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Giornalia

Le preziose banche-dati ecclesiali curate da don Cristiano Piseddu. Spazio alle libere riflessioni

di Gianfranco Murtas

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Due grossi volumi che fanno insieme 1.600 pagine eleganti ma pur graficamente sobrie e ben ordinate per facilitare il lettore nella sua consultazione, oltre che per distendere (come su un gran lenzuolo) la materia trattata senza cedimenti, per quantità di addendi, a confusione o sovrapposizioni, li ha prodotti di recente, direttamente o per via mediata, l’archidiocesi cagliaritana che ha raccontato, almeno in parte, se stessa nel suo passato e nel suo presente. Il merito personale, pieno e indiscusso, della gran fatica di compilatore ma anche di vero e proprio autore è di don Cristiano Piseddu, un giovane presbitero – che dei due volumi ne ha firmato in proprio uno (Analecta Ecclesiastica Caralitana. Appunti del vice cancelliere arcivescovile) –, il quale nell’organigramma ecclesiale locale, inquadrato fra i cosiddetti beneficiati (lui come archivista) del capitolo cattedrale, ha ricevuto dai suoi vescovi alcuni incarichi di speciale delicatezza, dopo il completamento degli studi alla Gregoriana, tanto presso la cancelleria diocesana quanto nella condirezione del periodico (finalmente sempre puntuale e sempre… felicemente abbondante) Notiziario Diocesano.

Pur evidentemente di natura distinta, data la contestualità della loro uscita dalle tipografie tecnologiche che ormai positivamente traboccano nell’offerta di prodotti di alto pregio dei quali noi (appartenenti al gran popolo dei quidam curiosi di ogni cosa bella) godiamo la qualità, le due pubblicazioni – essendo la seconda l’annuario 2026 (ma speciale per tanti aspetti) di Caralis Nostra – esigono, a mio avviso, uno speciale intimo accostamento ed una riflessione… incrociata: per la parentela delle materie trattate e per la mano disciplinata dell’autore/curatore che già da diversi anni ha donato al largo mondo largo degli studi oltreché a quello interno della chiesa due volte millenaria di Cagliari (con le sue proiezioni regionali s’intende!) opere… santamente cartacee, non subalterne alla digitalizzazione che pur s’impone nel moderno: opere che rimarranno fonte di studi per i futuri. L’ha fatto, in particolare, valorizzando i materiali d’archivio, con l’avvio di una certa saggistica ed una insistita speciale ricomposizione delle più diverse cronotassi parrocchiali e diocesane tali da realizzare, vedendo il tutto nel suo svolgimento e nei suoi intrecci, un viaggio diacronico che molto dice (o può dire) dei rapporti evolutivi fra la chiesa e la società ch’essa era (ed è) chiamata a servire con la testimonianza (oltre che con l’umile magistero che pur tante volte… umile non è stato, né s’è fatto carezzare dal fascino delle questioni da lasciare aperte ed anzi ha calcato cattedre effimere e perfino sbagliate, fuori della storia: si pensi soltanto – per restare ai grandi meridiani e paralleli – al terribile Sillabo di Pio IX e, cento anni dopo, a certe persistenti dogmatiche risoluzioni di bioetica e morale familiare – si considerino il fine vita oppure le famiglie elettive o d’affetto e quelle d’arcobaleno –, fondando il pregiudizio professorale nell’autorità di una Scrittura destoricizzata).

Pur con tutti gli aggiustamenti del caso, Analecta Ecclesiastica Caralitana è un volume che raccoglie in larghissima misura quanto da don Piseddu – omonimo ma non familiare del caro vescovo Antioco, emerito ogliastrino dal sempre dichiarato spirito conciliare, che abbiamo tristemente salutato ora è già un anno – è stato via via seminato nelle ricche annate del Notiziario di cui reca ormai da sei anni, come già accennato, la responsabilità della direzione associata a quella del cancelliere capo don Ottavio Utzeri subentrato al sapiente, modesto e tanto compianto don Giancarlo Atzei. Dal 2007, infatti, con le nuove disposizioni organizzative impartite dall’arcivescovo pro tempore Giuseppe Mani, il Notiziario in continuità con le edizioni iniziate nel 1991 per volontà di mgr. Ottorino Pietro Alberti ed affidate a don Gianfranco Zuncheddu è passato all’ufficio di cancelleria diocesana, che costituisce un polmone di ossigeno dato e ricevuto nel gran corpo della chiesa locale. Non soltanto algida burocrazia nelle sue stanze, ma – se e quando possibile – affiancamento, nel necessario biunivoco scambio, a quelle realtà canoniche che delle memorie collettive di una chiesa territoriale, di cui appunto la cancelleria può farsi titolare di lato all’archivio storico, s’arricchiscono raccogliendo e sedimentando l’esperienza maturata… da chi è venuto prima.




È importante che una pubblicazione come il Notiziario raccolga, come correntemente fa, i testi delle principali omelie del vescovo locale e gli appuntamenti della sua agenda (con espansioni in territorio CEI e CES), e tenga l’aggiornamento delle attività compiute in diocesi dai soggetti i più diversi chiamati alla responsabilità del servizio – da quello caritas a quello anagrafico (dei quinque libri) o dei beni culturali –, ma è anche importante che una sua sezione – finale nell’impaginazione ma di sicuro non marginale! – sia direttamente finalizzata a una buona saggistica di… memoria storica (e biografica, se riferita a persone), che possa dare a chiunque s’accosti alla lettura elementi nutritivi il suo bisogno di conoscenza rimasto insoddisfatto da altri approcci alla pubblicistica o a un’editoria meno sensibile.

In tale contesto, ben felice è parsa l’attività della Metis Academic Press, proiezione diretta dell’Associazione Cultura Eschaton e indiretta della diocesi stessa, che ha promosso in questi ultimi anni una gran quantità di titoli – ormai sono una cinquantina, fra cui appunto oggi l’Analecta Ecclesiastica Caralitana di Cristiano Piseddu che si stanno rivelando capaci, anche per l’ampio arco delle trattazioni (dall’arte e/o architettura religiosa alla letteratura popolare e in lingua sarda, dalla geografia storica all’esegetica testamentaria, dalla sociologia teologica alla filologia e classica e cristiana, dalla riflessione giuridica e dall’epica dei cavalieri del Tempio all’agiografia critica, ecc.), di rispondere agli interessi di un pubblico, sì forse ancora di nicchia ed esigente, ma portatore di un’ansia all’approfondimento dal largo spettro e che pare doveroso rispettare e soddisfare anche per i suoi potenziali e spesso inaspettati rimandi e cioè per quella vocazione (che va svelandosi in progress) della condivisione per un utile davvero generale. Si acquisisce ma, elaborando con il tanto del proprio deposito, si restituisce lietamente.


I temi di “Analecta”

Potrebbe anche dirsi, criticamente, che le scelte tematiche di Cristiano Piseddu siano orientate in prevalenza ai profili degli uomini “di vertice”, dei capi cioè, delle comunità e assai meno delle comunità così scoprendo una sorta di superiore fascinazione esercitata sullo studioso dalle figure “del potere” – ché nella chiesa il mestiere del potere (associato alla sindrome della autoreferenzialità) è praticato, spesso fuori misura e anche fuori obiettivo, da sempre invece che dalle quote sociali che dovrebbero costituire il centro di ogni missione evangelica. (Si tratta di un addebito che anche io ho ricevuto talvolta e cui ho risposto, ma che certamente, anche a lettura neutra, può confermare, e confortare, chi osa dire il suo senza false e furbe diplomazie). Ritengo si tratti, nel caso, di una osservazione spesso superficiale, non emergendo forse con sufficiente chiarezza come, nel declinarsi della storia sociale così come noi l’abbiamo fin qui vissuta, la chiesa che di quella storia pur è stata un soggetto di alta marcatura anche con il devozionismo popolare e le azioni di massa segnate da secolari trascinamenti, abbia selezionato (per il bene in generale, per il male in qualche caso, e comunque sempre con il decisivo intervento di una cupola terza ed estranea, ora nunziatura ora congregazione vaticana) un personale dirigente chiamato ad elaborare indirizzi ora di aggiornamento o adeguamento ora di vera e propria riforma necessari nella/alla progressione dei tempi. E con ciò attirando il giudizio di contemporanei e di posteri – i cosiddetti storici (essendo gli altri, i contemporanei cioè, sovente impastoiati dal contingente ma anche, al contrario e tanto spesso, profeti umiliati da mitrie e tronfi uffici generalizi).


Diacronia ecclesiale

Data la corposità del lavoro “modellato” con intelligenza e cura da Piseddu, sarà difficile entrare, come pur vorrei, all’interno di ciascuna sezione tematica chiamata a contribuire al gran mosaico: in numero di undici esse vogliono coprire, con particolare diffusione tanto del notiziario quanto delle analisi (o ai cenni d’analisi), gli ultimi secoli di vita della chiesa cagliaritana, senza peraltro rinunciare a suggestivi rinvii al lontano tempo che fu, magari a quello del cardinale-viceré Giangiacomo Teodoro Trivulzio (che un bis si concesse cento anni dopo, in quanto all’ufficio di viceré, stavolta ereditato dal fratello premorto, con l’arcivescovo Raulo Costanzo Falletti: passati gli spagnoli eran subentrati i Savoia), e ad altri…

Il tempo, più remoto ancora, della dedicazione della basilica di San Saturnino (si era nel 1119, a Roma il papa Callisto II benediceva i crociati in partenza per la Terra Santa), il tempo delle diocesi, oggi “in partibus Caralis” rimaste soltanto come titolari: valga citare Dolia e Suelli. Diocesi su cui fortunatamente non sono mancati negli ultimi anni diversi studi esplorativi, ad iniziare da quelli del padre Vincenzo Cannas sulla comunità cristiana che fu guidata fra Trexenta ed Ogliastra dal giovane vescovo stampacino, fatto poi santo, Giorgio, e di can. Giovanni Serra (archivista capitolare di simpatica penna latineggiante) sulla diocesi di San Pantaleo … E di più ancora, sfiorando nei tornanti della storia i nomi dei remotissimi due papi sardi (Ilario e Simmaco), il tempo dei cardinali corregionali dimenticati per lo più, da Cao il praefectus urbi di radice nostra giudicale a Pipia il seneghese di superiore abito benedettino, ad Amat di San Filippo l’abile diplomatico delegato del papa-re reazionarissimo Gregorio XVI e del suo successore Pio IX (il beato papa della ghigliottina fermato nel suo scempio – era il 1868, dopo Mentana, e s’era già sparso il sangue di Monti e Tognetti (cinquant’anni in due) – dal nostro repubblicanissimo Giorgio Asproni): mi è d’obbligo citare qui, fra i biografi moderni del porporato sinnaese che fu giustamente ripreso di chiaroscuro, l’amico Marco Pignotti di recente autore di un importante contributo al collettaneo Lealtà ecclesiastica e politica unitaria

Voglio dire: Cao e Pipia, Amat di San Fiippo (ma anche Diego Cadello e, prima di lui, spagnoleggianti, gli sconosciuti Ponce de Leon sassarese e Dupon iglesiente…) costituirono un’evidenza chiara di talenti che circostanze fortunate favorirono mostrandoli, talvolta dai fortilizi degli ordini regolari o delle nunziature, agli apparati di comando tanto della chiesa-istituzione religiosa quanto della chiesa-istituzione politica (e quanto politica!). Trovando riconoscimento ebbero, chi più chi meno, anche ossequio e autorità, per non dire impero nel loro breve tempo e nel loro ridotto spazio: vanità delle vanità…

I viaggi nel tempo, e anche nelle vanità del tempo – che sono quelle proprie di noi umani – godono sempre di aure fascinose, e Piseddu sa renderle bene pur nella asciuttezza della sua scrittura (che è gran merito anch’essa): perché poi, piluccando qua e là e a darne conto particolareggiato ed esemplare, la basilica di San Saturnino prima citata, isolata dapprincipio dall’abitato cittadino, significa un amplissimo assortimento di utilizzi e quindi anche di relazioni con i residenti di Caralis tanto nell’alto medioevo e bizantino quanto anche in epoca, cinque volte centenaria, aragonese-spagnola, quella ancora del Regnum Sardiniae inventato da papa Bonifacio VIII e scivolata infine fra i piemontesi (più francesi che italiani, almeno all’inizio). Mi riferisco al gran novero di destinazioni, di assetti proprietari e di donazioni, fino agli ottocenteschi utilizzi da parte della corporazione dei farmacisti venerante i santi Cosma e Damiamo. Ma intanto ecco gli allestimenti monastico-episcopali (nel VI secolo, con San Fulgenzio presidente, quando i vandali allontanarono dalle loro sedi del nord Africa – la stessa terra di Agostino di Ippona – qualche decina di mitrati diffusisi poi per il Campidano), ecco la consegna del compendio dal giudice Costantino Salusio ai vittorini francesi venuti a “colonizzare” – e fu allora cosa buona – molte parti dell’Isola, ecco l’incombenza sacrale del suo altare sulla vasta area cimiteriale da cui si trassero, negli iniziali decenni del XVII secolo, le spoglie di alcune centinaia di possibili “beati martiri” (altri dissero “umani di buona memoria”) risalenti alle primissime ore dell’impianto cristiano in Sardegna, e in parallelo alle vicende di Gavino, Proto e Gianuario nell’altro capo della Sardegna.

V’è – mi permetto questa breve digressione, che però non tradisce le belle pagine qui in libero (e amico, mai acido)commento – una ricca letteratura su quanto la gara delle datazioni dei martiri (o del loro martirio), ritenendosi che i più remoti accertamenti restituissero maggior prestigio alla sede territoriale, scatenò fra gli arcivescovi (spagnoli entrambi) di Cagliari e Sassari (ma la partita coinvolse anche l’arcivescovo di Pisa). La Santa Sede fu più volte chiamata a dirimere la controversia: essa cercò di non declassare nessuno, ma infine accreditò Cagliari senza però che Sassari se ne desse per vinta, tant’è che ancora nel Novecento (e forse anche di oggi) la carta intestata all’arcivescovo metropolita di Sassari recava il titolo di “primate di Sardegna”. Ancora vanità delle vanità.

Cristiano Piseddu accompagna ogni sua trattazione con un apparato di note molto ampio e bisogna dargliene atto con molti apprezzamenti: sulla campagna di scavi pro-martiri cronache rimontano già al Seicento (le ripubblicò la Thermes), ma una bella ricapitolazione abbiamo avuto, non è molto tempo fa, da Antioco Piseddu che centrò l’iniziativa soprattutto dell’arcivescovo Desquivel, che dorme oggi nel magnifico santuario-cripta della cattedrale con tutti i suoi santi ritrovati. E riguardo alla specifica materia del contenzioso per il primato delle sedi episcopali, che originò o… incattivì dalle scoperte sepolcrali d’attorno al complesso basilicale sotto il colle di Monreale – quello stesso popolato dagli aragonesi bonarini nei primi decenni del XIV secolo –, aggiungerei anche un bel saggio di Ottorino Pietro Alberti, che m’è capitato di recente di consultare, apparso sui nn. 64 e 65 del Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo (annata 1968): il contributo che avviò l’intensa collaborazione del presule (allora professore alla Lateranense) al periodico del Della Maria.

Ripeto, credo sia impossibile seguire partitamente la cinquantina di paragrafi chiamati a comporre gli undici capitoli di Analecta, ma pare evidente che già soltanto suscitando esso una spontanea (e critica) contribuzione da parte del lettore quidam, il lavoro dell’autore raggiunga uno dei suoi obiettivi: quello della feconda soddisfatta condivisione…

Certamente degne di richiamo sono le pagine dedicate al servo di Dio (e prossimo beato) don Virgilio Angioni, il fondatore dell’opera Buon Pastore nella Cagliari che, dopo la fine della grande guerra, s’apprestava ai suoi recuperi sociali (incombevano disoccupazione per gli smobilitati e crisi degli alloggi oltreché impazzito carovita) e purtroppo anche a subire i primi avvertimenti violenti della dittatura: nello stesso 1923 dell’atto fondativo del Buon Pastore, all’interno degli spazi semiabbandonati del convento cappuccino (di Sant’Ignazio giovane!) nel rione periferico che si sarebbe detto di San Benedetto, Mussolini fu in Sardegna e il Municipio di Cagliari, assediato dagli squadristi vocianti e prepotenti, venne commissariato; né meno interessanti sono le pagine dedicate al piemontese padre Eliodoro Piccardi SJ, che fu… millemestieri nell’Isola (e centralmente ad Ortacesus), il cui percorso è rimasto fortunatamente documentato in diverse agende che coprono quasi mezzo secolo e che Piseddu riporta integralmente…

Per ragioni tutte particolari e riferite allo speciale culto del Sacro Cuore da essi promosso e sostenuto, un avvincente spazio biografico di lettura ho trovato riservato al caro nostro mgr. Paolo Carta serdianese ed a mgr. Antonio Angioni ozierese: ausiliare di Pisa al tempo del Concilio, vescovo di Pavia successivamente questo secondo (fratello di Angelo, un sacerdote missionario per cui s’è avviata la causa di beatificazione e già gode di una bella biografia dedicatagli da Tonino Cabizzosu), molte cose “più nostre” e ordinarie il primo, che fu in coraggiosa intimità con padre Pio da Pietrelcina già afflitto dalla diffidenza vaticana e non solo: cappellano militare capo nell’Isola e poi vescovo di Foggia, trasferito da Giovanni XXIII a Sassari (1962) per continuare o risolvere il difficile e anzi tribolato episcopato del suo sfortunato compaesano mgr. Agostino Saba, dottore dell’Ambrosiana e autore del primo regolamento conciliare (battuto nelle cantine della sua prima diocesi calabrese, quella di Nicotera e Tropea – che sarebbe stata anche dell’arcivescovo Giuseppe Bonfiglioli –, in una sola copia destinata in esclusiva al papa).




Vescovi conciliari tanto Carta quanto Angioni (e anche Bonfiglioli) che piace qui evocare per quanto ci hanno lasciato di quella esperienza vissuta nell’aula grande di San Pietro e nelle commissioni. Vescovi riformatori, ciascuno con il suo portato formativo ed esperienziale, e se non di perfetta scienza, senz’altro di vena generosa.


I vescovi nel Novecento cagliaritano

Le fiondate nella storia religiosa novecentesca di Cagliari e della sua diocesi aprono il racconto di Analecta che cadenza le… tappe coperte in successione dagli arcivescovi imposti e/o confermati dai diversi pontefici (Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII, ma poi anche Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, Benedetto XVI) alla maggior sede metropolitana isolana: religiosi i primi due – Balestra francescano conventuale ed Ernesto Maria Piovella oblato di Rho –, secolari gli altri: Botto e Baggio, Bonfiglioli e Canestri, Alberti e Mani, e anch’essi – con l’eccezione di Alberti nuorese – di provenienza continentale.

Per non allungare troppo, mi riservo di tornare sullo specifico che Piseddu non approfondisce, e naturalmente con una lente interpretativa (quella insegnatami dai migliori, contro ogni conformismo paludoso ed inutile), cercando di contribuire ad una analisi che sappia cogliere e spiegare i dati di continuità o di regressione, ma anche quelli di riforma e accelerazione di ciascuna esperienza. Si pensi soltanto agli scenari generali che s’aprirono nel secolo scorso per l’Italia e la Sardegna e per Cagliari e la sua chiesa onde comprendere se e come o quanto vi sia stata, da parte di questa (almeno nei suoi uffici di direzione) adeguatezza di risposta alle domande o alle sfide del tempo particolare: mi riferisco agli scenari dell’anteguerra (1915-1918), ancora segnati per il più dal non expedit progressivamente assorbito da una conciliazione “silenziosa” cui il giolittismo e la riforma elettorale del 1913 (quella del patto Gentiloni in chiave antisocialista e non importa se pragmaticamente promassonica, come nella vicina Iglesias) contribuirono in misura decisiva; quelli del conflitto europeo che obbligò anche la chiesa nazionale a sostenere gli interessi dei grigioverde, pur in accompagno alle sacrosante campane d’allarme della “inutile strage” suonate da Benedetto XV (quante bandiere tricolori furono allora sdoganate dai parroci che prima le ripudiavano in solidarietà con il papa presunto “prigioniero”!); quelli lunghi troppo lunghi della dittatura regolati dal duumvirato monarchia-e-fascismo con la chiesa colpita nel suo cuore dottrinale ma pure appagata dalle regalie finanziarie del 1929 e dai favori concessi a certo missionarismo coloniale tanto più nelle campagne d’Africa; quelli della ripresa democratica in capo al Biancofiore e progressivamente, dagli anni ’60 inoltrati – e in parziale coincidenza con l’evento conciliare promosso da papa Roncalli e continuato da papa Montini –, moderati dall’incidenza laico-socialista nel governo e nel parlamento (fino alla stagione dei referendum sul divorzio e poi sull’aborto); quelli del riflusso partitocratico e concussore (e anche corruttore) di tanta politica e quindi dello scadimento paganeggiante del berlusconismo in speculare resa di certo cattolicesimo ridottosi, nei suoi vertici (e anche in certi quadri di più modesta misura anche intellettuale), a legittimare gli atei devoti nel nome dei cosiddetti “principi non negoziabili”, principi asfittici e senza anima… Vanità delle vanità…

Allora a Welby dopo trent’anni di penosa s.l.a. fu negato il funerale religioso, mentre a Giovanni Maria Mastai Ferretti delle condanne alla mannaia fu dato l’onore degli altari, ed al pessimo cardinale Ruini, principe dei convenzionali fuori della storia (e talvolta anche bugiardo), riverito pure in Sardegna, fu dato di predicare il Vangelo rovesciato, mentre L’Avvenire pareva la Pravda di memoria sovietica. Ancora e ancora, nella confusione fra storia e contingenza, vanità delle vanità…

Perché poi, trattando di chiesa ma più ancora di uomini di chiesa occorre che l’analista o lo storico abbia chiaro nella sua mente (e nella sua coscienza) quanto chiesa e uomini di chiesa siano essi stessi figli della storia, e che quel che si pretendeva essere un assoluto nel momento della solenne proclamazione s’è ricondotto, dimostrativamente nel tempo, ad un relativo. Una lezione forse (o non forse, palesemente) non ancora pienamente compresa.

Paolo VI parlò di Roma come dono della Provvidenza all’Italia unita, il suo predecessore di cento anni prima aveva invece scomunicato tutti quelli che si battevano per la unità della patria, Manzoni compreso, il Manzoni senatore del regno e cantore della Provvidenza nella storia…

Papa Francesco andò ad onorare, presso le loro tombe, don Mazzolari e don Milani: chi si ricorda del cardinale Ermenegildo Florit (con il quale fui da Cagliari in corrispondenza, io allora giovanissimo e da lui dissidente, mentre altro mi gustavo dalle righe inviatemi da Giorgio La Pira ed Ernesto Balducci|), che fu causa di tanta ingiusta sofferenza nel giovane prevosto di Barbiana?

Ancora papa Bergoglio l’argentino, su un campo molto più leggero (ma poi non tanto, a guardare le leggi del costume) confidò delle sue performance giovanili sulle piazze portenghe del tango, ma nel 1914 il nostro mgr. Rossi (ché ritorna anche lui nelle affollate pagine di Piseddu) aveva tuonato contro la licenziosità del ballo interdicendolo, a muso duro senza se e senza ma, ai suoi fedeli, pecore abusivamente private di una loro soggettività…

Sarebbe lettura utile, nel nostro campo più domestico, scorrere le annate de La Sardegna Cattolica, il settimanale che la diocesi di Cagliari mandò in stampa nel 1928 e proseguì fino al 1947, raccordandosi infine con Il Quotidiano Sardo di recente invenzione da parte del grande arcivescovo Giuseppe Cogoni. Ebbene, si leggano i commenti assertivi, troppo assertivi, della direzione di quel periodico che nel 1938-1939 – tempo di leggi razziali – lambì, nei suoi editoriali e nei suoi corsivi, idee e sensibilità burgunde (leggi naziste)! Incredibile, e tutto sotto il (credo inconsapevole) manto di bonaria paternità dell’anziano arcivescovo Piovella. Dieci anni prima, al suo debutto, la stessa testata aveva combattuto la ricollocazione del busto di Giordano Bruno, rimosso un biennio prima dal podestà fascista, all’università. E fu bene, allora, che la dirigenza fascista – pare su sollecitazione del filosofo Giovanni Gentile, biografo del domenicano abbrustolito dall’Inquisizione (ancora maledetto nella cattedrale di Santa Maria dall’arcivescovo Berchialla: era stato nel 1889, l’anno centenario della Rivoluzione e del suo celebre motto «Liberté, Égalité, Fraternité» tanto temuto e invece tanto da far proprio) – non cedesse alle pressioni chiercute ed antistoriche…


Una lettura critica, siamo tutti figli della storia

Potrebbe anche dirsi – e le prime sessanta pagine di Analecta danno ragione, al di là delle intenzioni dell’autore, di una certaadattabilità (salvo qualche riflusso) nella successione di orientamenti: successione vista però più nelle sue dinamiche ad intra più che ad extra, senza esplicitazioni che pur parrebbero necessarie – e potrebbero essere oggetto di una prossima nuova fatica del nostro autore delle linee dialettiche affermate dai singoli presuli in rapporto con il loro tempo e la società e le istituzioni del loro tempo… Dialettiche invero piuttosto attenuate o assorbite o soffocate in partenza – va sempre tenuto presente – dalle modalità delle promozioni (“preconizzazioni”) nonché, e soprattutto, dalle superiori regole della “comunione” del collegio episcopale “con e sotto” il papa (secondo le antiche formulazioni rilanciate dogmaticamente dal Vaticano I del 1869-1870).

A Piseddu – lo ripeto – interessa essenzialmente illustrare gli svolgimenti o gli sviluppi delle “politiche ecclesiastiche” miranti alla formazione (e rinnovamento nella continuità) del ceto episcopale, cioè di presidenza delle comunità incardinate ai territori diocesani e dunque alle giurisdizioni canoniche. Si spiega così, appunto, l’attenzione dell’autore volta alle biografie tutte ecclesiali di quanti sardi siano chiamati al rango vescovile e, indirettamente o in parte – e questo pure è interessante – anche alle opportunità loro concesse di guidare qualche minore chiesa locale del continente, quasi a pareggiare il flusso inverso che tante volte ha dato l’impressione di una attardata o persistente colonizzazione delle diocesi isolane, appunto affidate a presuli continentali (come un tempo erano spagnoli).

La sequenza sarebbe lunga e meriterebbe ogni tappa un indugio perché poi, bisogna ammetterlo, sono sempre affascinanti non le artefatte apologie ma le biografie personali rivelatrici di quelle ambivalenze o di quei chiaroscuri che connotano la nostra stessa natura di umani: proposti dall’arcivescovo Balestra ecco dunque Luca Canepa (al quale il grande Salvatore Satta ha dedicato un meraviglioso capitolo del suo Giorno del giudizio, e cui io stesso mi sono permesso di dedicare molto studio integrandolo nella sua talentuosissima famiglia di provenienza ligure), ecco Raffaele Piras e Saturnino Peri – questi ultimi due assegnati alle sedi di Atri e Penne in Abruzzo e di Crotone in Calabria –, ecco, proposti dall’arcivescovo Piovella, Giuseppe Miglior, Giuseppe Cogoni e Igino Maria Serci (nipote del defunto arcivescovo Paolo Maria, che chiuse il XIX secolo giusto di 20 settembre) nonché Francesco Cogoni e Giuseppe Melas, mentre fu affare tutto lombardo-vaticano l’ascesa di Agostino Saba, destinatario di una licenza “promoveatur ut amoveatur” onde liberare per altri il prestigioso seggio di rettore dell’Ambrosiana, destinato lui da Pio XII ad una piccola diocesi in Calabria… Ecco anche, di quegli anni ’50, e proposto dall’arcivescovo Botto, Paolo Carta destinato a Foggia…

Insomma, si trattò, nella prima metà del Novecento, di una folta pattuglia di nuovi presuli sardi per il più ancora relativamente giovani all’atto della loro preconizzazione (cui aggiungerei padre Adolfo Ciuchini mercedario, non sardo ma superiore-parroco della basilica-santuario di Bonaria per una decina d’anni), i quali naturalmente, o in primo luogo, andarono a coprire i vuoti in Sardegna: a Nuoro e Lanusei-Tortolì, Ozieri ed Alghero…, segnando la strada ad altri che, per ciclo generazionale, si preparavano allo stesso iter.

Passata la stagione conciliare e passate, o in via di passaggio, certe acute tensioni postconciliari, fu negli anni ’70 che riconoscimenti di valore e delibere formali recanti la firma ultima del pontefice ripresero lena: motore di tale rilancio fu il cardinale Baggio che dopo il lustro cagliaritano fu chiamato da papa Montini proprio alla prefettura della Congregazione dei vescovi: ed egli, che la Sardegna aveva ben conosciuto (sembra), dopo aver sistemato la diocesi vacante di Ogliastra con il suo ausiliare (peraltro fatto di fresco) Salvatore Delogu, e quella di Iglesias con il suo vicario generale Giovanni Cogoni, pensò di rafforzare la debole guida dell’arcivescovo Bonfiglioli affiancandogli il giovane, competente, esperto, leale e instancabile Pier Giuliano Tiddia, già parroco della cattedrale dopo che rettore del seminario minore. Alla stessa stagione e ancora in pieno rispondente ai giudizi del cardinale prefetto ecco altresì la nomina di Ottorino Pietro Alberti alla sede di Spoleto e Norcia, già di dipendenza diretta dalla Santa Sede. Alberti era allora docente (e già segretario generale) della Lateranense e rettore uscente del seminario regionale sardo appena trasferito da Cuglieri a Cagliari.

È una nuova stagione storica quella che s’apre fra gli anni ’70 e gli anni ’80: la società civile e la chiesa in essa – non soltanto la chiesa delle aree urbane ma anche quella delle aree rurali – manifestano sempre più evidenti i segni, l’una di una secolarizzazione (categoria inclusiva di mille realtà diverse, e positive e negative), l’altra di disaffezioni che molto incideranno sulle compattezze d’un tempo. Nella secolarizzazione che attraversa anche l’area della frequenza ai sacramenti si colgono crescenti riflessioni interrogative non soltanto verso la chiesa-apparato ma altresì verso la dottrina cui l’inadeguatezza anche culturale del clero non sa rispondere. In questo processo sono coinvolte le dimensioni dell’essere personale e collettivo, infragiliscono o sballano alcune scale di valori di coscienza – basti pensare a quanto poi evolverà con dinamiti silenziose nella morale familiare, coniugale, sessuale… –, scolora lo spirito pubblico cedendo ad allettamenti venali ed effimeri…

Destinati all’episcopato negli ultimi anni del governo canonico dell’arcivescovo Bonfiglioli sono Antioco Piseddu, già parroco di Sant’Anna a Stampace, per l’Ogliastra e Gianfrancesco Pala – storico parroco di Sant’Elena in Quartu – per la sede calabrese di Cassano all’Ionio. Tarcisio Pillolla (ausiliare di Cagliari inizialmente, quindi ordinario di Iglesias) è la scelta, la sola, dell’arcivescovo Canestri, che – ricordo, da confidenze fattemi dallo stesso interessato – deve faticosamente superare le resistenze del candidato, il quale molto molto lavorerà sul proprio temperamento per servire al meglio, e di tutto cuore puro, il suo nuovo ufficio pastorale. Storie di uomini, non soltanto di dignitari d’alto status.

Riferibili alla stagione episcopale dell’arcivescovo Alberti, intanto portato dall’Umbria in Sardegna, sono le nomine vescovili del sinnaese Antonino Orrù, da trent’anni parroco di San Benedetto/Santa Lucia e del quartese Antonio/Ninetto Vacca, parroco altrettanto storico di San Lucifero, destinati l’uno ad Ales-Terralba, l’altro ad Alghero-Bosa, uomini di larga “quotidianità”, di esperienza pratica cioè, inviati in territori di antica fede popolare ma pure attraversati da fenomeni di sofferenza non banali, dallo spopolamento alle complesse riconversioni professionali. E in aggiunta, ma tutta giustificata dai meriti di disciplina di una vita trascorsa nelle stanze della curia vaticana, ecco anche la nomina cagliaritanissima – segnalata da Piseddu con speciale partecipazione – di Luigi De Magistris, che sarà poi in ulteriore portato al cardinalato d’onore.

Fatto traguardo con l’arcivescovo Giuseppe Mani – l’elenco proposto dall’autore di Analecta include, a chiudere la lista, il nome di Mosè Marcia (ausiliare voluto dello stesso Mani, spedito poi a Nuoro forse come longa manus di un presule che, se non per autocertificazione, non è mai parso sinceramente consentaneo con la famiglia isolana).

Questa lunga sfilza nominativa, che peraltro è parte forse anche minoritaria dei “movimenti” sviluppati, lungo il secolo nell’intera regione, potremmo definirla, e così la chiama Piseddu, “della gerarchia”, locuzione che rimanda a logiche, ovviamente non superate né superabili, di una certa tradizione che delineava la chiesa quasi come un corpo militare o i suoi quadri come l’organico di una grande azienda o banca, con una infinità di gradi e mostrine, titoli e stellette… Incombente sempre quel rischio delle vanità (di potere, e dunque di obiettiva controtestimonianza) che una ricomposizione in logica musiva, e chiamala sinodale o, nel piccolo, delle “unità pastorali” ma con larghe autonomie al laicato formato potrebbe oggi attenuare.

Perché poi si sa quel che avveniva ed ancora avviene tanto spesso nel mondo dei monsignori inquadrati in consuetudini di carriera, con quel portato di trasferimenti in successione da sedi “marginali” a sedi più rilevanti (e forse ambite tanto più per il numero di parrocchie aggregate), con il doloroso controcanto della perdita dei rapporti anche umani, non soltanto religiosi, maturati con le comunità locali e con quanti in essa operavano o soffrivano… Una materia delicatissima questa, che fu esaminata molto criticamente da Benedetto XVI (credo di ricordare fin dai tempi in cui guidava l’ex Santo Officio) e che resta, irrisolta, nell’agenda dell’oggi. Una materia che per certi versi si apparenta a quella degli avvicendamenti dei parroci (studiata bene, sul piano strettamente giuridico, da Piseddu e mai divenuta però, estraniata da un risucchio parasindacale, oggetto di serio confronto fra vescovi-padroni supponenti – Cagliari ne ha avuto non remota lacerante esperienza – e presbiteri con cura d’anime, come si diceva un tempo: al centro di tutto, forse, la vischiosità del concetto di “obbedienza”).


Belle missioni di promozione umana e cattivi ricordi rimossi

Nel molto altro che le pagine del nostro autore offrono alla lettura interessata e anche appassionata di chi ami le vicende della chiesa colte nella loro più autentica dimensione umana (belle le pagine sul secolare culto giuseppino, belle quelle sui vescovi missionari nostri corregionali – quelli del tempo passato e quelli meravigliosi d’oggi come mgr. Giuseppe Luigi Spiga, ecc.), vorrei ancora richiamare – e restiamo qui dentro i medaglioni biografici della storia – quanto riferito a due arcivescovi cagliaritani che segnarono anch’essi un’epoca, o meglio due epoche distanti fra loro quasi mezzo secolo, ciascuna delle quali, a suo modo, con un protagonismo clericale distintissimo: intendo il cagliaritano mgr. Nicolò Navoni, nella capitale isolana proveniente da Iglesias (dove, dopo non breve interregno Ferdiani, gli sarebbe subentrato un altro cagliaritano rimasto famoso per non aver sottoscritto, al Concilio Vaticano I, la formulazione dogmatica della infallibilità pontificia, Giovanni Battista Montixi cioè) e padre Giovanni Antonio Balma, un piemontese di larga dimestichezza apostolica in Asia, che sbloccò, non senza fatica, l’impasse degli exequatur che il governo nazionale ancora pareva restio a rilasciare per accreditare i presuli nel loro ruolo pubblico e nella residenza episcopale riconosciuta.

Già vicario generale del cardinale Cadello ai tempi di Pio VII, papa Chiaramonti reso noto nel film di Monicelli e Alberto Sordi Il marchese del Grillo, Navoni lavorò a lungo a Iglesias, ho detto, e arrivò a Cagliari nel 1819 (ma due anni prima – essendo Cagliari sede vacante addirittura da un decennio – era stato chiamato per benedire la nuova grande chiesa di Sant’Anna in Stampace, eretta sopra quell’altra che era stata visitata seicento anni prima dal legato pontifico Federico Visconti arcivescovo di Pisa. Coprì inizialmente, con la visita pastorale fatta a cavallo, anche l’area ogliastrina – quella della ex diocesi di Suelli – che presto sarebbe stata ricanonizzata con sede a Tortolì.

Anche lui – e Piseddu ancora insiste ad elencare le cosiddette “successioni apostoliche” che promosse su mandato della Santa Sede – ordinò all’episcopato diversi presbiteri di vario territorio (da Logudoro a Gallura, ecc.), ma non solo: riaccolse in diocesi i gesuiti che ne erano stati allontanati e fu diffusore delle linee ostili alla società moderna che sognava il liberalismo così come furono elaborate dai pontefici romani, fra i quali quel Leone XII regnante nell’anno santo – del perdono dunque – 1825, che non graziò, ma decapitò i patrioti carbonari Angelo Targhini, 26enne, e Leonida Montanari, suo coetaneo. La cinematografia ci ha reso la drammaticità ingloriosa di quel pezzo di vita della chiesa (e di vita anche dei profeti di una democrazia sognata e repressa da preti e monsignori e corti militari) con il film Nell’anno del Signore, con Nino Manfredi quale protagonista.

Un po’ la conosciamo tutti quella complessa stagione della nostra vita nazionale e della vita sarda che undici anni dopo la morte del Navoni conobbe la “fusione perfetta” degli ordinamenti del Regnum Sardiniae con quelli di terraferma, i benefici costituzionali dello statuto albertino e poi l’unità della patria, fino a Roma capitale, ma dopo esser passati per infiniti triboli: a cominciare dall’esperienza fallita della gloriosa Repubblica Romana del 1849 (quella mazziniana che aveva abolito la pena di morte e riconosciuto il diritto di voto a tutti i cittadini, e per la quale s’era sacrificato il nostro Goffredo Mameli 22enne. Cadde la repubblica e gli alleati/complici austriaci di Pio IX scaricarono il fuoco dei loro fucili, in quel torno vendicativo, su padre Ugo Bassi patriota barnabita, su altri preti d’alto sentire unitario e democratico, su Ciceruacchio e Lorenzino suo figlio tredicenne)…

Dopo Navoni mitriò a Cagliari, per tre anni, il tonarese mgr. Antonio Raimondo Tore, che ne seguì gli indirizzi assolutisti e tremendamente antistorici, e dopo vacanza di un anno, ecco arrivare, da Bessude e Sassari, il dotto filologo mgr. Emanuele Marongio Nurra: era il 1842, e nel 1850 egli dovette subire l’esilio per una scomunica da lui comminata e non revocata ai funzionari governativi presentatisi in città al fine di redigere i tabulati delle decime incassate dalla chiesa e che il ministero di Torino (e il parlamento) intendevano abolire.

Lasciò Cagliari per migrare nell’isola Tiberina, mantenendo però l’ufficio arcivescovile ed espletando il mandato attraverso due vicari generali, dapprima il can. Giovanni Oppo, quindi il can. Giovanni Maria Filia: i quali ebbero importanti biografie entrambi – soprattutto il secondo per la prossima mitria algherese e le numerose lettere pastorali in chiave antiliberale e antimassonica che diffuse allora. Dell’Oppo, in questo gradevole ripasso della storia come su suggerimento dell’ottimo Analecta di Cristiano Piseddu – che però a queste ombre (e a questi delitti) neppure accenna, meriterebbe ricordare l’energica protesta consegnata ad una circolare diocesana credo del 1859, contro il preteso anticlericalismo governativo già denunciato, dal suo esilio, dall’arcivescovo, che lamentava la perdita del temporalismo pontificio in Umbria e Romagna come si trattasse di un attentato alla chiesa del Vangelo!

Poté rientrare in sede nel 1866, mgr. Marongio Nurra, ma intanto s’era perso la gioia di vedere unita l’Italia nel permanente rispetto della religione e dei suoi ministri. Fu per pochi mesi, ché in quello stesso anno morì per essere sepolto nella cappella bonarina della Congregazione del SS. Sacramento nella Marina.

Seguì un altro lustro stavolta di sede vacante e finalmente, liberata Roma dalla resistente e oppressiva teocrazia di papa Mastai Ferretti, il governo nazionale poté rilasciare con relativa maggior liberalità gli exequatur: sicché a Cagliari poté venire padre Balma (mentre ad Alghero fu riconosciuto ordinario il Filia! e, quasi tutti insieme, a Bosa Eugenio Cano, a Bisarcio-Ozieri Serafino Corrias, a Tempio Filippo Campus Serra, a Tortolì Paolo Serci Serra e soprattutto a Sassari Diego Marongio Delrio e a Oristano Antonio Soggiu)… Tutto parve regolarizzarsi allora, e Balma entrò in partita.

Mi sono sembrate particolarmente utili alla conoscenza non soltanto di un vescovo di speciali esperienze internazionali, ma anche del periodo storico cagliaritano che incrociò, da noi, il suo servizio episcopale, le pagine che Cristiano Piseddu dedica al pinerolese oblato di Maria Vergine. Gli anni ’70 cagliaritani, appunto quelli vissuti da Balma nella capitale isolana nel XIX secolo, sono di preparazione, lenta ma progressiva a quanto nel decennio successivo andrà per accelerazioni, fino alla sindacatura di Ottone Bacaredda. Sarà, quel settimo decennio del secolo, segnato in città, oltre che da notevoli trasformazioni urbanistiche (con la caduta delle centenarie mura fra i quartieri e al porto, superando il disegno dell’Arquer e l’eredità letteraria addirittura di Fazio degli Uberti!), da forti polemiche fra i nostrani combattenti battaglie dottrinali e politiche anche dai fogli di stampa: quelli dell’infelicecan. Francesco Miglior teologo del capitolo e già perito conciliare, fondatore del circolo San Saturnino nonché direttore, appunto, di tanta stampa, da La Lealtà a L’Operaio cattolico a L’Unità cattolica… e quelli d’opposizione laicista come L’Avvenire di Sardegna quotidiano del De Francesco già garibaldino e già direttore del massonico Corriere di Sardegna, e come una decina di altre testate minori ed episodiche…

Si pensi poi a certe ricadute locali di decisioni governative di gran peso, come l’abolizione delle facoltà di Teologia negli ordinamenti universitari pubblici (e così nell’ateneo cagliaritano dove la facoltà esisteva da quasi trecento anni!). Provvedimento cui si rispose allestendo dei collegi accademici ad intra ecclesiae, il primo dei quali a Cagliari ma con competenza interdiocesana (e propizia fu la conferenza regionale che nel 1876 impegnò i vari ordinari isolani ad uscire da un certo esausto… solipsismo in vista di un opportuno coordinamento operativo: prezioso il contributo offerto in materia da vari studi di Tonino Cabizzosu).

Ordinato vescovo a Calcutta, giovanissimo, nel lontano 1849 – quello stesso della gloriosa Repubblica Romana – Balma fu assegnato a Cagliari quand’era poco più che cinquantenne. All’apparenza già consumato dalle fatiche non gli mancarono invece le energie che condivise con l’intera gerarchia nazionale fattasi conforme alle volontà ed ai sentimenti del pontefice vedovo ormai del suo potere politico. Rilanciò il seminario tridentino della via Università e restituì decoro a molti luoghi di culto andati in abbandono per la mancanza anche di provvidenze pubbliche. L’aneddotica consegna molti episodi che provano persistenti convinzioni dell’arcivescovo a considerare la società liberale (e moderna) intimamente anticristiana: regolamentò per questo anche la partecipazione del clero ai funerali dei benefattori della città – come fu il caso del Serpieri – se provata l’adesione del defunto al libero pensiero e cioè alla civiltà umanistica… E comunque, pur nella sintesi necessaria, Piseddu dà conto sufficiente del profilo umanodel vescovo (scomparso all’improvviso nel 1881 a Roma dove, forte anche di un qualche appoggio dai Savoia, sperava di ottenere la rettifica di un deliberato governativo che aveva sospeso gli scarni assegni destinati alle parrocchie).

In questo andare su e giù nella storia della nostra isola e di Cagliari particolarmente, della città di cui la chiesa era (ed ancora è) tanta significativa parte, le suggestioni, oltre che le informazioni, che Analecta Ecclesiastica Caralitana di Cristiano Piseddu offre al lettore interessato, costituiscono – lo ripeto – il pregio maggiore dell’opera che può valere come repertorio, ma volutamente disordinato, di fatti e profili.

(Aggiungerei al tutto il fiato sentimentale che la lettura del bel volume potrebbe insufflare su molti degli apprestatisi all’impresa: io ne sono stato, e ne sono preso fra gli altri, considerando i rapporti personali e d’amicizia, e anche intimità, con innumerevoli preti e frati e suore e insegnanti e catechisti e sagrestani fra città e Campidano,ed i rapporti anche di lunga lena e sempre creativi, ma nella aperta franchezza e nella argomentata dialettica, con diversi dei protagonisti chiamati alla scena, come gli arcivescovi Tiddia e Carta, Bonfiglioli, Canestri e Alberti e come altri loro confratelli come Pillolla e Piseddu, Vacca ed Orrù o il cardinale De Magistris, cui non ho mancato mai, potendolo fare, di offrire nel triste momento del loro congedo almeno una nota pubblica di ricordo e testimonianza. A tutti mi sono presentato, nella varietà delle situazioni, forte delle mie convinzioni liberaldemocratiche cui m’educarono alcune letture adolescenziali andate di lato ai consumati libri “di chiesa”: e l’Arturo Carlo Jemolo de Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni – ch’egli donò, con quella meravigliosa preghiera finale, a me ventenne – e Giovanni Spadolini – lo Spadolini de Il Tevere più largo e de Il papato socialista, ma anche de Il venti settembre nella storia d’Italia, titolo pure esso donatomi dall’autore nel 1971 – furono le guide maggiori e sapienti. Non ho avuto in stima, per certa rozzezza di atteggiamento, gli arcivescovi Mani e Miglio, pur fra loro tanto diversi, e non conosco mgr. Baturi di cui ho molto apprezzato che si sia fatto ordinare nella diocesi affidatagli da papa Bergoglio, temendo però sempre la sua maglia ciellina di gioventù: anche perché non può evadere dal mio ricordo la traccia sgradevole delle cattive… esondanze democristiane, in chiave di vanità, di tanti del movimento fondato dallo spirituale don Giussani).


Caralis Nostra

Gemello di Analecta, come accennato all’inizio, è l’edizione straordinaria 2026 dell’annuario Caralis Nostrache vede il suo curatore – ancora il vice cancelliere diocesano – riaccostarsi con sua precisa valentiaalla lezione e all’esempio del notissimo don Luigi Cherchi che, tanto più dopo il ritiro e la scomparsa del can. Felice Putzu (infaticabile e dotto archivista diocesano ed autore di una ricchissima ricostruzione storica ed artistica dell’archidiocesi magna, 4mila chilometri quadrati e 600mila residenti sotto il convergente patronato della Madonna di Bonaria, di San Saturnino e di San Francesco di Paola), aveva saggiamente riunito, nel suo sacerdozio, l’altare e la vita popolare dell’Isola filtrata dalla tradizione ora del costume ora della letteratura scritta od orale. Fino a riprendere nel 1956, ed a vent’anni quasi dall’ultimo precedente (di raggio regionale) di Sardinia Sacra – guida ufficiale del clero, delle parrocchie, delle associazioni, delle famiglie religiose –, le compilazioni nominative delle complesse articolazioni della maggior metropolitana sarda.









Si conoscono, almeno nelle linee generali, le tappe coperte, nel primo Novecento sardo, da questa specifica tipologia annuaristica: l’edizione 1937 di Sardinia Sacra, stampata presso la tipografia diocesana San Giuseppe della via San Lucifero, là dove negli anni fra ’20 e ’30 funzionò anche una scuola cattolica e funzionò altresì la filodrammatica promossa dal meraviglioso don Mosè Farci – il parroco di San Lucifero che neppure sotto i bombardamenti avrebbe abbandonato la custodia della chiesa ritirandosi la notte a dormire nei cassettoni parrocchiali, ebbe un precedente nel 1929, uscito dalle macchine della stessa tipografia.

Prima ancora di tale edizione era stata la volta, a mia (limitata) scienza – perché i compilatori del 1929 allusero a diverse altre uscite diocesane che non conosco – soltanto di un bello e prezioso fascicolo in quattro parti, recante ancora il titolo di Sardinia Sacra: era stato nel 1904 e il merito fu tutto del can. Sebastiano Pintus, penitenziere del capitolo iglesiente e prelato domestico di Sua Santità, un dottoche morì nel 1909 ed ha un bel monumento funebre nella parte museale dell’antico cimitero cittadino.

La pubblicazione si limitò al primo volume (dei tre forse ipotizzati) trattando in esso soltanto della provincia ecclesiastica di Cagliari e dunque, di lato alla sede metropolitana, anche delle suffraganee di Solci (poi Iglesias), di Suelli (poi Ogliastra) e di Galtelly-Nuoro. Dopo le note storiche diocesane si riportavano, precedute da ricche bibliografie, le cronotassi episcopali (fino a Balestra a Cagliari, a Ingleo ad Iglesias, a Paderi a Tortolì ed a Demartis a Nuoro) e purtroppo niente altro se non una conclusiva rapida elencazione alfabetica dei martiri provinciali, degli illustri ecclesiastici e dei prelati di territorio numerosi dei quali non citati (circostanza evidenziata!) nella celebrata Storia ecclesiastica di Sardegna compilata dal Martini nel 1839.


Don Luigi Cherchi

Accennavo a don Luigi Cherchi. E mi concedo dunque, soprattutto per dovere, un pur breve… scarto di memoria: ho un’età che ancora si confonde con le vicende di vita e di lavoro di una parte rilevante del clero diocesano (e anche religioso) novecentesco di Cagliari, e nel novero la figura di don Cherchi – scomparso più che ottantenne nel 1993 – si staglia per l’umile e tenace costanza del servizio nella ricerca storica e nella scrittura.

Per lunghi anni – io ancora giovanissimo, lui già uomo maturo e quasi anziano, e con noi anche Paolo De Magistris che era stato e ancora sarebbe stato sindaco di Cagliari – ci si vedeva il sabato mattina in biblioteca universitaria (allora concentrata nella sala settecentesca), ciascuno a scartabellare il proprio con l’intenzione di esitare poi, volendo la Provvidenza, il risultato di ricerche ed affondi nelle pagine degli autori e dei regesti più vari e sparsi nei secoli, ricerche ed affondi adesso divenuti nuove fonti di bibliografia e prova documentale a supporto di saggi d’interesse talvolta generale e altra volta di nicchia… (Cherchi biografava, mi pare, Mena Ibba, De Magistris raccoglieva i materiali su Cagliari nella prima guerra mondiale, io preparavo un articolo quasi a tutta pagina per L’Unione Sarda sulle reazioni isolane alla breccia di Porta Pia, uscito poi nel 1972).

Monsignore aveva accompagnato l’esercizio del suo ministero iniziato da giovanissimo fra Stampace e Pirri, Villa San Pietro e Decimomannu, per poi ancora svolgersi fra Serrenti e Decimoputzu, con le fatiche (cercate e gratificanti) della raccolta di testi e testimonianze di vita minima locale e di consuetudini e feste religiose di questo o quel centro, attivando così un’operazione anche compilativa divenuta nel tempo di dimensioni enciclopediche. Cento e più sono i titoli compiuti, cinquecento almeno i segmenti demologici e/o agiografici, artistici e di innumerevoli altre ispirazioni da lui progressivamente – e quanto poi in età matura, quella della cappellania del Santo Sepolcro, della dignità teologale e quindi di penitenziere nel capitolo metropolitano di Santa Maria – classificati in repertori consegnati a riviste di studio ed archivistiche, ma anche di larga diffusione (fra essi, segnalato per la continuità, l’Almanacco di Cagliari). Tutto è poi finito, come generosa donazione,alla facoltà di Teologia di via Sanjust.

Non senza ragione, dunque, Cristiano Piseddu ha dedicato una nota gratulatoria all’indimenticato (da noi anziani ora in esaurimento) don Luigi, erudito e gentile, che su incarico dell’arcivescovo Paolo Botto – e anche dopo, va detto, la cessazione delle uscite del Monitore Ufficiale dell’Episcopato Sardo ed i tentativi di sua parziale sostituzione con il Bollettino Diocesano (che dal 1958 andrà, cadendo spesso nei fossi, fino al 1970, e cui s’affiancherà dallo stesso 1958 il settimanale Orientamenti) – aveva, con l’annuario Caralis (all’inizio Karalis) Nostra del 1956, coperto un vuoto informativo di due decenni.

Attingendo i dati dai registri di curia, dalle circolari dei parroci, da enti e soggetti vari titoli di uffici ecclesiastici, da alcune guide in circolazione fra 1951 e 1955 (della Sardegna, di Cagliari, Sardegna d’oggi e Dizionario della Sardegna), il curatore aveva allestito un manuale-guida della «veneranda e vetusta» archidiocesi, di essa… presentando «un prospetto panoramico delle persone e delle opere». Da ogni consultatore attendendo un contributo per eventuali rettifiche.

Fu una sobria pubblicazione quella del 1956 – dalle misure forse non superiori al 10 per cento di quelle dell’edizione ultima, di settant’anni dopo! – ed è da ammirare lo spirito pionieristico con cui l’allora giovane don Cherchi lavorò per l’utile di tutti: gli uffici di curia collaboratori immediati dell’arcivescovo, il capitolo metropolitano dei protonotari apostolici che vestivano da vescovo (e così avevano sorpreso e affascinato il futuro Giovanni XXIII in visita a Cagliari nel 1921!), il tribunale ecclesiastico regionale, il seminario diocesano (185 ragazzi fra medi e ginnasiali nello stabilimento di Dolianova – dopo l’abbandono del Tridentino venduto allo Stato ed in attesa del nuovo complesso di San Michele –, ma in collegamento con i 48 chierici del liceo e corso filosofico-teologico in Cuglieri), le 95 parrocchie di cui 15 urbane ed 80 extraurbane accorpate in 17 foranie, e poi ancora le chiese filiali più o meno storiche, le conferenze vincenziane, le associazioni e i gruppi, gli ordini religiosi maschili e femminili, ecc. Un gran popolo di 178 preti graduati e soldati semplici tutti in tonaca e collarino romano e di 175 presbiteri regolari e frati laici (ma con supplemento di 122 studenti!) riferiti a 13 istituti, di ben 853 suore o monache, e di quante e quanti tesserati, nell’area dell’Azione cattolica (e dei fucini e laureati), fra unioni maschili e femminili di adulti, gruppi di fanciulli e gioventù di seniores ed juniores, aspiranti ed effettivi, beniamine ed angioletti, fiamme bianche e verdi e rosse con pargoletti in aggiunta…

Dopo quella prima edizione che parve una fotografia scritta della rinascita civile oltre che materiale e della riorganizzazione della rete parrocchiale nella città diventata cantiere dopo gli scempi della guerra – nascevano, su disegno dell’arcivescovo Paolo Botto, una dopo l’altra le comunità organizzate della Medaglia miracolosa, di San Pio X, di Santa Lucia, di Sant’Eusebio, di San Francesco d’Assisi, e dopo ancora di San Paolo, di San Carlo Borromeo, dei SS. Giorgio e Caterina, ecc. – seguirono le altre, ancora smilze ma sufficienti, a distanza mediamente di due-tre anni.

Lascio alla lettura attenta dei dati recati dal vice cancelliere il confronto fra ieri ed oggi – un oggi eccezionalmente dettagliato nelle molte risultanze (centrando nelle schede anche ospedali e istituti di rieducazione, case d’accoglienza e scuole cattoliche e librerie, ecc.) –, seppure sia chiaro che le differenze possano ritenersi abissali, ma forse più che nelle statistiche numeriche in quello che c’è dietro o dentro, nelle modalità o nello spirito della partecipazione, dell’impegno personale (fortunatamente meno militaresco, se non in qualche setta residuale) recato dai singoli nelle strutture parrocchiali ed associative (e certo però anche sostenuto da consapevolezze frammentarie così come la società liquida, e già quella del pensiero debole, hanno insufflato nelle monadi della nostra contemporaneità). Ma anche nelle dimensioni quantitative, nei numeri cioè: ad iniziare da quelli, dimezzati, di monache e suore, e però con la novità – rispetto al 1956 e alla stagione conciliare – del diaconato permanente che costituisce forse una opportunità collaborativa non da tutti i parroci, allevati con la fissa del leaderismo, colta e valorizzata.




È cambiata la società che si è ampiamente e ulteriormente secolarizzata e dunque anche i numeri dei partecipanti alle funzioni ordinarie o domenicali si sono drasticamente ridotti; il devozionismo patronale che residua con qualche tarda ingenuità in paese più che in città paganeggia mischiandosi con disinvoltura con i festival della cucina (ma la convivialità resta un valore positivo!) o le scene cabarettistiche o canzonettiste in piazza… Ma più a fondo: il crollo verticale della natalità e l’impoverimento numerico delle classi scolastiche (e catechistiche) dell’infanzia e ora anche dell’adolescenza costituiscono fattori che alterano essi soprattutto gli equilibri che un tempo parevano eterni in quando alla solidarietà operativa fra le fondanti agenzie educative (parrocchia e scuola e famiglia) che davano respiro al futuro. Le nuove sensibilità in materia di bioetica e di morale familiare e sessuale, affermando i modelli delle convivenze neppure preparatrici alle nozze ma alternative al matrimonio, e rendendo sempre più abituali le risistemazioni post-divorzio, nonché la pratica ormai universale di controllo del concepimento hanno attraversato, stanno attraversando la chiesa, anche la nostra, dove chi è stato battezzato non battezza i nuovi (pochi nuovi) venuti al mondo. Anche perché mai, o quasi mai, il clero, tanto meno quello giovane che pur dovrebbe godere di strumenti culturali più adeguati (e di aggiornamento teologico, in piena linea con la dottrina conciliare invece spesso sgomitata) che non i confratelli anziani, s’è rivelato capace – dico in generale – di accompagnare il rito sacramentale con una pedagogia di responsabilità spirituale veramente incisiva, umanamente comprensibile e realisticamente applicabile nella vita, limitandosi alle fastidiose facili ripetizioni catechistiche ormai estranee, per categorie ma anche per lessico, al sentire contemporaneo. Il rischio delle vanità resta incombente e mi rigusto la lezione di un grande vescovo come Jean Gaillot (il mio mgr. Soave: «La vita prima dei dogmi, i gesti prima delle parole, la spiritualità prima della morale, l’essere umano prima di tutto») e quella dell’«uomo planetario» di padre Balducci.

Vale, da questo punto di vista, lo stesso discorso se riferito alle occasioni perse dai ripetitivi all’altare nelle celebrazioni di matrimoni (pochi) e funerali (numerosi), quando l’afflusso può essere più consistente e variegato, perché chi (anche soltanto per convenzione sociale) si dà presente potrebbe beneficiare di un qualche messaggio più attraente che non quelli diffusi per chiacchiera o pubblicità in ogni dove. Omelie irritanti per la loro banalità, motivo ennesimo di lontananze che ingessano, o denegano, ogni speranza…Mentre sia papa Benedetto che papa Francesco sempre insistettero sull’attrattività cristiana che doveva sfuggire le tentazioni precettistiche, aridamente dottrinarie e proselitiste.

L’edizione 2026 di Caralis Nostra – ripeto, un “mattone” curatissimo e prezioso – fa giusta memoria dei suoi precedenti con la gustosa rassegna delle copertine dei 26 fascicoli che via via hanno aggiornato sui movimenti o gli sviluppi interni alla chiesa cagliaritana lungo sette decenni. Come si trattasse di un gran film in 26 tempi, godiamo di aver avuto la nostra parte, anche io l’ho avuta a suo tempo, nella diffusione e prima ancora nella lettura collettiva delle sue tavole, e quante volte nella consultazione per studi particolari esitati anch’essi per la condivisione. Grazie a don Piseddu per la sua improba fatica.


Fonte: Gianfranco Murtas
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