Gianfranco Murtas

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Ha chiuso gli occhi la dolce, anziana signora che da San Giuliano Milanese amava la Cagliari bacareddiana di suo padre e dei nonni, e l’Iglesias mineraria degli zii e… tutta la Sardegna

di Gianfranco Murtas

Soltanto il 4 di questo stesso mese di gennaio mi era capitato di presentare, dagli spazi di Giornalia.com, a chi ama le storie familiari la personalità bella e dolce di Rita Angelino, una signora che, pur non essendo mai stata in Sardegna, la Sardegna amava d’un amore pieno e raro, sobrio e vero, e di memorie isolane anzi aveva fatto raccolta nella sua casa-museo (tra foto, quadri, documenti e mobili) in San Giuliano Milanese. Perché nell’Isola nostra avevano passato lunghi anni della loro vita, dall’indomani della unità d’Italia, gli avi che portavano il cognome Magnini ed avevano gemellato idealmente i territori: il Varesotto e l’Iglesiente, poi il Cagliaritano e il Lodigiano e il Milanese. Diversi di quegli avi – fra essi i suoi nonni, Giovanni Angelino e Marietta Magnini, morti ancora giovani rispettivamente nel 1899 e nel 1902 – riposano nel cimitero monumentale di Bonaria, fra i gradoni del Cima nella collina di Monreale, all’ombra del santuario-basilica di Nostra Signora. Altri, dei rami collaterali, non sono distanti: i Magnini-Meloni – Battistina, Mario, Erminio, Mariuccia (moglie e figli di Galeazzo Magnini, l’impresario che ingrandì il porto di Cagliari a fine Ottocento) – giusto a un passo dal sacrario dei Reduci delle patrie battaglie e da quello degli Operai in mutuo soccorso, in un plesso dominato da un gigantesco e artistico angelo alato; Pietro Magnini – l’impresario che costruì l’Orientale sarda, ferocemente assassinato nella strada per Urzulei nel 1876 – nel vialetto centrale fra i quattro prati del primitivo insediamento e rigoglioso di obelischi e statue: il suo busto marmoreo in una nicchia tutto guglie.

La dolce signora, all’età di 97 anni, s’è spenta la scorsa notte, serenamente nella sua casa.

Le occasioni di scambio telefonico con lei sono state varie, nel tempo, e il dono delle duplicazioni delle carte familiari abbondante e prezioso. Più frequenti le triangolazioni per la generosa disponibilità di un nipote – il nipote preferito, il giovane avvocato Andrea Alberto Belloli seguito con speciale affetto negli anni degli studi alla Cattolica, nel successivo dottorato, nell’esordio professionale a Milano – il quale con la prozia, ma venendo lui da noi, diverse volte, ha condiviso un amore specchiato per l’Isola: per l’ambiente naturale, certamente, quello rurale e quello urbano e costiero, cielo e mare, sole e lagune, torri e fenicotteri, ma più ancora per la sua storia deleddiana e religiosa, per il mondo dei nuraghi e dei giudicati medievali, della tradizione carmelitana (con quante versioni devozionali in lingua sarda, nuorese soprattutto) e delle secolari, o millenarie sedimentazioni mediterranee, fenicie e cartaginesi, romane e bizantine, spagnole e italiane...



Aveva raccolto dal nipote, la signora Rita, i racconti delle sue missioni sarde ed aveva ogni volta come rimescolato tutto con le memorie ricevute in gioventù dal padre Fedele – un veterinario che era stato tra i fondatori del borgo agricolo divenuto città, in quell’hinterland milanese di San Giuliano – il quale a Cagliari, nel quartiere della Marina, aveva vissuto fino ai suoi diciotto anni, studente del Dettori (insieme con il fratello Erasmo). Rimasto orfano era stato chiamato, per frequentare l’università, da nonni e zii rimasti o tornati in continente, dove aveva poi sposato Anna Rusconi e donato alla vita tre figlie: Carla, Maria e quella Rita che abbiamo perso ieri. Da Carla, unitasi ad Angelo Gavazzi, era venuta Laura e da questa, andata a nozze con Angelo Giovanni Belloli – professoressa con professore – l’Andrea Alberto Belloli fattosi ambasciatore di fraternità rinnovata, un secolo e mezzo dopo le prime prove, fra Lombardia e Sardegna. Perché, come capita sempre o spesso in queste storie, mutano – nel passaggio delle generazioni – i cognomi, ma infine restano i sentimenti e quello dell’appartenenza ad una famiglia, come un ramo alla radice, è fra i più sacri e rispettabili. Mai però per chiusure supponenti, o autoreferenzialità di schiatta, al contrario! Per testimoniare invece, nei flussi del tempo, un pensare e un fare dialogico, intensamente oblativo…



Intercettando tanti miei interessi circa la storia civile sarda e cagliaritana nella transizione fra Otto e Novecento ecco che dalla signora Rita Angelino – che per lunghi anni aveva vissuto il più profondo affetto coniugale con un docente universitario anch’egli di radici sarde e cagliaritane! – e dal nipote avv. Andrea ebbi a più riprese, per il mio Archivio storico generale, alcuni documenti riferiti alle vicende massoniche e paramassoniche isolane: il diploma d’alto grado dell’ing. Giovanni Angelino (a Cagliari in forza al genio civile), le tessere del consolato cagliaritano della Corda Fratres di Erasmo (secondogenito dell’ingegnere, anche lui prossimo all’iniziazione massonica)…

Il sentimento collaborativo, la spontaneità dell’affiancamento è quanto mi rimane della dolce signora nell’oggi di lutto.


Fonte: Gianfranco Murtas
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