Gianfranco Murtas

 Validato   

  PersonaggiStoriaCultura

Tempo di Lettura: 18 minuti

I Canepa, da Chiavari a Cagliari: fra monsignori e poeti civili (atei), notai dialettologi e pubblici funzionari. Villanova è il primo teatro ad alta intensità di religione ed antireligione (I)

di Gianfranco Murtas


1.1 - La saga dei Canepa, se costituisce oggetto ragguardevole in sé, riferito alle vicende di una famiglia cagliaritana (ancorché di immigrazione ligure) partecipe di una fase di grandi trasformazioni cittadine e regionali quale fu il passaggio fra Ottocento e Novecento, rivela aspetti di non minore interesse circa la figura dei suoi componenti visti anche all’interno dei rispettivi ambienti di vita sociale e professionale.

La grande originalità dei Canepa sembra risiedere nella varietà dei talenti e delle vocazioni umane ed intellettuali in particolare del ramo maschile nel quale si distinguono Luca, il primogenito, che sarà vescovo di Nuoro dal 1903 al 1922; Silvio, ecclesiastico anch’egli, che sarà presidente della collegiata di Sant’Anna dal 1900 al 1910 e quindi canonico del Capitolo metropolitano; Filippo, notaio, storiografo e prolifico demologo-dialettologo; Emanuele, avvocato e pubblicista politico, oltreché fin dall’adolescenza poeta; Serafino, funzionario postale impegnato nelle attività dell’Arciconfraternita dei genovesi.

Al di là di un tale assortimento di impegni sulla scena pubblica colpisce anche il segno opposto delle tendenze ideali e civico-religiose, polarizzandosi esse in capo ad esperienze da una parte clericali e dall’altra vivacemente mazziniano-garibaldine (tanto più, questo, fra i due sacerdoti Luca e Silvio ed il poeta-pubblicista Emanuele ed in parte anche Filippo, mentre Serafino – nella cui ricca discendenza è l’avv. Mario, studioso di storia e valoroso resistente antifascista a Roma con i gielle, biografo dello zio Emanuele – appare più defilato rispetto ad una collocazione ideologica definita).

Resta da dire che assai meno esposto, sotto il profilo delle appartenenze, appare senz’altro il ramo femminile che peraltro ha collocazione anch’esso, sia pure indirettamente, su una ribalta pubblica, date le attività dei coniugi e/o di qualche figlio: ciò vale così per Nicolina, sposata con il negoziante Nicolò Loddo – da cui verrà figlio unico quel Francesco Loddo Canepa, futuro archivista di Stato e docente di paleografia –, come per Battistina, unitasi a Filippo Nissardi, archeologo e ispettore del Museo di Cagliari.

Tali sono le figure emergenti della famiglia, benché sia da dirsi, per quanto scontato, che attitudini, presenza e dunque contributo alla qualità della vita domestica, così come alla formazione ed efficacia pubblica dei diversi congiunti, vadano intestati anche agli altri partecipanti alla compagine famigliare e segnatamente ai genitori Gerolamo e AngelaMaria Bancalari.

Ridotti quasi ad una fuggevole comparsa sono gli ultimi due fratellini, caduti già nella prima infanzia, Rodolfo e Maria Teresa: rispettivamente nel 1875, a soli sei anni, e nel 1874, ad appena tre. Di un’ultima componente la famiglia, ma terza della discendenza, si conosce l’anno di nascita – il 1856 – ma si ignora (al momento, dato l’esito negativo delle ricerche svolte) quello di morte, sicché pare ipotizzabile anche in questo caso un decesso in età minorile.

Rapsodiche testimonianze scritte e memorie dei discendenti  [1] aiutano a ricostruire quanto serve almeno per una anticipazione di un auspicato compiuto studio sulla famiglia ed alcuni dei suoi esponenti, contribuendo anche a dar corpo – nella singolarità del vissuto – alla storia di quei cagliaritani di prima generazione donati alla città, negli anni intorno all’unità d’Italia, da connazionali di altra provenienza regionale.  Questo è, infatti, il mio interesse ed il mio impegno, nella convinzione che un più mirato ed approfondito scandaglio possa fornire un apporto non da poco anche alla conoscenza degli ambienti sociali frequentati da quei coprotagonisti della vicenda civico-religiosa, ma anche culturale e letteraria, di Cagliari fra gli anni ’70 dell’Ottocento ed i primi decenni del secolo successivo. 


Coordinate fisiche e sociali di un quartiere     

2.1 – E’ in una casa della parte alta di s’arruga ‘e is Argiolas – un virgolone tutto terra battuta e polvere destinato a diventare un giorno nientemeno che la via Garibaldi, nella sezione del quartiere di Villanova che quasi s’innesta nell’altra appendice della Marina e, lungo tutto il perimetro alto, nelle proiezioni del Castello fortificato dai suoi bastioni orientali – che nascono i dieci figli della coppia tutta ligure Canepa-Bancalari. Una coppia giovane e fertile lungo bei vent’anni, come molte altre si presentano sulla scena soprattutto popolare della città nei decenni attorno alla data dell’unità nazionale. Una coppia cui fanno crescente corona figli in serie, che frignano dal 1853 – quando apre un futuro dottissimo vescovo – al 1871 – quando chiude una piccolina sfortunata, destinata alle amare statistiche della mortalità infantile locale.

Tutto è iniziato, a guardare insieme la famiglia e la città, addirittura alla fine degli anni ’30 del XIX secolo, che sono anni in cui Cagliari non conta più di 25mila abitanti e i suoi quartieri costituiscono delle cittadelle semiautonome, rinchiuse da mura e porte che si sbarrano al tramonto. E governate, in una complicata scala di poteri, da gracili giunte sindacali che hanno competenza in materia di igiene e nettezza urbana, fontanelle nelle strade e lumi notturni. Ne offre ampia e gustosa descrizione lo scrittore Carlo Brundo nelle deliziose pagine del suo Cagliari Antica e Moderna[2]. Valgano alcune rapide estrapolazioni a ricreare quell’ambiente, fisico e sociale insieme, nel quale la vicenda dei Canepa si inserirà fin dai primi momenti: «La città era… piccola, uggiosa e malinconica; chiusa per ogni dove da cinte, muraglie, forti, contrafforti; divisa materialmente da porte, che si chiudevano di notte con tanto di catenaccio; guardata da ogni parte, ad ogni passo, come una cittadella in stato d’assedio, da corpi di guardia, e percorsa da pattuglie… Assomigliava ad un castellaccio del medio evo trapiantato nel bel mezzo del secolo XIX, e, a rendere più evidente l’anacronismo, non mancavano certo né i ponti levatoj, né le saracinesche, né i fossi, né vi era difetto di bravacci, che andavano a busca di avventure… Il popolino rissoso, pettegolo e, in buon dato, anche crapulone, preferiva il dolce godere e i gustosi manicaretti alla noja degli affarucoli, contento del poco pur di spassarsela allegramente… Patrimoni considerevoli sparivano in breve tempo, ingloriosamente; si sciupavano in pranzi, in merende, in gozzoviglie».

Insiste, il Brundo, con queste rapide efficacissime pennellate di memoria visiva che coprono anche gli anni ’40 e ’50, fin quasi agli eventi  che, con la declassificazione di Cagliari dalle piazzeforti militari (1866), sortiranno una nuova e del tutto inedita stagione urbana, con l’abbattimento di bastioni e mura e porte ed anche, si può dire, con la frantumazione di quel flash donatoci alla metà del XIV secolo da Fazio degli Uberti col suo Dittamondo[3]: «Sassari, Bosa, Callari e Stampace / Arestan, Villanuova e la Ligera [l’Alighiera]»… per dire di come ogni quartiere della città del tempo era considerato un comune a sé. Le istantanee dello scrittore cagliaritano sono avvilenti: «accozzame di vecchiume», «topaie mezzo pisane, mezzo spagnole», strade acciottolate ma con ciottoli di «proporzioni ciclopiche» per il travaglio di qualsiasi percorso…

Così è anche press’a poco, Villanova, una striscia di case che, dalla base dei bastioni orientali del Castello, si stende fino a Is Stelladas, rione tutto campagna in direzione di Pirri e Pauli Pirri (poi Monserrato). E d’altra parte, la campagna stringe da basso quelle strade che vanno per linee lunghe orizzontali sotto il Terrapieno ancora militarizzato – via San Giovanni, via San Domenico, s’arruga ‘e is Argiolas appunto … – e più brevi segmenti funzionanti da trasversali vicoli di collegamento. Sono infatti tutti proiezioni di Villanova gli orti, i cardeti, gli uliveti, i giardini ecc. che fanno geometria, un mosaico di proprietà magne e proprietà minime, nella grande valle che finisce press’a poco al camposanto di Monreale ed alla pineta di Monte Urpinu, e prendono il nome dalle chiese e talvolta conventi  nelle prossimità: cominciando da San Benedetto (dove nel Settecento ha vissuto ed avuto la sua visione estatica fra Ignazio da Laconi), passando verso sud per San Lucifero, ed arrivando a San Saturnino, San Bardilio e Nostra Signora di Bonaria che troneggia dalla mezza collina sul mare, e dunque così collezionando, il vasto territorio, comunità francescane, trinitarie, mercedarie, ecc.




Contano qui le chiese o le cappelle e gli oratori, dove officiano confraternite ed arciconfraternite di storia spagnola e un gran numero di preti secolari e anche di regolari, qui i domenicani là gli osservanti, in attesa dei lazzaristi e di altri ancora. Perché il quartiere si articola al suo interno in rioni, che poi non sono altro che il vicinato degli altari, dai quali muove il ritmo del calendario liturgico e molto anche della vita sociale. Davvero qui tutto sa di religione, e il sentire popolare vale un breviario con gli apporti d’una agiografia ingenua e paesana che rinsalda i sentimenti unitari dei residenti, offrendo loro quasi un’unzione identitaria. Vale invero, questo discorso, per tutta Cagliari. Ma Villanova, forse proprio per quel suo disporsi come una striscia esile e lunga «da mezzo giorno a settentrione» (come scriverà il can. Giovanni Spano nella sua famosa Guida)[4], che dà proprio l’idea della sequenza lineare che dall’esterno marcia all’incontro con gli altri quartieri – giusto a Porta Villanova –, modula lo spazio oltre che il tempo con i richiami e le devozioni patronali: per San Giovanni Battista, per San Cesello, per San Mauro, per San Rocco, per la Vergine della Provvidenza (onorata dai cappuccini espropriati dalle leggi ecclesiastiche del loro compendio in Buoncammino)… e per San Domenico, il primo che ha messo tenda qui, addirittura nel Duecento! E naturalmente per San Giacomo apostolo[5], attorno alla parrocchiale che si dice costruita sopra una sinagoga risalente ai secoli bui, una parrocchiale replicante nelle dimensioni e nel prestigio, anche e soprattutto nell’andare e venire di parroci collegiati e beneficiati, di chierici e fedeli, la cattedrale di Santa Maria… Potente nelle basse volte catalano-aragonesi che facilitano il raccoglimento, potente nei pilastri robusti e nei molti altari chiamati a far corona a quello centrale sopraelevato, potente soprattutto nelle decine di simulacri che paiono presidiare fianchi e transetti ed insieme fare assemblea per mediare le grazie chieste dal popolo al Cielo… E poi ancora c’è il cappellone dell’ospizio Carlo Felice (istituito nel 1827 come orfanotrofio e scuola d’arti e mestieri, nel 1854 esso ospiterà il primo asilo infantile della Sardegna)… e ci sono poi gli oratori – quelli detti delle Anime (o della Vergine del Suffragio) e del Santo Cristo (o del SS. Crocifisso) – immessi nella disponibilità di tutti dalle confraternite [6] che s’impongono quasi totalizzanti in tempo di Passione e di Pasqua, ma anche altri collegati ora alla chiesa dei domenicani (SS. Rosario) ora al nuovo asilo Carlo Felice (Sacro Cuore di Gesù), ora, più lontano, all’ospizio di San Vincenzo de’ Paoli infantile a monte dell’area di sa Duchessa. Sembrerebbe un sito ad altissima intensità di religione, fatto apposta o per inquadrare, in progressivo tacito assorbimento, o per respingere, in affannata ricerca di libertà. Insomma, un ambiente per… costruire preti o, al contrario, i più fieri degli anticlericali. Come capiterà, per l’un verso e per l’altro, ai Canepa.

L’economia del quartiere, pur con le sue sottolineature che guardano al rurale e ai più immediati e continuativi rapporti che esso, come buon mediatore collettivo, intrattiene con l’hinterland tutto agricolo, e in specie vinicolo, è quella stessa dell’intera città. Al cui riguardo possono valere le icastiche immagini offerte da Carlo Baudi di Vesme nelle sue Considerazioni politiche ed economiche[7], che guardano alla relazione sociale fra il capoluogo, il suo entroterra e la provincia: «Laddove fuori di Cagliari si desidera di vendere le derrate al maggior prezzo possibile, in Cagliari non si cerca… che il buon mercato; laddove nell’interno si cercano escite ai prodotti del suolo sì nell’isola come all’estero, in Cagliari si desidera che sia proibita o gravata da dazii ogni esportazione, affinché nella Città esista ogni cosa ed al miglior prezzo…». Cagliari egoista che penalizza le esportazioni e confisca le importazioni, città ingorda, «magazzino universale della Sardegna» in cui «cola già per mille modi il denaro di gran parte dell’Isola» e «si spende la maggior parte del denaro pubblico, del quale poco o nulla va nei villaggi». In altre parole: se «la Sardegna è paese principalmente agricoltore od altrimenti produttivo; Cagliari all’incontro è principalmente consumatore, essendo quasi esclusivamente composto di impiegati, e più di negozianti»… 

In una città così, alcuni dei settori commerciali di maggior business – come le caffetterie[8], da intendersi non soltanto come mescita al pubblico, ma proprio come attività di importazione e vendita all’ingrosso di coloniali – sono appannaggio di continentali (liguri e toscani in primis) e addirittura di operatori stranieri, svizzeri in particolare. Si pensi, volgendosi alla coeva vicenda di Efisio Marini – il celebre medico pietrificatore dei cadaveri –, ai Frazioli ed ai Tarasconi, entrati nella sua famiglia (per la via della moglie Giuseppa) ed entrambi importatori e negozianti del settore[9].

L’impianto delle botteghe, dall’iniziale concentrazione alla Marina – a ridosso del porto cioè –, è andato seguendo lo sviluppo edilizio e demografico, raggiungendo e dilatandosi negli altri quartieri. E Villanova è proprio il quartiere che in progressione mostra, nella seconda parte del secolo e nel primo Novecento, la più accentuata propensione a crescere urbanizzando le campagne d’intorno. 

2.2 - E’ dunque a Villanova, qualche decina di metri sopra il portico Romero (o dei Romeri) che è rimasto, unitamente a quello di Cavagna, in via San Giovanni, a documentare le muraglie d’un tempo, che prende casa e mette su una caffetteria Gerolamo (o Girolamo) Canepa, seguendo il fortunato esempio del fratello Lazzaro[10]. E’ da poco tempo che certe rappresentanze della Sardegna si sono presentate da re Carlo Alberto per fare atto di rinuncia all’antica autonomia del Regnum Sardiniae ed implorare la piena integrazione negli ordinamenti di terraferma – Piemonte e Savoia più Liguria –, insomma dello stato affidato dalla “grazia di Dio” ai Savoia.

Lui – Gerolamo, classe 1820 (secondo altre fonti nel 1824), figlio di Giovanni Battista e Teresa Centenaro – viene da San Salvatore, frazione di Cogorno, nel Genovese: un pezzo di terra che fa corona al municipio con altre modeste frazioni rispondenti al nome di Breccanecca, Costa, Monticelli, Panesi; lei – AngelaMaria Bancalari, classe 1830 (o nel 1832), figlia di Luca ed Anna Copello – è di Chiavari, contermine dell’altro comune. Il matrimonio l’hanno celebrato una mattina d’autunno del 1852, il 24 ottobre, nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista – un complesso solenne sorto nel XII secolo e ricostruito nel Seicento – in cui AngelaMaria era stata battezzata[11].

Il cognome Canepa ha molte radici e altrettante varianti – Canca, Caneva, Canepa – che alludono a un luogo cantinale per la conservazione del vino. La storia ligure e in specie genovese elenca molti giureconsulti, medici, militari e sacerdoti che nei secoli hanno onorato quel patronimico. Si sa inoltre di una località sopra Chiavari – San Bartolomeo del Bosco, poi San Michele di Leivi – che si sarebbe chiamata in antico Canepa (atti giudiziari del Seicento, ora per l’affitto di una pineta ora per una condanna di tribunale). Infine, a confermare il rimando boschivo, c’è o ci sarebbe lo stemma della casa: sul fondo azzurro un abete dritto s’alza dal terreno verde, e due cani al naturale «contro rampanti al tronco». Per concludere, secondo un manoscritto conservato nella Biblioteca di Chiavari: «L’abete è nella Scrittura il simbolo della giustizia, il cane della fedeltà; quindi il motto: justitia et fide»[12].

E’ nella memoria familiare che Gerolamo sia arrivato in Sardegna sulla scia di suo fratello Lazzaro, più grande di lui di quattro anni, e rimasto nella storia cittadina come fondatore, nel 1838, del noto caffè Genovese (inizialmente Caffè di Canepa) e socio dell’arciconfraternita dei SS. Giorgio e Caterina, o dei Genovesi (con sede a sa Costa, la prossima via Manno) dal 1844.

Il loro fratello maggiore, Giuseppe – classe 1808 – quasi coetaneo di Garibaldi, del Generale è stato un fedele soldato nelle imprese del primo risorgimento. La schiera familiare comprende un quarto fratello di nome Giovanni Gerolamo, che non entrerà però nella storia dei genovesi sardizzati[13].

A nozze fatte, se non già prima almeno come intenzione, Gerolamo impianta il suo caffè gemello poco discosto da quello di piazza Costituzione (la costituzione del 1848!) angolo s’arrughixedda: è al civico 3 di s’arruga ‘e is Argiolas, la via delle Aie, sulla destra scendendo, e lo chiama della China, riferendosi proprio alla Cina e alle sue produzioni esotiche… Né solo di bevande tratta quell’esercizio, ma anche del commercio di ardesia. Di certo l’impianto è fortunato e nel novero dei caffè funzionanti in città quello di Gerolamo Canepa eccelle senz’altro, se è vero che esso è uno degli otto che, con uno sguardo rapido ai quattro quartieri, il can. Spano richiama nelle prime pagine della sua Guida, rimontante al 1861[14].

Di pari passo con le fortune dell’esercizio, che potrebbe significare, chissà, il futuro di qualche figlio del suo fondatore, cresce la famiglia, nella casa che, secondo la pratica del tempo, insiste nella stessa unità immobiliare. Luca (che prende il nome del nonno materno) nasce nel luglio 1853; due anni dopo, ad agosto, tocca a Nicolina; nel 1856 è la volta di Anna Maria Eulalia (da ritenersi morta piccolissima); ecco poi Battistina, che vede la luce nel 1857; e dopo ancora, nell’agosto 1859, Filippo Federico Luigi (noto Filippo) e, nel luglio 1861, Emanuele Rafaele (noto anch’egli soltanto col primo nome); nel giugno 1863 è poi la volta di Serafino Giacomo Giovanni (idem), e nel novembre 1865 di Giuseppe Silvio Enrico (noto come Silvio); passano quattro anni, ed ecco venire al mondo, nel 1869, Rodolfo Egidio Raimondo, ed infine, nel 1871, Maria Teresa Anna. Dieci creature, secondo il modello familiare del tempo. Dieci creature – sette poi soltanto nello sviluppo effettivo della compagine – in cui sembrano precocemente delinearsi quegli orientamenti che segneranno le esistenze dei più: i maschi nella vocazione religiosa o professionale, le femmine in quella del matrimonio più fecondo e, possibilmente, di solido rango; il primogenito come punta avanzata ed esempio di disciplina negli studi e nelle attività sociali ai fratelli minori.

Ma neppure – se ne accennava traendole dalle curve demografiche riflettenti l’amara dimensione del  fenomeno di mortalità infantile attraversante tutti i ceti – è nascosto quello spirito domestico chiamato, più e più volte, a plasmarsi nelle dure contingenze dei lutti prematuri: perché piccoli o piccolissimi se ne vanno, ritmando così dolorosamente i tratti formativi della giovane famiglia, la terzogenita e gli ultimi due quasi aprendo e chiudendo la lunga, pressoché ventennale, stagione delle nascite.  Quando – a voler considerare adesso soltanto gli episodi dell’ultimo biennio (1874-1875) – tolti Luca che è ormai un adulto di 21-22 anni, e Nicolina ventenne, gli altri “grandi” sono ancora adolescenti: Battistina 18enne, Filippo 16enne, Emanuele 14enne… e quelli che seguono sono quasi coetanei di chi s’è involato…

Potrebbe aggiungersi, anticipando qui alcuni snodi dei percorsi esistenziali dei componenti la famiglia, l’impatto recato, nell’intimo dei singoli, dai diversi eventi luttuosi: perché porteranno Luca (dopo la morte della fidanzata) alla scelta del sacerdozio, perché tratterranno Nicolina (ancora per qualche anno, dopo la morte della madre neppure 50enne, nel 1879) dal concludere il suo matrimonio onde assistere in casa i fratelli minori, perché scombineranno ancor più l’irrequietezza di Emanuele (stretto dalla scomparsa di entrambi i genitori nel giro di meno di tre anni) fino alle più drammatiche conseguenze.  

Per tutti è d’obbligo studiare e frequentare la messa e le lezioni di catechismo nella chiesa parrocchiale di San Giacomo: che non è ancora quella travolta dal fuoco caritativo di dottor Virgilio Angioni, il quale lì arriverà soltanto nel 1904[15], ma è comunque una organizzata compagine socio-religiosa che amministra con buoni risultati la scena spirituale di una porzione della città che fra breve spiccherà il volo nei ritmi espansivi sia edilizi che demografici.

La delineazione di un tale scenario meriterebbe forse, ancorché sul piano dell’attendibilità e non del documento, una integrazione: che l’iscrizione accertata del capofamiglia (come di Lazzaro e altri congiunti) all’arciconfraternita dei Genovesi, presso la chiesa di Santa Caterina alessandrina, comporti per i figli, ancorché senza regolarità o formalizzazione, una certa frequenza alle attività religiose della compagnia. 

Pur di sentimenti genericamente religiosi, pare di capire che i Canepa nutrano, come i migliori liguri che conoscono i conterranei Mazzini e Garibaldi, l’opinione che sa ben saldare nazione e democrazia. E se un Canepa ha militato addirittura nell’esercito garibaldino, c’è qualcosa di liberale ed avanzato anche nei Bancalari se è vero che Chiavari confina con Zoagli, che è nome che pur dice qualcosa anche alla Sardegna ed a Cagliari: per la marchionale famiglia materna nientemeno che di Goffredo Mameli, martire della Repubblica Romana (e anche per le radici di quel Luigi Merello, industriale e parlamentare cocchiano, che tanta parte avrà nella economia e nella politica isolana per lunghi decenni fra fine Ottocento e primo Novecento)… Colpisce anche un altro riferimento che la letteratura religioso-politica cagliaritana rivela a proposito di un Canepa, e addirittura di quel Canepa circolino destinato a diventare prete e vescovo: l’accusa formulata appunto al suo circolo Giuseppe Manno di coltivare «sensi massonici»!

Dunque ideali politico-patriottici ed istanze spirituali e religiose costituiscono gli uni l’interfaccia delle altre, in parte convivendo e in parte – e par di capire in prevalenza, nel divenire del tempo – dividendosi il campo, assorbendo completamente le personalità nelle militanze. Ciò vale essenzialmente per quelle figure alle quali sopra si è fatto cenno, aventi una più marcata ribalta pubblica: i religiosi Luca e Silvio, i laici Filippo ed Emanuele.

Qui di seguito cercherò di fornire alcuni elementi biografici di ciascuno dei quattro (con riserva, come si è detto, di tornare in altra occasione sull’argomento, atteso che i materiali raccolti per il presente contributo sono ormai diventati assolutamente cospicui).


NOTE

[1] Gli incontri con Serafino e Paolo Canepa, nipoti (da nonno) di Serafino, sono stati preziosi per la restituzione di memorie familiari e qualche integrazione documentaria, ed in questa sede li ringrazio. Il presente contributo biografico è riferito soltanto a quattro dei dieci fratelli Canepa, di più spiccato impegno pubblico. Di Serafino, funzionario postale ed attivo esponente dell’arciconfraternita dei Genovesi, scomparso nel 1933, si ricorda il sonetto “Al Canonico Mons. Cav. Ignazio Agus 31 maggio 1905” (in occasione proprio della promozione capitolare del direttore cimiteriale). Furono poeti più o meno continuativi Luca, Filippo e soprattutto Emanuele.

[2] Carlo BRUNDO, Cagliari Antica e Moderna. Ricordo dell’Esposizione agricolo-industriale tenutasi in Cagliari nel 1871, Cagliari, Tipografia di Antonio Timon, 1871.

[3] Fazio DEGLI UBERTI, Il Dittamondo. Il poema geografico, di evidente richiamo dantesco, include i versi riguardanti la Sardegna nel capitolo XII (class. 1346 – 111, 12).

[4] Giovanni SPANO, Guida della città e dintorni di Cagliari, Cagliari, Tip. A. Timon, 1861. Alla ricostruzione degli ambienti fisici e sociali dei quartieri storici di Cagliari si è dedicato negli ultimi anni un numero crescente di studiosi di varia specializzazione. Anche sul quartiere di Villanova l’editoria recente ha offerto numerosi titoli. Per gli squarci rapidi del presente contributo mi sono avvalso del classico Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, Torino, G. Maspero e G. Marzorati, 1833-1856 dell’abate Goffredo CASALIS, e in esso del lemma “Cagliari” interno al corpus delle schede elaborate da Vittorio ANGIUS riferite a città e villaggi della Sardegna. Nel 2004 l’estratto del Dizionario Casalis/Angius è stato ristampato, con il titolo La Sardegna paese per paese, da L’Unione Sarda. Relativamente agli ultimi decenni dell’Ottocento, per un quadro dettagliato degli assetti fisici e delle caratteristiche proprie del quartiere di Villanova cf. Luigi COLOMO, Cagliari che scompare, Cagliari, 1927, in ristampa anastatica dalla cagliaritana Edinsar, 1993, pp. 88-100.

[5] Piace richiamare qui le pagine, sospese fra storia e letteratura evocatrice, di Francesco ALZIATOR, L’Elefante sulla Torre, Cagliari, 1979.

[6] La bibliografia sulle Confraternite cagliaritane è ricchissima. Spiccano in essa i contributi originali di Luigi SPANU. Qui sembra ancora utile richiamare gli studi di Francesco ALZIATOR, e specialmente La città del sole, Cagliari, Edizioni La Zattera, 1963.

[7] Cf. Carlo BAUDI DI VESME, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Torino, 1848.

[8] Cf. Carlo PILLAI, Storia dei Caffè di Cagliari, Cagliari, AMD edizioni, 2002. Da questo prezioso studio ho ricavato l’immagine riportata in copertina.

[9] Rimando qui alla mia relazione Efisio Marini e il suo tempo, letta agli Amici del libro il 1° dicembre 2008 e pubblicata nel sito internet www.efisiomarini.info. Essa rielabora un testo da me stesso proposto all’Università della Terza di Quartu S. Elena il 7 dicembre 2007 col titolo Mi chiamo Efisio Marini, cagliaritano.

[10] Cf. Carlo PILLAI, Storia dei Caffè di Cagliari, cit. L’autore dedica ampio spazio alle iniziative dei Canepa, fra l’altro anche offrendo uno stralcio dell’albero genealogico della famiglia, forse non del tutto esatto ma utilissimo a meglio inquadrare le fasi di impianto e sviluppo delle caffetterie di Lazzaro e/o Gerolamo Canepa.

[11] I riferimenti a battesimi e matrimonio di Gerolamo Canepa ed AngelaMaria Bancalari sono in Pietro CASTELLINI, Mons. Luca Canepa vescovo di Galtellì-Nuoro in Sardegna, Genova, Tipografia Arcivescovile, 1903. Così l’autore introduce, sul punto, la sua testimonianza: «Oriundo del Chiavarese, non dimenticò la patria dei suoi genitori, come di affetto e di cure speciali circondò sempre l’Arciconfraternita dei Genovesi che esiste i Cagliari. Recandosi nel 1899 a Lourdes, volle visitare in Chiavari […] , si prostrava innanzi l’immagine taumaturga del SS Crocifisso e di JS dell’Orto ricordando le preghiere ivi fatte dai suoi genitori: ivi pure pregò e offrì il sacrificio di espiazione e di pace».

[12] Cf. I Canepa (da un manoscritto esistente nella Biblioteca di Chiavari), in Per l’episcopale consacrazione di S.E. Monsignor Luca Canea Vescovo di Nuoro – pubblicisti amici plaudenti bene augurando – XXI maggio MCMIII.

[13] Cf. Carlo PILLAI, Storia dei Caffè di Cagliari, cit. Integrano gli appunti orali fornitimi da Serafino e Paolo Canepa.

[14] Scrive il can. SPANO alla p. 17: «Molti sono i caffè di Cagliari; ma nessuno è montato con lusso come i migliori d’Italia. Possono mentovarsi il Caffè d’Italia, che è il più frequentato, e Caffè del Genio in Castello. Caffè del Telegrafo, Caffè Piemontese, e la Concordia nella Marina. Caffè dell’Indipendenza, e del Giardino in Stampace. Caffè della Constituzione e Caffè della China in Villanova».

[15] Cf. Tonino CABIZZOSU, Virgilio Angioni, una chiesa per gli ultimi, Cagliari, Opera Buon Pastore, 1995.


***


Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).


Fonte: Gianfranco Murtas
RIPRODUZIONE RISERVATA ©



letto 195 volte • piace a 1 persone1 commento


User Avatar

23 Giu 2022

A causa del COVID-19 ho perso tutto e grazie a dio ho ritrovato il mio sorriso ed è stato grazie al signore Massimo Olati, che ho ricevuto un prestito di 55.000€ e due miei colleghi hanno anche ricevuto prestiti da quest`uomo senza alcuna difficoltà. È con il signore Virgolino Claudio, che la vita mi sorride di nuovo: è un uomo semplice e comprensivo. Ecco la sua E-mail : olatimassimo56@gmail.com

Devi fare log in per poter commentare.

Scrivi anche tu un articolo!