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Giornalia

Don Efisio Spettu: “condividere” è il verbo giusto. Commentando la seconda pastorale di mgr Piras

di Gianfranco Murtas

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Siamo al tredicesimo anniversario della morte di don Efisio Spettu, amico presbitero della Chiesa diocesana di Cagliari, personalità di eccezione per levatura di spiritualità ed esemplarità di condotta, di forte giudizio critico (e pari impegno correttivo) dell’esistente, di continua tensione alla comunionalità, protagonista di esperienze sociali nei più diversi campi, dalla scuola alla sanità, alla Chiesa naturalmente.

Sofferse – ed è cosa nota, non da lui però mai pubblicizzata (per la mia parte mi ci sono provato io ripetutamente) – delle avarizie di generosità e di pensiero grande da parte di questo o quel superiore (nelle effimere gerarchie d’apparato) che poco o nulla gradì i suoi orientamenti o le sue meditate decisioni operative, in competenza del suo ufficio, tanto più quando ebbe l’incarico del rettorato del seminario regionale della Sardegna.

Nel suo mondo di comunionalità – inclinazione che anticipava il giudizio critico e però anche lo risolveva – direi ci fossero tutti, i ragazzi delle sezioni dettorine e gli hanseniani del padiglione dell’ospedale di Is Mirrionis, i comunitari di San Rocco e i compaesani di Quartucciu vicini e lontani rispetto alla centrale (e bellissima) chiesa parrocchiale di San Giorgio, i malati pellegrini volti a Lourdes con l’UNITALSI ed i malati costretti nelle corsie dell’Oncologico, i confratelli sacerdoti secolari e religiosi ed i professori o colleghi di studio dell’università di Sassari, o della Gregoriana o del Camillianum, ecc. C’ero anch’io, gratificato dei flussi, in andata e in ritorno, della confidenza più intima e responsabile, sempre responsabile, con lui.

Ci ha lasciati, don Efisio, nell’estate del 2013, giusto un anno dopo quell’altro addio doloroso per molti, l’addio (a Nuoro) di monsignor Ottorino P. Alberti, colui che nel 1992 – proprio di ritorno dalla missione solidale a Lourdes – aveva voluto, come presidente della CES e d’intesa con gli altri vescovi isolani, che gli fosse commesso l’incarico di rettore del seminario regionale. E quanto fu fruttuoso quell’incarico!

Ogni anno mi pare doveroso tenerne alta la memoria, che significa poi dovere e sapere strappare dal suo esempio qualcosa di prezioso per il nostro (e mio) percorso di vita. E quest’anno, di ritorno come sono da una serata passata proprio a Quartucciu per parlare di monsignor Mario Piu quartucciaio di gran merito ma dimenticato! mi è parso opportuno riprendere quanto già in parte anticipato in un articolo postato su Giornalia il 12 luglio 2022, relativamente alle sue riflessioni sulle lettere pastorali di un vescovo quartucciaio di nascita, un altro quartucciaio come lui, e inviato da papa Pio X nelle diocesi lontane di Penne ed Atri (qui dal 1906 al 1911, quando la morte prematura spense un apostolato “pedagogicamente” molto dinamico che fu un vero dono della Sardegna alla terra abruzzese).

Riportai allora il commento di don Spettu alla prima (Misit me Dominus, 1907) delle cinque lettere pastorali diffuse dal presule missionario in quel principio di secolo, cento anni fa. Qui di seguito riporto il commento alla seconda delle lettere di monsignor Raffaele Piras, che l’associazione culturale di Quartucciu intitolata appunto al vescovo ristampò in un bell’opuscolo pochi anni fa (e spiace che le circostanze non abbiano consentito di proseguire nelle nuove pubblicazioni: se dipendesse da me affiderei l’incarico di proseguire con gli altri tre commenti a qualcuno dei più impegnati collaboratori di don Spettu in San Rocco). Uscito nel 1908 in occasione della quaresima, il documento s’intitola Gesù Cristo e la sua dottrina.




La lettera di mons. Piras “Gesù Cristo e la sua dottrina”

"Gesù Cristo e la sua dottrina" è la seconda lettera pastorale che mons. Raffaele Piras indirizza, appena dieci mesi dopo la prima, al "Venerabile Clero e Dilettissimo popolo delle città e Diocesi" di Penne ed Atri, prosecuzione di un discorso già iniziato, che è alla base del programma che come vescovo si era prefisso, quello di "essere maestro e banditore delle verità del Vangelo".

È un programma impegnativo con una centralità che assorbe desideri, brama viva dell'anima: vedere cioè tutti indistintamente "dal primo all'ultimo" innamorati di Gesù, "di quanto concerne la persona di Gesù Cristo e i suoi celesti e divini insegnamenti". Insegnamenti nei quali "sono accumulati tutti i tesori d'ogni sapienza e scienza", che si indirizzano all'individuo ma anche alla famiglia ed alla società e che possono dare luce, conforto, benessere, gioia e salute; insegnamenti contenuti nel Vangelo e che, non dimentichiamo il tempo in cui questa lettera viene scritta, vengono dalla Chiesa compendiati in un "aureo libretto", il catechismo.

È una lettera attualissima, moderna, che sa parlare, così come la prima, al cuore oltre che all'intelligenza delle persone. La sensazione che si ha scorrendo le parole non è quella di leggere una serie di norme o di consigli, come talvolta capita di fronte ad una esortazione o anche ad una meditazione o ad un'omelia, ma piuttosto di conoscere un'esperienza che, con grande pudore e discrezione, si vorrebbe condividere. Solo chi fa una vera esperienza di Dio, e comunque non è cosa facile a tutti, sa parlare di lui, trasmettendo, se così si può dire, il desiderio di conoscere la persona di cui si parla, o di approfondire la conoscenza, di saperne di più. Solo chi conosce da vicino il Signore sa farsi capire al di là del tempo, del linguaggio e della stessa mentalità che traspare da ogni riga, sa contagiare lo stupore di un'esperienza che è scoperta e che può diventare ragione di vita.

Non sappiamo come queste parole siano state accolte dalle persone alle quali erano direttamente indirizzate; forse erano nuove per loro ma forse sono nuove sempre e per tutti, anche per chi è abituato a parlare o a sentir parlare di Dio. Non capita spesso di incontrare qualcuno che conosce Dio così da vicino da parlare di lui con grande naturalezza, come si fa quando si descrive agli altri un caro amico.

È una lettera, un messaggio diretto davvero a tutti, ce ne accorgiamo dal fatto che ripetutamente egli si rivolga ai "fratelli e figli carissimi"; benché ci siano passaggi e esortazioni che sembrano riservati a chi riveste ruoli determinati, tutti sono chiamati a conoscere Gesù, a diventare "discepoli e docili suoi scolari", con un fine particolare e bellissimo: innamorarsi di lui. È anche questo un modo di parlare al cuore, non si vogliono negare competenze o capacità particolari, ma come Gesù è venuto per ogni uomo, così, e viene detto a più riprese, il suo insegnamento è per ciascuno senza distinzioni. Se preferenze proprio ci debbano essere, Raffaele non ha dubbi, il Signore le ha per i poveri.

Già in occasione della lettura di "Misit me Dominus" avevamo notato che mons. Piras aveva a cuore l'uomo nella sua integrità. Il credente, anche in questa lettera è detto chiaramente, è prima di tutto uomo, non ci sono dimensioni della persona di cui ci si può dimenticare o che vengono sottovalutate. L’uomo è creatura di Dio e la divina Provvidenza gli preparò "anche per questo lato, non che il necessario, ma ogni sorta di dovizie e di comodità". Nell’affermare questo Raffaele ricorda che, anche semplicemente considerando il lato umano, dovremmo, come fa San Paolo quando parla agli ateniesi, essere richiamati "all'idea di un Dio autore della vita, del respiro e di ogni cosa".

La stessa Provvidenza che non ha lasciato nulla al caso, si prende cura di questa creatura così speciale che ha bisogno non solo di cibo materiale, ma anche di quello adatto a nutrire l'intelletto "... non il materiale e grossolano, onde si saziano anche le belve della campagna, ma la conoscenza, lo studio ed il possesso della verità, data a noi per via di erudizione e di ammaestramento" e Dio "... non disdegna, Signore com 'è di ogni cognizione e di ogni scienza, che l'umano intelletto scruti, mediti e studi le opere sue".

Benché lo accenni "solo di passaggio", a questo punto mons. Piras fa un'affermazione che sembra davvero di grande apertura e che al suo tempo non doveva essere ovvia come pare a noi: "le scienze, le lettere e le arti non furono e non saranno mai nemiche di Gesù Cristo", a significare che tutto ciò che è creato è buono in sé, e anche la ricerca, la scienza, la speculazione non devono essere guardate con sospetto. È necessario cercare sempre il cuore dell'uomo, al di là dei pregiudizi e delle nostre paure.

Il riconoscimento del valore di ogni aspetto della vita umana, da quello fisico a quello intellettuale, non impedisce una precisazione importante, fondamentale e cioè che esiste un livello superiore, un terzo bisogno che l'uomo sente "dolce, poderoso, prepotente bisogno; segno di un'altra energia che Iddio stesso pose in lui: l'anelito, la fame delle verità religiose". È quella che Raffaele Piras chiama la terza vita, quella che ci "rassomiglia e ci unisce di più a Dio", perché è una vita che da lui procede ed a lui tende: "vita che per un soprannaturale ed ineffabile istinto si delizia più del mistero e dell'arcano che delle cose visibili; e... col pensiero e cogli affetti trascende gli ordini del tempo, e va a finire e posarsi nella interminabile eternità: Vita in voluntate eius".

Anche questa vita che Dio ci ha dato, come ogni altra si potrebbe dire, deve essere alimentata e rinvigorita da luce, forza e cibo. Questo soprattutto Gesù venne a fare sulla terra, "lo scopo cardinale e il motivo primario della sua venuta" perché "lui era la vita e la vita era la luce degli uomini". Il suo insegnamento, appreso nel seno del Padre, viene conservato dai discepoli nel vangelo e dalla Chiesa nel Catechismo ed è questo il cibo per l'anima. Come aveva detto il Signore, l'uomo non vive di solo pane e nemmeno gli può bastare la scienza mondana in senso lato. E questo è così vero che Gesù, sceso in mezzo a noi, con dolcezza ed autorità va in giro per la sua terra a "evangelizzare e catechizzare parlando del regno di Dio", parla cioè di qualcosa che va oltre la normale conoscenza.

Mons. Piras ci descrive il Signore come un maestro capace di parlare a tutti, lui, che era la verità e questa insegnava, non aveva interesse a chiudersi nelle aule delle grandi accademie del sapere. Ci sembra di vederlo mentre se ne andava per le città e le borgate della Palestina e tutti si accalcavano per ascoltare la sua parola. Il Signore che parla lo fa in modo semplice, non ha bisogno di "coprire e colorire la nullità e la vacuità dei propri pensieri". Quale differenza rispetto ai maestri umani che parlano ponendo al centro se stessi. Spesso, troppo spesso, "l'erudizione che si spande dalle tribune e dalle cattedre non ha altro valore che l'affermazione dell'uomo" che può essere facilmente confutato da un altro: questa sarebbe la ragione della varietà e molteplicità delle dottrine e dei sistemi, secondo mons. Piras.

Gesù sale in cattedra, ma non ha bisogno di una sontuosa sala, gli basta una pietra o la barca di un discepolo e non ha bisogno di colorire le sue parole, parla anche con la santità della sua vita e all'occorrenza le sue opere, che spesso si concretizzano in miracoli, servono ad avvalorare i suoi insegnamenti. Gesù è l'unico capace di farsi ascoltare e capire da chiunque, perché percorre le vie del cuore e lo sa "tramutare, conquistare, convertire" perché di quel cuore conosce il valore, la portata e la natura.

Quale dottrina potrà allora essere paragonata alla Rivelazione, potrà appagare allo stesso modo i bisogni di infinito dell'anima umana? Qualcuno forse potrebbe obiettare che la prima vita che Gesù ci ha donato è la vita della grazia, quella che toglie la morte del peccato e unisce intimamente a Dio: questo è assolutamente vero e ovviamente, dice Raffaele, senza questa non avrebbe senso conoscerlo e possedere la sua dottrina. È anche vero che per nutrire questa vita divina di grazia e di intima unione con Dio, lo stesso Signore ci ha lasciato l'Eucaristia, ma grazia, eucaristia e vangelo sono strettamente legate tra loro "si abbracciano, si scontrano, s'immedesimano" se è vera la parola di Giovanni "Questa è la vita eterna che conoscano te e colui che hai mandato, Gesù Cristo".

Come si può arrivare alla grazia senza conoscere? Per conoscere e far conoscere è necessario, però, mettersi sulle orme del maestro e adempiere la missione che è stata affidata "Andate ora, voi, a nome mio; andate, istruite, ammaestrate, insegnate alle genti tutte". Questo è il testamento che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli e che è affidato a ciascuno. Questo fecero i discepoli con il vangelo e la Chiesa con il vangelo e il catechismo "come madre che sollecita porta il latte, e spezza il pane ai figli suoi, in ogni angolo più remoto del globo ha portato sempre la conoscenza e l'amore della vita soprannaturale, ponendo e formando Gesù Cristo nelle menti e nei cuori".

Se è vero tutto questo, se Gesù ha parlato e insegnato, se gli apostoli hanno svolto la missione loro affidata di far conoscere il vangelo, se la Chiesa, erede delle dottrine e dello spirito di entrambi ci ricorda continuamente la necessità di istruirci nelle vie di Dio, ebbene tutto questo non basta: "...Ameremo noi, fratelli e figli carissimi, morire in una funesta cecità ed ignoranza, trasandando e non curando il cristiano insegnamento, la religiosa istruzione che in Gesù Cristo, via, verità e vita si accentra?"

Ancora una volta l'invito è per tutti, ognuno deve impegnarsi a conoscere. Se è vero che il Signore ha tanti nemici, e lui stesso aveva messo in guardia i suoi discepoli, se è vero che grande dolore del vescovo è sapere che si "tenta di strappare dai cuori, dal seno degli individui, delle famiglie... il vangelo e il catechismo", maggior dolore provoca vedere che proprio chi ha conosciuto Gesù, lo ha scelto come maestro, oggi sia poco attaccato alla sua persona, non si curi di conoscerla e di approfondirla. E anche qui il rimprovero è per tutti: cristiani, segnati sulla fronte dal segno dei redenti e dei battezzati che si affannano a costruirsi un tesoro che non avrà valore, che curano di crescere culturalmente, ma dimenticano "per altra parte la loro vera grandezza, le loro aspirazioni eterne, la loro nobiltà verace".

Sembra un rimprovero per noi, oggi: un secolo è passato e ancora siamo a questo punto! Cristiani, battezzati che non vivono una vera vita di fede, che non si preoccupano di nutrire la loro conoscenza, che si fermano all'esteriorità, senza cercare la sostanza. Oggi forse è più grave, quasi tutti abbiamo strumenti adatti e la Parola è accessibile; così ancora sentirci ripetere queste parole può essere stimolo a cambiare, per non ritrovarci nella situazione che mons. Piras ci descrive "persone ... verso le quali, nello stesso punto di morte, è d'uopo che il sacerdote, per renderli lì per lì apparecchiati ai sacramenti faccia erculei sforzi, per ricordare loro le più elementari verità religiose; e così sottoscriverci all'ultimo momento il passaporto per presentarsi come che sia al tremendo tribunale della divina giustizia".

A questo punto ognuno viene chiamato alle sue precise responsabilità e nell'ultima parte della lettera i compiti, in qualche modo si diversificano. Ognuno è chiamato a dare il suo contributo ed è significativo che i "venerabili miei sacerdoti", i primi ad essere chiamati in causa, siano invitati, quasi pregati, ad essere per primi convinti delle parole che il vescovo, con il cuore in mano, indirizza al suo popolo. È l'invito a predicare, ad evangelizzare e catechizzare quanti sono stati affidati da Dio, con la consapevolezza che non può essere predicata e testimoniata una Parola che non venga costantemente letta, meditata, studiata, vissuta. Tra i sacerdoti, più precisamente i parroci dovranno adempiere al compito di curare in modo speciale l'istruzione religiosa, diffondendo tra le famiglie copie del vangelo e del catechismo, preoccupandosi pure che, come prescritto dall'enciclica [di Pio X] "Acerbo nimis", l'insegnamento religioso sia impartito anche nelle scuole.

A proposito dell'enciclica, balza agli occhi immediatamente il linguaggio diverso e, vorrei dire, il cuore diverso con il quale le medesime cose vengono dette. Raffaele Piras ha le preoccupazioni del Papa, però ha un approccio diverso. Se mi è consentito il paragone, è un po' come accade, e un tempo accadeva molto di più, all'interno della famiglia in cui la mamma spesso media e chiede le stesse cose in modo più dolce e persuasivo. Usa per così dire uno strumento più adatto, frutto probabilmente di una maggiore dimestichezza a parlare con i figli, l'abitudine a farlo fin da quando sono piccolissimi fa acquisire una "competenza" speciale, come se li conoscesse meglio. Ecco, mi sembra davvero che il nostro vescovo curi il linguaggio e il modo con cui porge le sue parole, che talvolta sono veri ordini, come un padre che conosca i figli e cerchi di trovare la strada più efficace per farsi capire.

Anche l'invito a diffondere le copie del vangelo e del catechismo alle famiglie della parrocchia mi sembra un anticipare notevolmente i tempi: se è fondamentale la guida del pastore, e mons. Piras ne era assolutamente convinto, ognuno deve comunque avere la possibilità di coltivare da sé la sua anima, di provvedere alla propria istruzione, di crescere insomma anche nella vita di fede. Questo significa che la responsabilità dell'istruzione religiosa deve essere condivisa nella Chiesa, e ciascuno nel suo ambito si impegnerà a collaborare e partecipare.

È in virtù di questo principio che l'appello viene così rivolto alle famiglie, ai padri, alle madri e ai giovani ed anche qui il tono non è imperioso, ma è preghiera; Raffaele non scongiura di istruirsi e istruire nel suo nome, ma "per le viscere di Gesù Cristo". Ciascuno è chiamato, personalmente, a rispondere all'amore di Dio "... questo timore di Dio, ripeto, è l'indispensabile compagno di un'anima, che mentre vuol bene a Gesù Cristo, suo maestro, della sua celeste dottrina riempie la propria mente e il proprio spirito".

Ai genitori cristiani fa le stesse raccomandazioni che ha precedentemente rivolto al suo "venerabile clero", di far iscrivere cioè i figli al catechismo, assicurandosi al contempo che frequentino, curando così l'istruzione religiosa con la stessa premura esigente con cui si segue quella scolastica. È chiaro anche in questo passaggio che il vescovo chiede la collaborazione "vera" dei "fratelli e figli carissimi"; mi pare si possa dire che, con molto anticipo, si intravede l'idea di una comunità che collabora all'interno della Chiesa, che non demanda soltanto ad altri, ma responsabilmente si impegna in prima persona.

Assumersi la responsabilità significa anche che i cristiani, da cittadini, possano e debbano chiedere il rispetto delle leggi che lo stesso Stato ha posto; i genitori, in questo caso, chiedano che nella scuola venga impartito l'insegnamento religioso ai figli, "e questi figli, tesoro d'inestimabile valore, sia impegno vostro renderli, come voi, alunni e docili discepoli del Salvatore".

Anche in questo caso le sue parole stupiscono, nel senso che sembrano di un'apertura "strana" se teniamo conto, indipendentemente dal fatto che tale richiesta riguardi un diritto religioso, del tempo in cui viene rivolta e dei destinatari di essa. Il popolo cui Mons. Piras si rivolgeva non doveva essere molto diverso da quello sardo dello stesso periodo, fatto per la gran parte di gente povera e ignorante. Rivolgere indistintamente a tutti l'appello a far valere i propri diritti dimostra un rispetto profondo per le persone tale da diventare richiamo opportuno anche per noi. Noi che viviamo un tempo in cui sembra ovvio che il rispetto competa ad ogni uomo al di là della condizione sociale e della cultura cui appartiene, mentre la realtà che abbiamo costantemente sotto gli occhi è diversa. La strada della partecipazione, dell'impegno, della responsabilità a crescere sarà quella che consentirà alla nostra vita, vissuta "innamorati di Gesù e dei suoi insegnamenti", di correre diritta e sicura alla sua destinazione.

A questo punto la conclusione della lettera. Poche parole prima della benedizione e il dono, diciamo così, di un'immagine bellissima con cui mons. Piras ci dice quale sarà il premio che spetta ai discepoli: il Signore Gesù che finalmente ci mostrerà il suo volto e ci stringerà in un abbraccio infinito e per sempre, lui il "nostro divino Maestro che fu ieri, oggi e sarà nei secoli".


Fonte: Gianfranco Murtas
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