Gianfranco Murtas

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Il tricolore, i quattro mori, la squadra e il compasso. Si riaffaccia il caso Bovio...

... il santo patrocinatore del volontariato anticolerico nella Napoli del 1884, il santo del brunismo di Campo de’ Fiori nel 1889, il fiduciario della democrazia cagliaritana. Di Gianfranco Murtas


Il verde con il bianco e il rosso della nostra bandiera italiana, e fra loro in associazione non cromatica ma simbolica i quattro mori della nostra bandiera sarda. Forse dovremmo pensare a questo motivo associativo, a questo essere “insieme”, a questa promozione – come si dice sempre più spesso (e quante volte l’ho vissuto io stesso nella mia esperienza comunitaria quand’ero più giovane!) – dall’ “io” al “noi”. Un modo nobile di intendere se stessi sulla scena del mondo, il nostro fare responsabile e nella relazione, questo più importante che non la stessa… ermeneutica del composto, del perché “tecnico” di quella determinata combinazione.

Anche la squadra gioca con il compasso: sovrapposta una volta l’una all’altro, sovrapposto un’altra volta l’altro all’una, incrociati un’altra volta ancora, nelle dinamiche delle figurazioni, i cateti (della squadra) alle aste (del compasso). Non sono giochi di parole né giochi – avrebbe detto il regista dei funamboli – dei giochi. La vita e l’umanità sono invece i soggetti tradotti simbolicamente – così è essenzialmente delle religioni, ma invero è così anche nella correntezza del vivere sociale. Le bandiere come gli attrezzi dell’artigiano rivelano anche queste possibilità, tocca a noi cogliere le complementarità e, meditandoci sopra, gustarle.

In questo tempo di olimpiadi abbiamo visto molto tricolore indossato con l’orgoglio della purezza testimoniale, abbiamo visto il tricolore che copriva, discreto, l’intimità della relazione fra gli atleti vincitori, abbiamo visto il tricolore – quello che un pessimo uomo della destra parlamentare (oggi in riconversione sovranista!) aveva definito straccio per il cesso – onorato da atleti figli di storie non canoniche, di pelle scura e sangue meticcio, figli di umanità non più degne né meno degne della mia e delle nostre.

I quattro mori anche hanno accompagnato taluno dei nostri, il tricolore e i quattro mori mai in opposizione – come nei campi degli europei di cui pure abbiamo goduto fino alle lacrime – ma in integrazione reciproca, direi in convergente oblazione alla causa ideale più alta e larga e comprensiva, perché la Sardegna è figlia e sorella e anzi, direbbe il professor Casula, madre giuridica dell’Italia. Sì, è ancora unità, e forse nella pluralità delle parentele virtuali c’è ancora di più il sapore dell’amore di patria, la passione dello stare insieme, del lavorare insieme, del costruire insieme: direi, nel grande come nel piccolo, sì nel piccolo come nel grande. Vale il principio.




E invece nel sito Sardegna e Libertà valorosamente messo su, da anni ormai, da Paolo Maninchedda – moderno umanista di spicco della nostra isola, autore di ragguardevoli studi filologici prodotti nell’ambito della nostra università, esponente politico di varia esperienza (non importa se lontana o lontanissima dalla mia) e da tutti riconosciuto onesto e rispettabile –, una dialettica dai toni più o meno gridati sta da qualche giorno infrangendo l’unità dialettica della squadra e del compasso massonici sardi e cagliaritani in particolare. Quella unità anticonformista – sempre anticonformista – preservata, nonostante le cadute (per umane fragilità), nel tempo lungo dei secoli, nella sequenza delle stagioni storiche che hanno generato il nostro oggi. Direi così: quell’oggi che tutti quanti siamo impegnati ad onorare essendo tutti quanti debitori dei nostri padri. 

Il dibattito nel sito di Paolo Maninchedda

Me ne dispiace e fervidamente auspico che tutto si ricomponga – davvero! che tutto si ricomponga – ma, naturalmente, nella limpidezza delle posizioni legittimamente diverse. Perché resto fermo nella convinzione che il Grande Oriente d’Italia sia stato e sia ancora patrimonio morale della nazione – passato per vicissitudini complesse ma, al netto, tutte onorevoli nelle epoche del risorgimento unitario, del consolidamento degli ordinamenti liberali, dell’antifascismo progressista (combattuto nel ventennale esilio francese), della repubblica costituzionale finalmente, anche ora nelle debolezze sistemiche della società liquida ed avaloriale. La sua missione è infatti quella di costruire con la cronaca la storia, con i mattoni del grado d’Apprendista, dapprincipio incapaci di relazione e limitati dal modesto range della compitazione, dal saper argomentare soltanto per pezzi, quell’edificio della convinta e preziosa fraternità planetaria, oltre le classi, le lingue ed i territori, nei composti anagrafici, sessuali e religiosi. E dunque? Questo resta il lavoro, anche a palazzo Sanjust, non soltanto a Villa il Vascello.

Anche le famiglie povere e marginali, esse soprattutto, hanno una dignità e si tratta di una dignità che le pareggia, nella complessità sociale, alle altre. Così la Sardegna economica e produttiva – anche quella delle produzioni culturali – ha partecipato e partecipa, con le sue originalità, agli avanzamenti di tutti, con la patria e la repubblica, nella patria e nella repubblica, verso l’integrazione europea. Offre quello che ha, e i sardi debbono avvertire quanto debba – debba, non possa! – essere di valore la loro contribuzione. Nei Templi massonici alla bandiera tricolore della Repubblica s’associa, contro ogni deviazione sovranista o isolazionista o qualunquista, quella dell’Unione Europea. Il principio dell’ “insieme” è ancora vigorosamente affermato: quello è l’orizzonte, ma il principio va interiorizzato fin dal primo passo.

L’Europa, la democrazia, la salute bene prezioso

Chi volesse studiare l’evoluzione del movimento federalista europeo generato in Italia dalla carta di Ventotene – del confino di Ventotene – di Spinelli e Rossi e formalizzato nella grande adunata milanese giusto all’indomani della caduta del fascismo, chi volesse scorrere i nomi di quei partecipanti, tutti della più bell’acqua democratica, vi troverebbe i massoni di spirito mazziniano e repubblicano (lo spirito risaliva allora dalla profezia della Giovine Europa del 1834 e profumava di bucato e di futuro nella Libera Muratoria che risorgeva dopo vent’anni di oscuramento, con Guido Laj, cagliaritano per parte di padre e di madre, da ragazzo studente dettorino e poi anche collaboratore de L’Unione Sarda, Gran Maestro dell’Ordine). 

Ecco ancora la logica musiva della Massoneria nobile che vive di diversità e civiltà dialogica, di sacro rispetto dei simboli, nell’obbedienza alla legge morale e a quella fondamentale della Repubblica conquistata, onorandone i rappresentanti.

Maninchedda aveva aperto con alcune considerazioni che ponevano il centro della sua e nostra attenzione sulla questione che forse soltanto chi la vive sulla propria persona o su quella dei propri familiari ed amici, sa quanto gravosa sia: la sclerosi multipla e quanto le si possa opporre per assicurare qualità di vita a chi la patisce. Io stesso ho, nel mio stretto giro, chi ne è colpito ed avverto quanto importante sia che la Politica – quella con la P maiuscola – sappia apprestare ogni supporto sociale e sanitario che è nelle possibilità dell’ordinamento e delle pubbliche finanze. E d’altra parte, in altra stagione della mia vita e per lunghi anni, m’è occorso di condividere nella quotidianità la sorte di centinaia e centinaia di malati infettati dall’HIV, accompagnandone a morte ben quattrocento. Quattrocento conosciuti e accolti in fraternità uno ad uno, essi e le loro famiglie. E dunque so quanto il dolore morale e fisico possa entrare nella vita nostra e quanto la medicina, come ricerca e come assistenza e cura, possa e debba essere posta dignitosamente al centro e nelle priorità dello stato sociale. Anche quando apersi, con la mia famiglia, già trent’anni fa, una casa per l’ospitalità gratuita ai malati chiamati da fuori città alla chemioterapia nel nostro Oncologico, accolti essi – tanto più i piccoli! – e i loro accompagnatori, ebbi la grazia di conoscere dall’interno, nella fraternità della confidenza personale, i drammi delle persone: non potrei mai sganciarmi dalla consapevolezza di questa priorità umana e civile ad un tempo.

E tutte le volte che mi si è chiesta ragione della larga partecipazione di professionisti della sanità negli organici delle logge massoniche ho sempre risposto che, evidentemente al netto di ogni dinamica parallela e… profana, una società per sua natura umanistica, come la Libera Muratoria, sempre ha colto nelle convergenze del “ben-essere” dato come obiettivo le necessità del corpo associate a quelle della mente e dello spirito. E d’altra parte, quanti sono stati, quanti sono i medici massoni che nei loro lavori di loggia hanno portato il risultato della propria esperienza di corsia e sala operatoria sempre avvertendo come non di malattia ma di malato occorra parlare.

Io stesso, nel mio Archivio storico generale della Massoneria sarda, conservo delle Tavole tematiche di amici miei carissimi, e Fratelli di militanza, che questi argomenti hanno sviluppato con la competenza del professionista e l’animo dell’umanista, partecipandoli alle Colonne volte all’ascolto.

Davvero tutto può essere nobile, può essere oro, se si vuole.

Di Armando Businco

Ieri mattina ho incontrato una persona di ribalta nazionale appassionata alla figura di clinico – scienziato e docente – e patriota quale fu Armando Businco, quel massone incardinato nella loggia Karales, negli anni della grande guerra, che marcò la sua fedeltà incorrotta alla democrazia nel sardismo repubblicano e, negli anni della dittatura e della nuova guerra, in Giustizia e Libertà e in quell’azionismo mazziniano che un triste giorno lo portò al rischio della vita, sopra un treno diretto a un lager tedesco, infine scampato. Armando Businco medico e massone.

Nel 2009 – poche settimane dopo aver riportato a palazzo Sanjust il busto storico di Giovanni Bovio che i fascisti avevano sequestrato nella perquisizione della loggia compiuta nel 1925 – tornai nella casa massonica di Cagliari per celebrare, un secolo dopo, la partecipazione cagliaritana alla gara di solidarietà a favore dei sinistrati terremotati di Reggio e Messina. Illustrai molte figure di quei nostri corregionali che furono parte attiva in quell’azione di soccorso, e ricordai come quella ventina di studenti di Medicina accorsi in Sicilia come barellieri – altri dieci partivano dal biennio di ingegneria e da farmacia del nostro stesso ateneo –, fossero guidati dal giovanissimo dottor Luigi Cocco – meravigliosa figura di medico, sinnaese di nascita, che sarebbe stato iniziato nella Sigismondo Arquer di lì ad un anno soltanto, e comprendessero altri tre o quattro futuri massoni. E con essi appunto Armando Businco, iscritto (con il fratello Arturo) alla sezione repubblicana di Cagliari e allora prossimo anche lui alla iniziazione – nel 1912 – e destinato quindi a rappresentare pubblicamente la sua loggia che, già nei primi combattimenti della grande guerra, aveva perso il proprio giovane Maestro Venerabile (il 28enne Ottavio Della Cà). 

Armando Businco al quale un giorno sarebbe stato intitolato l’Ospedale Oncologico regionale di Cagliari: se il suo ritratto fosse stato presente a palazzo Sanjust lo scorso anno sarebbe stato sbeffeggiato anch’esso dall’imbecille di facebook ed i dignitari di vertice della circoscrizione avrebbero, come hanno fatto con le gratuite offese a Bovio (oltre che alle massime autorità della Repubblica), annuito. Armando Businco che forse era in quella folla di studenti liceali e universitari che, dopo il 1905 (quando s’eresse il suo monumento in marmo nello square delle Reali) o dopo il 1908 (quando sorse il circolo dei “martiri del Libero Pensiero Giordano Bruno”), partecipò più volte alle celebrazioni bruniane proprio ai piedi dell’erma boviana, come alcune note fotografie documentano. Anche gli studenti del Dettori, dovendo onorare il nome di Carducci, e mancando ancora un busto che ne riproducesse i tratti (più tardi acquisito anch'esso dalla loggia), si riversarono quella certa volta nello square, attorno al bianco monumento del filosofo Grande Oratore del GOI che i fascisti avrebbero demolito un brutto giorno.

La medicina e la massoneria, o al Maiuscolo – ché si parla così spesso (e banalmente) dell’infeudamento della città capoluogo della Sardegna alle tre M – il Mattone, la Medicina e la Massoneria... 

Le 3 M

Pare, tutte le volte, che io voglia propormi come difensore quasi a priori del buon nome della Libera Muratoria sarda o nazionale o universale. Ma non è di questo che si tratta. Perché anzi io potrei chiedere, come chiunque altro cittadino di questa nostra amata Repubblica e di questa nostra terra potrebbe chiedere, se è vero che il Grande Oriente non appartiene, come una qualsiasi società di persone, ai massoni ma alla nazione consapevole della sua storia: come si onora oggi tanta semina?

Ai fondamentali, al dovere di rispettarli non si può mancare. E se scarto c’è fra l’essere e il dover essere, è la coscienza del singolo – se bene educata, se bene istruita, se bene formata nella pratica dell’Apprendistato, dunque della silenziosa osservazione e meditazione, nella rivisitazione critica di se stesso – che deve avvertirlo. Il che vale sempre e in ogni campo, anche in quello minimo o marginale dell’amministrazione e della organizzazione.

Nello scorso decennio mi è occorso più volte di accompagnare diverse rappresentanze delle logge cagliaritane in un percorso di “ricordanza” di numerosi massoni vivi ormai nell’Oriente Eterno: sostando accanto ai loro sepolcri – sempre cominciando dalle famiglie di Hoder Claro Grassi e Francesco Bussalai – ci siamo soffermati e abbiamo rievocato tappe importanti della loro esperienza umana fra noi. Cento Fratelli complessivamente fra quelli perduti negli ultimi decenni. E altri m’è occorso di presentarli, con opportune schede biografiche, a quanti delle logge cagliaritane – ma ne vennero anche da Nuoro una volta – di quelli che animarono con le loro attività la Cagliari bacareddiana, quella del secondo Ottocento e del primo Novecento. Ne ho poi sempre dato conto con dei lunghi articoli di documentazione in internet e in altre pubblicazioni.

Tutto passa, e saremo giudicati dal tempo, e il nostro buon nome dovrà essere un patrimonio per i nostri figli e nipoti. Come si può non comprendere questo? La virtù, il fare limpido e onesto che sappia reggere l’esame del tempo, è quanto appartiene oggi al nostro dominio. Perché perderci nell’indifendibile? 




Giovanni Bovio, che qualche graduato cagliaritano improvvisato esploratore della storia postrisorgimentale aveva definito, ancora dopo le malefatte dell’imbecille in campo aperto, “indegno” dei tributi d’onore fino a pochi anni prima assicuratigli in città (e così dal 1888 secondo la prova del Monumentale di Bonaria!) – tanto da indurre qualcun altro, scandalizzato, ad appellarsi (credo vanamente) al Gran Maestro – aveva organizzato le squadre di soccorso dei colerosi a Napoli in quel 1884 che vide anche Cagliari coinvolta dall’epidemia. Erano, quelle napoletane, squadre di soccorso massoniche, con la croce bianca. E insieme con quelle sue squadre s’incontrò una volta, Bovio, nella casa d’un moribondo, con il cardinale arcivescovo Sanfelice e con lui scambiò l’abbraccio: nella virtù di ciascuno avvenne il mutuo riconoscimento. Partecipava a quelle iniziativa di soccorso, con i suoi rimedi sperimentali, anche il dottor Efisio Marini, medico cagliaritano ormai da tempo residente a Napoli, già del piedilista della nostra loggia Vittoria, fra Sant’Antonio a sa Costa e palazzo Villamarina, e come tale bersagliato dall’insulto dell’autore dei famosi Goccius del 1865. Insulti più lievi forse di quelle sgangherature cerebrali dell’imbecille che un secolo e mezzo dopo avrebbe impallinato Bovio nel teatro di Castello e nella sua pagina di facebook accompagnandone il volto quattro volte bendato con un osceno dito medio del quale mai, mai, mai egli ha chiesto scusa all'universo mondo tradito, come mai, mai, mai hanno chiesto scusa della copertura fornita a tanto scempio gli uomini della dirigenza regionale del GOI, tanto più l’Oratore che nei suoi compiti istituzionali aveva ed ha il dovere di salvaguardare l’onorabilità dell’Istituzione liberomuratoria, non di coprire con il cartone omertoso l’ignavia più mortificante dei tutti, dei tutti... del popolo di Barabba! Perché infine questa è la domanda che rimane, osservando le cose: che c’entra quell’Oratore o che c’entrano i suoi sodali con la docenza umanistica e massonica di Luigi Cocco, di Armando Businco, di Efisio Marini, dei Grassi e dei Bussalai, di Ottavio Della Cà, di Giovanni Bovio?

La domanda però è rivolta a tutti, a tutti noi, sia che siamo oggi sul banco degli imputati sia che siamo alla tribunetta degli accusatori o dei testimoni. L'incontro dei massoni è sempre con il dovere, mai con la convenienza. Il fine è nel giusto, avrebbe detto Alberto Silicani e con lui quelle stesse parole avrebbero pronunciato Annibale Rovasio e Ovidio Addis, Bruno Mura e Quintino Fernando, Franco d'Aspro e Vindice Ribichesu, Vincenzo Racugno e quanti, quanti altri nostri Maestri di vita...


Fonte: Gianfranco Murtas
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