Gianfranco Murtas

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Festa a Villacidro per gli 80 anni del suo patriarca don Angelo Pittau

di Gianfranco Murtas


Duecento persone, forse più hanno affollato in orari diversi, lo scorso sabato 14 dicembre, le sale dell’antico seminario vescovile di Villacidro per manifestare a don Angelo Pittau la gratitudine per quanto da lui, nel lungo tempo della sua vita (e gratitudine anticipata per quanto ancora da lui verrà), donato alla comunità cidrese e in generale, direbbe Dessì, di Parte Ispi, e dell’intera diocesi di Ales.

Ho aperto io i “giri di microfono”, con una breve relazione biografica del festeggiato, hanno poi portato il loro saluto e una parola di testimonianza il sindaco Marta Cabriolu, poeta-pittore-scultore (e molto altro) Efisio Cadoni, il professore Emanuele Melis, l’ecologista Angelo Cremone, il poeta e cantadore mogorese Dino Maccioni, la pianista e disegnatrice Anna Steri, l’ex sindaco (e presidente dell’associazione musicale Santa Cecilia) Concetta Vacca, l’ex vice sindaco ed esponente del laicato cattolico cidrese Giannina Orrù.

Importanti i contributi di ciascuno, originale il ringraziamento che ogni intervenuto ha creduto di offrire, con emozionata e personalissima partecipazione, a don Pittau.

Il sindaco ha ricordato come, pochi giorni dopo il proprio insediamento a capo dell’Amministrazione, fu in occasione di una pubblica processione religiosa che ebbe dall’anziano parroco-fondatore e direttore della Caritas diocesana un elenco di necessità paesane cui urgentemente provvedere…

Efisio Cadoni, ripercorrendo il corso di un’amicizia (anche di poeti, non soltanto di compaesani) lunga cinquant’anni ed oltre, ha donato i versi di una sua composizione ispiratagli dalla circostanza del compleanno giubilare… 

Emanuele Melis ha riferito delle attività comunitarie a Is Benas e dell’impegno periodico dei ragazzi nella stesura del “giornale di comunità”, dal quale ha tratto le considerazioni che alcuni dei redattori avevano espresso verso il responsabile magno, severo-perdonante (“ci ha tolto il vino e il caffè… poi ce li ha restituiti”)…

Angelo Cremone ha voluto accennare agli incontri con don Angelo in occasione delle annuali marce della pace in cui sempre è coinvolta la questione ambientale, particolarmente avvertita nel Sulcis-Iglesiente da cui si vorrebbe strappare alla produzione d’armi la grande fabbrica di Domusnovas riconvertibile in produzioni sociali…

Dino Maccioni, proponendo un testo in lingua sarda, lui mogorese e condiocesano, ha anche donato, nell’imminenza natalizia e con potente voce tenorile alzatasi all’improvviso, il canto del presepio in accompagnamento al “Nennixeddu” che veniva al mondo… 

Anna Steri ha offerto al festeggiato e all’uditorio tutto un monologo anche critico e perfino aspro su certa Chiesa poco evangelica, per poi concludere affidando tutte le sue emozioni di vita alle pagine proprio del Vangelo di Gesù di Nazaret...

Concetta Vacca, ricordando remoti trascorsi nella Lega missionaria studenti, ha richiamato anche le punture polemiche (bidirezionali) con don Pittau: prima ancora che per talune decisioni dell’Amministrazione civica (anche da lei guidata negli anni ‘80), per le scelte che diversi giovani del laicato cattolico cidrese avevano assunto a favore della sinistra comunista…

Giannina Orrù, evocando passate esperienze d’impegno religioso e sociale nella parrocchia Madonna del Rosario, ha rivelato l’amarezza profonda che don Pittau le confidò una volta, accennando al giudizio sommario e banale di taluno che in lui non sapeva vedere il prete spirituale più del prete operativo e pratico…    

Ho quindi ripreso io con la relazione sulla mostra degli scritti di Giuseppe Dessì sulla stampa quotidiana sarda (segnatamente negli anni fra ’40 e ’60), e di alcuni contributi offerti da padre Giuseppe Pittau al mensile Confronto, fondato e diretto dal 1977 dal fratello don Angelo.

Ha concluso la serata lo stesso don Pittau che ha affidato interamente ai versi di una freschissima lunga composizione “atto di fede umana e cristiana” il suo saluto ai convenuti.

Tutti siamo poi scesi al piano basso del palazzo vescovile e già seminario per visitare l’esposizione dessiana: otto pannelli accolgono, in buste trasparenti” circa 150 pagine dei giornali isolani con la firma di Giuseppe Dessì; due pannelli invece sono riservati agli scritti di padre Giuseppe Pittau S.J. da Tokio, da Roma, da varie sedi dei continenti.

La mostra resterà aperta per tutte le festività natalizie e fino alla epifania 2020.

Ecco di seguito i miei due interventi ed i versi “All’Angelo ottuagenario” firmati da Efisio Cadoni.


Custode di memorie personali e sociali, a Ruinalta    

Credo che noi umani siamo sempre, anno dopo anno, anzi giorno dopo giorno, una ricapitolazione di noi stessi. Così come ogni creatura vivente, biologicamente per la rigenerazione continua delle nostre cellule, moralmente per la rielaborazione continua delle nostre esperienze di vita.

Questa considerazione della ciclica perpetuità in verità potremmo applicarla anche alle pietre, e al nostro stesso paese d’ombre: lo spiega Giuseppe Dessì con la metafora di Ruinalta, in uno dei moltissimi articoli-racconti pubblicati sui giornali lungo gli anni, e soltanto in parte portati in una raccolta andata a stampa. Qui è il racconto “Paese d’ombra” uscito nel 1949 su Il Tempo e rifluito in La ballerina di carta nel 1957, dopo che su L’Unione Sarda nel 1955.

Questa è Villacidro – spiega Dessì –, Ruinalta come risultante del reimpiego continuo delle pietre derivanti dagli smottamenti o dai recuperi: tempo dopo tempo, la montagna s’è fatta case cresciute a valle. Scrive: “Essendo le case addossate al pendio, se un muro crolla (e questo succede di frequente perché i muri qui son costruiti con pietre e malta di fango) non vengono mai riutilizzati gli stessi sassi ma altri presi un poco più a monte; mentre quelli del vecchio muro serviranno a riparare o a ricostruire, quando che sia, un muro della casa sottostante. E così via di casa in casa, giù fino allo strapiombo. I sassi che si trovano ora in fondo al dirupo o sulla via di arrivarci sono passati, attraverso i secoli, per tutte le case di Ruinalta, dalla prima all’ultima…”.

Le pietre “solo archivio storico” del paese d’ombre. Ma anche noi siamo “archivio storico”, ciascuno di noi è l’“archivio storico” di sé.

E viene allora da pensare ad Angelo Pittau che nei suoi 80 anni custodisce, né potrebbe prescinderne, il bambino che “prima dei due anni” si portò addosso “febbri strane per oltre 40 giorni” e fu dichiarato morto, tant’è che “comprarono la bara per il seppellimento”, buttata via poi quando il padre, rientrando da Perringheri, combinò con fra Ignazio da Laconi, in alleanza quella volta Cielo e Villacidro, la guarigione del piccolino. 

Custodisce anche, Angelo Pittau ottuagenario, non il ricordo ma la memoria, che è vita rivissuta, dell’accompagnamento da chierichetto di don Isidoro Manias nelle visite alle case dei malati nel quartiere di Sant’Antonio; o del dono di famiglia – “qualcosa per il suo pranzo” – portato nella canonica del parroco povero, e puntualmente finito poi al tavolo di un povero più povero del parroco;

custodisce, Angelo Pittau ottuagenario, la memoria del bambino che prepara l’esame di ammissione alla scuola media con la maestra Amelia Trudu, anno 1951, quando entra in questo palazzo antico dei Brondo trasformato in seminario;

custodisce la memoria del ragazzino che alle convocazioni nell’ufficio del vice rettore va con il compasso, strumento di difesa da eventuali e anzi probabili aggressioni, aggressioni spicce ma ribattezzate educative da preti a loro volta vittime di mala educazione;

custodisce la memoria dell’adolescente che scrive racconti e poesie, già alla metà degli anni ’50, su Nuovo Cammino, il giornale diocesano di Ales, e non fa un dramma quando gli danno 1+ in greco, anche perché monsignor Tedde compensa tutto lodando pubblicamente la diligenza in italiano e nelle altre materie del giovane ginnasiale; 

custodisce la memoria delle visite a Bindua, dai preti minatori, e, ormai 23enne, dei sei mesi trascorsi da bracciante la mattina presto, nelle campagne del sud francese, e da scaricatore la mattina tardi al porto di Marsiglia a svuotare le navi dalle granaglie in stiva;

custodisce la memoria delle lezioni nel seminario di Cuglieri, delle incursioni quasi clandestine nella biblioteca segreta, delle domande difficili agli assessori regionali in missione informativa negli anni del Piano di Rinascita, la memoria degli esercizi di parresia – di franchezza evangelica – che sarà il tratto continuativo del suo ministero globale e locale; 

custodisce la memoria dell’ordinazione e della prima messa, con la casula non con la pianeta, con il gusto conciliare della tradizione non dell’anticaglia tanto amata dai pretini alla Lefebvre che i vescovi anche quelli sardi stanno sfornando oggi in quantità; 

custodisce la memoria del viceparrocato di Tuili, delle esperienze oratoriane compiute nel Milanese e trasferite in Marmilla, la memoria di dottor Eliseo Corona e della sua famiglia con cui vive in calorosa povertà per due anni prima del balzo in Vietnam;

custodisce la memoria della laurea alla Pro Deo e degli incontri con Dessì, quelli della cacciata dal Vietnam per troppo Vangelo, per troppa difesa dei montagnard a rischio di genocidio;

custodisce la memoria di una vita operaia a Lione ed a Torino, nei primi anni ’70, del ritorno a Villacidro nel 1974, della parrocchia alle casermette, prete non ancora quarantenne e tutto immerso nella missione progressiva della parrocchia comunitaria gestita in corresponsabilità con i laici, e dei 28 Gruppi-famiglia, del Centro di ascolto Madonna del Rosario, del Gruppo Siloe per malati mentali abbandonati, della Scuoletta, della Consulta delle Donne, dei corsi professionali, delle comunità di recupero, delle cooperative, del giornalismo di cronaca e battaglia e riflessione critica affidato a Confronto;

custodisce la memoria di cento altre cose – e mettile in fila, novantotto novantanove cento – del parrocato guspinese, delle terre di Chiesa tolte dalle nicchie e affidate ai cooperatori per semina cura e raccolto, della Caritas diocesana-regionale e di raggio asiatico e africano e latinoamericano… Villacidro è il centro dell’universo, come Ngorongoro è il centro dell’universo, e Sabuko, e Bongor, e Tokio, e Seiké, e Rombo, e Kamakura, e Dalat, così il Kilimangiaro come Gerusalemme, come l’Honduras, come la Tanzania e la Patagonia raggiunti dalla Sardegna: ogni punto dell’universo è il centro dell’universo;   

custodisce la memoria dei libri di poesia – la poesia è uno dei due polmoni di don Angelo, l’altro è il lavoro –, custodisce la memoria delle ventimila messe celebrate all’altare di chiesa e a quello di piazza, di fabbrica e di montagna, di mare pure e delle case degli impediti, custodisce la memoria delle trentadue marce sarde della pace, custodisce la memoria di Ismaele figlio di Abramo scacciato nel deserto ed accolto da Angelo a Is Benas, e forse anche la memoria della sua perdita nel più malefico banchetto dell’aids, custodisce la memoria delle intuizioni, degli affidamenti, degli azzardi, degli errori, delle cadute, delle rialzate, delle ripartenze, custodisce la memoria degli incontri sociali: una vita di incontri la sua.

Custodirà anche la memoria di questo incontro con noi.


Giuseppe Dessi e Giuseppe Pittau, guide e accompagnatori di vita

Dirò cose forse tutte note del rapporto di don Angelo Pittau, che oggi festeggiamo nell’occasione del suo 80° compleanno, con Giuseppe Dessì e con Giuseppe Pittau, personalità che entrarono entrambe, ciascuna con il proprio specifico, nel cuore e nella mente cantieri sempre attivi del nostro patriarca cidrese e sardo, rispettato e ammirato per il tanto che ha saputo essere e realizzare, direi soprattutto amato per il tanto che ha saputo ispirare alla vita di ciascuno di noi.

Fra Angelo Pittau e Giuseppe Dessì correva una distanza anagrafica di trent’anni: del 1939 il Nostro, del 1909 lo scrittore.

Quando lo incontrò a Roma per la sua tesi di laurea alla Pro Deo, don Angelo Pittau (da due anni viceparroco di Tuili) era meno che trentenne, e Dessì poco meno che sessantenne.

Da allora alla benedizione che diede alla sua salma in arrivo in paese per la deposizione nel sepolcro a terra del nostro cimitero, nel febbraio 1978, trascorse giusto un decennio: 1967-1978.

Dessì combatteva o si rassegnava al suo impedimento fisico, godeva del successo morale e letterario di Paese d’ombre, premio Strega del 1972, e di quelle ondate di studenti che anno dopo anno, un po’ in tutta Italia, non soltanto in Sardegna, portavano alla maturità il suo romanzo, e dipingeva o disegnava quanto/quando poteva.

Don Angelo, in quello stesso decennio, dopo sua la piena e drammatica immersione – fra il 1967 ed il ’69 – nel Vietnam in guerra, professore e missionario insieme, era stato in Francia, a Grenay, operaio (come operaio/scaricatore di porto era stato a Marsiglia), e poi operaio, nel sistema delle fabbriche Fiat, a Torino, e parroco-fondatore all’Ascensione, in periferia. Dopo un ritorno di mesi in Vietnam, per conto dell’ONU e per un rapporto sul rischio di genocidio dei Montagnard, era rimpatriato: in Sardegna. 

E a Villacidro – incaricato da monsignor Antonio Tedde – aveva impiantato nel 1974 la parrocchia intitolata alla Madonna del Rosario con tutte quelle attività originali di taglio comunitario, nella logica della corresponsabilità laicale, che sono note ed erano, nell’Isola del tempo, d’assoluta avanguardia.

Proprio nel 1977, in primavera, aveva iniziato le proprie pubblicazioni Confronto.

Due mesi dopo quell’esordio giornalistico lo aveva raggiunto la notizia della morte di Giuseppe Dessì.

Nel numero 3-4 di Confronto aveva scritto: 

La sua morte mi ha colpito improvvisa. Parlare di Dessì riesco anche, scrivere è difficile: è chiudere una pagina che non si vuoi chiudere, imbrattare forse una parte in cui immagini sacre invitano alla solitudine pensosa dell'andare avanti.

L'ultima volta che lo vidi si fece sera e notte sul nostro conversare in uno scavare d'esperienze incomunicabili, l'esperienza di Dio. Una esperienza inquietante ed allo stesso tempo di pace attesa e sperata, partecipata come raggi di luce e poi definitivamente conquistata, da lui conquistata e difesa in questi ultimi mesi e definitivamente posseduta nel sonno della morte. Pace erano anche i ricordi, i ricordi dell'infanzia, della fede vissuta dai suoi vecchi e dai vecchi a Villacidro a dare ancora pace a loro. Vinti dalle lotte del vivere, vita che vincevano nella fede.

Lo incontrai all'inizio del mio sacerdozio: Papa Giovanni era ancora vivissimo e vivissima era l'esperienza del Concilio: ci sconvolgevano tutti e due.

Sorrideva della mia immaturità, lo incuriosiva il mio vivere. Ed io che studiavo le sue opere per scoprire lui e Villacidro, ad un certo punto scoprii che mi aveva purificato da tutto ciò che era immaturità nel campo letterario; mi abituò a scrivere per me, perché di questo avevo bisogno allora, e forse oggi.

Continuò a seguirmi in un'amicizia che si approfondiva sempre più in comunicazione d'essenzialità.

Il vivere in Vietnam, nell'orrore della guerra degli anni 67-69, il vivere in Francia facendo il manovale e a contatto con la mistica di De Foucauld, a Torino con le fabbriche, la periferia, gli emigrati, il mio ritorno in Vietnam e poi in Sardegna: chiedeva e partecipava. Sorrideva, ascoltava, partecipava. Mi ascoltava con Luisa: questo ascoltarmi mi permetteva di capirmi: mi capivo parlando a lui che mi capiva.

Ricordo Dessì così.

Richiamava poi, don Angelo Pittau direttore di Confronto, un brano tratto dalla Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo:

Lo guarda e si trattiene. Bisogna stare attenti, anche se lui capisce tutto. Mentre lo guarda, un altro pensiero si formula, anzi è un pensiero che gli è venuto altre volte. Fa la domanda, che cade serena e non turba la serenità del dolore appena placato.

«I morti pensano»?

Massimo stava cercando un altro sigaro nell'astuccio. Si fermò e guardò il ragazzo.

«Pensano a noi» disse.

Scelse il sigaro più morbido, meccanicamente, e con il temperino ne tagliò la cima. Non si era mai posto una simile domanda; nessuno gliel'aveva mai posta; non ci aveva mai pensato. O forse, da ragazzo, anche lui si era chiesto se i morti pensano? Forse anche lui se lo era chiesto e poi se n'era dimenticato. "Se pensano, pensano a noi", dice tra sé. Dunque il ragazzo, suo figlio, come del resto tante altre persone, quelle che comunemente si chiamano "persone semplici", crede che i morti non siano morti, che siano in condizione di pensare. Si china a guardare il ragazzo, vuol vedere il suo viso, e il ragazzo si volta, alza il viso anche lui lo guarda. Poi accende un sigaro tutto preso, apparentemente, da questa operazione. Niente di più complicato di questi pensieri semplici. Per lui la morte è sempre stata un fatto incomprensibile e al tempo stesso familiare. Non sa cos'è, ma sa che è la sola cosa certa che esiste: più concreta di quelle montagne, di quel cielo. Sa di portarsela dentro, anche se ora non è più presente come un tempo. Ha visto tanti uomini passare repentinamente dalla vita alla morte. Anche se veniva da fuori con la pallottola o la scheggia di granata che li uccideva, la morte ce l'avevano dentro. La pallottola, la scheggia avevano soltanto interrotto il maturarsi della morte. Quelle morti repentine erano frutti non maturati. La morte si stava maturando dentro tutti loro. Ma lui si era occupato della morte degli altri solo quando qualcuno era morto sotto i suoi occhi. Altrimenti la morte non era altro che il pensiero della sua morte, e sempre il pensiero di se stesso morto. Una cosa incomprensibile e certa.

Non era volontà di morire, la sua, era dispregio, attesa, indifferenza; e la morte aveva ripreso radici, si era abbarbicata, aveva ricominciato a maturare lentamente. Si era ritrovato agricoltore paziente, sedentario, lui che non si era mai fermato in nessun posto per un anno intero: preso dall'amore di una donna casalinga e timida, lui che aveva amato Joséphine, di cui non restava altro che il ricordo tormentoso e una somiglianza nel viso di suo figlio, che ora gli poneva quella strana domanda, se i morti continuano a pensare, dopo la morte.

Questa la pagina di letteratura che la notizia della morte dello scrittore aveva suggerito ad Angelo Pittau, adesso parroco e direttore di un mensile importante e ampiamente diffuso nell’intera Isola.

A tale pagina aveva però voluto aggiungere alcune altre righe sue, dopo quelle del commento. Righe in versi poetici, secondo il suo sentire. Aspettandolo a Villacidro, per benedirlo nella sua collocazione sotto la pietra di Maria Lai.

I versi dell’accoglienza per il ritorno in paese

A Giuseppe Dessì 

il sole è nelle strade 

del nostro paese 

ritorna sereno

troverai rose e margherite

magnolie

nel cimitero ormai ti aspettano

non aver paura di andare con loro

troverai rose e margherite

cipressi e uccelli

rondini e passeri

nelle tombe tue

per la tua tomba 

Bene così. Adesso sentite queste parole: 

Io ricordo che i tuoi primi disegni che mi capitarono sotto gli occhi mi affascinavano come meravigliosi e indecifrabili geroglifici, nei quali io tuttavia percepivo qualcosa di noto che ci era comune: erano sassi, erano capre, barche, vele che tagliavano la linea dell’orizzonte, e in tutti ritrovavo un segno che sempre attraversava lo spazio del quadro e sembrava cercare un punto al di fuori, nell’infinito ancora per te sconosciuto e non rappresentato. Eppure io avevo davanti ai miei occhi anche la nostra Sardegna: una particella infinitesimale del cosmo, come io l’avevo sempre pensata. …

E’ Dessì che parla rivolgendosi a Maria Lai. Il testo è quello di una conversazione pubblicato da La Nuova Sardegna nel maggio 1975.

Un lungo colloquio che si conclude con la risposta dell’artista ad una domanda, un’altra ancora, rivoltale dallo scrittore. Dice Maria Lai a Giuseppe Dessì:

Proprio in questi giorni mi hai fatto leggere un libro meraviglioso di un nostro carissimo amico scomparso [Nicolò Gallo]. Per rispondere a questa tua domanda inquietante voglio rileggerti un brano che certo non ti è sfuggito: “La vera vita non è detto che debba essere il periodo più lungo della nostra esistenza. Può accadere che una stagione, un giorno, racchiudano nel loro breve giro il senso della nostra vita, e che si resti profondamente legati a quel tempo, a quell’ora, più che ad una ben più lunga età, nella quale l’abitudine ci adagia in una sorta di rinuncia rassegnata senza rimpianti, perché la sua durata così protratta nel tempo ci illude che questa sia la nostra vera vita, e non quella, che ora è appena un evanescente ricordo”.

Sono relativamente poche – una decina forse – le lettere che Angelo Pittau ha inviato a Giuseppe Dessì da Dalat o da Torino, quelle schedate; forse sono – rispetto ai grandi numeri di un confronto possibile – relativamente pochi anche gli incontri a Roma per preparare la tesi di laurea nel 1967 e dopo ancora, di ritorno dal Vietnam… ma credo siano stati incisivi, se non di svolta certo di vitale rinforzo in certe capitali consapevolezze interpretative dell’oggi, del tempo, della storia, della vita, gli incontri con lui.

Quando raccoglievo le confidenze di vita di don Angelo in vista della pubblicazione di Viaggiando Chiesa, questi sono stati i riferimenti a Dessì, riferimenti di cronaca più che riflessione. 

Sin da ragazzo, poco più che adolescente avevo rapporti di amicizia con tanti villacidresi, giovani o no: medici, professionisti, proprietari, studenti… In estate li frequentavo, alcuni erano decisamente anticlericali, forse atei. Da loro acquistai la capacità di pensare, di esprimermi, di scegliere. Passavamo sere intere a parlare, a discutere. Questi amici mi diedero la coscienza della mia identità, della capacità di esprimermi, di avere scelte. A quel periodo risale per esempio la mia amicizia con Giuseppe Dessì, con il giudice Lombardini, con i Costa, con Efisio Cadoni e potrei continuare. Ecco la mia vocazione è scaturita anche da quelle vene.

E poi: 

Padre Melis con le sue idee decisamente non poteva più stare in Vietnam per quanto anche lui fosse vittima dei comunisti. Così dovette rientrare in Italia. Ma la sua partenza creò problemi grossi nella facoltà, non si trovava chi potesse sostituirlo. D’altra parte la guerra imperversava, attacchi dei vietcong, bombardamenti degli Americani, angherie dei soldati di Thieu. Padre Melis mi chiese se volevo andare al suo posto, i Superiori della Facoltà erano d’accordo, pronti a ricevermi. Diedi la tesi a giugno: “L’Ambiente sociale nell’opera di Giuseppe Dessì”. Partii il giorno dopo quando scoppiò la guerra dei “Sei Giorni” in Israele. Non so per quale pazzia feci il biglietto per Tel Aviv e così fui a Gerusalemme quando l’esercito israeliano spianava le case arabe dinanzi al Tempio, sentii l’offesa dei Francescani per il comportamento dei soldati israeliani al Santo Sepolcro e a Betlemme. Fu il mio battesimo di fuoco.

E ancora:

Rientrato in Italia andai a Roma sia per incontrare, nella sua casa, Giuseppe Dessì, sia per continuare a coltivare i rapporti con l’IDOC internazionale. In quel periodo fui molto colpito anche da quanto si diceva dei “mali di Roma”, dell’impegno della Chiesa per soccorrere anche al bisogno materiale degli emarginati romani. C’erano questi “segni dei tempi”…

Nel 1981, quasi quarant’anni fa, lavorai per circa seicento ore in televisione e realizzai anche un breve documentario su Villacidro e il suo scrittore. Chiesi ad Angelo Pittau si sviluppare lui il tema, e registrammo con lui che ci portava qua e là alla scoperta del mondo fisico, piccolo-grande, di Dessì che qui riposava, sotto la pietra di Maria Lai, ormai da quasi quattro anni.

Questo è dunque un rapporto antico triangolare, come triangolare potrebbe essere il rapporto di quanti altri, a Norbio, a partire da Efisio Cadoni, hanno amato la poetica di Giuseppe Dessì e quella di Angelo Pittau, il loro genio e, più ancora, la loro umanità.

Riportò L’Unione Sarda, nel giorno del ritorno delle spoglie di Giuseppe Dessì alla patria amata il testo della intervista che nel 1967 don Angelo raccolse, a complemento della sua tesi, dallo scrittore infermo. Titolo: “Sentimento e ambiente”, titolo che nella sua sobrietà rispecchiava e sussumeva le complessità del vivere interiore e del vivere sociale, storico. Cosa che è poi lo specifico profondo della poetica o chiamala narrativa di Dessì: l’oggettivo assorbito nel soggettivo, interpretato dalla umanità che, condivisa, ci fa però anche ciascuno diverso dall’altro. 

Con Giuseppe Dessì cidrese, celebrato oggi con questa mostra degli articoli – dei racconti anzi, e soprattutto – consegnati ai giornali sardi nel corso degli anni lontani, dal 1949 al maggio 1976, anno-vigilia della sua scomparsa – celebriamo oggi, suffraghiamo cioè con il pensiero e la preghiera, l’umana ammirazione e un intento di sequela – anche padre Giuseppe Pittau, nel quinto anniversario della morte avvenuta in Giappone. Parte delle sue ceneri sono custodite a Santa Barbara, chiesa madre di Villacidro in cui fu battezzato.

Gli onori dolci per padre Pittau, arcivescovo

Una parte di questa mostra tutta all’insegna, sotto il profilo materiale, della semplicità francescana è dedicata a padre Giuseppe. In particolare egli è ricordato per quel tanto che si affacciò, fra il 1981 e il 1990, nel giornale che era diretto da Angelo Pittau.

Nulla dirò di padre Giuseppe. Soltanto affido a suo fratello minore di undici anni il rapido ricordo – tanto rapido quanto intenso –, così come è rimasto fissato nelle pagine di Viaggiando Chiesa:  

Giuseppe mio fratello era partito Gesuita, mia sorella suora. Dovetti prepararmi subito all’esame di ammissione alla scuola media, diedi l’esame nella scuola media Vescovile di San Gavino, mi preparò la maestra Amelia Trudu, eravamo nel 1951, sono entrato in seminario un po’ più grande degli altri, quasi a 12 anni.

E poi: 

Sono cresciuto sin dalla prima infanzia con l’immagine di Giuseppe sempre presente. I miei genitori ne avevano quasi un culto. Arrivavano le sue lettere quasi a ritmi regolari soprattutto dalla Spagna, dove fece lo scolasticato e poi dal Giappone.

La dimensione della missionarietà, della mondialità, del respiro dei popoli, della passione per le anime l’ho ricevuta da lui. Erano lettere semplici, nel narrare la sua vita vibrava il suo animo. Le lettere erano personali a mamma, a babbo, a volte anche a noi fratelli. Si interessava di noi, chiedeva della vita di famiglia e allo stesso tempo ci apriva a dimensioni più grandi, ad un mondo che non conoscevamo ma che già amavamo. Queste lettere hanno percorso tutta la vita di Giuseppe ma anche la mia vita. Molte le ho raccolte sognando di poterle pubblicare un giorno.

Mi chiedi del ruolo giocato da Giuseppe nella mia vita? Non è facile rispondere. Devo dire che non è mai intervenuto nelle mie scelte. Certo era il fratello grande. Nei Pittau il primogenito è stato sempre un punto di riferimento. Mio padre come punto di riferimento aveva suo fratello Giuseppe morto nella guerra del 1915-1918. Mio nonno verso Giuseppe aveva una particolare attenzione perché primogenito di babbo: ogni anno gli segnava (su sinnu) una vacca; ogni giorno che andava a scuola gli dava una moneta da due lire (“pallaia”). Dovevano servire per i suoi studi perché Giuseppe sin da bambino diceva che voleva diventare prete. Mamma raccolse queste monete in un sacchetto bianco nascosto sopra il guardaroba. Lo si è conservato come una reliquia anche dopo la guerra quando quelle monete non avevano più valore. Antonio più prosaicamente le trovò e se le giocò coi compagni.

Ancora:

Padre Giuseppe? Per i primi dieci anni non ritornò mai a Villacidro. Il primo rientro fu in occasione del suo viaggio negli Stati Uniti per andare prima a studiare e poi ad insegnare nell’università di Harvard a Boston. In quella occasione celebrò la sua prima messa a Villacidro. Fu nella sua semplicità un’apoteosi, tutto il paese si riversò a salutarlo. Benché lontano, Giuseppe era un mito, sia per la famiglia che per i parenti tutti, per la comunità di Villacidro. Era stato ordinato in Giappone e in Giappone disse la sua prima messa.

Anche Giuseppe aveva un culto particolare per la famiglia tutta, a cominciare dai nonni. Quando papa Giovanni Paolo II lo scoprì in Giappone e lo chiamò a Roma, Giuseppe, stando in Italia, aveva due appuntamenti fissi con la famiglia: il 26 dicembre e il lunedì di Pasqua. Il giorno di Natale e di Pasqua restava a Roma con la sua comunità, il giorno dopo lo dedicava a noi famigliari. Ed era gran festa. Ci radunavamo fratelli, cognate e nipoti a pranzo nella mia mansarda; riusciva a creare un’atmosfera di famiglia come se fosse stato sempre con noi, lui il nostro punto di riferimento, il nostro mistero. Con delicatezza alla messa del lunedì dell’Angelo, all’omelia aveva un pensiero particolare per me, per il mio lavoro di parroco.

Infine: 

Babbo era un Pittau Piga ma ci teneva molto anche alla parentela coi Cadoni. Il padre di nonno sposò una Cadoni. Era mamma che manteneva questi sentimenti famigliari, queste radici. I Piga parenti di nonna divennero magistrati, giudici costituzionali, ministri, sindaci: abbiamo ancora relazioni con loro.

In casa c’era il breviario di un certo “Predi Pittau”. Restaurando la chiesa di Santa Barbara si sono trovati la lapide e il sepolcro di Prete Pittau che costruì la cappella e l’altare di San Luigi Gonzaga Gesuita. Di San Luigi Gonzaga mamma e Giuseppe erano molto devoti. Ora mio fratello Giuseppe è sepolto nella cappella di Prete Pittau. Come spiegarlo? coincidenza? In un Kondake del Vescovo di Suelli c’è scritto che un Pittau era il pastore delle vacche e delle pecore del Vescovo nel salto di S’Acqua Cotta a Villasor.

In quelle terre, dopo mille anni, i miei nipoti Pittau pascolano ancora le pecore! Questo è di “generazione in generazione”. La nostra famiglia ha questa eredità; mia madre la coltivava e ce l’ha tramandata. Del resto per gli ebrei l’immortalità era anche intesa “nei figli dei figli”.

I quadri introduttivi alla mostra delle pagine de La Nuova Sardegna e de L’Unione Sarda in cui furono accolti molti dei racconti – taluno forse sconosciuto – di Giuseppe Dessì nei remoti anni da ’40 a ’70, e delle pagine di Confronto che ospitarono gli scritti di padre Giuseppe Pittau nel passaggio dalla lunga esperienza giapponese all’incarico di assistente del delegato apostolico presso la Compagnia di Gesù in una fase che fu critica e anche dolorosa per i gesuiti sparsi nel mondo, spiegano ai visitatori la natura di questa manifestazione. In chi l’ha pensata c’è stata soltanto l’intenzione di far partecipe l’intera Villacidro al sentimento che oggi don Angelo vive, nella grata confidenza con il suo Signore e apostolo di parresia – di franchezza evangelica –, servo inutile sì, certamente, ma ai nostri occhi testimone di una idealità missionaria di raggio corto, paesano, e insieme, come per incastro, raggio largo, planetario: una idealità missionaria direi religiosamente laica ed ecumenica sempre, dialogica sempre, costruttiva sempre, appassionata sempre. 

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Ecco di seguito le legende che indirizzano a una migliore comprensione la mostra degli scritti dessiani e di padre Giuseppe Pittau S.J.


Giuseppe Dessì nelle sue collaborazioni a “La Nuova Sardegna” e a “L’Unione Sarda”

Nelle raccolte postume (e segnatamente in Un pezzo di luna e Come un tiepido vento) è rifluita soltanto una parte dei racconti che Giuseppe Dessì aveva pubblicato sulla stampa quotidiana sarda soprattutto negli anni fra il 1949 e il 1960. Pochi altri erano entrati, al loro tempo, in La ballerina di carta o in La sposa in città. Meritava perciò recuperarli, sperabilmente tutti, e presentarli ai suoi compaesani, nell’occasione dell’80° compleanno di don Angelo Pittau, che con Dessì aveva intrattenuto, al tempo della sua tesi di laurea alla romana Pro Deo, nel 1967, immediatamente prima della propria partenza per il Vietnam, un rapporto amicale perfino di una qualche intimità e sviluppatosi poi negli anni.

La tesi – merita ricordarlo – s’intitolava L’ambiente sociale nell’opera di Giuseppe Dessì, era articolata in cinque capitoli, una premessa ed una conclusione, una appendice bibliografica ed una ampia «nota bibliografico-cronologica della pubblicazione delle opere di Giuseppe Dessì». 

Lo scrittore iniziò le sue collaborazioni continuative con la stampa sarda nel 1949. Avvenne con La Nuova Sardegna (d’altra parte è noto che egli fu, fino al 1948, provveditore agli Studi della provincia di Sassari: allora, e più precisamente fra il 1944 ed il 1946, il suo nome comparve tra i fondatori e i collaboratori più assidui di Riscossa, il periodico antifascista di speciale vocazione ecumenica, fra socialisti, repubblicani ed azionisti, sardisti e democristiani, liberali e comunisti, diretto da Francesco Spanu Satta).

Non furono numerosi, allora, i suoi contributi alla pagina culturale del quotidiano sassarese (inizialmente a quattro pagine soltanto, gli spazi da dedicare alla riflessione artistico/letteraria o storica o religiosa erano di necessità ridotti): una quindicina soltanto lungo un sessennio, fino cioè al 1955 quando cominciò la collaborazione con L’Unione Sarda protrattasi per un lustro circa.

Nell’arco complessivo dunque di quel decennio o poco più, e fino all’uscita de I passeri o poco dopo, sommando quelli usciti su La Nuova Sardegna e quelli de L’Unione Sarda, Dessì pubblicò circa cento racconti.

Naturalmente entrambe le testate, nello stesso periodo e negli anni anche immediatamente successivi – quando uscirono sia La ballerina di carta che Isola dell’Angelo e altri racconti, e poi Il disertore e Lei era l’acqua –, ospitarono ripetutamente anche recensioni delle sue maggiori opere e diverse notizie di cronaca riferite alle iniziative letterarie che lo avevano protagonista. 

E’ infine ben risaputo che nei primi ’60 Dessì collaborò intensamente con la Rai sia offrendo il soggetto per l’originale televisivo La trincea con cui il 4 novembre 1961 l’emittente di Stato avviò la programmazione del Secondo Canale, sia curando alcune trasmissioni per il Canale Nazionale, illustrative di una Sardegna ancora per larga parte agro-pastorale e mineraria e duramente salassata da correnti migratorie verso le città industriali del continente o addirittura l’estero (titolo della serie La Sardegna, un itinerario nel tempo, articolata in tre parti e messa in onda nell’agosto 1963).

Non mancarono mai i ritorni dei giornali alla sua produzione anche negli anni in cui lo scrittore pareva essersi ritratto dalla vita pubblica: era quello, in verità, il tempo in cui la malattia lo aveva gravemente costretto a prolungata degenza e, a casa, ad una autonomia soltanto parziale, ed il tempo anche in cui le sue migliori risorse egli le incanalava, oltreché in un paziente ma sempre creativo esercizio di pittura, nello sviluppo della trama del suo Paese d’ombre, vincitore del premio “Strega” nel 1972.  

Nel 1974 e per un anno circa Dessì riprese una intensa collaborazione con La Nuova Sardegna e pressoché nello stesso periodo anche L’Unione Sarda offerse larghi spazi all’autore e al suo mondo ideale, con articoli e speciali affidati ai migliori critici letterari isolani.

La morte dello scrittore, avvenuta nel luglio 1977, e il trasferimento delle sue spoglie nell’amata Villacidro, realizzato nel febbraio successivo, per una sepoltura onorata dalla “pietra” disegnata da Maria Lai nuovamente furono occasione per la stampa regionale di un ritorno sulla grande personalità e la produzione di Giuseppe Dessì. Datano da allora numerosi altri articoli di cui, nella presente rassegna, si presenta, in supplemento, soltanto una breve selezione.

Ecco di seguito i titoli (con eventuale occhiello) dei racconti pubblicati sia su La Nuova Sardegna che su L’Unione Sarda, riuniti per “stagione”: negli anni fra ’40 e ’50, negli anni ’60 e fino al successo dello “Strega”, dal 1974 alla morte e poi.


La Nuova Sardegna 

23.1.1949 La donna sarda

19.11.1950 Succederà qualcosa [un racconto di Giuseppe Dessì]

11.2.1951 La capanna [un racconto di Giuseppe Dessì]

15.4.1951 Il risveglio di Daniele Fumo [un racconto di Giuseppe Dessì]

20.5.1951 Canto negro [un racconto di Giuseppe Dessì]

1°.7. 1951 Il paese dei ragni [un racconto di Giuseppe Dessì]

24.2.1952 Il fidanzato [un racconto di Giuseppe Dessì]

31.5.1953 Lei era l’acqua [un racconto di Giuseppe Dessì]

8.11.1953 La fiducia [un racconto di Giuseppe Dessì]

6.1.1954 Lo sbaglio [un racconto di Giuseppe Dessì]

22.6.1954 I forestieri [un racconto di Giuseppe Dessì]

6.1.1955 Il pozzo [un racconto di Giuseppe Dessì]

Recensioni e cronache: 

27.10.1949 Storia del principe Lui: il nuovo romanzo di Giuseppe Dessì [rubrica “Libri e riviste”]

29.1.1950 Giuseppe Dessì e la “storia del Principe Lui”

15.10.1950 Convegno sul Garda

10.2.1951 I vini sardi secondo Giuseppe Dessì

21.1.1954 “I passeri” di Giuseppe Dessì

13.2.1955 Tra poco in libreria “I passeri” di Giuseppe Dessì

12.5.1955 “I passeri”: un libro di Giuseppe Dessì


L’Unione Sarda

29.5.1955 L’attesa nell’orto

5.6.1955 Capanna

16.6.1955 L’uomo col cappello

19.6.1955 L’acqua

7.7.1955 Mal di mare

31.7.1955 La verità

14.8.1955 Fuga di Mr. Clive

28.8.1955 Paese d’ombre

11.9.1955 Il fidanzato di Assunta

25.9.1955 La felicità

23.10.1955 Le scarpe nuove

13.11.1955 La zia bambina

20.11.1955 Cedri del Libano

29.11.1955 Sosta a Rovigo

28.12.1955 Ritorno alla terra

3.1.1956 Olocausto

6.1.1956 Un sorriso

22.1.1956 La calunnia

7.2.1956 La morte di Fanny

26.2.1956 La paura

16.3.1956 Un canto

5.4.1956 Partita chiusa

15.4.1956 Il fiume

29.4.56 Due negri [Un racconto di Giuseppe Dessì]

21.6.1956 Stranieri [Un racconto di Giuseppe Dessì]

19.8.1956 La bambina malata

6.9.1956 La nicchia vuota

28.10.1956 La bottiglia

11.11.1956 L’antenato

25.11.1956 Le scarpe nere

20.12.1956 Un’astrazione poetica

10.1.1957 Il bacio

3.2.1957 Lo sbaglio

26.2.1957 Gli eredi legittimi

12.3.1957 Ricordo di Ultra

31.3.1957 L’altra guerra

16.5.1957 La ragazza nel bosco

18.6.1957 L’altra razza

7.7.1957 Il Corso

22.8.1957 Il giroscopio

12.9.1957 Tempo e sale

22.9.1957 Un sogno fulmineo

1.11.1957 Il flauto

11.12.1957 Notte meravigliosa

7.1.1958 La minaccia

31.1.1958 Sposi

27.3.1958 Conoscenza occasionale

13.5.1958 Il forestiero

22.6.1958 Ritratto femminile [Racconto di Giuseppe Dessì]

16.1.1960 E’ successo a Livia


Ancora La Nuova Sardegna

Recensioni e cronache (e qualche nuovo intervento):

3.5.1957 Giuseppe Dessi [La vetrina del libraio]

1°.6.1957 Lettera a un pittore 

                G. Dessì fra i concorrenti: il premio “Strega”1957

18.8.1957 Fra i candidati sono Giuseppe Dessì e Maria Giacobbe: il “premio Viareggio”

14.11.1957 Grazia Deledda e Giuseppe Dessì in “Libri nel tempo” [La vetrina del libraio]

18.7.1958 A Giuseppe Dessì il premio “Puccini”

29.3.1959 Delizia dei buongustai “Sa sehada de Fonni”

22.2.1962 Giuseppe Dessì al “Gremio” parla del suo “Disertore”

3.1.1969 A Giuseppe Dessì [versi di Salvatore Deledda]

16.6.1973 Bidda ‘e umbras, a Giuseppe Dessì [versi di Daniela Bernardini Murru]

13.11.1973 La Sardegna arcaica di Giuseppe Dessì: “introduzione alla vita di Giacomo Scarbo”

6.4.1974 Per noi due “Riscossa” continuava: testimonianza su Francesco Spanu Satta


Ancora L’Unione Sarda

Recensioni e cronache

27.5.1959 Scrittori sardi di ieri e di oggi, di Giuseppe Susini

25.3.1960 Le due vie di Dessì, di Angelo De Murtas

9.8.1961 “Il disertore” di Giuseppe Dessì: un nuovo romanzo dello scrittore sardo, di Francesco Masala

13.12.1961 Successo mondiale di Dessì

13.1.1962 Il Premio “Bagutta” al “Disertore” di Dessì: nuovo riconoscimento allo scrittore sardo, redazionale

27.12.65 La mia Sardegna [estrapolato da “Scoperta della Sardegna]


Ancora La Nuova Sardegna (con l’annuncio della ripresa della collaborazione):

17.10.1974 Giuseppe Dessì dà inizio domenica, alla sua collaborazione al nostro giornale

19.10.1974 Quando le bombe caddero su Cagliari: domani un articolo di Giuseppe Dessì

20.11.1974 Una giornata di primavera: Giuseppe Dessì rievoca le ore in cui Cagliari fu distrutta

23.11.1974 Le ore festose della Sardegna: introduzione alla pittura di Melkiorre Melis

1°.12.1974 Una piccola vecchia città ricca di vento e di tesori: Giuseppe Dessì rievoca antichi giorni di Sassari

7.1.1975 Una oscura barriera fra bianchi e negri: la democrazia e il colore della pelle

26.1.1975 Una notte Sassari fu invasa da manifestini antifascisti. Giuseppe Dessì: come inventammo la democrazia

23.2.1975 La reliquia contesa era un osso di lepre: Giuseppe Dessì racconta l’antica disputa fra Villacidro e Serramanna

2.3.1975 Un uomo d’azione [Emilio Lussu]: il ricordo di Giuseppe Dessì

8.4.1975 La guerra insegnò a Lussu a lottare per la Sardegna: Giuseppe Dessì ricorda il combattente scomparso

9.5.1975 Un punto perso nell’infinito: intervista di Giuseppe Dessì con Maria Lai

7.6.1975 Resurrezione e morte del figlio disertore: un dolente racconto di Giuseppe Dessì

21.9. 1975 Il re prudente non volle gli inglesi in Sardegna: Giuseppe Dessì racconta i sogni dell’arciduca

4.11.1975 [Pasolini] Portava con sé la propria morte: la testimonianza di Giuseppe Dessì

4.4.1976 Il dio distratto e le fate operose: Giuseppe Dessì racconta la leggenda del Sardus Pater

25.4.1976 I canonici di Rosello: Giuseppe Dessì: cerchiamo nei proverbi sardi l’antica saggezza di un popolo contadino

8.5.1976 Incontro casuale sulla vecchia nave: Giuseppe Dessì racconta: breve storia di una traversata


Ancora L’Unione Sarda

2.1.1975 Dentro il paese delle ombre – Immagine segreta della libertà: una biografia tra impegno civile e ricerca – Un destino in movimento: le opere ed il loro rapporto con la Sardegna – [I grandi scrittori italiani e stranieri], di Antonio Romagnino


19.11.1977 L’ultimo incontro con Giuseppe Dessì – Un colloquio con lo scrittore poco prima della sua scomparsa, di Giovanni Mameli


Ancora La Nuova Sardegna

In mortem e post mortem (per un decennio circa):

14.7.1977 Un’isola finalmente reale: così Giuseppe Dessì ha presentato la Sardegna nelle sue opere

6.8.1977 Dio e la morte in Giuseppe Dessì: trenta giorni fa è scomparso nel sonno come uno dei suoi personaggi

12.2.1978 Dessì ritorna a Villacidro: la traslazione della salma dello scrittore, di Angelo De Murtas

31.5.1978 La critica esplora il mondo di Dessì: attenti studi sull’opera del grande scrittore sarda, di Nicola Tanda

 In piazza d’Italia una notte del ’42: uno scritto inedito

 Lo spazio di un paese e il volto di un uomo: la scomparsa come punto di riferimento d’ogni storia, di Anna Dolfi

8.7.1978 Tante Penepoli e nessun Ulisse: a un anno dalla morte dello scrittore: le virtù straordinarie delle donne sarde in un scritto di Giuseppe Dessì 

28.11.1978 Una lunga strada verso il passato: rilettura dell’opera di Giuseppe Dessì, di Nicola Salvio

5.1.1979 La solitudine come rinunzia: il silenzio de “Il disertore”, di Nicola Salvio

30.1.1979 Una scelta incompiuta fra due destini diversi: segnalibro

10.8.1980 C’era chi parlava da un palco e chi ascoltava scettico e annoiato: il rapporto fra i sardi e le classi dirigenti: rileggiamo un lucida analisi di Giuseppe Dessì

6.10.1983 Così il teatro ritrova l’impegno: si apre oggi a Cagliari un convegno nazionale sull’opera di Giuseppe Dessì

13.1.1985 Nel microcosmo di Giuseppe Dessì: la polemica sulle “radici” della sua opera, di Francesco Masala

2.2.1985 Quel grido femminile che chiede giustizia: la donna sarda, giudichessa o popolana, nei lavori teatrali di Giuseppe Dessì, di Simonetta Fiori

22.10.1985 E l’ape diventa una fata: una piccola tipografia ha stampato quattro racconti di Giuseppe Dessì. E così è nata ancora una volta la leggenda del Sardus Pater, di Simonetta Fiori

4.12.1985 E ora il paese è di luci: istituito un concorso nazionale intitolato a Giuseppe Dessì

24.4.1986 La ventosa notte sassarese e i manifestini nella valigia: una testimonianza di Giuseppe Dessì

16.2.1987 Al via il premio “Giuseppe Dessì”

27.3.1987 Il grande salto di Giuseppe Dessì, di Leandro Muoni

25.6.1987 I mille omaggi a Giuseppe Dessì: domenica l’assegnazione del premio, di Leandro Muoni


Ancora L’Unione Sarda

In mortem e post mortem:

12.9.1977 Villacidro: passato e futuro nel nome di Giuseppe Dessì: oggi la salma dello scrittore torna nel “paese d’ombre”, di Alberto Rodriguez

12.9.1977 La Sardegna ritrovata: oggi la salma di Giuseppe Dessì a Villacidro: è il definitivo ricongiungimento con il “centro dell’universo” della sua “recherche”, di Manlio Brigaglia

 Sentimento e ambiente: un’intervista inedita con lo scrittore, di Angelo Pittau


Padre Giuseppe Pittau S.J. ospite onorevole di Confronto, dal 1981 al 1990

Confronto – il mensile fondato a Villacidro da don Angelo Pittau insieme con un pugno di amici di varia collocazione ideale e politica – si presentò alla pubblica distribuzione, con il suo primo numero di serie nel maggio 1977.

La firma di padre Giuseppe Pittau S.J., o notizie riferibili alla sua attività accademica e religiosa di ormai consolidata espressione in Giappone, come successivamente anche a quella di assistente del delegato pontificio per la Compagnia di Gesù (secondo la volontà di papa Giovanni Paolo II), apparvero frequentemente sul giornale. Così fino al 1990.

Chiaramente ciò era merito del valore delle riflessioni e degli argomenti del Padre, ma era anche ideale evidenza della stima grande che don Angelo Pittau, direttore responsabile della testata, nutriva per il fratello maggiore.

Come è noto, egli fu poi (dal 1992 al 1998) rettore della Università Gregoriana e quindi arcivescovo titolare di Castro di Sardegna e, fino al 2003, segretario della Congregazione per l’educazione cattolica (dei seminari e degli istituti di studio). Allora, purtroppo, Confronto viveva la parte finale della sua esperienza, e non poté più farsi testimone delle generose fatiche di quel gesuita offerto da Villacidro alle missioni mondiali.

In questo pannello sono dunque accolti gli articoli che fanno riferimento a padre Giuseppe e gli spazi riservati ai suoi scritti.


Efisio Cadoni per don Angelo Pittau

Ecco le “Rime ininterrotte a pieno fiato ispiratemi da una vita in versi di un amico sacerdote poeta, da una lontana espressa sua solitudine di freschi pensieri alle sue più recenti leggere parole”. Così ha recitato il poeta a Villacidro: 

Anche lì, come qui, dove s'assèrpola 

al colle e si distende in Campidano 

il Leni e scorre giù tra sasso e sterpo, 

altri torrenti e fiumi, in un lontano 

paese che ha trovato la sua pace, 

e altri li solcano terre di guerra, 

Angelo, ancora, che conosci. E tace

il mondo indifferente, anche se in terra

apri l'acqua del fonte del miràcolo

con la tua mano e miri l'acqua della

pura Bosna a Sarajevo e l'oràcolo

della coscienza, yùgen, tu ascolti,

nel mistero, vivendo in una stella

che hai scelto per rinàscere tra i molti

soli di questo mondo, sai, di qua dal

Giordano, ora che puoi, ora che guada

l'ànima tua che tocca quest'autunno

della vita nutrita d'esperienza

d'ottant'anni, che sono una partenza

ad un altro percorso di sapienza

presso un piccolo lago di giardino

di meditazione a Kyoto, forse,

o nella tua veranda, qui vicino,

da dove verso l'Uomo che risorse

sei partito per tornare, tornare

tra noi uòmini e donne, per restare,

per amare - ora inségnaci col saggio

tuo consiglio la giusta via, quel viaggio

senza ferite o pesi di lontane

umane sofferenze senza vane

parole: una preghiera: ché compaia

una gran Luce, infine, per noi tutti,

noi amici, per te, nella vecchiaia

più lunga e sana e lieta, senza lutti;

ogni parola tua sarà leggera:

con carità, con fede più si spera. 


Marta Cabriolu, sindaco di Villacidro

Efisio Cadoni, pittore e poeta. A sinistra Gianfranco Murtas, storico e scrittore



Fonte: Gianfranco Murtas
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