Lui giovane discepolo (anche se la differenza d'età è, tutto sommato, minima: appena cinque anni) a lezione di antifascismo; pronto ad assecondare la sua guida politica e a condividere i rischi della lotta in prima linea contro il nemico in camicia nera. «Ci credevo. Più di una volta ho rischiato di finire in galera», spiega con spirito fiero. Un gradito flash-back della memoria è, per Usala, rievocare la figura di Marianna Bussalai. « È stata una grande fortuna averla conosciuta», sospira, e il pensiero vola ad Orani. «Aveva una straordinaria forza morale e una incrollabile fiducia nelle sue idee. Non ne potrei dire mai abbastanza», soggiunge. Ma parlarne, è evidente, per lui è un sollievo. Attenua il sottile rimpianto di averla vista morire prematuramente, a 43 anni, nel 1947: «Era molto debilitata, per via di una grave forma di rachitismo che aveva segnato il suo fisico. La morte sopraggiunse all'improvviso, mentre il medico prescriveva le cure che dovevano placarne l'ennesima crisi. Al suo fianco nell'ora estrema la sorella Ignazia che, nel corso degli anni, della congiunta è stata la cultrice più appassionata».

Gonario Usala ha 4 anni e mezzo quando la sua famiglia, per impellenze economiche, deve lasciare Orani per lerzu. Vi ritornerà da adolescente con una sensibilità già affinata nonostante l'anagrafe. L'incontro e la conoscenza della signorina Bussalai non è certo casuale. Il suo racconto lo conferma. «Disponeva di una biblioteca vastissima, che occupava un intero camerone. La sala, così lo spazio era comunemente definito, era tutta circondata da scaffali pieni di libri. Molti volumi e giornali, tra i quali risaltavano, oltre al Solco, gli antifascisti Non mollare e Giustizia e libertà, erano dispersi per tutta la stanza su tavolini e sedie. Io avvertivo un'innata inclinazione per le buone letture, così, inevitabilmente, cominciai a frequentare casa Bussalai». La frequentazione è assidua, con cadenza quasi quotidiana. Al lato pedagogico (la donna legge e commenta al ragazzo testi di vario contenuto) si aggiunge presto la discussione politica. La Bussalai lo indirizza verso il sardismo per lei oramai un atto di fede oltreché un patrimonio acquisito di valori e comportamenti: «Piano piano mi sono ritrovato sardista» ammette Usala, «era enciclopedica nella sua formazione culturale, nonostante si fosse formata da perfetta autodidatta. Su tutto dava risposte appropriate. Nel cuore aveva tuttavia la Sardegna e proprio ai libri sardi, ne possedeva tantissimi, riservava un'attenzione particolare». Al fedele Gonario fa capire l'importanza di istruire le masse, perché l'emancipazione culturale era la premessa indispensabile per uscire dal tunnel dei problemi: il sottosviluppo atavico, la criminalità, la perdita dell'identità. Di fronte all'opzione italianista lanciata da Lussu al rientro dall'esilio manifesta un diniego secco ed inequivocabile. «Per lei - cresciuta nel culto del capitano della "Sassari" - è un passo sofferto ma obbligato». E categorica: la responsabile del brusco cambiamento d'indirizzo politico è Joyce, la consorte nelle vesti di strega e sibilla. «Ha ottenuto che Lussu si disinteressasse delle cose sarde con l'idea di farne un grande italiano», è la convinzione di Usala.

Ma Marianna Bussalai è una donna di solidi principi anche nella sfera religiosa. Una fede sofferta, intimamente vissuta, sorvegliata da un attento senso critico. È evangelista e con il suo orientamento protestante sconcerta la Chiesa locale. Memorabili gli scontri con il vice Parroco cli Villanova Monteleone Don Idda, attivo integralista. La straordinaria forza spirituale l'aiuta a superare i disagi legati alla sua menomazione fisica ed alla condizione femminile tradizionalmente subalterna.




«Qualunque persona avvicinasse veniva conquistata dalla sua dialettica», sottolinea Usala rammentando anche un episodio legato alla presenza ad Orani di un insolitamente taciturno Titino Melis. Ma alla legittima sorpresa degli Oranesi l'esponente sardista risponde: «Quando vengo ad Orani vengo per ascoltare Marianna».

La lotta antifascista è un altro capitolo nobile del sodalizio umano e politico tra Gonario Usala e Marianna Bussalai. Anche ad Orani, come in altre parti della Sardegna, si susseguono sequestri di libri e giornali ritenuti sovversivi, le perquisizioni sono attuate con diligente sollecitudine dagli ascari del Duce e subite con irritazione dagli oppositori. Non mancano momenti avventurosi: come quando, grazie ai tempestivo intervento della Bussalai, dall'abitazione di Usata si volatilizzano documenti compromettenti. E questione di attimi, poco dopo la polizia fascista è alla porta. Dal bancone del bar che gestisce ad Orani, il giovane può continuare a battersi con la sua dea tutelare per la causa democratica.

Nel 1926 a Nuoro, lavorando al "Caffè della posta" conosce Oggiano, Mastino, Mannironi, Satta-Galfrè, Giacobbe, il "sale" dell'antifascismo nuorese. Un clima di grande tensione ideale e di concitato, date le contingenze, dialogo politico. Con Oggiano, «uomo eccezionale», e Mastino, «avvocato principe e protettore di tutte le zone rosse del Nuorese», entra in confidenze e partecipa alle comuni battaglie sardiste. Con i due, «molto diversi per temperamento», la stessa Bussalai ha contatti molto assidui. Nelle nebbie dei ricordi riemerge anche il profilo dolente di Francesco Mastino, fratello di Pietro, predestinato ad una sorte maligna.

La storia de Sos Battor Moros è anche la vicenda di tre donne che incrociano le loro esperienze e fanno fronte comune alle avversità con una salda amicizia: Marianna Bussalai, Graziella Sechi-Giacobbe e Mariangela Maccioni. «Erano come sorelle, si scrivevano spesso. La Maccioni era più socialisteggiante. La Bussalai era socialista come impostazione dottrinaria, però ragionevole senza estremismi, sempre contro ogni totalitarismo sia di destra che di sinistra», sibila Gonario Usala e i suoi occhi si illuminano.


Massimiliano Rais: «Con Titino Melis, contro il banditismo, fuori dai miti»

«La questione di fondo resta sempre la stessa: il bisogno di sprovincializzare una cultura, ma di sprovincializzarla non attraverso la negazione di contenuto, piuttosto attraverso un decisivo superamento delle forme tradizionali o di alcune forme tradizionali in cui ancora si esprime la vita la cultura sarda». È il pensiero di un profeta inascoltato, un intellettuale acuto e curioso come Antonio Pigliaru. La sua è una riflessione centrale nel dibattito sulla criminalità in Sardegna, un dibattito che ha attraversato questo secolo a prescindere da mutamenti politici e sconvolgimenti epocali: già nel 1869 dinanzi all' escalation di soprusi e delitti, il Parlamento italiano invia una commissione d'inchiesta, presieduta da Agostino Depretis. Il futuro capo del governo, insieme ai deputati Sella, Tenani, Ferracciu e Mantegazza, deve, come ricorda Manlio Brigaglia nel libro Sardegna perché banditi, «indagare sulle condizioni dell'agricoltura, del commercio, della viabilità, dell'istruzione pubblica nell'Isola». La stampa sarda celebra la venuta della commissione con grande enfasi e con titoli gonfi di svolazzi retorici del tipo: «tutta la famiglia italiana visita al suo letto di dolore l'inferma sorella».

La situazione dell'ordine pubblico deve essere peraltro piuttosto grave se già nel 1831 Alberto Ferrero della Marmora, impegnato in un viaggio di studio nel cuore della Barbagia, viene accerchiato da un gruppo di "bravacci" armati di fucile, assolutamente insensibili di fronte alle precisazioni del gentiluomo piemontese che giustifica la sua visita con il desiderio, proprio dello studioso e dell'uomo di scienza, di eseguire rilevazioni geodosiache sul monte Moro. Ma episodi più cruenti ed efferati arricchiscono la letteratura sul banditismo isolano, che rimanda gli echi delle tragiche bardane, dei sequestri di persona, di azioni di brigantaggio accompagnate dal più perentorio degli ammonimenti: «O la borsa, o la vita». E poi nel calderone della cronaca giudiziaria ci sono i nomi di quelli che hanno messo "a ferro e a fuoco" il Supramonte ma non solo. Latitanti illustri come Angius e Delogu, che alla fine dell'800, lanciano attraverso le colonne dell'Isola di Sassari il loro vendicativo proclama: «A sos mortos bi gheret mortahidade», «ai morti si risponde con i morti».

Nel 1951 quando Titino Melis interviene alla Camera dei deputati per chiedere sistemi più adeguati contro il banditismo, la Sardegna ha superato gli anni duri del fascismo, i momenti terribili della guerra, gli istanti frenetici della ripresa democratica. Respira l'aria dell'autonomia sancita dallo Statuto speciale. Piuttosto c'è il problema dell'ordine pubblico ad alimentare il sospetto di un processo di sviluppo lento e inadeguato. Nel 1949 si apre il "quinquennio nero" del banditismo sardo, una lunga serie di tragici avvenimenti tra la rapina di "Frailes" e l'uccisione di Pasquale Tandeddu. Sono questi i due fatti che delimitano sul piano temporale quel momento di brusca impennata criminale. I vecchi banditi sembravano dei pionieri, il comportamento dei nuovi briganti segue regole molto diverse: «La tattica - ricorda Manlio Brigaglia - è una tattica militare, figlia della guerra appena terminata...». 

Cosa dice a Montecitorio il deputato Melis? Parole dure, sferzanti. Tutte le parti in causa, ad iniziare da Governo e Parlamento, devono assumersi precise responsabilità. Giusto qualche mese prima, in un maggio ombroso, si era consumata l'ennesima rapina stradale. I banditi prendono di mira una corriera pubblica. Solito conflitto a fuoco con i carabinieri che la scortano. Tre militari rimangono senza vita sull'asfalto. La serie dei delitti impuniti è inquietante. «È la possibilità della difesa dell'uomo dall'agguato che è difficile», afferma Titino Melis e aggiunge rivolto ai colleghi: «Ecco perché la situazione che io debbo presentarvi ha una sua essenziale ragion d'essere nello stato di abbandono pressoché totale in cui, per migliaia di chilometri quadrati di territorio, gli uomini e le cose della mia Isola sono tenuti, là dove l'economia pastorale è quella di mille anni fa, il giaciglio è la nuda terra ed il ricovero l'ovile preistorico». Melis segnala il ritardo pauroso dello sviluppo, gli strappi di una società ancora arcaica, chiusa. Sotto questo profilo Antonio Pigliaru compie un'analisi illuminante: «Il banditismo sardo - dice in una intervista - non è il risultato di una situazione di povertà individuale, perché è il risultato di una determinata struttura economica di una economia povera... Combattere una situazione di quel tipo con provvedimenti occasionali e marginali come le opere pubbliche, ha significato, qui, solo un inasprimento della economia barbaricina originaria...».

Titino Melis porta in Parlamento il disagio delle zone interne e la gravità della situazione, che richiede interventi ormai indifferibili, è testimoniata dalle sue parole: «Quel territorio di disperati deve essere trasformato e reso civile». Già, ma come si può imboccare la strada della civiltà? Le indicazioni offerte dal censimento del '51, il primo del dopoguerra, sono scoraggianti, alcuni dati sono da allarme sociale: tra i sardi che hanno più di sei anni di età si contano oltre 240mila analfabeti, la popolazione attiva è il 34%, mentre la media nazionale è pari al 41,2%. La Sardegna come può uscire da questo tunnel buio? Per l'esponente del PSd'A, a cominciare dalla questione criminale, bisogna agire in modo diverso. Occorre mutare l'impostazione della lotta repressiva: «i militari - dice - devono essere disseminati nelle campagne, accortamente distribuiti, e messi in condizione di controllare la zona infestata capillarmente». Quindi l'aspetto preventivo dei reati e il pieno controllo del territorio da parte dello Stato dovrebbero essere obiettivi prioritari di ogni politica di intervento nelle aree più esposte alle azioni dei fuorilegge. «Perché non creare frequenti caserme, in modo da spezzare l'uniformità della solitudine desertica di questi spazi, in modo che sia sicuro il luogo, da cui si possa intervenire tempestivamente, per recare la reazione della società contro chi vive nascosto nel nido del falco?», propone dalla tribuna il leader sardista.




Negli interventi parlamentari svolti sul tema dell'ordine pubblico nel corso della quarta legislatura (1963-1968), egli riprende molti dei motivi già illustrati in occasione della seduta del 19 ottobre 1951. Il linguaggio è sempre lo stesso, nasconde la rabbia e la delusione per le tante promesse tradite, per le speranze di riscatto di un'intera Isola vanificate da contingenze sfavorevoli, per una criminalità che non abbassa la guardia, anzi riafferma il suo potere con il fucile e il sangue. La tensione civile è alta, la vigoria è dell'uomo appassionato, partecipe dei problemi della sua terra. Né, peraltro, egli ignora le mutazioni intervenute nel fenomeno delinquenziale isolano, con quelle contaminazioni di gangsterismo metropolitano, soltanto avido di denaro. Nell'interpellanza del 7 novembre 1967 insiste particolarmente su un concetto già espresso sedici anni prima: «lo Stato non ha valutato in quanto rappresentante dell'unità nazionale... la spericolata attività criminosa del banditismo», e ritorna sulla necessità di un migliore dispiegamento sul territorio delle forze di polizia.

Il 1967 è un anno tristemente denso di fatti criminosi. Due casi su tutti impressionano l'opinione pubblica, sono storie di ordinaria violenza che suggeriscono titoli giornalistici ad effetto: "Sardegna come Vietnam", è uno di questi ed esemplifica il quadro di assoluta emotività nel quale anche i media operano. Nel '67 lo studente nuorese Giovanni Pirari uccide in un posto di blocco due agenti e si dà alla macchia. Qualche mese dopo nel corso di uno scontro armato tra banditi e polizia muoiono nelle balze del Supramonte altri due agenti e Miguel Atienza, luogotenente della "primula rossa" Graziano Mesina, già evaso dal carcere sassarese di San Sebastiano. Nella sola metà di agosto poi si registrano tre sequestri di persona. Basterà l'invio di forze speciali per spezzare la catena delittuosa? L' on. Melis si mostra molto scettico. Va bene l'emergenza ma - dice -«aspetti più insidiosi di una attività così abnorme non si affrontano con il clamoroso impiego dei "baschi blu"», e aggiunge: «la pressione di giovani e pur coraggiosi agenti, allenati per altri servizi, senza esperienza dei luoghi, senza conoscenza della psicologia e delle abitudini ambientali, si rovescia in termini d'intimidazione - espressione eufemistica - sulla popolazione, scoraggia ogni auspicabile e possibile solidarietà, aliena il necessario rapporto di fiducia». D'altronde lo stesso Graziano Mesina, intervistato alla macchia dai giornalisti Vittorio Lojacono e Angelo De Murtas, dichiara: «I baschi blu non mi mettono paura. Se ne sono dimessi già quindici, mi hanno riferito, stroncati dalla tensione e dai rastrellamenti in montagna. Non è gente che possa fare questa vita».

Allora quali sono le cose da fare? Prima di tutto smobilitare «l'inutile apparato guerresco», e poi «lo slancio e la dedizione al mestiere, concepito come una missione, dovrebbero fare del sottufficiale e del militare di stazione i cardini della prevenzione e della repressione della malavita». Non trascurando di «reclutare a più alto livello culturale, militari che non siano soltanto combattenti, ma anche e soprattutto agenti di polizia» con specifiche competenze tecniche ed operative.

Non manca da parte del deputato dei Quattro Mori neppure una strenua difesa della magistratura. Montava in quel periodo un diffuso malcontento nei confronti dell'azione dei giudici. «La magistratura - scrive Brigaglia - in questo momento caldo diventa l'accusata, lei che dovrebbe accusare». Al di là dei paradossi, alle toghe si rimprovera di «andar troppo piano con il confino, di far troppo credito a chi difende gli accusati». Titino Melis intuendo il tentativo di un rimpallo di responsabilità da parte del potere politico esprime parole di solidarietà per i magistrati sardi: «La nostra magistratura - afferma - non può essere vista… sotto la luce equivoca del sospetto e della pretesa debolezza, che cela una considerazione offensiva di connivenza addirittura mafiosa, secondo un'aberrante valutazione di comodo professionale, quasi un alibi di fallimento».

Negli altri due interventi del 1967, quelli del 9 e del 21 novembre, Melis punta il dito sulle responsabilità politiche, rimarca gli errori nell'interpretazione del fenomeno delinquenziale sardo, visto «in termini mafiosi» e sottolinea altresì «l'assenza di interesse del Parlamento e dello Stato dinanzi ai problemi dell'Isola». Tratteggia il quadro del malessere sardo e - in questo frangente egli appare molto efficace - sostiene che «il fenomeno del banditismo si ripeterà ciclicamente a ricorrenza prevedibile, perché è l'ambiente che deve essere modificato». Così si appella agli «onorevoli colleghi»: la Sardegna «guarda a voi», dice, pur non sottovalutando la parte che compete ai poteri regionali e all'opinione pubblica in generale. E, questo è l'oggetto specifico del suo discorso, esprime gradimento per l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta, anche se, avverte, «la situazione dell'Isola non deve essere affrontata come un problema contingente, ma deve essere affrontata completamente e in maniera risolutiva e definitiva».

Una delle risposte avute in quegli anni dai collaboratori di Pigliaru, ricercatori del gruppo Ichnusa, dimostra la fondatezza dei timori espressi dal deputato: «Non posso mandare la bambina a scuola perché la scuola è lontana. Per questo la mando all'ovile». «Quanto è lontano l'ovile?». «Trentacinque chilometri». «E la scuola?». «Cinquecento metri».

Riferimenti bibliografici:

Atti Parlamentari I e IV Legislatura repubblicana. Discorsi dell'Onorevole Giovanni Battista Melis.

Manlio Brigaglia, Sardegna perché banditi, Carte Segrete, 1971.

Gigi Ghirotti, Mitra in Sardegna, Longanesi e C., 1968.

Gigi Ghirotti, "Non esiste la ricetta magica contro il brigantaggio sardo", in Resistenza, n. 9, settembre 1967.

Antonio Pigliaru, Il Banditismo in Sardegna. La vendetta barbaricina, Giuffré Editore, 1975.




Fonte: Gianfranco Murtas
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