Gianfranco Murtas

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Elena Melis nel ricordo della nipote Laura. L’omaggio de “L’Ortobene” alla storica preside nuorese e quella lucida testimonianza sulla scuola pubblica che va a riforma nel 1962

di Gianfranco Murtas

E’ bello per me cogliere dal pur occasionale riflettore che il settimanale diocesano nuorese L’Ortobene ha puntato, nel suo ultimo numero del 22 maggio, sulla personalità cara e nobile di Elena Melis il motivo per un ricordo forse estemporaneo, non legato ad alcuna speciale circostanza di calendario ma forse anche per questo libero e leggero, tutto sentimentale.

Ci lasciò, a Nuoro, la preside Melis – sorella dell’on. Titino, deputato alla prima e quarta legislatura repubblicana, e sorella dell’on. Pietro, a lungo assessore regionale alla Industria, e sorella del dottor Pasquale, funzionario pubblico ed amministratore delle povertà sardiste (quelle del vero sardismo degli anni ’50 e ’60! niente a che fare col sardismo rovesciato paraleghista degli ultimi trenta-quarant’anni e di oggi), e sorella dell’on. Mario, presidente della giunta regionale e parlamentare nazionale ed europeo – nel febbraio del 2000. Sorella di personalità tutte ragguardevoli delle professioni e della politica sarda di lunghi decenni del Novecento. Sorella consigliera però, senza ruoli ancillari imposti dalle convenienze o dal costume del tempo, ché lei stessa visse una vita pubblica non soltanto nell’avamposto civile della scuola, ma anche nell’amministrazione municipale del capoluogo barbaricino. Nel privato aveva vissuto tutta la sua vita in virtuosa simbiosi con la sorella Ottavia – la piccola di casa Melis, professoressa di lettere anche lei –, aveva vissuto gli altri intensi affetti familiari con le sorelle, pure esse amatissime, Cicita e Tonina (poi suor Michelina, che aveva recuperato in religione il nome della madre).

Io l’avevo conosciuta nel 1986 e per tre lustri pieni, sino alla fine dolorosa, particolarmente dolorosa (e di cui in altra circostanza avevo reso testimonianza piena) nel febbraio 2000, l’avevo coltiva come una ricchezza impagabile nella mia vita più intima: con lei e con Ottavia avevo fatto sodalizio ideale fra Nuoro e Cagliari, per restituire alla memoria civile della Sardegna che s’avviava al nuovo secolo e al nuovo millennio i tratti di umanità e passione politica che avevano distinto, all’interno affollato della classe dirigente isolana degli anni della Rinascita, e di quelli che la Rinascita avevano preparato ed avevano seguito, la speciale figura di Giovanni Battista Melis. Dalla nostra collaborazione vennero allora una decina di testi per qualche migliaio di pagine di documentazione, non soltanto di ricostruzione biografica, che restano - senza modestia credo questo – un riferimento non secondario per la conoscenza delle vicende del PSd’A e della politica regionale di svariati decenni, a partire dalla ripresa postbellica.

Venne in particolare, alla fine del 1993, quel volume di quasi ottocento pagine in cui avevo riportato tutti i discorsi parlamentari di Giovanni Battista Melis (Titino) ed un’ampia selezione degli interventi da lui svolti in Consiglio regionale ed anche nel Consiglio comunale di Cagliari, nonché della sua ampia produzione pubblicistica. In quel volume – “Con cuore di sardo e d’italiano…”. Giovanni Battista Melis deputato alla I e IV legislatura repubblicana, Cagliari, EIDOS, 1993 - pubblicai anche, nella sezione introduttiva di inquadramento della ricca personalità del direttore sardista, l’articolo di Elena di commento al discorso che suo fratello tenne nel 1966 a Montecitorio, dove espletava il suo mandato nel gruppo repubblicano, sulla scuola.

Poteva lei, che per lungo tempo era stata docente e poi preside di scuola media, fornire una riflessione competente su quel discorso e dire anche di più. L’ho ricordato: fu anche consigliera comunale, la professoressa Elena, della sua Nuoro, con Pietro Mastino sindaco dal 1956, e fu assessore alla Pubblica Istruzione. Accompagnò, e direi ispirò, il suo servizio alla scuola, con l’afflato – avrebbe detto Giovanni Spadolini – di una democratica integrale che visse l’antifascismo morale come l’avevano vissuto i grandi della sua famiglia e i maestri del repubblicanesimo autonomista di Nuoro, da Mastino ad Oggiano a Gonario Pinna. Molto partì dalla testimonianza di vita di Piero Borrotzu, cui si sarebbe intitolata la scuola media che lei presiedette fino al pensionamento. Oranese, giovane serio e brillante, Piero da militare partecipò alla resistenza nella Liguria orientale, fu torturato e fucilato ma salvò centinaia di uomini e donne e bimbi a rischio dei nazi-fascisti: morì, Piero, ma rimase, è rimasto nella migliore memoria civile dei nuoresi. Elena a lui, al suo ricordo, illustrandone infinite volte il profilo umano e di sardo onesto, dedicò molto delle sue risorse anche pedagogiche, nella scuola, perché l’educazione dei ragazzi poteva, e sempre può, trovare nell’esempio il suo maggiore e più qualificato motore.


E’ stata brava Lucia Becchere a voler restituire ai lettori de L’Ortobene, attraverso la testimonianza di Laura Melis, i tratti di franca umanità della nostra preside. Io strettamente me la faccio presente tutti i giorni, e sempre – sia lei che Ottavia – ringrazio sempre per la generosa spontanea assistenza che offrirono, morale e materiale, alle mie iniziative sociali dei faticosi faticosissimi anni ’80 e ’90.

Elena Melis: «Una scuola per la società civile: quel discorso parlamentare di Titino…»

L'articolato appassionato discorso sulla Scuola pronunciato in Parlamento il 12 ottobre 1966, ivi comprese la speranza e la fiducia negli uomini, nelle idee e nelle Istituzioni che pur tra grandi amarezze e infinite delusioni non lo hanno mai abbandonato, può considerarsi più che mai attuale perché quelle speranze e quella fiducia non hanno trovato concretizzazione alcuna e la Scuola, oggi come ieri, nei fatti se non più nelle parole, continua ad essere la "cenerentola" sacrificata, quasi appendice secondaria della vita civile di un popolo, sull'altare della spesa pubblica e dei bilanci, per una visione miope della classe politica che non vede nella cultura, capillarmente diffusa, il volano da cui prende avvio ogni possibile crescita della Nazione, ma un investimento nell'immediato non produttivo, per cui la Pubblica Istruzione ha sempre occupato un posto assai modesto fra i bilanci dei vari ministeri.

Furono gli anni '60 particolarmente fervidi e promettenti, almeno come prospettiva, perché al '62 risale la Riforma della Scuola Media Unica che, se pure non convenientemente preparata e adeguatamente sostenuta, con tutti i limiti che ne conseguono, raggiunse due risultati assai importanti: 1) cancellò una gravissima discriminazione sociale che in una Scuola di base a 10 anni già stabiliva chi doveva essere avviato subito al lavoro e chi invece poteva avere aperte le vie del sapere e della conoscenza; 2) raggiunse i paesini più sperduti delle montagne e delle pianure accendendo piccole luci là dove regnava ancora il buio intenso dell'analfabetismo.

Non esistevano strutture sufficienti, non si disponeva di insegnanti qualificati, nella città i doppi e tripli turni mortificavano alunni e docenti, pure quella Scuola vista non più per la classe ma per I' alunno, un insegnamento che non più partiva dall'astratto ma dalla diretta esperienza del ragazzo, dal suo ambiente, dalla realtà in cui era immerso, per allargarsi via via, per analogia o per contrasto, ad altre realtà ed ad altre esperienze rappresentò una rottura con l'inerzia intellettuale e il nozionismo ripetitivo della vecchia Scuola dando vita ad un fervore nuovo, ad uno slancio creativo che, nonostante le numerose complesse difficoltà di quegli anni, se la riforma avesse potuto avere l'attenzione dovuta e fosse stata seguita, come era ovvio, da quella degli Istituti Superiori, oggi saremmo sicuramente a livelli diversi anche sul piano del lavoro e dell'economia oltreché su quello morale.

Lungi dal procedere alla riforma degli Istituti Superiori, che dovevano essere il naturale sviluppo della Scuola di base specificata nei vari indirizzi, la Riforma della Scuola Media non trovò mai la sua piena attuazione neppure nelle figure giuridiche previste, quali la presenza dello psicologo e dell'assistente sociale - essenziali per una Scuola dell'alunno e un insegnamento individualizzato - né nell'aggiornamento di capi d'Istituto e insegnanti, né in una edilizia scolastica che doveva prevedere le aule speciali, ma neppure offriva dignitosa accoglienza, in un solo turno, ad una Scuola ante-riforma.

Credo che il discorso di Giovanni Battista Melis entri proprio nel vivo di una tale realtà, che egli dimostra di conoscere profondamente e in tutte le sue implicazioni, per cui, dopo aver fatto un'analisi puntuale e persino minuziosa in cui la Scuola si dibatteva, sottolinea dandogli il rilievo dovuto il fatto, davvero straordinario, che il bilancio della Pubblica Istruzione passasse, in quella legislatura, dal 5 al 20%.

Con tutta la tensione morale che gli era propria per i grandi temi risolutivi di situazioni complesse e difficili traeva auspici e speranze che la Scuola potesse finalmente in modo proficuo operare a beneficio di tutti in tutto il territorio, incidendo profondamente e particolarmente nelle zone depresse, attraverso la cultura che dà luce all'intelletto, apre prospettive, indica strumenti e tecniche per promuovere sviluppo e crescita con risultati di generale benessere e armonia. Non più figli e figliastri nella stessa Nazione, ma membri di una stessa famiglia, diversi nella loro specificità, uguali nei diritti e nei doveri.

Questo è sempre il punto dolente nei suoi interventi, la depressione del Mezzogiorno e della sua Sardegna in particolare, la cui insularità anziché aprirla ai traffici e al progresso - come sembrerebbe naturale - continua a rimanere prigioniera del suo mare per una angusta visione politica dei vari Governi complicando ulteriormente i suoi già difficili problemi ed il suo grave malessere.

Mi pare particolarmente confortante ed emblematico che un politico, estraneo alla categoria, non solo parli della Scuola con competenza, grande tensione morale e modernità, visto che indica alle nuove generazioni in primo luogo «il rispetto della natura e la dignità dell'uomo, senza imposizione di idee e di dogmi, in una ricerca responsabile del vero» ma pone la Scuola come strumento primario e indispensabile di crescita delle popolazioni che, attraverso la cultura, acquistano consapevolezza di sé, della dignità della persona umana, della comunità, della Nazione, percorrendo con naturalezza le vie del progresso e, perciò stesso, contribuendo ad accrescerlo e a diffonderlo nella pace e nella giustizia.

Mi pare anche importante e significativa la concretezza con cui pone l'annoso condizionante problema della edilizia scolastica, che egli chiama drammatico per tutte le implicazioni che pone sul piano biofisico e affettivo a docenti, alunni e famiglie, come per i limiti insuperabili entro cui viene costretta, mortificata e, a lungo andare, soffocata anche la più avanzata delle riforme, non bastando più volontà, disponibilità, impegno di bene operare da parte di questo o quell'operatore scolastico pur profondamente motivato.

Il suggerimento di convogliare per due anni parte cospicua della spesa pubblica nell'edilizia scolastica, così da risolvere l'annoso problema in tempi tecnici ristretti e definiti, ritengo significhi programmare in concreto. Suggerimento valido anche oggi, senza annaspare nella nebbia dell'indeterminato, del vago, di tempi infiniti, di aggiornamenti e varianti, di bandi misteriosi quanto mai insidiosi, suscettibili di adattamenti e manipolazioni ad hoc, sfociati puntualmente poi nel pantano... di Tangentopoli.

Se ciò fosse stato fatto, tenendo ovviamente fermo, come il relatore stesso ripetutamente e con l'efficacia che gli viene da una profonda convinzione afferma, l'indispensabile coordinamento fra i vari elementi che concorrono a dare armonico sviluppo alla Istituzione Scolastica, non sarebbero stati, oltretutto, vanificati i risultati che dovevano venire alla crescita complessiva della società che la riforma già in atto dal '62 propugnava e che, per essere stata studiata non a tavolino ma da specialisti formatisi nel vivo della sperimentazione scolastica fra i ragazzi nelle aule, prometteva di dare e avrebbe sicuramente dato alla luce dei risultati raggiunti là dove essa era stata messa in atto con personale sacrificio e profonda convinzione di capi di Istituto e insegnanti aggiornati e ben motivati.

Ma le cose che devono incidere in profondità ed in ampiezza su problemi così vasti e fondamentali, quali appunto la Scuola, la Giustizia, la Sanità non possono essere affidati alla buona volontà di questo o di quello perché devono mettere in moto dei meccanismi che non lascino vuoti e silenzi in quanto il Paese deve crescere, come un organismo, tutto insieme con equilibrio e armonia dando la priorità dovuta a quegli aspetti da cui dipendono, nel bene e nel male, tutti gli altri.

Questo credo significhi programmare correttamente, allo scopo anche di prevenire, per non piangere poi sul latte versato.

Il Paese vive oggi un momento particolarmente drammatico che colpisce ogni aspetto significativo della vita civile mettendo in crisi le stesse Istituzioni e la credibilità della intera Nazione di fronte all'Europa e al mondo.

E il malessere crescerà perché si è sparato nel mucchio: non riducendo le spese militari, non ridimensionando apparati che simili a piovre penetrano, insidiano, paralizzano sane iniziative per restituirci mostri dei quali è pressoché impossibile risalire alla paternità, ma con gli ultimi provvedimenti restrittivi, improvvisati, caotici si è sacrificata proprio la Scuola, cuore e mente del Paese, strizzandola, facendola ancora una volta arretrare in tutto il territorio nazionale elevando il numero degli alunni per classe, cancellandola in piccoli centri senza tener conto delle distanze, della natura geografica del luogo, del valore che essa assume in quella Comunità con conseguenze irreparabili soprattutto per le zone depresse, risospinte fatalmente verso l'analfabetismo; favorendo, per contro, pseudo-sperimentazioni "mangia soldi" più pericolose della stessa inerzia.

Ancora una volta si dimostra di non voler capire che la Scuola e l’Istituzione base, fondamentale, primaria per una crescita sana, equilibrata, ricca di fermenti ideali e di progetti che fanno avanzare un popolo nel senso di autentico progresso; una Scuola tesa a formare prima di tutto l'uomo e il cittadino, ogni uomo e ogni cittadino.

Tutto ciò che la riguarda deve essere studiato con estrema serietà, vagliato con attenzione e competenza messo in atto con rigore e col coordinamento indispensabile fra Università e Scuola in senso lato, fra Scuola e Scuola, avendo chiari obiettivi e tecniche non disgiunti dal periodico aggiornamento degli insegnanti. E’ questa la condizione sine qua non, perché un popolo cresca o arretri.

Attualmente la risposta è purtroppo nei fatti.

Quale discorso farebbe oggi Giovanni Battista Melis, mio fratello, sulla Scuola, sul Mezzogiorno, sulla Sardegna, sul clima morale che sembra ammorbare ogni anelito di idealità, di operosità costruttiva, di trasparenza?...

Pur nell' amarezza e nella severa denuncia sarebbe sempre un discorso di riscossa, ancora e sempre quello di un combattente che non si arrende.

Ma desidero qui concludere le mie riflessioni restituendo a lui la parola, richiamando - dei suo intervento parlamentare - poche sole battute che mi paiono illuminanti di quel che ho scritto intorno alla sua umanità ed alla sua lucida visione politica della questione scolastica nell'analisi, nell'indicazione delle priorità dei bisogni, nella proposta organica delle soluzioni. In queste battute - che affrontano gli aspetti "alti" dell’istruzione pubblica, il diretto raccordo fra istituzioni scolastiche e mondo produttivo - c'è purtroppo ancora molto del "problema Italia" di oggi:

«… la ricerca scientifica. Non si può dire che all'articolo 30 si provveda adeguatamente: si tratta di una somma che, con tutto il rispetto dovuto, appare risibile alle necessita […]. Ma la necessità e la singolarità di questo intervento riduce all'inutilità l'intervento finanziario dello Stato in un settore che condiziona lo sviluppo ed il progresso dei popoli e ha bisogno di ben altro massiccio intervento. Alla ricerca scientifica si dovrà pensare, e adeguatamente, a parte. Si può, si deve finanziare la ricerca scientifica finanziando l'università. Nel tempo moderno, come in ogni tempo, questo finanziamento ha carattere immediatamente produttivistico, perché sono le nuove tecniche che rendono possibili gli sviluppi, gli adeguamenti, le competitività...».

Questo il contributo fornito da Elena Melis nel 1993. Naturalmente le sue riflessioni vanno inquadrate nel periodo in cui furono espresse, così come un inquadramento storico esigerebbero le considerazioni espresse dall’on. Giovanni Battista Melis – era il 1966, oltre mezzo secolo fa – in Parlamento. Peraltro mi sembra indubbio che le une e le altre mantengano, sul fronte critico, grande attualità.

***

Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).



Fonte: Gianfranco Murtas
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23 Giu 2022

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