Gianfranco Murtas

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Marcello Tuveri, il gusto della lealtà: per l’autonomia regionale nelle faticose conquiste democratiche e repubblicane della patria italiana (parte prima)

di Gianfranco Murtas


E’ trascorso un anno dalla scomparsa, avvenuta il 25 aprile – data evocativa della liberazione dal nazi-fascismo – 2021, di Marcello Tuveri. Ricordarlo da parte degli amici è doveroso, come è doveroso associarne il nome a quello di altri di pari lucida fedeltà agli ideali fondativi della Repubblica: Repubblica delle autonomie, interprete nella nuova storia vissuta come sviluppo dei migliori valori del risorgimento unitario – quello di Mazzini e Garibaldi, ma anche di Cavour, e di Cattaneo, dei grandi del liberalismo e della democrazia radicale – come anche della testimonianza antifascista.

Papà cagliaritano – Giuseppe Benvenuto classe 1889, che ama richiamare anche il cognome materno Fanni – e mamma carlofortina, Mariantonia Leone classe 1895. Una famiglia numerosa, sette figli, tutti proiettati a studiare e trovar lavoro poi, e far famiglia. Lui è il terz’ultimo, dopo Rino e Franco, Antonietta e Raffaele, e prima di Tonino ed Anna. Quest’ultima insegna all’istituto per geometri “Ottone Bacaredda” (passerà poi al “Dionigi Scano”), e professore (e vice preside) è anche Franco, all’istituto tecnico agrario “Duca degli Abruzzi”, Tonino è geometra e presidente di cooperativa, Lello lavora al Consorzio di Bonifica della Sardegna meridionale…

Studente dettorino, fra ginnasio e liceo nello stabilimento dell’antico collegio gesuitico, di fianco alla chiesa di Santa Teresa divenuta dopo la demanializzazione delle leggi eversive tante cose diverse – archivio di Stato, sede della GIL, sala concerti, ecc. – nello stesso quartiere della Marina dove abita. Studente dettorino, forse anche lui, come i compagni, irridente per gioco quel buon padre Dante (di sentinella là dal 1913) negli anni stessi della seconda guerra mondiale e immediatamente successivi, alla ripresa delle lezioni dopo lo sfollamento che ha comportato il trasferimento delle classi alcune a Mogoro altre a Isili (in quella Isili in cui il professor Nicola Valle con altri suoi colleghi ha dato vita all’associazione Amici del libro) e poi anche a Dolianova. Certamente avrà visto, prima della fuga, nell’anno scolastico 1942-43 (tempo ancora di ginnasio), l’androne massicciamente puntellato da pali anticrollo, rimedio possibile ai bombardamenti attesi…, e avrà udito – quante volte? – le sirene dell’allarme. Avrà goduto – goduto? – le lunghe vacanze protrattesi dal Natale 1942 alla metà di febbraio dell’anno successivo, e la sospensione delle lezioni a partire dal 27 di quel febbraio terribile. Una decina le giovani vittime dettorine dei bombardamenti su Cagliari. Erano allora – lo ha ricordato il professor Danilo Murgia nella sua ricostruzione per l’annuario del centenario – 324 gli alunni delle dieci classi ginnasiali e 605 i liceali distribuiti in diciassette classi.

C’erano una volta il Dettori e anche l’adolescenza
Lo sfollamento, il ritorno in città. Ritorna il Dettori nei suoi spazi semidevastati, è l’anno scolastico 1944-45, con preside Pietro Zucca, già provveditore agli studi. Alcune classi sono alloggiate provvisoriamente a Castello, alle magistrali di via Lamarmora, ma il più s’adatta a ripopolare un po’ per volta le antiche aule della Marina. La ripresa è graduale ma decisa, convinta. Dante non c’è più, di sentinella, all’ingresso: il suo busto ha rotolato in strada nei giorni dei bombardamenti, qualcuno l’ha salvato e giusto in quegli anni della ripresa è stato affidato al professor Valle, docente lui stesso del Dettori e per qualche tempo assegnato alla Biblioteca universitaria. Di più: anima degli Amici del libro e della sezione della Dante ormai al suo cinquantesimo compleanno.

La maturità di Marcello, dunque, nel 1948. Curioso: nello stesso anno in cui una futura istituzione dettorina quale senz’altro è stato il professor Antonio Romagnino – buon amico – esordirà in cattedra al liceo, inizialmente con qualche supplenza, poi … straripante titolare di italiano e latino.

Anni belli, quelli del liceo, dopo la tempesta bellica. Anni anche di sperimentazioni adolescenziali: la costituzione di una società segreta chiamata SSS (Società Sarda Segreta) insieme con amici e coetanei come Dino Sanna e Pupo Rocca. E, su un piano più istituzionale, ma sempre in tempi di liceo, esperienze di rappresentanza cui, sicuro di sé, Marcello non si nega. In parallelo, nella grande storia nazionale, nientemeno che l’Assemblea Costituente riunita a Montecitorio e illuminata quella volta e quell’altra, e altre ancora, dagli interventi di Pietro Mastino ed Emilio Lussu. A Cagliari numerosi diciassette-diciottenni sono protagonisti dell’interscolastica, ciascuno impegnato a riportare all’autorità d’istituto i problemi materiali e quelli didattici, le carenze di aule e biblioteche, forse anche di banchi e vetri alle finestre, perfino del gesso per le lavagne.

D’estate, in quel 1948, gli esami di maturità, in autunno la riparazione di qualcosa… come anche educazione fisica! Il 20 ottobre è pronto per il salto all’università. Il presidente della commissione che firma la certificazione scolastica (sette in storia) è nientemeno che il professor Paolino Mingazzini, celebre archeologo romano espertissimo di civiltà greca e latina, dal 1938 docente di archeologia all’università proprio di Cagliari! Autore di un’infinità di saggi pubblicati, prima di arrivare in Sardegna è stato ispettore ai Musei della soprintendenza del Sannio e della Campania e quindi ispettore a quelle di Firenze e di Palermo. Acquisita la libera docenza e trasferito alla direzione generale antichità e belle arti del ministro della Pubblica Istruzione, ha vinto finalmente l’ordinariato vacante a Cagliari, e negli anni trascorsi nell’Isola – quando ha dovuto temporaneamente reggere anche la locale soprintendenza alle antichità – ha pubblicato, fra l’altro, due saggi destinati a fare epoca: Sul tipo architettonico del tempio punico di Cagliari e Il santuario punico di Cagliari…

S’è detto… Marcello sindacalista dettorino, rappresentante dei suoi compagni nell’interlocuzione con il preside… E così collega di altri con cui avrebbe un giorno, da allora, maturato esperienze comuni, dapprima all’università, poi nella politica e nell’associazionismo culturale e civico. Nel novero anche Tito Orrù, indimenticato professore di Storia della Sardegna alla facoltà di Scienze Politiche e curatore, con Bruno Josto Anedda e Carlino Sole, dell’inedito Diario di Giorgio Asproni.

Dunque, nel 1948, in autunno studente matricola a Giurisprudenza, facoltà bianima: corso ordinario di legge e corso di scienze politiche. Il tutto governato dalla preside Paola Maria Arcari, un monumento di sapienza e di cultura. E, da quello stesso anno, tesserato al PSd’A, allora con sede nel corso Vittorio Emanuele (per qualche tempo ribattezzato “della Repubblica”), all’angolo con la via Sassari e memoria del secolare convento di San Francesco di Stampace. Con lui, classe 1929 (21 agosto), altri coetanei di valore. Fra essi Michelangelo Pira, bittese classe 1928, Virgilio Lai, ulassese classe 1926, altri dieci che, nel tempo, lasceranno traccia di sé fra politica e soprattutto professioni.

All’università e nel PSd’A risvegliato
In città operano due aggregazioni universitarie: l’Associazione Universitari di Sardegna, costituita per il più da studenti barbaricini e sassaresi e facente capo a Michelangelo Pira, concettuoso e brillante sempre, e la LAUC, Libera Associazione Universitari Cagliaritani, con sede in via Università e piuttosto scontrosa, per non dire ostile o comunque avara di cortesie, verso la concorrenza. E alla fine anche vincitrice. Sicché la concorrenza, appunto l’AUS, si trova costretta a sciogliersi in quanto tale, per fortuna recuperando rifugio, in quanto ai suoi soci, nella sede sardista. Giovani universitari di simpatie sardiste e repubblicane, Lello Puddu iscritto a ingegneria fra essi, e naturalmente Marcello Tuveri, e Tito Orrù, e Marco Diliberto e diversi altri.

Giugno di quel 1948: due mesi dopo le elezioni politiche del famoso 18 aprile (che hanno portato alla Camera Giovanni Battista Melis il direttore regionale del partito, e al Senato – eletto nel collegio di Nuoro – Luigi Oggiano, il quale a Palazzo Madama, affiancato da Pietro Mastino senatore di diritto, e dapprincipio anche da Lussu pure lui senatore di diritto, è iscritto al gruppo misto dei “democratici di sinistra”) e vigilia del congresso che vedrà competere diverse mozioni: quella socialista e classista di Lussu contro le altre, o tutte le altre – quella della maggioranza Mastino-Oggiano-Contu-Melis, quella centrista di Emilio Fadda, quella liberalsocialista (e federalista) di Gonario Pinna –, tempo che odora di scissione, la rottura insanabile. Carezzata la bandiera monserratina dei Quattro Mori (listati in rosso), Lussu lascia la sala del Cral alla Manifattura tabacchi dando vita al Partito Sardo d’Azione socialista, e fa di più, rilanciando il suo giornale Riscossa Sardista: occupa la sede del partito, assumendo che a Cagliari la maggioranza è sua. Ci vorrà un processo in tribunale per restituire al PSd’A ufficiale i suoi spazi.
Marcello Tuveri diciannovenne vive quel battesimo infuocato. Con gli altri compagni del consiglio direttivo della sezione giovanile di Cagliari ha sottoscritto una mozione, un’altra ancora, che merita di essere ripresa:

Il IX Congresso del PSd’A, pur riconoscendo che i risultati delle consultazioni elettorali del 18-4-48, che hanno assunto carattere di referendum, se pure non soddisfacenti e adeguati alle aspirazioni dei sardisti, possono considerarsi confortanti se si tiene conto del particolare aspetto assunto dalla campagna elettorale, pur rendendo il dovuto riconoscimento all’abnegazione degli organi dirigenti del Partito, identifica le cause di una mancata affermazione completa e decisiva del Partito, nei seguenti punti:
1) Mancanza di studi sulla questione sarda atti a documentare sufficientemente il programma particolareggiato presentato dal PSd’A;
2) Impostazione della propaganda e della campagna elettorale inadeguata alla situazione politica nazionale e regionale, scesa a manifestazioni spesso troppo cordiali e poco decisamente avverse a quelle forze politiche notoriamente e tradizionalmente lontane dal sentimento sardo;
3) Mancanza di una adeguata e necessaria partecipazione dei giovani alla vita del partito e alla propaganda ed alle iniziative da esso promosse ed organizzate.

Il IX Congresso del PSd’A, ritenendo necessario porre immediatamente rimedio alle suddette deficienze ed evitare il loro ripetersi soprattutto durante la prossima campagna elettorale per le elezioni regionali, delibera quanto segue:
1) Al fine di evitare le contestazioni degli avversari del partito e della autonomia, di rendere maggiormente coscienti e preparate le masse popolari sarde verranno curati dai dirigenti quelle documentazioni e quegli studi atti a togliere ogni parvenza di incertezza ed ambiguità alle precise affermazioni del nostro programma;
2) Il PSd’A è una forza politica regionale ben distinta e delineata: la sua posizione di critica intransigente verso qualunque governo unitario e centralizzato italiano e verso qualunque organismo politico che trae la sua autorità e la sua forza dalle masse e dagli interessi continentali, gli impedisce e gli impedirà di contrarre alcun rapporto o collegamento con partiti a carattere nazionale. In caso contrario la sua nobile missione di baluardo periferico della democrazia, di difensore dei diritti della Sardegna, cesserebbe immediatamente poiché non v’è dubbio alcuno che con l’autonomia del PSd’A cadrebbe conseguentemente l’autonomia della regione sarda;
3) Il PSd’A che trae la sua origine e la sua ragione di esistenza dalle genti di Sardegna, si farà ora e sempre interprete e sostenitore – com’ebbe già a fare in altre circostanze – delle esigenze e tradizioni spirituali e dei sentimenti morali del popolo sardo, dando in tal senso maggior sicurezza agli iscritti e agli elettori e togliendo ai partiti nazionali la principale fonte di una indegna e ipocrita speculazione politica;
4) In ogni circostanza, in ogni organismo politico nel quale possa esercitare la sua azione il Partito Sardo impegnerà i propri rappresentanti al fine di difendere lo Statuto Autonomistico della Sardegna, approvato dalla Ass. Cost. da ogni eventuale tentativo di sabotaggio o speculazione di parte e organizzerà le sue forze allo scopo di potenziare tale Statuto traendo il massimo beneficio per tutti i sardi, dai diritti che esso riconosce all’Isola, ed esercitando continua ed energica azione sia tra le masse sarde alle quali garantirà ampia partecipazione alla organizzazione autonomistica dell’Isola, sia presso gli organi regionali e nazionali al fine di ottenere – col metodo democratico – tutte quelle altre riforme e quei provvedimenti, ordinari e straordinari, necessari per il benessere ed il civile progresso della Sardegna, rifacendosi – in tal rivendicazione politica – alle richieste ed ai principi contenuti nello schema di progetto per lo Statuto autonomo della Sardegna approvato nel dicembre 1945 dal Direttorio del Partito;
5) Ai fini di mantenere più stretti e sicuri contatti con la base degli iscritti, la Direzione del Partito indirà, con opportuni procedimenti democratici un referendum fra tutti gli iscritti al partito ogni qualvolta lo ritenga indispensabile e qualora lo richiedano particolari eventi o situazioni politiche e determinate situazioni interne (per es. scelta dei candidati, accordi di speciale importanza e simili);
6) La nuova direzione del PSd’A interverrà con i provvedimenti che riterrà necessari a porre riparo, nel Mov. Giovanile, alle conseguenze della disorganizzazione a cui è stato portato dall’incuria della Direzione reg. del Movimento.

Parte sociale

Il IX Congresso del PSd’A considera tra le cause del parziale insuccesso elettorale l’orientamento sociale non univoco ma mutevole secondo le situazioni e le posizioni locali. Questo frazionamento della nostra politica sociale ha creato un profondo disorientamento nelle masse che militavano nel partito e precisamente:
1) I ceti medi dei grandi centri che dal 1945 intesero essere diventato il partito vassallo di una forza politica che non garantiva sufficientemente la libertà dal pericolo di una dittatura comunista;
2) La piccola e media proprietà sarda che costituisce l’ossatura economica dell’Isola, ha preferito orientarsi verso le organizzazioni a cui davano il loro appoggio i pochi agrari di Sardegna, giacché il Partito non era più per loro presidio del diritto di proprietà;
3) Le masse operaie dei bacini minerari, tradizionalmente schierate nei partiti di estrema sinistra, hanno preferito confluire nel più disciplinato e forte tra essi.

Il partito non è più l’organizzazione della classe lavoratrice dell’Isola nei suoi vari ceti. Esso deve avere una funzione sociale ben chiara e derivata dalle esperienze delle lotte passate e adeguata alle esigenze dei nuovi tempi. Deve in sostanza conquistare i sardi alla causa di un socialismo moderno, democratico e liberale adeguato alla fase coloniale e precapitalistica della nostra economia;
1) Favorendo l’iniziativa privata nel campo industriale perché con una forte industria si crei una grande ricchezza suscettibile di socializzazione;
2) Facendo in modo che ogni complesso economico-finanziario monopolistico e di interesse pubblico venga espropriato con indennizzo e retto da commissioni di tecnici responsabili del suo buon andamento verso l’ente Regionale;
3) Tutelando la media e la piccola proprietà;
4) Evolvendo in senso cooperativistico contadini e pastori, ora divisi fra di loro dall’individualismo caratteristico del nostro Paese; liberando i primi dalla malattia e dalla polverizzazione della terra e i secondi dallo sfruttamento dei commercianti;
5) Risolvendo organizzativamente su vasta scala il problema dei reduci e dei disoccupati con la creazione di corsi di riabilitazione e con il potenziamento delle attività produttive;
6) Rendendo accessibili con sussidi speciali per le classi disagiate, le scuole di ogni ordine e anche più divulgando, in relazione al livello culturale dei vari ceti, problemi pratici di ogni genere;
7) Sostenendo che dell’economia dell’Isola solo i sardi possono intendere e risolvere i problemi ed in conseguenza chiedere che vengano ampliati i poteri dell’ente Regione in questo campo.

Organo di stampa dei giovani, nell’occasione congressuale, è un Bollettino – questa la testata che, come numero unico, si presenta ai lettori, tanto più alla militanza – stampato dalle macchine de L’Unione Sarda. Dichiara, il Bollettino, i perché della sua presenza: non come artificio delle banali ambizioni di questo o quello che vorrebbero scrivere e firmare, «ma perché è necessario che chi non è un vile impari a discutere. Impari che tutti facciamo parte della società, in questo caso del partito, e che tutti dobbiamo partecipare attivamente alla sua vita, con la discussione, con l’agitazione di determinanti problemi, con la critica più spiegata verso chi sbaglia. Se così non si fa la responsabilità dei disastri, nei partiti come nelle nazioni, ricade in pieno su tutti e non si ha il diritto di recriminare o di tagliare la testa ai capi quando i disastri sono avvenuti».

Ecco qui il Bollettino: «frutto di lunghe discussioni», esso intende «portare a tutti i sardisti del nuorese e del campidano, una parola chiara, senza senile ipocrisia e malignità». (Interessante il mancato riferimento anche ai sassaresi che, forse, hanno da organizzarsi in proprio o forse sono ancora piuttosto marginali nel coinvolgimento partitico, quello elettorale compreso).

Originale la chiosa alla nota titolata “Ai lettori”: “«Non tenetelo in tasca e non usatelo come carta igienica, ma passatelo ad un altro amico».
La redazione comprende, con Lai e Tuveri, anche Peppino Dodero, Antonio Enardu, Antonio Porcu e Cesare Mandis. (Tutti firmano o siglano un qualche contributo, tranne proprio Marcello: ma suo potrebbe essere, celato nell’anonimato o dietro uno pseudonimo, il pezzo “Un partito non si giudica dal numero degli iscritti: ricerca inutile”, o il corsivo “Piccoli vermi all’ombra dei ‘grandi’” firmato “I giovani”, o ancora un puntuto j’accuse a certe manovre lussiane così come ad una passiva obbedienza al leader da parte di molti seguaci: titolo “Asterischi” e firma “Lo spigolatore”).

E’ un apostolato che i ventenni del PSd’A alla fine degli anni ’40 – si sono volontariamente caricati sulle spalle e di cui danno conto anche in altro numero unico uscito nel novembre dello stesso 1948 a cura del movimento giovanile di Oristano (testata Forza Paris, direttore responsabile Francesco Bianchina).

L’obiettivo è un convegno regionale che, «con piani di studio e di lavoro, con mete e compiti prefissati», possa gettare le concrete basi dell’organizzazione.

V’era stato, nel maggio 1946, alla vigilia del referendum istituzionale e dell’elezione dei deputati costituenti (vincitori, per numero di preferenze nella lista sardista, Lussu e Mastino, iscritti poi con i sette azionisti e un valdostano nel gruppo detto “autonomistico”), un congresso convocato a Macomer. Allora s’era approvato lo statuto che prevedeva (unilateralmente?) il voto deliberativo del presidente regionale del movimento giovanile e quello consultivo dei dirigenti provinciali nel direttorio del partito. Ché certamente il rapporto fra i giovani organizzati ed il partito strutturato nei suoi organi eletti ai congressi (così ad Oristano nel 1945, sarebbe poi toccato a Cagliari nel 1947) costituiva e costituisce un punto da centrare con chiarezza.

Né soltanto di questo si tratta: occorre anche chiarire se e in che misura l’organizzazione giovanile possa elaborare una sua linea politica e godere di una autonoma amministrazione.

Invero la debolezza delle strutture del partito e l’associazione in capo agli stessi elementi delle cariche negli organi direttivi di adulti e giovani, hanno impedito il decollo ed ora infatti ecco tutti a mettere nuovamente a fuoco la questione.

Possibile girare alla direzione giovanile i quattrini recuperati col tesseramento (dei giovani stessi, fra i 14 e i 22 anni) al partito? possibile avere uno spazio autogestito su Il Solco?

Né i giovani ora tanto esigenti o rivendicativi sono o sarebbero privi di meriti: «Gli amici di tutte le sezioni – si legge in una nota di Forza Paris – ricorderanno che i giovani […] erano diffidenti nei riguardi di Lussu anche quando alcuni anziani erano disposti a seguirlo ancora e molti altri tentavano di conciliare l’inconciliabile e ricorderanno pure come Lussu avesse paura dei giovani perché li sapeva tenaci difensori della linea politica tradizionale del Partito. E’ vero che non avremo più da combattere una battaglia come quella del IX Congresso e la politica dell’attuale Direttorio Regionale ve ne fa fede ma in un Partito democratico i contrasti e le tendenze conciliabili son fondamentali per la sua attualità storica e per la continua fase di adeguamento alle vicende economiche e sociali della regione, per cui dobbiamo chiedere ai nostri anziani di poter non solo combattere al loro fianco ma anche, relativamente alla nostra preparazione politica, di pensare e di discutere con loro per il bene della nostra Sardegna».

Sardismo o sardo-socialismo? L’apostolato giovane
C’è da fare i conti con questa fedeltà ai principi e alla tradizione, non di meno però – e la cosa rimane sottotraccia non soltanto nella militanza giovane del partito, ma ad ogni livello – se e quanto socialismo debba riconoscersi nel sardismo pur “depurato” della componente lussiana. Ché quella qualifica – “socialista” cioè – è entrata nelle considerazioni di molti intervenuti alla tribuna congressuale di luglio per assumerla e magari definirla o per respingerla ritenendola pertinente ad altre correnti politiche e piegata al classismo. Così come nel dibattito entra la questione dei “collegamenti” con altre formazioni nazionali. Ché se la convergenza è sull’autonomia piena del partito, è certo però che l’ipotesi, quando è balenata in qualche affaccio dialettico, è sempre stata riferita al Partito Socialista Italiano o, prima, al Partito d’Azione marcatamente lussiano e perciò socialista (così all’appuntamento del 2 giugno 1946). Nulla quaestio se i voti ai Quattro Mori giungono spontanei, senza contrattazione: come è stato appunto alle elezioni per la Costituente o a quelle per il Senato della Repubblica (ed anche alle amministrative in quel centro e in quell’altro), quando i repubblicani – minoranza infima per numero non certo per idealità – hanno orientato il loro consenso, nell’Isola, alla lista ed ai nomi proposti dal PSd’A.

Fra i più attivi nel proselitismo è Marcello Tuveri: nel giro di pochi mesi appena, fra il 1948 ed il 1949, egli riesce a promuovere ben 37 sezioni nella provincia di Cagliari, qui includendo dunque anche l’Oristanese così come il Sulcis-Iglesiente. Fra le più attive quelle di Bacu Abis, Gonnesa, Sanluri ed Oristano.

Rievocando quel suo specialissimo impegno di propagandista, e riproponendo il testo del vademecum allora affidato ai propagandisti, così racconterà a Salvatore Cubeddu che ne riferisce nel secondo volume del suo Sardisti: viaggio nel Partito Sardo d’Azione tra cronaca e storia: documenti, testimonianze, dati e commenti (cf. Sassari, EDES 1995):

Conquistare aderenti tra gli amici ed i parenti divulgando il giornale del partito e sostenendo in discussione gli argomenti in esso trattati. Tra i conoscenti, non scendendo a discussioni violente se non in presenza di persone che dalla sicurezza del nostro tono possano essere convinte della serietà delle nostre argomentazioni. Parlando con una persona non bisogna contraddirla mai completamente, ma fare in modo che non abbia ad irritarsi per gli eventuali scacchi polemici che gli farai subire.

Tra le organizzazioni di cui fai parte (circolo cattolico-sindacale-ass. comb. ecc.) devi cercare di occupare e di far occupare ai sardisti posti direttivi che possano mettere in luce le vostre buone qualità, farvi stimare ed in conseguenza seguire con simpatia nelle vostre attività politiche.

Alle elezioni regionali del maggio 1949 il Partito Sardo d’Azione (che gode anche del voto dei tremila repubblicani sparsi fra le tre province e nelle sue liste candida anche alcuni militanti del PRI) elegge sette consiglieri, di cui due soltanto in provincia di Cagliari pur forte di 170 sezioni. Marcello, ancora diligente studente di giurisprudenza, viene chiamato a collaborare, in veste di segretario, con il gruppo consiliare. Diversi degli altri suoi compagni del movimento giovanile sono assunti chi come segretario del presidente Contu (è Marco Diliberto) e dell’assessore Soggiu (è Salvatore Brianda), chi come redattore dell’ufficio resoconti e stampa del Consiglio (è Michelangelo Pira).

Ancora impegnato nella organizzazione, egli, adesso 22enne, è tra i firmatari di una lettera indirizzata al direttore regionale pro tempore, Piero Soggiu, cui è chiesto un intervento per il ripristino degli organi provinciali di Cagliari, vacanti da tempo, e la riorganizzazione delle attività di assistenza alla militanza (il riferimento deve essere soprattutto alle problematiche di pastori e contadini ma anche di combattenti e reduci disoccupati da favorire con buoni spesa o collocazione dei figli nelle colonie marine o montane). Così anche, sul piano prettamente organizzativo, viene prospettato l’acquisto di una tipografia per il tramite di una società ad hoc, l’allestimento di una stabile redazione al Solco, la cui direzione è affidata a Michelangelo Pira.

Ad Oristano (teatro Arborea), nel maggio 1951, si svolge il X congresso del PSd’A che riporta nelle mani di Giovanni Battista Melis, deputato in carica, le funzioni di direttore regionale. A Cagliari siamo ancora nel contesto, a due anni dall’esordio della specialità autonomistica, della giunta bicolore DC-PSd’A con assessori Alberto Mario Stangoni ai Trasporti e Piero Soggiu all’Industria e commercio, mentre Anselmo Contu è presidente dell’assemblea legislativa. In aula e nelle commissioni lavorano – eletti anch’essi nel maggio 1949 – Pietro Melis, Peppino Puligheddu, Luigi Satta e Giangiorgio Casu.

Ancora pochi mesi e il PSd’A ritirerà i suoi assessori e al monocolore democristiano, ancora presieduto da Luigi Crespellani, concederà soltanto tecnici di area: Mario Azzena ai Trasporti e Mario Carta (invero di prevalenti simpatie socialdemocratiche) all’Industria e commercio. Dimissioni anche per Contu, con subentro del democristiano Alfredo Corrias.

Così come a quello della Manifattura Tabacchi anche a questo X congresso Marcello partecipa e viene addirittura eletto, naturalmente all’interno della quota cagliaritana, nel direttivo regionale (platea di 27 membri per la circoscrizione provinciale, 67 nella plenaria regionale). Come adattamento delle delibere congressuali, egli viene aggregato all’esecutivo provinciale del partito unitamente a Giuseppe Barranu, Mario Granella e Giovanni M. Manunta.

Con questa responsabilità, e mentre ancora continua le sue fatiche (sia intellettuali che operative) nel movimento giovanile, inizia una più attiva collaborazione alle attività “alte” del partito, dedicandosi alla traduzione scritta delle posizioni politiche del PSd’A: l’esordio è nel 1952, quando consegna a Sardegna – testata che unifica una breve sequenza di numeri unici direttamente riferiti alla “gioventù sardista” (così nella sottotestata) – due articoli che escono in prima pagina nelle edizioni di settembre ed ottobre. Rispettivamente: “Impedire una truffa” (con occhiello “L’errore elettorale”) e “Antidemocraticità e corruzione nella D.C.” (con occhiello “Il manifesto dell’on. Petrone” e sommario “Il manifesto è un violento atto d’accusa contro la direzione del partito democristiano. Le vie del finanziamento dei partiti”).

Gli articoli del 1952, la questione della “legge truffa”
Se ingrata è, per colpa propria o degli dei, l’intero corso della vicenda del sardismo storico del dopoguerra – intendo per “storico” quello rimasto fedele alla tradizione, dunque prima della svolta nazionalitaria e indipendentista – certo il 1952 è di sofferenza acuta e addirittura drammatica. Siamo, temporalmente, nel contesto di un’astensione sardista al governo bicolore DC-PRI a presidenza De Gasperi e di una estraneazione del partito anche dal governo regionale dopo la crisi dell’autunno 1951. Debolissimo il PSd’A nelle sue strutture organizzative e anche nei suoi bilanci economici. Incerta ogni strategia che porti il sardismo ad incidere nella politica ai diversi livelli, crescente il distacco polemico dagli ex alleati democristiani – con cui si ritenterà un accordo in termini di apparentamento nel maggioritario del 1953 (ridenominato impropriamente “legge truffa”) –, permanente la diffidenza verso i comunisti che pure tentano la carta del listone alle amministrative: alleanza a sinistra, simbolo sardista e presidenza – a successo conseguito – ad esponenti del PSd’A. Incerto il partito sull’intero fronte: terza forza con repubblicani, socialdemocratici e liberali e, con tale interpartito, negoziato più equilibrato con la DC? cedimento all’allettamento comunista? partecipazione in solitaria per una sconfitta certa? Lo smarrimento è totale e le risposte sono infatti differenziate per territorio: nel Cagliaritano si sperimenta la terza forza, nel Sassarese (e/o nel capoluogo) si sperimenta l’accordo a sinistra, nel Nuorese si va per l’abbinata con i socialdemocratici (considerandosi i repubblicani quasi “interni” al PSd’A).

Se così va alle comunali il risultato delle provinciali è di 51.253 voti (contro i 78.317 di sei anni prima, e percentuale 8,6): 2 seggi a Cagliari, 54 a Nuoro, nessuno a Sassari. La forza (o la debolezza) del PSd’A nel 1952 è questa.

E Tuveri? Pare di singolare importanza il primo dei due articoli sopra richiamati e pubblicati dai numeri unici di Sardegna. Esso si riferisce alle complesse elaborazioni parlamentari sulla modifica della legge elettorale in senso maggioritario. Ad essa starebbe lavorando De Gasperi su forte spinta del suo partito in logica – al meglio – di miglior funzionalità dell’esecutivo se sostenuto da una più ampia maggioranza numerica, o – al peggio – di un consolidamento del potere in termini di… prepotere della Balena bianca. Si sa: i partiti alleati tradizionali della DC stanno soffrendo essi stessi dilacerazioni interne fra idealisti-proporzionalisti e pragmatici-maggioritari (tutti infatti subiranno, alla fine, delle scissioni da parte degli sconfitti) e l’opposizione di sinistra come quella di destra stanno minacciando barricate contro questo che giudicano un vero e proprio golpe. Tuveri è su queste posizioni e non a caso richiama la famosa frase di Orwel: «Tutti sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri». Si dice contrario alla modifica legislativa che interpreta – forse con una punta dottrinaria connaturata alla giovane età – come ispirata da intenti puramente di potere, non di governabilità:

La democrazia non si difende accedendo supinamente alla voglia di strapotere di un partito. La democrazia è lotta continua e rischio. Ma soltanto seguendo questi suoi pregi e difetti insieme potremo farla apprezzare a tutti e diminuire le forze totalitarie in Italia. La pretesa di realizzare una sicurezza che sarebbe molto probabilmente tale solo nella forma, rimanendo immutate nel paese le forze che più attivamente possono metterla in pericolo anche se diminuirebbe il numero dei deputati espressi da tali correnti, darebbe a quanti, e sono i più in Italia, credono nella libertà e nella uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, un tale senso di sfiducia e di nausea che diminuirebbe sensibilmente l’apporto attivo di molti alla vita pubblica. E se il popolo si disinteressa dei problemi dello Stato la strada verso la dittatura è aperta.

Nel Partito Sardo, così come negli altri, c’è dibattito fra i possibilisti e i contrari (gli stessi Mastino ed Oggiano, in Senato, hanno dichiarato la loro contrarietà). E anche chi si dice, in linea di principio, contrario – in difesa degli alti valori della democrazia –, osserva come la stessa legge vigente non rispetti integralmente il riparto proporzionale, ma favorisca i maggiori partiti non importa se al governo o all’opposizione (e qualcuno porta esempi concreti, mostrando come il PCI sardo – ostile alla modifica legislativa – conquistasse nel 1948 tre quozienti rispetto al solo riconosciuto al PSd’A, che pure di voti ne aveva ricevuto due terzi e non un terzo di quelli dell’avversario!).

Un processo elaborativo (e deliberativo) lungo e complesso, forse contraddittorio, infine risolto in chiave di realpolitik: sì all’apparentamento con le formazioni laiche del cosiddetto “centro democratico” (integrato da altoatesini e valdostani) alleato o apparentato a sua volta con la DC. A risolvere la questione, indirizzando la maggioranza del consiglio regionale del partito in senso favorevole, è il direttore Piero Soggiu che sostiene di poter contare sul consenso e anzi sulla spinta della dirigenza locale e della militanza; per parte sua, Giovanni Battista Melis, in quanto deputato, si pone come interlocutore privilegiato con i vertici politici nazionali.

Nelle ragioni della realpolitik, che rovesciano gli originari distinguo o le diffuse perplessità, si pone anche la valutazione preoccupata di una imprevista concorrenza elettorale che sarebbe promossa da Gonario Pinna – già esponente di livello del Partito Sardo (per l’avvenuta confluenza azionista dell’autunno 1944) – alla guida, si dice, di una lista di “indipendenti di sinistra”.

Si sa come poi andrà a finire. Per pochi voti – lo 0,2 per cento (in termini assoluti circa 50mila) – non scatta il premio di maggioranza e tutto cambia sulla scena politica, così persistendo un’oggettiva indisponibilità governativa della sinistra socialcomunista ancora legata alle direttive staliniste (nel 1953 muore Stalin ma non ancora lo stalinismo) e indebolendosi tutti quanti i partiti della… scommessa persa per l’uscita dai loro ranghi di esponenti (di radice azionista) di rilievo per autorevolezza più che per riscontro elettorale: Parri lascia il PRI, Calamadrei e Codignola il PSDI, e De Gasperi consegna di fatto la sua leadership a un Fanfani che trasformerà il suo partito in una macchina di potere più spesso fine a se stessa.

Ma c’è, tornando al 1952, un secondo articolo di Marcello Tuveri che merita un richiamo: si tratta del commento alle prese di posizione del deputato democristiano Carlo Petrone, di origini campane e ideale seguace di Lugi Sturzo, riconosciuto antifascista senza macchia. Egli ha proposto alla Camera un intervento legislativo disciplinante i conflitti di interesse coinvolgenti la rappresentanza politica. Si tratta di regolamentare le incompatibilità, il cumulo degli incarichi pubblici e delle indennità. La legge sarà approvata a larga maggioranza nel febbraio 1953, poche settimane prima di quell’altra che farà ancor più discutere: appunto la cosiddetta “legge truffa”.

Ecco la conclusione dell’articolo:

Basta! questa materia dovrebbe esser trattata non con la penna ma con delle pinze e gigantesche data la sua estensione.

Va notato però, e qui torniamo al nostro discorso iniziale, che talvolta i cittadini non tollerano certe violazioni di ogni norma morale e, all’interno dello stesso partito, insorgono contro certi sistemi. Ci pare questo un confortante indice della volontà di perfezionamento della nostra democrazia. E’ vero, sono tanti gli scandali che abbiamo visto soffocare con la facile argomentazione che l’accusatore non era documentato o, addirittura, era poco sano di mente. Ma l’appello dei dc onesti dimostra che certe critiche rivolte anche nel passato ai grossi papaveri non erano prive di fondamento. Siamo convinti che l’atmosfera politica del nostro paese, se queste critiche continueranno e saranno tenute nella dovuta considerazione, sarà notevolmente purificata. E con ciò avremo fatto un grosso passo in avanti. Non si fa buona politica se non si rispettano i principi etici sui quali si fonda una sana democrazia. Il cittadino, l’uomo della strada, sente a lungo andare, per i partiti che hanno introiti poco leciti, la stessa ripugnanza che prova davanti a chi vive col denaro proveniente da affari non confessabili. E non è detto che nei prodotti che si acquistano perché ben propagandati la gente abbia molta fiducia. Basta infatti che cambi il nome dei cartelloni pubblicitari e lo slogan sui prodotti perché cambino anche… i gusti dei consumatori.

Il nostro ragionamento ci conduce ad una conclusione abbastanza semplice: i partiti che vivono del sostegno di interessati fiancheggiatori e di gente che si sente sicura dietro un tavolo dopo ver sborsato una certa somma non possono aspirare ad una duratura fiducia nel popolo.

Noi sardisti, che abbiamo posto alla base della nostra battaglia di redenzione una accentuata intransigenza morale (che ci fa parere talvolta addirittura ingenui), sentiamo l’orgoglio della nostra onestà.

Lo sdegno per gli “aggreppiamenti” e la provenienza dei fondi che sostengono la nostra lotta (chi ha mai pubblicato sui giornali liste di sottoscrittori così lunghe e vere come quelle apparse su Il Solco?) sono aspetti di questa nostra purezza. Gli uomini del PSd’A non sono mai comparsi in tribunale per aver abusato dei fondi loro affidati dai cittadini e non hanno mai avuto bisogno di scendere in piazza a proclamar “noi abbiamo le mani pulite”.

Così su “L’idea repubblicana”
Fra gli articoli del 1952 merita segnalare anche, recuperato in bibliografia da Carlo Figari, l’articolo “Lotte, vicende, moniti”, uscito nel numero di gennaio-febbraio de L’Idea repubblicana, periodico facente capo a Giulio Andrea Belloni, leader dell’ala… più sociale del repubblicanesimo italiano e, per qualche tempo, anche cosegretario nazionale del PRI. Presente in Sardegna in diverse circostanze, e tanto più in occasione della campagna elettorale regionale del maggio 1949 tutta spesa a favore delle liste del PSd’A, con lui, molto probabilmente, Marcello – al tempo appena ventenne – ha avuto occasione di prendere contatto e conoscerlo stabilendo, forse con la mediazione preziosa di Lello Puddu pure lui giovanissimo, un rapporto utile.

Ecco alcuni stralci dell’articolo che si sforza di fotografare quanto realizzato dalla Regione nei suoi primi due anni di vita (1949-1951):

Alcuni mesi sono passati dalla formazione di una nuova Giunta Regionale Sarda ed è lecito valutare, sia pure a grandi linee, l’attività di quest’organo confrontandola specialmente con l’opera svolta nei due precedenti anni di attività. […] la proporzione delle forze non consente alla DC di governare da sola. Perciò nei primi due anni di autonomia è stata alleata con il Partito Sardo di Azione al quale concedette importanti responsabilità, quali gli Assessorati all’Industria e Commercio, Agricoltura e Foreste e quello ai Trasporti. In questo periodo […] la Regione Sarda si è data un volto, impostando le più importanti riforme della prima legislatura regionale e cercando, malgrado l’avversione manifesta della burocrazia e del Governo centrale, di precisare i suoi compiti nell’ambito del suo Statuto speciale.

Si noti che l’organizzazione autonomistica della Sardegna si è iniziata praticamente con l’elezione del Consiglio Regionale, giacché l’Alto Commissariato che l’aveva preceduta non aveva preparato alcuno studio, né aveva pensato a risolvere alcuni dei tanti problemi che vengono a crearsi quando si dà vita ad un nuovo organismo. La prima seduta del Consiglio Regionale, ad esempio, fu tenuta nella sala delle assemblee del Comune di Cagliari “gentilmente concessa”. E’ stato, il periodo cui stiamo facendo cenno, un’epoca di lotta e di formazione nella quale si è constatato che alla guida del Consiglio Regionale sono stati i rappresentanti del Partito Sardo d’Azione.

Passando al campo dell’attività legislativa, diremo che sono stati ancora i Sardisti ad impostare la lotta conclusasi vittoriosamente (unica Regione in Italia!) contro il monopolio della energia elettrica; a costringere la SITA, altra Società monopolistica nel settore automobilistico, a spendere svariati miliardi per adeguare i suoi servizi, pena la decadenza della concessione di molte linee; ad incrementare la piccola industria e l’artigianato con una serie di leggi che concedevano mutui a lungo e medio termine; a favorire l’aumento della produzione agricola con la concessione di mutui per miglioramenti fondiari in proporzioni addirittura triple rispetto a quelli concessi dal Governo centrale. Si aggiunga che, sempre ad opera del Partito Sardo d’Azione, era in preparazione un progetto di riforma agraria che avrebbe rivoluzionato l’agricoltura tipicamente arretrata e tradizionalista dell’Isola.

Un primo atto di questa profonda opera di rivolgimento sociale era stata data da un progetto di legge caduto per l’ostilità sia dei democristiani che dei comunisti, contenente una serie di norme che costringevano i proprietari di terreni adibiti a pascolo a coltivarne razionalmente una porzione. Secondo calcoli prudenziali quella legge avrebbe dato lavoro a due terzi dei disoccupati agricoli dell’Isola. Su questo terreno, veramente rivoluzionario, giacché prevedeva la concessione dei pascoli da parte di cooperative nel caso i proprietari rifiutassero di coltivare, i democristiani, nella loro maggioranza conservatori, non potevano certo seguire il Partito Sardo d’Azione. Perciò respingendo una legge sul bilancio già approvato dalla giunta e dalla competente commissione di Consiglio, i democristiani aprivano la crisi chiedendo un allargamento a destra (luglio del ’51). Per destra essi intendevano i monarchici ed i fascisti che avrebbero dovuto in una Giunta color fantasia, controbilanciare le istanze sociali dei sardisti. I sardisti rifiutarono questo ibrido connubio di forze repubblicane e monarchiche, democratiche e totalitarie, progressiste e reazionarie e la Democrazia Cristiana governa da quattro mesi con l’appoggio dei nemici del popolo sardo, dell’Autonomia, della Repubblica, della Democrazia. […].

L’immobilismo più sfacciato caratterizza l’azione politica dell’attuale maggioranza, basta ricordare che le popolazioni duramente colpite dalla recente alluvione non hanno ancora avuto alcun aiuto concreto, quale poteva essere, ad esempio, la costruzione di opere pubbliche utili che alleviassero, nel contempo, la disoccupazione; che del bilancio della Regione per il ’52 portato all’esame del Consiglio è stata rimandata la discussione per il pericolo che non venisse approvato dagli stessi democristiani; che infine il Consiglio Regionale, presieduto da un democristiano ex qualunquista e di fede dichiaratamente monarchica, si è riunito, in quattro mesi, tre o quattro volte, senza discutere alcuna legge importante.

Tanto abbiamo voluto dire, trascurando la sterile e vuota opposizione dei social-comunisti, rappresentata al Consiglio da incompetenti funzionari di Partito perché sia chiaro a quanti hanno a cuore l’Istituto regionalistico, che una sola è la strada perché esso si rafforzi: la lotta a fondo contro i partiti irreggimentati e contro le forze reazionarie che dominano il nostro paese; lo sviluppo di quelle energie politiche locali che, nel rispetto della Costituzione repubblicana, dimostrano di essere aderenti alla realtà peculiare di ogni regione.

Fra congressi e scritti nella metà degli anni ’50
Gli appuntamenti più significativi del decennio, strettamente relativi al Partito Sardo d’Azione, sono i seguenti: congressi regionali (l’XI e il XII) del novembre 1953 e dell’aprile 1957, convocati rispettivamente ad Oristano ed a Cagliari; turni elettorali politici del 1953 (lista autonoma) e del 1958 (in collegamento con Comunità e il Partito dei contadini), regionali del 1953 e del 1957, amministrative del 1956 e del 1960 (dopo che nel 1952).

Nello stesso periodo sono due gli episodi di maggior rilievo, sul piano tutto privato, riguardanti Marcello Tuveri: la laurea nel 1954, il matrimonio con Marcella Pilia – docente della scuola pubblica e figlia dell’ogliastrino Egidio Pilia (eminente intellettuale ed uno dei fondatori del PSd’A) nel 1958. La famiglia si allieterà, nel tempo, di due figli – Anna Maria e Maurizio – purtroppo poi anche abbuiandosi quando una crudele malattia strapperà alla vita, quindicenne appena, Maurizio.

A dire della laurea conseguita, in perfetta tempistica, con una tesi sui “Controlli dello Stato nella potestà legislativa della Regione Sarda”. E’ una stagione, questa dei mediani anni ’50, di studi specialmente orientati, nelle università isolane, alla novità intervenuta nell’ordinamento della Repubblica con la costituzionalizzazione dell’autonomia sarda (oltre che delle altre regioni a statuto speciale: Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta; verrà anni dopo anche il Friuli Venezia Giulia). I colleghi Efisio Piras ed Efisio Orrù, nella stessa sessione, trattano infatti de “Gli organi costitutivi della Regione Sarda” e de “La natura giuridica dell’Ente Regione”. Così sarà anche l’anno successivo.

La conclusione degli studi avvia il Nostro all’impiego, per alcuni anni, presso la stessa università di Cagliari, prima importante tappa di un corso professionale che proseguirà negli uffici della Programmazione regionale (negli anni della Rinascita) e, dal 1972, alla direzione generale – conquistata per concorso – dell’Azienda Regionale Sarda Trasporti.

Intanto, comunque, continua con impegno la militanza nel Partito Sardo Azione che vive, nel decennio, una sostanziale fase di… stanca, provocata anche dalla modestia dei risultati elettorali, dalla perdita della rappresentanza parlamentare e dalla riduzione di quella consiliare regionale, cui offrono rare occasioni di risveglio ora la ipotesi di un cartello di “terza forza” laica a livello nazionale (nel 1955), ora la sindacatura Mastino a Nuoro (nel quadriennio 1956-1960), ora l’alleanza con Olivetti (nel 1958) nella fiducia che l’emigrazione sarda nelle maggiori città del continente possa irrobustire di voti le liste elettorali e promuovere una rinnovata rappresentanza almeno a Montecitorio. In questo stesso quadro perde temporalmente consistenza la prospettiva di un’alleanza formale con i repubblicani e con i radicali (costituitisi in partito, questi ultimi, nel 1955 con una scissione da sinistra del Partito Liberale Italiano): una prospettiva cui la presenza al congresso sardista del 1957 di Ugo La Malfa e Max Salvadori aveva offerto motivi non banali.

Nella varietà dei diversi momenti sembra interessante registrare la riflessione critica di Marcello Tuveri consegnata alle pagine de Il Solco che purtroppo, almeno fino al 1958 (quando interverranno i soccorsi finanziari di Adriano Olivetti), soffre di una continua precarietà, rinunciando alle serie e affidandosi soltanto ai numeri unici.

Nella tarda primavera 1953 prima le politiche, poi le regionali, fotografano il grado di sentimento dell’elettorato isolano per il Partito Sardo. Ed è un crollo, o comunque un consistente indebolimento rispetto ai turni del 1948 e del 1949. Finisce la prima deputazione nazionale di Giovanni Battista Melis ed anche Luigi Oggiano deve lasciare il Senato (insieme con Mastino, essendo cessata quella prima legislatura cui la 3.a norma transitoria della Costituzione ha affidato l’ideale ristoro ai parlamentari dichiarati decaduti dal fascismo nel 1926). In Consiglio regionale i seggi da sette diventano cinque.

A restare alle politiche: sono 25.080 i voti del 1953 (percentuale del 3,9), contro i 61.928 raccolti cinque anni prima (percentuale del 10,25), quando pure si era sfiorata l’elezione del secondo deputato; si portano a 27.799 (e la percentuale scende al 3,8) nel 1958, quando il partito si allea con Comunità ed il piemontese Partito dei contadini. E’ soltanto la circoscrizione nuorese a superare le due cifre percentuali ed entrambe le volte, pur nella sterilità del risultato, è da registrare la migliore performance nelle candidature senatoriali (il doppio che alla Camera), come a dire che a fare la differenza sono la più marcata anzianità dell’elettorato e la più efficace attrazione dei candidati proposti nell’uninominale. Relativa marginalità, dunque, non soltanto nel Sassarese ma ora anche nel Cagliaritano – penalizzato dalla fuoriuscita dei sardosocialisti lussiani – in quanto ai territori, ma anche nelle simpatie delle quote giovanili.

Come detto, è simile la tendenza alle regionali: contro i 60.525 voti del 1949 (percentuale 10,45), la raccolta del 1953 è di 43.224 (percentuale 7,0) e quella del 1957 è di appena 40.214 (percentuale 6,02). Migliorerà, ma non di molto, la resa del 1961: 50.039 voti (percentuale 7,23), ancora con cinque seggi in Consiglio.

A guardare ai risultati delle amministrative il sorriso è ancora più spento. Perfino difficile è fare la conta delle comunali, ché in numerosi centri – anche medio-grandi – la presenza delle liste è rapsodica, quasi occasionale (così nel 1956 come già nel 1952, tentandosi qua e là qualche accordo con partiti più o meno prossimi). Puntando l’analisi sulle provinciali emerge che a fronte dei 78.317 suffragi del 1946 – al nuovo esordio democratico dell’Italia non ancora repubblicana (si è votato ad aprile) – sono soltanto 47.495 (percentuale 8,02) quelli del 1956, con il quasi dimezzamento nel Cagliaritano e nel Sassarese ed una contrazione di circa un terzo nel Nuorese. E ulteriormente limati saranno i dati del 1960: 46.120 (percentuale 6,90).

Il doppio insuccesso del 1953 – così per il calo dei voti tanto alle politiche quanto alle regionali – e la perdita della rappresentanza parlamentare – da tre a zero – così come la contrazione dei seggi in Consiglio regionale azzoppano quasi mortalmente il Partito Sardo: tanto più che si profila per l’intera seconda legislatura regionale una sequenza di giunte non soltanto a guida democristiana, ma costituite interamente da democristiani e, per di più, appoggiate dalla destra. Per sei mesi governa, ancora con un monocolore, Crespellani; per pochi mesi gli succede (ancora con la benevola astensione sardista) il dc Alfredo Corrias – esponente oristanese peraltro assai stimato in ogni settore della vita pubblica – che poi, per un anno intero (giugno 1954-giugno 1955) varerà un bicolore DC-PSd’A, dando spazio a Giangiorgio Casu e Pietro Melis rispettivamente all’Agricoltura e foreste ed agli Enti locali e trasporti. Per quasi tre anni e mezzo toccherà poi a Giuseppe Brotzu di guidare, in successione, due giunte “sdraiate a destra” e avversate duramente dal PSd’A: due anni nella seconda legislatura (1955-1957), un altro anno e più nella terza. Soltanto dopo, dal novembre 1958, con Efisio Corrias presidente, i sardisti torneranno al governo regionale.

Focus 1953, 1955…
Tornato alla guida del partito all’indomani del congresso del 1951, e libero ormai dagli impegni parlamentari, Giovanni Battista Melis convoca il nuovo congresso nell’autunno del 1953 a Cagliari. Il tema alto e drammatico che si pone alla riflessione degli oltre duecento delegati è riassunto dal sen. Mastino, presidente dell’assemblea, in queste parole: «Noi dobbiamo decidere oggi se il partito possa continuare a vivere». La sensibilità autonomistica, con maggiore o minore pregnanza, è ormai presente in tutte le forze politiche, qualcuno considera esaurita la missione “seminatrice” del Partito Sardo.

Nella sua conversazione (del 10 luglio 1991) con Salvatore Cubeddu, Marcello Tuveri rende la sua testimonianza rievocando soprattutto il clima creatosi nel partito durante e dopo l’episodio elettorale su cui aveva aleggiato lo spirito della cosiddetta “legge truffa”…

Il congresso del 7-8 novembre 1953 – ecco le sue parole – risentiva ancora della polemica precedente alle elezioni. I quattro-cinque mesi che avevano preceduto la consultazione elettorale erano stati mesi di estrema sofferenza all’interno del PSd’A. Il dibattito era stato feroce, contrapponendosi all’interno del partito due anime: quella democratico-liberale, rappresentata da Mastino e Oggiano, che respingeva in maniera assoluta l’apparentamento con la DC, e quella cattolica rappresentata da Anselmo Contu, che aveva fatto il presidente del Consiglio con l’accordo dei democristiani e che da loro era considerato benevolmente. Titino Melis aveva un problema essenziale, quello di mantenere e di assicurare uno sbocco alla forza elettorale del partito. Avvertiva cioè, da uomo politico di grande sensibilità quel era, che nella lotta tra i due colossi (DC e PCI) la posizione del PSd’A, come partito regionale, difficilmente avrebbe potuto tenere. Lo scontro della guerra fredda era il più violento in quegli anni: è il periodo più buio dello stalinismo, del conflitto tra Russia e America, della guerra di Corea.

Titino Melis, che era laico quanto Mastino e Oggiano come formazione culturale e atteggiamento mentale, ravvisa nell’ “apparentamento” l’ancora di salvezza (la più frequente polemica con i sardisti, allora, era: «avete ragione ma siete pochi e non contate niente!»).

L’alleanza con la DC era originata dalla consuetudine, nata durante il periodo fascista, tra l’on. Antonio Maxia e l’on. G.B. Melis, consuetudine nutrita di amicizia personale, la stessa professione di avvocato, la militanza antifascista e l’amicizia personale profonda, pur piena di contrasti e di accesi furori. Lo stesso Maxia ha certamente faticato a fare accettare alla Democrazia Cristiana l’apparentamento con il Partito Sardo d’Azione perché, nonostante l’alleanza nella prima legislatura, il fatto e i modi della rottura avevano lasciato rapporti non certo ottimi.

Ma allorché nel Consiglio regionale del partito Mastino e Oggiano sostenevano che la legge era «una legge truffa e una vergogna», che dare un premio di maggioranza significava preparare tempi oscuri e il fascismo all’Italia, Anselmo Contu ricordava giustamente che, a sostenere questa legge, non era solo la DC, ma persone di squisita formazione antifascista e democratica come G. Saragat, liberali come L. Einaudi, azionisti di area laica come Salvemini.

Quindi l’XI congresso ha come sottofondo queste polemiche che traspaiono nelle posizioni che vengono qui a contrapporsi. Difatti, a decidere sull’alleanza elettorale fu anche il vero e proprio referendum che si svolse nelle sezioni: sezione per sezione si votò per decidere a favore o contro; in tutta la Sardegna, dovunque le sezioni fossero organizzate, i tesserati votarono riuniti in assemblea. E vinse il sì all’alleanza, tra gli iscritti più che tra i dirigenti… Ma l’alleanza non aveva portato alcun risultato; una delle parti in qualche modo ne faceva carico a Titino Melis che pure, come espressione unitaria del partito, aveva sentito nel profondo la lacerazione della scelta.

La parte ampiamente prevalente del dibattito, una volta generalmente condivisa la volontà – ribadita dal direttore uscente – di non ammainare la bandiera, è quella di riorganizzare il partito e decidere come fare, ancora in autonomia (mentre non è mancato chi abbia rilanciato l’idea del collegamento con le forze del centro laico, sostenuta da Contu, Diliberto e altri): si parla di collegialità (attorno al direttore regionale) e di nuovo volontarismo, di costo delle tessere ed autofinanziamento, di un apprestamento funzionale in vista di un nuovo congresso di grande rilancio. L’affaccio ideologico (la prospettiva «dello Statuto Federale per la Sardegna», una visione «del divenire sociale, socialista non statalista») è timido, si capisce che non è tempo. Per il resto è la conferma dell’impegno per la difesa «delle prerogative attuarie della Regione», la rivendicazione «dei diritti derivanti alla collettività sarda dagli articoli 7-8, 12 e 13 dello Statuto regionale sino alla completa attuazione del piano organico per la rinascita economica e sociale dell’Isola», e così anche della perequazione del sistema tributario nazionale.

Conclusione: un direttorio allargato con Melis, Mastino e Oggiano, Contu e Soggiu, Cambule e Piretta, in rappresentanza di tutti i territori governerà il partito. La linea politica appare disomogenea: è l’opinione ancora di Marcello Tuveri che commenta: «L’ordine del giorno finale è un capolavoro di sintesi tra le diverse istanze, fatta da una mente lucida, preparata, consapevole qual era quella di Pietro Melis».

S’è detto: pur in posizione di astensione nella fiducia, il Partito Sardo sostiene i monocolori Crespellani e A. Corrias e finalmente, nel giugno 1954, rientra pienamente in gioco assumendo due assessorati di rilievo – l’Agricoltura e gli Enti locali e trasporti – per i consiglieri Casu e Pietro Melis. Il lavoro di un anno. Poi la svolta democristiana che privilegia interessi che sono sotto l’ombrello della destra.

Ed è in questo ultimo contesto che Marcello Tuveri riprende una sua visibilità, sia pubblicando diversi articoli su Il Solco sia svolgendo a Santulussurgiu la relazione di base al convegno giovanile (“universitari e autodidatti”) convocato ai primi di settembre del 1955.

Gli articoli escono rispettivamente il 28 agosto 1955 (“Prospettive inesatte”) e il 25 settembre (“I Comuni e lo Stato” con sommario: “Il Ministro dell’Interno annuncia nuove misure restrittive delle autonomie locali”).

Il primo commenta l’iniziativa assunta dall’on. Giorgio Tupini, di nuova riflessione sulla questione meridionale, cogliendo lo spunto dalla presentazione della rivista Prospettive meridionali. Alla affermazione di fondo dell’esponente democristiano circa la positività delle politiche governative attuate per ridurre lo storico e strutturale divario fra nord e sud, risponde l’articolista elencando le situazioni che chiaramente denunciano la piena permanenza di quello scarto. Ad iniziare, tabella dopo tabella, dai differenziali nella capacità di acquisto del mercato (media dei consumi rappresentativi): 19 per cento il sud, l’81 per cento il nord. E così l’occupazione operaia, i volumi degli investimenti pubblici e privati, ecc.

La conclusione è in chiave sarda:

L’Isola, che non ha mai fruito in passato di provvidenze creditizie, e che ha visto sorgere con notevole ritardo la sezione di Credito Industriale del Banco di Sardegna, ha perduto persino le magre possibilità offerte dalla legislazione statale per le industrie del Sud.

Basti pensare, oltre al fatto che il fiscalismo dei crediti assume nei nostri confronti un tale rigore da rendere insuperabili le deficienze economiche ambientali, che degli 80 miliardi (sopra citrati) la Sardegna ne ha ottenuto soltanto 5. Tale dato confrontato con le possibilità industriali, con la popolazione e con il territorio dell’Isola, ci consente di rilevare che, nelle occasioni offerte da vari prestiti a tasso di favore, oltre che essere stati “buggerati” come “meridionali” lo siamo stati come “sardi”.

Infatti criteri di giustizia distributiva consiglierebbero che alla Sardegna venisse corrisposto almeno il 12 per cento dei fondi che vengono devoluti al Sud. Negli anni che vanno dal 1944 al 1953, i cinque miliardi suaccennati hanno potuto garantirci meno del 4 per cento degli investimenti dello Stato in tale direzione. Tanto diciamo, tacendo la recente esclusione della Sardegna da un prestito di 70 milioni di dollari e il palese ostruzionismo ministeriale all’attuazione del piano di Rinascita, perché sia chiaro che la questione meridionale e la questione sarda son tutt’altro che chiuse con gli interventi statali del secondo dopoguerra. Il problema non è, come afferma l’on. Tupini, di «integrare l’opera intrapresa», ma di rivoluzionare il criterio di valutazione sin qui seguito perché sia annullata la dicotomia geografica del nostro Paese, e la Sardegna possa considerarsi italiana anche di diritto.

L’altro articolo che ho richiamato fa riferimento a nuove regolamentazioni delle autonomie degli enti locali. Parlando a Recoaro il ministro Tambroni – titolare del dicastero dell’Interno nel tripartito DC-PSDI-PLI a presidenza Antonio Segni (appena succeduto a Mario Scelba presidente del Consiglio e ministro dell’Interno) – s’è qualificato, e fatto qualificare dalla stampa amica, come «tutore e difensore dei legittimi interessi dei Comuni italiani». La cosa, all’apparenza innocua, nasconde invece una filosofia politica che all’articolista appare inappropriata e anzi inaccettabile.

Sino a prova contraria – scrive – ci pare di poter affermare che […] i Comuni hanno avuto un costante violatore dei loro interessi (sia pe le scarse possibilità tributarie che sono lasciate loro, sia per il peso dei controlli in tutti i loro atti, etc.) nello Stato con la sua organizzazione periferica delle prefetture [e] perché i Comuni non hanno e non debbono avere, se la democrazia vuol fondarsi rettamente sull’autogoverno, una più o meno pressante tutela come i pupilli, ma finalmente possono considerarsi maggiorenni.

L’insistenza con cui da Roma (dal ministero ma anche dalla DC) si ammonisce la rete comunale a limitarsi alla amministrazione e a non… sconfinare nella politica rivela un intento repressivo che pare giusto contrastare.

Trent’anni di dottrina politica hanno identificato nell’accentramento, di cui il fascismo non è stato che un momento caratterizzato dalla esasperazione dittatoriale, uno dei più profondi mali dell’organizzazione statale italiana. Da vari decenni la giurisprudenza italiana ha studiato il concetto di autonomia ed ha constatato che tanto lo Stato che i Comuni amministrano ugualmente interessi generali e che i Comuni godono di fronte allo Stato di una sfera nella quale allo Stato è inibito ogni intervento. Tanto diciamo a prescindere dai diritti riconosciuti alla Regione in materia e sui quali pure gioverebbe intrattenersi...

Amministrare significa – è la conclusione di un lungo ragionamento preoccupato e perfino indignato – operare su di un piano di subordinazione, agire in sottordine, in esecuzione di direttive altrui. Se si connette questa nozione con quello che è stato uno dei motivi conclusivi del discorso, si comprende perfettamente dove si vuol giungere: «D’ora in avanti – ha ammonito il ministro – i prefetti dovranno occuparsi più da vicino del funzionamento delle amministrazioni comunali… per impedire che dal metodo di amministrare le finanze comunali derivi una deviazione di mezzi per servire a scopi politici»…

Tale orientamento, nel quale si ravvisa la volontà dichiarata di controllare sempre più i Comuni, congiunto al richiamo ad una «patria unita, ordinata, disciplinata» ci ha fatto pensare, lo confessiamo, a qualcosa di peggio che al qualunquismo. Ci ha richiamato alla memoria uno stile autoritario ed antidemocratico – proprio perché antiautonomista – tipico di un regime che i lutti e le sciagure non riescono a farci dimenticare.

Al convegno di Santulussurgiu
Allo stesso settembre del 1955 rimonta il convegno giovanile, presso il Centro di cultura popolare del Montiferru, cui si dà il titolo di “Sardegna d’oggi” e che, per alcuni versi almeno, rappresenta uno sviluppo delle premesse seminate nel congresso universitario di Cagliari del dicembre 1954. La tensione verso un futuro dell’Isola che per molta parte dovrà poggiare sulle competenze e la visione politica, in senso ampio, della nuova generazione giunta alla maggiore età nel dopoguerra, è quanto attraversa ed ispira le diverse relazioni (fra esse quella di Antonio Cossu, prossimo sardista olivettiano, di Alfredo Roncioni, sulle comunità agricole isolane, di Giuseppe Contini, sull’attuazione statutaria regionale, ed Antonio Caratzu che tratta in specie della lotta all’analfabetismo che permane, seppure in misura più contenuta che in passato, fenomeno di massa).

Il resoconto steso da Marcello – adesso giovane 26enne e proiettato nella carriera pubblica – è riportato, in sintesi, su Il Solco dell’11 settembre. Esso registra quanto la questione giovanile sia entrata, almeno teoricamente, nella progettualità non soltanto della classe dirigente politica sarda, ma anche di ampie quote della società professionale ed economica così come del sindacato. Per converso registra anche l’esistenza di un certo processo di autocoscienza che il ceto giovanile di quella parte mediana del decennio sembra aver azionato interrogando se stesso sul ruolo che esso deve svolgere nei passaggi evolutivi che attendono la Sardegna proiettata nel nuovo modello di sviluppo, tra modernità e integrazione nel rispetto delle sue peculiarità. Ecco il punto:

Dato fondamentale di tale atteggiarsi non ancora organico è la assoluta spontaneità della battaglia e il conseguente rifiuto degli schemi politici di qualche anno fa: qualunquismo, fascismo, comunismo e dc. Unico dato certo cui si ricollegano i giovani in questo momento è il sardismo, inteso in senso ampio, non ancora dottrinalmente compiuto, ma lontanissimo da coloro che del sardismo assumono tatticamente l’atteggiamento verbale.

Dalla relazione di Marcello Tuveri e dalle altre risaltano istanze che, nel mondo rurale soprattutto, vagheggiano sistemazioni sociali e forse utopistiche forme comunitarie (in qualche modo imparentate con la visionarietà, tradotta però in cose concrete, di quell’Adriano Olivetti che il PSd’A incontrerà nel giro di pochi anni) e che però sembrano cozzare con una certa ingessatura che la generazione ora al comando, anche nel Partito Sardo, fatica a comprendere per non dire che impedisce di comprendere fino in fondo.

Il problema dei giovani al congresso provinciale di Cagliari
Tratterà direttamente l’argomento qualche mese più tardi, Marcello, al congresso provinciale di Cagliari del marzo 1956, convocato al cine-teatro Ariston. A quasi tre anni di distanza dal congresso regionale, con Giovanni Battista Melis saldamente alla guida del partito e nella (apparente) calma piatta per assenza di chiamate elettorali, questa assemblea provinciale cagliaritana pare segnata da un missione di portata che travalica il dato puramente territoriale. Provenienti da Nuoro e da Sassari i quadri dirigenti del partito convergono tutti sul capoluogo e ascoltano e si fanno una idea o imbastiscono una speranza (o un timore) di cosa sarà il futuro. Intanto però ancora si pena – ed è pena di tutti! – sotto le giunte di centro-destra di Giuseppe Brotzu e gli stanchi governi centristi a Roma (Pella, Fanfani, Scelba, Segni, saranno poi Zoli, e ancora Fanfani e ancora Segni e poi Tambroni)…

Nella imminenza adesso del voto amministrativo, ad un anno soltanto dal voto per il rinnovo del Consiglio regionale, e senza che nulla di risolutivo sembra si sia fatto per il rilancio organizzativo del partito, il congresso è di fatto un convegno (come ben ha sottolineato Salvatore Cubeddu, cf. pag. 199 del suo Sardisti) e Marcello Tuveri – presente anche nell’ufficio organizzativo dell’evento – ne sembra il mattatore.

Sì, Giovanni Battista Melis colpisce duro sull’esecutivo Brotzu qualificandolo fascista ed addebitandone l’esistenza nientemeno che a Segni e Piero Soggiu riferisce dettagliatamente circa le fatiche dei consiglieri regionali che non trovano spazi in un Consiglio incapace di una dialettica che sia effettivamente costruttiva, ma la novità, forse anche per la organicità della rappresentazione, è stavolta proprio la relazione che il giovane Tuveri offre alla riflessione generale. Il giornale del partito la pubblica integralmente nel numero del 24 marzo. Titolo: “Il problema dei giovani e il Partito Sardo d’Azione” (e sommario: “Il sardismo è stato creato da giovani che sbloccarono rivoluzionariamente la situazione di chiusura clientelistica delle vecchie classi dirigenti. Il nostro sforzo deve essere rivolto a ricreare il clima di lotta del primo dopoguerra”).

Eccone il testo:

Amici congressisti, non è facile in un Partito come il nostro parlare, da giovane, dei problemi e delle esigenze dei sardisti della terza generazione.

Non è facile perché il Partito Sardo è stato creato da giovani che con la loro iniziativa avevano rivoluzionariamente sbloccato la situazione di chiusura clientelistica delle vecchie classi dirigenti.

Questo atto di origine ha fatto sì che è stato per lungo tempo ed è, direi, impossibile distinguere un atteggiamento giovanile indipendente dalla tradizione del Partito.

Anzi, se c’è un modo valido di proporre qualcosa da parte della gioventù sardista e di tutta la gioventù sarda è nella rivalutazione del più importante avvenimento storico della Sardegna di questo secolo, il movimento combattentistico ed il Partito Sardo d’Azione.

Per cui è costante in noi lo sforzo di ricreare, nelle mutate condizioni politiche, intorno alla idea centrale dell’autonomia, concepita come fatto rivoluzionario e non come meschina riforma burocratica, il clima delle lotte che hanno dominato l’Isola nel primo dopoguerra.

Testimonianze di questo nostro richiamo al passato della precedente generazione giovanile si hanno scorrendo gli atti del Convegno Universitario Sardo del dicembre 1954. «… E’ un processo storico al quale la Sardegna cominciò a partecipare come protagonista con la prima guerra mondiale e precisamente con l’esperienza del Partito Sardo d’Azione, in cui bene intravvide Piero Gobetti il nucleo iniziale di quel movimento rinnovatore che sostenendo le prime organizzazioni agricole del Sud, tentava il primo effettivo inserimento del popolo sardo e meridionale nella storia d’Italia».

Vorrei parlare di un altro importante fatto che dimostra l’interesse che il Partito Sardo riveste per i giovani.

Universitari di Sassari e di Cagliari pongono da vario tempo il problema della loro azione politica alla fine degli studi, in termini che possono definirsi commoventi per la spontaneità della loro manifestazione: «Se il Partito Sardo non fosse esistito – hanno detto più volte questi amici – noi lo avremmo inventato».

Nessuna verifica più chiara di questa possiamo offrire della giustizia delle nostre posizioni.

Noi, privi di mezzi, fiaccati in un battaglia di interessi giganteschi, abbiamo l’orgoglio di trovarci nel corso della nostra lotta al fianco di persone che hanno maturato con originalità e fuori della nostra propaganda, con assoluta spontaneità, le idee che guidano il Partito Sardo.

Questo accade in Sardegna mentre negli altri partiti è costante il lento abbandono dei giovani dalle posizioni di lotta per chiudersi nel piatto ossequio verso gli anziani più forti che dispongono di posti di lavoro e di remunerati impieghi.

Quanto è stato affermato se vale, in piccola parte, a chiarire il significato di una partecipazione giovanile alla battaglia sardista, pone però, automaticamente, il problema della gioventù sarda all’attenzione del Partito dei Sardi.

E’ il caso di dire che la questione dei giovani non è un problema di settore, come può apparire da un certo angolo visuale, ma investe tutta la struttura della società regionale.

Nessun problema economico e sociale può essere imposto senza tenere presente l’importanza dell’elemento demografico, delle forze umane, cioè, che debbono essere al centro di ogni rinnovamento e di ogni evoluzione.

I giovani non sono solo i lavoratori, i dirigenti, gli imprenditori e di intellettuali di domani, quasi strumento che si affida – come tanti altri – allo svolgimento del caso. Costituiscono – e le loro manifestazioni in seno alle organizzazioni politiche ce ne danno costante riprova – un grosso problema dell’oggi.

Problema che va affrontato, è bene dirlo, con il tradizionale senso di concretezza politica che il Partito ha avuto sin dalle origini. Perciò niente nebulose prospettive ed oscure tematiche. Vanno ricercate piuttosto soluzioni positive alla luce della situazione obiettiva.

Accenno così al problema fondamentale dell’assorbimento delle nuove leve del lavoro.

Si può dire, in genere, che la disoccupazione strutturale e la sottooccupazione della Sardegna grava soprattutto sulle classi al di sotto dei venticinque anni. Il numero delle domande di sardi che chiedono di arruolarsi nei Carabinieri e nella Guardia di Finanza non figura tra i dati che avremmo voluto poter considerare, ma riteniamo – per conoscenza comune – che non possa considerarsi marginale rispetto al nostro problema. Sta di fatto che, al costante aumento del tasso di natalità (tra i più alti d’Italia) non corrisponde affatto un incremento dei posti di lavoro.

Una cifra può essere citata a titolo esemplificativo: a Carbonia, nell’aprile 1955, sono stati licenziati 2.000 operai. I nuovi posti di lavoro stabile che il settore industriale offre in provincia di Cagliari sono 350 all’anno.

Prendiamo in esame un attimo i dati sulla disoccupazione sarda.

Si sa che il rilievo di queste cifre, effettuate dagli uffici competenti in funzione del collocamento, non ci fornisce un quadro completo del fenomeno. Tuttavia va rilevato che un’inchiesta del settembre 1952 ci dava su 30.000 disoccupati in tutta l’Isola 14.000 persone in gran parte giovani. Quasi la metà dei disoccupati in cerca di lavoro erano al di sotto dei 21 anni.

Inquadrato questo elemento in relazione alla percentuale della popolazione attiva su quella globale, il fenomeno diventa veramente preoccupante ed assolutamente nuovo per le altre regioni italiane.

Si tenga presente che la [disoccupazione] oggi è andata progressivamente [aumentando fino a] raggiungere, al 31 luglio 1955 (cioè in un mese nel quale il lavoro sia agricolo che industriale raggiunge le punte massime) la spaventosa cifra di 52.777 unità.

La percentuale dei giovani in cerca di lavoro non accenna a diminuire: essa raggiunge oltre il terzo della cifra globale.

Su 100 nuovi iscritti alle liste di collocamento solo 50 possono essere avviati al lavoro; ed il fenomeno – per ammissione degli stessi responsabili della politica del lavoro in Sardegna – non dà segno d’essere in via di esaurimento.

Di recente in campo nazionale, nella presunzione di porre riparo al fenomeno della disoccupazione giovanile è stata approvata la legge Vigorelli sull’apprendistato.

Orbene su questo piano è appena il caso di ricordare che le imprese industriali, capaci di assumere apprendisti è limitatissimo e la legge servirà a consentire – nonostante le pene previste – un più razionale sfruttamento della mano d’opera giovanile, generalmente non qualificata.

Esiste un problema dei ragazzi che, specie nella città, alimentano continuamente le file dei “commissionari” e dei “fattorini”. Questo vuol dire che ragazzi sui 14-15 anni passano da una ditta all’altra, lavorando indifferentemente in un bar o in una calzoleria, da un barbiere, da un negoziante, senza apprendere alcun mestiere.

Difficilmente la legge Vigorelli risolverà questo ed altri problemi.

Le leggi elaborate a livello nazionale sono quasi sempre un fallimento. Le leggi nazionali in materia di lavoro sono sempre e sicuramente una rovina per la Sardegna.

Valga per tutti l’ultimo esempio della legge sulla abolizione delle ore di lavoro straordinario nel settore industriale. In tutta la provincia di Cagliari, a distanza di qualche mese, il numero delle persone occupate in conseguenza di quel provvedimento ha raggiunto la cifra di 81 unità.

A completare il quadro della disperata situazione occupativa si è aggiunta la assenza dello Stato nell’indirizzare una organica preparazione professionale dei giovani.

In un mondo che si avvia verso la meccanizzazione e l’alta specializzazione in Sardegna si vanno moltiplicando le scuole ad indirizzo umanistico e si accentua la deleteria tendenza ad avviare gli adolescenti verso le cosiddette professioni liberali.

Esiste quindi il problema di spostare l’indirizzo degli studi per una gran massa di giovani.

Due parole sentiamo di dover dire anche sui corsi professionali. Questi corsi, istituiti dallo Stato e dalla Regione, hanno lo scopo di formare una mano d’opera specializzata.

Ebbene, fatta eccezione per limitati settori agricoli, questi corsi non hanno raggiunto affatto lo scopo. In primo luogo perché i programmi che svolgono costituiscono appena un inizio della specializzazione. In secondo luogo perché la loro breve durata non può far pervenire il giovane alla formazione necessaria per essere considerato qualificato.

In ordine a questo problema si impone la creazione di istituti veri e propri aventi carattere puramente professionale e pratico, che possano mettere l’allievo in condizioni di seguire fin dalle prime fasi la sua futura attività lavorativa anche a contatto con specializzati in seno alle imprese operanti.

Bisogna pensare a far sì che la disoccupazione cessi di essere incrementata dall’apporto costante e così grave delle giovani leve.

Se passiamo ad esaminare il problema della crescita culturale delle nuove generazioni sarde, la situazione non è meno sconfortante. Ritorna qui, come tema dominante della nostra sintesi, la deficienza di un ordinamento scolastico che non risponde alla sua funzione orientativa, limitandosi a dare una preparazione del tutto disinteressata rispetto alla situazione reale dell’economia regionale.

La preparazione dei ragazzi oscilla in Sardegna, nella maggior parte dei casi, tra due situazioni o “scuola senza lavoro” o “lavoro senza scuola”. Manca la capacità degli enti responsabili di far librare la scuola tra i due limiti estremi dell’accademismo e del tecnicismo. Non mi soffermerò molto su questo problema. Ancora oggi tra le fonti che ritengo più autorevoli in proposito stanno gli atti del Convegno Universitario Sardo. […].

E’ nota a tutti la profonda frattura esistente tra studi e professione, nei diversi ordini di insegnamento. Né è meno grave la situazione dal punto di vista delle attrezzature. Il numero degli edifici scolastici per l’insegnamento primario in provincia di Cagliari era, sino allo scorso anno, di 137. Per soddisfare le esigenze della scuola elementare ne dovrebbero essere costruiti altri 1.475. Più della metà dei giovani delle scuole elementari fruisce di locali assolutamente inadeguati.

Su 100 giovani del Distretto di Cagliari, alla visita di leva nel 1952, 55 erano analfabeti.

La percentuale dei giovani che proseguono gli studi oltre le elementari è del 15% contro la media nazionale del 21%.

Nonostante le notevoli lacune nel settore della scuola professionale si ostacola la istituzione di scuole di avviamento. Così contro una percentuale nazionale del 55,2%, iscritti a tali scuole, la nostra Isola offre una percentuale del 33,33%. In sintesi può dirsi che la situazione giovanile richiede un energico impegno del Partito ed una prova di coscienza da parte dei giovani che in esso militano.

I due fondamentali termini del problema (mancanza di sufficiente sviluppo produttivo, inadeguatezza degli istituti di istruzione vanno affrontati, discussi e avviati a soluzione. Ma soprattutto bisogna rendere partecipi le masse giovanili sarde della complessità dei loro problemi, fornendo loro un valido strumento di rivolta e di costruzione di una nuova realtà.

E’ qui che ritengo utile sottoporre alla attenzione del Congresso la opportunità di rafforzare il Movimento Giovanile Sardista. Non si tratta di creare un partito nel Partito, in termini polemici, ma di conquistare gradatamente, nella linea del sardismo correttamente interpretato e vissuto, una autonomia tecnica nel settore giovanile. Questa autonomia tecnica ci consentirebbe di esplicare quella funzione di iniziativa e di guida nel mondo giovanile, che l’appartenenza al Partito e la sua disciplina ci impongono.

Non è questa la sede per dilungarci sulle linee di azione del Movimento Giovanile. Ma qualche considerazione va fatta.

In primo luogo tutti possono ammettere che i problemi giovanili sono talmente vasti da giustificare la presenza politica di una organizzazione siffatta.

In secondo luogo la responsabilità di parlare in termini sardisti ai giovani deve portarci non ad elucubrare schemi politico-letterari, ma umilmente e democraticamente a verificare le nostre opinioni attraverso l’azione organizzata del Partito e dello stesso Movimento Giovanile.
Dobbiamo non solo prendere conoscenza della realtà, ma cercare di dominarla. Modificare ogni aspirazione limitativa, od illuministica che dir si voglia, a contatto col popolo sardo nelle sue case, nelle sue fabbriche, nei suoi ovili, nelle sezioni del partito, nella vita dell’Isola.

In questo senso dobbiamo tener presente che una notevole parte della gioventù sarda sensibilizzata ai problemi della nostra terra, ha ripudiato una posizione di messianica attesa degli interventi esterni per la soluzione dei nostri problemi e si è accostata ad una concezione dell’autonomia in tutto simile a quella che è alla base del Partito Sardo d’Azione.

[Non è un caso] che nell’Università siano stati espressi dalla gioventù organismi automaticamente e democraticamente creati. La volontà che presiede a detti organismi è di rinnovamento radicale della vita sarda.

Particolarmente interessante è, nel campo della democrazia universitaria, il movimento dell’Unione Goliardica che si trova oggi in una posizione laica, democratica ed autonomista veramente positiva. Come sardisti non possiamo non appoggiare questo movimento nell’assoluto rispetto della sua autonomia e originalità.

A questo punto la relazione potrebbe considerarsi conclusa. Riteniamo opportuno però prospettare un’importante posizione politica del partito ed una esperienza che si inserisce nel doloroso quadro di Carbonia.

Fin dalla sua fondazione il Partito ha assunto una posizione federalista. Bellieni, nella relazione al congresso del 1922, parla espressamente di Stati Uniti d’Europa.

L’orientamento europeista e federalista si legava, sulla scorta della migliore tradizione risorgimentale italiana, all’esigenza maturata dal Partito Sardo di rompere le barriere doganali, combattere i monopoli, inserire la Sardegna in Europa.

Idee generiche, potrebbe sostenere taluno. Se si leggono le pubblicazioni di quegli anni si osserverà l’attento studio che i nostri dirigenti prestavano all’organizzazione della confederazione svizzera ed a tutti i fermenti federalistici ed autonomistici dell’epoca.

Il secondo dopoguerra ha visto il partito schierato ancora più decisamente su questa via. Le proposte di regolamentazione della vita regionale, fatte alla Consulta erano di natura federalista, ed alla esigenza di creare una federazione di regioni si ispirarono i sardisti durante la Assemblea Costituente.

Più o meno distintamente ci siamo sempre resi conto che lo Stato accentratore e burocratico, espressione degli interessi che contrastano l’avvenire della Sardegna, deve essere combattuto con tutti i mezzi che possono rafforzare la struttura e l’azione delle autonomie regionali.

Perciò i parlamentari sardisti hanno sempre dato il loro valido contributo in seno ai gruppi europeisti.

Perciò un consigliere regionale sardista ha operato nella Associazione per il Consiglio dei Comuni d’Europa.

D’altro canto non può trascurarsi lo sforzo che i sardisti – specie i giovani – hanno svolto nel Movimento Federalista Europeo e nella Gioventù Federalista Europea.

Di recente si è presentata la necessità di impegnare a fondo le nostre energie nella Campagna Europea per la Gioventù.

Come vedete, vi è una non comune tradizione di orientamento federalista.

Le ragioni di questo atteggiamento sono abbastanza chiare.

Se vogliamo che lo sviluppo di una società più libera divenga possibile, perché dei reali poteri autonomistici si aggiungano a quelli che già esistono, dobbiamo proporci di continuare la battaglia per l’Europa. Lo Stato nazionale diventa ogni giorno più burocratico e centralizzatore.

Non si tratta quindi di combattere una battaglia utopistica e astratta. Attraverso la Federazione europea si colpiscono i monopoli italiani, le grandi industrie parassitarie, la finanza che nega alla Sardegna i mezzi per avviarsi al progresso civile.

E’ azione politica a cui siamo guidati da esigenze concrete e dalla convinzione sicura che l’Europa ha interesse e capacità di contribuire a modificare il volto dell’Isola, più di quanto non ne abbia l’Italia di oggi.

Chi vi parla ha avuto in proposito la riprova di questo interesse e di questa capacità dell’Europa.

La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, l’unica comunità sopranazionale che esista oggi in Europa, ed a cui gli stati hanno ceduto una parte della loro sovranità, ha fatto per Carbonia più di quanto non ha realizzato il Governo italiano. Non ci riferiamo soltanto agli investimenti CECA che ascendono al 30% di quanto spenda lo Stato nell’Isola. Ma ad un grave episodio del quale abbiamo affidato la cronaca al Solco. Qui ci si limita ad osservare che per conoscere una passione molto simile a quella che nutriamo noi per i nostri problemi, ed in particolare per Carbonia, giova avvicinare gli ambienti europeistici della Comunità carbo-siderurgica.

A chi chiedeva come mai l’industria di Carbonia, nonostante le larghe possibilità di finanziamento di questa CECA, corresse il rischio di morire, anzi andava estinguendosi – trascinando nella sua disgrazia una notevole parte del popolo sardo – sono stati forniti gli elementi che provano la grave responsabilità dello Stato italiano nei nostri riguardi.

Non solo, ma si è aggiunto con franchezza e obiettività che se l’isola soffre di questa condizione mortificante, ciò è dovuto esclusivamente ad una assenza di volontà politica dei sardi a sapersi conquistare una attenzione da parte di tutta la comunità nazionale ed europea.

Si è identificato, a qualche migliaio di chilometri dall’Isola, il punto cruciale della nostra situazione.

Il Popolo sardo non ha ancora un peso politico tale da meritare che si desse da parte del Governo italiano una risposta alla lettera con cui la CECA richiedeva notizie sulle conclusioni con cui sono stati privati del lavoro duemila fratelli di Carbonia.

L’Isola conta così poco che non vale la pena di preoccuparsi se tra il Natale e il Capodanno scorsi si preparavano altri ottocento licenziamenti.
Questa realtà abbiamo considerato in una recente visita alla sede della CECA. Le parole che sono state pronunciate in quell’occasione dai responsabili di tale istituto dovrebbero essere scritte in ogni casa sarda perché – nella loro chiarezza – ripetono il luogo comune di Carlo V aggiungendovi la gravità dell’analisi del secolo XX.

La battaglia della Sardegna e del Mezzogiorno passa, ne siamo convinti, in buona parte per l’Europa.

Ancora 1956: “Carbonia tradita”
Ancora del 1956, e precedente il congresso dell’Ariston, è l’articolo “Carbonia tradita” (con sommario “I denari erogati dalla CECA per assicurare agli operai dimessi dalle miniere continuità di lavoro in altri settori sono stati impiegati per indennità di licenziamento”) che Il Solco pubblica, in prima pagina, nel suo numero del 4 marzo.

Il tema del lavoro (o non lavoro) nel bacino minerario del Sulcis – s’è visto – appartiene alla riflessione di Marcello Tuveri che lo ribalta alla vasta platea del congresso provinciale sardista del 1956. Egli lo ha approfondito non soltanto con gli studi ma anche con l’esperienza dei contatti in loco.

La ricostruzione delle vicende carboniesi è lunga e dettagliata ed è attraversata da un giudizio critico rispetto alle diserzioni dell’autorità pubblica nazionale a fronte delle aperture che si è dato registrare da parte della CECA. Ecco alcuni stralci dell’articolo e la sua conclusione:

Chi legge le pubblicazioni ufficiali della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) e conosce i problemi del movimento operaio italiano non può non restare perplesso di fonte alle informazioni che vengono date sul problema di Carbonia ed al tono riservato con cui, in genere, se ne parla.

Non ci si riferisce evidentemente ai volantini ed agli opuscoli di propaganda, nei quali pure figura degnamente l’opera della Comunità per il riadattamento dei lavoratori siderurgici delle industrie del nord Italia, ma ad atti importanti come la Relazione sull’attività dell’Alta Autorità destinata alla sessione straordinaria dell’Assemblea comune (novembre 1955), ed alla pubblicazione di Alcuni aspetti economici e sociali della CECA, al Bollettino Ufficiale della Comunità, etc. […].

Le cronache della nostra stampa ci avevano informato di un impegno della CECA, di proteste e di interventi richiesti a tale autorità sovranazionale da parte della CISL di Cagliari, di visite effettuate da funzionari, etc.

Sapevamo di un famoso paragrafo 23 della Convenzione allegata al Trattato e di un art. 46 del Trattato istitutivo della Comunità, in forza del quale non si può procedere a licenziamenti se non sono stati predisposti gli strumenti per il riassorbimento della mano d’opera licenziata. Ricordavamo che è il Governo dello Stato interessato al sopravvivere di una industria che può e deve chiedere l’intervento della Alta Autorità se vuole fruire degli aiuti finanziari e di studio di quest’ultima.

Malgrado ciò era lecito pensare che «il piccolo episodio carbonifero del Sulcis» – come viene cordialmente definito negli ambienti europeisti – non avesse soverchiamente interessato i dirigenti del mercato comune europeo esistente.

Una recente esperienza ci ha fornito la chiave di certe sibilline affermazioni e soprattutto il significato di quelle «attese informazioni complementari e proposte precise».

La lettura di una nota su un settimanale nazionale ci consente di chiarire, uscendo da un certo riserbo, i termini di una situazione che suona vergogna per tutta la nazione italiana, che è insulto ai lavoratori sardi e costituisce la riprova della consumata incoscienza con cui vengono trattati i problemi dell’economia sarda (e non solo sarda) dal governo centrale […].

Carbonia soffre la sua logorante crisi dal 1948-49. Nel 1953, e precisamente dal mese di maggio, l’apertura del mercato comune del carbone in Europa consentiva, barattando la abulia governativa nei riguardi del Sulcis come conseguenza del Trattato, di richiedere l’assistenza finanziaria per migliorare le condizioni dell’industria più importante per la Sardegna. La dirigenza dei ministeri romani si è ben guardata dal farlo e non ha mai neppure chiesto, col coraggio di chi dovrebbe ammettere la propria incompetenza per garantire il lavoro nella zona più depressa d’Europa, un aiuto per avviare studi sull’avvenire della unica miniera di carbone di cui disponga lo Stato italiano.

Settembre 1954: i sindacalisti democratici, preoccupati dei minacciati – e con alcuni sotterfugi attuati – licenziamenti nel bacino, rivolgono un telegramma all’Alta Autorità chiedendone l’intervento. Mancando una richiesta del Governo nazionale l’organo esecutivo della CECA chiede a quest’ultimo il permesso di poter inviare una commissione per studiare il problema e avviarne la soluzione […]. A tutt’oggi in Lussemburgo attendono ancora la risposta.

A dispetto dei santi, la missione della CECA viene inviata ugualmente in Sardegna nel dicembre dello stesso anno.

Il governo, nonostante conosca i risultati della inchiesta, non domanda alcun intervento.

Nell’aprile del 1955 si arriva, come tutti sanno, ai licenziamenti in massa. Solo allora da Roma si chiede l’intervento della Comunità. La CECA lo accorda nella misura di 700 milioni di lire con lettera 20 aprile 1955 […]. Si chiedeva però, perché fosse garantita la continuità dell’impiego (prevista dall’art. 2 del Trattato), il modo con cui i danari sarebbero stati spesi per assicurare il lavoro agli operai di Carbonia. Il Governo non ha risposto che alla fine di giugno comunicando puramente e semplicemente di aver licenziato 1985 operai con la attribuzione di una indennità di licenziamento di £. 450.000 a persona ed informando i lavoratori che i danari erano stati dati in quella forma con l’accordo della Comunità.

L’assurdo del misfatto compiuto, con tipica noncuranza burocratica, viene contenuto dai funzionari della CECA entro alcuni rilievi tecnici: 1) il modo di liberarsi dei lavoratori con un’elemosina non è conforme ai principi del Trattato e della solidarietà verso i lavoratori in esso sancita; 2) la semplice indennità di licenziamento è sconosciuta come sistema di riadattamento della mano d’opera.

L’Alta Autorità, informata dalle organizzazioni sindacali dell’episodio, chiede, con lettera dell’8 luglio 1955, come è stata assegnata la somma della “superliquidazione”. Il governo di Segni risponde (quanta sollecitudine!!) il 12 dicembre giustificando questa forma di dispersione del denaro non proprio e chiedendo il rimborso dei 700 milioni che la CECA aveva deciso di erogare.

La cronaca potrebbe concludersi a questo punto. Duemila licenziati in una provincia in cui si creano solo 350 nuove occasioni di lavoro industriale all’anno, senza contare l’apporto delle nuove leve, sono una cifra che […] grava pesantemente sull’economia della Sardegna.

Ma vi è un fatto nuovo. Mr. Finet, membro dell’Alta Autorità, viene in Italia per trattare e definire – dopo le preoccupanti notizie avute – i problemi ancora in sospeso. E’ il 20 dicembre. Prescindiamo dal fatto che i ministri Cortese e Vigorelli sono irreperibili e Mr. Finet non viene ricevuto se non dopo qualche giorno. Il grave è che, mentre Finet parla del Sulcis, il ministro preme distrattamente un bottone ed un funzionario solerte reca un manifesto (da pubblicarsi tra Natale e Capodanno) in cui si annunciano altri ottocento licenziamenti. Di fronte a questa sconcertante risposta alle premure per i lavoratori del Sulcis il rappresentante della Comunità assume un atteggiamento di dura fermezza ed il ministro Cortese sospende per un po’ la pratica […].

Probabilmente la CECA citerà il governo italiano davanti alla Corte di Giustizia per la violazione del Trattato. Il governo, presieduto da un sardo, sarà sul banco degli imputati – purtroppo senza manette – ad ascoltare una requisitoria che in nome del diritto internazionale lo vorrà condannato a pagare i danni recati alla CECA.

Ma chi pagherà mai i danni compiuti alle spalle dei sardi di Carbonia se si pensa che sarebbe bastato che il Governo fosse meno pigro e incompetente per garantire loro la sicurezza del lavoro? Quale Corte, ci chiediamo soprattutto, giudicherà nell’interesse dell’Isola il delitto che è stato compiuto ai suoi danni? La risposta è ancora una volta, come davanti a tutte le ingiustizie e miserie che li opprimono, affidata ai Sardi pazienti ed obbedienti.

Come detto, nello stesso anno si tengono le elezioni amministrative, complessivamente senza infamia e senza gloria (o magari con qualche grammo di infamia più che di lode nella conta dei seggi conquistati): colpisce l’incapacità di presentare la lista comunale a Sassari (un consigliere si piazza alle provinciali), pare apprezzabile – nonostante l’attiva concorrenza (adesso formalmente socialista) di Gonario Pinna – il risultato nuorese (dei sette consiglieri eletti, uno – il sen. Mastino – sarà poi prescelto, per voto corale anche, seppure ritardato, democristiano, allo scranno sindacale, mentre alla Provincia due sono i seggi sardisti come premio degli oltre 18mila voti raccolti fra Barbagia, Baronia ed Ogliastra: eletti Mario Melis e Carmelo Floris); solo eletto a Cagliari è Giovanni Battista Melis un tempo accompagnato in Consiglio comunale da Anselmo Contu, ed uno l’eletto al Consiglio provinciale (Nicolò Mura).

1957, Ugo La Malfa e i Quattro Mori
Certamente è però il congresso regionale dell’aprile 1957, ancora all’Ariston di Cagliari, l’evento di maggior rilievo per il PSd’A che davanti a sé ha la doppia problematica prova del rinnovo consiliare regionale e di quello parlamentare.

Tutta una serie di sondaggi condotti discretamente dalle due parti – e di cui è testimonianza documentale l’archivio Puddu – fanno ipotizzare che, per palesi ragioni di convenienza elettorale sostenute comunque da una prossimità ideale e politica, non soltanto per Mazzini e Cattaneo ma anche per il futuro centro-sinistra e il piano di Rinascita che dovrà venire –, una intesa fra Partito Repubblicano Italiano e Partito Sardo d’Azione possa formalizzarsi, dando plastica evidenza ad una fraternità che rimonta al 1921 e si è rinsaldata nel 1924, nell’antifascismo, nella battaglia per la Repubblica e l’Autonomia speciale e anche nelle numerose gare elettorali politiche e amministrative (con candidati repubblicani nelle liste dei Quattro Mori). Per questo Ugo La Malfa – che con Giovanni Battista Melis si conosce dal 1928, dai tempi della comune carcerazione antifascista a San Vittore – è presente con Max Salvadori (fratello di Joyce Lussu) nella sala dell’Ariston. Fra repubblicani e radicali ormai si va a un’intesa programmata alle politiche del 1958, e l’ideale sarebbe aggregare anche il PSd’A – dominus assoluto della coalizione nell’Isola – e dar corpo ad una terza forza democratica e riformatrice non socialista, di cultura autonomista.

Una certa prossimità alle speranze della piccola coalizione è presente nella mozione finale del congresso all’ottavo alinea in cui si individua «nella propria interpretazione politica delle esigenze di progresso economico e sociale dell’Isola, il punto di incontro delle forze democratiche laiche sarde»: così «nella prospettiva di una unificazione sardista che rappresenta in Sardegna quella alternativa di governo alla DC che le forze politiche italiane ricercano nella confluenza delle forze democratiche di sinistra.

In quanto a Marcello Tuveri egli viene rieletto nel consiglio regionale del partito come rappresentante del mandamento di Pula.

S’è già ricordato: le elezioni di giugno (1957) segnano un ulteriore decremento rispetto al turno del 1953 e anche rispetto alle provinciali del 1956; gli eletti all’Assemblea legislativa dell’Isola sono ancora due nel collegio di Cagliari (o Cagliari-Oristano), due in quello di Nuoro ed uno in quello di Sassari.

L’elezione di Efisio Corrias alla presidenza di quell’Assemblea, all’indomani del voto, fa sperare che la DC – affidatasi a menti più aperte – sia pronta ad abbandonare la sotterranea alleanza con le destre. In questo senso si pone l’iniziativa sardista di cui Tuveri – che è membro del consiglio direttivo della sezione di Cagliari (composto anche da Giuseppe Marongiu, Antonio Cao, Ciro Napoli, Antonio Murtas, Giomaria Manunta e Sergio Bellisai, con Emilio Fadda segretario politico) – è coprotagonista, insieme con Pietro Melis e Piero Soggiu, di alcuni abboccamenti con i democristiani (per numero soverchiante in Consiglio regionale) al fine di rilanciare un’alleanza di governo.

La delegazione porta all’incontro la mozione approvata dal congresso concluso da appena alcune settimane in cui hanno spazio – per quanto si sia trattato di un congresso più di riflessione organizzativa che di elaborazione e proposta programmatica – le questioni del rinforzo autonomistico della Regione nel confronto con l’Amministrazione centrale dei ministeri (ad esempio sulle fonti di entrata), del controllo sugli atti degli enti locali, dell’istituzione di enti decentrati (sul tipo dei trascorsi circondari) e dell’avvio di quel programma di Rinascita richiamato dallo Statuto, ecc. L’orientamento (o la decisione) della Balena bianca di confermare alla guida dell’esecutivo, anche nella nuova legislatura, il prof. Brotzu preclude però ogni ulteriore impegno del PSd’A. La discussione interna al consiglio regionale del partito è accesa, molto partecipata. E fra gli intervenuti è anche Tuveri. Conclusione: non possumus. Sicché la giunta che va al voto della fiducia consiliare (ricevendolo anche da sette monarchici e tre missini) è ancora un monocolore democristiano.

1958, l’orizzonte Adriano Olivetti
E’ ancora un anno di passaggio, ancorché sembri delineare una prospettiva che presto si tradurrà in cose, il 1958. Lo stesso ritorno sardista a responsabilità di giunta, a novembre, nel bicolore presieduto da Efisio Corrias – sarà per mille giorni – dopo la conclusione della lunga stagione Brotzu (con Pietro Melis adesso all’Industria e commercio ed Anselmo Contu ai Trasporti, viabilità e turismo), e i più avanzati adempimenti elaborativi della attesa legge di Rinascita, ne sono la prova. Ma per intanto si tratta di decidere come posizionare il PSd’A alle elezioni politiche convocate per fine maggio. E Marcello Tuveri partecipa attivamente alle decisioni accompagnandole con tutta una serie di articoli che escono nei primi mesi dell’anno su Il Solco il quale, finalmente con riconquistata regolarità, dalla tipografia raggiunge la militanza e quella parte di opinione sociale (ed elettorale) da cui si spera d’ottenere attenzione e consenso.

Salvatore Cubeddu, compulsando pazientemente gli archivi del PSd’A e di Giovanni Battista Melis confluiti fortunatamente negli spazi della Fondazione Sardinia, ha offerto una dettagliata ricostruzione delle fasi preparatorie della alleanza che infine il PSd’A sottoscrive con Comunità e il Partito dei contadini. Per parte mia, conosco le carte dell’archivio Puddu, che pure registrano i tentativi esperiti dai repubblicani, e da Ugo La Malfa in primo luogo, per concludere l’intesa elettorale condividendo il simbolo dell’Edera (così come avverrà nel 1963 e che varrà il ritorno a Montecitorio dell’on. Melis).

Sembra – a dirla in breve – che infine la questione del simbolo sia dirimente: i sardisti non rinunciano al loro simbolo, ancorché esso sia graficamente ridimensionato in una compresenza con la campana (con cartiglio) olivettiana e gli altri dei contadini e dei “gruppi autonomisti”: scudo con grappolo d’uva, vanga, spiga e ramo d’olivo, stilizzazione d’una fabbrica con ciminiera (il che indurrà qualcuno a scherzare, senza malignità, sulla … pizza alle quattro stagioni od ai quattro formaggi).

Certo è comunque che i primi contatti con Comunità avvengono già alla fine del 1957 e che nelle settimane a seguire si dettaglia il programma che naturalmente riguarda la Sardegna ma non soltanto la Sardegna: «istituzione delle regioni… nel quadro dell’Unità nazionale», «riforma della legge comunale e provinciale», «creazione di un ministero della Pianificazione Urbana e Rurale», «attuazione di una politica agricola italiana… soprattutto in vista degli irrimandabili problemi posti dal Mercato Comune», «decentralizzazione e democratizzazione del potere economico, attraverso la creazione di Fondazioni autonome di diritto pubblico a fini sociali, culturali e scientifici, comproprietarie dei grandi complessi monopolistici, ivi compresi quelli appartenenti allo Stato», «difesa della libertà sindacale», «rinnovamento della Scuola in vista delle necessità di una moderna società europea», «riconoscimento della necessità del dialogo tra Occidente ed Oriente, come precisa e attiva vocazione europea»… Ogni titolo è ovviamente accompagnato da una espansione argomentativa che nobilita idee e proposte.

Non sarà, purtroppo, una carta fortunata: nobile sì, ma sfortunata. Solo eletto sarà Adriano Olivetti (e alla sua morte ne prenderà il seggio il prof. Franco Ferrarotti), non ce la fa Giovanni Battista Melis, capolista nell’Isola, accompagnato certamente da largo consenso, direi affettivo e non soltanto ideale o politico, ma purtroppo – per il “peso” elettorale – insufficiente.

Marcello Tuveri, come detto, presidia la speranza di successo con tutta una serie di articoli sulla nuova serie de Il Solco che tendono, per il più, a illustrare il programma politico condiviso dai sardi (e sardisti) con i continentali piemontesi e non soltanto piemontesi.

Gli articoli su “Il Solco”… olivettiano
Si tratta, per la precisione, di sette contributi che escono tutti in prima pagina – più spesso come fondi o come spalle – dal 23 febbraio al 27 aprile.

Questi i titoli: “Autonomia e coscienza democratica” (n. 4, 23 febbraio 1958); “Punti d'incontro: sul nostro programma” (n. 6, 9 marzo); “La libertà sindacale: sul nostro programma” (n. 8, 23 marzo); “Tempo di bilanci e di prospettive: per la scadenza del 25 maggio” (n. 9, 30 marzo); “Noi e i Socialisti” (n. 11, 13 aprile); “Autonomia e federalismo: sul nostro programma” (n. 12, 20 aprile); “Democrazia elettorale” (n. 13, 27 aprile).

Meriterà un giorno pubblicare l’intera raccolta come documento-prova di cosa sia stato, per la generosità idealistica prima ancora che politica, l’esperienza dell’alleanza con Comunità e l’affascinata partecipazione allo specifico visionario eporediese.

Soltanto ai fini di sorta di rappresentazione simbolica o allusiva di idee e sentimenti propongo qui di seguito, di ciascun articolo, uno stralcio brevissimo, a mo’ di rapida antologia.

da “Autonomia e coscienza democratica”:

… L’esigenza autonomistica ha trovato, nel documento che andiamo commentando, il rilievo che merita a tutti i livelli: istituzione delle Regioni, riorganizzazione delle Provincie, antistoriche e antifunzionali, ripartizioni del territorio in distretti amministrativi minori e più efficienti, autonomia dei Comuni e lotta all’accentramento burocratico con la riforma delle leggi comunali e provinciali […]. Nessun richiamo alle strutture del potere pubblico poteva essere più corretto e di più evidente attualità. Senza i motivi tattici cari all’estrema sinistra, si chiede l’attuazione della parte più tradita della Costituzione Repubblicana: il titolo quinto delle Regioni, delle Provincie e dei Comuni.

La battaglia per la rivalutazione delle tradizioni civiche dell’Italia, per l’accostamento del governo ai governati, ha avuto la concreta affermazione che merita e costituisce, per noi Sardisti, la riprova della universalità della nostra azione nei decenni scorsi.

L’autonomismo, così seriamente riaffermato, garantisce che gli aspetti sociali ed economici di politica interna ed internazionale, che hanno formato oggetto della dichiarazione di “Comunità della cultura, degli operai e dei contadini” saranno impostati nella più umana misura della giustizia e della libertà.

da “Punti d'incontro: sul nostro programma”:

Il binomio piena occupazione e industrializzazione è di grande attualità per tutte le zone depresse. La Sardegna, in ispecie, ha sofferto sempre della condizione coloniale in cui lo Stato la ha costretta, per cui i fattori di debolezza politica hanno negativamente influito nel suo sviluppo economico.

Ma la pianificazione, come le antiche e recenti sanguinose esperienze dell’Europa orientale ci insegnano, conosce una logica democratica e una logica totalitaria. Per questo l’auspicato piano, pur dotato di nuovi e potenti strumenti tecnici e organizzativi, dovrà essere intimamente innestato sulla realtà e la struttura democratica delle comunità locali.

Un piano che produca una radicale modificazione del volto del Paese non può non tener conto delle strozzature economiche tra Nord e Sud. Deve avere anzi, come obiettivo principale, l’elevazione del livello sociale del Mezzogiorno.

In tal modo si risponde alla fondamentale esigenza di equilibrare il quadro della economia nazionale, di risolvere correttamente un problema di giustizia che da troppo tempo attende la sua soluzione e, nel caso della Sardegna, di non tradire il chiaro dettato costituzionale sancito nell’art. 13 dello Statuto speciale […].

I combattenti sardi sentirono, dice il programma del primo congresso del Partito Sardo, come primo imperioso dovere, la lotta «per l’emancipazione della Regione Sarda e del lavoratore Sardo. Da questa parziale emancipazione la loro aspirazione risalì alla piena emancipazione della nazione e del cittadino italiano, del lavoratore di ogni paese, dell’uomo».

Dimenticano [i socialisti] soprattutto che le ragioni della scissione lussiana del 1948 non sono da ricercarsi nei “collegamenti”, ma in quella politica ultrafrontista che ha portato molti socialsardisti all’avanguardia di un orientamento filosovietico ed alla retroguardia del movimento operaio italiano.

da “La libertà sindacale: sul nostro programma”:

… la lotta su scala aziendale per una politica economica di alti salari sollecita il datore di lavoro al progresso tecnologico ed umano dell’impresa, sia agricola che industriale. L’azione sindacale perché non sia rivolta alla continuazione della spirale inflazionistica salari-prezzi, prezzi-salari, deve poggiarsi saldamente sul regime produttivo dell’impresa.

Il completamento di una simile visione della azione sindacale non può ritrovarsi che in un nuovo modo di concepire il lavoratore: non più una merce, un elemento oggettivo, assieme al capitale ed alle materie prime, ma come soggetto, individuo dotato di personalità, cui va riconosciuto il diritto di inserirsi attivamente e con tutte le sue capacità nel processo produttivo.

Per concludere si può dire che solo la promozione di una autentica democrazia aziendale o industriale, che sia funzionale e non patriarcale, può modificare il rapporto di tensione sindacale che caratterizza da molti anni il nostro Paese. Su questa base l’azionariato operaio e la partecipazione agli utili delle aziende sono strumenti che, senza legare lo slancio dei lavoratori, possono contribuire alla instaurazione di una vera pace sociale nella società del nostro tempo.

da “Tempo di bilanci e di prospettive: per la scadenza del 25 maggio”:

Le elezioni del 7 giugno 1953 si erano concluse con una illuminante sconfitta del centro democratico. Il fallimento della legge maggioritaria dimostrò l’inutilità della formula centrista. Il Partito sardo, svincolato dall’alleanza con la DC, una settimana dopo le elezioni politiche, accresceva i suffragi popolari di circa il 70 per cento. Questa modesta ma sintomatica dimostrazione della difficoltà di allearsi col partito democristiano doveva trovare verifica due anni più tardi, sul piano di governo. La Giunta autonomistica dell’on. Alfredo Corrias, nella quale i sardisti erano riusciti ad imporre una linea di franca rivendicazione dei diritti dell’Isola veniva posta in crisi da quanti nella DC non accettavano un efficace condizionamento sardista.

Alla fine della formula centrista ed alla dimostrazione della sua introducibilità sul piano autonomistico […] doveva seguire un’altra valida esperienza. Otto sono stati i governi ed i tentativi di formare un governo al centro, le tre giunte regionali in Sardegna, negli scorsi cinque anni. A Roma ed a Cagliari la DC disponeva della maggiorana relativa.

In campo nazionale e in campo regionale il “monocolore” ha acuito il cannibalismo tra le correnti che si agitano nel pluripartito di maggioranza. Il Paese ha capito così che le difficoltà di essere governato non sono da imputarsi alle eccessive pretese dei “minori”, ma alla impossibilità per il partito (maggiore) di fare qualunque scelta senza rischiare di spezzarsi in più parti […].

Certo, negli scorsi cinque anni, sono aumentati il reddito nazionale, la produzione e i consumi. Ma l’incremento di reddito, finito nelle tasche degli imprenditori, l’aumento della produzione cui non è corrisposto il dovuto aumento salariale, e la diffusione di certi consumi, che hanno accresciuto la distanza tra Nord e Sud, non rappresentano un indice di sicurezza economica e sociale […]. E’ vero che si è realizzata l’estensione della assistenza a categorie finora escluse da ogni solidarietà sociale (sussidio di disoccupazione ai braccianti agricoli, assistenza sanitaria ai coltivatori diretti ed agli artigiani, assicurazione per l’invalidità e vecchiaia a coltivatori diretti, mezzadri e coloni). Non dobbiamo dimenticare, però, che l’aumento delle spese per la previdenza e l’assistenza non è stato realizzato ricorrendo ad un diretto prelievo sul reddito degli abbienti, ma ad un aumento degli oneri riflessi a danno della popolazione lavoratrice. E’ stata fornita ai datori di lavoro la possibilità di evadere dal loro dovere verso la comunità nazionale, ricorrendo all’incremento dei contributi assicurativi, vale a dire facendo gravare sui lavoratori le spese che vanno a vantaggio di altri lavoratori e diminuendo in pratica la possibilità di migliorare i salari…

da “Noi e i Socialisti”:

Ogni volta che intraprendiamo un dialogo con forze politiche democratiche sentiamo il bisogno di ricercare i punti di intesa piuttosto che gli elementi di contrasto.

Nonostante questo nostro impegno dobbiamo dire con estrema chiarezza che la versione data dai socialisti sardi, ed avallata dalla Direzione del PSI, per giustificare il collegamento nelle elezioni per il Senato col Partito Comunista non ci convince affatto.

I Sardisti avevano esplicitamente offerto un nuovo modo di intendere la lotta politica quando, nell’accordo con il Movimento Comunità e con il Partito dei Contadini, dichiaravano che un nuovo equilibrio politico non si sarebbe potuto raggiungere in Italia «se non facendo convergere su una concreta base programmatica di rinnovamento delle strutture e delle istituzioni, le forze repubblicane, cattoliche e socialiste autenticamente democratiche» […].

I socialisti hanno risposto a questa proposta apertura con un atteggiamento frontista, giustificando l’alleanza col PCI con la necessità di non perdere quel seggio senatoriale che, casualmente, è occupato dal più tenace avversario dell’autonomia socialista dentro il PSI.

Non è la prima volta che ci troviamo costretti ad indicare le carenze del PSI in Sardegna rispetto non solo alle esigenze della classe operaia dell’Isola (si veda il problema di Carbonia e, più in generale, l’assenza della rappresentanza parlamentare nelle battaglie di fondo per l’autonomia), ma persino nei confronti delle più avanzate posizioni che i socialisti italiani sono venuti assumendo dopo il XX Congresso del PCUS e soprattutto dopo i fatti di Ungheria […].

Ancora una volta i socialisti sardi hanno perso una buona occasione per dimostrare che non subiscono il condizionamento del PCI in ogni loro atto politico. Né può trascurarsi che l’alleanza frontista che denunciamo giunge a pochi mesi di distanza dal sabotaggio di una Giunta regionale di apertura autonomistica quale i sardisti proponevano nello scorso luglio. E’ trascorso troppo poco tempo perché i fatti che hanno portato alla formazione della attuale Giunta democristiana-monarchico-fascista ed al fallimento del governo regionale francamente autonomista che noi volevamo per dare un vigoroso impulso alla rinascita dell’Isola, abbiano bisogno di una estesa citazione. I sardisti, superato il centrismo, avevano proposto allora una alleanza che dai socialisti giungesse attraverso loro ed il consigliere socialdemocratico, sino ai democristiani, con la esclusione delle estreme dello schieramento politico consiliare.

La parte più progressista della Democrazia Cristiana era disposta, piuttosto che accettare il vergognoso e ben pagato ricatto della destra economica ed antiautonomistica, a muoversi in questa direzione. All’incontro, sul piano delle trattive, mancò, come è a tutti noto, una seria volontà della maggioranza dc, ma un solido aiuto al fallimento della Giunta di apertura autonomistica o di centro-sinistra, che dir si voglia, venne offerto proprio dai socialisti che negarono ogni possibilità di accordo non tanto con i democristiani quanto con i sardisti…

da “Autonomia e federalismo: sul nostro programma”:

Il federalismo per i sardi è un orientamento antico. Può dirsi che ha origine col sorgere dello stesso Partito Sardo, alla fine della prima guerra mondiale. Filtrato attraverso lo studio del pensiero risorgimentale, trovò nella amara esperienza di due conflitti che, in mezzo secolo, hanno portato l’Europa alla decadenza, la dimostrazione della sua attualità politica.

Era la stessa componente risorgimentale che, invero, indicava nell’autonomia regionale il primo passo verso la Federazione dei popoli europei. Lo Stato nazionale caratterizzato dall’uniformismo dispotico e accentratore, doveva, nel disegno ancora attuale dei primi sardisti, essere reciso alla base con il sorgere delle autonomie regionali […].

“Comunità della cultura, degli operai e dei contadini” ha riaffermato nel programma coerentemente alla tradizione dei sardisti e dei comunitari, la necessità di concepire «un piano di organizzazione istituzionale delle libertà, affidato al controllo popolare e svolto nella prospettiva di una libera Europa federale». Non si fa cosmopolitismo di maniera quando si lega l’ideale di una grande Patria europea al concreto avvenire della piccola Patria sarda. Si prende atto di una realtà: lo Stato nazionale è troppo piccolo per far fronte alle esigenze del momento internazionale, è troppo grande per corrispondere con la sua organizzazione accentrata, ai bisogni di entità regionali […].

Queste affermazioni, implicite in tanta parte dell’azione sardista, che alla base ed al vertice ha sempre perseguito ideali federalisti e pacifisti, giungono a matura formulazione mentre tutta la sinistra democratica europea intensifica i suoi sforzi per allontanare sempre più il pericolo di un conflitto.

Per questo, oggi, con senso di sano orgoglio si può affermare che il voto dato ai sardisti il 25 maggio significherà, oltre che progresso per la Sardegna e rafforzamento della democrazia progressista italiana, collocazione della propria aspirazione al fianco dei partiti della sinistra europea che combattono per la pace in Europa e nel mondo.

da “Democrazia elettorale”:

Con 49 punti, sei capitoli, un preambolo ed una perorazione, la Democrazia Cristiana è riuscita, colmando una intera pagina del suo quotidiano, a dare al Paese la conferma della sua timidezza sociale e del tipo di chiarificazione politica che può attendersi da un rafforzamento delle sue posizioni.

Presentato da Fanfani il programma elettorale dei democristiani assume, poi, il significato che è proprio di questa figura di corporativista che governa con l’apparato la volontà di una base non priva di tensioni politiche democratiche.

Generico ed astratto in talune parti, quale “la difesa della civiltà italiana” e della sua “efficace presenza nel mondo”, pignolescamente dettagliato in altre, come nella elencazione dei mezzi per integrare l’istruzione, il programma è il risultato dell’opera di una commissione di 102 notabili del partito di maggioranza […].

Non mancano in tutto il complesso e prolisso programma spunti felici in materia di previdenza e assistenza sanitaria e, come si è detto, in materia scolastica. Tutt’altro che convincenti appaiono, invece, gli accenni alla lotta contro le evasioni fiscali specie se si tengono le esenzioni illegittimamente concesse del ministro Andreotti a taluni rappresentanti della aristocrazia clericale.

Ma l’aspetto più grave del programma, e quello che ci fa apparire sempre più difficile la battaglia che taluni gruppi avanzati combattono nell’interno della DC, è dato da un altro fatto: Fanfani mantiene viva la pretesa di non chiarire con quali forze intende condurre in futuro l’attività di governo, ma richiede al popolo soltanto una maggioranza stabile […].

La conclusione che deve trarsi dalla presentazione al Paese di quel partito è evidente. La DC era con De Gasperi “un partito di centro che marciava verso sinistra”. La linea di Fanfani ci convince che è divenuto un partito di centro che marcia verso destra e verso sinistra, dunque dovunque la brama di mantenere il potere ad ogni costo che anima il suo leader che la conduce.

Firma Mistortu
Questi gli articoli usciti nella stessa nuova serie de Il Solco dell’annata 1958 a firma di Mistortu, lo pseudonimo che Marcello adotterà in diverse altre circostanze: “Bovarismo politico”, nel n. 1 del 1° settembre; “Partito “di” Cattolici e non “dei” Cattolici”, nel n. 3 del 16 febbraio; “Antologia del sardismo”, nel n. 11 del 13 aprile (qui una nata introduce a uno stralcio da Il Popolo sardo del marzo 1923 titolato “Il programma di Macomer”). Non firmati ma da intendersi curati dalla stessa mano e con l’occhiello “Antologia del sardismo” sono altre due uscite: quella titolata “L’autonomia” e quella titolata “La relazione Bellieni al II Congresso del Partito Sardo”, rispettivamente nel n. 12 del 20 aprile e nel n. 13 del 27 aprile.

Ecco di seguito alcuni stralci dei diversi contributi:

da “Bovarismo politico”:

Il primo nemico al quale dobbiamo far fronte noi del Partito Sardo è la capacità di molti nostri avversari nel frastornare e circuire l’elettore. Si lega ed impegna con la promessa di un posto il disoccupato, si assicura il contributo fondiario e giù giù sino al pacco laurino con fotografia di Umberto Savoia.

La corruzione degli elettori, specie in una zona depressa come la Sardegna, non ha l’aspetto spicciolo e contingente che ciascuno di noi può osservare dall’angolo visuale del suo paese o del suo quartiere. E’ un fenomeno di malcostume divenuto ormai fattore determinante delle nostre vicende passate e destinato ad esercitare ancora un notevole peso sull’avvenire dell’Isola che, non disponendo di una propria rilevante forza economica, subisce costantemente un orientamento di governo a sé sfavorevole. In una parola la facilità di acquisto di un grande numero di voti è una amara conferma degli effetti di dominazione che le altre regioni esercitano sulla Sardegna.

L’altro pericoloso avversario al quale dobbiamo tener testa è il bovarismo politico. «Siete troppo pochi, vi fate sentire poco, non avete mezzi per farvi ascoltare» sono tutte espressioni che, assieme al quasi immancabile plauso per la tenacia e serietà dei sardisti nel proseguire da soli la battaglia della Sardegna, ci costringono ad esaminare uno stato d’animo tipico di questa nostra povera provincia nella già provinciale Italia.

Si tratta di uno stato d’animo così abilmente diffuso e sostenuto dagli avversari dei partiti nazionali da divenire ad un certo punto un riflesso condizionato (Partito Sardo d’Azione = scarsa possibilità di successo = quindi voto sprecato).

La prima e più forte causa di questo orientamento non può, per amore di Partito, essere trascurata: certamente i sardisti hanno pochissimi mezzi per farsi ascoltare, poche tribune da cui parlare, nessun giornale che li affianchi etc. etc.

Oltre i limiti di tale condizionamento fisico vi sono però altri fattori non meno importanti di natura prettamente psicologica. Il più sorprendente elemento di valutazione, nei nostri contatti con l’uomo della strada, è certamente il malcelato fastidio con cui molti sardi, pur ammettendo la situazione umana mortificante del nostro popolo, accolgono il sardismo. Intendiamoci: non viene schifata la meccanica contrapposizione di dati statistici riguardanti la Sardegna e le altre regioni d’Italia, ma proprio la più importante sottolineatura del nostro programma: fare della Sardegna una regione italiana, partecipe della vita dell’occidente europeo.

Il muro di scetticismo che si crea tra il Partito Sardo e l’uomo della strada è un male, come si accennava, tipicamente provinciale: il bisogno di grandi cose, magari astratte ed inutili, irraggiungibili e mitiche, al confronto con le quali la battaglia di civiltà che noi combattiamo appare, a torto, una questione secondaria e localmente limitata.

Una molla analoga muoveva i ceti medi italiani durante il Fascismo: non ce la facevano con lo stipendio di fame, ma invece di lottare per procurarsi un aumento, ambiziosi e smaniosi di successo com’erano, speravano di diventare qualcosa inserendo la loro miserabile vita di ogni giorno nell’avventura imperialistica. Un fatto non dissimile ha reso breve la stagione neorealistica nell’arte e nei film del nostro Stato: il fastidio di dover ripresentare anche nell’opera artistica o rappresentativa la realtà, ha dirottato il gusto verso evasive ed edulcorate manifestazioni straniere.

I tempi sono cambiati e la Sardegna diviene sempre più la appendice misera di un paese squinternato; ma il sogno della eroina di Flaubert continua nel nostro prossimo, continua in noi, col desiderio di inesprimibili cose che ci portino lontano dalla realtà di ogni giorno, dalla fatica di una analisi concreta del nostro tempo politico […].

Il Partito Sardo subisce più di qualunque forza politica il peso di questo dispersivo bisogno di soddisfare bovaristicamente le proprie aspirazioni eludendo la realtà sociale. La condanna a tale mentalità che ha trovato nel qualunquismo (150.000 voti) e nel laurismo (60mila voti) manifestazioni così penose da far riflettere sulla presunta “serietà” dei sardi, non può venire, però, dal Partito Sardo…

da “Partito ‘di’ Cattolici e non ‘dei’ Cattolici”:

Il 29 dicembre Mons. Paolo Botto, Arcivescovo di Cagliari, nel ricevere i dirigenti dell’Azione Cattolica della Diocesi ha rivolto loro, rispondendo agli auguri per il nuovo anno, un discorso di cui vale la pena di far cenno.

Dopo aver ricordato le funzioni della A.C. come organizzazione dei laici al servizio della Gerarchia ecclesiastica, l’Arcivescovo ha ritenuto opportuno dichiarare che la Democrazia Cristiana non è “il” partito dei cattolici, ma “un” partito di cattolici.

Non può sfuggire a nessuno l’importanza della affermazione dell’Ordinario di Cagliari. Ci chiediamo, pertanto, se Mons. Botto ha inteso, con il discorso accennato, affermare la legittimità dell’Azione Cattolica ad operare direttamente sul piano politico, oltre che svolgere l’apostolato che tradizionalmente le compete, ovvero ha voluto salvaguardare la Chiesa e la Gerarchia che ne è a capo da una diretta commistione negli affari politici.

Nel primo caso corre l’obbligo per dei democratici di ricordare che, a norma del Concordato, l’Azione Cattolica Italiana e le organizzazioni dipendenti sono riconosciute dalla Stato, nel senso di lecite e permesse, «in quanto esse, siccome la S. Sede ha disposto, svolgano la loro attività al di fuori di ogni partito politico» (Art. 43 del Concordato approvato con Legge 27 maggio 1929 n. 810).

Fuori di ogni tentativo di forzata e quindi irriguardosa interpretazione ci pare opportuno ritenere che Monsignor Arcivescovo abbia voluto, invece, precedendo sullo stesso piano l’articolo che qualche settimana dopo scriveva sui giornali dell’A.C. il Cardinale Ottaviani, distinguere le due sfere dello spirituale e del temporale, in un momento in cui lo zelo di certi cattolici politici sembra volerle confondere a tutto danno della religione…

da “Antologia del sardismo”:

Abbiamo sempre affermato, un po’ orgogliosamente, di non seguire testi sacri su cui sofisticare. La nostra testimonianza si è svolta in un paese che spesso si lascia dilaniare da dogmatismi ideologici e trascura i dati della esperienza.

Pure il Partito Sardo d’Azione, nel quale militiamo, è venuto elaborando una sua ideologia che, nata dai fatti e forte di costanti verifiche storiche, si è andata svolgendo ed elaborando entro linee di indubbio interesse generale. Riteniamo perciò di fare cosa utile riportando su queste colonne alcuni brani delle più importanti posizioni politiche assunte dal Partito. La stretta connessione dell’azione col pensiero che, con corretto procedimento culturale, si volle mantenere vivo ed aderente alla realtà dei tempi, un certo eclettismo, che polemicamente si contrapponeva al manicheismo delle diverse confessioni, non hanno consentito agli uomini del Partito Sardo d’Azione di formulare teoriche complete e saggi imponenti. Tuttavia le loro posizioni hanno raggiunto un risultato ben più importante: hanno dato ad un popolo la coscienza della propria soggettività e hanno dato un istituto autonomistico sul quale il popolo sardo, se lo vorrà, potrà far correre il proprio avvenire civile. Dovunque volgiamo la nostra attenzione troveremo uomini politici che si sono formati a questa strana scuola senza maestri e senza discepoli […].

Ai brani della nostra antologia sardista, che pubblichiamo da questo numero, non aggiungeremo commenti. Nella nostra umile fatica sentiamo di non poter ripetere l’errore dello storico delle dottrine politiche che, invece di raccogliere posizioni dottrinarie, inventa il pensiero altrui…

S’affaccia la politica di piano

Negli anni di passaggio fra ’50 e ’60 la Sardegna registra una graduale avanzata verso la sua modernizzazione grazie anche alle aperture che, sul piano politico, essa riesce ad imbastire e che, non senza contraddizioni, hanno un pendant in campo nazionale, con il progressivo avvio delle alleanze di centro-sinistra. Sicché la politica di programmazione – introdotta dalla famosa “Nota aggiuntiva” al bilancio dello Stato del 1962, depositata in Parlamento dal ministro del Bilancio Ugo La Malfa – e quella della Rinascita, esito di lunghe elaborazioni avviate negli anni ’50 tanto più nell’Isola stessa, in qualche modo si incroceranno. E se limiti vi saranno nella pratica attuazione degli indirizzi programmatori – e ve ne saranno anche di importanti – è pur vero che la società sarda conoscerà una nuova storia di sviluppo.

In tale quadro Marcello Tuveri dirigente del Partito Sardo d’Azione e “testa d’uovo” del sardismo donato al Centro di programmazione regionale sarà testimone e anche, con i suoi studi e le sue pubblicazioni, coprotagonista.

Ma è da ricordare che dal novembre 1958 il bicolore DC-PSd’A a presidenza Efisio Corrias chiude la terza legislativa ed apre la quarta, così per cinque anni pieni. Restano in posizioni eminenti, all’Industria e commercio Pietro Melis, e ai Trasporti, viabilità e turismo, e successivamente all’Igiene e sanità, Anselmo Contu.

Sarà dalla fine del 1963 un ancor maggiore coinvolgimento della sinistra: partecipa alla giunta inizialmente anche il PSDI, attraverso l’on. Cottoni. Dall’estate 1965, dopo il nuovo turno elettorale (che ha “liberato” il PSI dalla componente carrista lussiana ostile al centro-sinistra), finalmente anche i socialisti assumono, con gli onn. Peralda e Tocco, responsabilità dirette di governo.

Intanto con una legge del luglio 1962, nel contesto dell’indirizzo programmatorio avviato a livello nazionale e del coevo esordio della politica di Rinascita (e perciò della dotazione straordinaria di fondi statali per 400 miliardi di lire da spendere nell’arco di un dodicennio), la Regione si dota di un “polo elaborativo” denominato Centro Regionale di Programmazione: organo di supporto all’assessorato della Rinascita (denominato poi della Programmazione).

Nato virtuoso, riunendo competenze multidisciplinari, al Centro è chiamato fra i primi anche Marcello Tuveri, al tempo proveniente dagli uffici dell’università. D’altra parte già da tempo, a livello di partito, egli ha indirizzato molte delle sue energie a studiare le potenzialità che una politica di piano può manifestare per un riequilibrio socio-territoriale in uno allo sviluppo economico e civile. Così sullo scenario nazionale (ed ora, dopo i trattati di Roma, anche europeo) come su quello prettamente regionale.

Collaborando al mensile Il Bogino (che non a caso reca come sottotestata “cronache e prospettive della rinascita”) ha pubblicato diversi articoli e brevi saggi: nel 1960 “Aspetti organizzativi e istituzionali del Piano di Rinascita” (cf. 30 novembre), nel 1961 “Il sindacato” (cf. 31 marzo), “Piani di sviluppo in Italia” (cf. 30 aprile), “L’ente regione: libri e attualità” (cf. 30 giugno). Presto aggiungerà, di taglio piuttosto politico ma sempre riferito alla svolta programmatoria della politica nazionale e regionale, “I socialisti lombardi e l’autonomia regionale” (cf. gennaio 1962).

Di un qualche rilievo è la lunga (lunghissima) lettera al periodico romano Il Paradosso (nella sottotestata “rivista giovanile di cultura”) che Sardegna oggi, il bel quindicinale socialista condiretto a Cagliari da Sebastiano Dessanay e Antonello Satta, ospita nel suo numero del 15-31 dicembre 1962. Titolo “L’Autonomia come mezzo”.

Appartiene alla stessa stagione un rilevante articolo uscito su Il Mondo di Pannunzio, autorevole testata cui collaborano diversi sardi (da Giuseppe Fiori a Maria Giacobbe, da Salvatore Cambosu a Michelangelo Pira, ecc.): “400 miliardi per la Sardegna: il piano e la politica” (cf. 11 settembre 1962). Ad Ichnusa – il noto periodico diretto da Antonio Pigliaru – ha invece consegnato nel 1959 un intervento dal titolo “Un’indagine sul Montiferru” (cf. ottobre 1959).

L’impegno elaborativo in questi anni che, di Marcello, sono forse i più fertili è continuo come continuo è lo sforzo di collegare, in via biunivoca, le problematiche sarde a quelle nazionali, anche per la svolta politica che si prospetta e si fa sempre più vicina, a Roma, a favore del centro-sinistra. (Di tutto questo riferirò compiutamente nella seconda parte di questo mio contributo).

Potrebbe anche dirsi, e aggiungerlo alla bibliografia e repertorio pubblicistico, che il contributo alla materia – e in mix fra motivi giuridico-istituzionali sul regionalismo e motivi economici sullo sviluppo programmato –, a parte quanto anche rifluito nei quaderni La programmazione in Sardegna (usciti in numero di oltre 150), egli continuerà a fornire, talvolta anche rielaborando studi meritevoli di aggiornamento. Accennerò a qualcuno soltanto: “Una Regione da riformare” in Riforma della Regione e revisione dello Statuto, 1989; “Aspetti organizzativi e istituzionali del Piano di Rinascita” in La cultura della rinascita: politica e istituzioni in Sardegna (1950-1970), 1994; “I servizi tra pubblicizzazione e privatizzazione” in I Tempi, rivista di politica, cultura ed economia, 1999 (cf. marzo 1999); “La programmazione come utopia” in I limoni sono verdi di speranze: scritti in memoria di Antonio Cossu, 2005; “Metamorfosi del Piano di Rinascita” in La ricerca come passione: studi in onore di Lorenzo Del Piano, 2012 (si tratta di un corposo saggio d’una quarantina di documentatissime pagine).

Altri articoli e/o saggi brevi sono rifluiti sia in Ichnusa (nuova serie edita dalla Edes) che in Esse come Sardegna, il trimestrale fondato e diretto da Piercarlo Carta anch’esso alla fine del secolo scorso. (Ne darò diffusa e particolareggiata relazione nella terza parte di questo mio contributo).

Non tanto alla specifica tematica della programmazione ma all’impianto regionale e cioè ai propositi autonomistici (legislativi e amministrativi) del dopoguerra fa riferimento l’articolo “Autonomia, una esperienza tra luci ed ombre: il primo consiglio regionale della Sardegna fu eletto l’8 maggio 1949…” uscito in Almanacco di Cagliari 2000.

Accompagnando il Partito Sardo nella svolta
Rieletto nel consiglio regionale del PSd’A al congresso del 1957, il Nostro lo è anche al termine dei lavori dell’autunno del 1960, che vede la conferma di Giovanni Battista Melis alla segreteria politica. Incarichi direttivi egli conserva anche nei livelli cittadino e provinciale.

Certamente d’un qualche interesse, proprio anche con diretto riferimento alla sua militanza, è quanto testimonia l’indimenticato Virgilio Lai a proposito del gruppo detto “Azione sardista” che ha lasciato a Salvatore Cubeddu una ricostruzione fattuale e meditata.

L’approccio critico del gruppo (che coinvolge uomini – al tempo giovani uomini – di speciale ingegno, e anche cultura, come anche Sergio Bellisai, Paolo Pischedda, Enrico Montaldo, ecc.) è volto ad un partito laico e non autoreferenziale, di cultura radicale e moderna e portatore di una autorevolezza capace di tradursi, al di là dei numeri, in autentica leadership regionale. E’ per questo che viene presentato, al congresso del 1957, un documento destinato poi a divenire (ma mai diverrà) una rivista di dibattito: un testo, nella dimensione della “lettera aperta”, frutto di molte successive elaborazioni per i complessi richiami o le necessarie armonizzazioni fra la parola dei “padri fondatori” – fra essi inclusi i… continentali Salvemini e Dorso, accanto ai Bellieni e Fancello – e le urgenze del momento: «Le firme sono indicative di un clima di incertezza e confusione dovute, probabilmente, all’assillo di prendere decisioni su due piedi. Per dare un’idea sia pure vaga di alcune differenze esistenti tra le nostre posizioni, si pensi che Brusco, Mele e Ruju consideravano prioritario il problema dell’organizzazione e del cambio generazionale del partito, mentre noi di “Azione” e Marcello Tuveri ritenevamo indispensabile prioritariamente risolvere l’aspetto politico della vita del partito. I sottoscrittori di questo nuovo documento […] furono Bastianino Brusco, Mario Cannas, Marco Diliberto, Viriglio Lai, Nino Mele, Michelangelo Pira, Paolo Pischedda, Nino Ruju e Marcello Tuveri».

Il XIII congresso regionale, le elezioni amministrative di fine 1960 (46.130 i voti alle provinciali e percentuale del 6,9), quelle regionali del giugno 1961 (con la sigla anche del PRI nella scheda dei Quattro Mori) che marcano una certa ripresa di consenso e assicurano la conferma numerica dei consiglieri eletti. Questi gli appuntamenti di maggior impatto del PSd’A nel passaggio di decennio.

L’operazione politica che va prendendo corpo nel quinquennio che separa il turno elettorale-parlamentare del 1958 (alleanza con Olivetti) da quello successivo del 1963 (alleanza con il PRI di Oronzo Reale e Ugo La Malfa), combinandosi con la svolta storica nella politica isolana per l’avvenuta approvazione della legge 588/1962 del piano di Rinascita e nel maggior quadro delle aperture di centro-sinistra e dell’avvio della programmazione nazionale, è complessa e graduale, ideale e sentimentale, non soltanto d’algida contabilità elettorale.

Vedendola dalla parte del PRI, pendant Tuveri-Puddu
Fra le numerose iniziative assunte dai repubblicani o cui il PRI sardo partecipa a sostegno di un Piano di Rinascita “regionalizzato” è da ricordare quella che il 15 maggio 1960 si svolge presso la sede cagliaritana degli Amici del libro. Riferendone sulla prima pagina del 21 maggio, La Voce Repubblicana rileva la stretta collaborazione della segreteria regionale dell’Edera con il gruppo parlamentare di Montecitorio, auspicando un più collaborativo impegno da parte democristiana (e cislina) onde ottenere l’atteso risultato (cf. “Necessità di approvare senza indugio il piano di rinascita della Sardegna”, e già il 16.17 maggio 1960 “Chiesta la presentazione in Parlamento della legge sul piano di rinascita sarda”).

Di questi temi il PRI è stato investito già al suo XXVII congresso nazionale (marzo, Bologna). Schierato decisamente con la maggioranza di Reale e La Malfa, il giovane segretario sardo Lello Puddu richiama i voti tradizionali del repubblicanesimo sardo per la riforma autonomistica dello Stato (oltreché per quella scolastica e la pubblicizzazione delle fonti energetiche).

Forse non è casuale, ma diretta conseguenza degli orientamenti ufficiali del PRI, l’iniziativa assunta da Giovanni Battista Melis di «contatti politici e forse di una linea comune», di cui Ugo La Malfa, destinatario del messaggio del leader sardista, rende edotto Puddu, invitato a seguire gli eventi ed a ragguagliarlo (così come sui movimenti di Francesco Cocco Ortu, che rappresenta l’anima progressista del liberalismo sardo e nazionale).

Sarà ancora Puddu, sulla prima pagina de La Voce Repubblicana del 13.14 dicembre – titolo dell’articolo “Che cosa accade in Sardegna?” –, a riportare gli interessi isolani, e segnatamente quelli che s’identificano con il Piano di Rinascita ancora in elaborazione nelle aule parlamentari, al centro della riflessione nazionale repubblicana. Particolarmente significativo è un passaggio dell’articolo che rileva l’insensatezza di una crisi regionale di cui si va parlando in quei giorni: «Fare una crisi regionale in Sardegna dove opera una Giunta di centro-sinistra basata sulla collaborazione tra la DC e il Partito Sardo d’Azione (che vuol dire tra la DC e il Partito Repubblicano)…».

Netta anche la scelta di campo programmatica, in difesa dell’esecutivo Corrias e, ovviamente, della politica sardista. Scrive fra l’altro Puddu: «questa giunta è la formazione che ha rifiutato il piccolo cabotaggio delle elemosine governative per porre con serietà e con decisione il problema del rinnovamento delle strutture economiche e sociali in un organico schema di intervento quale è quello contenuto nelle linee del Piano di rinascita. La stessa ferma presa di posizione di fronte ad alcuni gruppi minerari stranieri si inquadra nella politica di sviluppo del Sulcis e non trova riscontro nella storia mineraria italiana; la sottrazione alla Giunta Provinciale Amministrativa del controllo sul merito e sulla legittimità degli atti dei Comuni e delle Province per affidarlo alla Regione (ma solo quello sulla legittimità), rappresenta un passo avanti, sconosciuto ad altre regioni, nell’applicazione del dettato costituzionale e nella realizzazione di una democrazia effettiva».

A fine settembre i rapporti fra PRI e PSd’A sembrano rafforzarsi ancor più. Il XV congresso regionale del Partito Sardo, al quale interviene il vice segretario nazionale repubblicano Emanuele Terrana, conferma la fedeltà dei Quattro Mori alla formula del centro-sinistra e l’adesione a una equilibrata compartecipazione di Stato e Regione (ma con preminenza di quest’ultima) nella gestione operativa del Piano di Rinascita.

A questo punto, considerate mature, come mai prima, le condizioni di base per stipulare un patto d’unità azione con il Partito Sardo, Puddu chiede ad Oronzo Reale una pubblica dichiarazione di amicizia verso quest’ultimo. Si conviene anche di ufficializzare tale apertura in occasione di una conferenza stampa televisiva.

In vista del turno amministrativo fissato per fine novembre e con la rinnovata partecipazione di militanti repubblicani nelle liste Quattro Mori, scende in Sardegna, inviato da La Voce Repubblicana, Adolfo Battaglia. Esito della sua inchiesta sul quadro politico isolano e sulle maggiori questioni sociali ed economiche che si impongono nel presente della Regione è un lunghissimo articolo su sei colonne, dal titolo “In Sardegna la destra d.c. tenta una prova di forza contro il centro-sinistra e il Partito d’Azione” (cf. La Voce Repubblicana, 3.4 novembre 1960. Così il sommario: “I sardisti, cui si sono uniti i repubblicani, in forte ripresa per la concreta azione che hanno impostato e svolto nella giunta regionale. Il piano di rinascita e i colpi al monopolio elettrico. La sinistra dc a Cagliari fuori della lista dominata da Brotzu e dall’ex sindaco Palomba”).

Di speciale interesse, sotto l’aspetto dell’intesa politica fra i due partiti, è il seguente passaggio: «Il PSd’A, guidato da Giovan Battista Melis, ha ritrovato se stesso, la sua forza, lo slancio di un tempo. Gli si è affiancato con la naturalezza di un incontro che è nei fatti prima ancora che nelle volontà, il Partito Repubblicano, che presenta suoi candidati (sotto il tradizionale simbolo dei “quattro mori” contornato dalla scritta PRI-PSd’A) nelle liste per i consigli comunali e provinciali di Cagliari, Sassari, Nuoro, e in numerosi altri importanti centri tra cui in primo luogo Olbia, Carbonia, Iglesias, Alghero, Guspini, Villacidro. Raffaello Puddu, segretario regionale e del PRI, è tra i sostenitori più fermi di questa alleanza che pone fine a un periodo di inutili incertezze tra repubblicani e sardisti, e spera di poter portare candidati repubblicani ad essere eletti tanto a Cagliari quanto a Nuoro, tanto a Olbia quanto ad Alghero.

«Accanto allo schieramento di centro-sinistra nei Comuni superiori a 10.000 abitanti, inoltre, il Partito sardo d’Azione ha tratto con molto realismo le conseguenze della divisione interna della DC: e dove il partito cattolico dava e dà garanzia di sano orientamento non ha rifuggito dal bloccare con esso per rafforzare la linea di centro-sinistra; ma dove la DC era dominata da cricche e consorterie destrorse, legate alla Curia e ad ambienti reazionari, ha rotto decisamente con essa e ha promosso la formazione di schieramenti popolari con i partiti di sinistra. In 33 Comuni su 70 della provincia di Cagliari, in particolare, si è verificato questo blocco delle sinistre, in cui il Partito sardo ha quasi sempre funzione di propulsione e di guida. Una perdita obbiettiva per il partito e per l’isola è costituita piuttosto dal ritiro di Pietro Mastino, che dopo la Costituente e la prima Legislatura repubblicana, ha degnamente ricoperto per anni la carica di Sindaco di Nuoro…».

Il 6 novembre si tengono quindi le elezioni amministrative. Alle comunali dei capoluoghi – e segnatamente di Cagliari e Nuoro – partecipano diversi repubblicani: quattro a Cagliari (Cabras, Marrazzi, Puddu e Sanna, reduce da una assemblea di giovani della FGR a Firenze), uno a Nuoro (Burrai), altri ad Olbia (a cominciare da Bardanzellu, candidato anche per il collegio provinciale), a Sorso (Murineddu), a Carbonia (Galardi) ecc.

E’ di queste stesse settimane il convegno che i giovani sardisti chiamano a Castelsardo e per un intero fine settimana: organizzato dalla dirigenza sassarese con la partecipazione di diversi esponenti di spicco – dal direttore regionale al sen. Mastino, ai vari consiglieri regionali – ne è parte attiva, insieme con Nino Ruju e Bastianino Brusco, anche Marcello Tuveri.

1961, le convergenze crescenti fra PSd’A e repubblicani
Segue, nel gennaio 1961, un altro convegno: quello degli amministratori locali con più di cento partecipanti. Anche questo nuovo anno segue gli indirizzi ormai impostati in termini di solidarietà integrale fra repubblicani e sardisti. E’ intanto da sottolineare che il 16 aprile la direzione nazionale del PRI esamina il disegno di legge sulla Rinascita nella stesura governativa ed in quella esitata dal Consiglio regionale, ritenendo – come è detto nel comunicato ufficiale – «che l’originaria programmazione e l’attuazione del Piano spettino all’organismo regionale salvaguardando il principio della organicità e della aggiuntività degli stanziamenti». Il PRI sollecita dunque il governo «perché si accelerino gli studi e le deliberazioni relativi al piano nazionale di sviluppo, in cui i piani regionali vanno inquadrati e nell’ambito del quale deve continuare a avere piena utilizzazione l’esperienza e la competenza specifica della Cassa del Mezzogiorno» (cf. La Voce Repubblicana, 17.18 aprile 1961).

Lo stesso Puddu svolgerà una funzione di autentica sentinella del processo legislativo volto alla approvazione di uno stanziamento complessivo di 400 miliardi di lire in dodici annualità. Ne scriverà ancora su La Voce Repubblicana quando il Senato inizia l’esame del disegno di legge, firmando l’editoriale nel quale ancora una volta non manca di valorizzare le prese di posizione del PSd’A. (cf. La Voce Repubblicana, 14,15 novembre 1961, “Il piano per la Sardegna”).

Sotto il profilo puramente interno al partito dell’Edera e delle relazioni che con il PSd’A si svilupperanno sulla rete delle organizzazioni collegate – dalla corrente UIL e ITAL all’ENDAS – sarebbe da collocare qui il primo tentativo (purtroppo fallito) di affermare, attraverso un consorzio di cooperative edilizie, una presenza della AGCI nell’Isola, appunto coinvolgendo insieme la UIL e il Partito Sardo di Nuoro.

Sotto il profilo invece organizzativo-logistico sembra importante rilevare che la fraternità dei rapporti fra PRI e PSd’A porta quest’ultimo ad offrire ai repubblicani ospitalità nelle proprie sedi, tanto più a Cagliari ed a Nuoro, né soltanto qui…

Alleanza anche alle regionali che la stampa inquadra nella condivisa visione della questione della Rinascita. Sassari Sera scrive della collocazione ideale o ideologica del PSd’A, riportandola «al pensiero di uomini come Mazzini, Cattaneo e Spaventa», e ancora di Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini, quindi del miglior meridionalismo continentale.

In quanto alla partecipazione repubblicana alle liste sardiste, sono da segnalare le candidature dell’algherese Dario Angius e dell’olbiese Achille Bardanzellu.

Mentre Lello Puddu continua ad accompagnare, con costanza, l’informativa nazionale sulle questioni d’interesse isolano scrivendone sul quotidiano del partito (cf. La Voce Repubblicana: “Sardegna e politica di sviluppo” e “Un piano con le gobbe”, rispettivamente il 23.24 gennaio ed il 13.14 febbraio 1962), ma anche su La Nuova Sardegna (cf. 2 e 3 marzo 1962) offrendosi anche come ponte di comunicazione fra La Malfa e Melis, a marzo – vigilia del congresso nazionale convocato a Livorno – giunge in Sardegna, per contatti con la militanza e la sponda sardista, Claudio Salmoni, prossimo cosegretario nazionale e sindaco di Ancona.

A febbraio è stato intanto varato il IV governo Fanfani detto delle “convergenze parallele” (il primo di centro-sinistra con l’astensione socialista), composto da ministri democristiani e socialdemocratici oltre che dai repubblicani La Malfa al Bilancio e Programmazione economica, Macrelli alla Marina Mercantile e Camangi (sottosegretario) all’Agricoltura e foreste. Per il PRI si realizzano dunque le condizioni politiche perché il Piano di Rinascita possa prendere quelle linee auspicate dagli stessi repubblicani sardi e dagli alleati del PSd’A.

Rammaricandosi di non poter partecipare al congresso provinciale sardista di Nuoro, il 6 aprile l’on. La Malfa invia un espresso al direttore regionale sardista confermando la fiducia sull’azione del PSd’A nella giunta regionale. Seguono tre alinee che paiono politicamente sostanziali:

«Il Piano di Rinascita di cui avete sempre rivendicato, anche nelle recenti riunioni romane, ai sardi ed al Governo della regione la responsabilità storica preminente, costituirà lo strumento e la conquista più impegnativa e democraticamente risolutiva per il cui risultato siamo insieme impegnati.

«Io vi auguro un buon lavoro come Repubblicano e come Ministro che crede nella “svolta”. So che i sardisti hanno sempre combattuto per gli ideali e le cose che il Governo, di cui faccio parte, rappresenta.

«Perciò la solidarietà che vi esprimo è anche l’auspicio sentito e fraterno delle lotte che dovranno trovarci alleati per le realizzazioni comuni, nell’interesse della Sardegna, che ne è così degna, del Paese e delle conquiste di libertà e di giustizia».

L’assise nuorese, anche per la presenza dell’intero vertice del partito, rivela da subito l’importanza di un vero e proprio congresso politico regionale.

Da parte di tutti gli oratori è un insistito “peana” alla unità d’azione con i repubblicani, per i quali interviene lo stesso segretario Puddu (che a Nuoro ha la residenza professionale ed è in assidua consuetudine con la militanza sardista). Nella mozione conclusiva il congresso esprime «la più viva e fraterna solidarietà al PRI» che, sul piano nazionale, è stato protagonista della svolta di centro-sinistra ed è stato anche «assertore convinto e fattore determinante» della politica di programmazione, sostenendo «vittoriosamente le modifiche in senso autonomistico del disegno di legge sul piano di rinascita, interpretando esattamente le istanze sardiste e le aspirazioni generali del popolo sardo».

Il congresso – è detto infine – auspica che il PSd’A «rinnovato nelle sue strutture organizzative anche nelle altre province e rafforzato da più organiche collaborazioni con altre forze democratiche autonomiste e particolarmente sul piano nazionale col PRI, consolidi ed espanda la sua capacità di intervento, di stimolo e di guida in ordine all’attuazione del Piano di rinascita e degli indirizzi della politica nazionale e regionale, concepiti in funzione del progresso economico e della elevazione sociale del paese e in primo luogo delle popolazioni sarde» (cf. La Voce Repubblicana, 14.15 aprile 1962, La Nuova Sardegna, 11 aprile 1962. Cf altresì Bastianino Brusco, “Il Congresso di Nuoro del Partito Sardo d’Azione” in Ichnusa n. 45, maggio 1962).

Di particolare importanza, del medesimo periodo, è una nuova e lunga lettera di Ugo La Malfa al direttore regionale sardista, datata 12 maggio 1962, il cui spunto è fornito da un articolo a firma di Giovanni Chironi uscito nel numero di aprile-maggio 1962 di Sardegna oggi, titolato “I sardisti alla ricerca di un Ugo La Malfa”, contenente una analisi critica circa la capacità del PSd’A di assolvere sullo scenario isolano al ruolo svolto dal PRI su quello nazionale.

Nel suo messaggio La Malfa insiste nel considerare ingiustificate, alla prova dei fatti, le riserve o perplessità espresse dall’articolista, avendo il Partito Sardo degnamente condotto la battaglia autonomistica e, segnatamente, l’azione legislativa e amministrativa nella Regione volta alla modernizzazione isolana ed a configurare il Piano di Rinascita non come «un mezzo di interferenza, quindi di paternalismo del governo centrale nelle vita regionale», ma «un nuovo impulso alla crescita e all’amministrazione autonoma dei sardi». Evoca «le conversazioni, sempre appassionate, che si sono succedute, prima della formazione del governo di centro sinistra e dopo, qui nel mio studio al Ministero del Bilancio» con i rappresentanti del PSd’A «e innanzitutto – così scrive – con te, caro Melis, in queste ultime settimane, quando la costituzione di quel governo ha permesso di portare alla migliore conclusione pratica le impostazioni autonomistiche che vi sono caratteristiche». Aggiungendo, sul punto, il riconoscimento «che il vostro contributo di idee di elaborazione è stato prezioso per giungere all’attuale redazione emendata del piano per la Sardegna, che soddisfa largamente, credo, le esigenze della autonomia, mentre rappresenta la prima concreta definizione dei rapporti tra pianificazione nazionale e pianificazione regionale».

Così la conclusione: «Quando sento parlare di crisi nel governo regionale, per il raggiungimento di una formula teoricamente migliore dell’attuale, a me sembra che il richiamo primo non sia da fare alle intenzioni, senza dubbio ottime, ma appunto alla concretezza politica, la quale impone di tenere tutto presente, in ogni campo e settore. Una crisi che, in vista delle elezioni regionali e politiche del ’63, e dell’inizio dell’attuazione del piano, servisse concretamente ad escludere il PSd’A dal governo regionale riporterebbe indietro di molti anni la lotta politica in Sardegna e costituirebbe un’operazione che si muoverebbe non sotto il segno del centro-sinistra, ma sotto il segno dell’integralismo di destra, o al massimo di un dialogo esclusivo cattolico-socialista che non sarebbe comunque la via autentica dello sviluppo politico, né regionale né nazionale. Il PSd’A rappresenta concretamente in Sardegna il partito da cui passa la linea del centro-sinistra».

Stagione Rinascita
La lettera di La Malfa risale a giornate “di fuoco” per la politica repubblicana. E’ infatti dello stesso maggio la presentazione al Parlamento, da parte del ministro del Bilancio, della “Nota aggiuntiva”, con la prima proposta di programmazione nazionale tesa a riassorbire progressivamente gli squilibri di sviluppo sia territoriali che settoriali.

Il 20 dello stesso mese i repubblicani sardi vanno a congresso a Cagliari, ribadendo insieme l’opzione per il centro-sinistra e per l’intesa con i sardisti.

L’assemblea congressuale, presieduta da Francesco Burrai – vecchio combattente nella guerra di Spagna –, si svolge nella sede del partito (condivisa con il PSd’A,) presente anche il direttore regionale sardista Giovanni Battista Melis.

Questo il documento approvato all’unanimità a conclusione dell’ampio dibattito, nella parte riguardante la politica sarda: «Il XIV congresso regionale del Partito Repubblicano Italiano, […] impegna la Direzione Nazionale, i Parlamentari ed i Ministri repubblicani a procedere con fermezza all’attuazione pratica dei più salienti punti programmatici dell’attuale Governo, quali: l’ordinamento regionale dello Stato; la programmazione economica; la nazionalizzazione dei servizi pubblici di più spiccato interesse sociale, ed in particolare la produzione e l’erogazione dell’energia elettrica; la democratizzazione del sistema tributario; la riforma e la tutela della scuola di Stato; la lotta contro la disoccupazione e la depressione sociale; la moralizzazione della vita pubblica […]

«I Repubblicani, che facendo proprie anche le istanze poste dai Sardisti, hanno ottenuto – grazie al decisivo intervento dell’on. La Malfa – la nuova formulazione del Piano di Rinascita della Sardegna, sono conseguentemente impegnati a fondo nel vigilare sulla concreta attuazione di esso, e a denunciare all’opinione pubblica le eventuali deficienze degli organi preposti alla sua attuazione, e ciò col senso tradizionale – che li caratterizza – di aderenti ad un partito popolare riformista e moralizzatore della vita pubblica.

«In questa fondamentale azione i Repubblicani sardi saranno solidali soprattutto con il Partito Sardo d’Azione, per le sue riconosciute tradizioni repubblicane, democratiche ed autonomistiche; ad esso Partito i Repubblicani sardi riconoscono una peculiare funzione sempre viva e feconda di risultati. I Repubblicani sardi, inoltre, memori delle molte lotte politiche ed elettorali combattute insieme con gli amici sardisti, sono certi di consolidare sempre più i reciproci vincoli, per una più costante e proficua attività comune a tutto vantaggio del Popolo Sardo».

Questo, invece, è il testo dell’ordine del giorno presentato da Puddu e pure approvato dai delegati: «Il XIV congresso regionale del PRI riunito in Cagliari esprime il più vivo ed affettuoso ringraziamento ai Parlamentari, al Segretario del Partito Reale e soprattutto al Ministro del Bilancio La Malfa per il determinante apporto al nuovo disegno di legge sulla Rinascita, che rappresenta la vittoriosa conclusione della battaglia dei sardisti e dei repubblicani accomunati dalla fondamentale impostazione autonomistica.

«In ordine alla situazione politica regionale, respingendo una pura e semplice ricerca di formule, giudica elementi caratterizzatori di una politica di centro sinistra: a) il rilancio dell’istituto regionale attraverso nuove strutture adatte ai nuovi gravosi compiti; b) una programmazione regionale determinata da scelte rigorosamente prioritarie costantemente rivolte all’interesse collettivo; c) una politica economica di incentivi nettamente antimonopolistica; d) la più ampia democratica partecipazione popolare alle discussioni, alle scelte alle responsabilità che il Piano comporta affinché tutti i Sardi, senza discriminazioni di sorta, concorrano a realizzare un’autentica Rinascita economica e sociale della Sardegna». (Le carte congressuali sono state raccolte in appositi faldoni nel Repertorio del Movimento democratico sardo dell’Otto-Novecento repubblicani-azionisti-sardisti, da me impiantato in capo alla biblioteca familiare degli ormai 30mila libri).

Al XXVIII congresso nazionale in svolgimento a Livorno dal 31 maggio al 3 giugno interviene lo stesso on. Melis, accolto con molta cordialità dai delegati, ai quali propone del suo partito l’immagine storica di una formazione da sempre idealmente prossima al PRI perché derivata dallo stesso ceppo ideale. Convenendo con gli obiettivi dell’azione repubblicana in particolare in materia di programmazione economica in cui sia evidente il taglio meridionalistico, afferma: «Il Piano di rinascita della Sardegna, aspirazione quarantennale del Partito Sardo d’Azione, è lo strumento attraverso cui il popolo sardo troverà la via della civiltà democratica». Non mancando anch’egli di esprimere riconoscenza a La Malfa e Reale per la «fraterna solidarietà» nella lunga battaglia governativa e parlamentare, conclude esprimendo la certezza che «le nuove battaglie troveranno insieme il Partito Sardo e il Partito Repubblicano per l’avvenire più luminoso della democrazia nel nostro Paese» (cf. La Voce Repubblicana, 4.5 giugno 1962).

A novembre lo stesso Melis rilascia una lunga intervista all’organo di stampa repubblicano, pubblicata da La Voce con grande risalto grafico. Fra le battute politicamente più significative, tanto più se viste alla luce degli eventi che seguiranno negli anni, è la seguente: «Noi non siamo mai stati separatisti. Il separatismo è una soluzione disperata, come l’emigrazione e il banditismo, una soluzione antitetica all’autonomismo che secondo noi è lo strumento per risolvere il problema nazionale dei disequilibri regionali e territoriali. L’autonomismo è differente dal decentramento amministrativo, è qualcosa di più, è autogoverno. Noi abbiamo sempre avuto la certezza che i sardi matureranno la loro coscienza nazionale e la loro fede nello Stato democratico attraverso l’autogoverno» (cf. La Voce Repubblicana, 6.7 novembre 1962).

Intanto ai primi di agosto Michele Cifarelli, che nel PRI appartiene all’area meno propensa a “scommettere” sulla cultura di governo dei socialisti e quindi sulla bontà della svolta di centro-sinistra, viene in Sardegna per incontri, oltre con l’intera dirigenza sardista, da Melis a Mastino ed Oggiano, da Puligheddu e Maccioni, Sedda e Mario Melis ecc. per approfondire insieme questioni politiche ad altre di pertinenza della Cassa per il Mezzogiorno a lui segnalate (infrastrutture dei Comuni di Oliena e Laerru, Consorzio Marreri Isalle, approvvigionamento idrico di Burcei, area industriale di Olbia ecc.). Anche questa missione rafforza, con le conoscenze personali, i rapporti fiduciari fra i due partiti.

All’amicizia con il PRI per la comune derivazione ideale e politica guardano con speciale convinzione i giovani del PSd’A, attivi a Sassari e Nuoro soprattutto. Essi curano le pubblicazioni un bollettino interno di informazioni – Il corriere sardista – che nel suo numero di novembre dello stesso 1962 affronta diffusamente la materia tanto in apertura del numero (“Discorso al lettore”), quanto in una riflessione nella foliazione interna. Autore di entrambi gli scritti è Giovanni Merella, che negli anni avvenire sarà fra gli scissionisti e confluenti nel PRI, partito del quale diverrà anche consigliere regionale e segretario regionale. «Le prossime scadenze elettorali – osserva Merella – ci danno la misura esatta di quanto il discorso tra noi sia necessario ed utile… Che cosa faremo, ci saranno e chi saranno i nostri alleati?... La nostra posizione, per quanto non esplicita sinora, è chiara a tutti. Ma anche il partito si muove verso un accordo con il PRI… D’altro canto il congresso di Nuoro è stato, pur esso, categorico, indicando come il nostro naturale alleato il Partito Repubblicano. Né ci pare che futili questioni di contrassegno possano arenare intese che hanno radici ben profonde nella storia nostra e del PRI. E’ soprattutto su tale problema che chiediamo a tutti chiarezza, poiché in essa è il presupposto di una lotta politica di fondo che ci considera impegnati, perché coscienti di avere voluto e determinato certe scelte».

L’altro articolo di Merella, titolato “I precedenti di un’alleanza”, è estremamente interessante perché si pone direttamente nel solco della riflessione politica lamalfiana, collocando la rinascita sardista, dopo la seconda guerra mondiale, nel fervore dell’azionismo, attraverso cui pareva che alcuni fondamentali postulati dell’autonomismo isolano fossero entrati nella cultura politica nazionale. La disfatta però del Partito d’Azione, con la caduta delle sue riserve socialiste cioè, riportò il sardismo «nella sua tradizione di lotta meridionalista e nella sua maturità di programmi e di critica, incentivi possenti che lo sostennero nella lotta per molti anni.

«Ma – soggiunge Merella – dallo sfaldarsi del partito d’azione un altro partito rinacque con le tradizioni profondissime, e con un patrimonio culturale ed ideologico nobilissimo: il Partito Repubblicano. In esso militano tuttora gli uomini più responsabili e più preparati della nostra democrazia e ad esso l’Italia deve molto di quanto è stato fatto per il suo progresso. Mazzini, Cattaneo, Mario, e poi, in tempi più recenti, Salvemini, Fortunato, Gobetti, Salvatorelli, De Ruggiero sono nomi che nell’esaminare il patrimonio culturale antico e più recente del PRI noi troviamo rappresentati. Infine l’ultimo balzo in avanti nella strada del progresso democratico, l’ultimo grande mezzo di razionalizzazione delle nostre strutture sociali, la pianificazione, è stato difeso, propugnato, portato alle soglie della realizzazione da Ugo La Malfa, un repubblicano.

«Se ora, dopo aver ricordato la maturità del nostro partito, la sua storia, la sua funzione sociale passata e futura e i suoi programmi li accostiamo a quelli del PRI… dovremo riconoscere che mai come ora, nel momento in cui cioè le forze politiche democratiche si alleano più strettamente per condurre una lotta politica più serrata, è necessario rinsaldare i vincoli già forti che ci legano al PRI. E nel fondo del rinnovamento di questa alleanza c’è qualcosa di più che un semplice incontro tattico: c’è un vero e proprio ritrovare se stessi dopo aver raggiunto la maturità necessaria per farlo, c’è la premessa sicura per la ricostruzione di una sinistra democratica unitaria, quale da tempo si auspica. Molti sintomi ci dimostrano questo: il riavvicinarsi degli amici de Il Mondo al PRI, il consolidarsi della sia pure piccola base elettorale della sinistra democratica, il formarsi di una mentalità intellettuale di tipo liberal-socialista. Le nostre tradizioni, i nostri programmi per il futuro dell’Isola, le nostre ideologie ci inseriscono profondamente in questo processo di riaccostamento. Sapremo noi essere all’altezza di questo momento storico?» (cf. Il corriere sardista, stampato come numero unico, è redatto da Merella insieme con G.A. Tabasso e Giampiero Mureddu).

***

Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).


Fonte: Gianfranco Murtas
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