Franco Meloni

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  Storie e Racconti

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Contus stampaxinus. Uspidali civili o Clinica Aresu?

Diverbi e frasi celebri di Don Arthemalle

Don Mario Arthemalle forse non era il più vecchio tra i sacerdoti della Collegiata parrocchiale di Sant’Anna, ma per noi lo era. Teoricamente non avrebbe avuto diritto al titolo di “don” ma solo di “signor”, in quanto – ci avevano spiegato – l’uno era riservato ai preti che avevano studiato e che erano stati licenziati dal Seminario maggiore, l’altro a chi era arrivato alla consacrazione sacerdotale senza aver completato l’apposito “cursus studiorum”, come appunto nel caso del nostro. Ma per noi queste sottigliezze non rilevavano e pertanto al pari degli altri preti gli riconoscevamo il don. A noi ragazzi (in età adolescenziale e oltre) stava simpatico soprattutto perché era sbrigativo nelle confessioni. Per lui si trattava sempre e solo di masturbazione. Forse perché un po’ sordo o ché comunque non stava ad ascoltare, sta di fatto che ogni confessione durava non più di tre minuti, l’assoluzione era sicura e la penitenza standard un pateravegloria. L’episodio che qui racconto non ha a che fare con tutto ciò. Si riferisce infatti a un piccolo diverbio tra don Arthemalle e il vice sacrista, soprannominato Bobboi (del quale ricordo benissimo – ma non lo svelo – il nome e cognome). Il contrasto tra i due riguardò un funerale. La questione era: in quale ospedale del quartiere si trova il defunto? L’alternativa era secca: Ospedale Civile o Clinica Aresu. Il prete – con sacrestano ed eventuale seguito di chierichetti – doveva recarsi sul posto per poi accompagnare il feretro  fino alla chiesa parrocchiale dove si sarebbe celebrata la messa “corpore praesenti”. Don Arthemalle era indeciso su dove stesse il morto e pertanto chiese a Bobboi: “De aundi bessi su mortu? De s’uspidali civili o de sa Clinica Aresu?” Bobboi non aveva dubbi: “De s’uspidali civili”. A don Arthemalle sembrava ricordare invece la Clinica Aresu. E si mostrò dubbioso. Ma Bobboi era sicuro e ribadì senza esitazione: “uspidali civili, uspidali civili”. A fronte della granitica sicurezza del sacrestano aumentava l’incertezza del prete tanto che finalmente decise di consultare il quaderno dove erano puntualmente annotati tutti gli impegni parrocchiali (matrimoni, funerali, messe di suffragio e così via). Nero su bianco: il morto si trovava nella Clinica Aresu, come ben ricordava don Arthemalle. Che a questo punto piazzò di malo modo il quaderno sotto il naso di Bobboi, il quale notoriamente non sapeva leggere e scrivere, dicendo: “Liggi, su pippiu: clinica Aresu, merda!”.

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Don Arthemalle era famoso anche per le sue frasi sferzanti, il più delle volte in lingua sarda nella variante casteddaia. Ne ricordo una che riferì un personaggio importante a Stampace: nientemeno che Quintino Schirra, storico “primo guardiano” dell’Arciconfraternita di Sant’Efisio negli anni ‘60-‘70. Ecco il contesto e la frase.

Capitò che Quintino si recò in pellegrinaggio a Lourdes con una comitiva organizzata dalla Parrocchia. Era prevista una sola tappa, appunto Lourdes. Poi si tornava direttamente a Cagliari. Ma per Quintino e alcuni suoi amici confratelli, l’occasione di essere in Francia, fece balenare l’idea di modificare - a beneficio di un gruppo ristretto, tutto maschile - il percorso del ritorno con una “capatina a Parigi”, non proprio a un tiro di schioppo rispetto a Lourdes, ma tant’è! Rispedita a casa la gran parte dei pellegrini, il gruppetto dei restanti, tutti maschi,  organizzò la visita a Parigi, certamente di carattere “culturale” ma che non poteva tralasciare la partecipazione a qualche spettacolo di spogliarello e, forse, azzardiamo maliziosamente, qualcosa di più... Così avvenne e lo stesso Quintino al suo ritorno raccontò l’avventura a don Arthemalle, non sappiamo se in piacevole conversare o, come più probabile, addiritura in confessione. Dato che a raccontare i fatti fu l’interessato possiamo ben sorvolare sul “segreto del confessionale” rivelando la frase lapidaria di commento del mitico don Arthemalle: “Quintinu caru: cagau ses andau e cagau ndi ses torrau!”

A sigillare il tutto la sicura assoluzione impartita dal benevolo sacerdote, probabilmente seguita dai suoi rinomati "scraccallius".


Fonte: Aladinpensiero online
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