Gianfranco Murtas

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Don Mario Cugusi e la questione Congregazione. Nascoste qui le ragioni della sgarbata rimozione del parroco di Sant’Eulalia dieci anni fa

di Gianfranco Murtas


È un documento che varrebbe la pena di essere letto e riletto e riletto ancora questo appresso riportato e tratto dal libro di don Mario Cugusi uscito nel 2009 – giusto un anno prima della sua rimozione dalla presidenza canonica e pastorale di Sant’Eulalia – Congregazione del Santissimo Sacramento nella Marina. Storia di ieri Cronaca di oggi. Documento interessante e importante perché racconta molto della vita… ordinaria della diocesi di Cagliari, fra laicato e clero (in chiaroscuro l’uno e in chiaroscuro l’altro, senza pregiudiziali letture ideologiche dei ruoli dunque!), e perché motiva, con rinforzi argomentativi, il cattivo giudizio di molti – e il mio senz’altro – sull’episcopato cagliaritano di don Giuseppe Mani, fortunatamente conclusosi nel 2012, ma con pene che ancora angustiano.

Con la elegante grafica di Daniele Pani – e gustoso oltreché necessario già solo per questo –, il libro concluso dall’… esplosiva “cronistoria di un divorzio ingiusto”, cui mi riferivo, meriterebbe un posto d’onore nelle sezioni “Chiesa” di ogni biblioteca domestica cagliaritana, e molte copie a disposizione nelle biblioteche parrocchiali e in quelle pubbliche della città e della regione. Perché in esso vedresti come il bello sfiorisce, può sfiorire, per miopie ed egoismi, e come tante volte le generazioni nuove non sanno onorare le vecchie da cui pure hanno ricevuto tutto.

Non commento il lungo scritto di don Cugusi che, ripeto, mi piacerebbe fosse meditato con mente libera e coscienza critica dal lettore – dal lettore di qualsiasi formazione – ad esso accostatosi.

Faccio seguito al testo dell’ex parroco di Sant’Eulalia – che la storia civica ricorderà come benemerito, mentre certo non potrà mai celebrare la memoria del vescovo che lo punì (ma così gloriandolo) – con un più modesto mio articolo che mi fu richiesto di preparare, come recensione, per L’Unione Sarda. Ma che su L’Unione Sarda non uscì perché non gradito al censore nel passaggio, peraltro rapido e discreto, sulle interferenze appunto vescovili, interferenze di disturbo alla relazione fra la Congregazione e la parrocchia.

Costituisce anche esso un documento: sia della piccineria di certi giornalisti gendarmi più realisti del re (di destra i gendarmi e di destra il re), sia della pubblica solidarietà anche allora manifestata a don Cugusi, e andata a chiosa dell’intervento che svolsi, di fianco al comm. Paolo Fadda, nel cine-teatro di Sant’Eulalia alla presentazione del libro. (Soltanto per la cronaca: l’articolo poi, aggiustato ed emendato qua e là, uscì una settimana dopo a firma di un redattore della testata, mentre io lo pubblicai in altro giornale).


Cronaca di un esproprio

In appendice alla storia della Congregazione, ricostruita con l'inedita documentazione conservata nell'Archivio parrocchiale, si intende qui proporre la cronaca di fatti recenti che hanno condotto l'attuale dirigenza del sodalizio a dichiarare la propria estraneazione alla vita e all'attività parrocchiali.

In estrema sintesi, come premessa a questa cronaca, va detto che la Congregazione del SS. Sacramento era un'Arciconfraternita nata nella Parrocchia di Sant'Eulalia e qui operante con Io scopo peculiare, se non esclusivo, di curare il luogo di culto che era la chiesa parrocchiale e di solennizzarvi le festività e le altre azioni liturgiche legate all'Eucaristia, come peraltro impegna a fare la titolatura del sodalizio. Sfruttando cavilli giuridici, questo sodalizio, nato come associazione libera di fedeli, che dovrebbe essere composta prevalentemente di parrocchiani di Sant'Eulalia, è stata trasformata in una ONLUS con finalità esclusiva solidaristica e oggi prevalentemente composta da non parrocchiani.

Oltre aver escluso dalla appartenenza ad essa i parrocchiani, contravvenendo allo spirito e alla lettera degli statuti voluti dai fondatori del sodalizio, la dirigenza attuale della Congregazione-ONLUS ha realizzato una totale estraneazione di questa dalla Parrocchia, inventandosi, come meglio si spiegherà, interventi di beneficenza prevalentemente in ambiti diversi dal territorio della Marina. Pur conservando la titolatura di Congregazione del SS. Sacramento ha quasi totalmente abbandonato la finalità per cui sorse, il culto dell'Eucaristia e la cura del luogo dove questo si celebra.

Se alla prima parte di questo lavoro, con lo studio approfondito delle tante altre carte inedite, molto si potrebbe aggiungere, non tanto a correzione quanto ad ampliamento della storia di una parte significativa della Cagliari dei secoli passati, questa cronaca ha Io scopo di mettere a fuoco lo "status quaestionis" di un vero e proprio conflitto con un gruppo di persone che, dal punto di vista della Comunità parrocchiale, ha operato un autentico esproprio, privando i parrocchiani di Sant'Eulalia di un diritto di appartenenza e della fruizione di beni che, per statuti, storia e prassi, andrebbero amministrati a beneficio degli abitanti del quartiere della Marina in sinergia e collaborazione con la Parrocchia.

Circa l'origine ecclesiale e l'ubicazione dell'Arciconfraternita (il termine Congregazione vale a denominare un'associazione confraternale), non sussistono dubbi di sorta: essa fu istituita da parrocchiani di Sant'Eulalia e ha operato fino a pochi anni fa in stretto rapporto con questa Comunità.


Per comprendere le scelte recenti della dirigenza del sodalizio è opportuno seguire gli sviluppi e le peripezie che tutte le associazioni religiose, e quindi anche la Congregazione del SS. Sacramento, hanno subìto tra la fine del secolo XIX e i Patti Lateranensi mussoliniani del 1929.

In quell'arco di tempo una legislazione civile decisamente anticlericale mirava a controllare e collocare in ambito civilistico associazioni ed enti religiosi che fino allora avevano avuto caratteri e ordinamenti decisamente ecclesiali. Il regime in cui era inquadrata la Congregazione del SS. Sacramento da queste normative di fine Ottocento era quello delle IPAB (Istituzione di Pubblica Assistenza e Beneficenza).

E fu con tale nuovo "status" che la Congregazione subì, tra il 1909 e il 1911, il commissariamento regio: ciò avvenne in tempi nei quali la Congregazione dovette dimostrare quanto meno "simpatia" nei confronti della Massoneria, se proprio in quegli anni una Loggia massonica era alloggiata nel palazzo Fulgheri di proprietà ancora dell'Arciconfraternita.

L'esistenza di rapporti di "fraternità" non è da escludere ma va dimostrata e magari documentata con ricerca anche in altri archivi.

Superata questa fase commissariale che comportò anche il "dimagrimento" deciso delle proprietà, con la quasi totale alienazione del non indifferente patrimonio immobiliare, la Congregazione tentò il recupero faticoso dei valori ecclesiali che ne caratterizzarono la nascita, e nel 1915, approvato dal Vicario Generale diocesano, si diede un nuovo statuto che affermava, come suo scopo statutario prioritario, "l'esercizio del culto", insieme a "iniziative di mutua assistenza" da perseguire con le rendite dei pochi beni ancora posseduti e quasi tutti frutto di donazioni e legati di parrocchiani di Sant'Eulalia.

Dopo il commissariamento le uniche proprietà del sodalizio consistettero nei terreni di "S'Arroliu" e nella sede ubicati nello spazio dove è stato poi realizzato il campo sportivo polivalente dell'Oratorio (i locali della Congregazione di piazza Sant'Eulalia crollarono con i bombardamenti del '43).

Il Concordato del 1929 consentiva il rientro completo del sodalizio e della sua amministrazione nella piena e autonoma ecclesialità, rispetto al regime civilistico delle IPAB, ma nessuno si curò di operare per il ripristino della peculiarità religiosa.

Più avanti vedremo che nel 1938 il prefetto della Congregazione Giacomo Porcu si appellerà al nuovo inquadramento giuridico derivante alle Arciconfraternite con fine di culto dai Patti Lateranensi, però non ci fu nella Congregazione né risulta ci sia stata in consimili sodalizi, per quegli anni, la richiesta di cancellazione dal regime civilistico delle IPAB.

Dal 1960, invece, e fino al 1978 è abbondantemente documentata l'iniziativa della Congregazione e, relativamente ad essa, della Curia diocesana, attraverso un carteggio con la Prefettura e con il Ministero dell'Interno, per giungere al riconoscimento formale dello scopo di culto, ai sensi e per gli effetti dell'art. 29, lettera C del Concordato.

Più per incuria e disinteresse che per mancanza della documentazione richiesta dallo Stato non si ottenne il riconoscimento: lo studio attento odierno dimostra che i documenti richiesti per il riconoscimento del fine di culto esistevano e di questi si tratta in questa ricerca.

Da quel pur inconcludente carteggio, mirante all'ottenimento del riconoscimento del fine di culto, emerge che nel 1975 il prefetto della Congregazione commendatore Bruno Olivieri poteva dichiarare che "i fini che si propone l'ente sono quelli di sussidiare, arricchire e finanziare le necessità di culto e di partecipazione ai bisogni della Parrocchia cui fa capo la Congregazione medesima".


Il regime IPAB, condizione imposta dallo Stato e mal sopportata comunque dalle diverse dirigenze della Congregazione, avrebbe in qualche modo autorizzato una gestione un po' autonoma nei confronti dell'Autorità ecclesiastica, ma di questa opportunità o cavillo nessuna Giunta si servì mai, nella consapevolezza del carattere squisitamente ecclesiale dell'associazione, che era di "fedeli" e non di semplici "cittadini". A questo proposito c'è da dire che il Registro dei verbali della Giunta della Congregazione per gli anni 1925-1949 documenta decisamente tale ecclesialità e il ruolo fondamentale, quasi direzionale, sotto il profilo morale, esercitato e riconosciuto dalla dirigenza del sodalizio al presidente-parroco della Collegiata di Sant'Eulalia, al cui nulla osta era pure condizionata l'ammissione di nuovi soci.

(Questo Registro, come già detto in precedenza, era dallo scrivente tenuto in Sacrestia mentre lavorava alla stesura delle presenti note: un misterioso "trafugamento" ha privato l'Archivio parrocchiale di tale importante fonte di dati, ma non di quelli più significativi, già sintetizzati e qui in parte richiamati).

Il Registro ci informa, per esempio, che nella tornata di Giunta del 21 agosto 1928 si discusse della richiesta avanzata dal Monte di Pietà per l'acquisizione di alcuni locali di proprietà della Congregazione, attigui alla sala delle riunioni della stessa.

Constatata la contrarietà unanime dei soci alla vendita, non volendo questi privarsi dell'ultimo immobile di loro proprietà sopravvissuto alle vendite operate nel 1911 dal commissario regio Gnocchi, il prefetto faceva presente che, comunque, per quell'operazione ci si sarebbe dovuti provvedere "dell'approvazione dell'onorevole Autorità tutoria e del nulla osta della Rev.ma Autorità ecclesiastica".

A dimostrazione dell'attività ecclesiale della Congregazione-IPAB, in stridente contrasto con quella inesistente degli ultimi cinque anni della Congregazione ONLUS, oltre che al citato Registro dei verbali trafugato si può fare riferimento anche ad un'importante lite giudiziaria tra Stato e Congregazione durata molti anni e risolta solo nel 1938. 

In questo anno il prefetto della Congregazione Giacomo Porcu ricorre contro delibere del Ministero competente che impongono all'Arciconfraternita il versamento di 7.700 lire quale contributo per il "mantenimento degli invalidi", come stabilito dalla legge del 30.06.1889, n° 6144.

Il prefetto Porcu fa presente che, appartenendo la Congregazione alle "Arciconfraternite che hanno scopo prevalente o esclusivo di culto", in base alla legge 27 maggio 1929, n° 810, non è obbligata a questi versamenti.

Il ricorrente, oltre a lamentare l'inconsistenza delle risorse finanziarie della Congregazione e, rigettando per motivi di legge l'ingiusta esazione, ci informa anche che, "per effetto del regio decreto I° marzo 1900, le rendite del legato Belly, che avevano appunto lo scopo di sovvenire nella vecchiaia la classe operaia, furono concentrate nella Congregazione di Carità".

Risposta più chiara non si può dare a quei dirigenti della Congregazione i quali sostengono che questa, in virtù del lascito Belly, deve svolgere attività caritativa: quel fondo, istituito dal giudice cagliaritano per svolgere attività caritativa a fianco di quella prioritaria di culto, è stato incamerato dallo Stato e il lascito Boy, unica proprietà immobiliare antica dell'Arciconfraternita, espressamente impegna questa a svolgere attività di culto nella chiesa parrocchiale di Sant'Eulalia.

Ovviamente nulla vieta che i soci di oggi, come quei generosi prediletti di una volta, affidino alla Congregazione loro beni personali o di famiglia, istituendo nuovi legati e impegnando il sodalizio a svolgere attività di beneficenza, ma è puro arbitrio stornare per attività assistenziali, ovviamente in sé meritorie, risorse finanziarie istituite per finalità d'altro genere e ben precisate, e cioè per attività di culto da svolgere in una sede bene identificata.

Accertato che il regime civilistico IPAB della Congregazione non impedì a quei "religiosi" dirigenti di dar corso alle finalità statutarie di culto della loro associazione, va detto che anche la sua trasformazione in ONLUS non ha implicato l'immediata trasformazione di questa in una associazione che svolga solo attività solidaristica.

È opportuno, a questo punto, ripercorrere i passaggi attraverso i quali la Congregazione, da Arciconfraternita "con scopo prevalente o esclusivo di culto", è stata dichiarata associazione con finalità solidaristiche.

Il 23 giugno 1998 il Parroco, insieme agli altri dirigenti della Congregazione e cioè i signori Carlo Thorel, Salvatore Risano, Alfredo Tidu, Graziano Origa, Ignazio Zorcolo e Francesco Olivieri, senza alcun previo esame in alcuna riunione di Giunta, fu convocato nello studio notarile del dott. Roberto Vacca per l'approvazione di un nuovo statuto. Nel momento in cui si era chiamati, quasi "proditoriamente", ad approvare un testo concordato privatamente tra il presidente Tidu e il consigliere ThoreI (quest'ultimo, in diverse circostanze, orgogliosamente, avrebbe rivendicato a sé la paternità di quello statuto), il Parroco eccepì le sue riserve sulla regolarità di un'approvazione che prescindeva dal consenso formale dell'Ordinario. Al notaio Vacca, che di fronte a tale obbiezione restava alquanto perplesso, il presidente Tidu faceva notare che il consenso dell'Ordinario non era indispensabile, data la condizione giuridica della Congregazione, che si dichiarava soggiacente al controllo statale, e ancor più perché si ufficializzava un nuovo statuto, come si legge nel verbale di approvazione, che "senza snaturare lo spirito che informa l'attività della Congregazione", avrebbe invece comportato "notevoli benefici ed agevolazioni, specie di natura fiscale".

Peraltro al Parroco, dati i rapporti di fiducia e di condivisione dell'impegno pastorale che allora caratterizzavano i soci della Congregazione, ben presenti e attivi in Parrocchia, e considerato soprattutto quell'art. 1 del nuovo statuto ONLUS che recita: "La Congregazione ha per fine l'esercizio del culto e la mutua assistenza", pareva che alla fine la Parrocchia ne avrebbe tratto importante beneficio.

Più avanti si specificherà che l'estraneazione della Congregazione dalla vita e attività parrocchiali ha una sola ragione e un momento ben preciso: il motivo fu, come per iscritto dichiarerà lo stesso suo presidente Tidu in una lunga lettera a mons. Mani, il commissariamento vescovile e il momento fu il gennaio del 2003, appena successivo al decreto di mons. Alberti.

In estrema sintesi, anticipando quanto meglio si dettaglierà più avanti, l’estraneazione dalla Parrocchia fu la risposta della dirigenza della Congregazione al commissariamento arcivescovile vissuto come affronto e offesa e tutto questo, secondo il suo presidente, con la "regia" e per istigazione del Parroco di Sant'Eulalia.

Anche il nuovo statuto ONLUS impegna la Congregazione allo svolgimento di attività di culto nella Parrocchia e quindi si può affermare che il mancato adempimento di questo impegno è decisamente immorale, perché contraddice la storia del sodalizio, ma è pure illegale perché contravviene alla lettera del suo ultimo statuto.

A sottolineare l'arbitrarietà della decisione di secessione della Congregazione sarà utile ripercorrere i rapporti tra questa e la Parrocchia in questi ultimi due decenni.

Fin dai primi mesi dei 1984, quando lo scrivente fu chiamato a reggere la Parrocchia in seguito alle dimissioni presentate da mons. Casu, il rapporto con la Congregazione era ispirato a stretta collaborazione: erano ancora gli anni nei quali la sede di questa era la Sacrestia di Sant'Eulalia e a riprova di tale armoniosa ed efficace collaborazione basti elencare le diverse opere realizzate. Il primo intervento in sinergia fu la sistemazione delle vetrate della Parrocchiale. Venne restaurato poi il grande organo, da anni inutilizzabile, e soprattutto fu avviato il progetto di provvedere la Parrocchia di un Oratorio, valorizzando e accorpando ad un rudere acquisito da alcuni privati l'attiguo spazio all'aperto, in quegli anni ancora occupato dalle macerie belliche, realizzando un impianto sportivo adeguato, grazie anche all'integrazione con l'altra area, di proprietà del Banco di Napoli, dall'istituto bancario generosamente e con liberalità donato alla Comunità. Venivano inoltre adattate a scuola le stanze della casa parrocchiale, alloggio dei viceparroci. Oltre ad istituirvi la scuola catechistica vi si apriva anche una sezione della scuola popolare "Oscar Romero" dove diverse decine di adulti avrebbero avuto la possibilità di riprendere gli studi e per diversi addirittura di proseguirli fino alla laurea. Tutte queste iniziative trovavano sempre ben disponibili i soci della Congregazione e nella visita pastorale fatta dall'Arcivescovo Alberti nel 1995 tale grande sinergia di attività fu bene evidenziata e lodata.


Fu con questo spirito e con questo sentire l'appartenenza della Congregazione alla vita della Parrocchia che il suo presidente partecipava attivamente al Consiglio pastorale parrocchiale e aderiva pure alla neonata Associazione Opera Sant'Eulalia, costituitasi con lo scopo di promuovere iniziative culturali nel quartiere e soprattutto per recuperare il ricco patrimonio storico-artistico e archeologico della Parrocchia.

Giustamente dott. Ernesto Tidu poteva affermare in quegli anni che quasi tutte le risorse finanziarie che la Congregazione riusciva a mettere da parte, valorizzando il nuovo centro sportivo dell'Ossigeno, venivano impegnate in iniziative parrocchiali.

Con questo spirito si diede avvio ai lavori per la realizzazione del Museo del Tesoro, si riqualificò il salone parrocchiale trasformandolo in un accogliente cine-teatro capace di 200 posti, e soprattutto si acquisì, come appena accennato, un vecchio rudere attiguo allo spazio all'aperto di proprietà della Parrocchia. Quel rudere venne restaurato e, adibito ad Oratorio, concesso in comodato alla Parrocchia, riservando alla Congregazione una stanza al piano superiore per eventuali riunioni del suo Consiglio Direttivo o dell'Assemblea dei soci.

Pur avendo la Congregazione una sua sede nel complesso di via Degioannis, nel cosiddetto "Ossigeno", essa teneva a conservare, a fianco della Parrocchia, un suo spazio, a sottolineare il legame stretto che la univa a questa.

(Negli ultimi anni, non solo quella stanza riservata, ma tutti gli ambienti del piano superiore dell'Oratorio, dalla Parrocchia utilizzati per attività pastorali, sono stati a questa dispettosamente sottratti, e tuttora non sono fruiti in nessun modo dalla Comunità ma privatisticamente gestiti da un socio della Congregazione. Identica nuova destinazione d'uso finora ha subito l'altro locale sito in via de' Pisani, originariamente destinato a centro polifunzionale di attività parrocchiali e requisito dalla dirigenza della Congregazione come risposta al commissariamento).

Quanto sia vera l'analisi che vede nell’"ingiusto" commissariamento la ragione della rappresaglia secessionista lo dimostra, insieme ad una lettera del presidente dott. Tidu, il fatto che, nonostante la trasformazione deIl'Arciconfraternita in una ONLUS, negli anni compresi tra l'approvazione del nuovo statuto e il commissariamento, il sostegno finanziario e la presenza in Parrocchia dei soci della Congregazione non mancarono. Appena dopo l'estate del 1998, (lo statuto ONLUS, come detto, è del giugno 1998), realizzati cine-teatro, Oratorio e Museo del Tesoro, si poneva mano al restauro organico della Parrocchiale che, sapevamo, avrebbe presentato notevoli difficoltà per il fatto che l'intervento avrebbe richiesto un'impegnativa indagine archeologica. Fu in tale contesto che Io scrivente chiedeva alla Congregazione uno sforzo straordinario a fianco di quello che la Comunità andava compiendo con un'assunzione di oneri finanziari al limite della velleità. Con delibera del 13 luglio 1999 la Giunta della Congregazione si impegnava a contribuire ai lavori di restauro-ristrutturazione e consolidamento della parrocchiale con un contributo di quattrocento milioni di vecchie lire, a fronte di un progetto la cui realizzazione avrebbe comportato un onere preventivato in circa due miliardi.

La Congregazione, pur avendo in quegli anni ampie possibilità di accompagnare la Parrocchia in questo ambizioso progetto, dimostrò però presto un quasi totale distacco rispetto al fervore e alla passione che muovevano la Comunità. Nonostante la Giunta si rifiutasse di ottemperare all'impegno assunto formalmente di partecipare al finanziamento del restauro della parrocchiale, anche nel 2001 la Parrocchia ottenne un contributo di settanta milioni di vecchie lire come nell'anno precedente, e la motivazione del contributo continuava ad essere il solo riconosciuto anche nel nuovo statuto ONLUS, cioè "per Io svolgimento delle attività di culto".

Il Parroco utilizzava ovviamente quelle risorse per i lavori di restauro della chiesa ritenendo fondamentale il mantenimento ottimale e l'adeguamento di questa alla liturgia innovativa conciliare.

L'onere finanziario sopportato dalla Parrocchia nel restauro-adeguamento liturgico della chiesa avrebbe superato abbondantemente il milione di euro, soltanto per il 60% coperto da contributi della CEI, del Comune di Cagliari e della Diocesi.

(Lo scavo archeologico sotto il complesso parrocchiale rientra in un altro capitolo di spesa e questa fu ben superiore alla cifra impegnata per il restauro del corpo chiesastico).

In un clima di richieste inevase e con rapporti molto tesi, si arrivò, nei primi mesi del 2002, a un rapporto epistolare molto "dialettico", originato da una lettera del Parroco nella quale si rimproverava alla Congregazione "scarsa sensibilità ai problemi della Parrocchia nel particolare frangente in cui essa si trovava". (Il "frangente" erano ovviamente i lavori di restauro della chiesa). In questa situazione conflittuale, sollecitato dal Parroco, l'Arcivescovo Alberti il 6 maggio 2002 nominava mons. Mario Ledda Commissario Arcivescovile, con l'incarico di ripristinare rapporti di ecclesiale collaborazione tra Parrocchia e Congregazione.

In verità non solo non si raggiunse Io scopo voluto ma questa "missione" fu ritenuta un affronto, subìto peraltro con malcelato fastidio dai venerabili confratelli che ostentavano totale autonomia nei confronti dell'Autorità dell'Ordinario giudicandone un'intromissione l'intervento.

In verità non solo non si raggiunse lo scopo voluto ma questa "missione" fu ritenuta un affronto, subìto peraltro con malcelato fastidio dai venerabili confratelli che ostentavano totale autonomia nei confronti dell’Autorità dell’Ordinario giudicandone un’intromissione l’intervento.

Può essere importante riproporre alcuni passaggi della relazione presentata all'Arcivescovo da mons. Ledda, sacerdote esperto nell'affrontare problematiche simili a quelle insorte tra Parrocchia e Congregazione.

"È necessario ridare spessore giuridico e vitalità alla natura ecclesiale della Congregazione del SS. Sacramento, sia perché esigita dalla sua stessa fondazione, sia perché è l'aspetto che ne giustifica l'esistenza ... Il luogo naturale della vita congregazionale deve tornare ad essere la Parrocchia di Sant'Eulalia, la partecipazione ai più importanti momenti celebrativi deve ritrovare la sua importanza nei ritmi dell'attività, la figura del Parroco deve essere tenuta in conto ben oltre quel che dice la lettera dello Statuto".

(Ci si riferiva all'ultimo, quello che ha snaturato l'Arciconfraternita, trasformandola in una associazione solidaristica con i caratteri di ONLUS, dimentichi dei carattere squisitamente ecclesiale del sodalizio).

Anche "l'attività caritativa", relazionava mons. Ledda, che è sempre stata parte della vita della Congregazione, pur essendo in secondo piano rispetto all'attività liturgica, deve ritrovare il suo spazio naturale non solo all'interno del quartiere della Marina ma soprattutto nella condivisione dei progetti pastorali della comunità parrocchiale".

Stralciando altre parti della relazione resa dal Commissario Arcivescovile a mons. Alberti si trovano appunti precisi e anche indicazioni da seguire per restituire carattere ecclesiale ad una associazione che con questo spirito è stata costituita.

E così mons. Ledda afferma che altro grave errore da considerare è la scelta operata dalla Congregazione di costituirsi in ONLUS, scelta di per sé buona, ma condotta in porto lungo una rotta non soddisfacente. Innanzitutto il nuovo statuto firmato davanti ad un notaio non è stato sottoposto alla necessaria verifica dell'Autorità ecclesiastica. Inoltre i momenti di vita liturgica e pastorale, fondanti la vita della Congregazione stessa, sono nel nuovo statuto tenuti in pochissimo conto.

E ancora: "la struttura giuridica della Congregazione, così come è prevista in questi nuovi statuti, pone ogni potestà in pochissime mani, non si parla con sufficiente chiarezza formale di elezioni dei vari organi e funzionari, soprattutto – e questo fa molta meraviglia – non è previsto il Collegio dei Censori e Revisori dei Conti".

Il Commissario arrivava così a precise conclusioni affermando che "si deve studiare ex-novo lo statuto, perché contenga con estrema chiarezza la natura di associazione pubblica di fedeli della Congregazione, le attività prevalenti di culto, l'azione caritativa, i rapporti con l'Autorità ecclesiastica dell'Ordinario e del Parroco, la struttura interna fondata su vera partecipazione e rappresentatività", e per questo, concludeva mons. Ledda, "si suggerisce una forma di commissariamento... Data la natura e la storia della Congregazione ritengo che la persona più idonea a svolgere il ruolo di Commissario Arcivescovile sia la persona del Parroco di Sant'Eulalia o di un sacerdote di sua fiducia".

Il tentativo di mons. Ledda di ricondurre nell'ambito ecclesiale un'Arciconfraternita che non ha ragione d'essere se non come un'associazione libera di fedeli espressa da una Comunità, che riconosce l'Autorità ecclesiastica nella condivisione del suo progetto pastorale, risultò inutile.

Soprattutto a distanza di tempo è difficile pensare che questa resistenza fosse dettata dalla richiesta di rispetto della dignità del laico dentro la vita della Chiesa, come ama ripetere nelle Assemblee della Congregazione il socio Carlo Thorel, ma di autonomia nella gestione di risorse finanziarie che nel tempo si sono sempre più ingigantite. Nella controversia tra Parrocchia e Congregazione la trasformazione di quest'ultima in una ONLUS sembrerebbe l'abbia resa inattaccabile. Questo sta consentendo alla sua dirigenza, dopo aver escluso illegalmente il Parroco da tutti i momenti decisionali del sodalizio, che dovrebbe essere guidato dall'Assemblea dei soci, della quale anche questi è membro, di agire nella massima arbitrarietà.

Purtroppo la trasformazione del sodalizio in una ONLUS, accettata perché si riponeva fiducia nella sincerità di chi professava volontà di continuare nella stretta collaborazione con la Parrocchia, nel rispetto della volontà dei fondatori, è oggi utilizzata per operare l'estraneazione dalla Comunità parrocchiale. Il Parroco, nel tentativo di appianare i rapporti, non solo chiedeva di non essere nominato commissario, come suggerito da mons. Ledda, ma proponeva alla Congregazione, per favorire una "riconciliazione" tra questa e la Parrocchia, di nominare il diacono Ignazio Boi quale "tutore" degli interessi della Comunità, e tutto questo anche per liberare il campo da riconosciuti e evidenti contrasti personali difficili da gestire e che procuravano danni soprattutto alla Comunità parrocchiale.

La "querelle" smise i termini del dialogo epistolare interpersonale e acquisì veste legale, avendo i venerabili ormai ex-confratelli deciso di affidarsi allo studio legale dell'avv. Prof. Angelo Luminoso, cui fu dato incarico di difendere gli interessi dei soci della Congregazione, più o meno al modo in cui si difendono proprietà e interessi di famiglia o di clan. Anche il tentativo di "svelenire" i rapporti tra Congregazione e Parrocchia attraverso un incarico dato al diacono Boi, peraltro anche "prediletto", una sorta di possibile nuovo socio, non sortì effetto perché questa possibilità fu esclusa per motivi giuridici e non solo. Esaurito questo tentativo si arrivò a mettere in atto il commissariamento, suggerito non solo da mons. Ledda e dal diacono Boi, ma anche dall'avvocato Carlo De Magistris, in quegli anni legale vicino alla Curia.

Il primo dicembre 2002 mons. Alberti decise il commissariamento dell'Arciconfraternita, nominando Commissario Arcivescovile il Parroco di Sant'Eulalia. La Congregazione, ricevuta comunicazione del decreto vescovile, rigettò questo per il tramite del suo legale, senza il pur minimo tentativo di dialogo con il Vescovo.

Va detto con chiarezza che il commissariamento, sotto il profilo civilistico, si dimostrò inefficace, ma da un punto di vista morale e ecclesiale, essendo il sodalizio in questione espressione della Chiesa e non certo creatura dello Stato, fu un severo ammonimento ad un ristrettissimo numero di persone che andavano sottraendo alla Comunità fondatrice il diritto di appartenenza oltre che notevoli risorse finanziarie. Con una vera e propria escalation di atti e dichiarazioni, in poco tempo si è passati da un'affermazione di autonomia rispetto alla Parrocchia a quella di estraneazione che il Consiglio Pastorale parrocchiale, anche in appassionate assemblee nelle quali fu coinvolto lo stesso Arcivescovo mons. Mani, non ha esitato a definire un autentico esproprio. Non sarà inutile ripercorrere e documentare i passaggi progressivi e sconcertanti di questa alienazione.

La querelle giuridica, come risposta al commissariamento vescovile, fu avviata da una lettera dello studio legale Luminoso che, riferendo di un parere "pro veritate" dallo stesso richiesto alla prof.ssa di Diritto Ecclesiastico presso l'Università di Cagliari Pierangela Floris, riconosceva "competenza civilmente apprezzabile alla superiore Autorità Ecclesiastica solo in riferimento agli scopi di culto perseguiti dall'ente".

Lo stesso studio Luminoso, in risposta al legale della Parrocchia avv. Prof. Roberto Frau, il quale chiedeva modifiche statutarie che meglio evidenziassero le finalità cultuali della Congregazione ONLUS, rispondeva testualmente che "la Congregazione ritiene che le attuali previsioni statutarie non siano di nessun ostacolo e che quindi non necessitino di modifiche e/o integrazioni. Del resto esse sono fondamentalmente finalizzate ad assicurare benefici civili di tipo economico-fiscale e dunque possono solo giovare allo svolgimento di una efficiente, intensa e diffusa attività di culto, come previsto all'art. 1 dello statuto".

Il prof. Frau chiedeva un'integrazione dello statuto "con specifica indicazione che, tra i suoi fini principali, la Congregazione persegue la promozione e il servizio del culto nella chiesa parrocchiale di Sant'Eulalia secondo la sua originaria ispirazione e secondo tradizione ... e un impegno immediato per la ricostituzione dell'elemento personale dell'ente, attraverso un sollecito programma di nuove associazioni, soprattutto di parrocchiani".

Il legale della Parrocchia, fiducioso di vedere comunque tutelato il rapporto con la Congregazione, su richiesta di quest'ultima, acconsentì di vedere nominato un assistente ecclesiastico diverso dal Parroco, e per questo nuovo ruolo di assistente mons. Mani nominò un sacerdote appena arrivato con lui dal Veneto, don Costantino Tamiozzo. In risposta al prof. Frau il legale della Congregazione circa la prima richiesta evidenziava "la tradizionale sollecitudine della Congregazione verso la Parrocchia di Sant'Eulalia, attestata dallo statuto e sempre data per indiscussa da tutti i soci". Circa invece l'estensione della base sociale dell'ente rispondeva che si sarebbe dato immediato seguito a questo impegno "e ciò farà senza mai trascurare il suo tradizionale legame con la Parrocchia di Sant'Eulalia, ma anche senza dimenticare che la Congregazione è stata sempre aperta all'ammissione di soci provenienti da vari nuclei ecclesiali cagliaritani". Quanto la Congregazione si sarebbe dimostrata aperta agli altri "nuclei ecclesiali" e chiusa invece all'ingresso in essa di parrocchiani, lo dimostra il fatto che nel giugno dei 2003 furono aggregati al sodalizio sette nuovi soci, tutti presentati dalla vecchia "dirigenza", e respinte le domande di cinque parrocchiani invitati dal Parroco ad inoltrare richiesta di ammissione.

Ovviamente non si può non ricordare che i vecchi dirigenti, che erano i signori Ernesto Tidu, Salvatore Pisano, Ignazio Zorcolo, Graziano Origa, Francesco Olivieri e Carlo Thorel furono invitati e ammessi nella Congregazione dai vecchi parroci di Sant'Eulalia Floris, Sini e Casu; solo Alfredo Tidu, figlio del presidente, vi fu da questi cooptato.

A questo punto non si può non dare conto di una lettera scritta dal dott. Ernesto Tidu all'Arcivescovo Mani il 3 giugno 2005.

Il presidente Tidu, in una sorta di difesa a tutto campo della Congregazione e della sua fedeltà allo statuto, afferma che tra coloro che sono stati ammessi ci sono persone originarie del quartiere o che operano da anni in esso". Purtroppo l'elenco dei nuovi soci non conferma la veridicità di questa dichiarazione. I nuovi soci erano Antonio Abozzi, Raffaele Di Tucci, Edmondo Filigheddu, Maurizio Medda, Roberto Montixi, Lollo Palmas e Libero Pusceddu. Il dott. Giovanni Cappai, attuale presidente, era stato cooptato nella Congregazione in qualità di commercialista della stessa, qualche anno dopo la trasformazione di questa in ONLUS.

Il plurale usato dal dott. Tidu nell'attribuire radici "marinaresche" ad una molteplicità di soci va corretta drasticamente: soltanto Medda, pur non essendo neppure lui nato nella Marina, è vissuto per anni nel quartiere, ma da oltre quindici anni abita e frequenta altra parrocchia cittadina.

Questa lettera cui si fa riferimento doveva restare segreta, riservata al Vescovo e all'assistente don Tamiozzo, ma dopo che fu citata da mons. Mani nel corso di un accesissimo dibattito avvenuto tra Vescovo, assistente e Consiglio pastorale parrocchiale, convocati nella Sacrestia di Sant'Eulalia per esaminare la questione, il Parroco ne ebbe copia da don Tamiozzo.

Quando, leggendo stralci della lettera, lo scrivente contestò frontalmente a dott. Tidu una serie di affermazioni contenute in quello scritto "nascosto", la sola cosa che riuscì a ribattere un confuso e imbarazzato presidente fu che quella lettera era stata illecitamente tirata fuori da luoghi da cui non doveva uscire.

Ovviamente copia di essa, oltre che nell'archivio della Congregazione, è rintracciabile, se non ancora in quelli del Vescovo e di don Tamiozzo, almeno in quello parrocchiale.

Detto questo circa l'allargamento della componente personale della Congregazione e del chiaro proposito di estraniare questa dalla Parrocchia, scelta questa che nella lettera appena citata è addirittura giustificata col fatto che ormai "il quartiere Marina ha oggi un numero di abitanti (circa 1.500) abbastanza ridotto in rapporto a quello che era il quartiere nel passato…", non è inopportuno ritornare su un passaggio della lettera scritta dall'avv. Luminoso all'avv. Frau il 24 luglio 2003.

"In ordine all'integrazione statutaria alla quale fai riferimento, Ia Congregazione, come già ti ho rappresentalo, ritiene che lo statuto vigente già esprime in pieno le finalità dell'ente e i rapporti con la Parrocchia. La Congregazione è comunque disponibile, al fine di rivitalizzare nei fatti i rapporti con la Parrocchia, al ripristino delle riunioni di Consulta parrocchiale, apparendo questa la sede migliore per la predisposizione di programmi relativi al culto e ad eventuali altre iniziative".

Circa la sincerità di questa volontà di stretta collaborazione con quella Parrocchia che ha fondato la Congregazione e nell'ambito della quale questa deve svolgere la sua attività statutaria primaria che è il culto del SS. Sacramento, basterà citare un'altra lettera inviata dal dott. Tidu al Parroco il 20 aprile 2005 in risposta all'invito rivoltogli di partecipare alla riunione del Consiglio pastorale parrocchiale, come dallo stesso presidente auspicato.

"Nel ringraziarla per il cortese invito", scrive dott. Tidu, "vorremmo significarLe che il Consiglio Direttivo in data odierna ha deliberato di non ritenere opportuno partecipare a riunioni di carattere formale, in una sede formale come quella del Consiglio pastorale parrocchiale. Ciò in quanto come Lei ben sa, (n.r in effetti lo scrivente lo apprendeva con quella lettera), d'intesa con Sua Eminenza l'Arcivescovo, si è già scelta la strada di tenere i contatti tra Congregazione e Parrocchia attraverso il consulente spirituale don Costantino Tamiozzo".

La figura dell'assistente spirituale si è rivelata assolutamente inadeguata e disinteressata alla tutela degli "interessi" della Parrocchia nei confronti della Congregazione e anzi strumentale alla estraneazione di questa dalla Comunità e come copertura della secessione. La sola iniziativa presa da don Tamiozzo è stato l'insistito e vano tentativo di convincere il Parroco a fare una dichiarazione con la quale si riconoscesse alla Congregazione la proprietà su un lunghissimo elenco di oggetti sacri conservati e utilizzati dalla Parrocchia e sui quali, privi di alcuna documentazione, i soci della ONLUS millantano questo diritto di proprietà. Anche per questo motivo il Parroco, inascoltato, ha chiesto al Vescovo di sollevare dall'incarico don Tamiozzo. Il sospetto è che la presenza di don Tamiozzo nella Congregazione, inutile per tenere i contatti con la Parrocchia, seppure con tale incombenza fosse stato nominato, possa essere invece funzionale a scopi meno nobili. Si può aggiungere che oggi la Congregazione, anzi la dirigenza della Congregazione, con dei beni ad essa affidati per curare precisi compiti nell'ambito del quartiere della Marina, arbitrariamente disponendo di un bene "finalizzato", è divenuta benefattrice "generosa" nelle varie zone in cui i vari dirigenti vivono o gravitano.

(Si nota un particolare interesse soprattutto verso i problemi della Parrocchia di San Giuseppe di Pirri, dove risiedono sia il presidente Cappai che il socio Lollo Palmas, al modo in cui Maurizio Medda continua a interessarsi della sua Parrocchia di residenza, Sant' Avendrace, oltre che del cinema Odissea, dove operano le sorelle. Nel corso del 2005 la dirigenza della Congregazione, in discontinuità con statuti e prassi, versava la somma di diecimila euro all'Arcivescovo, che l'accettava come contributo "per le parrocchie povere": la sensazione che lo scrivente ha avuto è che questo contributo sia stato una sorta di "dono di scambio"!).

Non è superfluo ricordare che proprio in quegli anni la Parrocchia aveva appena concluso i lavori di restauro della chiesa con debiti che ammontavano a duecentomila euro e che in tutti i modi, senza esito alcuno, fu chiesto l'intervento o il sostegno dell'Arcivescovo perché la Congregazione venisse richiamata all'osservanza dei suoi impegni statutari. Nel passato, con lasciti e legati, gli antichi soci curavano beneficenza e assistenza, a fianco dello scopo primario che era il culto del SS. Sacramento nella chiesa parrocchiale dove l'Arciconfraternita aveva sede.

È da credere infatti che anche oggi con soldi propri e non utilizzando risorse affidate loro per altri fini, i soci della Congregazione potrebbero fare beneficenza di ogni tipo in tutte le parrocchie cittadine e non solo, ma i parrocchiani di Sant'Eulalia ribadiscono il proprio diritto alla appartenenza e alla fruizione di un patrimonio donato da fedeli dell'antica Parrocchiale e soci della Congregazione.

In una sentita e condivisa manifestazione di ribellione allo esproprio che andava sempre più delineandosi, dopo la già citata lettera di dott. Tidu al Vescovo, proprio a questi, nella visita pastorale del 15 ottobre 2006, il decano del Consiglio pastorale parrocchiale Paolo Fadda, rivolgeva un forte appello.

Ricordando il grande impegno profuso da molti, nello sforzo di rivitalizzare il quartiere, egli affermava che "in questa mobilitazione furono in prima linea in tanti, dalle istituzioni cittadine e bancarie a quelle del laicato cattolico, non ultima quella Congregazione del SS. Sacramento che poi, per ragioni di egoistico interesse personale e di clan, avrebbe preso, purtroppo, la via della secessione, con una abusiva ed ingiusta separazione dalla vita parrocchiale.

"Ed è questo un fatto che non può essere né taciuto né dimenticato. Per cui ritengo di doverLe manifestare tutta la nostra amarezza per una questione, questa della secessione, che rimane sempre aperta ed a cui la Comunità di Sant'Eulalia non intende sottostare, soprattutto per la riconoscenza che deve a quei benemeriti avi parrocchiani che donarono i loro beni per mantenere nel tempo il lustro e il decoro della loro chiesa".


Una recensione rifiutata: “Il tabernacolo, le anime, i poveri”, di Gianfranco Murtas

«Storia di ieri Cronaca di oggi». Nel sottotitolo del libro che don Mario Cugusi, da venticinque anni parroco di Sant’Eulalia, ha offerto al dibattito ecclesiale e civile di Cagliari si rivela l’intento dell’autore: documentare l’inaccettabile divorzio della secentesca Congregazione del SS. Sacramento dai propri fini costitutivi: il culto eucaristico e la carità sociale da compiersi nel quartiere della Marina da cui venivano (e dovevano continuare a venire) i suoi “prediletti”. Coloro che ne sostenevano le attività spirituali e quelle materiali – ad esempio il restauro delle case derelitte con prestiti a tasso irrisorio – e magari ne venivano compensati con la inumazione, nel fatal momento, nel “carnero”, cioè nei sotterranei della parrocchiale. Dove a centinaia sono stati ritrovati dai recenti scavi archeologici promossi dal parroco stesso con le competenze della Sovrintendenza. Rispettati per oltre tre secoli e mezzo, pur non senza cadute e deviazioni, gli antichi statuti sono stati rimaneggiati nel 1998 allorché l’Arciconfraternita si è trasformata in onlus senza la prevista approvazione dell’ordinario diocesano e nonostante le riserve espresse, proprio per tale difetto, dal parroco. 

Il conseguente commissariamento deliberato nel 2002 da mons. Ottorino P. Alberti, con affidamento dell’incarico all’esperto don Mario Ledda, determinò la “vendetta” della dirigenza con la pratica secessione dalla parrocchia e dal quartiere. Ciò dopo che numerosi e meritori erano stati, nel passato anche recente, gli interventi finanziari di soccorso alle necessità della parrocchia: dal cineteatro all’oratorio al museo del Tesoro, ecc. e che altre generose assicurazioni erano state fornite per supportare i pesi del complessivo restauro della parrocchiale che ha finito per restituire a Cagliari un autentico gioiello d’arte. Assicurazioni rimaste poi in larga parte inadempiute, fino a giungere alla più totale estraniazione dalla realtà religiosa e sociale del quartiere, con implicita copertura – dolorosa scoperta! – del nuovo arcivescovo di Cagliari. Il quale, ignorando del tutto sentimento e storia della città e la cogenza morale di lasciti e legati cumulatisi nei secoli, metteva in campo, per mediare, un tale sacerdote del tutto estraneo anche lui alla vita comunitaria della Marina ed accettava – si legge nel capitolo conclusivo del lungo saggio di don Cugusi – una neppure importante somma a beneficio delle «parrocchie povere», strappandola a chi i testatori avevano indicato.

Con un libro-soci costituito, pare esclusivamente, oggi, da elementi non originari né residenti alla Marina, indifferenti a quanto pur nello statuto della onlus è rimasto degli antichi statuti – si ripete: il culto e la carità territoriale –, la dirigenza della Congregazione del SS. Sacramento nella Marina non coglie l’assurda incompatibilità o alterità perfino nominale fra l’attuale assetto sociale e quel sodalizio che ha radici, vocazione e storia non nei campi dell’Ossigeno né nell’episcopio ma nell’altare e nell’umanità del più antico dei quartieri della città di Cagliari.

I numerosi lasciti ereditari e legati di cui ha, nel corso dei secoli, goduto la Congregazione del SS. Sacramento in capo a Sant’Eulalia e dettagliatamente elencati e illustrati dalla penna, agile e brillante, di don Cugusi sono tutti marcati dall’intento di onorare l’eucaristia, suffragare le anime, confortare i poveri nel trapezio di terra fra su Stradoni e la via ospedaliera di San Leonardo, sa Costa e la via San Francesco o del Molo rinserranti case e strade tutte riannodate nel cuore religioso e sociale della parrocchiale.   

Molti grandi nomi, tanto più del Settecento ed Ottocento cagliaritano, entrano nella vicenda della Congregazione, ora come ispiratori ora come prefetti: dal gesuita Giovanni Batta Vassallo al duca Pietro Antonio Maria Coppola, dai Belgrano ai Baille ed Arthemalle, dagli Alziator ai Paderi, da Pietro Legrand – console francese a Cagliari nell’imminenza della Rivoluzione e forse il più generoso di tutti – a Carlo M. Carta Sotgiu, fra i protagonisti della mobilitazione isolana contro gli invasori transalpini del 1793, e così via, fino alla prestigiosa presidenza di Aurelio Espis, segretario generale del Comune nell’immediato secondo dopoguerra. 

Non mancano, nel saggio, le chicche come emergono dalla attenta lettura delle unità del ricchissimo archivio come i contratti riguardanti il settecentesco palazzo Fulgher, nella via Barcellona, affittato dalla Congregazione nel 1907 alla loggia massonica Sigismondo Arquer e da questa tenuto in locazione fino al noto saccheggio da parte dei questurini fascisti nel 1925 (ma passato intanto di proprietà a vari altri nominativi). O l’effettivo donatore di quel plesso oggi noto come centro sportivo “Giuseppe Belly” – già dell’Ossigeno, a ridosso del viale Cimitero – da cui vengono non esigui proventi per una Congregazione non più interessata al culto eucaristico e alle necessità dei poveri della Marina: non il giudice della Reale Udienza Giuseppe Belly, ma «l’umile mastro conciatore Pasquale Boy». Costui, prediletto della Congregazione, lasciò in eredità a quest’ultima – scrive Cugusi – «un grande edificio su tre piani più giardino in contrada Sant’Agostino, due piccole case in contrada “Is Concias” e un bene in assoluto più importante, un “predio” in zona “S’Arroliu”», a suo tempo da lui acquistato da tale Gregorio Cesaroni. Datato 1801, il testamento divenne oggetto di contenzioso da parte dello stesso Cesaroni ma infine la Congregazione l’ebbe vinta. Non sarà inutile ricordare che «per certo il Boy stabiliva che si dessero due doti annuali a ragazze povere…, e, oltre istituire due anniversari, da celebrarsi in suo suffragio nella chiesa parrocchiale di Sant’Eulalia, imponeva pure all’erede universale, cioè alla Congregazione, che con gli interessi derivanti dall’amministrazione dei beni si celebrasse “in perpetuum” una messa quotidiana nella cappella del SS. Sacramento». Ciò che fu adempiuto per lunghissimi decenni. Oggi non soltanto la Congregazione non alimenta più il suffragio del benefattore, ma neppure ne onora la memoria se è vero che intesta ad altro filantropo il bene milionario (in euro) da lui donato.

Conclusione. La «Storia di ieri» che impegna la parte ampiamente prevalente di questo studio pubblicato, con bellissimo editing, per i tipi delle Grafiche Ghiani (Congregazione del Santissimo Sacramento nella Marina) offre tutte le ragioni morali ed ecclesiali prima ancora che giuridiche, perché un abuso non abbia a proseguire con la copertura dell’arcivescovo di Cagliari. Il quale dovrebbe, con l’umiltà di tanti suoi predecessori, accompagnare il ricongiungimento della sua Congregazione alla storica (1622) collegiata di Sant’Eulalia, peraltro impegnata in un largo spettro di modernissime attività che perfettamente combinano il civile (e culturale) al religioso: dall’ecumenismo praticato con ortodossi e battisti alla scuola di alfabetizzazione di tanti extracomunitari poveri (tanto più di fede islamica) intitolata a San Romero d’America. Una diserzione da questo elementare dovere sarebbe anch’essa un segno dei tempi e verrebbe inscritta, non per commendare il suo protagonista, nel libro della storia cittadina. 





Fonte: Gianfranco Murtas
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