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Davide Morelli

La supercazzola e la leggerezza

Riflessioni semiserie sulla vita

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La noia è dovuta a una mancata conciliazione tra la coscienza e il desiderio. Flaiano diceva che per essere felici bisogna desiderare quello che si ha. Ma –ahimè- è cosa ardua, dato che raggiunto un obiettivo, posseduto un oggetto, il nostro desiderio si sposta e si proietta verso altre mete. Come scrivono i Cccp bisogna “smetterla con qualcuno o qualcosa”, ma è impossibile eliminare completamente il desiderio. Non sappiamo mai se siamo noi a essere annoiati a priori o se è la realtà che è noiosa. Siamo noi forse ad avere pregiudizi nei confronti dell’esistenza o i nostri sono giudizi a posteriori? Non lo sapremo mai. È il serpente che si morde la coda. Siamo vittime dell’uroboro. Per gli orientali il desiderio è illusione. Per noi occidentali è inesauribile. Sono molto rari gli istanti di felicità. La felicità è uno stato d’animo. Rincaro la dose: è uno stato d’animo illusorio. Il piacere è effimero. L’orgasmo è una piccola morte come viene definito dai francesi. Non siamo certi dell’esistenza di Dio. Noi però dobbiamo amare il mondo e la vita, nonostante le sue brutture. Va già di lusso quando non proviamo il dolore e quando il dolore non riguarda i nostri cari. Ci potrebbe capitare sempre di peggio nella vita e quando ci capita il peggio in questa vita potrebbe toccarci ancora il peggio nella vita ultraterrena, ovvero l’inferno per l’eternità. Ci potrebbe capitare di non rivedere mai più nell’altra vita le persone che ci stanno più a cuore. Potrebbero finire all’inferno i nostri cari. Potrebbe non esserci un’altra vita che riscatta la bruttezza e la limitatezza di questa. Questa vita è fatta di niente. Il sostrato ontologico di questa vita è il niente. Questo è il risultato di qualsiasi analisi fenomenologica della vita. La vita è un continuo rimandare la morte. Aspiriamo all’infinito, lo contempliamo, lo bramiamo. Ma non è detto che siamo fatti per esso. Questa vita è poca cosa, però è l’unica di cui siamo certi di avere a disposizione. Dobbiamo tenercela stretta. Siamo di fronte al “nulla che c’è” ed è per questo che talvolta c’è bisogno di momenti di leggerezza, che sono istanti di evasione ed oblio. Mettersi faccia a faccia col nulla però non porta che all’autodistruzione. Il corpo a corpo con questa vita può diventare estenuante. Siamo incerti e sospesi tra il nulla e l’infinito. Tutto può essere. Talvolta c’è bisogno di un divertissement. I mass media utilizzano armi di distrazione di massa per manipolare le nostre coscienze. L’unica cosa che possiamo fare è cercare delle distrazioni genuine e autentiche. Talvolta mi sembra che la vita sia una grande supercazzola a cui non si può sfuggire. La vita sfugge ad ogni comprensione umana. La realtà supera sempre qualsiasi intelligenza umana: è l’assurdo a cui si riferiva Camus. La vita non ha alcun senso. Siamo noi che le attribuiamo un senso. È quello che scriveva Herman Hesse. Quindi è inutile cercare una ragione per tutto. Essere troppo razionali significa appesantirci troppo. Dobbiamo avere l’ardire talvolta di fare anche noi una supercazzola alla vita con un momento di leggerezza. In fondo anche Calvino proponeva la leggerezza nelle sue lezioni americane. La leggerezza per lo scrittore era “sottrazione di peso” e anche humour, ironia. Leggerezza non significa frivolezza, stupidità o sguaitezza. Calvino scrive: “Prendete la vita con leggerezza, ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. La leggerezza non è solo virtù degli intellettuali, che spesso anzi sono troppo pensosi. In fondo Epitteto riteneva che “gli uomini sono agitati non dalle cose, ma dalla loro visione sulle cose e sul mondo”. Molti intellettuali finiscono preda dei loro labirinti gnoseologici. Si arenano nella complessità. Restano impigliati nell’opacità del mondo. Invece la miglior risposta al labirinto è la leggerezza. Non sottovalutate coloro che non hanno alcuna cultura. Le persone totalmente incolte hanno anche loro delle sovrastrutture e una filosofia di vita, anche se talvolta implicita. E poi che cosa è la cultura? Quasi impossibile dare una definizione esaustiva della cultura di un popolo. Per quanto riguarda la cultura di un individuo sembra appropriato pensare che sia tutto ciò che rimane quando ci si è scordati di tutto. Clive Wearing, nonostante l’amnesia, sapeva suonare il pianoforte e quindi voleva dire che aveva cultura musicale. Allo stesso tempo anche per non dimenticarsi delle nozioni depositate nella memoria a lungo termine bisogna reiterarle. Tutto ciò è paradossale, nonostante questa definizione mi sembri la più calzante. Ma torniamo alla leggerezza e al suo contrario. Per la Treccani pesantezza significa “mancanza di scioltezza” e anche “mancanza di spontaneità”. Ce lo ricorda lo stesso Vasco Rossi che vivere è anche “perdere tempo” e che bisogna saper “sorridere dei guai”. Noi potremmo essere come Cavalcanti. La vita è un gruppo di ragazzacci che ci dileggia continuamente (tanto per ricordare la sua lezione americana). A una risata talvolta bisogna rispondere con un’altra risata o con l’agilità di un gesto tanto semplice quanto inatteso e improvviso come un salto, proprio come Cavalcanti. Leggerezza significa che talvolta bisogna dimostrare di essere dinoccolati per affrontare la vita. Ma le stesse zingarate tipiche di “Amici miei” non possono che avere il triste esito della risata amara. C’è sempre qualcosa purtroppo in questa vita che ci segna profondamente, irremediabilmente, irreversibilmente. In fondo abbiamo i nostri pesi insostenibili: gli acciacchi dell’età, la malattia, mille paure, mille incognite, la fine dell’amore, l’assenza di qualcuno, l’assillo della morte. Nonostante tutto dobbiamo tentare la leggerezza, anche se i nostri tentativi sono goffi. Forse la leggerezza non è una via d’uscita, ma è senza ombra di dubbio un modo per rendere più godibile e accettabile la nostra vita.

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