Con mgr Ottorino P. Alberti da Valverde alla Collina, passando per gli Infettivi e Buoncammino
di Gianfranco Murtas

L’amico Michele Pintore, giornalista di lunga esperienza barbaricina, fra La Nuova Sardegna e cento altre testate isolane, sì rapsodiche ma tutte preziose, mi chiese recentemente un commento (ovviamente da stretto osservatorio personale e… soggettivissimo, per le colonne web di Cronache nuoresi) su quella che egli avvertiva essere una dolorosa (e molto molto banale) dimenticanza di monsignor Ottorino Pietro Alberti da parte della Chiesa nuorese e del suo vertice. Mi sono dato disponibile a collaborare, forte non soltanto della conoscenza personale del presule, ma anche delle energie raccolte su un palcoscenico teatrale cagliaritano per un reading in suo onore (all’indomani della morte) con accompagno di una articolata simulazione autobiografica (affidata all’attore Gianluca Medas) e una dispensa di documentati riannodi fra Nuoro e Roma, Santa Maria della Neve e gli scout dell’adolescenza e prima giovinezza, fra il liceo Asproni, la laurea in agraria a Pisa e l’insegnamento di estimo all’istituto dei geometri nuoresi, le aule della Lateranense e i contributi a Frontiera di Remo Branca, gli indugi presso gli archivi segreti del Vaticano e d’altrove e le fatiche del rettorato regionale d’eredità gesuitica a Cagliari, per non dire di quelle dell’episcopato spoletino-nursino e di quello cagliaritano, con il compimento conciliare e molto altro.
Posseggo soltanto frammenti di un tale asserito (ma credo effettivo e comunque ingiusto) trattamento della memoria di un prete e vescovo, oltreché di uno studioso, che a Nuoro molto ha donato nel corso della sua vita, lungo quegli 85 anni che egli ha intensamente consumato in luoghi tanto diversi e in occupazioni fra le più varie, appunto fra docenza superiore e servizi accademici amministrativi, fra ricerca storica e pubblicazioni che sorpassano le tre centinaia, fra direzione di un istituto formativo clericale ed episcopato, insomma fra Nuoro e Cagliari, fra Roma ed Umbria.
Due anni fa, cogliendo il pretesto da qualche disarmonia che pareva appunto emersa fra taluna algida decisione di curia (nel post Melis e nel post Meloni) ed il sentire affettivo (e religioso) di quote importanti della popolazione di Santu Predu e Santa Maria, di Seuna e della Solitudine, oggi anche di su Nuraghe e di Città nuova, mi fu chiesto di raccontare, ancorché con rapidi tocchi, quanto la chiesa campestre di Nostra Signora di Valverde, centrale della secolare e popolare novena in… staffetta con la festa del Redentore, fra il 30 agosto e l’8 settembre (della natività mariana), fosse entrata nel sentimento e nel costume più intimo dei nuoresi, rivelandosi in decine di affacci nella pubblicistica, nella memorialistica e/o nella saggistica e perfino nella letteratura, con la Deledda in testa.
Fu un servizio, il mio (di nuorese appassionatamente elettivo che amava Valverde), a pro anche e soprattutto della memoria generosa di monsignor Ottorino Pietro Alberti, del quale il prossimo anno celebreremo (speriamo in molti, e con contributi originali offerti da talentuose intelligenze cittadine) il centenario della nascita. La chiesa di Nostra Signora, così intimamente legata alla famiglia Costa o, adesso, Alberti Costa, era allora in fase di restauro ed ora sembra tornata alla sua ospitale efficienza.
L’auspicio è dunque che questo 2026 veda una ripartenza autenticamente comunitaria, essendone motore don Antonello Mura vescovo di Nuoro e Lanusei che, sull’esempio del suo predecessore in quanto presidente della CES, dico del nuorese arcivescovo Alberti riportatosi don Ottorino nelle più calde confidenze di paese, vorrei si concedesse, proprio nel grande piazzale della chiesa e nelle aree contermini, dalla prima mattina alla tarda sera, all’incontro informale e fraterno con i suoi diocesani che molto hanno da chiedergli e altrettanto (di prezioso) da donargli, come da una ecumene di responsabilità ecclesiale e sociale.

Ecco dunque come il 17 luglio u.s. risposi alle domande di Michele Pintore, interessato a conoscere i termini del mio primo rapporto con monsignor Alberti.
Il primo incontro personale avvenne a Nuoro, a Valverde, per chiacchierare in una “reciproca scoperta” nel piazzale fra la casa e la chiesa, nell’agosto 1988, alla vigilia della festa del Redentore. Monsignore riposava dalle fatiche dei primi mesi di servizio episcopale a Cagliari, io trascorrevo qualche settimana a Nuoro, fra la banca – ché all’universo nuorese mi aveva iniziato l’indimenticato Bachisio Zizi! –, gli incontri amicali (con Antonio Fancello, Annico Pau, Cesare Pirisi, forse già le professoresse Melis e cento altri) e gli affondi in biblioteche e archivi, compreso quello diocesano, seguito da monsignor Marcello e dalla benevolenza di monsignor Melis Fois. Conversammo, l’arcivescovo ed io, di questioni molto varie, di Francesco Ciusa amore di entrambi, di chiesa e di storia nuorese, soprattutto novecentesca, parlammo dei “monumenti” nuoresi, in certa misura miei referenti ideali, quali furono Pietro Mastino scomparso nel 1969 e Gonario Pinna il mazziniano sardo-socialista che avrei intervistato alla vigilia della morte. Cominciammo allora a confrontarci su quanto poi costituì come un refrain delle nostre conversazioni personali e telefoniche, fino alla fine: la sorte, nel nostro post mortem, degli archivi e delle biblioteche di casa... non poca cosa!
Una curiosità: donai a monsignore una mia pubblicazione che pareva un mattone, 660 pagine, sulla storia repubblicana nella Cagliari di Bacaredda. Fu uno dei libri bruciacchiati nell’incendio che sarebbe scoppiato, dieci anni dopo, nell’episcopio di Castello. Gli chiesi di restituirmelo, allora, consegnandogli una copia intonsa. E mestamente ci sorridemmo sopra. Egli poi mi donò la sua miscellanea di Scritti di storia civile e religiosa e la biografia del Solinas Nurra rifluita nella tesi dottorale, alla Lateranense, di don Antonio Sedda.
Negli anni successivi a quel primo incontro, fummo, paradossalmente dati i presupposti, reciprocamente ostili. Io pretendevo che sostenesse la mia causa in difesa da certa malasanità infeudata ai democristiani, che a Cagliari costringeva a surplus di sofferenze i giovani ricoverati per l’aids, quando si moriva ogni giorno con tragiche statistiche ed io svolgevo il mio quotidiano e inutile volontariato nelle corsie. Non ci trovammo, e allora gli chiesi pubblico conto di questa che ritenevo una omissione e di altre gravi inadeguatezze nel suo governo diocesano (a cominciare dalla non rendicontazione dell’8 per mille e proseguire con atti di algida burocrazia verso le cattedre della Teologica o la facoltà di dir messa a preti di strada). So che sofferse molto della mia irrequietezza, e me ne dispiacqui.
Ricevetti una visita di mediazione del vicario generale e di monsignor Marcia, a casa mia. Infine mi contattò lui stesso, monsignor Alberti, e fu dolcezza e poesia, timidezza e cuore puro, tanto con gli scritti quanto con le telefonate. Recuperammo presto una piena confidenza. Mi coinvolse anche nella predisposizione del testo di una importante omelia. Un atto di umiltà straordinario, forse unico, date le circostanze, e desidero darne testimonianza. Volle anche che lo accompagnassi nel capodanno 2001 al carcere di Buoncammino e poi a Serdiana nella comunità La Collina di don Cannavera, di cui prima di allora aveva diffidato.
Dopo il suo pensionamento andai da lui a Nuoro svariate volte e ci sentimmo ripetutamente al telefono per conversazioni lunghe sempre almeno un’ora. Chiamava lui con garbo e finezza.
Un vuoto incolmabile?
Alla domanda su un certo “vuoto incolmabile” che la morte dell’arcivescovo, nel luglio 2012, avrebbe provocato risposi:
La sua statura intellettuale e le esperienze di studio e di lavoro in continente erano un servizio potenzialmente di grande utilità alla Chiesa regionale, che già aveva servito come rettore del seminario maggiore nel biennio 1971-1973, dopo i 44 anni di responsabilità gesuitica a Cuglieri. E prima dell’episcopato umbro che ad Alberti il cardinale Baggio, che allora lasciava Cagliari per la curia vaticana, volle come ringraziamento per la sua fedele disponibilità.
Non credo ai vuoti incolmabili, credo che siano la superficialità e la disattenzione dei contemporanei e dei posteri a creare quelle perdite di chance alle comunità che invece la memoria dell’esempio dei maestri potrebbe e dovrebbe assorbire e anzi convertire in positivo: la nostra classe episcopale sarda non mostra una importante capacità, a mio modesto avviso, di pensare in grande. La comunionalità si confonde troppo spesso con il conformismo, larga parte del nostro clero è cresciuto con le sicurezze del mestiere e la carezza del leaderismo, per non dire di quanto lefebvrismo sta montando sotto l’occhio spento dei vescovi. Il cattivo magistero (pagano e ateistico perfino) di un Ruini è ancora oggi, a leggere i giornali diocesani della Sardegna, considerato un esempio di virtù. Incredibile, la storia rovesciata. Poi verranno a chiedere perdono a Welby, come papa Francesco ha fatto alla tomba di don Milani offeso dal trionfante (allora) cardinale Florit che nessuno ricorda più.
Con Alberti dibattemmo spesso di Pio IX e della ghigliottina che il papa considerava evidentemente un “principio non negoziabile” nelle tempeste che ostacolarono Roma capitale, capitale per grazia di Provvidenza, come avrebbe detto cento anni dopo Paolo VI. Mi riservo di scrivere presto qualcosa al riguardo, con la carità della critica: dico del rapporto Alberti-Pio IX.
Per capire qualcosa di più di monsignor Ottorino Pietro Alberti occorrerebbe studiare meglio i suoi testi riferiti al Concilio Plenario Sardo, che pure molto debbono a padre Sebastiano Mosso SJ. Fu una immersione piena, in un’azione generosa condivisa con l’arcivescovo Pier Giuliano Tiddia, alla ricerca di nuove coordinate della Chiesa isolana impegnata in un discorso che da clericale intendeva farsi ecclesiale, e da ecclesiale sociale, nella logica del lievito evangelico.
L’eredità
Circa infine l’eredità morale ed ecclesiale lasciata dal presule alle comunità ed al clero sardo (incluso l’episcopato di direzione piuttosto incerta:
Credo che sia stata proprio la sua consapevolezza di pensare “oltre” il recinto della istituzione clericale e di porre la categoria dell’ecclesiale negli spazi trasversali del sociale il maggiore e migliore suo dono a noi che guardiamo, con senso della storia, alla sua militanza di apostolo moderno. Certo non tutto gli è stato facile, gli ancoraggi che sono anche condizionamenti di certa formazione pre-Vaticano II si sono fatti sentire anche in monsignor Alberti e questi forse però, con il tempo, e con l’ascolto attento e rispettoso delle voci contrarie, o dialettiche – che un tempo lo indispettivano, si pensi a Romano Ruju –, sono sfumati nel tempo da una dimensione dottrinaria ad una dimensione sentimentale. Non poteva essere facile, per lui, reinquadrare figure universali come papa Mastai Ferretti, di cui egli era stato successore come arcivescovo di Spoleto, o locali come monsignor Salvator Angelo Demartis – il “frataccio” carmelitano come lo chiamava Asproni – che avevano dato da discutere nell’allora e nel poi, e il chiaroscuro della storia, che parve non affacciarsi nel classico I vescovi sardi al Concilio Vaticano I (che era tutto assertivo), venne su nelle riflessioni dialogiche di monsignore in tempi più tranquilli. Ma questo processo non produsse rinnegamenti impropri, soltanto accompagnò via via il pensiero dello storico alla umanità dei suoi personaggi, anche e soprattutto a quelli che avvertiva lontani.
In molti mi han detto che a Nuoro, dove veniva per il Redentore ogni volta invitato da monsignor Melis Fois che gli cedeva il bacolo, e poi per in novenario della Vergine di Valverde, egli è ormai soltanto un nome e forse un nome appannato, il nome d’una targa, e non più la memoria d’un esempio vivente, sempre vivente, presente nella intimità delle relazioni sociali che anche a Santu Predu e a Seuna, a Santa Maria e nei quartieri moderni, mai mai e mai possono spegnersi con la morte fisica di una persona.
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