Fabio Maria Crivelli e quello scritto regalato ai paolotti per onorare il patrono degli uomini di mare
di Gianfranco Murtas

Può dirsi che in quel quarto di secolo circa nel quale fu direttore de L’Unione Sarda, questa peculiarissima attività professionale fu non soltanto assorbente ma pressoché esclusiva per Fabio Maria Crivelli, di cui in questi giorni ricordiamo, con malinconia e rinnovo dell’affetto antico, il 17° anniversario della morte.
Credo che ciò fosse derivato non tanto da ragioni contrattuali con i Sorcinelli e gli editori venuti dopo (essenzialmente l’avv. Salvadori Del Prato delegato della fiduciaria sottoscrittrice del capitale azionario per conto dell’ing. Nino Rovelli), quanto dalla sua indole che se una deconcentrazione si permetteva, rispetto alle esigenze sempre impellenti della “cucina” del quotidiano, se la permetteva soltanto per il teatro, lui che era stato autore sia di commedia che di dramma negli anni ancora della giovinezza, ma che le scene almeno del suo “Questi nostri figli” aveva gradito fossero portate al Massimo nell’autunno del 1960 e che al Comitato Regionale per il Teatro aveva accettato di partecipare in veste di consigliere nel passaggio di decennio insieme a diverse altre autorevoli personalità locali come Francesco Bussalai e Dario Ferrari, Rinaldo Botticini e Luciano Rodriguez, Peppino Tocco e Fulvio Duce, ecc.).
In quanto alla scrittura giornalistica, però, no: qualcosa aveva dato nel triennio 1968-1970 a Sardegna Economica, il periodico della Camera di Commercio di Cagliari e basta, ma era stato uno strappo alla regola determinato chissà da che. E che però, su questa linea rispettosa della esclusività del quotidiano, un precedente aveva avuto nel 1957, direi piuttosto curioso sotto alcuni aspetti.
Arrivato a Cagliari con la famiglia ancora in boccio, lui 33enne appena, nel 1954, due anni dopo gli era stato richiesto di prestare il suo nome al comitato esecutivo delle feste efisiane nel tricentenario della sagra di devozione popolare, né avrebbe potuto negarsi a tanto il direttore del maggior giornale della città, di Cagliari cioè che a Sant’Efisio doveva molto della sua pacificata storia collettiva. Ma analogo e ancor più diretto coinvolgimento gli fu dato di registrare – e di questo mi occupo nella presente nota – nel 1957 in ambito di famiglia paolotta. I padri minimi di San Francesco di Paola, titolari della chiesa antica e bella (quanto bella prima delle rovine belliche!) di via Roma gli chiesero uno scritto da inserire nel numero unico Il patrono di Cagliari - che si volle stampare in occasione del 450° anniversario della morte del santo eremita.
San Francesco patronem minus principalem
Converrà fare qui, prima di tornare a Crivelli, una sosta e comprendere qualcosa dell’importanza rivestita dalla festa patronale nel largo sentimento dei cagliaritani.
Va detto che da un cinquantennio allora, vale a dire dal 1907, San Francesco di Paola era venerato quale patrono minore di Cagliari, così eletto per decreto di papa Pio X. Sarebbe poi venuto, nel 1939, da parte di papa Pio XII, il nuovo e ulteriore titolo di patrono della gente di mare d’Italia. E anche per questa ragione Cagliari, come città di mare, certamente non avrebbe potuto mancare di associarsi, nello svolgimento del tempo, anno dopo anno, a quanti, così nell’Isola come nella penisola e nella Sicilia, con la speciale protezione del santo speravano di avanzare nell’armonia sociale e nel benessere materiale oltre che spirituale.
Intanto dunque, nel 1957, il taumaturgo calabrese del XV secolo (ma egli sfondò anche il XVI) era ormai da decenni sentito dai cagliaritani come patrono della città insieme con San Saturnino e, largo nell’arcidiocesi, con Sant’Efisio, martiri entrambi. Una bella compagnia che ancor più si sarebbe presto arricchita della presenza, per titolo devozionale s’intende, della stessa Vergine di Bonaria. Sì, quella Maria nazarena che nel 1908 fu chiamata da voce unanime sarda, voce di fede e sentimento, patrona massima della Sardegna e onorata con spettacolari iniziative solennizzate dalla presenza del cardinale Pietro Maffi arcivescovo di Pisa (ad evocare storici legami fra Cagliari e la preziosa città toscana) e legato pontificio.
A idealmente gemellare la festa paolotta a quella bonarina fu, almeno dopo l’emanazione Quod Sanctorum Patronatus di papa Pacelli, la singolare circostanza della “processione in mare”: a luglio quella mercedaria, nella seconda domenica di maggio la nostra, con la statua del santo e la partecipazione della storica collegiata di Sant’Eulalia nel cui ambito di giurisdizione canonica ricadeva (e ricade), nella Marina, la chiesa di via Roma. (Anch’io, allora bambino con sottana rossa e cotta bianca, nel mezzo di preti paludati e confratelli in divisa e innumerevoli devoti oranti fra labari e stendardi d’associazione, partecipai più volte alla “gita” di emozionante fascino).
Giunto a Cagliari il decreto papale datato 27 febbraio 1907 con l’elevazione del calabrese San Francesco a “patronum minus principalem” – che comportava, secondo le norme canoniche licenze liturgiche di qualche rilievo (“rito doppio di seconda classe con l’ottava”, col canto cioè delle antifone dei salmi e la “memoria” prolungata per otto giorni) e finalmente incrociava le petizioni locali in partenza per Roma fin dal 1739 (quando si ritenne che il santo avesse liberato Cagliari dalla siccità!) – l’intesa fra la curia e l’amministrazione civica, che era, nel travaglio (ideologico e sociale) dei tempi post-moti del 1906, quella di Bacaredda al suo terzo compimento, si concluse felicemente. E qualche assessore non sarebbe mancato, anno dopo anno, e quanto più, trattandosi del podestà, al tempo della dittatura concordataria e poi, stavolta trattandosi del sindaco con la fascia tricolore, del neoguelfismo democristiano, a presenziare alle messe pontificali… Mai il Municipio dimenticò il voto che esso aveva pronunciato accompagnando la petizione di grazia in quel lontano 1739: allora furono proprio loro, i capi dell’Amministrazione civica a sfilare, insieme con il clero e l’arcivescovo, con le milizie e i gremi, recando la statua di San Francesco per le strade cittadine e sul mare del porto… La pioggia venne e venne abbondante, e il voto fu consacrato dalla tradizione: ogni anno si sarebbe ripetuto l’omaggio speciale di Cagliari e delle sue rappresentanze al santo fattosi amico.
Due precisazioni di contesto al riguardo. La prima: fu il quotidiano Il Corriere dell’Isola, diretto dal conte Enrico Sanjust di Teulada e in continuazione (seppure con qualche aggiustamento e dopo una vacanza di circa due anni) dell’intransigente La Sardegna Cattolica, a riportare il decreto di papa Sarto uscito (in perfetto latino) a firma del cardinale Serafino Cretoni, prefetto della Congregazione dei Riti, nel numero del 26 marzo 1907. La seconda: che proprio in quei giorni, e precisamente domenica 24 marzo, si tennero a Cagliari le elezioni amministrative, in turno ripetuto per non aver accettato Ottone Bacaredda la rielezione che gli era venuta, pochi mesi addietro, dal Consiglio comunale, raccogliendo la volontà popolare espressasi alle urne dopo le rinunce causate dai disordini per il carovita. Fu rieletto Bacaredda sindaco con 35 voti sui 37 votanti. (Sarebbe andato avanti per alcuni mesi, fino a dicembre: poi si sarebbe ritirato per dedicarsi totalmente a sovvenire a necessità domestiche ed a curare interessi accademici, mentre in municipio avrebbe scalato, da assessore a sindaco, l’ingegner Giovanni Marcello).
Allora fu approntato uno stringente programma celebrativo che effettivamente, coinvolgendo tutto il clero diocesano e diversi vescovi, mobilitò migliaia di fedeli non soltanto cagliaritani ma anche della provincia. E di tutto fu utile preparazione la pur breve serie di Aprile 1907, come si chiamò la rivista mensile stampata e diffusa dai frati minimi sardi dal 15 aprile 1906: dodici uscite, fino al 15 marzo 1907, vigilia delle solenni liturgie.
Nell’aprile giusto del 1907 – quattrocentesimo anniversario del pietoso transito del santo (avvenuto in Francia, dov’era stato insistentemente richiesto della presenza, d’una presenza… salvifica in casa del re!) – la chiesa antica posta di fronte al porto s’era affollata di devoti ad ogni ora e per giorni e giorni, e vescovi e monsignori e religiosi s’erano susseguiti all’altare o sul pergamo fra canti e incensi e luci e drappi dorati, perché tutto fosse degno del santo eremita calabrese. E nel tutto venne anche compresa la doppia distribuzione ai poveri di 91 pani, tanti quanti erano stati gli anni del santo alla sua morte.
Va poi detto che l’arcivescovo Pietro Balestra, francescano conventuale a capo dell’archidiocesi di Cagliari ormai da un lustro e più, volle sottolineare sia l’importanza in sé della decisione pontificia – quella della promozione del “patronum minus principalem! – sia la sua ricaduta cittadina, con una corposa lettera pastorale, corposa non tanto o non soltanto per l’abbondantissimo numero di pagine che la conteneva quanto per la sostanza ecclesiale e sociale che la distingueva proponendosi come indirizzo di pedagogia spirituale adatta al tempo e al luogo. (Il testo, apparso a suo tempo in fascicolo, è stato ripubblicato da Francesco Atzeni e Tonino Cabizzosu in Pietro Balestra. Lettere Pastorali 1901-1912, volume uscito per la cagliaritana Zonza editori nel 2005: si tratta di una lettera datata 2 febbraio 1907 e rivolta ai diocesani non soltanto di Cagliari ma anche di Ales e Terralba, chiesa territoriale della quale il presule era allora amministratore apostolico in attesa della nomina del successore del defunto monsignor Garau Onida; articolata in nove capitoli dopo l’introduzione – In nome di S. Francesco di Paola, L’umiltà di S. Francesco di Paola, La semplicità di S. Francesco di Paola, La purità e la penitenza di S. Francesco di Paola, Charitas!, La fede di S. Francesco di Paola, La glorificazione di S. Francesco di Paola. L’Ordine dei Minimi, L’Ordine dei Minimi e la Sardegna, Devozione a S. Francesco di Paola, questi i titoli – si concludeva, data l’evidenza contingente, con l’esortazione ad una Colletta per i bisogni della cristianità in Francia. Le disposizioni dell’arcivescovo ai parroci e rettori furono per la pubblica lettura, pezzo a pezzo, in occasione delle liturgie settimanali, del lungo o lunghissimo suo scritto incisivamente catechistico in alcune parti, e certamente di singolare interesse nella parte storico-biografica estesa dalla persona del taumaturgo all’Ordine da lui fondato e radicatosi anche nell’Isola – da Oliena ad Assemini, da Sassari a Sedini, da Lula a Villanovafranca – ormai da quattro secoli).

Va anche detto, o ripetuto, che alla preparazione delle celebrazioni programmate per la primavera di quell’anno certamente contribuì la dozzina di numeri del cennato periodico Aprile 1907 che i paolotti allestirono incontrando un largo e favorevole riscontro nella platea degli assidui alle funzioni officiate nella chiesa di via Roma. Ogni fascicolo conteneva spezzoni della vita del patrono, un notiziario dalle varie comunità dell’Ordine, rubriche di corrispondenza (e in ogni numero apparvero anche le lettere di consenso inviate dai presuli isolani – da Balestra a Canepa, da Ingheo a Tolu, da Paderi a Cano e Vinati, e da taluno dei loro colleghi del continente come Sargente di Cosenza o come Allegro di Albenga lui “obbligato all’Ordine dei minimi”. Frequenti le illustrazioni, anche fotografiche fra chiesa e convento e reliquie, della realtà dell’Ordo Minimorum nella città d’origine del “patriarca” come fu sovente indicato San Francesco; e fra le “perle” isolane cui si dette il giusto spazio meriterebbe richiamare i versi dei goccius che furono dedicati a Sant’Emiliano protomartire e ritenuto, forse più per mito che per storia, il secondo vescovo della cronotassi episcopale cagliaritana).
Né forse sarebbe da considerare circostanza marginale, a valutare il rigoglio religioso curato dai padri minimi anche a Cagliari, il fatto che il superiore della comunità conventuale di via Roma – il padre Alfonso M. Porpora – godesse di tanti e riconoscibili talenti suoi da essere presto eletto alla unanimità, in avvicendamento del padre Luigi Vincenzo Rossi, correttore, cioè generale, dei Minimi, famiglia regolare che contava, soltanto in Italia, diverse centinaia di religiosi obbligati da voti e/o ordinati.

Le celebrazioni della primavera 1907
La grande festa spirituale d’inizio aprile, dunque. Iniziò tutto, la tarda mattina di martedì 2, con il solenne pontificale dell’anziano arcivescovo Pietro Balestra, e tale fu l’afflusso dei fedeli che forse la metà di loro si trovarono costretti, per quanti erano ad addensarsi nella pur grande navata (grande ma meno dell’attuale, risultato di interventi realizzati negli anni fra ’20 e ’30) e nelle cappelle laterali, ad assistere fuori del portone.
La sera toccò a monsignor Raffaele Piras, quartucciaio neovescovo in Abruzzo che dal pergamo recitò il suo dotto panegirico, cui seguirono due benedizioni: quella dello stesso monsignore e quella papale porta, per delega, dal superiore paolotto.
Il suggestivo accompagnamento musicale all’organo fu merito del giovane maestro Nino Alberti, assiduo collaboratore anche de L’Unione Sarda (che degli eventi di quei giorni dette corrente cronaca al pari del sanjustiano Il Corriere dell’Isola allora al suo esordio): egli si stanziò all’organo mattina e sera eseguendo la messa a tre quarti reali del maestro Giovanni Heymans con accompagnamento d’archi, e di sera, oltre al Tantum Ergo del maestro Andrea D’Angeli, una sua composizione proprio dedicata a San Francesco di Paola!
Gli dette il turno, alle 21, a buio ormai arrivato, la banda cattolica cagliaritana, mentre dal tetto della chiesa si sparavano razzi e granate.
L’indomani mercoledì 3 la messa solenne della mattina venne officiata dal Capitolo della primaziale con il decano can. Efisio Serra, mentre la sera toccò al can. Eugenio Puxeddu che concluse la sua orazione panegirica con una triplice benedizione ai fedeli.
E così ancora il giorno dopo, seppure con cambio di attivi: la messa solenne mattutina fu celebrata dalla collegiata di Sant’Anna col suo presidente Silvio Canepa, mentre di sera l’orazione panegirica e la benedizione finale furono compito assegnato al teol. Mario Piu (di lì a poco presidente in avvicendamento di monsignor Canepa trasferito al Capitolo metropolitano).
La mattina di venerdì 5 a pontificare fu monsignor Salvatore Tolu, arcivescovo di Oristano (con accompagnamento musicale della seconda messa del mastro Giovanni Haymans); di sera la predica fu del provicario generale Giuseppe Miglior (prossimo vescovo di Ogliastra) e le musiche ancora di Nino Alberti che replicò il suo inno patronale mentre il Tantum Ergo a tre quarti con accompagnamento d’archi fu quello del maestro Benedetto Joss.
Chiuse il ciclo ancora monsignor Piras in quanto al pontificale, mentre la sera il panegirico e la benedizione furono affidate al quaresimalista della cattedrale, il conventuale padre Stefano Ignudi.
E così si continuò fino a domenica 14 quando una solennissima processione volle accompagnare la statua di San Francesco dalla sua chiesa fino alla cattedrale, risalendo le strade che dal basso dalla Marina all’alto del Castello apparivano tutte pavesate con drappi bianchi e colorati esposti alle finestre dei palazzi. La recita del rosario era volta a volta intervallata dalle note della banda musicale cattolica.
Giunti a destinazione si collocò il santo al centro del duomo (allora orfano della sua facciata barocca e ancora senza quella neoromanica pisana, e privo anche degli abbellimenti pittorici che sarebbero venuti un giorno, sulle volte, dall’arte di Filippo Figari) e finalmente l’arcivescovo Berchialla, assistito dai vescovi suffraganei di Iglesias e Nuoro, Raimondo Ingheo Ledda e Luca Canepa, intonò il suo pontificale. Sul presbiterio, con i suoi preziosi parati, anche la collegiata di Sant’Eulalia che aveva pure essa scortata la statua del santo nel suo viaggio cittadino. L’omelia dal pulpito fu compito del già citato quaresimalista padre Ignudi, accreditatissimo dantista e critico letterario. Il quale si confermò quell’abile e sapiente oratore per cui era disputato dalle cattedrali di tutt’Italia. Tutto si concluse con la benedizione papale impartita dall’arcivescovo.
Lasciato il simulacro nella (comunque) bella navata di Santa Maria per qualche ora ancora dopo la fine della messa, e mentre nuovi devoti arrivavano dai paesi dell’hinterland e della provincia, le funzioni ripresero nel tardo pomeriggio con i vespri recitati dai canonici del Capitolo metropolitano e il riordino processionale in vista del ritorno nella via Roma. Dove si giunse passando, con lento procedere, per le vie Lamarmora e De Candia a Castello, la via Mazzini e la piazza dei Martiri e, da qui, la via Manno nel quartiere della Marina, fino alla piazza Yenne, al corso Vittorio Emanuele e la via Sassari a Stampace. Imboccando la via Roma (che un tempo si chiamava, non a caso, San Francesco al molo!) tutti s’accorsero d’essere arrivati finalmente in un’area calda di famiglia.
Preceduto dallo stendardo delle terziarie, il santo tornò così nella sua chiesa sempre strapiena di gente tesa nel proprio fervore: esposto il SS. Sacramento all’altare e intonato il Tantum Ergo, monsignor Berchialla impugnò l’ostensorio e, discesi i pochi gradini del presbiterio per percorrere l’intera navata fino ad arrivare all’ingresso del tempio, impartì con esso la triplice benedizione prevista dal rito solennissimo. Rientrato egli in sede, un diacono pronunciò il fatidico “ite missa est” e da allora lo sfollamento procedette: procedette lento lentissimo per gli… intoppi da mettere in conto, dico per l’insistenza degli avvicinamenti popolari alla statua patronale, gli omaggi e certamente anche le personali impetrazioni di speciali grazie.
Per qualche mezz’ora fu infine il turno allora di granate e razzi illuminanti sparati dal tetto della chiesa.
Una storia di 119 anni fa. Ma erano… soltanto 50 quando alla famiglia paolotta fu invitato ad affacciarsi il giovane direttore de L’Unione Sarda.
Crivelli laico liberale ma naturaliter cristiano
Crivelli è un intellettuale laico, liberale, ma ha una formazione domestica cattolica che sempre ha fermentato nel suo animo donandogli le energie morali, e anche quelle più intime, spirituali, per affrontare le dure vicende che nella sua vita non sono mancate né mancheranno, dalla tremenda e prolungata prigionia in dodici campi di lavoro nazisti, a permanente rischio di morte, quando non aveva che 23 e 24 anni, ai dolorosi lutti di casa, di quella grande e di quella piccola.
E però, fatta questa tara – che rimanda ad una educazione familiare da ritenersi quella stessa ordinaria degli italiani delle generazioni passate, per cui non sono diverse Cagliari e Trieste, Capodistria e Roma – sarebbe interessante, prima di arrivare al testo, invero rapido e semplice, consegnato alla composizione in tipografia, dire qualcosa di Crivelli giornalista nel campo di una pubblicistica regionale solcato, in quegli anni ’50, da concorrenze umorali ed avversioni ideologico-politiche, raggruppandosi i cattolici dell’obbedienza clericale da una parte e… tutti gli altri dall’altra.
Nel 1957 si sta consumando la stagione di vita, durata un decennio, de Il Quotidiano Sardo, giornale del mondo cattolico regionale, per non dire direttamente dei vescovi, o magari personalmente di monsignor Paolo Botto energico e battagliero arcivescovo di Cagliari dal 1949 (dopo Balestra, morto nel 1912, sono stati presuli diocesani prima monsignor Francesco Rossi, quindi monsignor Ernesto Maria Piovella, cui è succeduto appunto il dinamico vicario generale di Chiavari).
E fin dai primi giorni della direzione de L’Unione Sarda Crivelli deve rendersi conto che avrà da scontrarsi, né sarà di rado, con il giornale guelfo diretto da monsignor Giuseppe Lepori che a lungo è stato, negli anni della dittatura e… perfino accarezzando la dittatura, condirettore ed editorialista de La Sardegna Cattolica, settimanale diocesano-regionale fondato nel 1928 e rimasto in campo fino al 1947 (dandosi il cambio, appunto, con Il Quotidiano Sardo fondato nell’anno stesso delle elezioni per la Costituente, ad Oristano, dall’arcivescovo Giuseppe Cogoni e, dopo la morte di questi, passato al capoluogo e al comando sostanziale di monsignor Botto) .
S’era introdotta nella dialettica civile ed in quella strettamente giornalistica, da parte dell’area cattolica più prossima alla sensibilità dell’arcivescovo cagliaritano, la categoria dottrinaria della “Buona stampa”, da identificarsi con le produzioni delle rotative di matrice diocesana. Sicché, alzandosi la polemica sovente stizzita e banalmente manichea combinata nelle stanze dell’episcopio cagliaritano con le convenienze dei politici del Biancofiore al potere alla Regione e alle Province e ancor più diffusamente negli enti comunali, L’Unione Sarda – che pure con la direzione di Giulio Spetia, dunque fino a tutto il 1953, s’era distinta per una certa misura o austerità di commento – era stata infilzata nei giudizi dell’… oltretevere locale come portatrice di posizioni troppo liberali e perciò da combattere all’edicola e in ogni luogo.

Il debole impegno delle strutture associative e parrocchiali nella diffusione e nel sostegno finanziario al Quotidiano Sardo fu il maggior fattore di una crescente marginalità, fra i lettori, dell’interesse al giornale e alle sue posizioni, sicché la curia arcivescovile di Cagliari cercò rimedio mobilitando le proprie falangi in sovrapposizione alle sezioni democristiane per il rilancio delle vendite, e cioè della… semina valoriale della “Buona stampa”. Vi fu allora anche una mostra espositiva, nel vasto atrio del seminario tridentino (quello oggi occupato dalla Biblioteca universitaria), per dar conto ai visitatori delle “magnifiche” imprese delle testate cattoliche del primo Novecento, e addirittura già del postRisorgimento e del giolittismo o crispismo di fine secolo XIX.
Tarde, per il più, a digerire la corsa della storia che aveva dato all’Italia Roma capitale unificando finalmente l’intero territorio nazionale e regalando alla patria ordinamenti progressivamente liberali, insomma sconfiggendo la teocrazia e i suoi cascami dottrinari, le falangi pacelliane in forza a Cagliari intendevano essere il puntello del nuovo potere democristiano (instrumentum regni) che, nonostante la crisi degasperiana del 1953, era comunque solido ovunque ma che si temeva perennemente assediato e sconfitto dagli avversari.
In qualche omelia, per non dire nella polemica corrente, anche la più informale, non mancavano mai le punture di spillo al giornale di Terrapieno del quale Crivelli aveva appena assunto la guida. Tanto che lo stesso direttore, a distanza di appena tre settimane dall’assunzione della responsabilità della testata, s’era deciso a rivolgersi direttamente all’arcivescovo con una lettera aperta pubblicata con larga evidenza, di spalla, in prima pagina (era mercoledì 20 gennaio).
In difesa della professione civile, era il 1954
Ne ho riferito in altra circostanza, ma qui merita – io credo – un recupero di quelle righe che spiegano molto e qualche luce volgono proprio su quella breve pagina del numero unico paolotto di tre anni dopo del quale dicevo più sopra. Eccone la sintesi esatta della mia passata ricostruzione.
Crivelli pone domande ai critici del suo giornale, non per contestare loro il diritto a un giudizio qualsiasi, ma per comprendere la logica di quel certo giudizio, e i dati fattuali che lo giustificherebbero. È legittimo e perfino sacrosanto – scrive il direttore – che la Chiesa sostenga i propri organi di stampa e combatta a viso aperto quei periodici o quotidiani «che si dedicano all’esaltazione, sotto svariate forme, di tutte quelle ossessionanti turpitudini, che si chiamino cronaca nera o pornografia, che purtroppo sembrano ogni giorno di più allargare i confini del lecito e del tollerabile». Ma – ecco la domanda – che cosa c’entra L’Unione Sarda con tal genere di pubblicazioni? Perché mai alcuni sacerdoti si sono sentiti di ammonire i fedeli, parlandone dal pulpito di qualche chiesa cittadina o di paese, a scegliere secondo consiglio, non secondo coscienza, la stampa in offerta all’edicola?
Domanda Crivelli: «Perché alcuni di questi predicatori hanno voluto scendere al dettaglio, specificando quali sono i giornali che un buon cattolico non deve comperare, elencando in prima fila fra i giornali regionali, fianco a fianco con i fogli estremisti, L’Unione Sarda»? Aggiunge: «Uno di loro ha voluto addirittura dichiarare il nostro giornale “più pericoloso dell’Unità”, perché se l’organo del PCI è un giornale “apertamente e dichiaratamente nemico”, il nostro lo è invece “abilmente e copertamente”».
La cosa pare inaccettabile perché costituisce puro dileggio del lavoro di una redazione costituita peraltro da credenti, e comunque da professionisti di valore. Amarezza, sbigottimento: ecco il sentimento di reazione ad accuse infondate. O fondate – pare di capire – su una indebita e perfino spregiudicata applicazione della proprietà transitiva, sicché ogni riserva del giornale per la politica dei democristiani deve estendersi ai patroni elettorali dei democristiani, e quindi alla variegata organizzazione cattolica sul territorio e magari al vertice diocesano… «I componenti di questa redazione – scrive Crivelli – sono tutti buoni cattolici», certamente fallibili così come ogni uomo è fallibile, ma certamente non riducibili ad un’accolta di mendaci o ipocriti. E aggiunge ancora: «Dove comunque non crediamo, noi tutti, di aver mai tradito i nostri principi di buoni cristiani è nella nostra professione, in questa difficile professione che abbiamo scelto per vocazione, per la presunzione di poter essere di qualche utilità al bene di tutti, e, comunque, non certo attirati da agi o da comodità, ahimè rigorosamente lontani e inconciliabili con chi questa professione esercita».
Spiega ancora, il direttore, quali siano i criteri seguiti quotidianamente dai redattori de L’Unione Sarda nella fattura del loro giornale e intende dimostrare come tale pratica sia perfettamente coerente con i grandi valori di un cristianesimo non assimilabile certo ad una setta, ma avvertito semmai come potente scuola etica, che guarda al vero e impegna al dovere: «in politica questo giornale ha sempre sostenuto la causa della libertà e della democrazia», mentre alle estreme il comunismo si richiama allo stalinismo sovietico e il Movimento Sociale Italiano riunisce i nostalgici della dittatura. In campo sociale «stando fuori e al di sopra dei partiti – precisa – ci siamo sempre battuti per più vasti e più meritevoli interessi: soprattutto per quelli delle classi più disagiate, convinti che migliori condizioni di vita per loro possono venire solo da illuminate e graduali riforme, quelle stesse che vaste correnti cattoliche nobilmente propugnano non da oggi».
Ma se questi sono i principi etici che la stessa dignità della cittadinanza – intesa come condizione della persona riconosciuta dall’ordinamento – implica come irrinunciabili, il mestiere del giornalista da lì muove nel concreto nella valutazione dei fatti della cronaca, quale che sia il suo teatro – ora politico ora culturale, o sportivo, o giudiziario, o genericamente civico – e con gli strumenti della indipendenza e della intelligenza critica compila il notiziario senza censure di comodo, e ne propone letture ragionate. Ancora: «ignorare il male non significa combatterlo», e dunque nella selezione di fatti da raccontare la cronaca nera deve avere il suo spazio, senza censure come senza intenti provocatori o, peggio, quando se ne darebbe facile occasione, pruriginosi. D’altra parte la foliazione d’un giornale, e de L’Unione Sarda nel caso specifico, presenta spazi non marginali con contenuti suscettivi di «letture serene, adatte alla grande massa di famiglie che da tanti anni sono affezionate» al quotidiano. Per non dire – sotto altro profilo – della sollecitudine del corpo redazionale a sovvenire alle molte situazioni di bisogno materiale promuovendo collette fra i lettori (così è stato, ed è riscontrabile, anche nel primo numero firmato, a Cagliari, da Crivelli).
Ecco Crivelli neodirettore, gennaio 1954. Importava ricordare questo perché, collocando il direttore del nostro maggior quotidiano nel suo tempo (che in parte è stato anche il mio), ben s’avverte l’artificiosa giustapposizione che un certo mondo religioso locale supponeva (certificandolo!) del sentimento civile ad uno scetticismo o agnosticismo di principio per gonfiare, in opposizione, di purezza dottrinale il guelfismo democristiano.
Ecco perché, nella sua obiettiva modestia (tutta motivata dalla occasionalità dell’impegno), l’articolo richiesto nel 1957 dai minimi dell’Ordo minimorum a Fabio Maria Crivelli prende ali e vola. Spiega dell’uomo prima che del professionista che firma, ma anche del professionista che non teme confusioni e dà a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio, mentre in episcopio continua a sedere monsignor Paolo Botto, lo stesso arcivescovo delle polemiche di mille giorni avanti.
Il mare e le sue suggestioni, fra Capodistria e Cagliari
Se San Francesco di Paola è il patrono degli uomini di mare lo è certamente di marinai e pescatori di Cagliari e anche di quelli della sua Capodistria, la città – oggi Kopar slovena – lasciata da Crivelli nei suoi otto anni per trasferirsi con la famiglia a Roma. Sì, degli uomini di mare ma, per estensione, degli abitanti tutti delle città di mare, appunto di Cagliari come di Capodistria e di Trieste, amata e meravigliosa patria di sua madre, e di Paola calabrese.
Credo sia stato questo il sentimento più autentico che abbia indotto Crivelli a metter su carta alcune sue riflessioni francescane e ad averle donate ai padri dell’Ordine dei minimi con cui era entrato in confidenza.
Il direttore amava la musica, e l’austro-ungherese Franz Liszt (e Crivelli ha ascendenze paterne ungheresi), compositore e pianista, era fra i suoi preferiti. Conosceva la leggenda di San Francesco di Paola che cammina sulle acque, conosceva quelle note di piano ed ora ne era spinto a confidare il suo sentimento scrivendo:
Sono molte le pagine musicali che riescono a creare nell’ascoltatore appassionato quella mirabile atmosfera di rapida suggestione che è forse la più compiuta espressione dell’arte. Una ve n’è che particolarmente colpisce e suggestiona: quella che Franz Liszt dedicò al protettore deli uomini del mare, intitolandola “S. Francesco da Paola che cammina sul mare”.
Per chi appassionato e devoto s’accosti a questa musica, tenue e vigorosa ad un tempo, è facile sentire tutte le dolcezze del rapimento d’arte, che non viene soltanto dalla musica, ma anche, e forse soprattutto, da quelle immagini che riesce a suscitare, con nitida immediatezza. Nel susseguirsi delle note melodioso intreccio di temi sacri e profani, si avverte il significato più vero della musica del grande artista. Ed è, questo significato, espressione di un fervore religioso, di una completa devozione, di una umana ammirazione per il Santo del Mare.
S. Francesco da Paola, esaltato da Liszt e da cento altri artisti, da musici e da poeti, da pittori e scultori, è, però, innanzitutto, il Santo degli uomini che nel mare vivono il quotidiano travaglio del loro lavoro.
Ed è nelle labbra di questa gente, nelle espressioni modeste di devozione, di spontanea dedicazione che si può rilevare il più efficace riflesso di quella che può chiamarsi – non paia il termine irriverente – la grande popolarità del Santo. Una popolarità che deriva la sua validità da quegli atti di miracolosa potenza, di sovrannaturale potere, spesi per soccorrere gli uomini del mare, per alleviare il loro travaglio, per scongiurare i loro pericoli.
Ascoltando la musica che Liszt ha dedicato a S. Francesco si è portati, immediatamente, a pensare al mare. Al mare che circonda l’Italia, in particolare: azzurra distesa nelle sue coste affascinanti. Calmo, talvolta, ma più spesso corrugato di onde. E ancora, viene fatto di pensare, ascoltando la musica di Liszt, al mare in tempesta. Vi è un passaggio in quella pagina d’arte, che ricorda la violenza e la crudeltà dell’elemento scatenato, irrequieto, proteso quasi a nuocere agli uomini, a sopraffarli, umiliandoli nel loro orgoglio, riducendoli all’impotenza.
Ed è in questo passaggio che la figura di San Francesco appare più nitida: con una mano protesa sulle onde a stendere un velo di pace sul mare in burrasca, a far scudo con il suo manto miracoloso alla vita dei marinai, sorridente alle preghiere degli uomini, ancora una volta devoti, ancora una volta ammirati per la potenza del loro Santo.
Per questo S. Francesco da Paola è uno dei Santi più popolari d’Italia. Perché l’Italia è un paese di marinai, perché gli italiani vivono sul mare. E San Francesco è il Santo del mare. Il Santo che protegge i marinai dalle tempeste, che li guida nelle loro conquiste, li sostiene nel faticoso cammino di una vita dura.
Il Santo del mare S. Francesco, Il Santo dei marinai, il Santo al quale va l’incondizionata devozione, il sentito omaggio di milioni di persone. Il Santo che da luce e significato, forza e valore a quella grande risorsa che è per l’Italia, il mare.

Poche righe, tutte concentrate sul sentimento che l’umano volge o sfoga nel religioso, come se nessuna distinzione vi sia nella verità fra i due campi. Ché il bisogno riporta tutti alla propria finitezza e insufficienza, e queste rimandano agli invocati potenti soccorsi del Cielo, sapendo che di tanto Cielo sono fatti anche alcuni uomini speciali, quelli che si porgono a soccorrere i loro simili nelle tempeste del mare e della vita.
1957, le nuove feste e le attenzioni de L’Unione Sarda
Giunti al 450° anniversario della morte di San Francesco e giunti dunque anche alle celebrazioni che, fra il sociale ed il religioso, ne rinnovano il ricordo e così l’esempio e il magistero, Crivelli, tornato al giornale, sensibilizza i suoi cronisti – quelli de L’Unione ma anche quelli de L’Informatore del lunedì – affinché confezionino con il giusto risalto il notiziario degli eventi che vanno compiendosi in città. Fra essi, centrale nel sentimento diffuso, la tradizionale processione a mare.
Per una settimana, nelle edizioni d’inizio maggio, il giornale dà conto di quanto i padri minimi e i fedeli della diocesi intera promuovono per onorare il loro santo. Né, bisogna dire, si tratta di una novità per il giornale che, pressoché tutti gli anni – m’è parso dal 1948 –, almeno un trafiletto, e talvolta qualcosa di più, ha riservato alla festa religiosa tanto partecipata dai cagliaritani. Basta sfogliare le collezioni de L’Unione per trovarne traccia abbondante (e a corredo di questa nota taluna, soprattutto dei finali anni ’40 e primi ’60, la riporto a dimostrazione).
In quanto al programma del 1957, e limitandomi ad esso, evidenzierei l’anticipazione di cronaca del 3 aprile, e i notiziari in successione dal 4 maggio all’8.



La ricorrenza liturgica del 2 aprile è celebrata, simbolicamente, dai fasci di luce proiettati dai riflettori della Marina Militare sulla facciata della chiesa d via Roma. Al comando dell’ammiraglio Giuliatti marinai e ufficiali rendono onore al loro protettore raccogliendo attorno al loro gesto il consenso e l’ammirazione dei devoti.
Il 3 maggio monsignor Lepori celebra la messa solenne tutta dedicata ai marinai militari. Preceduti da un picchetto d’onore, intervengono il capo di stato maggiore in rappresentanza del presidio e gli ufficiali della base. E poi sono benedizioni e benedizioni, con fervide insistite invocazioni al patrono degli uomini del mare.
Se quella del 3 è chiamata “giornata del marinaio”, quella invece dell’indomani s’intitola “giornata del marittimo”, volgendosi insomma il protagonismo della devozione dai militari ai civili: la messa pontificale è celebrata dal vescovo di Alghero (e a lungo già superiore mercedario a Cagliari) Adolfo Ciuchini, che, in conclusione, benedice le imbarcazioni attraccate ai moli di fronte alla chiesa.
Nel mezzo della folla di fedeli anche i rappresentanti sindacali di categoria e tutti partecipano, nella mezza sera, alla processione a mare. A bordo di un rimorchiatore della Marina Militare il simulacro di San Francesco con i suoi religiosi, i confratelli e la Banda cittadina offerta dal Comune fa il giro del porto. Raggiunti i moli foranei viene gettate in mare una corona di fiori in memoria dei caduti ed un’altra è lanciata da un aereo che incrocia sull’imbarcazione. Al rientro in chiesa ecco la solenne benedizione eucaristica mentre altra musica sostiene la fervorosa preghiera di tutti. Nella tarda sera un concerto in via Roma chiude la giornata.
Sono istantanee, tutte queste, che rimandano ad un sentire profondo dei cagliaritani – forse bisognerebbe dire… dei cagliaritani d’un tempo, anche di quelli carezzati per altri versi da un certo secolarismo modernista…
Il libro cronico registra eventi che, tanto più in un sistema complesso come è una comunità religiosa dalle mille relazioni, darebbero conto, a scorrerlo con pazienza, delle dinamiche sociali come degli arricchimenti artistici suggeriti dal tempo o imposti dalle circostanze. A restare nel range di calendario del quale ho proposto un focus, potrei dire dell’inaugurazione del nuovo grande organo di cui la chiesa di via Roma s’impreziosì nel 1956 e della prestazione che proprio allora fornì, in omaggio al nostro santo patrono, il maestro Ferruccio Vignanelli, presidente della “S. Cecilia” nella capitale e grande esperto anche del canto gregoriano….


Potrei anche ricordare il solenne rito funebre celebrato per i giocatori della squadra del Torino nel maggio 1949. Le vittime dell’incidente aereo avvenuto sul cielo di Superga furono suffragate da don Paolo Carta – prossimo vescovo di Foggia e arcivescovo di Sassari – e toccante fu anche il breve discorso di partecipazione al lutto che volle tenere il sindaco Luigi Crespellani (lui quasi al suo addio al Municipio per assumere la presidenza della esordiente Regione Autonoma). Quel giorno la chiesa si riempì di labari e bandiere e gli atleti di vari sodalizi sportivi, a partire dai rossoblù del Cagliari e dai calciatori del G.S. Carbonia vestirono il ruolo di testimoni interpreti del sentimento di pena che fu sardo come fu nazionale.
Flash di cronaca, dal ’48 passim…











Un libro per una storia paolotta sarda
Pubblicato dalla 3 ESSE nel 2009 – nell’anno stesso della dolorosa scomparsa del mio amico, anziano e stanco, Fabio Maria – uscì, forte di oltre trecento pagine, il volume I Minimi di San Francesco di Paola in Sardegna. Note storiche ed artistiche dal 1586 al 2009 a firma degli instancabili e valorosi ricercatori Francesco Virdis e Terenzio Puddu, che si mossero per incarico dello stesso Ordine religioso. Vittorio Scano, direttore dell’Almanacco di Cagliari mi chiese di recensirlo per la rivista, concedendomi tutti gli spazi di autonoma integrazione che infatti mi presi con larga licenza, e per l’edizione del 2011 e con la firma di Cleliano Aru pubblicai l’articolo dal titolo “Contraddistinti dalla modestia: I Padri Minimi, l'ordine fondato da San Francesco di Paola, sono giunti in Sardegna nel 1586”.
Le più di 300 pagine del bel lavoro di Virdis e Puddu riespongono episodi e figure che incrociano costantemente la storia religiosa a quella civile dell’Isola e del suo capoluogo, e sembrano offrire come il filo rosso di una vicenda collettiva che attraversa l’età spagnola, quella sabauda – prima e dopo l’unità d’Italia –, quella infine nostra, moderna e repubblicana.
Ricchissimo l’apparato bibliografico (con numerosi rimandi anche ad articoli pubblicati dall’ Almanacco a firma Francesco Birocchi, Luigi Cherchi, Antioco Piseddu, Giorgio Plaisant) e la lista dei documenti inediti scovati dai due ricercatori in una decina di archivi storici, incluso quello Segreto Vaticano e di Stato sia di Cagliari che di Torino.
Assolutamente pregevole anche l’accompagnamento fotografico, fra istantanee storiche e flash recenti che testimoniano l’indiscussa attualità e validità della missione paolotta.
Riporto qui di seguito, in via speciale dedicandolo alla memoria magistrale dell’antico e caro direttore de L’Unione Sarda, ma anche a quegli amici di Paola e della Calabria che m’accompagnano in questa mia finale stagione di vita, il testo di quell’articolo che fu scritto con la passione di chi non dimenticava di aver partecipato, da bambino, alle feste religiose e alle processioni a mare in onore del patriarca e taumaturgo.
Dei Minimi nostri modesti e gentili
«Ses ritrattu singulari / De Gesus Nostu Segnori / In su Xelu, Terra e Mari / Ses Franciscu Protettori». Così recita il ritornello dei “goccius” che un tale padre Fenu, sacerdote in forza al convento di Cagliari, dedica nel 1818 al «minimu maximu» fondatore dell’ordine religioso – quello detto appunto dei Minimi – sbarcato in Sardegna, a quella data, già da due secoli e mezzo. Risalgono infatti al 1586 le prime notizie della presenza dei frati detti “mendicanti” nella nostra Isola, ed è da dire che da allora la devozione popolare per il santo eremita calabrese ed il radicamento della compagnia da lui promossa si sono rafforzati progressivamente.
A sostenere l’attività propriamente religiosa – quotidiana amministrazione dei sacramenti, istruzione catechistica, assistenza e conforto agli ammalati, funerali e sepolture – è, nell’arco di ormai ben 426 anni, una folla di quasi cinquecento tra “padri” e “professi”, “frati laici” e “terziari”, “probandi” e “novizi”, “suddiaconi” ed “oblati”. Insomma tutto un panorama articolato di gradi e funzioni per dire però che, a Cagliari ma anche ad Assemini e Oliena, Villanovafranca e Sanluri, Lula e Sedini, i Paolotti hanno portato, nella varietà delle condizioni storiche e sociali della nostra Isola, il carisma del loro fondatore.
Il top è, evidentemente, nel capoluogo, il quale (con l’intera diocesi) dal 1907 ha in San Francesco di Paola il suo patrono minore, o compratrono con San Saturnino. Merito soprattutto dell’arcivescovo Pietro Balestra, un francescano conventuale, che unitamente al Capitolo metropolitano, alla famiglia dei Minimi ed ai fedeli del quartiere della Marina, ottiene da papa Pio X un tale riconoscimento. Città di mare, Cagliari si è infatti indissolubilmente legata al carisma del Paolano, che non a caso sarà proclamato da Pio XII, nel 1943, protettore anche di marinai e marittimi. Così che la processione nelle acque del porto, per la solennità liturgica (seconda domenica di maggio), accompagna tradizionalmente le funzioni che, con grande partecipazione di popolo, si celebrano nella antica chiesa sotto i portici della via Roma.
Quando sbarcano in Sardegna, nell’autunno 1586, i Minimi vivono ancora del mito – ma bisognerebbe dire del “carisma” – ancora palpante del frate eremita morto 81 anni prima e da soltanto 67 anni elevato agli onori degli altari da Leone X. Un papa al quale – secondo i racconti agiografici – lo stesso eremita aveva predetto, fin dall’infanzia, il soglio di Pietro.
L’Ordo minimorum, ultima versione di quei cosiddetti “Minimi poveri eremiti di fra Francesco di Paola”, rimontava al 1493 (l’anno dopo – per dare un riferimento storico significativo – della scoperta dell’America e della cacciata degli ebrei dagli stati cattolici di Spagna) e, tanto più dopo la canonizzazione del fondatore, radicandosi in numerosi paesi d’Europa e soprattutto in Italia e Francia, aveva affascinato per il suo mix ascetico ed operativo.
Approvata da papa Borgia e poi da Giulio II (il papa di Michelangelo, il papa che approvò anche quella delle monache di clausura e dei terziari), la regola marcava la caratteristica penitenziale e di totale austerità di vita dei consacrati. A ciò aggiungendo una speciale dedicazione contemplativa e, naturalmente, la carità (con le opere di misericordia corporali) verso i poveri e chiunque nel bisogno.
Pur in mancanza di fonti significative, certo è che il “caposcuola” dei Paolotti sardi fu un nuorese: fra Domenico Marteddo che per l’impianto bussò alla porta del reggente la diocesi di Cagliari, canonico Giovanni Ferrer.
Fra Domenico non era solo: aveva con sé quattro confratelli, ed insieme, per alcuni mesi (quelli autorizzati dalla bolla di monsignor vicario), peregrinarono questuando per la provincia, forse soltanto per farsi un’idea delle concrete possibilità di missione, ma ovunque predicando, in umiltà, il carisma del loro Ordine quaresimale.
Le incertezze documentarie circa l’avvio della presenza dei Minimi nell’Isola sono fortunatamente riscattate, nel tempo, da un profluvio di fonti che, ad iniziare già dai primi decenni del XVII secolo, danno ampio conto della personalità di numerosi dei protagonisti di quel faticoso lavoro di evangelizzazione fra città e campagna, delle loro strutture materiali – fra chiese e conventi –, ma soprattutto della devozione popolare che anche in Sardegna farà di Francesco di Paola il santo più amato e invocato, insieme con Sant’Antonio da Padova.
Allora, negli anni a cavallo fra Cinquecento e Seicento, l’insediamento dei religiosi avvenne a Stampace, forse proprio nella primitiva modesta architettura della chiesa che sarebbe stata poi intitolata all’Annunziata. Aperto da frati siciliani e calabresi, e dipendente (ancorché saltuariamente) dalla provincia religiosa di Maiorca dove avevano “professato” numerosi coristi sardi, il convento serviva la piccola chiesa che (con il cenobio ed un giardino munito di «fontana sorgente») era stata offerta da tale Francesco Astraldo, mercante genovese fattosi ricco in Sardegna, il quale l’aveva a sua volta rilevata dagli Agostiniani. L’atto del 21 dicembre 1621 che certifica il passaggio di proprietà, indica anche i nomi dei sette fra «padri e fratelli professi», diaconi e suddiaconi chiamati, con il vicario generale dell’Ordine fra Emmanuele da Palermo, a ricevere la donazione: sono il superiore Emmanuele di Saleme, Diego Gottierres, Andrea da Trapani, Paulonio da Piacenza, Vito da Trapani, Girolamo Marsala, Biasi da Casti.
Si tratta ora di immaginare questa parte “fuori le mura” della Cagliari secentesca, giusto a mezza strada fra Stampace e Sant’Avendrace, e in altitudine giusto sulla linea mediana della collina che dall’area attorno alla piazza del Carmine (l’antico forum della città romana) e al tempio giudicale di San Pietro arriva fino al Buoncammino e alle punte de “is mirrionis”. Terreni agricoli coltivati e alberati con pozzi, ma anche case d’abitazione più o meno appariscenti dentro e fuori, ed un intrico di stradine di collegamento fra i fondi più spesso separati da muriccioli. Insomma una parte di città “extra muros”, a un chilometro dai confini fortificati e dalle porte della “villa” di Stampace.
La generosità di messer Astraldo, residente lui stesso in quella zona, ha un prezzo tutto spirituale: i frati dovranno onorare il fondatore San Francesco, nel giorno della sua festa liturgica, con «una torcia di cera bianca» del peso di 6 once, e suffragare il benefattore, quando sarà il momento, con «una messa cotidiana in perpetuum di requiem nei venerdì di San Francesco di Paola et il sabato di Nostro Signore» e altre speciali orazioni, nonché riservare a lui ed ai suoi discendenti la sepoltura «in capo» all’altare maggiore o alle cappelle laterali. Da quel momento la presenza e l’attività dei religiosi cagliaritani entra nei rapporti periodici rimessi dall’arcivescovo pro tempore alla Santa Sede.
Nel 1630 quello di Stampace “extra muros” è uno dei dodici plessi religiosi funzionanti sul territorio urbano. Meno di tre lustri dopo esso sarà pressoché totalmente distrutto a causa di un violento nubifragio abbattutosi sulla città. Allora i frati ritireranno il Santissimo dal tabernacolo e si trasferiranno per qualche tempo presso il vicino e prestigioso cenobio dei Minori conventuali, il maggiore dell’Isola. Alluvione forse benedetta perché da lì originerà una più solida fase nella vita comunitaria dei Paolotti locali: grazie alla famiglia Ventallols che metterà a disposizione, ad un passo dal porto, chiesa (già di Santa Teresa) e alloggio (già sede della confraternita degli artiglieri) per un massimo di 12 piazze. Ovvio il vincolo posto dai donatori: dedicazione a San Francesco di Paola, oltre all’impegno di una sorta di leadership cagliaritana sugli altri eventuali insediamenti dei Minimi nell’Isola. Come a Stampace anche i benefattori della Marina chiedono di essere sepolti nel “carnero” sotterraneo e il suffragio di una candela di cera bianca in occasione della festa del santo. Non mancano peraltro, da parte dei Ventallols, numerose e sia pure modeste attestazioni della confermata benevolenza verso l’Ordine, ora per onorare il Santissimo Sacramento o impreziosire l’altare maggiore con sempre nuovi ornamenti o retabli, ora per ampliare e migliorare l’abitazione comune.
E il convento pur malridotto e ormai vuoto di Stampace? Rientrato nella disponibilità degli Astraldo e donato da questi agli Scolopi in cerca di residenza nell’Isola (e in attesa di una migliore sistemazione a Castello), esso rimane un tardivo oggetto del desiderio di chi l’aveva abbandonato ma che vorrebbe ora riprendersi almeno l’orto da coltivare. La rivendicazione attira sui figli di San Francesco una ostile accusa di venalità: dall’arcivescovo spagnolo, dagli Scolopi naturalmente, dalla famiglia filantropa, dalla stessa Municipalità. Una ostilità che si rinforza quando i frati s’armano addirittura di bastoni e tentano l’assalto ai confratelli dell’Ordine del Calasanzio. La pace è infine imposta dalle guardie regie ma i frati votati alla… ascetica quaresimale e alla povertà ci rimettono, per l’evidente contraddizione, la faccia, seppure bisognerebbe dire che tutta la religiosità barocca ha in sé, combinato con i rigori controriformistici, un che di… intensamente profano e forse pagano.
Monsignor de la Cabra – il presule che fra pochi anni sarà fra le prime vittime della peste rimediata infine dall’intercessione di Sant’Efisio – intende istruire un processo esemplarmente punitivo. Da molte parti si spinge per il trasferimento dei Minori – ormai ridotti alla fame – nella lontana isola di Maiorca. Poi le acque si calmano e i frati – una decina e più – si rassegnano: debbono accontentarsi del compendio di «la Plassa», al Molo cioè. E qui essi sottoscrivono vari contratti relativi alle sepolture nel sotterraneo della chiesa, pagati con moneta sonante parte della quale destinata, peraltro, alla esosa mensa arcivescovile. Un esborso – andrebbe precisato – comunque coperto dalle offerte e frequenti lasciti ricevuti dai religiosi in cambio di messe e preghiere.
È dal “quartier generale” del Molo cagliaritano che inizia, verso la metà del XVII secolo, l’espansione (non sempre felice) dell’Ordine nelle varie regioni dell’Isola. Le “ville” interessate al percorso sono almeno sei: dall’hinterland cagliaritano al medio Campidano, dalla Barbagia all’Anglona.
Ad Assemini i figli di San Francesco arrivano all’inizio del Settecento, secondo quanto emerge da vari lasciti per suffragi post mortem. La chiesa officiata è quella della Vergine del Buon Cammino a fianco della quale viene edificato un piccolo convento. Offerte in denaro e legati (sono case e terreni per una quarantina di ettari) continuano per tutto il secolo e forse fino alla vigilia della “fusione perfetta”.
Pressoché dello stesso periodo è la missione di Villanovafranca, in territorio diocesano di Oristano. Chiamati dal notaio Francesco Bernardo, i Paolotti s’impegnano a fare catechismo, assistere ammalati e moribondi, predicare i quaresimali. Certamente gradito giunge loro – in aggiunta a vigneti e greggi – un cospicuo lascito in Gesturi. E sarà per ringraziare la benefattrice che essi intitoleranno la chiesa villanovese, oltre che a San Francesco, anche a Santa Caterina alessandrina (quella stessa celebrata a Cagliari nella chiesa di via Manno frequentata anche dalla Deledda nel suo breve soggiorno cagliaritano e destinata infine a sfarinarsi sotto le bombe del 1943).
Le leggi soppressive degli ordini religiosi nel 1866 scudiscerà, nonostante gli estremi appelli lanciati dalla Municipalità al Demanio statale, anche il piccolo convento del paese. Soltanto dopo qualche tempo – e sotto impegno di assoluta gratuità – i frati potranno tornare ad officiare avendo la gestione dei beni in mix con i funzionari dello Stato. La storia si concluderà nel 1907 con la morte dell’ultimo frate.
A cavallo fra Settecento e Ottocento si colloca la breve storia dell’Ordine in Sanluri, dove tutto inizia con una casa periferica donata da un sacerdote secolare – don Filippo Palmas – e gestita da un religioso laico. Ceduto poi in affitto, l’immobile sarà motivo di contrasti e cause giudiziarie regolarmente perse. Un fastidio, dunque, e per questo forse si giudicherà opportuno di lasciare. Un simulacro di San Francesco, eco di una storia remota, è tuttora conservato nella chiesa locale di San Lorenzo.
Ad Oliena sembra che i frati giungano addirittura nel 1631; da allora, comunque, comincia una lunga sequenza di lasciti ereditari che faranno il rigoglio dell’opera, con tanto di confraternite a supporto dei laici e del “correttore”, cioè del sacerdote che dice messa in una chiesetta di grande suggestione.
Gemellata a quella olienese è, ancora nella diocesi di Galtellì-Nuoro, la missione in Lula, dove tutto fa capo al piccolo tempio rurale edificato dal reverendo Salvatore Chessa e dedicato, ai primi del Settecento, alla Madonna di Valverde. Eredi, alla morte di don Chessa, di chiesa e terre aratorie, di magazzino delle sementi e greggi e denaro, i Minimi olienesi si impegnano «ad insegnare ai figlioli che vorranno studiare nella villa, leggere gli Evangeli agli infermi, dare a quei fedeli pascolo spirituale, predicando alla quaresima e fare le feste colla solennità e pompe nel convitto»… Ciò peraltro causerà contrasti con il parroco del paese, e i fastidi – rivelatisi maggiori dei vantaggi – saranno risolti con la rinuncia e il ritorno a Cagliari.
Precario si rivela anche l’insediamento nella diocesi di Ampurias, nella vetta nord dell’Isola, ad iniziativa del padre Domenico Pirella, originario di Sedini. Una iniziativa forse personale e rivelatasi sfortunata, non sostenuta dall’Ordine e priva di autorizzazioni anche dell’autorità vescovile.
Se la vita ordinaria della famiglia sarda dei Minimi si gioca tutta sulle attività proprie del ministero, fra sacramenti, predicazione e carità, ed i collegamenti con gli uffici centrali dell’Ordine (magari per le periodiche visite ispettive che accertino qualità del noviziato e della vita comunitaria, o l’opportunità di una fusione fra i vari conventi), i fatti principali registrati fra Settecento ed Ottocento rimandano essenzialmente al voto formulato dalla Municipalità di Cagliari nel 1739 (e ratificato l’anno successivo) per ringraziare il santo della pioggia donata alla città e alle campagne dell’entroterra dopo una lunga siccità che aveva messo a rischio i raccolti. Pervennero allora generose offerte alla “causa” paolotta ma rilevante fu soprattutto la petizione comunale, presentata però in forma imprecisa, perché San Francesco sia celebrato quale patrono minore della città.
Dimentico forse dei riconoscimenti offerti al santo dal viceré suo predecessore nel 1739, Carlo Felice propose nel 1812 addirittura la soppressione del convento al Molo, il pensionamento dei frati, e l’utilizzo dei locali come ricovero delle orfanelle da educare cristianamente. «Restano comunque in città abbastanza altri conventi», sostenne il viceré e prossimo sovrano.
Ancora in tutto l’Ottocento la vita sembra grama per tutti, e i seguaci di San Francesco l’eremita soffrono non meno degli altri. A salassare ulteriormente le loro esangui finanze interviene poi una causa di lavoro perduta a pro d’un dipendente, le tasse obbligatorie a favore della università, ecc. Quasi traendo giustificazione dalla miseria della comunità, per essa, nel 1835, si riaffaccia, su suggerimento dell’arcivescovo di Oristano e amministratore a Nuoro, nonché delegato apostolico per i religiosi della Sardegna, monsignor Giovanni Maria Bua, l’ipotesi della chiusura. Pericolo ancora una volta stornato in extremis, ma purtroppo tradottosi in realtà nel 1866, a causa delle citate leggi soppressive. Vanamente il Comune chiederà al governo di devolvere chiesa e sacrestia alla parrocchiale di Sant’Eulalia, ma riuscirà successivamente (1871) a riceverne esso stesso, dal Demanio, la proprietà favorendo in ogni modo la prosecuzione dell’attività di culto e servizio.
Così, all’indomani della storica breccia di Porta Pia, i frati, che hanno ripreso le funzioni, quasi segretamente, già da tre anni, intensificano il fare del loro ministero, svolgendole con assoluta gratuità e rispondendone soltanto al Municipio. Forse per i patimenti subiti, crescerà stavolta la simpatia per gli uomini della regola, e aumenteranno fortemente le domande di postulantato.
Nelle cronache di stampa di fine secolo e in quelle d’inizio Novecento la chiesa di via Roma – tale è ormai il nome della nuova strada sul porto – sarà citatissima: nel 1884 accoglierà le spoglie del grande tenore Mario De Candia, provenienti dalla capitale con una nave governativa e destinate al Monumentale; nel 1886, toccherà alle reliquie di Sant’Efisio e San Potito restituite dall’arcivescovo di Pisa a quello di Cagliari (custodite dai Minimi, esse saranno quindi recate in processione a Sant’Anna); così nel 1909 le salme dei cagliaritani periti nel terremoto di Messina e Reggio...
Da rilevare è anche, di questo periodo, l’affidamento ai frati dell’Ordo Minimorum della cappellania presso la casa di pena di San Bartolomeo – cioè dei forzati –, da cui la comunità che, da qualche tempo è ormai aggregata alla provincia religiosa di Genova (alla quale ritornerà poi stabilmente nel secondo dopoguerra), riesce a recuperare un modesto reddito, ad integrare le altre grame fonti di sostentamento propiziate per lo più dalla carità dei fedeli.
Nel nuovo secolo, oltre ai già citati riconoscimenti di patrono minore della città e di protettore della gente di mare, il «Santo, Patriarca e Taumaturgo» (come lo ha chiamato monsignor Balestra) sarà onorato anche con il rifacimento e ampliamento della sua chiesa. Fra il molto altro meriterebbero una speciale segnalazione le nuove provviste degli altari laterali, la zoccolatura in marmo bianco e, ad iniziare dal 1923, le decorazioni delle volte e delle pareti, per mano dei pittori Scano e Puddu. All’esterno, poi, si darà corso, fra il 1926 ed il 1932, alla nuova sobria eppur elegante facciata, con proiezione sulla linea dei porticati della palazzata umbertina. Sarà infine la guerra fascista, provocando i rovinosi bombardamenti degli alleati, ad impoverire il monumento nel mezzo del massacro dei residenti.
Devi accedere per poter commentare.


