Gianfranco Murtas

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In memoria di Paolo Spissu. Quella certa sera a Palazzo Sanjust, conversando su Giordano Bruno e gustando trenta caricature dei massoni sardi d’inizio Novecento opera di Pippo Boero (parte prima)

di Gianfranco Murtas


Fra le logge massoniche giustinianee più presenti sulla scena civica cagliaritana mi pare di scorgere la Giordano Bruno n. 1217 alla quale prestai diverse collaborazioni ed una in particolare, credo specialmente apprezzata, nel 2013, anno centenario dello scoprimento del busto del Nolano nella rotonda in faccia alla porta dei Leoni di accesso a Castello. Fu, quest’ultima, una collaborazione molto articolata nelle modalità e anche, per taluni aspetti, originale, sia perché per la prima volta si proiettava, a Palazzo Sanjust, un video sulla storia liberomuratoria locale - quello che avevo realizzato con Andrea Giulio Pirastu (attuale direttore editoriale di Giornalia.com) – sia perché per la prima volta veniva proposta una mostra di caricature – naturalmente caricature d’arte! (in larga parte opera di Pippo Boero, l’autore del busto cagliaritano di Giovanni Bovio, e anche di quello di Verdi) – dei massoni sardi di fine Ottocento primo Novecento. Nella serata non mancò, evidentemente, anche la parola: svolsi una relazione per lo più a braccio sulla (perenne) attualità della tradizione massonica – tale perché mai da intendersi come cosa museale né mai da intendersi soltanto come ritualismo fine a se stesso – ed un’altra relazione svolse Pirastu circa alcuni aspetti di una complessa esperienza fraternale che nel 1913 già superava, a Cagliari, il mezzo secolo.

Passato remoto e passato prossimo: statuaria e toponomastica

Uscì proprio in quella occasione un mio libro (integrato da alcune schede curate giusto da Pirastu) col titolo La squadra e il compasso. La Massoneria in Sardegna. Storia e cronaca, edito dalla sassarese EDES. Da lì venne anche l’impegno a completare… e sono in ritardo di quasi un decennio!! un lavoro sulla toponomastica massonica cagliaritana, forte di un centinaio di titoli, fra strade e piazze e, più complessivamente e in quel contesto, compendi pubblici sceverati nel largo panorama di scuole, aule convegnistiche, redazioni, ospedali (si pensi al Binaghi ed al Businco! idealmente da gemellare al Forteleoni e al Merlo), ville, perfino chiese, ecc. Proprio agli artieri della Giordano Bruno cagliaritana volentieri potei comunque, nel frattempo, fornire i materiali richiestimi per taluni approfondimenti in materia che – mi venne riferito – coinvolgeva diversi appassionati alla nostra storia municipale e gustosamente propensi a scoprire i nessi fra questa e la peculiare partecipazione dei liberi muratori: così nell’amministrazione come nell’insegnamento, nell’imprenditoria come nel giornalismo e nelle professioni.

Bovio con il suo sfortunato monumento dell’attuale piazza Matteotti – eretto nel 1905 ed abbattuto negli anni della dittatura – trionfava nel tanto dell’arte che, specialmente nell’età di Ottone Bacaredda sindaco (anch’egli richiamato, non a caso, nella copertina del libro e nella sequenza dei pannelli della mostra), era diffuso per la città: si pensi alla statuaria risorgimentale di palazzo Picchi, al Verdi dello square, al Dante sentinella del Dettori, naturalmente a Giordano Bruno dalle mille traversie – dalla rotonda dei Leoni ai nicchioni dell’ateneo, all’ex collegio gesuitico di Santa Croce in via Corte d’appello, a Sa Duchessa infine nel dominio delle facoltà umanistiche… Ma anche al monumentale di Bonaria – si pensi a Nicolò Pugliese, benemerito presidente dell’Ospedale civile (cui, dopo breve intervallo, successe nella carica lo stesso Ven. Romolo Enrico Pernis, già assessore comunale della giunta Bacaredda costituitasi nell’autunno 1911) – oppure al Ricovero di Mendicità, che fu come “adottato”, fin dal 1867, da Enrico Serpieri e dalla loggia Vittoria (trasformatasi proprio allora da simbolica a scozzese) e conserva ancora oggi, nelle sue lapidi e nei suoi plastici marmorei dell’ingresso, vivida memoria di un interesse non da poco né da poco motivato nei liberi muratori cagliaritani…

Un libro sul laicismo primo-novecentesco

Dunque Giordano Bruno e la loggia intitolata a Giordano Bruno, o le logge intitolate – in Sardegna – a Giordano Bruno, il frate nolano abbrustolito dall’Inquisizione romana a Campo de’ fiori nell’A.D. 1600 ed il cui celebre monumento – opera di Ettore Ferrari – venne scoperto in una memorabile cerimonia pubblica nel giugno 1889, presente una delegazione universitaria cagliaritana. Una ve ne fu, di logge Giordano Bruno giustinianee – la cagliaritana n. 656 della serie GOI, che ebbe purtroppo vita breve, fra il 1966 ed il 1971 – ricollegabile a personalità d’alto credito scientifico ed accademico perfino internazionale (come ben potrebbe dirsi dell’oceanografo professor Carlo Anichini). Di aggiornati connotati l’attuale – la n. 1217 –, installatasi il 15 novembre 2004, provenendo – così come, anni addietro (1991), la Enrico Fermi n. 1105 – dalla buona scuola della madre-Alberto Silicani n. 936.

Fu questa Giordano Bruno – debbo aggiungere, non potendo sfuggire all’autobiografia – che celebrai, un’altra volta ancora e proprio quell’anno stesso di fondazione, con un libro, direi piuttosto nuovo nel panorama editoriale cagliaritano, che intitolai Dei circoli anticlericali e del monumento a Giordano Bruno, e che potei presentare nel teatro di Sant’Eulalia, affiancato dal mio amico don Mario Cugusi, al tempo parroco della ex-collegiata e per lunghi anni professore di filosofia alle scuole pubbliche superiori nonché… simpatizzante bruniano.

Debbo anche aggiungere, per completezza di testimonianza a favore di chi fosse interessato a queste pieghe di storia civile della nostra Cagliari riletta fra ieri e oggi. Ricollegandosi essi a tutta una serie di miei articoli pubblicati sull’Almanacco di Cagliari intorno al movimento ereticale e libertario – non soltanto di ghibellina matrice massonica – della stagione postrisorgimentale e giolittiana, fui contattato da alcuni giovani del Partito Radicale che avevano interloquito con il sindaco Floris al fine di ripristinare nella rotonda di via Mazzini/Porta dei Leoni la secolare erma rimossa nel 1926 dal podestà fasciomoro (di dichiarata professione cattolica) Vittorio Tredici. In particolare si batté per questa soluzione Fabrizio Sitzia, laureando in neurobiologia (ed oggi – orgoglio cagliaritano! – brillante manager operativo di una multinazionale britannica) col quale poi sviluppai importanti intese di studio oltreché un’amicizia personale.




Ho citato tale evento perché quel libro fu donato, tramite il generosissimo e buon ambasciatore Renato Manchinu, Maestro di casa dal 2001 a Palazzo Sanjust, agli artieri della loggia Giordano Bruno ancora freschi di fondazione e, allora e dopo, coinvolti – forse anche da quanto appreso e praticato nelle compagini di provenienza (non soltanto dalla pur prevalente, Alberto Silicani, ma anche dalla Hiram n. 657, dalla Risorgimento n. 770, dalla Sigismondo Arquer n. 709, dalla Lando Conti n. 1056 – tutte ormai “storiche” ma anche di diversissima complessione nel presente) – nelle fatiche della riscoperta dei tesori ideali che associarono la Libera Muratoria isolana (relativamente moderna) al circuito filosofico e ritualista europeo post-rosacruciano ed ante-illuminista. Per questo, o anche per questo, è stato dalla Giordano Bruno che in tempi recenti mi sono pervenute, privatamente, le più addolorate considerazioni circa lo sfascio valoriale compiutosi attorno al prototipo del busto di Giovanni Bovio di cui riferì, in numerose cronache, L’Unione Sarda già nel 1904!

Inquadramento temporale

Insomma, il momento – dico il 2004, centenario anche quello! – zampillava tensione morale, idee, programmi di studio. A dieci anni dalla indecorosa ostensione, da parte della stampa regionale, delle liste delle logge – che ben si collegava con la diserzione del Gran Maestro Giuliano Di Bernardo – a Cagliari e nell’Isola era un rigoglio di iniziative, cui certamente un incoraggiamento veniva anche dalla nuova e prestigiosa sede donata dal professor Vincenzo Racugno ed ora giunta, dopo importanti interventi restaurativi, alla sua piena efficienza: dopo le Colonne della Wolfang Amadeus Mozart n. 1147 e quelle della Europa n. 1165 – innalzate fra il 1998 ed il 2000 (mentre intanto Oristano e Sassari e, presto, anche La Maddalena presentavano le loro Libertà e Lavoro n. 1148, Goffredo Mameli n. 1192 e Giuseppe Garibaldi n. 1205) – la nuova Giordano Bruno cagliaritana apriva una nuova stagione: pochi mesi dopo esordiva infatti, a Palazzo Sanjust, anche la Heredom n. 1224 che portava in città la inedita ritualità Emulation, ed a Oristano, l’anno dopo, e a Sassari innalzavano le loro Colonne la Raffaele Fadda n. 1235 e la Conoscenza n. 1256. Cagliari riprendeva la scena nel 2006 con la Militia Templi… e la Rudyard Kipling n. 1272, con la quale proprio la Giordano Bruno avrebbe stretto un gemellaggio il 27 ottobre 2007. (E qui doveroso va il ricordo del Venerabile appunto della Rudyard Kipling, Pier Giuseppe Piano cioè, consumatosi lo scorso anno dopo una lunga defatigante ingiusta malattia).

Marciò subito e bene, abilmente guidata, quell’officina che, celebrando l’autore del Candelaio, di De l’infinito, universo e mondi e di quante altre opere, in fondo e idealmente recuperava 115 anni di storia latomistica cittadina, se è vero che proprio dal ritorno dalla manifestazione di Campo de’ fiori, e dall’ascolto delle parole sante e infuocate di Giovanni Bovio, il professor Gavino Scano – preside di Giurisprudenza e già rettore del nostro ateneo – ed i suoi quattro studenti costituenti la delegazione cagliaritana, era ripartita quella feconda spirale che soltanto la dittatura fascista avrebbe paralizzato per due decenni e fino ai disastri della seconda guerra mondiale.

Quell’ “Intendiamoci” che era risuonato nei manifesti, negli articoli di stampa, nei cortei vocianti per le vie cittadine aveva significato: ripartiamo da Giordano Bruno, riscopriamo il nostro Giordano Bruno sardo che ha anticipato sul patibolo il frate domenicano e si chiama Sigismondo Arquer, giurista e teologo d’intelligenza prodigiosa e di imbattibile dignità morale, innovatore nella traduzione cartografica della nostra città quadripartita, giudice dei sedimenti inquisitoriali nell’Isola, costruttore della storia nuova, operaio ed architetto dell’orgoglio cristiano che è liberante, liberante...

Nei giorni scorsi mi è stato chiesto di richiamare pubblicamente l’evento del 2013 e, possibilmente, di riproporre quella serie di vignette – naturalmente, ripeto, vignette di mano d’artista – che ben rappresentavano, nella galleria in cui esse erano state collocate, la città en marche che nel nome di Ottone Bacaredda si identificava associando modernità e laicità di costume e di norme. (Meriterebbe qui anche approfondire il tema della vera o presunta appartenenza all’Ordine massonico della stesso sindaco-e-parlamentare, accreditata da una certa vulgata ed affacciata da taluni storici, ma io direi smentita dalle carte. Il che peraltro non chiuderebbe, e non chiude, il discorso, come potrei documentare dandosene l’occasione).

Dedicherò dunque alla loggia Giordano Bruno, della quale non dimentico l’accoglienza festosa e generosa che mi riservò allorché lavorai per le iniziative del centenario e le precedenti, alcuni articoli. Questo primo però mi sentirei di riservarlo in esclusiva a Paolo Spissu, che della loggia fu il primo Oratore e anche, dopo l’apripista, il Venerabile, il quale mi offerse a lungo la sua stretta confidenza e del quale, ogni volta che mi si dà l’opportunità, cerco di onorare la memoria. Mi concedo adesso, dunque, un disteso (eppur commosso) passaggio personale.

Paolo Spissu

Interno (pur senza obbedienza formale) alla familiarità giustinianea e segnato dalle esperienze magisteriali dei migliori – da Mario Giglio ad Armando Corona a Paolo Carleo –, a diversi di quegli artieri fondatori della Giordano Bruno, taluni dei quali purtroppo perduti prematuramente alla vita, io mi legai in intensa e duratura consuetudine amicale, ed ancora oggi, nel concreto, cerco di presentarne il profilo più intimo accompagnando quei tanti che lo desiderano, da Palazzo Sanjust, alla loro tomba segnata dalla squadra e compasso o da altro simbolo dell’ars regia (di Dessì, Pisano, Curreli, Tuveri… tutte gran belle, squisite persone, professionisti di valore, muratori impegnati). Ogni volta di loro proponendo aspetti meno noti, testimonianze di vita e scritti rivelatori di interiori complessità che inducono al rispetto più assoluto ed alla venerazione dei lasciti morali.

Dei tanti oso richiamare qui appunto Paolo Spissu, che ebbe studi teologici e frequentazioni gesuitiche e di volontariato sociale che – e gli uni e le altre – io stesso avevo condiviso nel tempo e divennero fra noi argomento di ordinario e fecondo scambio lungo molti anni. Come detto, egli era l’Oratore della loggia quando questa prese posto nel virtuoso concerto latomistico cagliaritano. Pronunciò queste parole che poi volle donarmi in un cartaceo, insieme con numerosi altri documenti in cui, per tratti sempre brevi o brevissimi – nel tempo: “Perché Fratelli”, “Pensieri sulla giustizia”, “Il lavoro nobilita l’uomo”, “La tolleranza”, “Le radici della libertà”, “Saper ascoltare”… e naturalmente temi di “routine” ma di una routine sempre… nuova e sorprendente nelle circostanze rituali topiche, dalle iniziazioni agli aumenti di paga, dai solstizi ed equinozi ai ricordi degli “anelli perduti alla Catena fraternale” –, rappresentò il suo animo sereno e ad un tempo inquieto: «Ieri come oggi si parla spesso di libertà, libertà per l’uomo, libertà di coscienza. Troppo spesso si approfitta della affermazione del diritto alla libertà solo per proteggere la propria intolleranza e il proprio egoismo. La libertà è certamente congeniata all’uomo, o meglio fa parte della sua essenza. L’uomo ha ricevuto il dono della libertà con la vita stessa. La libertà è tale solo se si identifica con la tolleranza e l’amore. Abbiamo scelto Giordano Bruno come emblema della nostra loggia non per fare un processo alla storia trascorsa, ma per affermare ciò che la storia con Giordano Bruno ci ha lasciato: difendiamo la libertà nostra e di tutti gli uomini perché vale quanto la vita medesima».

Ci lasciammo – immediatamente prima dell’ultima sua scivolata nella malattia – quando mi chiese una collaborazione a pro degli ospiti della Piccola Casa di San Vincenzo, nella nostra centralissima via San Benedetto. Suggerì un tema del genere “Cagliari di un tempo”, io pensai agli artisti musicali “di quel tempo” cagliaritano: «Caro Paolo, a proposito dell'idea che mi avevi affacciato circa una chiacchierata di argomento storico-cagliaritano da tenere presso la Piccola Casa San

Vincenzo, ho pensato che il tema potrebbe essere, naturalmente presentato per sintesi, quello del profilo biografico di tre grandi cantanti lirici cagliaritani, fra secondo Ottocento e primo Novecento: Giovanni De Candia (Mario), Piero Schiavazzi, Carmen Melis. Magari in un'epoca successiva si potrebbe tornare sull'argomento, per ipotesi facendo sentire la loro voce. Nel caso chiederei a qualche amico esperto e magari attrezzato. Pensi possa essere una proposta interessante? Abbracci». Rispose immediatamente, 18 febbraio 2014: «Gianfranco carissimo, mi sembra un'idea molto simpatica. Ci risentiamo presto. Un abbraccio».

Riprese allora la risalita del suo Calvario, così fino a settembre.




Gli era toccato, un anno dopo la fondazione della loggia, di dover reggere il Maglietto di governo. E con la buon’anima del cinquecentesco titolare della sua officina s’era trovato allora più che sempre a dover fare i conti: venerazione intellettuale e, potrebbe dirsi, anche religiosa, perplessità e sconcerto per certe spigolosità del temperamento. Mi scrisse una volta, era il 18 marzo 2012: «Gianfranco carissimo, … io ho con Giordano Bruno un rapporto di amore e odio, amo le sue idee ma odio il suo caratteraccio. Spero che tu mi porti alla pacificazione completa. Buona domenica, ti abbraccio».

Il ricordo di Anichini e della sua impresa

L’8 giugno dell’anno successivo fui invitato a tenere una conversazione sulle vicende dalla Giordano Bruno n. 656, che avrebbe significato anche una fiondata di luce informativa – verso i tanti che non l’avevano conosciuta di persona – sulla Massoneria cagliaritana e sarda dei secondi anni ’60 del Novecento, gli stessi che nella società civile vollero dire contestazione giovanile ed operaia, movimento per la pace in Vietnam, avvio verso la legislazione divorzista in Italia e l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario, e in Sardegna significarono politica della Rinascita e speculare recrudescenza del banditismo, fenomeno Mesina e industrializzazione petrolchimica… Fu proprio allora che prese corpo, a Cagliari (e, sia pure diversamente, a Nuoro) il “gruppo di lavoro” P2.

Si svolse quella tornata speciale nella sala convegni di palazzo Sanjust e la commentammo poi, Paolo ed io, discutendone di persona ma già anticipando per posta. Così io: «Caro Paolo, io ti debbo una parola di ringraziamento per la squisitezza tua come si è manifestata in tanti piccoli particolari della tua prestazione. Non so, onestamente, se io abbia corrisposto al livello quale ci si attendeva da me. E' che in questi ultimi anni sono diventato più sensibile a delineare i contesti entro cui situare l'oggetto specifico di trattazione, senza i quali quest'ultimo mi pare non possa essere compreso a sufficienza da quelli a cui mi rivolgo. Tanto più se relativamente digiuni della materia.

«Per questo ho creduto utile quel ripasso da lontano, onde collocare anche i rapsodici rimbalzi del brunismo nella città e nella regione (considera che fra il 1889 ante-Arquer, il 1907-8 del circolo dei martiri del libero pensiero con Gramsci, il 1913 del monumento di piazzetta Mazzini, e il 1947 della biblioteca a prestito del Paglietti, fino alla vostra costituzione come 1217, avrei potuto aggiungere altro ma non ho voluto allungare: c'era stato nel 1908 il congresso regionale del libero pensiero a Tempio Pausania con Sebastiano Satta e molte logge sarde con labari proprio nel nome di Giordano Bruno, e c'era stato nel 1973 la prima proposta della costituenda loggia Caprera di Cala di Volpe, oggi Tempio Pausania, di chiamarsi Giordano Bruno...).

«Comunque quel ripasso alla bersagliera dal 1861 l'avevo anche pensato, indipendentemente dalla GB 656, nell'interesse dei nuovi, taluno magari di pochi mesi, che non hanno avuto occasione ancora di capire in quale storia lunga e onorata (e contraddittoria ovviamente) si situa la loro militanza di oggi. Quindi un innesto, il mio, volutamente strumentale a questo altro interesse a latere.

«Mi spiace che abbia parlato tanto, non mi sono accorto: mi hanno detto addirittura 1,45. Però... ciccia, l'importante è che qualcosa sia rimasto, oltre che contenutisticamente, anche sentimentalmente o emotivamente (a parte i familiari di Anichini, ovviamente, che sentivano il ripasso biografico del loro genitore riproposto a trent'anni dalla morte, in un contesto così singolare e per loro anomalo).

«Abbiamo fatto il nostro dovere, bene o male. Grazie veramente, e abbracci».

Così Paolo il 12 giugno: «Gianfranco carissimo, la serata Giordano Bruno è andata benissimo e io te ne ringrazio, ma vorrei farlo con la mia Loggia, per cui vorrei venirti a trovare con Eugenio o andare assieme a prendere un gelato.

«I tempi della discussione sono stati perfetti e i fratelli mi hanno detto di essere stati contenti in particolare della schermata generale sulle logge che ha inquadrato bene il periodo. A presto, un abbraccio».

Un informatico umanista

Nella loggia che l’aveva accolto (e cresciuto) quasi vent’anni prima, gli toccò una volta – era il 1999, nella canonica ricorrenza mazziniana – di commemorare i Fratelli defunti. Disse: «La terra vive gli ultimi giorni di sonno della sua stagione invernale e presto la primavera prenderà prepotentemente il posto risvegliando il ciclo della vita. E’ questo il periodo che la Massoneria ha scelto per ricordare i fratelli che hanno restituito alla terra il loro corpo. Il pensiero della morte vogliamo che sia portatore di serenità perché questo rappresenta solo il primo momento di un movimento più complesso che porta al risveglio e alla vita: solo morendo nella terra il seme genera la pianta e produce i frutti. Tutta la vita è un continuo ciclo di sacrificio dolore-morte che porta alla ricchezza-gioia-vita.

«Oggi dobbiamo un particolare ricordo per tutti quei fratelli che hanno lavorato massonicamente prima di noi in questo Tempio e in tutti i Templi del mondo: la ricerca della verità sempre al primo posto, la accettazione di tutti gli uomini come fratelli, la dedizione del proprio tempo perché il mondo diventi più simile al progetto del GADU sono le virtù che ci sono state trasmesse quali luci da tenere accese perché siano consegnate a chi ci seguirà.

«Il ricordo dei fratelli defunti non deve essere un momento di dolore ma di serena gioia: è con tutti questi fratelli certamente presenti tra le nostre colonne che oggi creiamo una forte catena d’unione solida d’affetto, una catena d’amore».




Gli capitò l’anno dopo, naturalmente fra il tanto che era chiamato settimanalmente a dire e commentare, di riflettere, in condivisione, sulla “Spiritualità nel terzo millennio” azzardando – evidentemente per mera e radicale provocazione (e paradosso) – l’assunto «L’uomo del Duemila non ha bisogno di Dio» per concludere considerando come «L’uomo del Duemila [abbia a cercare] quel Dio di cui ha bisogno». Un tema, questo, che avrebbe sviluppato anche sulle pagine di Labirinto, la rivista della Circoscrizione giustinianea sarda uscita nel 2005 per iniziativa in particolare del presidente Andrea Allieri e con Vindice Ribichesu responsabile unitamente a Vinicio Serra, Enrico Rais, Salvatore Bonesu ecc. (Veramente, a ripassare questi nomi, misuro le distanze del calendario ma insieme e soprattutto avverto la pena del distacco da cari maestri di vita!).

Il Madagascar, la malattia

Su due punti della militanza liberomuratoria di Paolo Spissu – che fu specchio autentico della sua militanza di vita! – brevemente mi intratterrei: in materia di solidarietà e in materia di malattia. Rappresentante dei suoi riuniti nella loggia Giordano Bruno appoggiò con forza la proposta del presidente Allieri di finanziare l’acquisto dei materiali per la costruzione di una condotta idrica di ben 20 chilometri in un’area depressa del Madagascar del tutto sprovvista di una tale infrastruttura. Di tanto s’era fatto promotore il medico-missionario gesuita Vittorio Papoff, cagliaritano, ed allora ecco lui, Paolo Spissu, riferire di aver condiviso con padre Papoff una certa esperienza in terra malgascia, spiegando a chi lo ascoltava come proprio in Madagascar, ed ormai da moltissimi anni, quel nostro benemerito concittadino avesse impiantato una struttura di prevenzione e cura della tubercolosi. Si deliberò in quell’occasione un primo contributo di seimila euro ma soprattutto s’aprì una toccante gara partecipativa fra i Venerabili chi di Sassari chi di Cagliari o d’altrove per interventi particolari e supplementari…

Del 17 marzo 2008 fu una sua riflessione, questa volta piuttosto articolata e riferita molto anche alla sua personale condizione (quella che, dopo illusorie riprese, l’avrebbe portato alla tomba). Titolo “Perché soffriamo”. Una tavola tracciata nel segreto privato «leggendo dentro di me – così disse - mentre la leucemia mi teneva in ospedale».




Ecco alcuni dei passaggi forse più significativi del lavoro: «Credo che anche io, come tutti, mi sono trovato coinvolto nella mia esistenza con il dolore degli altri e me ne sono meravigliato, non trovando un filo conduttore a tutto questo. A sedici anni mi sono trovato a fare l’infermiere all’ospedale Cottolengo di Torino e la meraviglia è stata rovesciata nel vedere come tante persone sofferenti trascorrevano la loro giornata in grande serenità contenti di esserci, di aiutarsi a vicenda, di trascorrere il proprio tempo in ogni attività che la condizione fisica gli permetteva, senza un lamento ma nel pensiero che altri forse avevano bisogno del loro aiuto: storpi o malati contenti della loro esistenza. Uno come me, mio fratello diabetico, diventato cieco esclamò “Cieco ma vivo”, dializzato, quando gli amputarono la prima gamba chiamò gli amici perché potessero vedere “il tronchetto della felicità”. Più si soffre e più sembra che si ami la vita.

«E’ arrivato anche per me il momento della malattia: leucemia mieloide acuta è stata la risposta ai miei malesseri. Ho pensato “meglio a me che a qualcun altro” vedendo tanti giovani e tanti bambini a letto con gravi malattie. Mi sono guardato intorno e ho capito di essere un privilegiato: senza grande sforzo da parte mia sono stato invitato a sedere nel salotto buono. Gli uomini, o meglio le azioni degli uomini si dividono in atti di egoismo e in atti di amore per gli altri: o facciamo di tutto per impossessarci dei beni che ci offre la terra anche a scapito degli altri, anzi talvolta portandoli via agli altri, oppure ci dedichiamo ad aiutare chi ha bisogno: il malato, il sofferente, il povero, il bambino indifeso.

«Chi soffre diventa come un nodo di amore da parte degli altri: io nella mia malattia ho ricevuto tanto amore da parte di tanti non per merito mio ma per merito della malattia che avevo ricevuto. Immaginiamo un momento il mondo a cui togliamo ogni dolore, ogni sofferenza sia che venga da parte degli uomini stessi che dalle forze della natura: un mondo strano, dove ognuno pensa a se stesso e basta. E così ho fatto un sogno ad occhi aperti: ho iniziato a sfogliare un libro, uno di quei libri per bambini con le pagine trasparenti dove i disegni si sovrappongono per formare un disegno unico: il disegno era appunto il nostro mondo. Nella prima pagina si vede il disegno completo.

«Ecco vedo montagne con rocciatori e sciatori e immondizia negli angoli tra le rocce, vedo i mari con le navi, gli yacht con tanta bella gente, barche da pesca, gommoni e nuotatori, buste e contenitori di plastica; vedo la campagna con i trattori e le vigne; vedo le aule di scuola con gli alunni e i professori disperati; vedo le aule dei tribunali, gli uomini in manette e le carceri; vedo le sedi del parlamento; vedo un vulcano che erutta e travolge case e persone; vedo un’onda del mare che sommerge un villaggio di povera gente; vedo aerei che sganciano bombe, uomini che si combattono a breve distanza, kamikaze che si fanno saltare per aria; vedo uno che spara in mezzo alla folla e un altro con il fucile dietro un muretto; vedo una vecchia suora che assiste dei malati in una grande sala, un medico che si sposta di cento chilometri per raggiungere un ammalato da curare; vedo miriadi di ospedali, ambulanze, incidenti stradali; vedo chiese e moschee, grattaceli e villette, monumenti, supermercati negozietti e bancarelle; vedo treni camion autobus che corrono da tutte le parti... vedo tutta la nostra terra.

«Vorrei togliere tutto ciò che non è bello e fa soffrire e così comincio subito a eliminare un primo foglio: tolgo le malattie con tutti i feriti e gli andicappati. Giro la pagina e vedo che ho eliminato anche gli ospedali, le ambulanze, i feriti e anche le guerre e gli aerei militari e le navi da guerra, i carri armati e le armi chimiche: finalmente nessuno si farà più del male.

«Sfoglio un’altra pagina dove ci sono i temporali, le alluvioni, i terremoti, i maremoti, i vulcani eruttivi: finalmente la terra diventa ferma e senza pericoli mentre il mare è calmo e lievemente increspato dalle brezze. Gli uomini non bisticciano più, non servono gli stati e i politici; non c’è né freddo né caldo e non servono più i grattaceli o le case. Sfoglio l’ultima pagina e mi rimane un mondo meraviglioso, strano perché non ci sono più manufatti, ognuno trova quello che vuole e si serve.

«Eccomi solo, non ho vestiti, sto bene, vado su una montagna bianca di neve, non ho le scarpe ma non sento freddo e i miei piedi non scivolano sul ghiaccio, sono sul Monte Bianco e vedo attorno a me meravigliose cime bianche sul cielo azzurro. Scendo, raccolgo dolcissimi frutti da una pianta i cui rami si piegano verso di me, mi tuffo nel mare, nuoto con i pesci che mi accompagnano, cavalco un pescecane che mi porta nelle profondità dove colori e luci sono nuovi per me. Da qualunque parte mi giro trovo che tutto è bello e tutto è per me.

«Ma mi manca qualche cosa che non so descrivere. Vedo una bellissima donna, ci ritroviamo nell’erba fresca mentre il sole carezza il nostro corpo. Abbiamo avuto un figlio, poi un altro, poi un altro. Un mattino ci svegliamo e troviamo Abele morto vicino ad una pietra, Caino è scappato: improvvisamente i fogli del mio libro cominciano a mettersi al loro posto uno dopo l’altro fino a ritrovarsi come erano prima della mia lettura.

«Io mi ritrovo in un letto di ospedale, ho a fianco a me un trabiccolo che sorregge delle bottiglie di plastica piene di farmaci: sono malato e sto facendo la chemioterapia. Penso al mio sogno e mi chiedo che cosa è successo… ora capisco perché gli uomini soffrono: abbiamo scelto l’amore!».

La tavola ha un post scriptum, non letto in loggia, ma affidato alla lettura personale dei Fratelli. Eccone il brevissimo testo: «Quando abbasso la copertina di cartone sul libro appena letto, mi accorgo che la prima pagina è rimasta attaccata alla copertina: la stacco e la abbasso sul libro, c’è una sola immagine al centro, è un Crocifisso.

«Ora il mio pensiero si completa improvvisamente perché mi mancava una chiave di lettura che spiegasse tutta la vita degli uomini descritta nel mio libro. Dio non aveva scelta per aiutare gli uomini a trovare il senso dei valori e a recuperare in pieno tutto il bagaglio di libertà, di amore per gli altri, di conoscenza profonda di se stesso. Gesù Cristo non avrebbe risolto nulla se fosse venuto in terra come conquistatore, re o imperatore (cose che invece qualcuno ha pensato di fare mal interpretando le vie indicate): Gesù ci ha mostrato che la sofferenza è la sola via per arrivare all’amore, e Lui si è sottomesso al processo e alla condanna alla crocefissione nella solitudine più profonda lontano dagli uomini e dal Padre: solo così ha potuto dire “Io sono la via, la verità e la vita”».

L’abbraccio all’Ospedale militare

Lunedì 29 novembre 2010 Paolo impreziosì con una sua singolare tavola agostiniana una speciale tornata della sua Giordano Bruno che accoglieva i Fratelli della barese Cairoli Risorta n. 777: fu quella anche l’occasione per il riconoscimento dello stallo onorario ad un Fratello ufficiale medico militare che, negli anni di permanenza a Cagliari, aveva frequentato il Tempio cagliaritano: circostanza anche questa con notevoli e ripetuti precedenti nella storia della Libera Muratoria isolana come anche, d’altronde, del continente. Fu medico militare il Venerabile Smeraldo Scannerini, che succedette a Francesco de Lachenal, ai tempi della Vittoria, era il 1864… Fu direttore dell’Ospedale militare Giuseppe Frau De Gioannis, alto grado scozzese, passato all’Oriente Eterno nel 1924… Lavorarono in corsia o nella farmacia militare, nell’ex noviziato gesuitico di San Michele, e taluno nel presidio di Sassari ed altrove ancora, anche Luigi Bernardi, Raffaele Marras, Siro Fadda, Oreste Deiana, Agostino Castelli – poi professore universitario ed assessore con Bacaredda sindaco –, Giuseppe Tedde, Attilio Sanna, Alfredo Cucinotta – in capo al Corpo Truppe Coloniali del distretto militare di Sassari, caduto nel settembre 1917 in Libia –, e ancora e ancora e ancora Orlando Castigliola, Dante Casella, Filippo Carta, Riccardo Camerini… aggiungo Enrico De Meo e Felice Pigozzo – che fu anche il presidente dell’associazione dei Veneti in Sardegna e promotore della lapide ciusana in onore della Brigata Sassari affissa nel nostro municipio e purtroppo distrutta sotto i bombardamenti del 1943…

Davvero un’infinità di professionisti di valore e impegno civile, compreso Gio.Maria Dettori, che frequentò il Tempio e prima e dopo la dittatura, essendo con Alberto SIlicani fra i fondatori della loggia Risorgimento n. 354, nel 1944, e fu anche esponente del Partito Democratico del Lavoro a guida del massone Giuseppe Sotgiu… Dell’Ospedale militare di Cagliari fu direttore anche il colonnello Luigi Laj, padre del futuro Gran Maestro Guido Laj negli anni in cui questi, adolescente, frequentava il liceo Dettori… In tempi relativamente recenti ecco anche il Fratello colonnello Placido La Valle, farmacista capo e primo Venerabile della loggia Alberto Silicani n. 936).

Una tavola agostiniana

Agostino di Ippona fu un amore vero per Paolo. Che appunto non esitò a portarlo, nella sua elaborazione personalissima, con ragione e con sentimento, in loggia. Non per catechizzare alcuno, evidentemente, ma per definire alcune coordinate diacroniche che, affiancando o incrociando scuole spirituali diverse, potessero dare risposta a una inquietudine presente sempre nell’uomo, perché portato stesso dell’umanità. Compose il testo in modo tale – direi didattico (perfino con le traduzioni latino/italiano) – che la stessa grafica costituisse un supporto favorevole alla ricezione piena delle Colonne…

Visibilmente emozionato, e nuovamente nei bassi della sua malattia, mi riferì l’episodio e – sapendomi del giro di frati e preti come Morittu, Pittau e Cannavera e di suore come Maria Moro, ed avversario schierato (in specie in quelle settimane) dell’arcivescovo Mani – mi donò le cartelle di quel testo di stretto taglio esistenziale, da lui stese con premessa: «Io vivo dall’età di diciotto anni con questo invito di Agostino: “Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat Veritas, etsi tuam naturam mutabilem inveneris, trascende et te ipsum”».




Disse nel silenzio dell’affollato Tempio massonico di Cagliari: «E’ così. In De vera Religione Agostino scrive: “Non uscire all’esterno, ritorna dentro te stesso. La verità abita nella interiorità dell’uomo e se troverai che la tua natura è mutevole, trascendi anche te stesso”.

«Personalmente ritengo fondamentale nella mia vita di uomo e di massone (che sono la stessa cosa) cercare sempre dove può iniziare il mio rapporto con l’Essere Supremo. Mentre la filosofia porta più spesso ad una ricerca puramente intellettuale (vedi le “cinque vie” di Tomaso d’Aquino che dimostrano l’esistenza di Dio), Sant’Agostino parte da qualcosa di certo che siamo noi stessi, la nostra coscienza profonda, potremmo dire la Libertà che è in noi o siamo noi: potremmo pure dire la Verità che è in noi o siamo noi in quanto parte dell’Essere.

«Libertà e Verità sono aspetti diversi del nostro spirito. Ecco perché penso che la Libertà di Giordano Bruno ci stia bene con la Verità di Agostino…».

Lo sforzo dichiarato dal relatore è proprio questo: sviluppare «un rigido studio della espressione agostiniana e non dare spazio a elucubrazioni o commenti: è sostanzialmente un invito a vivere e non a conoscere».

Della sua famiglia e della Cagliari che fu

Di taglio ancora intensamente esistenziale era stato quell’altro suo lavoro - quello sulla fine (o la trasformazione?) delle cose, più sopra richiamato – proposto in una stagione di vita che allora era sembrata tutta positiva e volta ancora al futuro: poteva dunque concedersi, Paolo, di guardare alla fine delle cose senza soggiacere agli inquinamenti emotivi, ma restando invece nella piena razionalità. Razionalità religiosa, direi. Importava a lui interrogarsi ed interrogare sul dramma dell’esistere, sul senso del tutto, nella macinazione del tempo e delle generazioni, degli affetti e delle conquiste, delle cadute e dei dubbi.

In questo capitolo che era centrale nella sua riflessione entrava la memoria avita e direi anche la memoria civica. Ho accennato alla richiesta di delucidazioni che mi formulò su taluni aspetti della storia massonica cagliaritana, muovendo da alcuni elementi di biografia familiare. Un prozio di Paolo – Efisio Spissu, classe 1850 (e scomparso poi nel marzo 1922), di professione pellaio, era stato iniziato 24enne nel Tempio della Fede e Lavoro, una loggia “operaia” o “marinara” che aveva la sua sede in via Sant’Eulalia presso l’albergo “La Concordia” gestito dai Fratelli e fratelli Jean, Angelo e Luigi Castello – mentre il nonno Francesco fu presidente della Società degli Operai. Tale era quando morì il generale Garibaldi, socio onorario perpetuo del sodalizio che egli rappresentò ai funerali in quel di Caprera.

Una volta mi consegnò, Paolo, una cartellina (che purtroppo non ho ritrovato, per cui vado adesso a memoria) con l’albero genealogico degli Spissu, che furono, a Cagliari, nel secondo Ottocento e ancora all’inizio del Novecento una famiglia “importante” di operatori artigiano-industriali nel settore conciario. Di fianco ad Efisio (ed a Ignazio, fratello maggiore), ma con una ditta tutta sua, Francesco Spissu – il nonno di Paolo – aveva lo stabilimento delle sue attività nel primo tratto del corso Vittorio Emanuele: con la conceria vera e propria erano la calzoleria ed il negozio di corami e pellami – con vari punti vendita tanto nel Corso quanto nella piazza Martiri (già Villanova) – nonché l’ingrosso di vini e lo scagno della rappresentanza della Casa Baschiera… Morì, nonno Francesco, nella prima settimana del 1915: l’Europa era già arroventata dalla guerra, l’Italia si preparava ad uscire dalla sua problematica neutralità e Cagliari stessa – che aveva appena ricevuto la visita di Cesare Battisti – sembrava impegnata, non senza temere le gravi conseguenze, a sostenere le correnti interventiste…

Mi inoltro ancor di più, e di necessità in conclusione adesso, su tali aspetti.

Nella metà d’ottobre del 2012, quando avvenne lo scambio di email che qui riporto, ero appena reduce da una commozione cerebrale con corredo di molte fratture in corpo. Fu tenerissimo: «Gianfranco carissimo, innanzitutto un sacco di auguri per la tua salute e un pronto recupero: mi dispiace non avere avuto prima notizia, ma se posso esserti utile in qualche cosa chiamami».

Volle riferirsi, nell’occasione, alla scheda biografica di un massone cagliaritano d’inizio Novecento – Roberto Pisano – la cui stesura erroneamente mi attribuiva. Chiarii tutto fornendogli i dati esatti che avevo riferito a chi me li aveva chiesti e che, per qualche disguido, impropriamente non erano stati considerati nella redazione finale di quell’accompagnamento. Ed ho qui piacere di riprendere quello scambio, per dire quanto Paolo fosse attento, e con gusto pieno, alle cose belle della Libera Muratoria cagliaritana d’una età – quella nostra bacareddiana – nella quale Giovanni Bovio era vissuto, anche dalla parte liberal-monarchica della Fratellanza, non soltanto dalle falangi democratiche e radicali, la più alta autorità morale della Comunione giustinianea, di fianco al Gran Maestro Ernesto Nathan…

D’altra parte, trattandosi del nonno (e bisnonno) dell’artiere che s’era interessato alla cosa, non poteva egli non identificarsi in lui, tanto nella convinzione che anche il proprio avo avesse compiuto le stesse scelte fraternali quanto nella considerazione che suo prozio Efisio Spissu e il bisnonno dell’altro suo collega avevano insieme militato fra le Colonne della Fede e Lavoro. La loggia che, fra tante maestranze artigianali ed in particolari marittime, aveva avuto una gloria anche “intellettuale” non da poco, tale a coglierla allora e tale a riscontrarla oggi, centocinquant’anni dopo… Quel certo dottor Francesco Barrago, medico militare – ecco un altro ufficiale medico! – che in un’aula dell’università aveva sostenuto, con più conferenze, la teoria evoluzionista del Darwin, combattuto dal pergamo della cattedrale dal canonico teologo Francesco Miglior, che aveva svolto invece diverse lezioni bibliche all’insegna del creazionismo!

«Lunedì scorso è apparsa nella sala dei passi perduti una mastodontica bacheca che porta una foto del massone, una valigetta aperta, il grembiule ed una lettera di accompagnamento di Sergio Pisano indirizzata al Presidente del Collegio che offre gli oggetti d.c.s e una presentazione del nonno Roberto sicuramente sommaria. In particolare quando si parla di Società degli operai Sergio afferma che il nonno Roberto fu confondatore della stessa Società: le date non corrispondono, tanto che Roberto Pisano (come tu scrivi) fu invitato alla presidenza nel 1920, cioè 65 anni dopo la fondazione. Sergio Pisano afferma avere avuto da te le notizie e che nel caso di errore è disposto a correggere… Motivi familiari mi fanno pensare che mio nonno fosse massone, ma non ho alcuna prova. Ti abbraccio».

Il mio testo era stato ritoccato e leggermente guastato, naturalmente in perfetta buona fede, non saprei da chi. Eccolo qui nella integralità come potei allora inviarlo al carissimo mio interlocutore, a Paolo Spissu indimenticato amico e Fratello.

A dire di Roberto Pisano figlio di Saturnino, sellai di via Sassari

Cagliaritano classe 1875 (25 novembre), Roberto Pisano fu concepito quando il padre Saturnino praticava, da poco più di un anno, la loggia. Può dirsi dunque che egli fu… massone nato.

Sellaio di mestiere con laboratorio nella parte alta della via Sassari, Saturnino Pisano era stato iniziato trentunenne fra le Colonne della Fede e Lavoro, una loggia che aveva il suo Tempio nel palazzo Belgrano di via Sant’Eulalia, presso l’albergo La Concordia di proprietà dei FF. Castello, che l’avevano ricevuto dal loro genitore Giuseppe, deceduto nel 1866, e pure lui massone (forse iniziato a Marsiglia). Di quest’ultimo è, sia detto en passant, una delle poche tombe che portano l’insegna della squadra e compasso al monumentale di Bonaria.

Di tale loggia, fondata nel 1868, i giovani FF. (e germani) Castello – Jean, Angelo e Luigi – erano il Venerabile, il Segretario e Guardiano del Sigillo e furono essi in gran parte ad amministrare le infinite difficoltà di una compagine molto eterogenea in quanto ad estrazioni professionali e con una singolare cospicua presenza di lavoratori marittimi (capitani di lungo corso, marinai e calafati).

L’esperienza massonica del Fr. Saturnino Pisano – avviatasi con l’iniziazione registrata al 28 febbraio 1873 – durò sette anni, fino cioè all’abbattimento delle Colonne nel 1878, nel quadro di una maggiore crisi che coinvolse tutte quante le logge isolane del tempo.

Ancora relativamente giovane, 56enne, egli migrò all’Oriente Eterno nell’agosto 1898. Fino all’ultimo fu amorevolmente assistito dal Fr. Anacleto Mereu, clinico di vaglia e anche consigliere dell’Amministrazione Bacaredda.

La mancanza di una rete massonica organizzata in città per un decennio circa (vale a dire lungo gli anni ’80 dell’Ottocento) portò i più della ventennale stagione liberomuratoria cagliaritana (logge Vittoria, Fedeltà, Vittoria-Fedeltà, Gialeto, Libertà e Progresso e, appunto, Fede e Lavoro) alla dispersione, per quanto le dimensioni della città, allora di 45/50mila abitanti, favorissero il permanere di relazioni personali, familiari e professionali. C’è prova, peraltro, anche di una persistenza della adesione ideale ai programmi umanistici della Comunione, ed è probabilmente in tale contesto che, due anni dopo il passaggio all’Oriente Eterno del padre, Roberto Pisano presentò domanda alla loggia Sigismondo Arquer – allora funzionante giusto da un decennio – e venne accolto fra le Colonne nel Tempio di via Maria e Jesus (l’attuale via Eleonora d’Arborea) [recte: il Tempio s’era ormai trasferito a Palazzo Vivanet] dal Venerabile Gustavo Canti, professore di lettere e preside dell’istituto Martini nonché tra i fondatori della sezione cagliaritana della Dante Alighieri.

Il Fr. Roberto Pisano giurò l’8 giugno 1900. Ricevette l’aumento di salario a Compagno d’arte il 7 gennaio 1901 e la Maestria il 21 dicembre dello stesso anno. Trattandosi di una loggia scozzese – secondo l’ordinamento del tempo – egli fu presto assunto nella Camera di Maestro Segreto.

Aveva passato una giovinezza impegnata più nel lavoro che negli studi. Socievole e vitalista, il suo nome compare fra i consiglieri della società cosiddetta “gramagliana” che, in città, si proponeva di festeggiare il carnevale organizzando divertimenti domestici.

Nel 1900 partecipò alla rappresentativa della Società Operaia di Cagliari inviata a Parigi in visita all’Expo internazionale, iniziativa sulla quale tenne poi una specifica relazione pubblicata nel 1902. Intanto aveva rilevato il laboratorio di sellaio che era stato del padre. Dal 1900 risulta iscritto, appunto con la qualifica di sellaio, alle liste degli elettori della Camera di Commercio di Cagliari. (Con tale stessa qualifica il suo nome compare ancora fra gli iscritti negli anni ’20).

Pur mantenendo l’attività, sempre nei locali di via Sassari, all’inizio del Novecento il Fr. Roberto Pisano avviò insieme con il fratello Cesare anche una ditta di noleggio carrozze, con sede nel corso Vittorio Emanuele. La concorrenza era modesta: in tutta la città i sellai erano tre ed i noleggiatori di carrozze cinque, i Pisano inclusi.

Negli anni successivi le diverse attività furono unificate, classificandole tutte commercialmente nel settore “carrozzerie”. Questo è il testo di una manchette pubblicitaria che presenta la ditta negli anni della grande guerra, valorizzandone anche gli aspetti di innovazione tecnologica (v. “Guida di Cagliari, 1915”, di Francesco Corona, da cui si segnala la curiosa finale del cognome in “u”, il che costituisce una bizzarra anomalia nella rassegna degli atti consultati): «Premiato stabilimento a forza motrice elettrica Fratelli PISANU fu SATURNINO per la fabbricazione di carrozze e selleria – Sede Cagliari, via Sassari 18 con Succ. in via Gio.Maria Angioy 26 – Telegrammi: Pisanu selleria – Succursale per la provincia di Sassari presso il signor Francesco Altea Martis – Sassari, piazza d’Italia 3 – Grande assortimento di tutti gli articoli per selleria e carrozzeria – Specialità selle “mezze reale” – Selle all’inglese ed alla sarda – Finimenti per carrozza, tipo di lusso e comune – Articoli da scuderia – Grasso speciale per il cuoio e per gli zoccoli dei cavalli – Vendita, riparazioni e cambi – Forniture dei R. Carabinieri e del R. Ispettore Forestale – Rappresentanti dell’Unione Militare n. 49 – Onorificenze: 1907, Medaglia d’oro alla mostra campionaria sarda – 1911, Gran premio e medaglia d’oro alle esposizioni riunite Roma-Torino – 1912, Gran medaglia d’oro del ministero di Agricoltura, Industria e Commercio alla mostra campionaria sarda – Preventivi e disegni gratis a richiesta».

Nei primi anni ’20 il Fr. Roberto Pisano venne eletto alla presidenza della Società Operaia, ma non accettò la carica.

Amante dei cavalli – come anche l’antico mestiere gli suggeriva! –, fu un assiduo dell’ippodromo del Poetto inaugurato nel 1929 dal re Vittorio Emanuele III e dal podestà Endrich.

Dalla moglie Maria Mereu ebbe ben undici figli. Soltanto due proseguirono, associati, il mestiere di carrozziere: Franco e Tonino. Gli altri – come li ricordava Aldo Chapelle in una conversazione sui cagliaritani “del tempo che fu” – si occuparono di tutt’altro: Pippo divenne generale dei carabinieri e comandante del controspionaggio in Sardegna, Marco lavorò come tipografo, Gianni si laureò in ingegneria mineraria, Lidia (coniugata Costa) e Rosaria furono farmaciste, Elsa (coniugata Marini) s’impiegò all’Esattoria di Cagliari, Rita (coniugata Figus) fu casalinga. Giovanissimi morirono Carlo e Piero.



Fonte: Gianfranco Murtas
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