Gianfranco Murtas

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Don Efisio Spettu a nove anni dalla morte: rimane feconda la sua memoria, fra spiritualità e testimonianza di vita. I suoi commenti alle pastorali del compaesano vescovo Raffaele Piras

di Gianfranco Murtas


Nove anni dalla dolorosa morte di don Efisio Spettu, prete diocesano di Cagliari, originario di Quartucciu, tante cose e tutte belle, bellissime, nelle molteplici missioni affidategli per vocazione e talento. Personalità dolce e combattiva, rude alla bisogna e tenero all’inverosimile con noi perdenti, Efisio portatore di un fortissimo senso istituzionale – il senso di Chiesa insieme gerarchica e comunitaria – e, certo non minore, di un senso di giustizia in ogni francobollo di mondo e di tempo, compreso dai minimi, incompreso dai grandi, anche mitrati.

Ogni anno con la solennità dell’articolo di stampa, ogni giorno nel ricordo personale, la sua testimonianza di vita ritorna a collegare fra loro tutti quelli che hanno goduto della sua prossimità, della sua amicizia, della sua confidenza. La Chiesa di Cagliari, anzi la Chiesa regionale gli è debitrice e ancora non ha pagato il suo debito. Non lo hanno pagato soprattutto i vescovi a cui, per causa di giustizia, si era rivolto più volte da rettore del seminario regionale e dopo, sperando in cuori evangelici e incontrando invece cuori burocrati allineati alla prepotenza di voga.

Io lo onoro, oggi come sempre, riannunciandolo nell’anniversario del suo dies natalis e questa volta ricordando il suo commento alla prima lettera pastorale di un vescovo che fu suo compaesano, nativo anch’egli di Quartucciu, e mandato da papa Pio X, alla fine del 1906 – lui ancora giovane, quarantenne o poco più –, in terra abruzzese, pastore delle diocesi di Penne ed Atri: diocesi povere come povere erano quelle sarde che egli ben conosceva anche perché ne conosceva e istruiva i figli chierici iscritti ai corsi di dogmatica del seminario cagliaritano. 

Sarà bene rammentare che, al fine di conservare la degna memoria del presule quartucciaio, si era costituita, nel luglio 1995 e nel paese natio, presieduta dal medico e poeta Giulio Solinas e con la presidenza onoraria dell’arcivescovo Ottorino Pietro Alberti, l’associazione “Amici di Monsignor Raffaele Piras” che raggiunse in pochi mesi i trecento aderenti. Tra essi don Spettu naturalmente.

Nel 130° anniversario della sua nascita, vale a dire nell’ottobre 1995, monsignor Piras fu celebrato con un numero unico diffuso in tremila copie e con una solenne messa di suffragio presieduta dall’arcivescovo. Nel salone della stessa parrocchiale di San Giorgio martire, presentata ufficialmente l’associazione, si convenne di organizzare un pellegrinaggio in Abruzzo, giusto nella città di Atri, che conservava ancora le spoglie del presule deceduto nell’agosto 1911. Il progetto era allora di trasferire quei resti in Sardegna, proprio a Quartucciu, ed a tanto si impegnò formalmente, ricevendo in municipio la delegazione isolana nella visita del maggio 1996, il sindaco atriano.

Si partì allora, in paese, con varie iniziative che volevano preparare e accompagnare l’evento, sottolineandone la ricaduta… nobilmente municipale. Si bandì il primo concorso scolastico “Monsignor Raffaele Piras” (con tanto di premiazioni a seguire), si susseguirono diverse speciali funzioni religiose, venne collocata nella casa storica dei Piras una lapide a cura del Comune, mentre l’associazione con la Pro Loco allestì una mostra delle opere scritte dal vescovo in terra di missione e già prima, quand’era docente e canonico teologo e vicario generale a Cagliari.

Nel 1997 altro ancora si aggiunse, e tanto più fu il primo convegno interregionale Sardegna-Abruzzi sul tema “Monsignor Raffaele Piras prima e dopo la consacrazione episcopale”, con conclusione liturgica concelebrata nell’antica parrocchiale paesana. Gli atti del convegno con i saluti del sindaco e dell’arcivescovo Alberti (anche in veste di storico) e con le relazioni del prof. Tonino Cabizzosu e del prof. Giuseppe Di Bartolomeo (questi responsabile dell’archivio storico vescovile di Penne) e ricco corredo fotografico, furono presto stampati e diffusi, comprendendovi anche il testo della omelia tenuta da don Ottorino alla sua messa del 19 gennaio 1997.

Le spoglie di monsignor Piras rientrarono nell’Isola l’11 ottobre 1998 e furono collocate nel sarcofago presso la cappella del Fonte battesimale della parrocchiale di San Giorgio. Vari gruppi corali carezzarono, con le loro voci, l’evento già di per sé estremamente suggestivo e commovente oltreché partecipatissimo.

L’anno successivo Paola Cocco dette alle stampe un prezioso volume: Raffaele Piras storia di un vescovo, quasi trecento documentatissime pagine biografiche, giusta conclusione di un lustro di impegnative azioni commemorative tutte di valore spirituale, innanzitutto, e storico.

 


E’ in questo contesto che, a proseguire nelle iniziative che ben potrebbero dirsi di condivisione sentimentale e di cultura religiosa popolare, don Efisio Spettu si rese disponibile a presentare un commento alle cinque lettere pastorali firmate da don Piras negli anni della missione apostolica abruzzese. Iniziò con le prime due.

Qui di seguito riporto il testo del primo commento, presentato a Quartucciu il 26 gennaio 2003 e dato alle stampe dall’associazione con il patrocinio comunale, cui pure si deve la ristampa anastatica della prima lettera pastorale datata giorno di Pasqua (31 marzo) 1907.

 

Il linguaggio semplice e profondo di un vescovo sardo

Eccellenza Reverendissima Mons. Alberti

Sig. Sindaco e Autorità civili

Soci dell'Associazione amici di Mons. Piras

Don Ignazio Siriu

Compaesani carissimi

Ci troviamo tutti insieme per ricordare ancora mons. Raffaele Piras, ricordarlo in un modo particolare, facendo parlare lui, ascoltando le parole che ci giungono attraverso la sua prima lettera pastorale. Ho accettato di fare insieme a voi alcune considerazioni su un concittadino così illustre perché come sappiamo è stato, nonostante la sua brevissima vita, un uomo coltissimo, grande conoscitore della Scrittura, dotato di una grande intelligenza, vivissima e apertissima, quasi un precursore di una certa visione di Chiesa; ho accettato nonostante non sia biblista, né teologo, perché l'approccio a Raffaele Piras può essere anche di altro tipo, spirituale, cosa che lo rende avvicinabile da chiunque. La sua prima lettera pastorale infatti sa parlare a tutti perché arriva al cuore, non ha bisogno di troppi supporti culturali per essere accolta, parla un linguaggio semplice e, a mio avviso, assolutamente moderno. Se noi provassimo a riscriverla modificando solo alcuni termini che oggi non usiamo più, ci troveremmo davanti ad un testo che può essere facilmente letto e fatto proprio dall'uomo di oggi.

Un approccio spirituale, dunque, perché come vedremo lo spirito pervade la lettera con i suoi continui richiami alla Parola, al suo primato nella vita, non solo del prete ma di ogni uomo, i richiami alla preghiera come fonte costante di luce e di consolazione: agli inizi del '900 non era sicuramente comune sentire un vescovo parlare in questi termini della Parola di Dio e della preghiera.

Ho accettato anche perché, come membro dell'Associazione, ritengo sia importante dare attuazione a quanto previsto, tra le finalità, dallo Statuto al punto b: "sviluppare tra i soci la conoscenza della vita e delle opere dell'alto prelato per promuoverne poi la diffusione tra i quartuccesi, nella Sardegna ed in campo nazionale ed internazionale".

E questo, tra l'altro, ci ricordava mons. Alberti nell'omelia tenuta a Quartucciu il 19 gennaio 1997: ". . . è un'esigenza del cuore ricordare quei figli della Chiesa che si sono distinti per la loro generosa testimonianza al servizio di Dio e dei fratelli. Spesso molti di essi vengono dimenticati e il loro ricordo viene relegato in un ingrato oblio. Fare memoria vuol dire fare giustizia, rendere vivo ed attuale il loro insegnamento, rivisitarlo, riproporlo alla comunità ecclesiale attuale, quale stimolo autorevole per un cammino sempre più ancorato alle proprie radici".

Durante i quattro anni di ministero episcopale mons. Piras ha svolto un'intensa vita pastorale, ne fanno fede le cinque lettere pastorali che ci ha lasciato e che sono interessantissime, testimonianza di una passione che non voleva tenere solo per sé, ma che credeva fosse suo dovere di pastore comunicare al popolo che gli era stato affidato. Cinque lettere che hanno cadenza annuale e che, anche soltanto a leggerne i titoli, danno l'idea di un programma di "insegnamento" della dottrina veramente importante per la vita di un credente, quella che mons. Piras riteneva la propria missione.


           
La prima lettera porta la data del 31 marzo 1907, il titolo "Misit me Dominus" ed è quella che esamineremo insieme, oggi; la seconda del 1° marzo 1908, porta il titolo "Gesù Cristo e la sua dottrina ", la terza del 21 febbraio 1909 e il titolo "La Santissima Eucaristia ", la quarta del 6 febbraio 1910 e il titolo "Il Papato nella Chiesa" e infine la quinta del 19 febbraio 1911 e il titolo "La Grazia santificante ".

"Misit me Dominus" non è solo il titolo della lettera pastorale, ma anche il motto del suo stemma episcopale, che fa proprie le parole che l'arcangelo Raffaele rivolge a Tobi e Tobia quando rivela loro di essere un angelo: "Non temete, la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli. Quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa, ma per volontà di Dio. Lui dovete benedire sempre...". Nel libro di Tobia è anche scritto che Raffaele fu "mandato a guarire" e mons. Piras si sente investito dello stesso compito; accompagnare, prendersi cura delle persone che costituiscono il suo gregge, quella porzione che gli viene affidata.

Le tre "parole" che rivolge nella lettera ai suoi "Fratelli nel sacerdozio e Figlioli in Gesù Cristo" si concludono infatti con "Misit me Dominus ut curarem”.

La lettera pastorale inizia in modo insolito; le prime parole sono il racconto breve, ma significativo della nomina a vescovo, di S. Agata de' Goti, di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, di come cioè egli accolse tale nomina: agitazione, turbamento, lacrime e perfino una "febbre gagliarda" che lo assalì e lo lasciò gravemente ammalato per vari giorni. Raffaele lo sente molto vicino, lo stesso sgomento e alla fine la medesima accettazione della volontà di Dio che riassume nelle rassegnate parole, pronunciate dal santo per tre volte, dopo essersi posto sul capo la lettera del Papa, "Vescovo mi vuole Iddio e Vescovo io voglio essere. Il Papa si è dichiarato in termini di ubbidienza ed io voglio obbedire".

A questo punto è inserito il racconto della sua chiamata a Roma, una chiamata un po' misteriosa che ha come scopo un esame cui si sarebbe dovuto sottoporre per volere del Papa. All'esame segue un incontro con Pio X in cui gli viene annunciato di essere stato scelto a reggere non una ma due diocesi, Penne ed Atri. Lo stupore per una notizia così inaspettata fa scattare nel suo animo di uomo profondamente umile, nonostante le grandi doti riconosciutegli, un tentativo di negarsi al servizio che gli viene richiesto. Organizza in poche parole una serie di obiezioni che toccano tasti delicati, almeno così lui crede. Si professa debole, inadatto sotto molti aspetti, per "età, per scienza e soprattutto per virtù". Manifesta, per il mondo complicato di quegli anni, la necessità di guide non comuni, da paragonarsi ai grandi santi che vanta la Chiesa. Emerge però, in queste obiezioni, anche il sentimento di chi si sente smarrito a dover abbandonare "il nido sicuro" della sua terra, dove è nato e vissuto, e a dovere affrontare anche la possibile diffidenza nei confronti del suo essere sardo. La risposta del Papa, per quanto benevola, non lascia spazio a possibili ripensamenti, il pontefice smonta una per una le sue obiezioni: la saggezza non è necessariamente commisurata agli anni d'età, l'unica scienza di cui tener conto sia sempre e soltanto quella di Gesù Cristo, verbo e sapienza di Dio. Lo richiama inoltre a fidarsi di Dio che, avendolo scelto per quel posto, non gli avrebbe lesinato gli aiuti, "le grazie di stato". Quanto alla sua sardità, scopo della Chiesa è quello di far di tutti un "cuor solo ed un'anima sola", dal momento che lo stesso Gesù Cristo non fece distinzione tra "barbaro e greco", e se era costume far giungere in Sardegna vescovi dal continente, ma non il contrario, diventa ora volontà del pontefice che "vescovi sardi valichino il mare". A queste parole Raffaele, che pur sembra convinto dalle ragioni del Papa, non si rassegna, replica, "pregai e scongiurai novellamente: ma tutto fu inutile". A quel punto una sola cosa restava da fare: pur con il cuore in tumulto ubbidisce con la coscienza di chi sa di non aver cercato onori e potere, di non avere "umane patenti e terrene raccomandazioni", ma di diventare vescovo solo per volontà di Dio. Sarà questa la sua prima gioia e consolazione nelle ansie, nelle pene, nei travagli e sudori: "il mio primo bacolo episcopale sarà soprattutto la divina volontà. Pensare cioè che non venni da me, ma venni per mandato di colui che solo avea ed ha potere su di me!".

Accettare di compiere il servizio cui si viene chiamati è solo il primo passo di un cammino pieno di difficoltà che si esprime con due domande: che dirò, che farò io? Sembra ancora la confessione della debolezza, della fragilità, dello smarrimento di chi si sente piccolo di fronte ad un peso così gravoso. Le parole che mons. Piras indirizza ai "dilettissimi Fratelli e Figlioli", sono invece segno di un cuore che pur nello smarrimento non perde la strada, ha ben chiaro cosa è davvero importante: "investito di spirituale magistero: euntes docete, volete che non rispecchi fedelmente il pensiero stesso di Gesù Cristo, e non promulghi fra il suo popolo le sublimi, le sante, le indefettibili dottrine del suo celeste Maestro?".

"Non apportatore a voi di peregrini insegnamenti, di insolite dottrine, e men che meno di nuove volubili teorie" il vangelo e solo il vangelo sarà la fonte dei suoi insegnamenti alla stregua di San Paolo che agli ateniesi annunziò una sola dottrina: Gesù Crocifisso. Basta leggere le sue parole, si potrebbe dire, per guardare dentro il suo cuore: "Sì, Dio non mi diede scienza umana, e questa, ve ne prego, non aspettatevi da me; ma amare e farvi amare sempre più quanto Egli ha detto e rivelato, e farvelo preferire a qualunque umano ammaestramento, sarà mio dovere, e contemporaneamente mia ricompensa e mio onore".

Prima che maestro discepolo. Quell’ "amare e farvi amare" è significativo di un abito mentale: potrebbe sembrare ovvio, fa parte del ministero del vescovo ammaestrare la porzione di gregge che gli viene affidata, ma sembra di avvertire in quelle parole una vicinanza tra il pastore e il suo gregge che non parrebbe comune sessant'anni prima del Concilio: è sentire il bisogno di essere discepolo anche quando si deve fare il maestro. All'interno di questa adesione totale a Cristo e al suo vangelo ha il suo rilievo anche la dichiarazione di "pensare e sentire con Roma" e con il suo Papa nei periodo della lotta al modernismo.

Se la prima parola, come lui la chiama, era intesa a far risplendere la verità nella mente degli uomini a lui affidati, la seconda si rivolge al cuore dell'uomo, "sede, chiave, perno dell'umana vita", il centro dell'uomo, il luogo in cui la verità che viene afferrata con la mente fiorisce e fruttifica, diventa vita. E' questa, per Raffaele, l'altra missione dei vescovo: non basta aprire la mente facendo conoscere la parola del vangelo, "colla parola e coll'esempio, e più coll'esempio che colla parola dovrò incitarvi e provocarvi potentemente al bene", perché non si può dire di conoscere ed amare Gesù Cristo se non si cresce sulla strada della santità. Una santità che egli vuole per tutti i suoi "Figli amatissimi" e per perseguire la quale indica alcuni mezzi come l'onestà, la giustizia verso i fratelli, il rispetto per l'autorità, qualità necessarie a fare un uomo, alle quali aggiungere quelle che fanno di un vero uomo anche un cristiano: lo spirito di preghiera, l'assiduità alla parola di Dio, il rispetto della Chiesa e dei suoi ministri, l'accettazione della vita così com'è, anche nelle difficoltà, la frequenza dei sacramenti. Se il linguaggio fosse diverso, più attuale, potrebbe sembrare una meditazione dei nostri giorni. Quanta "modernità", a dispetto della sua paura del modernismo, nel riconoscimento delle virtù semplicemente umane, nella considerazione dell'accoglienza della vita nella pace, senza mettere il sigillo del castigo divino sulle disgrazie e sulle difficoltà, ma soprattutto quel primo posto da riservare alla preghiera e alla parola di Dio. Un primato non riservato a preti o monaci, ma a tutti i suoi "Figli amatissimi".

La prima e la seconda "parola" non bastano, mons. Piras sente il bisogno di parlare ancora: "E' la prima volta che vi parlo e il cuore ha bisogno di effondersi e tocca un argomento importante, vitale potremmo dire, dato che è un aspetto della vita del credente e del prete, in specie, chiamato a "prendersi cura". Gesù Cristo non è venuto solo ad occuparsi della mente e dello spirito dell'uomo. Gesù si è preso cura di tutto l'uomo, non ha dimenticato il corpo, nel senso che è stato vicino, ha alleviato e sanato le sofferenze. I sospiri, le angosce e le pene dei figli non possono lasciare indifferente un padre, che non si può occupare solo della salvezza dell'anima, ma per quanto possibile deve intervenire, lenire. La terza parola di Raffaele è l'assunzione della paternità di quanti gli sono stati affidati, sull'esempio del suo unico maestro, con una predilezione piuttosto ovvia ma sicuramente genuina. Lui povero, figlio del popolo, non poteva avere alcuna difficoltà né mentale né psicologica ad identificarsi con "i poverelli e gli sventurati". Ed infatti non ha difficoltà ad affermare "se tutti avranno diritto al mio amore, e tutti io amerò di paterno ed inalterabile affetto: grandi e piccoli, poveri e ricchi; nel mio cuore però di sacerdote e di vescovo mi sarà più caro piangere con quelli che piangono che ridere con quelli che godono". Merita una considerazione, però, anche il suo amore per i ricchi: "O ricchi, io vi amerò certo, perché voi siete i rappresentanti quaggiù, e i ministri della divina Provvidenza" a significare, oggi come allora, che le potenzialità di ciascuno, economiche e non solo, sono al servizio del Regno di Dio. Sembra anche in questo caso un pensiero moderno, addirittura rivoluzionario se inteso nel senso che anche la ricchezza, se e messa a disposizione, se e condivisa con chi non ha, può essere un ministero, un modo di servire Dio e i fratelli.

La sua sollecitudine non lo spinge però a proclami trionfali, rimane sempre la consapevolezza del limite, l'umiltà che lo pone al riparo dalle illusioni e allo stesso tempo gli dà la forza di basare le sue speranze sull'unico fondamento veramente sicuro, la volontà di Dio: "Che se tanto non mi sarà dato secondo il mio desiderio, cercherò anche per questo verso di tenermi non dissimile dal mio angelo che tutti i giorni al cospetto di Dio presentava i gemiti e le sofferenze dell'afflitto Tobia. Sì, pregherò per voi".

Essere consapevole delle difficoltà del servizio paradossalmente non chiude il cuore, al contrario chi si fida di Dio vince il naturale timore aprendolo. "In quest'opera di spirituale e temporale salute... dovrò io essere solo? Potrò compiere tutto da me?". La sua abituale umiltà viene fuori, quei segni esteriori che agli occhi del mondo, e non solo, sembrano di grandezza e di potere, sono in realtà segni del servizio e della responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini. Raffaele sa che portare quei simboli non significa necessariamente essere capaci di assumere tale responsabilità.

E' necessario essere sostenuti ed ecco l'invocazione dell'aiuto celeste, perché quando si è chiamati ad un servizio così gravoso solo il ricorso costante a Dio permette il peso, di non disperare; ecco il suo: rivolgersi al Signore, a Maria di cui è devotissimo figlio, ai santi patroni delle diocesi San Massimo e Santa Reparata, ai predecessori defunti.

La sua grande fede non gli fa dimenticare però che è necessario anche "l'aiuto e la cooperazione dei viventi nella nuova missione"; la saggezza, unita all'umiltà, rende consapevoli che un impegno così oneroso deve, essere affrontato insieme agli altri, nessuna autorità, può essere esercitata da soli. E l'aiuto non pare solo di carattere esecutivo, le parole che Raffaele usa sono significative, soprattutto se si considera il periodo storico; parla infatti ripetutamente di collaborazione e di cooperazione. La prima richiesta è per il suo antecessore e si spiega facilmente con il senso di rispetto e devozione che si deve a chi ha governato la diocesi per tre lustri, cosa che lo rende sicuro conoscitore della realtà e punto di riferimento.



L'aiuto e l'appoggio è richiesto anche al nuovo vescovo di Valva e di Sulmona, già amministratore apostolico e soprattutto ai primi collaboratori dei Vescovo, la "mente" come li chiama Raffaele, "venerande Dignità e Canonici dei Capitoli diocesani" dai quali si attende non solo dottrina e consumata prudenza ma "soprattutto quella pace, quella concordia col vostro vescovo... che ci unisce e ci cementa tutti in Gesù Cristo, Dio della pace e di ogni ordine". Il Capitolo è il vero Ephod e Razionale del proprio vescovo.

"Se il canonico è la mente del Vescovo, il parroco ben a ragione può chiamarsi il suo cuore, il palpito stesso dell'anima sua" e la cooperazione richiesta è l'aiuto a condurre anime a Gesù Cristo.

Per farlo è necessario uno studio indefesso, lo zelo che si manifesta con "preghiere, sacrifici, sacramenti, assistenza, temporali e spirituali conforti, sante attenzioni, cure e sollecitudini" giacché i fedeli hanno bisogno di questo, ma è soprattutto il buon esempio che conduce le anime a Cristo. Più che le parole e l'attività è la vita che predica efficacemente Gesù Cristo e poiché "Gesù è indivisibile da Maria" la prima raccomandazione è per una degna celebrazione del mese mariano "intrecciando alle pratiche di culto frequenti istruzioni ed esortazioni affinché tutti ricordino gli altissimi privilegi di sì sovrana Signora e i segnalati favori che si accaparrano coloro che riparano sotto il suo manto ed invocano il suo potente patrocinio".

Un saluto è rivolto anche al clero regolare, soprattutto ai figli e alle figlie di san Francesco d'Assisi, di san Paolo della Croce e di san Vincenzo de' Paoli, clero regolare definito secondo braccio del Vescovo.

Ai "giovani chierici e dilettissimi alunni di entrambi i seminari" Raffaele indirizza invece solo le parole per ricordare loro che saranno in cima alle sue cure e sollecitudini e che, come un padre, si preoccuperà della loro educazione, in vista del servizio che saranno chiamati a svolgere, e che necessita di uno studio profondo della "Legge, ossia delle discipline che verranno impartite" e soprattutto delle "divine Scritture libro chiericale e sacerdotale per eccellenza".

Infine, "finalmente" scrive lui, Raffaele si rivolge agli altri, dopo il ceto ecclesiastico "gli uomini del laicato: giovani e vecchi; padri e figli di famiglia; discepoli e maestri; autorità politiche e civili" e se il linguaggio è sicuramente datato, pure sembra di scorgere una considerazione del popolo cristiano e del suo ruolo diversa, moderna; forse, leggendo le parole, è solo l'intuizione che Chiesa e popolo sono in fondo una cosa sola, "formino una sola anima ed un solo corpo cementato e compaginato strettamente".

Così come sembra moderna la richiesta di cooperazione e di assunzione di responsabilità che viene fatta a figli e genitori, nella convinzione che nulla si può imporre, meno che mai in tema di fede. La testimonianza di vita cristiana è la migliore scuola per i figli all'interno della famiglia, nella quale il primato deve essere riconosciuto al Padre nei cieli.

Anche agli educatori è riconosciuto un ruolo importante per la formazione dell'uomo tutto intero, "l'uomo che non è solo corpo e intelletto, ma soprattutto cuore e volontà", e perciò l'istruzione deve essere necessariamente accompagnata dall' educazione.

Le parole rivolte alle Autorità, che pure rispecchiano una visione del mondo civile abbastanza lontana dalla nostra, sono improntate ad uno spirito di collaborazione nel reciproco rispetto, nel presupposto che anche l'esercizio di un potere politico o militare deve essere servizio, teso al benessere della collettività; il concetto alto della politica non facile da realizzare allora come in ogni epoca, ed ecco perché il ricorso alla preghiera affinché il Signore benedica le "purtroppo gravose fatiche e le indirizzi sempre al maggior benessere e tranquillità dell'ordine sociale".

La preghiera è il motivo ricorrente della lettera, come si è detto Raffaele ripone tutta la sua fiducia, la sua speranza nel Signore ed in chiusura non manca di ricordare a se stesso oltre che agli altri: "ad esaudimento di tali desideri non dimentichiamo mai di pregare: io pregherò per voi e voi pel vostro umile pastore".

Dopo la benedizione finale, a parte, sono previste alcune "disposizioni" di carattere pratico, burocratico: l'invito ai parroci di dar lettura della lettera pastorale in giorno festivo, alle ore di maggior concorso, al popolo, il quale sarà anche informato della data del solenne ingresso in Atri; ad evitare qualsiasi incertezza ed ansietà vengono confermati nelle cariche, peraltro provvisorie, tutti coloro che ne sono regolarmente investiti, così come sono confermati speciali facoltà, privilegi, dispense, licenze, concessi "ascritto o a voce" dai predecessori.

Lo sgomento per la separazione si legge tutto nell'appendice alla lettera, quelle parole di commiato che Raffaele rivolge a tutti e per tutti ha un'espressione di calore, di affetto che rendono la lettera personale, nel senso che ciascuno si sente toccato, sicuro che quel distacco lascia nel cuore, insieme alla ferita, anche il calco indelebile del ricordo che pur da lontano fa rivivere gli affetti.

Il primo pensiero è per la sua terra, la Sardegna e il suo-paesello natio e sono parole e sensazioni che da sempre accompagnano un sardo che è "costretto", ad andarsene. Parla alla Sardegna come fosse una persona, si preoccupa della sua fede e le raccomanda di rimanere cristiana, all'ombra della sede apostolica, solo così potrà essere al sicuro "né io né tu temeremo le guerre e le tempeste".

Il secondo addio è per l'Archidiocesi e il suo "dolcissimo seminario", per quattro lustri della vita amato nido in compagnia di indimenticabili colleghi e discepoli ai quali riserva "una speciale stretta di mano a tutti", segno evidente di un rapporto tessuto in lunghi anni e testimoniato dalle espressioni di affetto rivoltegli soprattutto dai suoi alunni di teologia, in occasione della sua promozione al Canonicato teologale: "…ciò che più lo rese amabile e più ancora in questa circostanza, si è la modestia e la carità, virtù che fanno grande il sacerdote agli occhi di Dio e gli procacciano la stima degli uomini anche tutt'altro che clericali". Nell'abbraccio all'Archidiocesi sono comprese tutte le realtà che ha conosciuto da vicino: uomini del laicato e della chiesa: sacerdoti e parroci, giovani del Circolo San Saturnino, soci e socie dell'opera dei Tabernacoli e chiese povere; per tutti un ricordo, un apprezzamento ed un incoraggiamento a continuare.

Il saluto va ovviamente ai membri dei Capitolo Metropolitano, di cui ha fatto parte per undici anni, e che considera amici, condiscepoli e quasi maestri.

Ancora un addio ai presuli dell'Episcopato sardo e soprattutto ai vescovi di Iglesias e di Nuoro Ingheo e Canepa, suoi maestri; di nuovo la spina della separazione quando racconta di aver pregato il Papa di affidargli almeno una diocesi della Sardegna "ma in cielo era scritto che io partissi pur dal vostro fianco...".

L'addio al suo "amato e desideratissimo Arcivescovo" è particolarmente struggente "non è il dolore del discepolo che si divide dal maestro; non è il dispiacere del suddito che si distacca dal suo superiore; ma è il cordoglio del figlio affezionato che si separa dal padre immensamente diletto. Dio sa se dico il vero!".

L'ultimo pensiero è per il padre terreno, al dolore del distacco si aggiunge quello per il timore che, vista l'età del genitore e la lontananza, potessero non esserci più occasioni di rivederlo in terra; lo rivedrà un'altra volta durante la malattia, ma non arriverà in tempo a "ricevere dal suo amato genitore il bacio estremo" perché il padre spirò mentre Raffaele era ancora in viaggio. La lettera si conclude con "a tutti, insomma, padre, parenti, amici, conoscenti un addio ed un abbraccio in osculo sancto".

Questo, potrei dire, è il "racconto" della prima lettera pastorale di mons. Piras, un racconto emozionante, coinvolgente, perché chi legge può farne argomento di meditazione profonda; è come fare un viaggio dentro il cuore di un uomo che, almeno così ci dicono le leggi del tempo, è lontano da noi, dal nostro mondo ma che sembra viceversa avere risposte alle nostre domande.

E questo significa forse che il nucleo centrale dell'uomo non è cambiato, l'impronta di Dio, quel desiderio di infinito che è presente dentro ciascuno di noi, che sia riconosciuto o meno ha poca importanza, quel desiderio è capace di creare vicinanza, di farci riconoscere, nel senso che ci riconosciamo negli altri, anche a distanza di secoli.

Mons. Raffaele Piras sa parlare al nostro cuore di uomini del duemila; detto così può sembrare assurdo e ad una prima lettura, se ci si ferma alle parole, sarebbe vero; come ho già detto il linguaggio è datato, alcune osservazioni risentono di una realtà civile, sociale e religiosa che è cambiata, ma se abbiamo la pazienza di andare oltre scopriamo una ricchezza, una modernità e soprattutto un "linguaggio del cuore" che attraversa il tempo, come il soffio dello spirito che spira dove vuole e quando vuole.

Sono passati quasi cento anni, e un secolo ai nostri tempi è tantissimo, ma le sue parole, le sue intuizioni sono vive ancora oggi. Chissà perché è stato necessario che trascorresse questo tempo prima di scoprire o almeno riscoprire quelle parole, sappiamo però che... i nostri pensieri non sono i suoi pensieri, le nostre vie non sono le sue e i nostri tempi non sono i suoi tempi.

Riprendendo in mano la sua lettera (e vi assicuro che si può leggerla più volte senza stancarsi, anzi abituandosi al linguaggio sembra di scoprire ogni volta qualcosa di più, è come scendere sempre più in profondità), la sensazione è che spesso la novità dello Spirito ci passa vicino, a fianco, e noi non siamo capaci di coglierla subito, non la riconosciamo, abbiamo bisogno forse di un tempo lunghissimo per rendercene conto.

Questo può sembrare un motivo di sgomento, invece visto da un'altra angolazione, è un segno di speranza; nel Signore non si perde nulla, la sua voce può arrivare a distanza di secoli, usa strumenti semplici, umili e ogni occasione, anche stare insieme a ricordare un illustre concittadino, può essere buona per parlarci.

Come considerare altrimenti le parole di questa lettera, i suoi richiami a priorità che oggi sembrano secondarie, nonostante il Conciliò le abbia introdotte anche con veste formale importante nella vita della Chiesa: il primato della Parola di Dio nella vita di ogni uomo, almeno di ogni cristiano, la preghiera e la vita che diventano testimonianza di fede e dell'impegno a evangelizzare, che può sembrare dovere solo del prete o del religioso, ma che diventa di tutti dato che, come dice mons. Piras, tutti, ciascuno per la sua strada, siamo chiamati ad essere santi.

Insieme a questo, l'attenzione ai poveri che diventano, naturalmente, interlocutori privilegiati, non nel senso che è obbligatorio per un cristiano parlare di loro e con loro, ma in quello ben più serio di un impegno che diventa materiale e di una cura diretta a lenire le sofferenze e, per quanto possibile, a modificare le situazioni di povertà. Quanta strada ha da fare l'uomo di oggi, in un mondo in cui l'iniquità è sotto gli occhi di tutti, e la ricchezza arrogante di pochi contrasta violentemente con la povertà e l'ingiustizia subita da tantissimi.

Permettetemi ancora di sottolineare, parlando della vita e della lettera di mons. Piras, qualcosa che mi sta molto a cuore: il suo amore al Seminario e ai suoi alunni, un amore maturato in vent'anni di esperienza, di vita condivisa, che lo portano a considerare quella realtà così importante, da essere in cima ai suoi pensieri di Vescovo, segno di una convinzione, anche questa moderna, che può essere facilmente fatta nostra.

Il tempo della formazione, dell'educazione dell'uomo, che desideri diventare prete o meno, è fondamentale, perché non basta lo studio approfondito, nemmeno una laurea, a fare di un ragazzo o di una ragazza una persona, un essere umano completo; e questo discorso è valido oggi più che mai, nella Chiesa l'attenzione ai giovani e nello specifico, ai seminaristi, deve essere l'attenzione che ha una famiglia, anzi una mamma che non prende solo una responsabilità formale nei confronti dei suoi figli, ma ha davvero a cuore il loro futuro, perché sono parte viva di lei.

Credo di poter dire, a conclusione del nostro incontro, che sarebbe auspicabile continuare su questa strada, continuare a riflettere, a conoscere la vita e l'opera di mons. Piras, che può parlarci con i suoi scritti, le sue lettere, può illuminarci ancora, insegnarci qualcosa che come dicevo viene da lontano, ma viene dal cuore.

Vorrei, a questo proposito, fare nostra la proposta avanzata nel gennaio 1997, da mons. Tonino Cabizzosu che suggeriva l'istituzione di una borsa di studio tra gli alunni della Facoltà teologica, sul presupposto che la figura di mons. Raffaele Piras meriti davvero una approfondita analisi da parte di storici e di biblisti.

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Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).




Fonte: Gianfranco Murtas
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