Gianfranco Murtas

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Geometrie di una guerra sporca, fra slealtà diplomatiche e militari e morti ammazzati. L’inchiesta giornalistica di don Angelo Pittau

di Gianfranco Murtas


Altri due capitoli – “Il carro della pace non ha le ali” e “Pace più vicina o più lontana?” – del libro-reportage vietnamita di don Angelo Pittau, uscito nelle edizioni Dehoniane di Bologna nel 1969, giusto cinquant’anni fa: Vietnam: una pace difficile.

Cronache ancora di massacri e di tatticismi politici e diplomatici, in un misto di cinismo immorale di potenti – potenti occidentali e potenti comunisti filorussi e filocinesi, potenti cattolici delle forze armate e dell’economia in quel di Saigon – per ritardare la pace, per sfruttare della pace la porzione della miglior convenienza.

«La cronaca di fine ottobre e di novembre non è senza significato. Viverlo è stato amarezza e rabbia. Ai giornalisti spetta registrare i fatti, i commenti, testimoniare la storia e alla storia, ma a volte si deve prendere posizione. A Saigon non si poteva non prendere posizione di fronte a ciò che stava accadendo tra americani e vietnamiti», è quel che scrive ad un certo punto il prete fattosi giornalista, vero giornalista, forte della sua indipendenza.

(In copertina un riferimento all’articolo “Un libro per capire un popolo martoriato” e occhiello “Vietnam: Dura opera di ricostruzione” che, a firma di Charles Foubert, uscì su Confronto nel numero di aprile-maggio 1978: recensiva il volume Dove va il Vietnam riunificato, dato alle stampe da Xuan Lan, O. Carpenè e F. Houtart per i tipi della Cittadella, Assisi 1977).


Una parola: conversazioni

Uno degli atti finali di questa seconda guerra d'Indocina è l'accettare di Thiéu di partecipare alle conversazioni di Parigi dopo il tira e molla con gli americani, gli insulti, le pressioni, gli inutili incontri e le incomprensioni. Era scontato che dovesse cedere: gli americani qui non sono solo potenti: sono tutto. Ad ogni modo Thiéu ha avuto la possibilità di far capire agli americani che il Sud ha il suo ruolo da giocare a Parigi, e che questo ruolo non è secondario ma da primo interessato. Così facendo, ha salvato l'orgoglio nazionale ed ha per fortuna corretto gli enormi sbagli psicologici di Johnson. Senza il Sud Vietnam non si può risolvere niente anche se altrettanto dobbiamo dire che senza l'FLN non si può risolvere il problema vietnamita, e così America ed Hanoi sono legati nel loro agire.

Anzi a Parigi bisogna che si affacci anche la Cambogia con i 25 mila vietcong dentro le frontiere, il Laos con la sua neutralità mai rispettata né da una parte né dall'altra, invaso dal Nord per il 60% del territorio nazionale e bombardato sistematicamente e con una densità incredibile dagli americani. E' l'Indocina che di nuovo mette i suoi gomiti sul tavolo delle conversazioni, con l'Indocina il Sud Est asiatico, l'Asia e i paesi che in Asia hanno interessi da giocare. Ad ogni modo adesso si discute e le discussioni portano sempre a qualche soluzione, anche se non alla più giusta. E non è stato facile giungere alle conversazioni…

Dall'inizio dell'impegno massiccio nella guerra da parte degli americani il governo di Washington non ha cessato di lanciare iniziative di pace, regolarmente ad ogni passo della escalation si aveva una proposta di trattare.

Hanoi nell'aprile del 1965, nel gennaio del 1967, nel dicembre ancora del 1967 mise le sue condizioni. Il 30 dicembre 1967 ad Hanoi il ministro degli esteri del Nord Vietnam dichiarava: «Il governo americano non cessa ripetere che vuol conversare con Hanoi, ma che Hanoi noi reagisce con alcun segno. Se il governo americano desidera realmente le conversazioni deve come primo passo, come la nostra dichiarazione del 28 gennaio del 1966 ha detto chiaramente, cessare incondizionatamente i bombardamenti e ogni altro atto di guerra contro la Repubblica Democratica del Vietnam. Solo dopo, Hanoi inizierà delle conversazioni con gli Stati Uniti sui problemi interessanti le due parti». Le conversazioni si sarebbero dovute tenere secondo i cinque punti dell'FLN del 22 marzo 1965, e i quattro punti di Hanoi dell'8 aprile 1965. Ma anche gli Stati Uniti hanno i loro punti fissi a cui riferirsi: il discorso di Johnson a Baltimora il 7 aprile 1965, il discorso di Sant'Antonio, la presa di posizione di Humphrey del gennaio 1966.

In verità sembra piuttosto che lungo questi anni tanto Hanoi quanto Washington non erano pronti per trattare. Per questo sono fallite tutte le iniziative sia che fossero patrocinate da U Thant, dal papa, dall'Inghilterra e dalla stessa Russia o da privati. 

L'attacco del Tét del 1968 ha fatto maturare i tempi sia per una parte sia per l'altra.

L'offensiva del Tét nel Sud Vietnam era per ottenere alcuni obiettivi che Hanoi considerava di capitale importanza: 1) Rovesciare il governo del Sud che dimostrava una stabilità incredibile e perciò toglieva ai comunisti un argomento di propaganda: quello del «governo fantoccio». 2) Provocare massicci ammutinamenti tra la polizia e l'esercito. 3) Avere una dimostrazione di solidarietà da parte delle popolazioni civili con sollevamenti di folla nelle principali città.

Questi tre obiettivi sono falliti. I curiosi rapporti di vittoria e di successo lanciati durante i primi giorni dell'offensiva da Radio Hanoi, dalla Nuova Agenzia Vietnam, dalla Radio del Fronte e da tutta la stampa del Nord Vietnam produssero effetti psicologici importanti nelle popolazioni del Nord e nei combattenti. Ma il passare dei giorni non giocò a favore di queste notizie. La verità cominciò a farsi strada anche nel popolo quando le autorità del Nord cominciarono a chiedere un aumento dello sforzo e dei sacrifici. Si scoprono così nel Nord tentativi di opposizione alla politica della guerra, sabotaggi, critiche e anche attacchi ai convogli destinati a rifornire le forze nel Sud.

Il 21 marzo 1968 Ho-Chi-Minh pubblicò un decreto contro le attività «controrivoluzionarie» che si oppongono alla terra dei padri, al potere democratico del popolo, disturbano la difesa nazionale e la resistenza alla aggressione USA. Il controllo della reazione diventò cosi gravissimo, le misure di polizia brutali per mantenere tranquillo il popolo che sembrava volersi ribellare. La situazione s'aggravò ancora quando il generale Vo-Nguyén-Giap ordinò ai soldati che assediavano Khe-Sanh di ritirarsi: sembra che 20.000 uomini siano stati sacrificati all'assedio, 300 pezzi d'artiglieria perduti.

Ed ecco che il 31 marzo il presidente Johnson fa la famosa dichiarazione in cui ordina la parziale cessazione dei bombardamenti nella parte del Nord abitata dal 90% della popolazione.

L'iniziativa del presidente Johnson prese Hanoi di contropiede. Quindi il Nord cercò di prendere tempo per approfittare della calma per rifarsi delle perdite, per non presentarsi troppo debole alle conversazioni.

Hanoi chiede di nuovo la cessazione di ogni atto d guerra, prende tempo nella ricerca del luogo delle conversazioni. Intanto continua ad inviare uomini ed armi nel Sud (si arriva alla cifra record di 40 mila uomini introdotti nel Sud il mese di maggio), continua gli attacchi nel Sud, rafforza alcune posizioni militari, rinnova i bombardamenti su Saigon. Lo scopo è ottenere qualche grande vantaggio psicologico durante le conversazioni, lo si deduce dalle dichiarazioni del gen. Nguyn van Vinh ai combattenti dell'FLN. Ma soprattutto con una celerità incredibile, aiutata dalla Cina, Hanoi ricostruisce le sue vie di comunicazione: strade, ponti, ferrovie. Ad ogni modo si arriva a Parigi. Cosa ha portato Hanoi ad accettare la proposta di Johnson?

A prescindere dal problema di che cosa abbia portato il comunismo vietnamita ad iniziare la insurrezione armata nel Sud e poi a dirigerla e sostenerla, è chiaro che Hanoi adesso ne sopporta le maggiori difficoltà. E non solo è il principale sostenitore del movimento armato dei vietcong nel Sud, ma contribuisce a mantenere le relazioni con il comunismo mondiale cercando di giostrarsi tra russi e cinesi.

Quando gli aerei degli USA incominciarono gli attacchi al Nord, Hanoi riuscì a creare un efficacissimo sistema contraereo e allo stesso tempo aumentò il supporto ai vietcong a costo della totale distruzione delle sue vie di comunicazione, della distruzione dell'economia e di sacrifici sempre più pesanti della popolazione.

In fondo Hanoi vuole mettere il Sud sotto il controllo dei comunisti ma una simile politica di Hanoi era necessaria per ottenere lo scopo?

Se Hanoi avesse offerto di negoziare la pace poco prima della caduta di Diém o poco prima della decisione di Johnson di ingaggiare veramente le truppe USA nella guerra per aiutare i generali di Saigon, oggi il Sud Vietnam sarebbe comunista. Se il FLN diretto da Hanoi avesse adottato questa politica le truppe americane non sarebbero aumentate incredibilmente nel Sud, il territorio del Nord non sarebbe stato attaccato e devastato. Nell'atmosfera di caos e di disintegrazione in cui era piombato il governo di Diém, se il Nord Vietnam avesse trattato (e Diém ad un dato punto disgustato dagli americani che pretendevano un imperialismo economico voleva trattare), anche se non avesse ottenuto il controllo del paese, avrebbe permesso ai vietcong di partecipare in libertà alla vita politica del Sud ed in poco tempo, approfittando della corruzione, delle divisioni, degli sbagli dell'amministrazione Diém sarebbe uscito vittorioso e unica forza per dominare tutto il paese. E’ vero che, forse per scongiurare questo pericolo, gli Stati Uniti eliminarono Diém montando attraverso i dollari della CIA la propaganda interna e mondiale contro la dittatura. 

Il Nord non solo non volle trattare ma aumentò il suo sforzo per aiutare i vietcong, ottenendo non il rovesciamento del potere di Saigon ma l'impegno USA nella guerra: allora gli USA credettero di sapere cosa volevano in Vietnam. E fu un errore incalcolabile dalle conseguenze pesanti. Questo atteggiamento fu dettato sia dalla passata esperienza, sia da mancanza di fiducia nella base comunista del Sud Vietnam. 

Nella primavera del 1954 quando la base di Dién-Bién-Phu era assediata e la sua caduta ormai certa, Ho-Chi-Minh accettò le conversazioni per ricavare dalla vittoria il massimo dell'apertura della conferenza. Era il principio di usare la guerra (il successo della guerra) per il successo politico. Ma la conferenza di Ginevra deluse il Nord anche se accontentò la Russia (ci fu l'affondamento della CED), e accontentò la Cina che vide allontanarsi dalle sue frontiere la presenza di un esercito straniero. Pham-van-Dòng, delegato vietminh a Ginevra, non si fece illusioni se dichiarò la sera delle conclusioni ad un suo amico: «Adesso so bene cosa devo fare perché è chiaro che non ci saranno mai elezioni». 

Hanoi alla conferenza per porre termine a questa seconda guerra non vuole entrarci senza avere già il bottino nelle mani, non vuole che si ripeta ciò che avvenne a Ginevra: la sua guerra servire di profitto per la Cina e la Russia.

Molto spesso la Russia dal 1964 ha ripetuto ad Hanoi la necessità di trattare, di terminare la guerra. Cercava far capire già dal 1964 il rischio che c'era nell'immischiarsi nella guerra totale con gli Stati Uniti. Per esempio il 5 agosto 1964 il delegato sovietico all'ONU propose che il Nord Vietnam fosse invitato a spiegarsi dinanzi ad una rappresentanza del consiglio di sicurezza. Il Nord Vietnam e la Cina respinsero la proposta. La stessa sorte ebbero gli altri tentativi sino al 1968. Hanoi non era pronta. Si deve trattare quando l'esercito comunista ha stabilito un tale potere che la conferenza non possa togliere il frutto della vittoria militare: era la sua risposta. Ma il calcolo si è mostrato falso: contro l'esercito americano è stato impossibile avere una grande vittoria.

L'aver accettato le negoziazioni per la pace vuol dire che ha cessato di aspettare una vittoria militare finale. Il morale delle forze comuniste nel Sud Vietnam non è stato mai così basso e un segno di disfatta.

In secondo luogo, il controllo dei vietcong è esercitato dal partito comunista Lao-Dòng, i cui leaders sono ubbidienti al partito comunista di Hanoi. Questo partito anzi è una facciata per coprire la partecipazione di Hanoi al movimento di insurrezione. Tuttavia nei ranghi dei vietcong ci sono molti non comunisti che si sono uniti al movimento per svariate ragioni. Dipendono per l'armamento e per i comandi politici e militari dai comunisti ma adesso, essendosi la forza di Hanoi indebolita per l'accettazione delle conversazioni, la loro dipendenza è molto minore. Molti degli attacchi da maggio (1968) ad oggi sono dipesi da questi gruppi. 

Un motivo del trascinarsi delle trattative da parte di Hanoi è anche la presenza di questi gruppi «ribelli». Questa ribellione è data dal fallimento della nuova strategia di lotta che Hanoi impose alla fine del 1967 dopo il congresso del suo partito comunista. 

Si voleva arrivare alla pace a condizione che gli americani lasciassero il Sud Vietnam e che il Sud accettasse la partecipazione del Fronte alla vita politica, sicuri che il FLN senza gli americani avrebbe [avuto] in poco tempo il potere. In pratica si ritornò a posizioni di Diém, si metteva in secondo piano la riunificazione e la comunistizzazione del Sud. 

Per condizionare questa strategia si preparò l'attacco generale [in] tutte le città per il mese di marzo del 1968 che poi si anticipò improvvisamente al 31 gennaio forse perché informati della possibilità di avere proposte di pace da parte di Washington. L'attacco avrebbe potuto, come abbiamo già detto, rovesciare il governo di Saigon, provocare diserzioni massicce, trovare l'aiuto del popolo per un governo nominalmente non comunista all'inizio ma con i membri dell'FLN. Ma l'attacco fallì anche se per la reazione dell'opinione pubblica americana e internazionale Hanoi ne ricavò non pochi vantaggi. 

Le difficoltà ad Hanoi comparvero subito, non solo per le perdite nel Sud ma anche per le condizioni impossibili nel Nord a causa dei bombardamenti: l'aiuto all'FLN diventava quasi impossibile. Quando Johnson, desideroso di passare alla storia come l'uomo della pace, amareggiato per la reazione internazionale e interna (e questa fu la vera vittoria di Hanoi con l'attacco del Tét), il 31 marzo 1968 propose l'arresto parziale dei bombardamenti in cambio delle conversazioni preliminari, per Hanoi il pacchetto fu irresistibile. Ed infatti ha saputo ricavare tre importanti vantaggi dalla apertura dei colloqui di Parigi: 1) La cessazione dei bombardamenti nella maggior parte del Nord Vietnam ha ridotto la tensione della popolazione, dato la possibilità di riparare tranquillamente molti danni, permesso al porto di Hai-Phòng di riprendere quasi normalmente le sue attività con l'estero. 2) Si è scatenata un'importante campagna di propaganda all'estero aiutata dalla stampa, radio e televisione occidentali. 3) Si è creato disagio, anzi aperta polemica, tra Saigon e USA.  

E tutto facendo credere di avere accettato le conversazioni perché gli USA hanno riconosciuto l'FLN. In pratica Hanoi ha saputo, bluffando, guadagnare una battaglia perduta.  

Resta quindi la domanda come mai Washington ha fatto questo passo e per di più senza molto consultare Saigon. Cosa ha pesato sulla bilancia americana per far decidere gli USA alla pace, alle conversazioni per la pace?  

E' stata la volontà di un uomo stanco di una guerra senza vie di uscita? Può essere stato un cedimento alle pressioni dell'opinione pubblica americana e al giudizio sfavorevole di tutto il mondo occidentale; ma può darsi che sia entrato in gioco qualcosa che supera la questione del Vietnam.  

A marzo il problema d'Israele assumeva proporzioni allarmanti. Cominciavano poi a profilarsi le inquietudini russe per la Cecoslovacchia e la Romania; l'America sembra aver fatto di tutto per convincere la Russia che non sarebbe intervenuta in problemi d'oltrecortina: c'è stato uno scambio anticipato che la prossima conferenza dovrebbe confermare?

Ed ancora, quanto ha influenzato la decisione che l'aiuto della Cina al Nord Vietnam diventasse sempre più dominante fino a gettare il Nord nell'orbita cinese togliendola da quella russa?

Tutto insomma non era solo una mossa elettorale per aiutare un partito e un candidato dalle poche carte e nemmeno un gesto di amarezza. 

Solo che non lo si poteva fare peggio, con più malagrazia e disprezzo del Sud Johnson ha agito troppo in fretta, e la politica non deve avere mai fretta. Spiegabilissima quindi la reazione del Sud ed anche spiegabilissima la confusione, l'incertezza, l'amarezza seminata negli stessi ambienti americani. Il gesto di Johnson e la propaganda del Nord stavano per far perdere nei mesi da aprile a novembre ciò che le elezioni e il Tét avevano dato al Sud. Per fortuna l'orgoglio nazionale ben interpretato da Thiéu ha saputo far fronte all'attacco di Johnson e di Clifford. Dopo si è parlato di incomprensione ma l'unilateralità americana veniva sconfessata, e Saigon può più onorevolmente partecipare alle riunioni di Parigi.  

    

Pace più vicina o più lontana?    

Si è continuato a dire che l'attacco del Tét è stato un fallimento totale per i vietcong: una perdita di mezzi enorme, 53 mila morti.

Ma le truppe governative dopo l'attacco hanno evacuato intere zone per stabilirsi attorno alle principali città. Ritiratesi le truppe, interi villaggi si sono spopolati, tutti cercano di andare in città: dai piccoli centri ai grossi, dai grossi alle capitali di provincia, chi se lo può permettere va a Saigon. Un fiume lento di profughi perché le campagne indifese sono diventate dominio dei comunisti.

In un primo momento i vietcong restarono accampati attorno alle principali città facendo vivere tutti nel terrore di un secondo attacco. Hué era accerchiata praticamente dai vietcong: tra marzo e aprile così perse il 50% degli abitanti. 

Le notizie e i particolari dell'attacco a mano a mano che si facevano chiari, precisi, assunsero una proporzione impensata e la popolazione cominciò ad avere paura veramente. I vietcong così più tranquilli nelle campagne ne approfittarono per farsi temere ancora di più. Arrivarono alle epurazioni sistematiche, ai sequestri di persona, all'obbligo di reclutamento anche per ragazze. Ai notabili, agli ufficiali, ai cattolici influenti di Hué trucidati e gettati nelle fosse comuni si aggiunsero quelli di tanti altri villaggi che nessun giornalista ebbe il tempo di visitare. Intere zone vennero abbandonate dai montagnardi per non cadere in mano ai vietcong e così essere obbligati a lavorare per loro. In certi ospedali i vietcong presero i feriti per poi ucciderli.

Il tempo giocò in loro favore. Saigon immersa nei problemi dei rifugiati allentò per un po' la lotta. I vietcong rifecero i loro quadri, presero respiro, si attirarono simpatizzanti, vennero aiutati da quelli che desideravano avere un foglio di sicurezza nel caso gli avvenimenti fossero cambiati troppo in fretta.

In questa situazione arrivarono le dichiarazioni di Johnson, per l'arresto parziale dei bombardamenti, la volontà di trattare, e poi la decisione di cambiare il gen. William Westmoreland capo delle truppe americane.

Americani nel Vietnam e vietnamiti ebbero le stesse reazioni: si sentirono traditi, trovavano la decisione di Johnson inopportuna, non realistica e sfasata la posizione di Washington.

Il cambiamento di Westmoreland avvenne dopo parecchie smentite di Washington, dopo dichiarazioni di Johnson di totale identità di vedute, di totale fiducia in lui. Ma si parlava già del suo cambiamento nel 1967 e soprattutto alla fine di ottobre. Il 31 ottobre al party dato dal presidente della repubblica per il suo insediamento ufficiale questo era uno degli argomenti più comuni.

Dal 1964 era uno dei signori della guerra più importanti e decisivi. Giustificò questa guerra dinanzi al senato americano stesso, la sua fiducia di poter vincere in Vietnam era assoluta, le sue dichiarazioni ottimiste quasi da ingenuo erano all'ordine del giorno. Questa guerra è sua, lui le ha dato lo stile, le caratteristiche, lui che l'ha condotta.

Il suo avvicendamento dopo il Tét e la sconfessione del suo operato anche se è per una promozione militare. Il suo cambiamento fa rinnovare la domanda di chi è stato vincitore al Tét e aiuta a chiedersi se la strategia militare americana di questi anni abbia veramente prodotto i frutti aspettati o se abbia fallito. Certo si è lontani dalla situazione disastrosa e di disfatta del 1964 quando lui prendeva il comando. Si è adesso dinanzi ad un esercito vietnamita che resiste all'attacco almeno generalmente con alcune truppe veramente combattive come i paras e i marines, con un certo aspetto di regolarità di governo, di istituzioni democratiche. 

Nel campo americano si e passati dal corpo di consiglieri militari ad un corpo di spedizione di 550 mila uomini, alla direzione esclusiva della guerra, alla scalata sistematica della potenza di fuoco, degli obiettivi e del numero di uomini. 

Ma dalla pace e dalla vittoria si è più lontani adesso o allora?  

Dai 25 mila o 30 mila vietcong di allora siamo ai 250 mila di adesso. Il 60% del territorio nazionale è controllato dai comunisti, e la loro fetta aumenta sempre. I morti americani in certi periodi sono stati 550 la settimana, i feriti duemila. Le grandi operazioni militari tanto attese non hanno migliorato la situazione: nel 1967 Còn-Thien-Dakto, nel 1968 l'attacco del Tét. Poi c'è Khe-Sanh con il suo assedio sanguinoso anche per gli americani, con la sua finta liberazione (i vietcong si sono ritirati prima dell'arrivo del corpo di 30 mila uomini). 

Nelle province del Centro Vietnam confinanti con la zona smilitarizzata a parte Da-Nang e le basi strettamente militari non c'è niente di sicuro. La stessa Hué liberata può essere ripresa dai vietcong quando vogliono. Il delta è ritornato regno dei vietcong, il quarto corpo d'armata praticamente non ha reso. Il secondo corpo d'armata è insufficiente per difendere quasi metà del territorio nazionale, quello degli altopiani, attaccato in punti lontani tra di loro, non ha fatto miglior fine. 

Westy si è fidato della potenza americana, non ha tenuto conto dell'ideologia, non ha tenuto conto di che cosa è una guerriglia che ha un'esperienza vittoriosa. Ha imposto uno stile di guerra e di vita agli americani che qui è servito solo per corrompere i vietnamiti. Il suo cambiamento ne fa uno sconfitto e non senza ragione.

L'annunzio di Johnson dell'arresto dei bombardamenti e della volontà di trattare colse di sorpresa il Vietnam del Sud. In molti ambienti fu una reazione di panico e non solo del popolino: il dollaro montò subito, al mercato nero, da 160 a 210 piastre.

La reazione di Thiéu di aumentare i contingenti di arruolamento e di presentare la legge della mobilitazione generale (legge che poi fu approvata) non valse a togliere molta della paura e della diffidenza se ancora a novembre quando Johnson annunciò l'arresto totale dei bombardamenti si continuò a parlare di tradimento americano, di gesto unilaterale, di decisione sbagliata.

Il Sud Vietnam non si è mai preparato alle conversazioni, a trattare, alla pace perché si sente debole, diviso in tante posizioni: ha contato sempre sulla vittoria finale, sullo schiacciare il comunismo che pur essendo una minoranza è capace di dominare ed eliminare tutte le altre forze anche in un confronto democratico.

Ogni voce che si è levata in questi anni per parlare di una possibile soluzione a un tavolo di conversazioni si è vista censurare, richiamare, condannare, mettere al bando o peggio essere dichiarata nemica della patria, comunista. In questi ultimi mesi poi per il servilismo del ministro dell'informazione si è giunti a tale punto di incoscienza di sfiorare il ridicolo. I giornali di Saigon quasi a turno non solo hanno subìto censure pesanti ma sono stati sospesi a più riprese.

Durante la campagna elettorale Thiéu e Ky dichiararono il loro programma come il programma per la pace, per la ricostruzione nazionale, la riconciliazione. Nei due mesi di preparazione delle elezioni si giunse veramente ad una apertura di democrazia. Cominciava veramente ad apparire un dialogo politico anche se a volte fatto soprattutto di molta ingenuità sulla reale situazione del paese.

L'elezione di Thiéu con la famosa proposta di una lettera a Ho-Chi-Minh, promessa per mesi e mai spedita, sembrava aprire una soluzione.

Poi Dzu il maggiore difensore della linea neutralista e pacifista finì in prigione nonostante i suoi ottocentomila voti di preferenza e l'appoggio dei buddisti; per metterlo a tacere gli si fece il processo per corruzione.

Dopo le elezioni alla soluzione pacifica si sostituiva, specie nei discorsi di Ky, la vittoria totale, l'eliminazione dell'invasore con una schiacciante vittoria nei campi di battaglia. I diari registrano dinieghi assurdi per la concessione della tregua per il Natale del 1967.

Negando la tregua e poi concedendola stavano facilmente al gioco del Fronte di Liberazione che cercava di mostrarsi al mondo con un volto di pace anche se poi approfittava realmente dei giorni di tregua per rafforzare alcuni posti deboli, per vettovagliarsi, per preparare attacchi di sorpresa.

Ogni minima volontà di pace scompariva dal governo e anche da larghi strati di popolazione: tra questi e non ultimi anche i cattolici. I ripetuti discorsi del papa sulla pace in Vietnam li lasciavano dubbiosi, si sentivano incompresi, traditi anche da Roma: «il papa è male informato», dicevano.

A Natale 1967 ci fu l'incontro di Johnson e il papa. Johnson in Australia aveva fatto chiaramente sperare un possibile sganciamento americano dall'affare Vietnam. Da poco si era saputo dello scandalo dei vietcong fatti prigionieri dai soldati vietnamiti mentre si recavano a discutere all'ambasciata americana; naturalmente gli americani negarono tutto.

I vietnamiti cominciarono a sentirsi meno sicuri del loro alleato principale ed è in questa atmosfera che poté poi nascere l'accusa agli americani di aver favorito l'attacco del Tét e di aver atteso due giorni a rispondere agli attacchi per piegare Saigon a trattare.

Il 1° gennaio 1968, rispondendo all'appello del papa, anche in Vietnam si celebrò la giornata della pace. Nelle cattedrali e nelle pagode le autorità si succedevano. I vescovi parlarono di «pace giusta ed onorevole». L'espressione, che ormai è un luogo comune qui, nella loro mente doveva servire ad accontentare tutti.

Ai primi di gennaio ci fu la conferenza episcopale nazionale del Vietnam. Il delegato apostolico, mons. Angelo Palmas, partecipò all'apertura ma non alle seguenti riunioni. Frutto di questa conferenza fu la lettera pastorale ai cattolici vietnamiti. Una lettera che affrontava veramente l'argomento più scottante del paese: la guerra, i bombardamenti al Nord, il dialogo con la parte contraria. Chiedeva la pace al più presto, la fine dei bombardamenti, lo studiare una possibilità di un incontro, condannava senza mezzi termini la corruzione che regna in Vietnam, il cedere dei cattolici dinanzi al danaro e al piacere.

La lettera era inaspettata. Sembrava all'inizio avere un gran seguito ma poi fu dimenticata. Un giornale cattolico cercò di aprire una polemica tra vescovi e presidente. Fu chiesto a Thiéu se si sentiva obbligato dalla lettera pastorale, poiché Thiéu ha sempre dichiarato l'impossibilità di conversazioni con il Fronte di Liberazione.

Thiéu rispose che lui era presidente del Vietnam e non solo dei cattolici vietnamiti. Iniziò così una serie di accuse al presidente «non più cattolico». Il gioco era ipocrisia fine: i rifugiati cattolici del Nord non erano troppo contenti di questo presidente cattolico, convertito da poco e che non dà apertamente una posizione di privilegio ai cattolici.

Ma polemica non ce ne doveva essere. Tutti la pensavano allo stesso modo, anche i vescovi, sulla lettera pastorale. La lettera scritta dai vescovi (meglio da uno di loro e per di più non vietnamita) era frutto dell'atmosfera mondiale. Poiché tutti parlavano di pace, anche loro vescovi del Vietnam dovevano parlarne, anche se non ci credevano. 

La polemica pian piano cessò, della lettera non se ne parlò più. Continuarono solo le piccole schermaglie sull'opportunità della tregua del Tét. Il Fronte di Liberazione chiedeva sette giorni di tregua, il Sud ne concesse 48 ore. Per il Tét l'FLN non rispettò nemmeno quelle giornate e fu il caos. 

Detto questo è facile capire la posizione dei vari gruppi dopo l'attacco del Tét, le dichiarazioni di Johnson, la loro posizione rispetto alle conversazioni di Parigi: del resto la censura fu inasprita, tutti si dovettero allineare alla posizione governativa di opposizione alle conversazioni. 

Il partito LLDDK, Grande Forza di solidarietà nazionale, fondato nel 1965 dal famoso padre Quynh leader dei rifugiati del Nord, a maggio, riprendendo in pieno la sua propaganda nelle campagne e nelle città, dichiarava: «I comunisti del Nord sono degli invasori, bisogna avere una pace onorevole con loro ossia costringerli ad accettare le condizioni di pace imposte dal Sud, ma le trattative di pace unilaterali degli americani siano condannate. L'FLN non può partecipare alle trattative perché si tratta di una maschera del Nord. Ogni ulteriore perdita del territorio nazionale è da respingere. Il Sud si prepari ad una ulteriore lotta con la mobilitazione di tutte le sue forze per la vittoria finale. Un governo di coalizione con l'FLN è contro la costituzione. Per questo si chiede una organizzazione più efficiente del potere dello stato al di là di ogni pregiudizio nazionale». 

Simile posizione ha anche il movimento di «Salvezza del Popolo» organizzato dal senatore gen. Don. Tale campagna estremista venne portata a tal punto che a novembre in parecchi villaggi di rifugiati si parlava di iniziare un movimento di guerriglia contro il governo se cedeva alle pressioni americane per le trattative di pace.

La posizione invece di un gruppo di buddisti assai rappresentativi, Thich-Tri-Quang, Suu, Minh, Dzu, continua invece [in una] linea neutralista.

Thich-Tri-Quang dopo il Tét finì in prigione per le sue idee. Dzu, dopo la malattia, all'uscita dall'ospedale, è finito di nuovo in prigione, e questa volta non per corruzione ma per le sue idee politiche.

Solo dopo il ritorno dalla Thailandia del gen. Minh la posizione di questi pacifisti e neutralisti è un po' più forte anche se Minh si sposta nel gioco politico di Saigon con molta prudenza.

Del resto gli avvenimenti lungo i mesi di conversazioni preliminari a Parigi tra Nord e americani non invogliarono alla pace i sud vietnamiti.

A maggio Saigon fu attaccata di nuovo: quattromila furono gli uccisi, dei quali quattrocento civili, duemila feriti, 120 mila rifugiati, altri 20 mila senza casa da aggiungere a quelli del Tét, gli ospedali zeppi, quartieri senza luce, telefono, acqua. In più bombardamenti vietcong indiscriminati.

Anche nelle altre città la pressione non era meno forte. Bombardamenti, scontri armati, taglie, arruolamenti obbligatori, le «liquidazioni» sempre più frequenti nei villaggi meno protetti, le liste dei tribunali popolari sempre più lunghe. Sembrava che anche i vietcong non volessero la pace e non credessero che ci sarebbe stata.

Così, se si esaminava la politica di Saigon, l'atteggiamento dei vietcong e l'azione degli americani in Vietnam, Parigi diventava una cosa lontana, di nessuna importanza. Già il trascinarsi delle conversazioni aiutava questa atmosfera. Saigon non si preparava affatto alle conversazioni, perdeva questi mesi.

La guerra poi da luglio, praticamente da quando Abrams ha preso il posto di Westmoreland, ha cambiato aspetto.

Gli americani bombardano ora il Sud con una intensità incredibile; continuamente missioni di B 52 nei dintorni stessi di Saigon, ai limiti di sicurezza delle città, nelle foreste, risaie, coste, montagne, villaggi.

Il Sud inizia la mobilitazione generale con un certo successo. Prende il gusto per la lotta e si batte: «Guerra contro i vietcong – si grida nei villaggi –, la pace sarà con la vittoria».

La strategia americana cambia. Si difendono le città soprattutto perché ci si è accorti che la «pacificazione delle campagne» non è stata un successo.

Le campagne diventano territorio comunista; territorio da bombardare, bruciare, annullare al primo segno di presenza vietcong. Nei sobborghi e in periferia si piazzano i cannoni che tirano continuamente nella notte magari a dieci, venti chilometri. Gli elicotteri si alzano e mitragliano, gli aerei bombardano. Una batteria di cannoni può essere spostata in pochissimo tempo: un'ora, due per essere portata a dieci, trenta chilometri avanti. E così si difendono le città. La città si accorge della guerra per il rumore nella notte, per qualche obice vietcong.

Il fosso di sicurezza che si va creando intorno alle città, una striscia di cinque o più chilometri di larghezza dà l'aspetto di un paesaggio lunare per i crateri delle bombe. Gli abitanti che restano nelle zone considerate non sicure in potenza sono vietnamiti uccisi o da uccidere, perché considerati vietcong. Ma i vietcong spesso non ci sono e, se ci sono, sono in profonde gallerie dove è impossibile snidarli. Sono anche nei villaggi «pacificati», tutti li conoscono (anche la polizia), nessuno li denuncia, lavorano i campi, a volte partono per operazioni militari, a volte molti non ritornano. Interi villaggi sono stati rasi a zero per i bombardamenti e dal napalm. La gente è costretta così dopo aver abbandonato tutto, a rifugiarsi in campi dove è assicurato dal governo il minimo sostentamento ma che sanno di campo di concentramento per la penuria di tutto e della libertà vera. Hanno un mezzo chilo di riso a testa, un po' di salsa, qualche piastra. Le capanne sono di lamiera, diventano presto grigie, la notte risuonano come scatole alla violenza del vento e della pioggia: qualcosa di ossessionante. 

Chi è restato nei villaggi, specie nelle montagne, deve lavorare per i vietcong, portare vettovaglie, pagare tasse, riparare ponti e strade, fare trincee, trasportare feriti, diventare schiavi insomma. In questo periodo per esempio le risaie negli altopiani sono mietute dai vietcong.  

Le antiche piste, i vecchi villaggi, le risaie sono spiati dagli elicotteri e dagli aerei di ricognizione giorno e notte. Un elicottero con i suoi strumenti può facilmente riconoscere un bottone che brilla per la luce della luna, un'arma che riflette, una sigaretta accesa, i resti chimici di un accampamento nel bosco. Il posto che indica una presenza umana, identificata sulle carte, è così preso di mira dalle batterie di cannoni e se i segni di presenza umana sono rilevanti si alzano i bombardieri, i mitragliatori.

Ma i vietcong continuano ad insediarsi, anzi adesso hanno ripreso l'attività terroristica per far più paura, non vogliono essere dimenticati.

A credere alle statistiche solo quest'anno sarebbero stati uccisi 100 mila vietcong. Vien voglia di dire che si moltiplicano morendo. Nell'ultimo periodo di Diém erano da 5.000 a 10.000. L'anno scorso ne davano 180.000. Quest'anno siamo ai 250.000. Dal 1961 a oggi circa 400 mila vietcong sarebbero stati uccisi. O le cifre sono false o si conclude che i vietnamiti si armano contro il governo di Saigon sempre di più anche ammettendo che ci siano ottantamila soldati del Nord (veramente adesso si dice che Hanoi ne abbia ritirato nel mese di ottobre circa 50 mila).

Inoltre non si è fatto nulla per preparare il Vietnam alle conversazioni, alla prospettiva di una pace al di là di quella che dovrebbe arrivare dopo aver distrutto gli altri. 

La stessa lotta tra falchi e colombe presente anche in Vietnam ha avuto una svolta decisiva. Ky nel 1968 ha perso molta della sua influenza, un incidente (!) di un elicottero americano che lasciò partire dei rockers nel quartiere generale vietnamita uccise gli ufficiali più vicini alle sue idee, il primo ministro Loc amico di Ky inoltre fu sostituito. E tutto perché gli americani incominciarono ad abbandonarlo a maggio quando fece alcuni violenti discorsi contro di loro: non è solo all'arrivo a Parigi l'8 dicembre 1968 che ha parlato d'imperialismo «americano»! 

Thiéu ha vinto, eccetto che da moderato è passato alla linea forte. La sua posizione alla fine di ottobre e di novembre ha riavvicinato i due uomini. La presenza di Ky a Parigi è anche frutto di questo riavvicinamento. 

Il Vietnam avrebbe invece dovuto adottare ben altra politica realistica. Con il discorso di Johnson del 31 marzo (1968) e le conversazioni di Parigi ormai era chiaro che gli americani si sganciavano. Continuando a giocare la carta della guerra Thiéu ha rischiato di essere rovesciato dagli americani, anche se forse ha giocato questa carta per evitare di essere rovesciato dai vietnamiti di destra. 

Alla fine di novembre Thiéu accettò di partecipare alle conversazioni di Parigi, ma senza riconoscere il FLN, anzi mantenendo la libertà di considerarlo come vuole; è una lenta frana da una posizione idealista, e in fondo illogica e non realistica. Non si può avere seicentomila soldati stranieri nel proprio territorio nazionale, non si può vivere giorno per giorno con i soldi che una potenza straniera dà, senza poi piegarsi ai suoi voleri.  

La cronaca di fine ottobre e di novembre non è senza significato. Viverlo è stato amarezza e rabbia. Ai giornalisti spetta registrare i fatti, i commenti, testimoniare la storia e alla storia, ma a volte si deve prendere posizione. A Saigon non si poteva non prendere posizione di fronte a ciò che stava accadendo tra americani e vietnamiti.

Le conversazioni di Parigi anche se all'esterno sembravano sterili in pratica avevano concluso molte cose pur restando colloqui preliminari. Per concludere mancava la presenza di Saigon e del Fronte di Liberazione Nazionale. Per Hanoi è stato facile portare l'FLN a Parigi, per Washington portarvi Saigon ha richiesto un mese, un mese perso nel cammino della pace e un mese perso per il prestigio di Johnson e forse è costato anche la sconfitta di Humphrey. Purché non si voglia credere ad una teoria un po' fantastica ma che qui corre in alti ambienti politici e militari: anche la resistenza di Thiéu e la polemica faceva parte del gioco, tutto era stato concordato tra Saigon e Washington del resto ancora ci si chiede il perché dell'incontro di Honolulu.

Forse sono storie! Johnson voleva dare un concreto aiuto al suo candidato, per questo ordinò l'arresto totale dei bombardamenti allora e non prima, per questo voleva poter annunziare l'inizio delle conversazioni ufficiali a Parigi prima delle elezioni. Non c'è riuscito. Una decina di incontri tra Bunker, ambasciatore americano a Saigon, e Thiéu fallirono miseramente nonostante le minacce di sanzioni economiche e militari. Tra americani e Thiéu si creò la stessa atmosfera che si aveva nel 1963 con Diém. Eccetto che stavolta i vietnamiti si schierarono con Thiéu che lentamente, forte della sua elezione «democratica», si era saputo creare un appoggio politico sia sul popolo che nel parlamento, nell'esercito e nei cattolici.

Gli americani poco prima avevano fatto rientrare dalla Thailandia il generale Minh, l'eroe della rivoluzione contro Diém, amico e uomo dei buddisti ormai privi di Dzu: i buddisti sono per l’arresto dei combattimenti, per libere elezioni con la partecipazione del Fronte, per un governo di coalizione, per una neutralità. Ancora una volta Minh sarebbe dovuto essere l'uomo degli americani, ancora una volta gli americani cercarono di far leva sui buddisti per imporre la loro opinione. Solo che Mimh non ha avuto molto tempo per giocare le sue carte. Il governo di Thiéu è forte, ben più forte del governo di Diém.  

Ed è per far comprendere agli americani e forse a Minh che il tempo delle rivoluzioni e dei colpi di stato era passato, che a metà ottobre si parlò di un colpo di stato fallito, si vide il presidente, eccitato quasi, alla TV tenere un violento discorso contro chi attentava alla sicurezza dello stato, contro le forze sovversive. Niente di più misterioso di questo colpo di stato eppure i segreti a Saigon non durano molto. Molto probabilmente un colpo di stato non si è mai avuto, ma la voce e la reazione servivano.

Per controbilanciare l'arrivo di Minh, arrivo che era previsto da qualche mese e a cui quindi Thiéu si poté preparare, uomini di Diém cominciarono a rimontare nel momento politico ed amministrativo. Anzi sorgeva un gruppo antico che ha strette parentele con il Cam Lao Nha Vi, il partito di Nhu ai tempi di Diém.

Thiéu era soprattutto aiutato a tenere duro dalla posizione dei rifugiati del Nord e dai cattolici. 

Ma Johnson nonostante tutto, come a marzo, dichiarò unilateralmente l'arresto totale dei bombardamenti. La dichiarazione non ha arrecato sorprese, ma qui ha indignato tutti. In fondo deve avere indignato anche i vietcong perché si tratta sempre di un atto di prepotenza contro vietnamiti anche se avversari.  

Così facendo Johnson si è mostrato il padrone assoluto di questa guerra: aggressore del Nord (l'attacco del golfo del Tonkino nel 1964 forse fu tutta una montatura americana), amico poco sicuro del Sud, leader di un paese capitalista che condiziona ogni atto di politica internazionale ai suoi interessi di nazione privilegiata.

Nei vietnamiti ritorna il ricordo di Diém eliminato all'alba del 2 novembre sei anni fa (1963).

E queste sono impressioni vietnamite. Ad una considerazione più logica dei fatti le impressioni sono meno amare. Il Nord Vietnam ha veramente dato assicurazione agli Stati Uniti di non approfittare della fine dei bombardamenti per aggredire il Sud più violentemente. Si parla di oltre 50.000 mila uomini del Nord ritirati dal Sud. Del resto nel Sud continuano i bombardamenti anche con i B 52 sui posti dove sono segnalati vietcong; i bombardamenti con Abrams sono ben più efficaci che con Westmoreland; ogni minimo concentramento di truppe segnalato ad un certo margine di sicurezza attorno alle città è bombardato intensamente.

I bombardamenti del Nord dovevano cessare: erano un atto di aggressione ingiusto, barbaro. Gli Stati Uniti si mettevano nella stessa posizione del Nord Vietnam che cerca di invadere il Sud. Anche alle conversazioni si doveva arrivare. Ma il Sud è una nazione libera, una democrazia (almeno per quanto è possibile), è la sua guerra che si combatte nel suo territorio nazionale, è il Sud ad avere chiamato l'America. L'America non poteva agire unilateralmente. 

Poteva sembrare inutile la posizione che Thiéu prese il 2 novembre dinanzi alla camera e al senato perché sin dall'inizio si sapeva che avrebbe dovuto cedere agli americani: non si dipende totalmente da un'altra nazione senza pagare caro l'aiuto che si riceve. 

Ma dicendo di no il 2 novembre si è rivelato un duro, un forte insospettato d'un coraggio straordinario: e questa fermezza gli ha riconciliato parte dell'esercito, il vicepresidente e gran parte dell'opinione pubblica ha saputo difendere l’orgoglio vietnamita ferito dagli americani. 

Alla fine ha ceduto. Si sono cercate le formule per salvare il salvabile ma l’assicurazione da parte dell'America di non riconoscere l'FLN alla conferenza di Parigi, di non lavorare per imporre un governo di coalizione, di lasciare al Sud Vietnam la parte di leader alla conferenza, per i problemi politici, è una vittoria di Thiéu.

L'America ha imposto il suo parere ma l’effetto psicologico di mostrare il Sud come indipendente Thiéu l'ha ottenuto e questo è un lato positivo. Negativo è non essersi preparati prima a questo passo, ma poteva farlo il Sud?  

In Vietnam abbiamo questa guerra da almeno 8 anni, 500 mila civili uccisi, più di un milione di feriti, due paesi distrutti dai bombardamenti, una serie di colpi di stato e tutto per non riconoscere questo Fronte di Liberazione Nazionale e la lotta che conduce contro Saigon.

Incominciò la lotta in un periodo in cui il Sud era in mano ad una dittatura da una parte illuminata ma d'altra parte feroce, crudele, tiranna, in cui le opposizioni (tutte le opposizioni) erano bollate di comunismo, messe fuori legge, perseguitate sino all'imprigionamento, alla tortura raffinata, alla morte, ai bagni penali. E la dittatura era appoggiata dagli americani che avevano fatto di tutto per sostituire i francesi, per la non applicazione dei Patti di Ginevra, per non far fare le elezioni nel 1966.  

E' vero, il Fronte di Liberazione Nazionale non nacque solo contro la dittatura di Diém ma soprattutto sotto una spinta di Hanoi che si vedeva svanire la promessa di Ginevra: la conquista pacifica del Sud attraverso le elezioni.

I comunisti del Vietminh che non erano risaliti il 1954 al Nord proprio nell'eventualità delle elezioni per preparare il terreno si unirono al Fronte, poi Hanoi cominciò a mandare i suoi aiuti: armi, uomini sempre più in grande quantità sino a fare divenire veramente il Fronte una creatura e una dipendenza di Hanoi nonostante che nell'FLN intanto fossero confluite anche forze non comuniste, neutraliste e antiamericane.

Il Fronte avrebbe dovuto essere riconosciuto prima di oggi, la guerra non sarebbe dovuta mai incominciare e non si sarebbe dovuto mai arrivare a questo punto. La guerra fu creata dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non vollero le elezioni dopo Ginevra (le avrebbe vinte il Nord almeno per l'80%), per questo loro prepararono il regime di Diém, loro crearono la fobia del comunismo, loro inasprirono poi il Nord con i bombardamenti indiscriminati, loro giocarono con i generali del Sud come a scacchi. Loro si vollero completamente padroni dell'Indocina al posto dei francesi per arginare il comunismo. E' la teoria del «domino» che sventagliavano all'opinione mondiale. Perso il Sud sarà perso anche il Laos, poi la Cambogia, poi la Thailandia, la stessa Australia, le Filippine, il Giappone sarebbero diventati comunisti. Oggi sono più sicuri circa la posizione dell'Indonesia, ma prima anche l'Indonesia era pro cinese.

Ma è singolare che adesso, che nel Sud si è creata una maggioranza anticomunista perché considera ciò che soffre veramente da parte dei comunisti, perché conosce la situazione del Nord, perché vuole difendere la sua religione, perché comincia ad amare la democrazia, adesso gli Stati Uniti l'abbandonano. Senza ricordarsi che per anni si sono giustificati del loro operato rifacendosi ad essa anche se prima non esisteva. In questo senso ci si schiera con Thiéu.

La lotta delle correnti e delle fazioni è incominciata di nuovo senza esclusione di colpi. Il generale Don e il gen. Minh in fondo sono per gli americani. Minh ha un appoggio netto dei buddisti ma è inviso ai cattolici perché ha rovesciato Diém. Ancora una volta si parla di cattolici retrogradi, guerrafondai, approfittatori dell'aiuto estero. Ma i cattolici a loro volta stringono i ranghi nei villaggi, si arriva al parossismo, alla demagogia. I prefetti cattolici vengono accolti con grida «Guerra al Nord, al comunismo, armateci». Si organizzano per resistere. Dai villaggi dei rifugiati del Nord ci si riversa a Saigon per dimostrazioni. Tutti cercano di influenzare la delegazione che è a Parigi (e di entrarvi, se fosse possibile).

A Parigi è il vicepresidente della nazione. Ky non è tenero con nessuno. Ha incominciato con la dichiarazione all'aeroporto di Orly domenica 8 dicembre: «Vogliamo che la pace sia il risultato del desiderio di 31 milioni di Vietnamiti (Nord e Sud) non una imposizione dell'America o della Russia e della Cina. Io non sono contento di come si sono svolte le conversazioni sino adesso».

Tutto questo potrebbe veramente mettere un grande interrogativo su Parigi La soluzione sarà veramente ai vietnamiti. Peccato, vien voglia di dire, troppo tardi signor vicepresidente.







Fonte: Gianfranco Murtas
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