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Ilaria Loddo

Emanuele Filiberto Amedeo di Savoia-Carignano

Il Savoia sordomuto

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Emanuele Filiberto Amedeo di Savoia-Carignano, primogenito del principe Tommaso di Savoia Carignano e della principessa Maria di Borbone-Soissons, nacque a Moutiers, il 20 agosto 1628.

Filiberto era nato sordomuto e trascorse un'infelice infanzia in Spagna, vittima di una madre incapace di amarlo e di un sistema pedagogico particolarmente cruento che gli insegnò, in un certo senso, a leggere e a esprimersi, con una difficoltà estrema che si acuì quando la madre, determinata a ottenere i favori della corte francese, lo costrinse a trasferirsi a Parigi.

In una lettera inviata da Compiègne, il 10 giugno 1649, il principe Filiberto confessava di essersi rifiutato, insieme al fratello Emanuele, di «continuare ad andare alla corte» perché gli altri cortigiani «si burlavano» di loro e li trattavano «come figlioli di 12 anni nonostante avessero la barba al mento».

In pochi oltretutto comprendevano il suo linguaggio: solo chi era allenato a sentirne “i versi”, capaci di essere pronunciati perlopiù in spagnolo.

Verso il 1650, d i lì a poco i principi poterono tornare in Piemonte, dove ripresero il loro posto alla corte sabauda.

Ora, con questi presupposti, noi non potremmo immaginare altro che un giovane uomo, prima adirato con la vita, poi arreso alla propria sorte.

E invece Filiberto si rivelò innanzitutto un animo gentile: di lui si racconta che, poiché capace di leggere il labiale, si voltasse allorquando vedeva qualcuno colloquiare, cosicché questo qualcuno non pensasse che il principe stesse ascoltando ciò che non poteva vedere.

Scrisse poi delle lettere struggenti, descrivendo i propri sentimenti nei confronti della madre, lasciando trapelare un'accettazione tanto sofferta, quanto indicativa di una tenerezza e di una maturità infinita: «la principessa mia signora madre tiene dell’avversione per me e mi vuole far passare per un matto e stravagante, cosa che non mi affligge. [...] Non mi vuol bene: pazienza.»

E Filiberto che, dicevamo, non era incattivito con la vita, non era nemmeno rassegnato al destino: c'era infatti in lui, ben saldo e radicato, un forte senso della propria persona, del proprio ruolo.

Lui voleva dimostrare di potercela fare, di non essere un principe a metà: di poter affrontare e sconfiggere ogni a tteggiamento pregiudizialmente svalutante la propria disabilità.

Aveva imparato a danzare. Non potendo sentire la musica, aveva escogitato con i propri cortigiani, degli espedienti affinché questi, con dei gesti, potessero suggerirgli il ritmo delle melodie.

Saper danzare opportunamente non era un diletto: era un messaggio destinato a veicolare la padronanza del proprio corpo e, così, del proprio governo.

Nel 1656, il padre morì, preceduto, dal fratello.

Quando, un anno più tardi, morì anche lo zio, Filiberto divenne erede al trono del ducato (ruolo che avrebbe mantenuto sino alla nascita di Vittorio Amedeo II, nel 1666).

In quegli anni il ruolo del principe ereditario fu continuamente affermato, sia sul piano del cerimoniale, sia su quello delle cariche.

Filiberto cominciò dunque a pensare alla necessità di avere una sua dimensione pubblica e, per affermare il proprio ruolo sulla scena della capitale, commissionò la realizzazione di due ritratti equestri per la reggia di Venaria, così battezzata perché destinata gli svaghi venatori (relativi alla caccia), contribuendone oltretutto all'edificazione e sovrintendendone personalmente i lavori.

Ma perché proprio Venaria? Perché come la caccia è metafora della guerra, l'architettura è metafora del governo: se si è capaci di cacciare ed edificare, allora si è capaci di condurre e governare.

La casata di Savoia aveva considerato che Filiberto non solo non avrebbe trovato moglie, ma che il suo titolo sarebbe stato condannato all'estinzione e pertanto, come erede, si pensava già a un suo nipote che però, sposandosi con una donna di basso lignaggio, fece scaturire delle forti pressioni da parte della madre di Filiberto, affinché quest'ultimo si sposasse e il loro titolo non andasse in mano a dei borghesi arricchiti.

Vedendo il ritratto della principessa Maria Angela Caterina d'Este, Filiberto si innamorò perdutamente della futura moglie, scrivendole una lettera in cui le confessava i suoi sentimenti e le prometteva di essere un buon marito. Lei lo ricambiò.

L a decisione del principe di sposarsi per amore con una bella e istruita principessa italiana, provocò l'indignazione di Luigi XIV (e quindi della francofila madre di Filiberto) che aveva intenzione di far sposare il principe con una delle sue figlie, per rafforzare la sua posizione di pretesa sul d ucato di Savoia .

Luigi XIV mandò dunque un suo emissario a Torino per imporre la rottura del contratto matrimoniale ma, nella più assoluta segretezza, il 10 novembre del 1684, i due principi si sposarono contro ogni tentativo di sopraffazione.

Appresa la notizia delle nozze, Luigi XIV reagì duramente: vietò alla madre di Filiberto di presentarsi a corte e inviò in esilio la sorella.

Nell’agosto del 1693 il principe e la sua famiglia si trasferirono finalmente nel nuovo palazzo Carignano: la sua eredità più importante, perché opera di un uomo determinato a far capire che lui c'era, esisteva ed era capace come e più degli altri.

Nel 1706 il principe e la sua famiglia, per sfuggire all’assedio francese della capitale, lasciarono Torino diretti a Genova.

I Carignano, però, dovettero fermarsi a Mondovì, dove furono fatti prigionieri dalle truppe del duca de la Feuillade, che consentì loro di ritirarsi al castello di Racconigi.

Ultimo esponente della generazione di principi sabaudi che aveva conosciuto la guerra civile, il principe Filiberto morì a Torino il 21 aprile 1709, lasciandoci un messaggio di speranza, di dignità e di quel saper scorgere che la volontà, qualche volta, può essere la forza motrice più potente di un'esistenza intera.



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