Gianfranco Murtas

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  ReligioneCultura

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Il Concilio di mezzo secolo fa. E dopo, una Pentecoste stop and go. A proposito di “Colligite fragmenta”, l’ultimo libro di Tonino Cabizzosu, e ancora ereticamente affabulando su cose di Chiesa

di Gianfranco Murtas


Stendo poche righe sull’ultima fatica editoriale di Tonino Cabizzosu a lettura appena conclusa e a lettura appena conclusa, oggi stesso (sabato 19), anche di un articolo de L’Osservatore Romano che dà conto delle parole rivolte da papa Bergoglio ai diaconi permanenti romani riunitisi in assemblea per un colloquio (a molte voci e, al solito, non di banale routine) con lui. «Durante l’incontro in Vaticano con i diaconi della sua diocesi, il Papa ha esortato a “superare la piaga del clericalismo, che pone una casta di sacerdoti sopra il Popolo di Dio». Efficace il titolo dell’articolo, in prima pagina, che pure recupera qualche battuta volata non per caso nella grande aula: «Né “mezzi preti” né “chierichetti di lusso”». I diaconi permanenti alla ricerca di una identità che talvolta, qua e là, faticano essi stessi a individuare precisamente e che, talaltra, con avarizia tutta chiercuta (e corporativa), i preti tendono a negare o a ridurre sul piano funzionale quasi temessero indebita concorrenza. 

Associo questo discorso sui diaconi al libro di Cabizzosu che riunisce cento fragmenta, sue brevi recensioni di testimonianze anche biografiche e studi e saggi usciti negli ultimissimi anni sull’evento Concilio (ma anche su altro) perché è stato il Concilio ad aver riscoperto, dalla prassi della Chiesa primitiva, e rilanciato il carisma diaconale che i secoli avevano invece ridimensionato. Infatti era stato ritagliato e privato d’ogni autonomia, ed infilato fra le obbligate tappe del percorso di chi, dopo la sacra tonsura, i quattro ordini minori e il suddiaconato collegato (ai 21 anni) alla promessa di celibato, puntava al presbiterato. Non fu cosa da poco: a parte le semplificazioni e riformulazioni degli ordini minori e la valorizzazione di lettori ed accoliti come ministranti preziosi coprotagonisti della scena liturgica, comunitaria di sua natura, essa si poneva all’interno di un più grande disegno realizzatosi poi soltanto come a pelle di leopardo – dove bene e dove poco e male e dove niente – che tendeva a dar concretezza, attingendo vocazioni dalla comunità partecipante, ad un più articolato e… orizzontale governo parrocchiale. Diciamola così: come preannuncio, ancorché ancora timido e parzialissimo, di una sinodalità operante e dunque di lato anche all’attivazione di organismi di corresponsabilità appunto comunitaria (dai consigli pastorali agli uffici di gestione delle risorse materiali, a quelli catechetici e scolastici, di socializzazione dei beni culturali ecc.). Valorizzando i talenti presenti nel laicato più generoso e disponibile al servizio. Perché poi né soltanto a funzioni liturgiche doveva restringersi il campo d’azione del diacono ordinato ma allargarsi alla socialità feriale, alle necessità domestiche di malati ed impediti, a quelle dei maggiori esposti alla precarietà, ecc.

Prendendo lo spunto dal bel libro di Tonino Cabizzosu, mi pare il sessantesimo della sua perfetta produzione, oso muovermi per vie che da quel libro, sì, originano, ma anche lo attraversano e se ne allontanano forse, cercando anche di proporre (a chi capita) un filo rosso di coerenza a riflessioni all’apparenza “tante e varie”, e forse da nessuno condivise. Questo è il contributo che posso dare alla materia traendone i motivi dalla mia vita sempre in limine e non soltanto dai libri, molti, che mi fanno da padri e da figli. 

L’amicizia personale da lunghi anni con numerosi preti e vescovi mi autorizza la franchezza (che invero non mi sono mai negato), e me la impone anzi, perché nel grande scenario che sembra trovare repliche infinite in città grandi e moderne così come in paesi modesti e di retaggio rurale – così anche in Sardegna –, e fra nazioni le più diverse del vasto mondo, le nostre occidentali d’antichi radicamenti culturali e religiosi, io vedo compiersi lo scisma: ed è uno scisma silenzioso, il più inquietante fra quelli possibili. Scisma dalla Chiesa non dichiarato – tantomeno da correnti di pensiero e militanza definite –, soltanto praticato nel generalizzato progressivo rinsecchimento della partecipazione, rivelato nella perdita di significatività del monumento valoriale e già cultuale com’è rappresentato dagli “impiegati del sacro”, maturato e sfociato nella crescente opzione di altre scuole morali o nei supponenti pasticci del fai-da-te – si pensi qui già all’abbandono degli incontri liturgici, della messa festiva (fuga dalle omelie troppe volte insulse) e dei sacramenti in generale. E ben condivisibile appare, a tal riguardo, quella frase di papa Bergoglio, che ho visto recentemente riprodotta dalla filosofa Marinella Perroni (biblista del Sant’Anselmo e teologa di prima linea) in un suo articolo: «Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza». Siamo a questo punto, occorre prenderne coscienza.

Di più: nelle riflessioni che esporrò pur in sintesi s’affacceranno anche i riverberi dell’esperienza tutta sarda del Concilio Plenario Sardo che si concluse giusto vent’anni fa e a dieci anni di distanza – quando una assemblea ecclesiale regionale avrebbe dovuto fare il punto della attuazione dei suoi indirizzi o delle sue direttive in materia soprattutto di integrazione operativa da parte delle dieci diocesi (così secondo gli impegni assunti dai vescovi negli stessi Atti) – toccò, davanti alla ingloriosa e mortificante diserzione episcopale, alla Fondazione Sardinia di occuparsene in un pubblico convegno. Peraltro ad esso parteciparono, nonostante le insistenze in senso contrario venute dall’arcivescovo di Cagliari (e, suo sodale, da quello di Oristano penoso censore), l’arcivescovo emerito Tiddia, don Efisio Spettu già rettore del seminario regionale, padre Raimondo Turtas e altre varie personalità, laiche ed ecclesiastiche, di buon rango, da Bachisio Bandinu ad Antonio Pinna…

La rivoluzione necessaria

Una Chiesa declericalizzata ed aperta era il sogno dei migliori: sogno da qualche parte realizzato anche prima del Concilio, in realizzazione durante e dopo le sessioni di lavoro in San Pietro – tanto più in terra di missione –, in realizzazione anche oggi in varie parti del mondo (e d’Italia) dove, tanto spesso, sono le situazioni ad imporre la soluzione. Forse anche facendo capire che non soltanto le situazioni quando e perché critiche debbano suggerire il rimedio, anzi la soluzione, ma che sia, o debba essere, la soluzione – appunto la declericalizzazione – l’obiettivo di ogni Chiesa particolare. 

Penso anche – io che però sono fuori del recinto e sono irregolare sbagliato (o dillo liberale critico) – alle sperimentazioni delle cosiddette “unità pastorali” avviate pure in Sardegna, associando nella fraternità del servizio laici d’impegno (benissimo donne e benissimo uomini) e preti giovani e in forza ed ottimisti, preti anziani ed esperti già nella riserva e religiosi e suore, nonché appunto diaconi e ministranti: proprio sperando nell’efficacia “contagiosa” della collaborazione, secondo una formula innovativa e (almeno teoricamente) d’avanguardia, sperando di suscitare più largo impegno delle diverse componenti presenti all’appello. In uno scenario – andrebbe aggiunto alle considerazioni precedenti – di dimensioni assai più ridotte di un tempo, nella consapevolezza d’esser diventati, per i mille accadimenti della storia e per la trasformazione del costume, minoranza e perfino infima minoranza: ma con in più, rispetto ad altri tempi, il gusto della missione fattasi da annessiva totalizzante ad attrattiva in libertà.

La declericalizzazione come obiettivo

E’ un discorso tremendamente serio, questo, e certamente non ci voglio giocare con frasi fatte, o con espressione di sentimenti sinceri sì, ma tutti strettamente personali, non di scuola, e poveri. Ma pure non posso non confessare di godere allorché il papa stesso confida a Eugenio Scalfari: «Quando ho di fronte un clericale divento anticlericale di botto. Il clericalismo non dovrebbe aver niente a che vedere con il cristianesimo». Ed ho memoria abbastanza precisa, anche se non ho ricercato adesso la fonte (certamente però si tratta di un articolo-cronaca di La Civiltà Cattolica dei padri gesuiti), di un certo scambio di battute che il pontefice ebbe con i superiori generali degli ordini regolari, alcuni anni fa, e così però, con le stesse conclusioni, anche in altre circostanze: a chi gli chiedeva di favorire l’entrata in funzione dei cosiddetti “viri probati”, anziani di comunità (bellamente coniugati) fatti “ministri eucaristici” in ordinario esercizio, reclutandoli fra i catechisti di maggiore competenza, esperienza e virtù, egli, il papa venuto dall’Argentina (esperto di cose latinoamericane da Medellin in qua), rispondeva netto: ma perché volete clericalizzare questi laici? Lasciateli come sono, la forza e il futuro della Chiesa sono tutti nel laicato, non nel clero. Così come appariva aperto a possibili riforme degli statuti organizzatori degli ordini religiosi circa la possibilità che un regolare non presbitero potesse assumere, se liberamente eletto, la carica di governo apicale.

Sicché, aggiungo io (e chiudo l’argomento) riferendomi adesso ad applicazioni sarde, e in particolare alla proposta promozione del sacerdozio femminile, si tratta di stare sempre attenti a non ingaggiare, per insufficiente o depistante riflessione, una qualsiasi battaglia effettivamente di retroguardia immaginandola invece illuminata e progressista. Perché il sacerdozio femminile – e naturalmente non entro io in questioni di pura dottrina riguardo all’ “imago Christi” – finirebbe per estendere e rinforzare quella ingessata dimensione chiercuta e corporativa della Chiesa che invece andrebbe radicalmente rivista (e verrebbe da dire: smantellata).

Si discusse molto, al tempo della Dominus Jesus – e dunque già vent’anni fa –, sulla natura della Chiesa (e il suo immenso portato dottrinale) e se questa dovesse intendersi – e sempre semplifico il discorso importante e fascinoso – come “federazione” di Chiese locali o se essa fosse da intendersi compiuta e nella sua pienezza dogmatica in ogni propria frazione. 

Chiaramente fu questa seconda accezione quella che, in punto di dottrina, si affermò senza riserve, ma altrettanto chiaramente la prima fu colta come necessario complemento nella lettura delle dinamiche proprie della Chiesa missionaria, cioè della Chiesa storica.

Questa riflessione rimane sottotraccia sempre quando si vogliano affrontare questioni di tanta rilevanza e cui hanno diritto di dire la loro, con compostezza e misura, con documentazione certa ma anche con il rispetto di tutti, i battezzati quale che sia il loro rango civile o ecclesiale, accademico od operaio, anagrafico o politico.

Le originalità territoriali incidono evidentemente nelle rappresentazioni che ciascuno materializza osservando e, ad un tempo, elaborando il giudizio e la possibile propria collocazione – collocazione di responsabilità – nel contesto: entrano qui, eminentemente, i sentimenti dell’appartenenza, delle convergenze culturali, e insieme entrano le propensioni partecipative, quelle di… logica musiva, dell’incontro con le altrui identità nazionali e di cultura e religiosità così come sedimentate dalla storia… neppure per obbligate conclusioni di meticciato ma certamente per approdi in chiave di reciproco rilevante arricchimento interiore, intellettuale e spirituale.

Dunque io mi posiziono, nel rilascio di queste modeste riflessioni, nella mia sardità e fierezza italiana, con il bisogno pieno di universalità, trasferendo la metafora balducciana dell’Uomo planetario sul piano di un ecumenismo civile che contenga e sappia godere di ogni pulsione religiosa, quelle che portano il senso delle cose e il gusto della condivisione… 

Viaggiando fra le tessere di Colligite

Importa rimarcare che le cento tessere ricomposte nel secondo volume di Colligite fragmenta sono registrazioni – nel tempo offerte ai lettori di Voce del Logudoro e/o in altri contesti – le più assortite del Concilio. Esse non si esauriscono però nella vicenda conciliare bensì dall’evento che fu il capolavoro ecclesiale del XX secolo – come invece certamente non fu quello piino di cento anni prima, stretto fra le miopi urgenze della proclamazione infallibilista, l’ultimo trionfo della ghigliottina di Mastro Titta (e suo assistente e successore) nel 1868 e la breccia di Porta Pia nel 1870 – partono per coprire l’intero percorso che ci porta all’oggi: alla bruciante questione della pedofilia nella Chiesa, agli abusi di potere e di traffico finanziario e speculativo dei suoi vescovi-funzionari, ai peccati pubblici che nella centrale vaticana ma poi in molte diocesi del mondo si sono consumati e che la Chiesa stessa, con la parola del suo capo, oggi ammette chiamandosi da sé a rimediare, ben sapendo di quanto l’ipocrisia istituzionale abbia essa stessa aggravato il male favorendone lungo i decenni l’espansione e i nuovi scempi radicamenti. Sicché entrano nella ricostruzione per segmenti – segmenti che fanno sistema – gli elementi di crisi del pontificato di papa Benedetto («il papa del coraggio» lo chiama Cabizzosu), l’inverecondo assalto al suo tavolo, la delittuosa sottrazione dei documenti portati alla sua conoscenza e al suo giudizio, ed anche il rilancio dei tribunali vaticani e la chiamata di vescovi e arcivescovi a render conto alla legge. Ed arrivano all’oggi, al pontificato di un papa Francesco contestato brutalmente da qualche cardinale e da un nunzio ormai passato nella riserva ma ancora in grande spolvero polemico, che ne pretende le dimissioni: pontificato entrato anch’esso, con le sue grandezze e qualche sua ambiguità, nella lente d’analisi, ancorché in via mediata, di Tonino Cabizzosu recensore di opere come quelle di Lucio Brunelli, Nello Scavo e Roberto Beretta, Antonio Spadaro (direttore de La Civiltà Cattolica) e, ipercritico, Aldo Maria Valli.




D’altra parte va detto che i tre quarti dei titoli entrati nelle letture conoscitive e critiche del Nostro fanno immediato riferimento a figure “religiose” della galassia ecclesiale – diciamo pure a figure clericali nella varietà dei gradi e delle responsabilità come anche nell’assortimento largo delle sensibilità e visioni culturali – mentre ai “laici del Concilio” o ai laici che guardano al Concilio, e fra essi alcune donne, solo alcune donne (pur se nel gruppo sono complessivamente richiamate le ventitré “madri del Concilio” e quelle portate sugli altari da Giovanni Paolo II), sono riservati spazi limitati, quasi marginali. Il che, ben s’intenda, non è colpa di Cabizzosu: al suo posto io stesso avrei replicato il modello di studio e trattazione. Direi anzi che Cabizzosu è andato e va perfino in controtendenza, accogliendo con mente aperta nella sua vasta produzione editoriale quanto dal genio femminile soprattutto sardo (o sardizzato per esperienza di vita e circostanze diverse) è venuto: così soprattutto nelle famiglie regolari (e si pensi qui alla curatela, con Francesco Atzeni, del volume sulle Congregazioni Religiose e Istituti Secolari, si pensi ai saggi contenuti nei quattro tomi di Ricerche socio-religiose, si pensi ai due volumi sull’epistolario di madre Maria Agnese Tribbioli – Coraggio sempre e amore grande! – e al Diario spirituale di Bianca Pirisino, si pensi soprattutto a Donna, Chiesa e società sarda nel Novecento con la sua decina di profili biografici stricto sensu e la panoramica a campo largo e campo stretto sulle famiglie di suore e monache che in Sardegna sono state un esercito di lavoro sociale e protezione spirituale)… 

Comunque è certo, e comprensibile e ben giustificabile, che nell’autore/curatore di Colligite fragmenta il fatto clericale interno a quello ecclesiale sia più sentito anche per spirito di colleganza oltre che preferito per gusto di materia, così come è anche vero che la produzione di lavori editoriali sul Concilio e il postConcilio si è orientata con larghissima prevalenza sui protagonismi e anzi i protagonisti diretti e indiretti, immediati e mediati della scena basilicale, insomma su un mondo nel quale la metà, e più della metà del mondo… altro, quello comprensivo e generatore del primo – il nostro insomma –, non era compresa. Che se tu anche ti dovessi limitare a veder scorrere un film sul Concilio o soltanto ad osservare una fotografia-tipo, emblema del tutto, vedresti il trionfo pieno del maschilismo e penseresti a una identificazione “naturale” e immodificabile della Chiesa (“sposa di Gesù Cristo”) con il genere maschile assunto per cooptazione nella dirigenza lungo i secoli e anzi i millenni, il genere datosi alla militanza ecclesiastica, nei seminari, nelle parrocchie, nelle università, negli episcopi. (Aggiungerei, perché è sostanza: cooptazione suggellata dal sacramento e nella invalsa combinazione ministero ordinato/potere, presidenza o impero). E peraltro: allargando lo sguardo ad altre religioni, alle altre maggiori religioni, vedresti sui minareti soltanto talacimanni maschi, e non soltanto per la voce più robusta… ché l’intera corporazione degli imam ben si sa essere piena di maschi e vuota di femmine. 

Società misogina

Gli è che la società che era matriarcale – la narrano così gli antropologi riferendosi alle mitologie della madre terra ed all’icona della fecondità moltiplicatrice – mutò o rovesciò poi, lungo i millenni, facendosi patriarcale (e cacciatora e nomade) e la stessa cultura ebraica e quindi quella cristiana – non soltanto europea ma attraverso i canali del colonialismo anche di altri continenti – subì la graduale trasformazione. Fino a portare a livello di assoluto, quasi come dato di natura o di volontà divina (contrappasso per la colpa di Eva) quel che era soltanto una trasformazione – e chissà se evoluzione o involuzione – storica. Venne perfino addossato alle donne l’impurezza dell’atto sessuale, che doveva essere invece benedizione perché partecipazione all’opera creativa: ed ancora fino a pochi decenni fa le nostre partorienti, anche le nostre sarde, dovevano purificarsi attraverso la clausura post partum e riti speciali di risalita, fino ad arrivare in riconquistata leggerezza al battesimo del neonato.

Sta di fatto che le donne sulla cui operosità si sono rette per secoli le comunità famigliari e civili e anche religiose sono storicamente escluse, altro che nella falange ancillare, dalla partecipazione alla vita ecclesiale: partecipazione elaborativa e decisionale, partecipazione direttiva. Sta di fatto che una fila di duemila e quasi tremila vescovi e abati, cardinali e patriarchi con i loro piviali cerimoniali e la mitria in testa fotografa una realtà che all’uomo (e soprattutto alla donna) del duemila può suonare singolarmente stonata e inattuale: stonata per la rappresentatività che manca del tutto, stonata per l’evidenza di una ingessatura che nella composizione tutta al maschile del collegio apostolico originario cerca spiegazione, giustificazione, conforto e… motivi anche per il domani. E così non può essere, non necessariamente per dover o voler sfondare o rovesciare l’imago Christi del sacramento, ma per rimodulare incisivamente gli assetti comunitari tanto da riversare alla dimensione comunionale, e finalmente, un di più di risorse umane, intellettuali e spirituali. 

Tutto questo, intendo questa riflessione critica, val la pena di ripeterlo e sottolinearlo, non compromette per nulla la ricchezza che dalle esperienze di vita, e di cultura e responsabilità ecclesiale può esser venuta – ed è venuta! – dai papi e dal coro dei vescovi di rango scalettato e riuniti attorno a lui per l’assunzione delle delibere più impegnative e quindi di nuovo dispersi per nazioni e continenti, ovunque portando ed applicando indirizzi e deliberazioni. Di lato all’esercito di suore e monache chiamate all’esercizio di santità nei conventi e nelle opere pie di assistenza ed educazione, lungo i secoli ha posto, con funzioni di potere sempre e soltanto uomini. Naturalmente le gerarchie di valore nella Chiesa non sono, né possono essere quelle proprie di un sistema politico né di una qualsiasi democrazia, per cui ben potrebbe ritenersi che la chiamata alla santità soddisfatta da un ruolo di maggior prossimità ai poveri conti mille volte più d’una mitria e del prestigio d’una firma in chiusura d’una lettera pastorale. Insomma, le figure di Santa Caterina da Siena o di Madre Teresa di Calcutta non patiscono ingiuste subordinazioni al rango storico di nessun papa e di nessun vescovo. Ma non è di questo che voglio dire. Né potrei dire cosa ben fatta l’ingiusta umiliazione imposta a chicchessia perché dato che ne avresti in risposta l’esaltazione virtuosa della vittima. Non di questo si tratta, ovviamente…

Frugando nel libro… ecco i sardi

A Paolo VI – oggi sugli altari – Tonino Cabizzosu dedica sedici paragrafi della sua raccolta e fra essi si frammischiano pagine esaltanti e pagine inquietanti, fra la Populorum Progressio (vetta magisteriale di papa Montini) e la Humanae Vitae (ma quest’ultima – lettera enciclica del 1968 – ha una trattazione tutta sua per l’intervenuto lasciapassare, da parte della Santa Sede, allo studio delle carte preparatorie, che infatti sono state viste, fra gli altri, da Gilfredo Marengo, antropologo teologo, il quale ne ha poi scritto in La nascita di una enciclica: Humanae Vitae alla luce degli Archivi vaticani). Così di particolare interesse sono le pagine dedicate, fra i protagonisti conciliari, al cardinale Giacomo Lercaro – uno dei quattro moderatori (copresidenti delle sessioni) – ed al vescovo Enrico Bartoletti, per lungo tempo segretario generale della CEI (fino alla svolta, negativa a mio giudizio, imposta dal cardinale Ruini alla corporazione episcopale d’Italia, così come al giornale Avvenire, bella Pravda nazionale per lunghi, lunghissimi anni). Ma evidente specialissimo rilievo mostrano anche, nei rimbalzi delle note recensorie di Cabizzosu, personalità che non hanno partecipato all’evento conciliare – o precedendolo o seguendolo per ragioni d’anagrafe personale – come il cardinale Ildefonso Schuster o come il contestabile monsignor Viganò e gli altri presuli che, forse con ruoli diversi (soprattutto successivi), quella esperienza pentecostale in San Pietro hanno vissuto a relativa distanza, da Carlo Maria Martini (curatore in quegli anni di una nuova edizione del Nuovo Testamento in latino e greco) a Silvano Piovanelli (prossimo arcivescovo di Firenze e, al tempo del Concilio, parroco di campagna e amico di don Milani), da Oscar Arnulfo Romero a Giacomo Biffi…

Presente a quelle tornate basilicali, giovane vescovo (allora ausiliare di Roma) era il “sardo” Giovanni Canestri, una delle figure che con altri nostri – metti il professor Manlio Brigaglia, metti la mistica francescana e laica campidanese Tina Garau – Cabizzosu inserisce nella raccolta prendendo da una circostanza o dall’altra lo spunto per una zoomata ad personam. (Nel novero sardo metterei anche Giovanni Antonio Mura ad un cui lavoro del 1942 – Il parroco di Geranio, già recensito favorevolmente nel 1942 dai gesuiti de La Civiltà Cattolica – Cabizzosu dedica una delle sue recensioni su cui in coda a questo scritto mi permetterò alcune chiose). Di Canestri, in particolare, Cabizzosu richiama il volume biografico a molte partecipazioni – la mia compresa – uscito nel 2019 e che da onore a un porporato di invidiabile signorilità umana e spirituale. Del mio caro professor Brigaglia recupera invece alcuni passaggi di confidenza autobiografica compresi in Tutti i libri che ho fatto, libro-intervista a cura di Salvatore Tola e Sandro Ruju: avendo più spazio forse il Nostro avrebbe potuto riproporre, del professore indimenticato e generoso come una miniera, il profilo di intellettuale di radice cattolica apertissimo al nuovo (e alle virtù laiche della sinistra) ed espostosi, non bastasse per il resto, al tempo del referendum antidivorzista, ovviamente per dirsi contrario alla abolizione della santa legge Fortuna-Baslini.

Evviva i preti (quelli d’esempio)

Papi e vescovi, religiose e qualche laico o laica anche di origine sarda, sembra però indubbio che nel popolo delle 250 pagine di Colligite fragmenta sia la corporazione clericale – quella dei presbiteri diocesani e dei religiosi – la più affollata di personaggi meritevoli di scandaglio, e tutti sono nomi veramente d’eccezione: da don Primo Mazzolari a don Lorenzo Milani, da don Peppe Diana a don Pino Puglisi (oggi beato), da don Alessandro Pronzato (il prete scrittore che iniziò a pubblicare i suoi Vangeli scomodi nell’anno stesso della fine del Concilio, qui raccontato in quattro tranche) a don Franco Peradotto (giornalista torinese e “voce” degli arcivescovi cardinali in successione per cinquant’anni, da Fossati – il nostro Fossati – a Poletto), da don Andrea Santoro martire a padre Bartolomeo Sorge – di recente scomparso, già direttore de La Civiltà Cattolica – ed a monsignor Pio Paschini (storico e rettore della Lateranense che fu vescovo soltanto per due mesi, ottuagenario indirizzato alla morte, proprio nei mesi della prima sessione conciliare), e ancora da don Sturzo – il fondatore del partito popolare che tanto patì per gli accomodamenti vaticani con il fascismo (e si prese ventidue anni di esilio fra Parigi, Londra e New York) a padre Riccardo Lombardi (il terribile microfono di Dio, ricordato anche a Cagliari per conferenze e comizi che comunque contribuirono a salvarci da Stalin, che Cabizzosu richiama, sulla scia di un lavoro di Raffaele Iaria, come estensore materiale dei modesti “vota” di monsignor Paolo Carta vescovo di Foggia nella fase anteconciliare)…

Parlando di Chiesa in libertà

Portatrice sì di una missione chiamala extratemporale ma pure, essa stessa, figlia della storia, la Chiesa è cosa che attiene ed insieme si distingue dal suo clero che invece, al grido di “Dio lo vuole” ha dato, volta per volta, nel passato e talvolta anche nel presente, carattere di assoluto ed extratemporale a quel che era soltanto relativo, produzione umana, soltanto umana. Ed anche a se stessa, confondendo la “sacra unzione” con il piedistallo sociale. D’altronde quella distinzione non poteva, e non può, non essere perché è verità, la sua, che viene proposta così come la filtra la cultura del tempo. Talvolta perfino drammaticamente rovesciata di senso e prospettiva. Sono le categorie mentali degli uomini che, epoca dopo epoca, portano a codificazioni che si dovrebbe avere sempre l’umiltà di considerare “provvisorie”, di “semilavorato”, mai di “prodotto finito”. Lo stesso Giovanni XXIII sosteneva che i superamenti che la Chiesa compie, ogni giorno che viene, delle sue stesse predicazioni passate derivano non certo dalla mutevolezza della Verità – che è sempre poca ed insieme grande cosa (cinque parole che spiegano il senso del tutto) – ma semmai da una maggiore comprensione, da una comprensione progressiva (e invero talvolta con regressioni ma per futuri recuperi!), che si ha delle Fonti. Tutte con la maiuscola. 

Invece, e sembra di risentire i versi della Lode del dubbio di Bertold Brecht e di poterli associare alle esperienze di vita che in molti hanno purtroppo vissuto, docenti e discenti, docenti che sono stati anch’essi discenti, discenti che si preparano a calcare la scena replicando la cattiva lezione: «Intronato dagli ordini, passato alla visita / d'idoneità da barbuti medici, ispezionato / da esseri raggianti di fregi d'oro, edificato / da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie
un libro redatto da Iddio in persona, / erudito da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode / che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco / nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio. / Veramente gli è difficile / dubitare di questo mondo». 

Io direi che i preti che non si collocano in quella prospettiva che è anche intellettuale, interpretativa delle dinamiche storiche, e non fanno testimonianza, non muoiono per la comunità, cioè per la giustizia, sono una cosa diversa, altra e forse lontana dalla Chiesa definita “Corpo mistico”. Sono uomini di mestiere, più spesso onesti e gentili, che una certa formazione ha costruito incapaci del dubbio, perfino del sano e santo dubbio della fede, figurarsi delle forme cultuali, figurarsi se propensi agli avanzamenti, a raggiungere nella/con la propria comunità, l’ideale linea di Turoldo o Tonino Bello – altra icona che torna nella pagine di Cabizzosu –. Invece che dagli anticipatori, oggi emarginati e domani onorati, si tengono distanti. Eppure anticipatori, buoni maestri e non cattivi maestri, dovrebbero esserlo tutti senza eccezione.

I teologi della Nouvelle Théologie furono bersaglio preferito del Sant’Uffizio per lunghi anni anche dopo la seconda guerra mondiale e la loro impostazione fu condannata da Pio XII. Salvo poi diventare, essi collettivamente ed individualmente, una delle energie più potenti del Concilio giovanneo e paolino dei primi anni ’60. Il vescovo di Prato aveva tuonato contro i “pubblici concubini” perché sposati soltanto civilmente, ma più tardi – cinquant’anni dopo – il vescovo di Modena avrebbe accolto per due giorni interi le spoglie del grande Luciano Pavarotti, divorziato e risposato, nella camera ardente allestita in duomo.

Alle stesse logiche dell’Inquisizione brutta si piegò la caccia alle streghe degli antimodernisti, nei primi del Novecento, e lo stesso giovane Angelo Giuseppe Roncalli ne fu sfiorato fra i sospetti (come altri preti cagliaritani di quella stagione d’inizio Novecento) – ne ebbe prova da papa, visitando le università romane e visionando qualche dossier –, e ancora sotto il pontificato di Giovanni Paolo II furono innumerevoli i teologi intrappolati in processi unidirezionali in cui gli accusati non conoscevano gli accusatori, vedendo spesso manipolati – nel senso di malamente tradotti – i loro testi andati in stampa e segnati con la matita rossa e blu dai censori di mestiere alla ricerca dell’eresia, uomini esperti di molte cose ma forse poco della vita. (Ciò nonostante – bisognerebbe dire anche questo – la generosità del cuore di molte vittime recenti, o relativamente recenti, fu la stessa che mosse anche il nostro padre Balducci – crocifisso pure lui a suo tempo – a dire di dover distinguere, nei suoi carnefici canonici, fra i quali si ricordava il cardinale Ottaviani, l’animo buono dalla ottusità dogmatica ed astorica).

Cagliari ha fatto la sua parte: quante accoglienti messe per disperati suicidi ha celebrato nel tempo don Mario Cugusi in Sant’Eulalia, forse addirittura ignorando che un suo lontano predecessore aveva imposto – era il 1894 – la separazione, la biforcazione del corteo funebre che accompagnava al cimitero di Bonaria Salvatore Onnis e sua moglie una Devoto, quando seppe che donna Caterina s’era preso il veleno alla notizia choccante che, dopo aver perduto due figlietti, aveva perduto anche il marito…

Ma pure è ancora stop and go, e nessun vescovo della Sardegna come anche nessun parroco delle settecento parrocchie isolane, né un francescano né un gesuita ha celebrato pubblici funerali religiosi per Piergiorgio Welby, in riparazione alla manifestazione spavaldamente ateistica del cardinale Ruini che quei funerali in chiesa aveva impedito, mettendosi al posto di Dio – dicono i Novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso (e non aveva titolo, dunque, il cardinale di giudicare in un certo modo ignorando che Dio aveva già fatto il suo e, com’è dato credere per buon senso, in termini opposti a quelli del tronfio colonnello) – perché un malato di sla ormai da trent’anni non potrebbe mai staccarsi, ancorché sfiancato e ridotto a nulla, la cannula respiratoria. Nel più sonnolento e deresponsabilizzante conformismo nessuno, nel clero sardo, ha alzato neppure il sopracciglio. Indifferenza e paura invece di libertà liberatrice.

L’odiosissima Chiesa del cardinale Ruini

Fattisi padroni di sacramenti e sacramentali, cattivi maestri nello scambio fra le categorie assolute e categorie relative, quante sofferenze i preti hanno portato ai deboli! sempre poi scambiando – ecco un altro scambio – per vieto anticlericalismo ogni argomentata protesta al loro padronale esercizio del ministero. Inappuntabili con la loro berretta nera e la talare e i pizzi delle cotte – il saturno nelle uscite e magari qualche mantellone nelle sfilate extraterritoriali, i lefebvriani, anche quelli sardi, rimasticano verità possibilmente in latinorum. Pensano che d’esser contemporanei di don Abbondio. Eppure è venuto un papa che, con un parlare franco e mente libera dai nostri condizionamenti latini od europei – e senza che per questo noi siamo passivamente ai suoi ordini –, parla come Voltaire e riceve monsignor Soave, Jean Gaillot che fu rimosso da Evreux e collocato nel nulla di Partenia: il nulla presto rigenerato, però, dal vescovo punito perché profeta in diocesi planetaria.


«Non è possibile ignorare i problemi della gente senza rischiare di tirarsi fuori totalmente dalla realtà… Non si tratta di assumere tutti gli errori della società, di aderire a tutte le perdizioni… Ma come ignorare quanto la grande morale e i grandi principi possano talvolta essere inapplicabili sul terreno concreto della vita, quanto essi possano per certi aspetti mostrarsi disumani?».

Monsignor Soave parlava e scriveva, incontrava tutti – tutti i peggiori che forse erano i migliori – e si esponeva negli anni duri dei sans papier in Francia, gli stessi che erano per la Francia e per l’Italia, per la Sardegna e Cagliari e per il mondo, gli anni della droga di massa e dell’aids, del sesso incomposto e forse selvaggio e delle morti appunto di aids e di sesso selvaggio. Una travagliata realtà sociale che, per la mia quota, ho conosciuto dall’interno anch’io, accompagnando al camposanto quattrocento amici, vigilando il transito, dialogando nell’obitorio con chi continuava comunque ad esserci, forse rinforzato da quell’altro ineffabile “faccia a faccia” che era stato già di Mosè, svoltosi nella tenda di Mosè in un tempo antico.

Monsignor Soave

Sicché, dunque, orientava alcuni dei suoi riflettori, monsignor Soave, sulla realtà giovanile, ma invero quei riflettori erano su tutte le complessità di quel tempo che è ancora, drammaticamente, il nostro tempo: «Si deve solo brandire l’anatema, senza preoccuparsi della crudele realtà? So che l’era moderna è quella delle omologazioni e che le mie prese di posizione sono state spesso radicalizzate. Per esempio, sul preservativo, riguardo al quale non ho mai preteso che rappresentasse la soluzione ideale, ma un mezzo di emergenza. Predicare in primo luogo la fedeltà a degli adolescenti non serve assolutamente a niente. E’ essere fuori dal mondo, è rifiutare di vederlo come è. E’ non avere mai accompagnato dei giovani in fase terminale… Io sono per la vita. La vita prima dei dogmi. I gesti prima delle parole. La spiritualità prima della morale. L’essere umano prima di tutto…».

Per fatto puramente generazionale monsignor Soave non poté essere uno dei padri conciliari, sennò certamente sarebbe entrato nella galleria delle personalità alte delle assise ecumeniche, quelle dell’alleanza fra la Chiesa e la contemporaneità, descritte dagli autori e rimbalzate nelle cento più cento recensioni di Tonino Cabizzosu. Credo proprio che ai suoi Welby monsignor Soave – oggi alle soglie dei 90 anni – abbia dedicato le più alte delle sue omelie partecipative.

Lo scisma silenzioso che va colpendo, con angoscia e pena (ad accorgersene!), la Chiesa cattolica (e, per quel che se ne sa, le altre Chiese storiche dell’occidente ricco, o delle apparenze ricche, mentre le sette fondamentaliste di qualche radice protestantica fanno proselitismo in ampie aree di lingua spagnola e portoghese) è evidenza che non si sa affrontare. Eppure essa è centrale nelle attuali dinamiche della Chiesa universale perché ne mostra il fiato stanco, l’incapacità diffusa di elaborarne le cause profonde. Alle dispersioni cui il tempo moderno ci spinge non si sa fornire, da parte di una Chiesa ministeriale, alcun rimedio. Essa permane in una crisi identitaria che il tempo presente con le perdonerà. Essa fatica a vivere la dimensione del “lievito fermentante la pasta” e invece ancora troppo si specchia nelle modalità castrensi, riducendo a poca cosa la comunionalità: deve d’urgenza assoluta resecare o limare le ingessature degli antichi ruoli fissamente gerarchici e rigenerarsi nella virtù che Domineddio sembra aver donato copiosa e sorprendente a innumerevoli aree grandi e piccole, minime perfino, dell’… eresia. C’è virtù da scoprire nelle famiglie allargate e fuori classifica, c’è virtù nelle famiglie arcobaleno, c’è virtù nelle decisioni estreme di chi vuole staccare la spina. Il nostro tempo reclama assunzioni di responsabilità personali e collettive come mai forse prima.



La pochezza dell’offerta posta sul piatto dalla istituzione religiosa ed ecclesiastica – che pur non sembrerebbe tale sul piano puramene dimensionale e quantitativo se raffrontato con l’altra più complessa offerta proveniente dal pubblico, nella scuola soprattutto – sconforta. Non vale qui il discorso della mensa Caritas e di quanto attorno ad essa ruota – che è grande cosa, s’intende, e sul piano morale e su quello materiale –, vale il discorso dell’accompagnamento alle confessioni, neppure necessariamente tutte sacramentali, come ministero posto in capo a preti o pretini senza alcuna esperienza di vita: essi sono richiesti, tanto più nelle piccole comunità di paese, di un consiglio su una crisi coniugale, sulla criticità di rapporto con un figlio adolescente, su questioni le più intime di natura affettiva e sessuale… Ma qual tipo di affiancamento possa portare un ragazzo talarino tardolefebvriano, come capita da tante parti e certamente capita in Sardegna ed anche a Cagliari – lo saprà il vescovo? –, a genitori o a figli attraversati dalla confusione e pressati in una malvagia destabilizzazione esistenziale? Eppure, davanti al silenzio degli stessi docenti della facoltà di Teologia, alle obiezioni i vescovi rispondono: «Ma noi abbiamo bisogno di preti! impareranno cammin facendo». Sì, però tu intanto mandi fuori di testa quella giovane che deve poter decidere della sua gravidanza inattesa e sgradita, o quella coppia disorientata, che ha perduto il senso familiare e cerca, nella centrifuga emotiva, perciò nella irrazionalità, soluzioni né di rattoppo né di evasione.

Quell’ammonimento di don Angelo Pittau operaio-prete…

Mi vien da ripensare adesso al mio amico don Angelo Pittau, che ho celebrato per i suoi ottant’anni, di recente, con una mostra – presso le stanze dell’ex seminario di Villacidro – degli scritti quasi sconosciuti di Giuseppe Dessi, sulla cui produzione egli lavorò per la tesi di laurea discussa alla Pro Deo prima della partenza, nel 1967, per il Vietnam in guerra e per tutto quello che ne seguì (scaricatore di porto e muratore e cento altre cose, prete operaio, anzi operaio prete in Francia e poi a Torino, altri quattro anni pieni prima di tornare, nel 1974, in Sardegna). All’indomani della pubblicazione di Viaggiando Chiesa – un libro-intervista con lui uscito due anni fa – egli volle dare alle stampe un manoscritto di cinquant’anni fa, una confessione di vita a tutto tondo, di sapore intensamente esistenziale: confessione d’uomo e confessione di prete, o di giovane prete. Ne riprendo qui alcuni passi e suggerisco all’arcivescovo di Cagliari, spero in superamento di passate acrobazie in Comunione e Liberazione, di passarli ai giovani del seminario regionale, così come auspicava lo stesso don Pittau. E vorrei anche che, magari concordandolo con gli altri vescovi della Sardegna, ipotizzasse come apprendistato d’obbligo per tutti i giovani preti isolani una esperienza di almeno un anno pieno in terra di missione prima della assegnazione, con casa e stipendio, ad una parrocchia diocesana.

Scrive don Pittau nel suo Diario ritrovato (1969), in una pagina delle cento: «Vorrei che mi leggessero soprattutto i giovani, i preti della mia età [allora trentenne] perché è con loro che vorrei avere dialogo e da loro trovare una risposta ai miei perché…

«Sono cresciuto per essere “prete” non per essere uomo anche se io cercavo di ribellarmi, (ma avevo la coscienza tranquilla), a questo processo. Curioso processo di idee e di fatti che mi ha portato qui dopo un errare per terre e per vocazioni. Qui luogo senza terra, senza fatti e senza vocazione, luogo di vita e di esseri che soffrono e lavorano mai coscienti…

«Sono al confine dell’Isère, vicino a Lione in un piccolo villaggio di pendolari, di turisti ed operai, di antichi proprietari agricoli che cercano di difendere una dignità impossibile a tenere perché non hanno più soldi: adesso sono i soldi che danno dignità. Le mie giornate passano e non le ricordo perché fatte dallo stesso ritmo e dagli stessi fatti.

«Un levarsi svelto, un’adorazione e un salmoniare avvolti in una luce o un chiaroscuro che io stesso non riesco a definire, fatti per sedimentare la mia atmosfera interiore, pulviscolo di pensieri, desideri, sogni che cadono, pulviscoli di idee evanescenti, di fremiti mai completamente repressi.

«Un lavoro anch’esso indefinibile perché completamente nuovo per me dove piuttosto è un fremito d’aria, d’idee, di sogni che si leva, di preghiera. E le ore passano e di tutto questo pulviscolo niente resta… Piccole cose. Un partire svelto in bicicletta nel giorno che si fa nella nebbia della notte, nella rugiada ghiacciata. Una strada ormai percorsa a tappe mentali. I campi sembrano sempre uguali ma anch’essi lentamente si adattano all’autunno, all’inverno; io so leggere i campi. I grandi pioppi, fremito di giallo e di verde, fremito di colori che vibrano al vento, al freddo e pian piano si spogliano. E la gente che incontro anch’essa sempre la stessa. Una nord africana dalla grande sciarpa rossa, i grandi orecchini; le ragazza assonnate della cartiera, i due bambini del casello ferroviario che vanno a scuola, la commessa dal giacchettone di pelle, la ragazza della discesa di Valencin quando sono in orario, Chamallal in piazza del municipio…

«Gente che non conosco e che vorrei conoscere, persone con le quali forse non scambierò una parola, ma che ho guardato e mi hanno guardato, che vorrei magari invitare ad una grande festa per rivelarci, guardarci negli occhi, sentirci amici e felici. 

«I compagni di lavoro che pian piano si aprono e mi introducono nel loro io, nei loro pensieri e preoccupazioni. Nel lavoro poi è l’ubbidire ad ordini semplici che mi mettono a servizio totale di altri uomini. Preparare l’impasto diventa un calcolo che alla fine anch’esso è alienante: 18 pale di sabbia, un sacco di cemento, tre secchi d’acqua, e mescolare un paio di volte. Sempre la stessa tecnica, sempre così. Oppure seguire l’impastatrice nella sua fame di cemento, di sabbia, e d’acqua. E il processo continuo, il montacarichi che sale, lo stesso mio affannare sudato: tutto mi fa partecipare ad una situazione tragica della vita dell’uomo di oggi. Forse è qui la vera scoperta che sto facendo: come alla Messa partecipo con spasimo alla dimensione divina del Cristo, qui partecipo alla sua dimensione umana e la mia “religio” così diventa totale. Tutto questo scoperto è conosciuto, accettato, voluto ed adorato. Forse è qui l’adorazione e la vocazione del contemplativo nel mondo di oggi.

«E’ più di un anno che sogno di scrivere una novella tra l’autobiografia e la meditazione: Dalat – Saigon. A Dalat era la struttura, il vivere con qualcosa dei secoli mai accettato, vecchio, superficiale: prete professore in facoltà di teologia, un camminare a numeri di diritto canonico, di Denziger, di date di storia, di Enchyridin. A Saigon, dopo un salto in aereo, nell’anonimato delle masse asiatiche senza altro volto e abito che quello di mille altri uomini, sentirmi a gomito a gomito con gli altri, sentirmi uomo anch’io prigioniero di una guerra, nella paura del domani e nella bramosia di vivere e in questo essere, vedere negli altri veramente il Figlio di Dio incarnato, i “beati”…

«I tramonti che seguivo a Saigon quando in barca nel fiume mi calava la sera improvvisamente e il quartiere europeo era nel trionfo delle luci elettriche e dietro era il rosso del tramonto e nel quartiere popolare, isolato dal fiume, era un buio assoluto privo di luci e di orizzonte, già preda della paura e della morte. Ed io ero nel fiume, nel mezzo e il ragazzo della barca prendeva paura e mi riportava al quartiere europeo senza che gli dicessi niente, non potevo che essere li! Era il mio modo di vivere il sacerdozio e essere uno dei “beati”, un povero, un operaio.

«Anche adesso è un tramonto, alle mie spalle è il rosso che scompare, dinanzi a me e il villaggio già al buio: al buio sono partito e al buio ritorno, non c’è più un ragazzo che mi porta al quartiere dei ricchi, pedalo faticosamente verso il buio. Crepuscolo della sera, crepuscolo al mattino, un giorno che si faceva, uno che se ne va...».

Don Pittau: «Sono in Francia, ho quasi trent’anni e mi trovo a ricominciare. Questo inizio è stato sognato, meditato e sofferto, visto quasi come ulteriore tappa del mio incontrare il Cristo: un ritornare all’infanzia per divenire veramente uomo»… Non si può essere preti se non si è davvero uomini, cioè persone che conoscono nella profondità più vera il senso e la portata dell’umanità.

Quella che si chiama la metànoia, il rovesciamento dei paradigmi. Il cristianesimo in quanto tale dovrebbe essere la più classica metànoia, l’alternativa radicale al vivere senza senso. E il cattolicesimo clericale invece… 

… e ancora ecco Brecht…

Molti sapienti la chiamano “antropologia cristiana” ma è, secondo me, il paravento dietro cui si nascondono, e cercano rifugio, le paure di affrontare, con cuore di carne non di pietra, non di carta, non di legge, la questione del fine vita, la questione della fertilità morale della coppia giunta a seconde nozze, la questione o le questioni derivanti dalle metodiche della fecondazione assistita o quelle connesse alla tragica, dolorosissima realtà dell’aborto che inchioda donne e famiglie, la questione della omoaffettività che pure travaglia innumerevoli persone negando loro dignitosa realizzazione in patti o nozze civili (certamente da benedire per il cuore puro che li sostenesse) oppure costringendole ai nascondimenti. Mentre la Chiesa del Vangelo dovrebbe essere quella che apre le porte delle prigioni e libera le celle. La stessa questione del dialogo interreligioso quando esce dalle stanze delle accademie ed entra nella concretezza delle ordinarie relazioni sociali (quanti sono i matrimoni misti!) resta spesso indefinita, subita nei cascami e mai affrontata nei suoi potenziali di sistema. Prelati di nessun valore parlano come libri stampati, temono il pensiero libero – avrebbe detto Brecht – come il nemico in agguato. Temono anche di pronunciarsi davanti alle speculazioni politiche di chi, brandendo statue e rosari, vuole conquistare voti che fanno numero, e non importa se plebei o di plebaglia civile. 

«Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai. / Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio. / Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. / Se occorre, tanto peggio per i fatti. /
La pazienza che han con se stessi / è sconfinata. Gli argomenti / li odono con gli orecchi della spia…

«Con coloro che non riflettono e mai dubitano / si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono. / Non dubitano per giungere alla decisione, bensì / per schivare la decisione. Le teste / le usano solo per scuoterle. Con aria grave / mettono in guardia dall'acqua i passeggeri dl navi che affondano…. / Dopo aver rilevato, mormorando, / che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto. / La loro attività consiste nell'oscillare. / Il loro motto preferito è: l'istruttoria continua».

… e di nuovo il nostro sardo don Pittau

«Ci hanno educato per il passato: i lunghi anni di scuola e di seminario, testi pesanti di filosofia e di politica, di educazione e di comportamento, lezioni a tutti i livelli per essere bene, borghesi, a modo, gente che riesce e si afferma, gente per mantenere il nome della famiglia, accrescerlo, per avere successo. Ed ecco che ci accorgiamo che tutto questo ci è chiesto per l’egoismo di una generazione che deve scomparire, segretamente ci accorgiamo che tutto è da distruggere, da rifare secondo la nostra coscienza.

«Questi pensieri, queste azioni ci sembrano “peccato”, disordine perché così ci hanno inconsciamente ma in modo irreversibile condizionato. In fondo anche noi siamo portati subdolamente a pensare che un mondo simile può fare comodo anche alla nostra età: affiora in noi l’egoismo dei nostri padri…

«Cosa ho io prete ordinato nel 1965 con una formazione preconciliare in piena ventata di Concilio e di chiacchiere vere o false sul Concilio. I superiori dovevano obbedire alla Congregazione, (il Papa, dicevano), governata allora da uomini rimbambiti come Pizzardo o arrivisti come Staffa; obbedivano da buoni gesuiti e le lettere della Congregazione per questo fioccavano: ordini assurdi su tutto, sul calcio, sull’andare in corriera, sullo studio del latino, sulla berretta alla Messa cantata, sulla sacralità della sottana, sul cappello e pastrano da portare in estate all’ora di passeggio, sulle file e sul silenzio in fila, sulle letture stesse, sul proibire di fumare, sul pigiama. E fossero state solo queste cose: Theillard de Chardin escluso dalla biblioteca e ridicolizzato da un professore aborto, tesi sull’evoluzionismo bandite e condannate, Sacra Scrittura ignorata totalmente in lunghissime ore di scuola inutili, un metterci in guardia sulle cose che dicevano certi vescovi al Concilio e una censura al Concilio stesso. I superiori divisi: chi ci credeva e chi non ci credeva affatto a questa linea di Roma; vescovi che dicevano che bisognava attendere anche il permesso di soffiarsi il naso, … e noi in una voglia di sbarcare il lunario presi dalla faciloneria di tesi studiate a memoria e presi anche dall’angoscia di problemi che ci mettevamo, in una corsa alle informazioni, al nuovo senza sapere scegliere, in una paura anche di essere scoperti e stroncati per queste spinte nuove…

«E le contraddizioni non erano solo in me ma nel mondo. Che schifo di esempi ci veniva dall’alto. Lotte tra i vescovi in curia, nelle diocesi e le lotte non erano tutte dettate dallo zelo della casa del Signore. Formati in un clima simile oggi ne portiamo le conseguenze...».

Ripensare a Giordano Bruno, la santità dell’eresia

Queste sono le questioni d’oggi, a cinquant’anni dalla conclusione dei lavori conciliari e sulle quali la Chiesa è chiamata ad interrogarsi nelle sue larghe dimensioni di popolo così come anche in quelle, non di guida ma di accompagnamento – di accompagnatore collettivo che sa farsi accompagnare a sua volta (!) –, del clero consacrato. Al pari dell’ecologia biofisica (che impone decisioni politiche capaci di pensare alle generazioni) risalgono nella percezione sofferta della società, risalgono nello spirito pubblico, risalgono anche nella coscienza individuale la questione del fine vita, la questione dell’etica familiare e sessuale – si pensi al fenomeno sempre più diffuso della convivenza, fuori dai contratti e ancor più dal sacramento –, la questione dei diritti e dei doveri in classifiche di merito che forse andrebbero storicamente rimodulate dalle passate elaborazioni e ricezioni/trasmissioni: esse vanno imponendosi come finora non era stato mai – mi ripeto – e manca a chi finisce nelle maglie del dubbio il conforto di una intelligenza che s’affianchi critica e positiva e non si consumi in salmodie ma, secondo i creativi indirizzi della fede – quelli che scorgono e definiscono il senso ultimo delle cose –, entri nelle complessità e faccia i conti tanto con la nostra riconoscibile inadeguatezza quanto con la assunzione di responsabilità del qui ed ora. Entra in questo tritacarne problematico tutta l’attualità, il presente, con i suoi costumi inimmaginabili ancora trenta o quarant’anni fa – ci è facile dirlo interrogando la nostra stessa vita personale –, con la crisi radicale del matrimonio, la rimozione della sua connotazione sacramentale ed ora financo civile, l’effervescenza delle statistiche dei divorzi e/o degli incroci parentali, insomma con i contenuti ed equilibri nuovi nella vita di coppia e difamiglia: una realtà uscita dalla rappresentazione cinematografica e dei rotocalchi, dalle mitologie americane o magari milanesi e romane, per entrare nel vissuto ordinario delle nostre stesse case, anche in Sardegna, anche a Cagliari e nei paesi anche minimi delle province. Per le nuove generazioni tutto questo – così come potrebbe essere il linguaggio informatico o un Berlusconi con la patente di statista (!) – risulta essere cosa normale, scontata, come invece non è stato, né lo poteva, per le nostre più mature generazioni che però sono ormai a consunzione.  

In queste nuove dinamiche occorre sapersi muovere, di esse occorre avere comunque un certo intelligente controllo o almeno una avvertenza; il che non significa rinunciare a proporre un modello, il proprio modello virtuoso, quello estratto – se può azzardarsi la formula – dal Vangelo di Nazaret prima ancora che da quello di Gerusalemme; questo anzi è, con ogni probabilità, ancor più necessario che prima, perché in controtendenza, originale nella sua radicalità. Ma bisogna possedere argomenti e capacità di argomentare per rimanere nel range di una pedagogia credibile.

La Chiesa cattolica attraverso i suoi uomini di gerarchia e la sua falange sociale, quella parrocchiale e quella che s’affaccia dai giornali o dalla televisione – con rare eccezioni –, mostra di inseguire, sempre più arrancando, l’evoluzione dei tempi, mentre il Vangelo della libertà dovrebbe abilitarla ad evitare ogni spiazzamento, perfino a precedere ogni sviluppo umano e sociale. Essa ha addirittura, fin dai tempi dei patti concordatari stipulati con la dittatura e in forme diverse confermati anche in democrazia, con quello che Arturo Carlo Jemolo considerava – per la dominanza democristiana – uno stato neoguelfo, influenzato la legislazione e l’amministrazione, dunque anche a giustizia dei tribunali e le sentenze: le stesse libertà femminili erano condizionate dalle letture moralistiche entrate nel diritto positivo e non riconosciute – così fino alle controsentenze della Consulta del 1968 e poi alla riforma del diritto di famiglia del 1975 – come diritti della persona (si pensi soltanto all’infedeltà delle donne sanzionata… addirittura penalmente con punizioni diverse che per gli uomini). 




All’interno del grande equivoco del nesso obbligato fra sessualità e riproduzione, e sempre in logica sessuofobica, si sono sviluppate senza alcuna guida umanistica, e invece imprigionate dalle categorie apodittiche di una certa morale fondamentalista, la formazione e la mentalità di intere generazioni, rinforzando piramidi sociali maschiliste senza senso: enfatizzando categorie come la verginità fisica e la purezza materiale del corpo – la dimensione cioè privatissima –, e trascurando invece l’impegnativo sforzo di autonomia mentale o intellettuale, di critica responsabilità sociale. Le stesse fonti bibliche, o quelle dottrinarie della scolastica assunte a giustificazione di terribili teorie segregazioniste valevano per quel tanto che una interpretazione dogmatica e ingessata, non storico-critica, consentiva. Oggi se ne pagano le conseguenze ed anche per la pressione d’una certa resistente e convergente ipocrisia tipica, in campo civile, di una destra illiberale si fatica ad integrare nel sistema normativo soluzioni altrove praticate da lungo tempo e per il bene prioritario dei minori, come ad esempio la stepchild adoption. Passerà ormai poco tempo e quello a cui si dice no alle 9 di mattina avrà il suo sì alle 10. Gli iscritti al turno delle 9 sono ancora in maggioranza oggi, sarà la storia ad insegnare loro quel che essa stessa ha insegnato alla Chiesa antisemita. Vi sono questioni dirimenti e bisogna tornare all’origine, e correggere l’equivoco (la malapianta) d’origine, per evitare i faticosi recuperi bonificando le conseguenze della cattiva dottrina. Non era deicida il “popolo giudeo” ma fratello maggiore dei seguaci di Gesù di Nazaret, non sono nemici di Domineddio quelli che non ce la fanno a vivere e strappano per sé, in una clinica lontana o in casa stessa, la fine di ogni insopportabile sofferenza, non sono contronatura gli omosessuali in campo con le loro effusioni ma figli perfetti della creazione in libera autorealizzazione, non sono bisognose d’accompagnamento innumerevoli coppie al secondo matrimonio e semmai dovrebbero essere gli innumerevoli preti senza competenza (e umanità) ad essere accompagnati – accompagnati ed istruiti – da quelle coppie e da quelle famiglie in pace creativa ed armonia. Insomma, il passaggio dal tradizionale personalismo cristiano al categorismo impersonale in cui certa dottrina (inconsapevole dei suoi paradossali avvitamenti) e la supposta onniscienza morale di certo clero sinedrita (secco di spiritualità) hanno teso ad imprigionare la libera autorealizzazione dei singoli costituisce oggi come ha costituito ieri (ma in una società più propensa a piegarsi all’autorità costituita) tappi ostruttivi e fonti sterili e malvage di infelicità per molti. Monsignor Soave lo ha saputo spiegare ai suoi diocesani di Partenia e tutti – anche io – l’abbiamo capito, forse lo stesso Brecht – ove lo avesse intercettato – si sarebbe fatto battezzare da lui. 

La vita prima dei dogmi, delle letture dogmatiche dei libri o del Libro. Non era eretico Galileo Galilei – altri faccia l’elenco delle “verità”… apodittiche riassorbite, nei secoli, nella formula dell’ “adesso abbiamo compreso meglio” –, magari senza aggiungere però un “dunque rettifichiamo e non condanniamo più spargendo infelicità con tradizionale sovrana gratuità, noi sinedriti pagani ed autoreferenziali. Verranno le benedizioni, anzi le benedizioni supplementari, a quelle coppie… strane cui oggi una certa Congregazione vaticana, appunto pagana ed autoreferenziale, le nega, peraltro sempre più inascoltata fra meridiani e paralleli. Era tenuta a distanza la donna emorroissa – la donna “senza nome” ha detto papa Bergoglio richiamandone la vicenda pochi giorni fa –, quando tese le mani sulle vesti di Gesù sperando nella propria guarigione, e trovò risposta immediata e piena. Avrebbe potuto insegnare, quella donna, al popolo incapace di pensiero libero, ed ai suoi capi. Potrebbe insegnare ad innumerevoli uomini di Chiesa, a preti e cardinali, l’umanità di tante coppie arcobaleno, così quella dei loro figli. La vita sempre prima del dogma.

Il mondo come villaggio globale è nella mutua e progressiva compromissione, dopo che del costume, degli ordinamenti. La potenza dell’informatica, prescindendo dalle frontiere di mattoni, allargherà la strada delle comunicazioni, dell’interscambio dei modelli sociali ed i parlamenti liberali vorranno/dovranno reggere il passo. Resistere, oltretutto con argomenti di cartone, è e sarà spreco di energie. Non potrà ripetersi in futuro un caso diplomatico come quello di questi giorni, fra Sanctae Sedis Apostolorum e Repubblica italiana. Vincerà invece la testimonianza personale, e il modello vissuto e presentato come tale potrà essere accolto da individui e comunità, perché sostenuto da valori che sanno combinarsi con il loro tempo storico. Madre Teresa saprebbe essere attuale, con il suo soccorso ai derelitti e ai bambini senza futuro, e già a quelli salvati dall’aborto, anche fra cento anni e fra mille. Non resisterà un’altra ora ancora la concione oratoria, nel nostro domestico, di qualche parroco ciellino conquistato dai rosari inverecondi di Salvini (come un tempo dalla verginità di Formigoni) e del qualunquismo più slavato.

Potrà non piacere, ma è così. Circolare con il tricorno in capo e il cupo mantello sul corpo nelle strade di una qualsiasi periferia popolare, sia Sant’Elia o sia San Michele – per dire dei santi non canonici –, non può lasciare o tracciare che un segno di distanza dalle persone e dalla storia che corre veloce. I recuperi saranno faticosi, forse impossibili. 

Mi sono riferito prima ad una “riconoscibile inadeguatezza” e ad una “necessaria assunzione di responsabilità” (attingendo dalla santità dell’eresia) per dire di una “conversione” che tutti ci deve prendere, in una stretta coerenza fra il civile e lo spirituale o religioso. Rivedere le categorie, dichiarare apertamente le conclusioni della nostra revisione. Ciascuno per la parte che gli compete, la Chiesa “mater et magistra” per mostrare a tutto circolo maternità e magistero, rimuovendo dagli apparati canonici, perché scarnificanti, le superfetazioni dottrinarie, quelle terribili superfetazioni dottrinarie che han finito per disumanare e soffocare ogni pacificazione interiore… sulla stessa linea delle maledizioni che un tempo si saettavano, come ho ricordato, sugli ebrei rei di deicidio. Scopriamo ogni giorno di più le meraviglie dei mondi infiniti intuiti da Giordano Bruno mezzo millennio fa, da lui argomentati prima del suo abbruciamento (andato press’a poco in parallelo a quello del nostro cagliaritano Sigismondo Arquer, altro gigante punito), così come scopriamo everyday le meraviglie del genoma umano, della memoria mentale, della genetica totale… Il tanto da domandarci con nuova innocenza chi noi siamo e quale senso abbia il tutto, la nostra vita, se sia missione, se non possa essere che missione. Da una parte la teoria del pluriverso, della perenne trasformazione dello stato fisico e della perenne espansione dei mondi, evolvendo da sempre e per sempre così da identificarsi – secondo alcune letture teologiche neppure nuovissime – in Dio stesso, e la teoria della finitudine creaturale entrata anch’essa nelle nostre consapevolezze ci interrogano entrambe, e insieme, sulla nostra percezione del “Dio matematico” (in relazione con quello rivelato) e di noi stessi, smontando ogni riduzione antropomorfa in cui una certa millenaria didattica religiosa, anticipata dall’antropomorfismo mitologico precristiano, ci ha portato. Cambiano i paradigmi, fatichiamo a prenderne atto ma pur dovremo adeguarci.

Mi son permesso di accennarne, in confidenza. Nei lunghi anni che mi è occorso di trascorrere più tempo nelle corsie d’ospedale e negli obitori che a casa mia credo di avere imparato molto e il più, anzi il meglio: il maggior godimento interiore, dello spirito e della mente, è stato proprio nell’apprendimento che mi veniva concesso, il godimento della lezione di vita che mi davano i morenti, gli infetti e scartati. Ne ho accompagnato al camposanto quattrocento fra ragazzi e ragazze ancora adolescenti e persone mature non vecchie però, della mia età allora: essi ogni giorno di più, fra i mali del corpo e l’abbattimento morale, si sgrezzavano per essere mattoni “allisciati” – come dicevano – e utili per il nuovo mondo che li aveva preconizzati nel suo popolo. 

L’ecumenismo planetario scoperto dal Concilio, portato in San Pietro da alcuni padri del mondo ricco e del mondo povero, di dove si è maggioranza e di dove si è minoranza, è stato un passo decisivo perché la Chiesa cattolica nella sua ufficialità e, al suo interno, nelle aree di frontiera, smettesse l’abito tronfio e vestisse quello del pellegrino che s’unisce ad altri pellegrini. La stessa invocazione che un tempo si udiva nella liturgia dell’ottavario della unità dei cristiani «per il ritorno allo stesso ovile» – a Roma cioè – è diventata altra aspettativa, anzi altro impegno richiesto a se stessi: di cercarlo quell’ «ovile» fuori da sé, nella grande prateria dove tutti siamo insufficienti ed affaticati, bisognosi gli uni degli altri, trovando la bussola giusto nella prossimità e nella mutua integrazione.

Bisognerà forse ripensare – io ci ripenso – alla provocazione che ci lasciò, profetica, il cardinale Carlo Maria Martini: a quel Concilio Vaticano III, che immagino ecumenico in senso pieno – interecclesiale – e largo nelle responsabili rappresentanze di laici e chierici d’ogni esperienza sociale, culturale e spirituale maturata nelle pieghe del vasto mondo, di quello ricco e contraddittorio e di quello povero e ribelle, di quello che gusta la democrazia e di quello che patisce la tirannia…

L’Uomo planetario, il nostro dovere di sardi

Del Concilio si sarebbe detto – e il libro di Cabizzosu ne richiama la formula – «Nuova epifania» per/della Chiesa ma anche per/dell’umanità «di buona volontà»: «Nuova epifania» per l’una e per l’altra, e nelle complessità collettive, oltre le culture, oltre le religioni, oltre gli stadi sociali, oltre i continenti. Obiettivo: una rinascita planetaria – battezzata forse da quella prova che padre Ernesto Balducci rievoca nelle meravigliose pagine del suo Uomo planetario – da materializzarsi già in quel tempo di perdurante guerra fredda e di incompiuto processo decoloniale, nell’alleanza promossa e promessa della Chiesa cattolica al mondo o alla contemporaneità, ma anche umilmente da essa accolta dall’altrui proposta, con tutte le conseguenze del caso, negli stimoli alla conversione cui i “segni dei tempi” l’avrebbero chiamata. Partendo dalla distinzione delle categorie cui sopra mi sono riferito: la Chiesa “Corpo mistico” da una parte, e dunque la Chiesa complessa realtà comunionale non fine a se stessa, sempre e soltanto annunciatrice di concordia creativa nella giustizia, “lievito per la pasta”, e l’apparato temporalista con il suo ceto clericale – anche vaticano, anche della corte della CEI, non soltanto delle parrocchie periferiche –, tante e troppe volte presuntuoso ed autoreferenziale, giudice del bene e del male, costantiniano nonostante tutto, erede per leggerezza o convenenza delle smemoratezze di quando si martirizzavano gli “eretici” (scovati spesso con rapide istruttorie) appunto perché dimentichi dei martìri subiti (ed oggi replicati in tante parti del mondo povero e di rischio).

La Sardegna ha avuto negli ultimi decenni una classe episcopale ampiamente inadeguata e incapace di rispondere alle domande della storia, della grande storia – quella del nostro tempo – e alle necessità della nostra gente; ha anche vissuto stagioni assolutamente depressive, come quella relativamente recente della presidenza della CES da parte dell’arcivescovo Mani: rimossa l’idea stessa del Concilio Plenario Sardo che pur s’era concluso da poco, i suoi diktat entrarono nell’acquiescenza collettiva, gli stessi vescovi firmatari il 1° luglio 2001, di fatto quegli Atti li rinnegarono, insipienti e paurosi. Subirono essi le involuzioni degli assetti del seminario regionale, non risposero alle lettere dell’ex rettore don Efisio Spettu che denunciava a Roma ed a Cagliari quel che non andava e comprometteva istituzione e missione. Nessun comunicato della CES fu reso pubblico allora e il dubbio è perfino che i verbali delle tornate di lavoro siano stati mai stesi. Le stesse delibere di coinvolgimento delle comunità sui temi all’ordine del giorno dei lavori collegiali dei vescovi diocesani – per raccogliere suggerimenti e per riferire dei risultati – sono rimaste carta straccia, appunto monumento di un clericalismo fonte esso stesso, per le mille confluenze motivazionali, dello scisma silenzioso. Anche tutto l’affaire Becciu – fermo restando il fatto personale che è assolutamente impossibile oggi giudicare e che, semmai, strappa, fino a prova contraria, un sentimento di umana vicinanza al porporato – non si è avuto il coraggio di coglierlo per dire che il marcio è nel manico, nella ideologia degli affari speculativi e lucrosi, assolutamente impropria nella Chiesa istituzionale che voglia riflettere la Chiesa “Corpo mistico”. 

Nessuno qui, né tantomeno io, vuole le controghigliottine ideologiche, né vuole sottovalutare il bisogno “di tempo” che ogni decisione per l’avanzamento, per la liberazione, richiede. Si tratta, in fin dei conti, della tempistica dell’umano e della storia, gradualista per sua natura. Ma pure ciascuno di quelli che si sentono chiamati, negli spazi che associano umiltà e responsabilità, all’avanzamento e alla liberazione debbono tener presente, ancora e ancora, l’ammonimento brechtiano: «Con coloro che non riflettono e mai dubitano / si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono. / Non dubitano per giungere alla decisione, bensì / per schivare la decisione… / Dopo aver rilevato, mormorando, / che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto. / La loro attività consiste nell'oscillare. / Il loro motto preferito è: l'istruttoria continua».

 

PS – Ecco la recensione di Il Parroco di Geranio, Roma, editrice Ave, 1942, pubblicata da La Civiltà Cattolica nella sezione “Letteratura – Narrativa” dell’annata 1943, alla pag. 224:

Un romanzo nuovo nella stesura: ma l’argomento è vecchio quanto è vecchia la concezione del “dolce far nulla”.

In pagine stagliate in una cornice di realtà attraente, si svolge la vicenda di un parroco non più giovane che – ammonito dal suo Vescovo – con un pentimento sincero e con zelo accresciuto riesce a disincagliarsi dalla rete di comode abitudini, e dal disinteresse per la vita spirituale della sua parrocchia. La tristezza per un decennio di magra attività pastorale e di scandali, gl’infonde il coraggio di romperla col passato e nel quotidiano sacrificio di una vita di abnegazione e di lavoro per le anime affidategli, riesce finalmente a trovar la gioia, redimendosi agli occhi di Dio e degli uomini.

Fatti e persone sono tratteggiati con naturalezza e senza lenocini formali. La lettura è particolarmente indicata al giovane clero che si prepara al lavoro apostolico.



Fonte: Gianfranco Murtas
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