Gianfranco Murtas

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Don Efisio Spettu e la formazione del giovane clero isolano: una sua riflessione datata 1994, e un flash sulle esperienze successive

di Gianfranco Murtas


Il 14 luglio di sette anni fa la Chiesa sarda e le mille realtà ecclesiali in essa comprese – dalla comunità di San Rocco all’UNITALSI – e sociali, come l’ospedale Oncologico di Cagliari, e civili, come il suo paese natale di Quartucciu, e amicali di vasto e vastissimo raggio (in esse quelle personali di un’infinità di confidenti) – hanno perduto, abbiamo perduto don Efisio Spettu, uomo spirituale, personalità eccellente affermatasi in ogni campo in cui abbia operato. Perché operando egli si è dato sempre tutto – con dolcezza e ruvidità –, e questa è stata la sua testimonianza di vita, quella più evidente ed universale, quella subito riconoscibile: come uomo oblativo, di prossimità e appoggio intelligente e maturo, gratuito, fedele.

Ne ho scritto tante volte e in luoghi diversi, non mi voglio ripetere. E piuttosto, in questo nuovo mesto anniversario, mi piace ricollocarlo, don Efisio, almeno per il tempo della presente lettura, in quelle sue funzioni pedagogiche, di formatore del clero sardo, che unitamente all’assistenza ai malati ha costituito la sua vocazione più spinta e illuminata.

Al giornale diocesano di Nuoro, L’Ortobene – allora diretto dal compianto don Salvatore Bussu – egli rilasciò una intervista su “come formare i preti del Duemila”. Essa (uscita nell’edizione del 24 aprile 1994) rifluì successivamente nel volume Facciamo credito alla speranza che lo stesso don Bussu dette alle stampe, per i tipi della cagliaritana CUEC, nel 1998, nel pieno cioè del Concilio Plenario Sardo. Con quel sottotitolo “La Chiesa sarda e le sfide del 2000”, don Bussu rivelava la sua intenzione: presentare una istantanea dello… stato dell’arte ecclesiale isolano e delineare le dinamiche, quelle positive e quelle meno positive o addirittura negative, che alla vigilia del giubileo capitale e delle conclusioni conciliari (previste per il 2001) parevano connotare la Chiesa regionale prossima futura.

Si trattava, per l’istituzione Seminario regionale, di una fase ancora favorevole, creativa, aperta alle contaminazioni sociali – e il nuovo stabilimento progettato (allora forse soltanto sognato) e di futura (sognata prossima) costruzione poteva esserne la figurazione plastica – che mai avrebbe fatto immaginare la destrutturazione più tardi realizzata con prepotenza feudale da chi voleva portare una certa (supposta) romanità fra noi. 

I sessanta, settanta intervistati da don Bussu – vescovi e presbiteri, laici di varia vocazione e specializzazione, professori e giornalisti, scrittori e antropologi, politici e storici, artisti e teologi – dettero allora il contributo delle loro conoscenze, delle loro analisi, delle loro impressioni e intuizioni a riguardo dei nessi fra la pasta e il lievito, la società e la Chiesa nell’Isola nostra: dalle nuove povertà alla questione femminile, dalla violenza banditesca e/o urbana alla scuola e formazione delle giovani generazioni, dalle nuove frontiere sardo/universali (economiche e culturali, di costume) al mondo chiuso delle carceri, agli strumenti necessari e voluti o non voluti dalla Chiesa per incidere e sostenere, promuovere e combattere…

Qui ripropongo integralmente il testo della conversazione fra don Bussu e don Spettu (nel volume citato alle pp. 127/131). Chiaramente si tratta di un testo datato e, per le tirannie degli spazi fisici dei giornali, limitato. Vale comunque come documento.

Va a complemento dell’intervista del 1994 un’altra intervista: questa del 2011, che potei raccogliere io stesso, in qualche pausa del quotidiano servizio prestato da don Efisio all’ospedale Oncologico, dov’era tornato dopo la rinuncia/rimozione all’ufficio di rettore del Regionale. Tutt’altro il contesto, evidentemente. Ho pubblicato anche questo stralcio – ché di stralcio di una ben più lunga e articolata conversazione si tratta – nella dispensa Don Efisio Spettu e la Chiesa come progetto di comunione, che detti alle stampe in occasione del giubileo d’oro dell’indimenticato mio amico presbitero, occasione purtroppo coincidente con la fine dolorosa – dolorosissima – dei suoi giorni, nel suo ospedale.

I vescovi sardi in attività negli anni dell’episcopato cagliaritano (e poi della presidenza CES) di don Giuseppe Mani – che, per le esperienze personalissime che ne ho ricavato nella mia giornata, rimane come una pagina quasi tutta nera, dalla prima riga all’ultima – hanno molto da farsi perdonare per la sordità complice (leggasi schiena curva, poco degna del loro ufficio e del loro essere sardi) che hanno mostrato quanto don Efisio documentava a tutti lo sconquasso delle potenzialità dell’istituzione affidatagli nel 1992 da monsignor Ottorino Pietro Alberti ed ora rilevatagli dal successore di questi.


Spettu 1, parlando con don Salvatore Bussu (1994)

«Per quanto riguarda la formazione dei seminaristi sarà sempre più importante approfondire lo specifico della spiritualità del presbitero diocesano. Mancano ancora, a parte i valori propri ed universali di ogni prete, religioso o secolare, dei metodi di formazione adeguati al tipo di ministero che uno è chiamato a svolgere. Sviluppare la ricchezza che deve nascere dalla carità pastorale, dal servizio proprio del ministero, dall'essere dispensatore, attraverso i sacramenti, della Grazia; dalla liturgia celebrata con il popolo e per il popolo, dall'accompagnamento quotidiano dei malati, degli anziani, dei giovani, degli sposi, dal dialogo e dall'attenzione continua al vissuto di una comunità». Così il rettore del Seminario Regionale, Mons. Efisio Spettu, in apertura di questa conversazione affronta l'argomento fondamentale della preparazione dei preti di domani: i metodi adeguati di formazione al tipo di ministero che sono chiamati a svolgere. Don Spettu, 55 anni, nativo di Quartucciu, prete dal 1963, è, per così dire, l'uomo giusto al posto giusto. Licenziato in Teologia a Cuglieri, con un corso universitario di Pedagogia a Sassari (gli manca la tesi), un altro corso-diploma di pastorale sanitaria al Camillianum di Roma, è specializzato in Teologia Spirituale alla Gregoriana di Roma. E poi soprattutto il suo impegno per tanti anni nella pastorale giovanile e in gruppi di base lo ha preparato a questo delicatissimo ministero di educatore dei sacerdoti del 2000.

Il servizio sacerdotale dei preti di domani, don Spettu, sarà sempre più difficile. Perché i chierici siano preparati al ministero che li attende, che cosa è necessario?

«È necessario che gli educatori e formatori si impegnino a studiare le linee per una formazione che porti i candidati ad essere atti ad affrontare il loro servizio secondo i tempi e secondo lo spirito del prete pastore. È perciò fondamentale programmare la scelta dei responsabili della formazione umana, intellettuale, spirituale, pastorale e comunitaria. Devono potersi preparare perché alta è la responsabilità ed il prezzo del loro servizio».

Sul piano formativo quale è l'organizzazione del Seminario oggi?

«Come ebbi modo di scrivere nella presentazione dell'annuario 93-94, abbiamo la fortuna di avere l'équipe educativa al completo; Rettore, un animatore per il V e VI anno, un altro per il III e IV anno, ed infine uno per il I e Il anno. Questo fatto permette, per quanto è possibile, un cammino di formazione che rispetti una gradualità di impegno e di ascesi verso gli ordini sacri. È presente il Padre Spirituale che imposta la vita di fede di tutta la Comunità; presenza preziosa è quella dell'economo. Non mancano confessori ed altri amici presbiteri e no, che ci sono particolarmente vicini. I ritiri mensili sono guidati normalmente da parroci o esperti in vari settori della vita pastorale, spirituale e culturale. Godiamo con una certa frequenza della visita dei nostri Vescovi. Altri momenti di iniziative scandiscono il corso dell'anno. Va tenuto presente che buona parte del tempo viene vissuto in Facoltà per le lezioni. Importante, come attività tesa alla conoscenza delle Diocesi, l'iniziativa di visitarle nel corso degli anni. Dalla conoscenza, pur frammentaria, deve nascere la stima e quindi il senso più profondo di unione e di comunione che il Seminario deve sviluppare».

Con quali prospettive?

«Le ho già accennate. La Conferenza episcopale sarda ha nominato una commissione composta da Mons. Orrù, da Mons. Miglio e da Mons. Pillolla perché studi il progetto per ampliare i locali già in uso, con un'altra ala da costruire nel terreno che l'Arcidiocesi di Cagliari mette a disposizione. A tal proposito vorrei dire che il Consiglio Presbiterale dell'Arcidiocesi, debitamente consultato da S. E. Mons. Alberti, ha risposto affermativamente, all'unanimità, per la disponibilità dell'area. Dovrà essere tutta la Chiesa Sarda a farsi carico della realizzazione. Al di là delle strutture ritengo indispensabile una certa continuità formativa e quindi una stabilità dell'équipe. Nell'arco di 22 anni si sono succeduti in Seminario 7 Rettori ed un numero indefinito di animatori: tutto questo non ha giovato alla formazione dei seminaristi e soprattutto a suggerire linee di formazione continua ed adeguate. E necessario che le Diocesi siano disposte a fornire gli animatori richiesti e a confermarli, se adatti e preparati, per un certo numero di anni. La Chiesa Sarda deve dotarsi di un Seminario capace di ricoprire il ruolo che la formazione dei preti del futuro richiede. La nuova evangelizzazione passa ancora oggi attraverso il ministero sacerdotale!».

Quale rapporto esiste tra Seminario Maggiore e Seminari Minori?

«Il rapporto con i Seminari Minori è ottimo. Gli incontri, anche se non frequenti, sono tesi a stabilire indicazioni comuni di discernimento e di cammini formativi. Ultimamente insieme a tutte le équipes formative dei vari Seminari abbiamo presentato alla CES una bozza di regolamento per quanto riguarda l'anno propedeutico. Sono molti infatti i giovani che si presentano nei vari Seminari richiedendo di voler fare una esperienza in vista di un possibile itinerario verso gli ordini sacri. È sembrato opportuno stabilire delle direttive comuni per le varie diocesi-Seminari con un coordinamento guidato dall'équipe del Regionale. Questo lavoro comune si mostra sempre più urgente visto che taluni richiedono di venire al Maggiore senza aver fatto il Seminario minore. Vorrei concludere queste notizie aggiungendo che rimane fondamentale il fatto che la Chiesa Sarda conosca, senta e viva i problemi del suo Seminario Maggiore. Spesso in questi due anni del mio servizio di Rettore, pur sperimentando la simpatia e l'affetto dei Vescovi e di molti sacerdoti, ho avuto una sensazione di solitudine. È un Seminario che appartiene a tutti… e corre il rischio di interessare a pochi. Spero che le prospettive nuove, superate incertezze e resistenze, aprano una stagione di speranza, di impegno. Il Concilio Plenario che ci apprestiamo a vivere porti, tra i tanti frutti per la Chiesa Sarda, quello di un Seminario Maggiore, segno di unità e di comunione tra le Chiese particolari che sono in Sardegna».

Dopo Cuglieri, cantiere aperto

Dato per scontato che quello della formazione è il problema che motiva l'esistenza stessa del Seminario, non le sembra che a ciò abbia nuociuto il passaggio da Cuglieri a Cagliari: il trasferimento è stato un bene o un male?

«È difficile rispondere. Certamente posso dire che il trasferimento doveva essere predisposto e preparato adeguatamente. Oggi, a distanza di 23 anni, portiamo ancora le conseguenze, e non so per quanti anni ce le porteremo appresso. So comunque che ci furono condizioni particolari che costrinsero l'Episcopato di allora a decidere un po' affrettatamente il trasloco».

Si disse allora: a Cagliari è possibile un contatto con i luoghi culturali più significativi, vedi Università. È proprio vero?

«Fu certamente uno dei motivi sottolineati soprattutto dai Padri Gesuiti che ritenevano, dopo il Vaticano II, urgente un confronto ed un dialogo, per la formazione dei futuri presbiteri, con la cultura contemporanea. Sotto questo aspetto Cagliari offriva ed offre maggiori possibilità. Anche se solo quest'anno si è riusciti per merito di P. Mosso e di alcuni docenti della Facoltà e del Prof. Pasquale Mistretta, Rettore dell'Università di Cagliari, a stipulare un protocollo d'intesa per una attività culturale comune tra le due realtà accademiche del capoluogo sardo. Si sono svolte proprio nel corso di quest'anno momenti di studio e di celebrazione».

Vuole rifare una breve cronistoria del Seminario di questi anni fino ad oggi?

«La storia è presto fatta. Nell'Ottobre del 1971 dopo che, durante l'estate, furono traslocati biblioteca e mobili (non tutti per la verità) nella residenza dei PP. Gesuiti in via Sanjust, i seminaristi guidati dal Rettore, l'attuale Arcivescovo di Cagliari Mons. Alberti, e gli altri animatori si insediarono in un'ala del Seminario Arcivescovile di Cagliari messo a disposizione, dopo vane ricerche di altre soluzioni dall'allora Arcivescovo di Cagliari, S. Eminenza Card. Baggio di v.m. Ma già dall'anno successivo, 1972-73, i Vescovi furono costretti a trovare nuove soluzioni, verificandosi inadeguata quella sperimentata. Furono gli anni della diaspora e dei gruppi. Fino a quando nel 1978 il Seminario si riunì in un'altra ala, adeguatamente sistemata del Seminario arcivescovile. Ebbe inizio un periodo caratterizzato dall'interrogativo se tale soluzione fosse da ritenere definitiva o provvisoria. Si avanzarono varie ipotesi: costruire ex-novo fuori Cagliari, trasferirsi con la Facoltà in altra sede (Alghero?), costruire vicino alla Facoltà in via Sanjust, trasferire la Facoltà in via Parraguez costruendo i nuovi locali. Allo stato attuale delle cose la Congregazione dell'Educazione Cattolica, dopo il riscontro fatto dal Visitatore, ha stabilito che il Seminario Regionale abbia la sede attuale in via Parraguez, così come la Facoltà stessa in via Sanjust (Comunicazione fatta da Mons. Alberti alla Ces nel Gennaio 1993)».

Qual è la situazione dei locali del Seminario, oggi?

«Premesso che la Chiesa Sarda deve gratitudine all'Arcidiocesi di Cagliari per aver messo a disposizione gratuitamente i locali finora utilizzati, debbo dire che non sono sufficienti né adeguati. È in verità una soluzione di emergenza. Mancano totalmente spazi comunitari, (cappella ed aula magna capaci di contenere appena 60 persone; sale di ricreazione, lavanderia...), come anche camere, sia per i seminaristi e sia per eventuali ospiti. C'è inoltre da dire che i locali sono letteralmente circondati da una scuola media ed una materna che soprattutto in certe ore non facilitano lo studio, il silenzio e quello spirito di raccoglimento che deve essere normale in un luogo di formazione. Abbiamo avuto però la seria promessa che una nuova ala renderà dignitosa ed adeguata la sede del Regionale».


Spettu 2, parlando con Gianfranco Murtas (2011)

Siamo adesso al 2003, l’annus horribilis – è la mia opinione – dell’arrivo in Sardegna di don Giuseppe Mani. Quale è stato il primo approccio del nuovo arcivescovo con la realtà del Seminario?

«Sì, nel 2003 è arrivato monsignor Mani. La mia esperienza come rettore nei primi tre anni del suo episcopato cagliaritano, fino al 2006, è stata difficile: di un conflitto continuo, purtroppo. Da quasi subito. Perché ci furono da parte sua annunzi anzi sprezzanti fin dall’inizio: “Mi ripiglio tutto”, diceva. E io non capivo che cosa significasse, ma ho cominciato piano piano a cercare di tenergli testa soprattutto con i comportamenti che, a mio avviso, non potevano essere opportuni o compatibili con una realtà di seminario. Questo volersi prendere i suoi seminaristi durante l’anno, cioè durante il corso degli studi: “Il sabato li voglio io”… Il sabato, sì i ragazzi non avevano più lezione, però avevano attività, e se ogni vescovo avesse detto: “Mi prendo i miei”, il sabato il Seminario avrebbe chiuso. E comunque, mancando il gruppo dei cagliaritani, il Seminario quasi si dimezzava… Erano allora una ventina gli studenti provenienti dalla diocesi. Discussioni infinite, le richieste continue dell’arcivescovo: “Allora, quando me li dai?”.


«Oppure capitava ci fossero feste solenni, e lui reclamava i cagliaritani. Io obiettavo: “Ma con questa logica ogni vescovo mi può dire: mandameli a Iglesias, o ad Oristano, o ad Ales, ecc. perché in mezz’ora o un’ora ci si arriva…”. Cercavo di resistere, ma non potevo fare le barricate. E’ stato un guaio per il Seminario in quanto tale e io credo anche per i ragazzi stessi».

Si potrebbe pensare ch’egli considerasse la sua esperienza di rettore dello storico e prestigioso Seminario Romano, dal 1978 al 1987 dopo otto anni di servizio come direttore spirituale presso lo stesso Seminario maggiore e altri due in quello minore, come una esperienza talmente piena e definitiva da averlo reso un maestro in assoluto in ogni tempo e in ogni luogo… Esagero? 

«Non lo so. Certamente ha avuto una esperienza importante, di prim’ordine. Naturalmente un certo condizionamento lo aveva, non poteva essere diversamente. E io gli rispondevo: “Non mi parli del Seminario Romano, che è un altro tipo di seminario!...”. La disputa riguardava aspetti pratici di cui magari dirò dopo. Lui parlava del modello del gruppo “interclasse” ritenendolo innovativo in assoluto, ma anche noi, modestia a parte, lo avevamo introdotto da… trent’anni!».

La difficile era Mani

Dunque il primo motivo di contrasto ha riguardato questa pretesa di piluccare i ragazzi del Regionale per le necessità liturgiche dell’archidiocesi?  

«Non solo, ma certamente questa fu una delle ricorrenti ragioni di tensione. Senza dirmi nulla cominciò a prendersi i seminaristi di Cagliari: la prima volta se li prese perché facessero gli animatori del Minore, insomma i superiori con i piccoli… Nel giro di 48 ore se li era portati via, senza informarmi. Ma poi aveva ordinato diaconi e presbiteri senza che ci fosse il mio consenso firmato, come pure era richiesto dal codice di diritto canonico… Ricordo che una volta questo glielo feci presente anche in modo duro, nel quadro di una certa discussione sul modo di vestire dei seminaristi, sul rispetto di un certo direttorio che lui richiamava… Io facevo presente che i vescovi non si erano mai pronunciati specificamente su questo argomento, raccomandando piuttosto che il vestire fosse adeguato, dignitoso. “Ma quali vescovi! c’è il codice che parla… “, mi obiettò. “E va bene – risposi allora: ce l’ha il codice? Lo prenda, eccellenza…”. Stavamo passeggiando in via dei Falconi. Gli dissi: “Canone 1051, paragrafo 1 e 2, cosa c’è scritto? Il codice prescrive che il rettore debba esprimersi prima della ordinazione di diaconi e presbiteri, eppure lei procede senza curarsene…”. “E va bene!...”. “No, legga il canone! Ecco, lei ha ordinato tre diaconi da novembre, e poi ha ordinato preti, e io non ho firmato nulla…”. “Eh, ma tanto tu eri d’accordo…”. “Sì, io potevo essere d’accordo, erano degli ottimi ragazzi, ma sta di fatto che io non ho firmato niente e niente mi è stato chiesto! Lei ha fatto tutto senza ascoltarmi”».

Erano frequenti questi scambi?

«Questi erano incontri-scontri frequenti. Ma poi quello che io non potevo accettare, proprio per il ruolo ricoperto, era questo di mandare a Roma gli studenti cagliaritani del Seminario: inizialmente erano due, tre o quattro, ma già del primo anno. E io ero perplesso, glielo dicevo… e lui rispondeva che lo faceva per “qualificare” quei seminaristi».

Ripeto la domanda di prima, magari con altre parole: se un vescovo può, entro certi limiti, decidere in casa sua – che poi è casa di tutti – non può decidere da autocrate nell’ambito che è condiviso con gli altri suoi pari. Cioè: trasferendo – io dico “deportando” – i teologi a Roma, l’arcivescovo indeboliva il Seminario regionale, che era ed è regionale, cioè non fa capo soltanto all’archidiocesi di Cagliari ma a tutta la regione ecclesiastica. E gli altri condòmini? Zitti? E la Congregazione per l’Educazione cattolica? Zitta?

«Come era mio dovere, io ho tenuto aggiornati tutti, i vescovi della CES e la Congregazione vaticana. Nel febbraio 2005 fui invitato dalla Conferenza Episcopale Sarda a riferire sullo stato del Seminario, e lo feci con una relazione che è agli atti. Lì ricordai che il Regionale era “stato voluto da Pio XI insieme alla facoltà Teologica al fine di incrementare la comunione tra le diocesi dell’isola”, e ripetei quanto scrisse il Concilio Plenario Sardo in materia. Parlai della necessità di “investire nelle persone”, cioè nelle équipe educative. Ne avevo già scritto nel 2000. Poi dissi della necessità di poter contare “su strutture adeguate, materiali e non”, pensando soprattutto al “progetto educativo”. Potrei richiamare questo passaggio centrale: “Questo Seminario era stato pensato come casa accogliente che servisse a formare uomini completi, ed ha importanza allora sostenere la crescita, alimentarla con un programma, un progetto, in cui il tempo ha valore rilevante. Il cammino è fatto di tappe progressive dove si impara teologia, ma anche ad essere uomini di comunione e non solamente perfetti individui. Non è trascurabile che ciascuno possa camminare insieme ai compagni, nella consapevolezza che il tempo di vita comunitaria è fondamentale per se stessi ma anche per gli altri. Interrompere il percorso per essere destinati ad altro, può spezzare equilibri importanti nella vita della comunità; impedisce il radicamento nella realtà ecclesiale della nostra Chiesa sarda e spesso vanifica un progetto preparato tenendo conto non solo del singolo”. E un po’ più oltre: “Il sostegno e la stima di cui abbiamo bisogno non sono la stima e l’apprezzamento ai singoli, ma ad un progetto educativo concordato insieme e che si creda davvero idoneo alla formazione dei futuri presbiteri. Se non si è convinti di questo, potrebbe risultare inutile l’impegno profuso a vari livelli e da tante persone, per celebrare un Concilio Plenario e per dotare la Chiesa di una nuova costruzione e non ha senso parlare di Seminario Regionale. La nuova “casa” aiuterà a risolvere alcuni problemi, ma non avrà molto senso se si continuerà a svuotarla trasferendo i seminaristi altrove!”».

La CES e l’ascolto mancato

Beh, parole chiare. Ma si parla per essere ascoltati. I nostri vescovi sanno ascoltare?

«Non rispondo. Io so che fui chiarissimo nel rappresentare quella situazione nella quale, all’inizio del 2005, noi eravamo: una situazione diventata assolutamente paradossale oggi, perché quelle premesse sono diventate un fenomeno senza sconti. Dissi ai vescovi della CES che avevo davanti a me: “in questo 2004/2005 ben 13 seminaristi, 7 del sesto e 6 appartenenti agli altri anni, non sono presenti nella comunità, e nel prossimo 2005/2006 il numero degli assenti potrebbe crescere fino a venti…”. Una comunità ridotta nel numero viene depauperata! Altre volte ho scritto – mi cito di nuovo – che il Seminario non è una “Casa dello studente” per chi studia teologia, ma “è una comunità educante; chi ci vive e chi ha accettato di spendere in questa realtà il suo ministero ci crede e non aspetta successo o gratificazioni, ma sostegno, incoraggiamento consiglio”.

«Mi riferii ancora e in particolare all’importanza, nel cammino formativo, dell’anno propedeutico e di quello specialistico. “Per quanto riguarda il primo, la sua istituzione è obbligatoria… l’obbligo ha senso come primo serio momento di discernimento, da fare in una comunità che offra a tutti un progetto di cammino comune, che inserisca la persona gradualmente in una struttura destinata ad accoglierla per un lungo tempo. L’anno propedeutico come preparazione ad una lunga vita comunitaria.

«“In ugual modo il ‘sesto anno’ è importante nel cammino formativo non solo e non tanto da un punto di vista accademico: dovrebbe essere un anno da dedicare soprattutto alla formazione pastorale del futuro presbitero. Solo dopo questo sesto anno si dovrebbero valutare i casi in cui consentire o consigliere la prosecuzione degli studi che permettano di raggiungere non solo la licenza, ma anche i più alti gradi di specializzazione accademica, sia nella Facoltà di Cagliari che in altre sedi”. Aggiungo che per dar maggiore concretezza a tali affermazioni chiesi ai vescovi di donare al Seminario due animatori in rinforzo all’équipe, uno per l’anno propedeutico e uno per il sesto anno. Aggiungo anche, come memoria, che sia nel 1996 che nel 2000 noi, come rettore/animatori del Seminario maggiore regionale, elaborammo e presentammo ai vescovi un piano educativo che esprimeva una certa compiutezza. Rielaborato o aggiornato, lo ripresentammo nel 2005, quando la équipe comprendeva, oltre al sottoscritto, don Luca Collu, allora esordiente nel ruolo, don Gabriele Atzei, in Seminario da due anni, don Franco Tuveri, da tre anni, e don Alessandro Fadda, da sei. Inoltre, a firma di don Mauro Maria Morfino e di padre Ceccarelli, inoltrammo alla CES, nel 1996 e nel 2000, una serie di proposte riguardanti l‘itinerario spirituale degli studenti. Insomma, l’interlocuzione noi abbiamo cercato di attivarla…».




Fonte: Gianfranco Murtas
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