Gianfranco Murtas

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Lettera dal non tempo. «Io, Erminio Magnini, cagliaritano classe 1877…». Appunti per una biografia minima (parte quarta)

di Gianfranco Murtas


Nel 1898 – era estate, era luglio mi ricordo – mi misurai sulla grande distanza di ben 720 chilometri, dico 720, e con i miei amici fiorentini Urbini e Baggiani - per quattro giorni attraversai almeno sei province e toccai almeno una quindicina di tappe: partimmo da Prato e arrivammo a Firenze, ma dopo aver raggiunto Montepiano, Bologna, Imola, Faenza, Ravenna, Rimini, Pesaro, Ancona, Porto San Giorgio, Civitanova Marche, Tolentino, Foligno, Perugia e Arezzo. Partimmo dalla Toscana e in Toscana tornammo, ma dopo aver tagliato l’Emilia, la Romagna, le Marche, l’Umbria, il cuore dell’Italia continentale.




Del passaggio ad Ancona ho conservato una fotografia con i due colleghi di corsa in rigorosa divisa bianca, loro due con il giglio fiorentino sul petto: tutti e tre ci somigliavamo, ordinati e pettinati, con i baffetti a manubrio, secondo la moda del tempo. L’ho mostrata tante volte, è stata una esperienza bellissima, ero diventato maggiorenne quell’anno.

Ci ripenso adesso… ai tempi belli di quando pedalavo. Ho detto prima di quelle corse, nel 1896, al ritorno a casa, a Cagliari, dopo gli studi al convitto militare di Milano e prima della leva fiorentina. Però avrei dovuto anticipare… di un anno almeno. Perché qualcosa feci già nel 1895, giusto diciottenne. Non corsi, è vero, accompagnai Piero, mio cugino iglesiente, che partecipò alle manifestazioni sassaresi per i Candelieri, a Ferragosto, cui negli anni successivi avrei avuto occasione di prendere parte pure io.

Accompagnai Piero, sì. Passando per Villasor, facemmo tappa a Villacidro, e promettemmo di ritornare per una gira tutta villacidrese. L’Unione Sarda ne scrisse: eravamo Costa, Dessì, Devoto, Orano e i «fratelli Magnini». Così scrisse il giornale, «fratelli Magnini». In municipio ci servirono un rinfresco. A nome del Consiglio comunale ci salutò il direttore didattico signor Salvatore Manno, l’autore di quel libricino che è Iridescenze… Tanti applausi, e applausi anche a Gonnos, a Guspini, a Terralba, a Oristano, insomma nelle tappe della nostra risalita… In diversi pernottammo alla cantoniera Siliqua-Villacidro. Tappa anche a Santa Giusta, e foto collettiva con lo sfondo della basilica dei giudici, mille anni, il moderno – noi – e l’antico – quella basilica romanica – insieme. Chissà se qualcuno ha conservato quella fotografia che ci scattò Satta. Proseguimmo quindi per Macomer, ecc. Quanti brindisi!

Ecco, ricordo che Piero fece bella figura a Sassari. Portava la maglia nera, altri la blu, altri ancora la rossa e blu. Anche il berretto era scuro, gli altri chi rosso chi verde o bianco…

Dopo le nostre corse erano previste quelle dei cavalli, così ogni anno, quello era il programma. Piero giunse secondo, dietro Piripicchio cioè Elino Boero ed avanti a Rivalta e a Dessì, alla prima delle quattro gare programmate. Il migliore di tutti, Piovano, si dovette ritirare per guasto alla sua bici, alla macchina dicevamo noi. Era il 17 agosto 1895… Bah… ricordi sfumati e ogni tanto… precisi.

Di quanto personalmente mi impegnai nel ’96 l’ho già detto anche se in sintesi. Se serve qualche particolare, dirò che partimmo la vigilia di Ferragosto, la mattina presto, col treno per Sassari. Eravamo in undici, tutti con la divisa sociale.

In carrozza, con noi, c’erano naturalmente molti altri cagliaritani che non volevano perdersi le nostre possibili o forse probabili glorie sportive… C’erano medaglie d’oro, d’argento dorato e d’argento per i primi classificati, ma c’erano anche premi in denaro – 150, 100, 50 lire – e anche stendardi ricamati in oro… Si corse in due batterie, io partecipai alla prima gara – otto iscritti – ed alla quarta – dodici iscritti – ed anche alla sesta – quattordici iscritti…

Le distanze: tremila metri con 6 giri di pista, tempo massimo 8 primi, o duemila metri e quattro giri di pista, ecc. L’ho detto: non mi andò bene, neppure un premio, erano più forti gli altri, ma io ero sportivo davvero, fui contento lo stesso. Mattatore fu Piovano che si faceva chiamare “E chi lo sa?”.

Tutto finì, naturalmente, con una bella cena e molti discorsi. Il cronista de La Nuova Sardegna scrisse: «i ciclisti di Cagliari che, arrivati sconosciuti, oggi ci sono più che amici, fratelli…»

Fin dai primi tempi fui impegnato nella Canottieri Ichnusa. Era il 1891 quando la società venne fondata, allora avevo soltanto quattordici anni; nel 1905 ne sarei stato perfino il presidente, e prima ne fui, per vari anni, fra i dirigenti e naturalmente anche fra gli atleti all’opera. Con me mio fratello piccolo Mario, allora giovanissimo liceale..., l’ho già ricordato, Marietto, perduto sedicenne nel 1899 con afflizione generale, dei suoi compagni dettorini e dei suoi consoci della Canottieri. 

Forse avrei dovuto dire prima della Canottieri, invece che del ciclismo, perché fu proprio dalla Canottieri che nacque il ciclismo o la mia avventura di ciclista. Mi spiego meglio. 

All’interno della nostra Canottieri Ichnusa, dopo circa due anni dacché essa operava a Cagliari, si costituì una sezione “velocipedisti” – così si chiamò allora – ed io fui lì, appunto con Peppino Piovano, con Elino Boero, con i fratelli Devoto Enrico e Giovanni, con Enrico Lucchi e Giacomo Miorin. Nel 1900 partecipai addirittura, con l’equipaggio 4 Jole, alla regata nazionale di Napoli: erano con me Tomaso e Gigino Ferrari e Pippo Piovano, carissimo compagno e sfidante (e sempre vincitore) nelle gare di ciclismo, purtroppo sfortunato. Sarebbe morto quarantenne, negli anni della grande guerra, nel 1916, per una caduta dal bastione di Saint Remy mentre si esibiva proprio sui cornicioni in uno spettacolo di equilibrismo con la bici. Una fine terribile. Timoniere era Sattanino, figlio del comandante del porto che da subito era stato con noi.

Alla Canottieri, anche la scherma oltre il ciclismo ed i remi

Dicevo della Canottieri. Mi pare che quelli della prima leva – naturalmente scalettati per età – fossimo una quarantina. Non pochi per una città come Cagliari che allora aveva circa cinquantamila abitanti. I più erano sui diciotto-venti-venticinque anni, erano frequentatori degli stabilimenti balneari venuti su nella zona ovest della città, nella costa fra il porto e la laguna di Santa Gilla, insomma all’opposto di Sant’Elia tenendo per centro il porto della via Roma. Anzi, mi ricordo che il primo – quello di Michele Carboni a sa Perdixedda – saltò, cioè dovette spostarsi, quando mio padre Galeazzo dette inizio ai lavori di ingrandimento del porto, l’appalto che aveva vinto con Zamberletti all’inizio degli anni ’80, ero piccolissimo allora… Dunque fu fondata la Canottieri e i locali provvisori ce li offerse il signor Cerruti, un piemontese della zona di Biella, proprietario dell’antico Teatro Diurno e poi dei famosi i bagni di acqua dolce, le sole piscine idroterapiche del genere in città allora che insistevano nell’albergo La Scala di Ferro – quello che avrebbe ospitato Lawrence nel 1921 e che, in quanto tale, fu inaugurato proprio nell’anno della mia nascita… Sì, erano frequentatori degli stabilimenti balneari e facevano nuoto nelle acque di Giorgino e dintorni – appunto poco prima di Santa Gilla – d’estate, amavano il mare, erano giovani e atletici per fortuna loro anche più di me. Erano impiegati nelle amministrazioni e nelle aziende, erano commercianti, imprenditori vari, professionisti alle prime armi… Ne ha raccontato le benemerenze Fabrizio Fanari in un libro – 1891-1991 Società Canottieri Ichnusa, uscito nel centenario della fondazione del sodalizio, un libro prezioso, purtroppo introvabile oggi…




Ero fra quelli della prim’ora con i Devoto – Giovanni, Giuseppe ed Enrico –, con i Ferrari – appunto Luigi e Tomaso -, con i Costa – Giuseppe Giovanni –, con Elino Boero che era pure ciclista con me, naturalmente con Piovano l’onnipresente, e Giacomo Miorin – un repubblicano che presto avrebbe messo su un bel negozio di manifatture nella via Manno all’angolo della piazza Yenne, giusto dove noi avemmo la nostra prima casa cagliaritana, e un giorno sarebbe stato anche il presidente del Touring Club locale –, Pietro Tronci Pernis e suo cugino Romolo Enrico Pernis, allora poco più che ventenne, che sarebbe stato assessore con Bacaredda sindaco, presidente dell’Ospedale civile e capo indiscusso della Massoneria cittadina per quasi trent’anni, nonché console di Sua Maestà Britannica…

Ma poi nel giro c’erano tanti altri indimenticabili, che avresti trovato elencati fra le personalità più attive e intelligenti e intraprendenti della città in quel passaggio di secolo e ancora per venti e trent’anni, a capo di aziende – spesse volte aziende di famiglia, ereditate dai padri – o da loro stessi promosse, dico Pasqualino Cao e Giulio Gavaudo, Lazzaro Ravenna e Pietro Buffa, e Ronchetti il segretario e Fois, i Marzullo naturalmente – Francesco e Raimondo – e Temistoche Toselli, Dodero e Mioni figlio del direttore della succursale della Banca d’Italia, Nurchis e Pettinau – l’ottimo Pettinau – e Tullio Carro, Pitzianti, Sanna Piga…, ah sì anche, i primi anzi, Paolo Denaci e Giovanni Leonardi – i vinai già facoltosi allora – e Lucchi…

Innumerevoli le gare. Spesso partecipai anch’io, man mano che riuscivo a irrobustire le braccia. Ne dirò di qualcuna, dopo aver ricordato che nel febbraio 1899 – finito il servizio di leva – venni eletto per la prima volta nel direttivo della Canottieri. Capitò che le votazioni di gennaio si decise di invalidarle e nel bis, che fu di rinnovo totale, entrai anch’io in partita, sostenuto da molti amici. Era presidente Pasqualino Cao.

Le gare del 1899…

Partecipai con la vittoriosa jole di mare che era stata battezzata Caprera – io ai remi insieme con Livio Varoli, Eugenio Spissu e Saverio Granata, il prossimo direttore della scuola tecnica Cima – ad una regata che era nel programma delle feste di maggio, a conclusione dei viaggi di Sant’Efisio, al ritorno di Sant’Efisio da Nora a Cagliari o per altro appuntamento invece mancato. Eravamo press’a poco all’indomani della visita del re che, insieme con la regina Margherita, era venuto a Cagliari ma poi aveva visitato anche Iglesias, Oristano, Sassari (per la prima edizione della Cavalcata sarda). Da noi aveva posto la prima pietra del nuovo municipio, distante da casa mia forse appena duecento metri, lungo la via Roma e oltre la salita del Largo. I sovrani alloggiarono in prefettura, al Viceregio, i ministri che lo accompagnavano trovarono altre sistemazioni. Al presidente del Consiglio gen. Pelloux pensammo noi, alloggiò nel palazzo Magnini, credo comodamente. Ne avevo già accennato quando ho riferito delle cose tristi di Marietto… Alla partenza per Sassari, in treno, ci fu allora un incidente: per il troppo peso, cadde una balconata alla stazione, rimase ferita però soltanto una ragazza della scuola Normale, quella stessa di Mariuccia, ed anche un facchino capitato lì per sfortuna. Noi stessi della Canottieri ci prestammo come barellieri e infermieri. I giornali continentali come La Tribuna illustrata riferirono l’episodio con le copertine addirittura…




Ricordo che allora, nei giorni della visita del re e della regina, fummo inappuntabili con le nuove divise: sulle imbarcazioni con maglia e jockey blu marin, pantaloni bianchi corti al ginocchio, calze nere basse, scarpette bianche e giacca bianca; tenuta di gala: pantaloni bianchi lunghi, giacca blu marin a due petti con bottoni dorati, berretto, scarpe bianche. Non potemmo però esibirci per via del maltempo, peccato… Fu proprio allora che la moglie del presidente fece confezionare alle suore dell’asilo Carlo Felice la bandiera del sodalizio: seta celeste, con lo stellone d’Italia e al suo centro i quattro mori della Sardegna, tutt’attorno poi era una finissima filigrana.

I nastri erano tricolori, ovviamente verde bianco e rosso e nel bianco era scritto a lettere d’oro Canottieri Ichnusa. L’asta, in tre pezzi, ce la mandò la casa inglese Ionger di Roma. Del battesimo della bandiera fu madrina la signora Grazietta Barrago sposata Prunas, che avrebbe perduto un figlio nella grande guerra divenendo dopo di allora, negli anni del fascismo, la presidentessa di una associazione che riuniva le madri che, come lei, avevano dato i figli alla patria…

Quella bandiera si aggiunse alle migliaia di altre convenute a Roma per i funerali del re – chi ci avrebbe mai creduto? Doveva servire per salutarlo a Cagliari, finì per accompagnarlo al sepolcro, al Pantheon.

Recuperammo una settimana dopo. Le acque del porto erano presidiate da diverse navi dalla nostra flotta militare, incrociatori, ecc. il Dandolo, il Partenope… soprattutto la corazzata Sardegna, al cui comandante il comitato delle signore patronesse – fra le quali era anche mia madre Battistina, mentre io facevo parte del comitato esecutivo – fece dono della bandiera, un’altra bandiera.





Le regate erano a premi, quella cui presi parte, riservata a noi della Canottieri, ci vedeva frazionati e concorrenti con le formazioni jole Icnusa – mi pare proprio Icnusa senza h –, Caralis e Caprera. Io ero in quest’ultima – ai remi con Livio Varoli, Saverio Granata e Eugenio Spissu – e fummo gratificati di una coppa d’argento dono delle patronesse. Furono giorni di festa, fra sport e pranzi con tanto di orchestrina di mandolini e chitarre e tanti discorsi. Alcuni giorni dopo in sede vi fu chi si esibì in prove di negromanzia, prestidigitazione e illusionismo…

… e quelle del 1900

Nell’agosto 1900 la gara di Napoli. Ha scritto bene Fanari: si trattò della prima trasferta nazionale di noi cagliaritani e anche della prima partecipazione nostra ad un torneo organizzato dalla federazione sportiva italiana. 

Ricordo gli allenamenti cui per quasi due mesi ci sottoponemmo nelle acque del porto: dovevamo far fare bella figura, la migliore possibile, a Cagliari e alla Sardegna. Ci preparammo allenandoci due a due. Arrivò poi una bellissima jole a 4 vogatori che era stata commissionata a Torino. A Napoli andammo in gruppo, non soltanto noi canottieri per gareggiare ma anche diversi dirigenti e diversi soci che sfruttarono le facilitazioni concesseci dal R. Rowing Yacht Club cui ci eravamo affiliati l’anno prima e che consentiva alle imbarcazioni di battere la bandiera reale. Si sa che la sfortuna ci colpì allora. Alcuni di noi si beccarono la malaria, furono aiutati a guarire dalle arti del bravissimo (e giovanissimo) dottor Ugo Basso, ma chiaramente la forma che potemmo sfoggiare a Napoli non era la migliore… Ci classificammo quarti.

Ricordo i travagli. Intanto le gare furono spostate di una settimana perché avvenne proprio allora l’assassinio, a Monza, di re Umberto. Una tragedia che colpì tutti. Dal 4 le gare si spostarono all’11, e la circostanza favorì anche l’arrivo a Napoli di altri nostri sardi partiti da Cagliari apposta. Peraltro a Napoli in quei giorni si svolgeva anche una fiera monstre dei nostri costumi sardi in competizione con altri delle regioni meridionali. Riferirono che fra i figuranti sardi ve n’era uno che pareva la copia esatta del povero re Umberto… Gareggiammo, noi quattro vogatori di punta e il timoniere pilotando l’jole Zaira, contro l’Aniene di Roma, l’Italia di Napoli, la Libertas di Firenze, la Barion di Bari e anche contro altri due equipaggi Savoia anch’essi di Napoli. Finimmo quarti, come ho detto, ma con molta gloria, perché di fatto giungemmo quasi insieme nel gruppo di testa: Savoia di Napoli 8 primi e 5 secondi, Aniene di Roma 8 e 6, Savoia bis di Napoli 8 e 7, noi Ichnusa 8 e 9; distanziati arrivarono poi gli equipaggi della fiorentina Libertas e della barese Barion. 





Doveva essere con noi anche Pietro Tronci Pernis, che dovette rinunciare per rientrare a Cagliari d’urgenza e fu sostituito da uno dei Ferrero. Ci furono anche incidenti, alla fine, cose fastidiose, reclami ecc. E di questo si occuparono il direttivo e l’assemblea in una infuocata riunione della fine di agosto. Dopo un omaggio alla memoria del sovrano assassinato, che era presidente del R. Rowing Club Italiano, si lodò il nostro impegno sportivo e si dette anche notizia dell’elogio che al nostro equipaggio – modestamente anche a me – era venuto proprio dalla sede torinese del Rowing. Ci allora anche un rimpasto nel direttivo – entrarono il dottor Basso e il ragionier Guido Costa, presidente dell’Amsicora – e si comminarono alcune pene disciplinari a due dell’equipaggio che avevano mostrato qualche insofferenza di troppo… Ma non farò i nomi. Pietà per tutti.

Torno adesso a mischiare canottaggio e ciclismo. Nel 1901 partecipai a una corsa in bici, il traguardo era all’inizio della via Roma, di fronte alla scuola carabinieri e ai Magazzini generali, cioè all’imbocco della via XX Settembre e anche del viale San Bartolomeo, allora non ancora viale Bonaria. Lanciai la volata ma nella corsa finii su un carabiniere che si era mosso proprio allora per liberare la strada dalla invasione del pubblico: ci finii sopra, cadde lui e caddi anch’io. Me la cavai con poco, l’altro, poveraccio, dovette farsi aggiustare in ospedale. Dovrei aggiungere che la corsa finì male non soltanto per noi: perché anche Dino Devoto, che mi seguiva, andò pure lui ad urtare gli spettatori, anzi erano tre spettatrici: a terra cadde Devoto e caddero le tre tifose.




Io arrivai primo ma rinunciai al premio. Ci fu allora, sulle pagine de L’Unione Sarda, un batti e ribatti fra me e Devoto, che alla fine era una specie di cugino alla lontana, perché figlio di zia Agostina Nespola, la cognata di zio Carlino iglesiente. Fu un po’ sprezzante nei miei confronti, asserendo che rinunciavo a un premio che non mi competeva… Le collezioni del giornale conservano le tracce di ben due mie lettere o magari di più, per mettere a posto le cose, per dire le mie ragioni. Sono ancora convinto di aver avuto ragione, e torto Dino Devoto, ma tanto… valeva la pena di bisticciare? Direi di no. 

Consigliere e presidente

Nel direttivo della Canottieri fui confermato anche nel 1902 e tre anni dopo venni eletto presidente. Il mio amico ciclista Piovano ebbe l’incarico di direttore di canottaggio. 

Dicevo del sottoscritto presidente. C’è una vignetta che mi ritrae, nella prima pagina de La Domenica Cagliaritana del 12 marzo 1905, vestito tutto elegante di nero, con gilet e giacca e bombetta, la figura un po’ rotondetta e i baffetti all’insù, un fazzoletto chiaro nel taschino e in una mano i guanti e il bastone da passeggio. A mo’ di didascalia sei versi: «Magnini, uno dei giovani eleganti / E versato di “sport” in rami tanti, / Forte e molto corretto schermidore / Il remo anche maneggia con valor, / Per ché qual canottiere assai valente, / Dell’ “Ichnusa” eletto presidente». La matita era quella di Pippo Boero, un artista giovane e bravissimo, che era stato allievo a Roma di Ettore Ferrari: era lo scultore che aveva realizzato i due busti collocati nello square delle ferrovie Reali, di fronte al cantiere del nuovo municipio: quello di Verdi nel 1901 e quello di Giovanni Bovio che sarebbe stato inaugurato proprio nel 1905, a fine maggio.

Forse mi sono dimenticato di dire che la nostra sede Canottieri comprendeva anche una saletta in cui alcuni di noi si esercitavano al fioretto o alla spada… Per questo La Domenica Cagliaritana, con quei versi a me dedicati, mi aveva anche definito – bontà sua – «Magnini… Forte e molto corretto schermidore…».  




Certo mi fa un po’ tristezza che nella lunga cronaca che L’Unione Sarda aveva pubblicato della festa organizzata dalla Canottieri domenica 23 febbraio 1914 mancasse, come riferimento alle… glorie passate e anche ai partecipanti alla festa stessa, il nome dei Magnini: io ero già morto da cinque anni, Mario addirittura da quindici, Silvio s’era trasferito a Milano da tempo allora… Restavano però molti dei compagni dei primi tempi, e partecipavano naturalmente molti dei nuovi arrivati cammin facendo, e mogli e fidanzate, madri e figlie, le rappresentanze dell’Amsicora fondata nel 1898, dell’Arborea fondata nel 1900, della nostra Rari Nantes fondata nel 1909, i comandanti e gli ufficiali di alcune delle navi in porto. Tutto si svolse allo sckatinoir della società, al porto. Ci furono brindisi e battesimi di nuove barche da corsa, la Tina e la Roma. Parlò l’avv. Sanna Randaccio, nostro presidente per molti anni, eletto dopo di me, e conosciutissimo uomo politico destinato anche al Parlamento del Regno.

Tempi di pallanuoto

Ritorno alla mia storia. Venne quindi la stagione del nuoto e anche della pallanuoto. Vi ebbi qualche parte anch’io, pur modesta. Intanto avevo superato la trentina, e dovevo tenerne conto.

Nel frattempo – era la primavera del 1904 – debbo dire che fui incaricato di portare il saluto del sindaco Picinelli (allora Bacaredda era forse ancora parlamentare, lo fu per tre o quattro anni soltanto, fra una sindacatura e l’altra) al commendator Federico Johnson che venne a Cagliari dopo aver attraversato tutta la Sardegna con la sua 16 HP Isotta e Fraschini, perché finalmente anche l’automobilismo cominciò a far capolino nell’Isola. Si ricorderanno i famosi versi di Sebastiano Satta sull’automobile che apriva un’epoca nuova. La parola allora si usava al maschile: “gli” automobili avevano cominciato a vedersi da noi, proprio in via Roma e in viale San Bartolomeo nel 1903.

Circa il nuoto e la pallanuoto. Come Ichnusa già nel 1902 cominciammo a promuovere le gare di nuoto nelle acque del porto, poi l’iniziativa la prese l’Arborea. Nel 1908, con il patrocinio comunale e del ministro Cocco Ortu, allora competente per l’Agricoltura, Industria e Commercio e di certo il più potente uomo politico sardo, lanciammo la coppa challenger “Città di Cagliari”. I nuotatori dovevano battersi sulla distanza dei 3 chilometri e 750 metri fra il Lazzaretto di Sant’Elia e la darsena del porto. La cosa era ben regolamenta, dava spazio alle squadre delle singole società e ai talenti individuali nel loro seno. Dovrei ricordare che nella stessa circostanza – era domenica 30 agosto 1908 – si organizzò anche una partita di pallanuoto, allora si diceva “water-polo”, che una prima manifestazione aveva avuto a Cagliari alcuni anni prima, nel 1903, restando per il resto un caso solitario. 

Dunque una partita di pallanuoto per accontentare il pubblico mentre i nuotatori partivano da Sant’Elia: erano dodici di quattro squadre, due erano dell’Ichnusa, le altre dell’Arborea e della Tharros oristanese, con calotte rispettivamente bianca, biancoblu, blu e verde. Dette forfait polemico l’Amsicora che ci provò con i propri nuotatori la settimana successiva… Comunque, alla nostra competizione io partecipai come commissione di controllo: cioè si era un gruppo di dieci o venti a seguire, a bordo di imbarcazioni della società, i nuotatori e verificare che tutto andasse liscio. Vinse l’Ichnusa n. 1 – calotta bianca di Fadda, Porru e Boero – che compì l’intero percorso in un’ora e 22 minuti. Seguì poi una gran festa, con dolci e naturalmente discorsi.

L’anno successivo – il mio fatidico 1909, sempre l’ultima domenica di agosto – si disputò la seconda edizione del Challenger: stavolta Amsicora contro Rari Nantes, società che si era costituita nel gennaio di quell’anno stesso. Vinse la Rari Nantes, e anche quella volta io partecipai come membro dello staff tecnico: come starter della Ichnusa. Fu l’ultima mia uscita pubblica. Poi stetti con me solo. E sappiamo come andò a finire nel buio della notte del 12 dicembre… 

Riassumendo

Ecco tutto, o anzi ecco il riassunto breve del tutto. Ho detto di me e della mia famiglia, della famiglia di Battistina e Galeazzo cioè, e di Silvio e Mario e Mariuccia, e anche dei miei tanti piccoli fratelli e sorelle perduti, qualcuno neppure conosciuto. Ho detto della mia famiglia nelle sue relazioni con quelle altre a noi più prossime: con lo zio Pietro, sfortunato, caduto giovane ancora nell’imboscata di Urzulei pochi mesi prima ch’io venissi al mondo, e che lasciò sola la zia Marietta Giacometti mezzo lombarda e mezzo piemontese; con lo zio Carlino l’iglesiente, molto legato al fratello Galeazzo in onore del quale curò, con sua madre, la commissione del busto che sta al camposanto di Travedona: egli che ad Iglesias aveva impiantato non soltanto la sua conceria ma soprattutto la sua famiglia, e oggi siamo alla quinta generazione, ché da lui è venuto Piero, e da Piero Giampaolo, e da Giampaolo Edoardo, e da Edoardo Gianluca, e da Gianluca Nicola, oggi gran signore delle scuole elementari di Iglesias, curioso e studioso di ogni cosa… l’alfiere o il tamburino sardo dei Magnini della memoria. Farà belle cose nella vita. Ho citato soltanto il ramo maschile, ma naturalmente dovrei ricordare, accanto a ciascuno di quei protagonisti della saga Magnini d’Iglesias, insomma di quegli zii e cugini e nipoti e pronipoti miei andati per staffetta con passaggio di testimone lungo un secolo e mezzo, le loro spose, che sono state magnifiche madri educatrici, volta a volta, delle nidiate in successione… Forse avrei dovuto insistere di più su di loro, a cominciare dalle primissime, con mamma Battistina anche la zia Marietta sposata Angelino e la zia Annetta Nespola di Isili-Iglesias…

Fra l’altro – mi viene in mente adesso – dovrei dire che agli iglesienti io, proprio io, avrei dovuto essere il più legato, dopo Silvio che a Iglesias era nato ma che aveva lasciato bambino di cinque anni. Perché io? Perché nel sorteggio della eredità immobiliare di mio padre – quella che fu dettagliata nel 1893 e di cui ho già riferito – a me toccò il lotto iglesiente! Lo confesso, non ne fui particolarmente entusiasta, dato che il centro delle mie attività e delle mie relazioni era a Cagliari, città natale e di residenza. Però quei beni materiali erano tutta grazia che veniva a noi figli…

E delle altre famiglie dovrei ancora dire: degli Angelino, di zia Marietta Magnini e di zio Giovanni Angelino, che perdemmo entrambi nello scavalco di secolo, e che riposano a Cagliari, al monumentale di Bonaria dove anche riposa lo sfortunato zio Pietro, non lontano da dove sono anch’io con mia madre e Mario e Mariuccia, all’ombra di quelle ali spiegate dell’angelo che mamma Battistina volle trionfante e protettore, in alto il nome di Galeazzo Magnini. Ricco monumento quello di zio Pietro, hanno invece perduto anche la più ordinaria delle lapidi le tombe degli zii Angelino, sui gradoni del Cima, peccato! Ne sono molto, molto contrariato, mi sembra una offesa alla loro memoria.




Erano entrati nelle relazioni con i miei, e con me anche, gli zii Atanasio Crescenzio, che fu il maggior collaboratore dello zio Pietro e visse per diversi anni, quando si costruiva la strada, a Baunei, fra le montagne e il mare dell’Ogliastra, e Natale e Francesco, che ebbero pure essi, per qualche anno, una residenza di lavoro in Sardegna: ne ho detto, come naturalmente ho detto di mio fratello primogenito Silvio – scomparso nel 1929, l’anno del concordato fascista con la Chiesa. Da tempo Silvio era stato privato, dalla dittatura, di poter esprimere le sue idealità socialiste, anzi socialriformiste, quelle stesse di Turati e Matteotti… Ho detto anche di sua moglie Eva Loi: insieme furono, Silvio ed Eva, iniziatori di una dinastia che ha contato, nella prima leva, ben quattordici figli… Ancora ancora, ho detto di mia sorella Mariuccia e di suo marito Enrico Mellini l’ingegnere dei trasporti… Mariuccia – ne ricordo sempre la immagine di lei giovane insieme con mia madre – volle che le sue spoglie tornassero a Cagliari, come è avvenuto, a cura dei nipoti Bruno ed altri, nel 1980, press’a poco quanto le ultime proprietà cagliaritane della mia famiglia furono dismesse ad iniziativa dei figli di Silvio, ormai tutti radicati a Milano o nel Milanese e Varesotto. Magari un’altra volta potremo parlare di questo patrimonio andato disperso, chissà se è la parola giusta…

Eh! Mariuccia ed Enrico. Per lunghi anni vissero in via Torlonia 15/a oppure 19/a – mi ricordo che qualcuno stornò per scaramanzia i rischi del 17! –, nella capitale, in un attico che affacciava sul parco dell’omonima villa in cui cavalcava il Duce del fascismo… Quando rimase vedova, Mariuccia rimase in quella gran casa, al vertice del palazzo costruito al posto di una villa di cui lei stessa era stata proprietaria, e ci rimase sempre da gran signora. Intendiamoci, gran signora tanto da viaggiare su automobili rigorosamente Lancia guidate da un autista agente della Guardia di Finanza – il piccolo yorkshire sul sedile del passeggero e lei dietro! – oppure tanto da consumare i pasti in piatti d’argento! però sempre con un senso democratico, direi perfino paritario dei rapporti con chi le voleva bene e doveva accudirla, la Esterina Mereu che fu per lei una vera e propria dama di compagnia e si meritò il vitalizio che la famiglia le garantì dopo il 1980. Con Esterina, e prima di Esterina, era stata con lei, a Roma, anche Rosa Piras che aveva assistito mia madre fino al 1926. Fu dunque un tanto di cinque o sei anni, poi Rosa morì, quasi ottantenne, e le sue spoglie vennero accolte nella nostra tomba di famiglia a Cagliari. Lei fu, più di tutte, una di casa.

Si erano scissi allora, purtroppo, i rapporti dei Magnini con la Sardegna. Con l’eccezione, ovviamente, dei Magnini di Iglesias e dunque rimasti sardi, i quali vivevano tutto in chiave di futuro, e facevano bene, limitando per carenza di notizie ogni possibile ma improbabile recupero avito, anche soltanto di memorie e sentimenti: fermi a Stella Gerini e Piero, soltanto, senza arrivare neppure alla stagione dei precursori o fondatori, di Carlo e dei suoi fratelli, e di Giuseppe padre di Carlo e degli altri, senza arrivare a mettere a fuoco quei viaggi d’inizio epopea, fra Travedona e l’Iglesiente, all’indomani dell’unità d’Italia: quando Milano aveva un prefetto sardo, un Villamarina poi senatore, e non era più capitale del Lombardo-Veneto ma provincia del Regno d’Italia.

I discendenti di Galeazzo e Battistina Meloni – Paolo con Maria Vittoria e con Leila e Lucrezia ed Enrico –, i miei nipoti in discendenza diretta, hanno avuto il merito di ravvivare il fuoco quasi spento. Dapprima con i viaggi turistici e i raduni motoristici, poi con i contatti e la visita “ai luoghi” delle imprese di vita (e di morte) di noi avi, interessandosi fra l’altro del restauro del busto marmoreo di zio Pietro garibaldino buonanima… Soggiungo, pensando adesso ai miei nipoti figli di Silvio, che forse perché tre delle sorelle Magnini-Loi vissero con Bruno, uno dei piccoli della nidiata, qualche eco della Sardegna è rimasta piuttosto solida, marmificata, proprio in quel ceppo con casa ad Albizzate: Adalgisa, Pia e Vittoria, che avevano studiato tutte e tre dalle Marcelline, mantennero viva la memoria delle loro radici regionali – le prime due erano proprio nate a Cagliari nel ’90 e nel ‘94, Vittoria a Milano nel 1906, dunque poco dopo il trasferimento, o ritrasferimento, della famiglia. E come la mantennero? Ah! anche questo potrei raccontarlo.

Nei due volumi dei Romanzi e novelle della Deledda, che tenevano fra le loro cose intoccabili, solevano conservare, accuratamente ripiegati, gli articoli che il Corriere della Sera andava pubblicando. Il giornale arrivava a casa quasi a fine giornata, portato da Bruno che lavorava come liquidatore a Milano, all’Azienda Tramviaria e iniziava e concludeva la lettura nel tragitto Albizzate/Milano/Albizzate in treno. Gisa, che per qualche tempo lavorò alla Banca Agricola Milanese, provvedeva a ritagliare quel che le interessava, e la Sardegna era la prima cosa che le interessava e condivideva con le sorelle: e così ecco un "Briganti casa e famiglia", del 30 settembre 1971, commento di Arturo Lanocita ad un saggio di Alberto Ledda dal titolo La civiltà fuorilegge dell’editore Mursia, un "La Sardegna col cuore della Deledda", nel centenario dalla nascita della scrittrice, di Silvano Villani, un "Un tavolino da scolaro per i romanzi del Nobel", sempre a riguardo del centenario, di Alberico Sala, del 28 settembre di quell’anno stesso, un "Omaggio di Segni a Grazia Deledda", un "Torna a Nuoro Grazia Deledda, donna di casa e premio Nobel" di Silvio Negro, del 20 giugno 1959 e "La sua religiosità" di Francesco Casnati, un "Ricordo della Deledda" del 24 settembre 1965, un "Carattere della Deledda" del 4 gennaio 1931, di Attilio Momigliano, e di Momigliano anche un "Confidenze di Grazia Deledda", dell’8 dicembre 1939, un "Le belle chiese di Sardegna" di Roberto Papini, un "Perdura il codice barbaricino che è fondato sulla vendetta" di Alfonso Madeo, del 14 gennaio 1966… 

Gisa, Pia e Vittoria si godevano sentimentalmente, anche in età matura, il mondo che era quello dei loro genitori e della propria prima infanzia anche custodendo nella loro casa condivisa i vari mobili della "premiata" ditta Fratelli Clemente di Sassari e Cagliari, che avevano arredato, almeno in parte, la casa della nonna, la mia cioè, nella via Roma di Cagliari… o che forse Silvio ed Eva s’eran fatti fare apposta da quell’ebanisteria di fiducia… Un salotto con tavolo e sedie…  

Ancora da vecchie canticchiavano “Chicco, chicco malamalicco...", e cose così… “Babillotti babillotti si ki andara de notti su ki andara a merì babillotti babillottì. T'​appu fattu arriri? ddu sunfrisi su kirighitti? Kusta dd'appu...”, le filastrocche apprese, nella loro prima infanzia, dai genitori…

Anche i discendenti di Marietta Magnini e Giovanni Angelino – fatti essi cagliaritani per sempre nelle loro tombe – avevano forse perduto le speranze di riagguantare quanto era possibile della esperienza sarda degli avi. Certo, Rita Angelino – la figlia oggi ennuagenaria di Fedele, a sua volta figlio primogenito di Marietta e Giovanni – nella sua casa di San Giuliano Milanese conservava, e ancora conserva come in un museo vivente, le carte – documenti e fotografie – e qualche oggetto di remota memoria cagliaritana… ma non pensava ipotizzabile o praticabile una ripresa di relazione con l’ambiente isolano, centovent’anni dopo la risalita di suo padre in terra lombarda per gli studi e poi la pratica veterinaria… Un pronipote di cognome Belloli, suo discepolo e continuatore nelle passioni genealogiche, Andrea, s’è fatto missionario della ricomposizione e con i cugini di Albizzate varesotta – quelli ex Galeazzo e Battistina sarda – e quelli di Iglesias – di derivazione Carlo e Annetta Nespola sarda pure lei – ha ricostituito la rete parentale. Ha visitato il sito cimiteriale che accoglie entrambi i suoi trisavoli, al monumentale, e ringraziato della sovrana protezione Nostra Signora dei dolci e potenti carismi insieme bonarini e carminali. Che qui, nel non tempo, ci sostiene tutti accostando la sua umanità alla nostra… miracolo bello.




Fonte: Gianfranco Murtas
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