Ilaria Loddo

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IL SENATO ACCADEMICO CAGLIARITANO BOCCIA LA PROPOSTA DI UNA DIDATTICA A DISTANZA CHE INTEGRI QUELLA IN PRESENZA

Gli studenti non sono d'accordo.

Il 23 marzo ha avuto luogo la seduta del Senato Accademico dell'università di Cagliari, in cui, con efficacia diretta verticale, è stato deciso un repentino ritorno alla didattica in presenza, nell'arco di dieci giorni.

Non solo i rappresentanti degli studenti (la minoranza delle componenti del Senato Accademico) sono stati trascurati nella loro richiesta di detenere la didattica a distanza come integrazione di quella in presenza, ma la richiesta di un colloquio con il Rettore e le 2500 firme raccolte spontaneamente da parte di un gruppo di studenti, indipendente dalle varie associazioni di rappresentanza studentesca, sono state rispettivamente: rifilata al Prorettore delegato per la didattica e ignorate.

Nel nostro fallimentare apparato universitario (e badate bene che non estenderò questo discorso alla scuola dell'obbligo), penso che il sistema della didattica a distanza, a differenza di quanto accaduto nella scuola, abbia messo in luce e apportato dei vantaggi a tantissimi studenti. 

Vantaggi ai quali non dovrebbero rinunciare.

La didattica a distanza infatti non crea disuguaglianza, ma casomai ne accentua gli effetti. 

La differenza è sottile ma di fondamentale importanza per capire su cosa lavorare.

Quando si fa una demonizzazione sterile della didattica a distanza, a volte si utilizzano argomentazioni retoriche che si basano sulla solita idea che tutto ciò che è nuovo sia anche sbagliato, lasciando cadere nell'oblio l'evidenza di un passato altrettanto macchiato di consuetudini che oggi non riterremmo più lecite.

Il fatto che venga messo in ballo l'aspetto relazionale e sociale è invece indice del fatto che vadano ripensati i luoghi di aggregazione e di socialità.

La criticità risiede piuttosto nel fatto che tante persone si trovino costrette a ridurre la propria socialità e le proprie relazioni all'ambiente di lavoro o dello studio, che dovrebbero essere una parte della vita, non la totalità della propria esistenza e questo accade perché la nostra identità professionale sta pericolosamente prendendo il sopravvento sulle altre potenziali identità, prevaricandole.

Il fatto che una fetta così grande delle relazioni e della propria socialità debba necessariamente dipendere dal luogo di studio o di lavoro è problematico e indice di una società malata, incapace e timorosa di confrontarsi con ciò che è diverso, avulsa a tutto ciò che è estraneo alla propria dimensione e che si priva inevitabilmente di una crescita e un arricchimento umano e personale.

Gli iscritti all'università, inoltre, si sono appropriati della possibilità di seguire gli esami (momento estremamente costruttivo per la propria preparazione) e di sostenerli ovunque si trovino, senza dover perdere un appello. Si sono appropriati della possibilità di sostenere gli esami nell'agio della propria stanza, e ancora di seguire le lezioni esclusivamente dell'esame che intendono preparare, usufruendo della possibilità di riascoltare i passaggi più ostici e magari scegliendo di seguire più lezioni della stessa materia in un giorno solo.

E a questo punto domandiamoci: ha veramente senso (in alcune facoltà) obbligare gli studenti a seguire contemporaneamente, in un unico semestre, tante e diverse materie mentre magari, ammassati nelle ultime file delle aule (quando non contrattano una firma falsa con qualche collega), stanno ancora studiando per mettersi in pari con gli esami del semestre precedente?

La domanda mi pare retorica.

Aggiungiamo poi che questo sistema ha portato anche a un'ottimizzazione delle spese per tutti gli studenti (a partire da quelle per i trasporti) e permesso a tanti di loro di essere molto più partecipi di quanto non lo fossero con l'obbligo della presenza.

Le politiche abitative per gli studenti sono improduttive: non si investe in studentati pubblici (o privati a prezzi calmierati) che magari possano diventare anche degli spazi di aggregazione sociale, culturale o sportiva.

Il mercato degli affitti non solo è folle, ma propone stanze fatiscenti a cifre non commisurate alla qualità del prodotto in vendita.

Pensiamo ai benefici che hanno tratto dalla didattica a distanza gli studenti lavoratori, quelli fuori-sede, i caregiver, i malati cronici, chi si destreggia nella gestione di un disturbo psichiatrico o semplicemente chi ha complesse dinamiche familiari da gestire.

E il grosso problema è che tutte queste situazioni, nella maggior parte dei casi, non sono formalizzate, per cui lo studente non usufruisce dei benefici che l'università dovrebbe riservargli.

Un esempio tra tanti: gli studenti che vengono assunti in qualità di camerieri, in maniera del tutto irregolare.

Gli apparati tecnologici sono attivi e funzionanti: perché tornare indietro? 

Perché eliminare un servizio, anziché mantenerlo e migliorarlo?

Quasi nessuno parla di come la didattica a distanza abbia cambiato la vita di tante persone in meglio, sotto ogni punto di vista, anche sociale e relazionale perché, appunto, risparmiare anche quattro ore in trasporti, pranzi e tempi morti, significa avere la possibilità di investire quel tempo in altre cose che possono comprendere anche la socialità.

Esisteranno naturalmente degli studenti che invece hanno difficoltà nel non poter usufruire degli spazi universitari ma è per questo che la didattica mista dovrebbe esserci garantita sempre, non solo in pandemia.

Il diritto allo studio è un diritto di tutti e che va quindi rispettato indipendentemente da chi lo esercita: chi si trova più a suo agio vivendo l'università in presenza e chi invece non ha la possibilità di frequentarla fisicamente e preferisce condensare il tempo da dedicare allo studio, risparmiando ore quotidiane da dedicare a tempi e spazi di socialità scelti individualmente.

E penso a tutte quelle ore di vita sprecate nel traffico della statale o a quelle che intervallano i tempi delle lezioni dei docenti, trascorse a pranzare con dei panini scadenti e a usufruire di bagni puntualmente sprovvisti di sapone e carta igienica e, qualche volta, persino delle porte.

Gli studenti dovrebbero poter essere partecipi delle decisioni e soprattutto poter fare delle scelte, specialmente perché l'università è, prima di ogni cosa, un servizio retribuito e soprattutto perché chi la frequenta non sono dei numeri ma delle persone che dovrebbero avere il diritto di sapersi non istruite, ma educate con il cuore.


Fonte: Ilaria Loddo
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Cristina Manca

24 Mar 2022

Tutti abbiamo diritto ad istruirci e migliorarci, anch’io a 56 anni, da tre anni ho ripreso con molto entusiasmo a studiare. La didattica a distanza mi ha permesso di lavorare e contemporaneamente seguire le lezioni, conoscere i docenti che nel primo anno vedevo solo per gli esami. Questo non toglie assolutamente nulla a chi invece ha la possibilità di frequentare le lezioni in presenza.

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Maria Grazia Muscariello

23 Mar 2022

Condivido in pieno. Io sono una studentessa portatrice di handicap ma senza diritto all'invaliditá quindi che devo fare?

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Giovanna Bibiana Orrù

23 Mar 2022

Sottoscrivo ogni singola parola, io studentessa lavoratrice a tempo pieno e fuori sede.

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