Gianfranco Murtas

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Marcello Tuveri, il gusto della lealtà: per l’autonomia regionale nelle faticose conquiste democratiche e repubblicane della patria italiana (parte seconda)

di Gianfranco Murtas


Cerco, nelle pagine che seguono, di dare sviluppo a quanto già riepilogato del percorso di vita di Marcello Tuveri, tanto più, ovviamente, sul versante del suo impegno pubblico. In particolare, in quanto esponente del Partito Sardo d’Azione verso il quale, intorno alla metà degli anni ’60, matura, con altri, una posizione critica variamente motivata, ma soprattutto volta a contestare l’indirizzo separatista che, introdotto da Antonio Simon Mossa, non parve trovare nella dirigenza apicale di Giovanni Battista Melis – deputato iscritto al gruppo parlamentare repubblicano – giusto o adeguato contrasto. Saranno lì le premesse – dopo una leale e feconda militanza di vent’anni - del distacco dal PSd’A e la prosecuzione dell’impegno politico nelle fila del Partito Repubblicano Italiano: il partito, s’intenda bene, che costituiva come il capofila dei sodalizi politici chiamati a dare evolutiva attualità ai postulati ideali della scuola democratica risorgimentale riconducibile, in quanto all’unitarismo/comunalismo a Giuseppe Mazzini e in quanto al federalismo a Carlo Cattaneo.

Fra “Il Bogino” ed “Ichnusa”

Fu un impegno, insieme elaborativo e di partecipazione – insomma e intellettuale e politico – quello espresso da Marcello all’alba degli anni ’60 come collaboratore di varie riviste: in particolare è da segnalare la presenza più volte replicata sulle pagine de Il Bogino bimestrale in uscita a Cagliari dall’ottobre 1960 a direzione di Ignazio De Magistris, giornalista, sindacalista, consigliere regionale democristiano, e nella cui redazione egli figurava insieme con amici d’area sardista (come Nino Ruju e Michelangelo Pira, ed anche Antonio Cossu) ed altri d’area dc-cislina, taluno dei quali, come Gerolamo Colavitti, presto impegnato, da collega, nelle funzioni del Centro di programmazione regionale. (Gli altri erano Diego Are, Francesco Accardo, Ernesto Dessì, Giuseppe Pisanu).

Ho già ricordato gli articoli (e talvolta veri e propri saggi brevi) pubblicati dal Nostro sulla rivista e da essi si potrebbero trarre alcuni stralci utili a penetrarne i termini essenziali della riflessione “tecnico-politica”. Eccone una rassegna:

da “Aspetti organizzativi e istituzionali del Piano di Rinascita” (cf. n. 1, ottobre-novembre 1960):

L’individuazione critica delle strutture che l’Amministrazione pubblica porrà in essere per realizzare il programma di intervento non può non partire, nella attuale fase conoscitiva, dalle considerazioni che all’argomento [lo sviluppo economico e sociale dell’Isola come previsto dall’art. 13 dello Statuto speciale] sono state dedicate nel rapporto conclusivo redatto dal “Gruppo di lavoro”.

Per la prima volta tra i compiti di una Commissione preposta al disegno di un piano operativo è stato previsto l’obiettivo di individuare gli strumenti e la loro traduzione in termini che ne consentano l’espressione legislativa e amministrativa.

Il “Gruppo di lavoro” ha assolto il compito rappresentando la configurazione di molteplici soggetti ed organi, esistenti o da istituire, in coerenza al principio del coordinamento di tutte le attività, ordinarie e straordinarie, esplicate dai pubblici poteri, direttamente o mediatamente nell’area regionale interessata. Il principio di impegnare col programma di intervento tutte le strutture sociali esistenti «mediante la contemporanea manovra delle leve disponibili» e di predisporre simultaneamente le strutture necessarie a mettere in moto i meccanismi di sviluppo si dispiega in ogni parte del rapporto conclusivo, dalle considerazioni introduttive, al capitolo dedicato ai problemi ed alle linee di intervento (sia per i settori di interesse generale sia per le attività economiche) per pervenire, attraverso la programmazione ed il coordinamento, sino alla indicazione delle somme necessarie a coprire il costo degli strumenti.

In termini descrittivi diremo che per le materie dei trasporti, habitat e fonti di energia non si hanno indicazioni di rilievo sull’argomento che ci occupa. I molteplici obblighi dello Stato (riduzione tariffe ferroviarie, autonomia funzionale delle zone industriali, riduzione imposte fabbricazione carburanti, etc.) e dell’Organismo di attuazione (navi traghetto, potenziamento aeroporti e rete stradale, assunzione di oneri in materia di edilizia scolastica, etc.) non implicano la creazione di particolari strutture.

Di carattere tipicamente novativo sono, invece, le indicazioni strumentali per la gestione ed il coordinamento degli interventi atti a stimolare il progresso dei fattori umani dello sviluppo. Potranno essere affidate ad istituzioni esistenti o di nuova costituzione i compiti di preparare i quadri degli specialisti e degli animatori locali, gli insegnanti e gli istruttori pratici, gli adulti. Il programma comporta l’inquadramento nella prospettiva dell’intervento di tutta l’attività scolastica per la preparazione professionale.

E’ prevista la istituzione dei centri di assistenza per lo sviluppo agricolo, finalizzati al miglioramento della economia di settore, gestiti dai centri zonali di sviluppo e soggetti alle direttive tecniche degli ispettorati provinciali per l’agricoltura, e dei centri di assistenza alla industrializzazione, gestiti dagli organismi zonali per lo sviluppo industriale e destinati ad operare in stretta correlazione con le altre istituzioni del settore.

L’unità di indirizzo mediante il coordinamento di questo complesso di istituti ed organi dovrebbe essere realizzata con la realizzazione di un apposito Ente regionale da costituirsi su iniziativa dell’Organismo di attuazione e per affiancarne l’opera con compiti di direzione tecnica generale e di assunzione di responsabilità dirette nelle diverse attività previste…

E in conclusione:

Appare ovvio sottolineare che – nel momento in cui si chiede agli interessati, cioè a tutti i cittadini che vivono ed operano nell’Isola – una partecipazione all’intervento, l’alta amministrazione dell’intervento stesso non può presentarsi divisa o frammentata in una costellazione di centri di potere tra loro indipendenti od addirittura in contrasto. Sul piano tecnico amministrativo e dal punto di vista della fiducia dei cittadini nelle istituzioni qualunque soluzione è preferibile piuttosto che ingenerare incertezze o contraddittorietà nell’esercizio dei poteri.

La prima qualità che si richiede alle strutture amministrative interessate all’intervento sarà la capacità di stabilire relazioni umane non solo all’interno della organizzazione, ma anche e soprattutto nei confronti dei cittadini. L’essenza della attività amministrativa è fondata, in democrazia, sul principio della sovranità popolare ed il fine ultimo della amministrazione sta nella soddisfazione massima possibile dei bisogni e dei desideri della collettività. Da questo discende che le relazioni umane e pubbliche costituiscono un dovere essenziale della amministrazione e l’obbligo morale di ciascun ufficio pubblico è quello di vivere tra pareti di vetro e con la porta sempre aperta al dialogo con la collettività.

Seconda qualità necessaria in considerazione della ampia discrezionalità di cui saranno dotati gli operatori è una moralità altissima, tale da evitare tutto ciò che, pur non trovando limiti obiettivi nelle norme giuridiche, possa indurre ad intendere le azioni come frutto di discriminazione. La responsabilità di chi amministra verso la collettività non sempre trova collocazione in una norma di diritto positivo.

Proprio per questo la convinzione di essere al servizio del popolo e di operare nell’interesse della collettività deve essere profondamente radicata in chi esercita una funzione pubblica.

Quando la pubblica amministrazione assume compiti generali come quelli previsti nel programma di intervento, deve mettere a punto la propria organizzazione in modo da poter bene amministrare e mantenere l’impegno di essere espressione dei cittadini.

L’operatore dell’intervento dovrà avere lo slancio e la carica di iniziativa dell’imprenditore privato e la coscienza esterofinalista, trascendente cioè i fini individuali, del funzionario pubblico.

(Il testo è riprodotto integralmente ed ampiamente commentato in La “cultura della Rinascita”. Politica e istituzioni in Sardegna (1950-1970) a cura di Francesco Soddu, Sassari, Soter editrice, 1994).

da “Il sindacato” (cf. nn. 2-3, dicembre 1960-febbraio 1961):

La partecipazione degli operatori economici e sociali al programma di intervento è indubbiamente una caratteristica nuova nella azione dei pubblici poteri per la espansione economica del Paese. Per questa sua caratteristica la partecipazione ha sostenuto interpretazioni e critiche che ne hanno irrobustito l’attualità. Soltanto il problema del rapporto industria e agricoltura ai fini dello sviluppo economico ha suscitato, forse, tanto interesse quanto ne ha destato la questione della organizzazione e della partecipazione delle forze economiche e sociali ai diversi momenti della programmazione, della direzione e della esecuzione. L’argomento è perciò capace di sopportare qualche considerazione preliminare all’esame del contributo delle associazioni sindacali operanti nell’Isola rispetto al Piano di rinascita.

Si può essere per la dinamica delle classi o per la sparizione di una di esse ovvero può ammettersi una mobilità sociale più o meno intensa, ma è indubbio che le classi sociali costituiscono una realtà del nostro tempo che si esprime per taluni fini mediante i partiti e, per altri, quale l’autotutela degli interessi professionali collettivi, mediante le associazioni sindacali.

E’ osservazione altrettanto ovvia che un programma di intervento non costituisce un fatto interno ed esclusivo delle rappresentanze politiche, dei pubblici poteri in genere e, tanto meno, della pubblica amministrazione. Ogni momento di una politica di sviluppo (ed il programma per la Sardegna non è altro che un esempio di tale politica) è un fatto che riguarda la società non solo nel suo complesso ma anche nei suoi gruppi costitutivi, nelle classi sociali organizzate sindacalmente. Se per quanto riguarda la società il problema è connesso all’atteggiamento del singolo verso la vita produttiva e di relazione, quando ci riferiamo all’interesse dei suoi gruppi costitutivi dobbiamo tener conto dei sindacati dei datori di lavoro e dei prestatori d’opera. Non vale ad escludere tale riferimento il fatto che le tendenze associative delle aree depresse, come il Meridione d’Italia e la Sardegna «derivino più da motivazioni di carattere emotivo che di tipo funzionale e relazionale» (Relazione del Presidente del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, pag. 292, Roma, 1960). Anche se nell’ambiente isolano è più diffuso come legame associativo il parentado e la clientela che non il sindacato e la cooperativa, la necessità di liberare certe energie e di metterle in moto esige che siano modificate talune arretratezze nelle forme e nei contenuti delle strutture mediante la esaltazione del carattere rappresentativo delle associazioni di tipo più moderno e razionale.

La vera ragione per cui è molto discussa la legittimità della partecipazione delle associazioni sindacali, specialmente di quelle dei lavoratori, sta proprio nella considerazione fatta poc’anzi e che denuncia implicitamente la situazione dei gruppi sociali organizzati ed il loro scarso peso nell’Isola.

E in conclusione:

Evidentemente il contributo delle associazioni sindacali sarà condizionato alla rispondenza del programma agli orientamenti espressi, e non potrà concepirsi in termini di subalternità o di rinuncia alla propria autonomia da parte delle associazioni stesse. In ogni caso sarà altamente proficuo, nel rispetto di tali limiti, perché, per la prima volta in Italia, la volontà riformatrice dei poteri pubblici non cadrà dall’alto e l’iniziativa non apparirà, come è accaduto nello scorso decennio per la riforma agraria, di tipo paternalistico.

La partecipazione, inoltre, dovrebbe contribuire a garantire la concreta operatività del principio affermato sia dalla Commissione di studi che dal Gruppo di lavoro, della priorità degli interventi per lo sviluppo dei fattori umani. Non si comprende, infatti, come una tale priorità potrebbe esplicarsi negando cittadinanza all’interno del programma alle associazioni naturali dei protagonisti dell’iniziativa economica e sociale.

Ma tutti i vantaggi, nonostante l’attitudine e la volontà delle organizzazioni sindacali, sono destinati a sparire se la partecipazione sarà considerata come una soluzione tecnica ricercata per realizzare finalità di efficienza e non in funzione della trasformazione sociale e culturale dell’ambiente.

da “Piani di sviluppo in Italia” (cf. n. 4, aprile 1961):

Il numero tre della rivista Economia e Storia diretta dal prof. Amintore Fanfani è dedicato allo orientamento della politica economica nazionale nell’ultimo quindicennio: il fascicolo suscita interessi vasti e profondi tanto da rendere difficile, in poche pagine, esprimere un motivato giudizio critico. Tale è la quantità dei fatti attuali che vengono passati in rassegna che al limite si sente più forte il bisogno di trascriverne l’indice, che non di assumere per sé e per gli altri le luci e le ombre […]. Circa duemila titoli di volumi, note ed articoli, ordinati in cinque voci e numerose sottovoci, bastano da soli a costituire un saggio di pregio e di valore tutt’altro che trascurabile. Basta pensare ad alcune indicazioni quali “La pianificazione territoriale” (con le sottovoci della “pianificazione regionale” e dei “piani regionali di sviluppo”) ed a quella dedicata ad «alcuni interventi programmatici dello Stato» (sotto cui sono elencati gli articoli sullo sviluppo economico del Mezzogiorno e delle Isole ivi compreso lo sviluppo economico della Sardegna), per renderci conto che la bibliografia, pur non possedendo, come ogni bibliografia, il carattere della completezza (ne è dimostrazione il numero delle voci riguardanti la Sardegna) è stata concepita con un vivo senso della attualità.

E più oltre:

Mentre Fiorentino Sullo mostra di intendere lo schema Vanoni come una formula politica che poteva dar luogo ad un programma, Siro Lombardini lo esamina da un punto di vista economico. Lombardini ritiene che la mancata attuazione del Piano Vanoni sia dovuta in parte ad una erronea diagnosi della economia italiana, in parte ad una insufficiente elaborazione del piano ed infine agli inadeguati mezzi politici per la sua realizzazione. Con esso, secondo la severa critica, sono state colte, nella disoccupazione e sottooccupazione e negli squilibri tra Nord e Sud, le principali manifestazioni di insufficienza del sistema economico italiano, ma è mancata un’analisi delle caratteristiche istituzionali e dinamiche che possono spiegare tali manifestazioni. L’idea, insita nello schema, che a promuovere un più rapido sviluppo delle regioni arretrate fosse sufficiente una generica politica di formazione del capitale sociale e di incentivi creditizi completa il quadro delle manchevolezze.

Una diagnosi più profonda, continua l’autore, avrebbe potuto suggerire alcuni problemi: la necessità della progressiva conversione tecnologica nei settori ove persiste un equilibrio istituzionale stazionario, il deflusso della mano d’opera da quei settori, l’equilibrio tra investimenti per riorganizzare la produzione e per creare nuovi posti di lavoro, l’insufficienza della politica di incremento delle infrastrutture, una valutazione del problema agrario coordinata agli altri settori. Al difetto di diagnosi devono aggiungersi una serie di fatti che non potevano essere previsti (quali il MEC, il rapido spostamento di mano d’opera, l’andamento della congiuntura mondiale) ed il mancato aggiornamento ad essi dello schema.

I difetti del Piano Vanoni, che non offre alcuna indicazione circa gli strumenti che dovrebbero effettuare il coordinamento della politica economica, ci riportano a considerare la necessità che si provveda, tra l’altro, «alla elaborazione ed attuazione di piani regionali di sviluppo in grado di promuovere quelle iniziative atte a favorire una più efficace valorizzazione delle risorse locali, ad assicurare una maggiore efficienza dello sviluppo economico nei suoi aspetti spaziali», alla armonizzazione di questi piani rispetto alle previsioni e interventi del piano generale di sviluppo e sulle possibilità di trasformazioni strutturali.

Le considerazioni di Sullo e di Lombardini mostrano un atteggiarsi, sia del politico che dell’economista, negativo rispetto ai primi quindici anni di politica economica italiana. C’è da chiedersi se si può dar loro torto. Di recente è stata osservata l’esistenza di un fenomeno di “decelerazione” nello sviluppo dell’industria che fa pensare che il “miracolo italiano”, pur non avendo perso la spinta, stia rallentando il suo ritmo di accrescimento e delineando una situazione di stazionarietà, sia pure ad alto livello. E’ in corso, d’altro canto, una revisione critica degli interventi dello Stato in materia di riforma agraria e di azione nel Mezzogiorno che rivela sempre più l’inadeguatezza di queste settoriali aggressioni riformatrici. Questi fatti sembrano permeabilizzare sempre più l’opinione pubblica alla tesi degli economisti che è necessario superare gli interventi parziali, valutare in maniera coordinata i diversi momenti della nostra economia, smettere con la politica economia alla giornata per misurare l’impegno dei pubblici poteri in una prospettiva più lunga e completa. Tutto ciò dimostra, nonostante il continuo proliferare di piani di intervento particolari, come questo nostro tempo, tormentato ma promettente, non possa e non voglia attendere più a lungo la soluzione dei più gravi problemi. Su questa strada, la rivista di Fanfani ha fornito indicazioni che meritano di essere apprezzate e conosciute da chiunque intenda che la pianificazione risponde alla esigenza di trovare la giusta proporzione tra individualismo e socialismo, usando ognuno di essi in maniera appropriata.

da “L’ente regione: libri e attualità” (cf. n. 5, maggio-giugno 1961):

Decentramento ed autonomia regionale stanno rivivendo una stagione politica di attualità. Dodici anni di esperienza delle Regioni a Statuto speciale, nonostante le vicende della Sicilia, hanno dimostrato la validità del decentramento per mezzo di istituzioni autonome intermedie tra lo Stato e i Comuni. Tale esperienza, non priva di contraddizioni, come è naturale in ogni processo di instaurazione di nuove strutture pubbliche e amministrative, conferma l’atteggiamento favorevole di formazioni tradizionalmente regionaliste come il PRI e di una parte notevole dei cattolici. Ma vi è dippiù. Ad assumere oggi la convinzione che sia utile attuare al più presto l’art. 5 e tutto il titolo V della Costituzione non sono soltanto studiosi di alta coscienza come Massimo Severo Giannini, ma gruppi avanzati della sinistra democratica come il Partito radicale e quello socialista, cui si va affiancando tutta una opinione che viene risospinta verso i problemi locali a livello regionale sia dal rifiuto della politica centralistica, sempre meno comprensibile, di partiti e governi, sia dalla dimostrata impossibilità di adeguare efficacemente alle esigenze locali la complessa e macchinosa congerie di strutture dello Stato mediante la deconcentrazione di funzioni marginali dei ministeri.

Le molteplici iniziative culturali di carattere locale (dibattiti, inchieste, studi, etc.), la facilità con cui il tema dello sviluppo economico regionale trova energie disposte a mettersi al servizio della collettività ed alcune riviste giovanili, che tentano di scavare nella realtà economico-sociale del loro ambiente, ne sono una dimostrazione concreta.

Al livello parlamentare e di governo la vicenda regionalista segna il passo […]. La questione della realizzazione dell’ordinamento regionale è al centro della polemica fra liberali e repubblicani sulla sorte del Governo Fanfani. I primi, per bocca dell’on. Bozzi, hanno chiesto l’accantonamento della questione. I repubblicani reputano che la mancata attuazione delle Regioni, che costituiva un impegno del governo Fanfani, sia una riprova dell’esaurimento della formula governativa.

Dalla stampa cosiddetta di informazione emergono, con i vecchi motivi di conservazione politica, il rifiuto dei risultati della Commissione Tupini e, magari, la falsificazione della realtà (la legge del ’53 riguarderebbe le regioni a Statuto speciale, le Regioni ordinarie sarebbero dotate di illimitata libertà di istituire tributi, etc.) Ma perfino riviste come Prospettive meridionali, che non può considerarsi espressione della destra politica, riprende il tema (giugno 1961, pagg. 6-7) con una esposizione cronologica della questione autonomistica e, aprendo un dibattito, si colloca in una equivoca situazione di equidistanza tra regionalisti ed antiregionalisti.

Le obbiezioni della destra, dunque, non solo riescono a bloccare l’iniziativa dei fautori delle Regioni ma invadono campi che sembravano essergli preclusi. Non ci facciamo nessuna illusione. Il timore che nel territorio dello Stato si possano ripetere situazioni in cui, come in Val d’Aosta, i comunisti partecipino al governo della cosa pubblica, o peggio, che si instaurino giunte regionali di centrosinistra, come in Sicilia, è soltanto la manifestazione esteriore della avversione profonda per l’unico fatto nuovo nella organizzazione delle nostre strutture politico-amministrative. […].

Fatta questa lunga premessa c’è da dire che il volume di Enzo Santarelli (L’Ente regione, Editori riuniti, Roma 1960, pagg. 184) non rappresenta un contributo molto positivo alla battaglia per l’ordinamento regionale […]. La lacuna più evidente del lavoro è la sua origine estemporanea (venne predisposto in occasione delle passate elezioni amministrative) e la conseguente confusione tra propaganda e cultura politica. Ne registriamo la presenza nella storia della letteratura regionalista come uno dei pochi contributi di una parte politica molto importante alla conoscenza del problema.

E in conclusione:

Sul piano della analisi storica la rievocazione del Risorgimento e delle vicende di fine secolo è rivolta a tentare una interpretazione nuova dell’idea regionalista. Cattaneo, Minghetti, lo stesso Salvemini sono rappresentati come dei modesti precursori dell’autonomismo dei socialisti e dei comunisti. Sfugge completamente all’Autore [Santarelli] che, nonostante qualche spunto interessante (es. il manifesto dei socialisti siciliani del 1896) il Partito socialista, sia per la sua natura di unica organizzazione centralistica del nostro Paese, sia per la concentrazione dei suoi gruppi più agguerriti nell’Alta Italia, rifiuta fino al secondo dopoguerra ogni forma di rottura delle strutture dello Stato unitario, o meglio non si pone affatto il problema in termini regionalistici […].

Dell’atteggiamento del PCI in materia di autonomie regionali, il che fa tutt’uno col volume che recensiamo, Marco Cesarini Sforza ha dato un giudizio (“Il regionalismo dei democratici”, Nord e Sud, marzo 1960 pag. 10 e segg.) molto severo ed in gran parte sottoscrivibile.

Il concepire la Regione, all’insegna di una posizione cosiddetta “realista”, soltanto «in virtù del rafforzamento della unità nazionale e statale» e non come strumento per uno sviluppo economico più omogeneo della società italiana; la diffidenza dei costituenti comunisti verso l’attuazione dell’ordinamento regionale in tutta Italia (facevano eccezione per la Sicilia e la Sardegna); il silenzio sul problema per oltre un decennio dalla Costituzione, sono dati che dimostrano il regionalismo come una posizione recentemente acquisita dal PCI. Le contraddizioni tra le attuali posizioni e la tesi di Grieco per cui «l’ente regione dovrebbe restare entro i limiti di una istituzione amministrativa» (I comunisti e la creazione dell’Ente regione, Roma s.d. ma 1946) non trova giustificazione se non nella esclusione dei comunisti dal governo centrale e nella importanza che le Regioni a Statuto speciale hanno assunto nella vita dello Stato. A questa stregua anche la politica di rinascita e l’azione di coloro che vogliono aprire la stessa fabbrica in dieci paesi diversi, si inquadra in una luce nuova, nella quale non basta che il secondo partito italiano sia all’opposizione per garantire la serietà della sua battaglia per le autonomie regionali.

Nella parte relativa alla attualità del problema, i limiti che abbiamo rilevato assumono una evidenza che non ha più bisogno di commento. Santarelli rimpiange, per esempio, che la Costituente non abbia scelto, nel configurare la Regione, la strada della «instaurazione di un “consiglio dei servizi”» ovvero «come una espressione organica di interessi economici, sociali e amministrativi». Altrove afferma che «le regioni non sono il socialismo, ma non contrastano nemmeno con il socialismo», etc.

Nel complesso l’opera dimostra che non è stata avvertita l’importanza dell’ordinamento regionale, sia come elemento di rinnovamento delle istituzioni pubbliche, sia come centro di organizzazione della pianificazione economica democratica. Il problema della ridistribuzione del potere di decisione nella istituzione sociale, nonostante gli atteggiamenti verbali del Santarelli, non è ancora attuale per chi opera tenendo lo sguardo fisso ad una rivoluzione fatta dal centro come quella sovietica.

Per concludere si può dire che il lavoro del Santarelli non è una ricostruzione ideologica dell’autonomia secondo i principi del comunismo. E’ un’opera da riscrivere per le lacune culturali che rivela (basti dire che ritiene insufficienti gli studi giuridici sull’ordinamento regionale, mentre nessuna parte della Costituzione può vantare una bibliografia scientifica così ricca!) ed il momento di riscriverlo dovrebbe essere successivo ad un serio approfondimento del problema da parte dei comunisti italiani.

da “I socialisti lombardi e l’autonomia regionale” (cf. n. 1, gennaio 1962).

Dodici anni di autonomia, nonostante le mende e le lacune della istituzione ci hanno dato una certa “scafatura” per apprezzare o meno la serietà di un contributo alla battaglia per le regioni. Superate le ingenue attese della vigilia, quando si pensava che la Regione potesse “fare tutto”, abbiamo guadagnato in termini di concreta conoscenza dei problemi e di più consapevole scelta dei mezzi per superarli. Forti di questa esperienza possiamo giudicare, senza presunzione ma anche ad occhi aperti, le posizioni che altrove vanno maturando sulla attuazione della Costituzione in materia di ordinamento regionale.

Il volume La Regione lombarda (Atti del Convegno regionale del PSI, Milano, 14 febbraio 1960, edizioni Avanti! 1960) non ha deluso le nostre aspettative autonomistiche, anzi ci dà la misura di come il PSI abbia portato avanti anche sul piano culturale l’esigenza regionalista. Persino i limiti tipici degli atti di un convegno (frammentarietà degli argomenti, dissonanze tra relatori e intervenuti) sembrano superati da un discorso a più voci che nella sua varietà democratica di conoscenze e di linguaggio dimostra come la questione sia sentita in Lombardia con un interesse che ci ricorda i migliori momenti della resistenza ed i tempi eroici del sardismo. (In un momento in cui il Corriere della Sera ha sostituito la penna del regionalista Einaudi con quella del filomissino Franco Bozzini non è poco),

La relazione generale tenuta da Achille Corona, responsabile socialista per gli Enti locali, introduce immediatamente un motivo nuovo rispetto alla tradizionale polemica contro l’accentramento statale: la Regione «non è più una esigenza che nasce dalla miseria, ma dalla stessa necessità di sviluppo», in quanto non v’è altro strumento capace di legare adeguatamente la pianificazione collettiva alla democrazia, intesa come dipendenza dalla volontà popolare. Su questa linea dirà più tardi l’ing. Parigini che «vi è innanzitutto da consolidare ed estendere la coscienza che senza l’attuazione dell’Ente Regione… non sarà possibile una programmazione rispondente e propulsiva della vita regionale nel quadro di una pianificazione nazionale».

Sul piano dei rapporti tra le forze politiche, Corona chiarisce acutamente, anticipando un tema che sarà ripreso da Nenni, come il rinvio nella attuazione delle regioni sia stato il prezzo o uno dei prezzi che le maggioranze governative hanno pagato alla loro destra interna ed esterna.

Le vicende legislative dell’Ente Regione sono trattate dal Segretario del gruppo parlamentare del PSI che fornisce una sintesi onesta dei più significativi avvenimenti che hanno interessato le Camere in materia.

Dispiace constatare, ed è un inciso che non riguarda solo il volumetto che abbiamo sottomano, come non sia stato avvertito lo stretto legame esistente tra la sorte e le vicende delle regioni a statuto speciale e quelle a regime ordinario. Interessato il Parlamento sulla vita della Sardegna, della Sicilia, del Trentino Alto Adige e della Val d’Aosta. Manca la capacità di evidenziare le restrizioni interpretative dei diversi organi dello Stato nei confronti delle regioni esistenti e l’accantonamento del problema di dar vita alle altre regioni come conseguenza di uno stesso fenomeno di conservazione politica. L’unicità del problema dell’ordinamento regionale pare sia sfuggito anche ai gruppi più avvertiti della democrazia italiana. Dopo aver accettato l’istituzione di quattro sulle cinque regioni “speciali” previste, i partiti democratici sembra abbiano voluto fare, per dirla col Calamandrei, un risparmio di autonomia nei confronti delle regioni “ordinarie” e, per converso nel sostenere la battaglia di queste ultime, hanno trascurato totalmente gli aspetti positivi delle regni esistenti.

E in conclusione:

“La Regione fa esplodere certe contraddizioni” è il titolo del discorso di Pietro Nenni alla conclusione del Convegno. L’istituzione deve servire a vincere «il punto debole della struttura del paese un secolo dopo la sua unificazione nazionale», giacché «sulla base degli squilibri attualmente esistenti, il Parlamento va perdendo il controllo della situazione e gira terribilmente a vuoto».

Il profilo storico di Tortoreto, in appendice agli atti del Convegno assieme ad altri documenti, si occupa del contributo socialista alla istituzione della Regione e dimostra in un saggio, che meritava uno sviluppo più ampio, come le più avvertite intelligenze del socialismo ufficiale e non ufficiale abbiano apprezzato il problema dell’ordinamento regionale italiano. Turati nel 1919: «con l’autogoverno locale per tutto ciò che non è necessariamente cosa di Stato, la Regione può ancora salvare lo Stato se lo Stato si vuole salvare». Caldara: «è mio assoluto concetto che si debba abolire la Provincia e arrivare alla Regione».

Meno convincente appare la giustificazione delle diffidenze che i partiti di sinistra avevano mentre si elaborava la Costituzione. Il ragionamento che le regioni si profilavano come strumenti di eversione qualunquistica e monarchica e come organizzazione di vandee cattoliche non regge. Che si trattasse di una posizione errata è dimostrato non solo dall’attuale fervore socialista per le regioni, ma soprattutto da come la destra italiana si sia impadronita dell’argomento rovesciandone la motivazione col paventare la “cintura rossa” che la situazione del Titolo V della Carta costituzione creerebbe nell’Italia centrale.

Per concludere si può dire che il volumetto, anche se non è, come si diceva, privo d’ombre, merita una maggior diffusione e conoscenza perché costituisce un onesto e serio contributo alla battaglia per le autonomie regionali.

Questi i contributi a Il Bogino. Un primo affaccio nel mondo della pubblicistica politica lo aveva già avuto, Tuveri, su Ichnusa (“bimestrale di letteratura, arte, tecnica, economia ed attualità”), la prestigiosa rivista fondata nel 1949 a Sassari da Antonio Pigliaru. Suo, in particolare, nella rubrica “Rassegne”, l’articolo “Un’indagine sul Montiferru” (cf. n. 32 dell’ottobre 1959) che rimanda ad un periodico lussurgese detto appunto Il Montiferru, ed alle sue attività convegnistiche, nonché al volume Autonomia e solidarietànel Montiferru, curato da Diego Are, Antonio Cossu ed Albert Meister tutto puntato sulle analisi sociologiche di quel territorio fra l’Oristanese e il Marghine-Planargia.

Eccone un breve stralcio come giudizio di sintesi dell’opera complessiva e dei tre saggi ivi ricompresi:

Dopo l’inchiesta comunitaria su Grassano non sono mancate indagini e ricerche sperimentali sulla vita di un Comune o di una zona del Mezzogiorno. Questi studi, ispirati alle teorie sulle aree depresse e alla politica di sviluppo economico, hanno provocato, affinando la letteratura critica degli scorsi decenni, una notevole quantità di monografie e di articoli riguardanti la vita delle comunità agricole del Sud. Ma mentre sono frequenti le pubblicazioni di provenienza settoriale (politica ed economica) e abbastanza comuni le elaborazioni di dati statistici fatte centralisticamente da studiosi ed appassionati, mancano o sono molto rari i contributi degli interessati alla chiarificazione del processo di sviluppo.

Veramente non è facile rilevare le opinioni e gli orientamenti dei ceti sociali di un paese, senza scadere nella narrativa fine a se stessa od in quella folkloristica. Né è più semplice osservare con metodo positivamente critico una realtà, senza dimenticare quale elevato contenuto umano deve essere costato il raggiungimento dell’equilibrio economico e sociale esistente. In altri termini, in tutte le indagini, espresse quantitativamente, esistono una somma di ragioni che le cifre non rivelano se l’opera di raccolta di dati non si è svolta in un clima di incontro tra lo studioso ed i soggetti della ricerca. L’ideale, ben s’intende, è rappresentato dalla possibilità che il lavoro, dallo studio degli schemi alla impostazione dei questionari, dalla elaborazione dei dati sino alla stesura dei risultati delle indagini, sia condotto da un gruppo di persone in cui gli intellettuali locali, con le loro conoscenze dell’ambiente, e studiosi di diversa provenienza, con il loro metodo, riescano a fondersi in una “equipe” omogenea.

Questo originale metodo che vede riunite le esigenze di base alla cultura ha dato risultati proficui nell’azione intrapresa da un certo numero di giovani di Santulussurgiu, organizzati intorno al periodico Il Montiferru e ad altre interessanti iniziative associazionistiche, con l’aiuto del Centre Europeeen de la Culture di Ginevra e la collaborazione del Prof. Albert Meister. Il volume Autonomia e solidarietà nel Montiferru (Cagliari, 1959, pagg. 176 e ss.) di Diego Are, Antonio Cossu e Albert Meister raccoglie alcuni saggi su questa esperienza con il sottotitolo “Sguardi e prospettive per un programma di sviluppo di una zona della Sardegna”.

E più oltre e in conclusione:

Il giudizio che può esprimersi sul lavoro è positivo per diversi ordini di considerazioni. Come si diceva, perché costituisce una importante tappa della attività del Gruppo Santulussurgese. Non è quindi esercitazione intellettualistica, ma il risultato in termini concreti di un’opera pluriennale rivolta ad accelerare il processo di crescita economica e sociale di una zona sollecitando dalla base, in modo democratico e funzionale, la tendenza allo sviluppo. Del fatto che a quest’opera, limitata – purtroppo – all’ambito di Santulussurgiu abbia contribuito non poco l’amor di patria nel senso corretto di amore per la terra dei padri – non si rileva altra condizione che il limite territoriale della base della inchiesta. Né si può negare al libro la dote della chiarezza e della accessibilità

Ed in un momento in cui la difficoltà del linguaggio (proprio in materia di sviluppo) supera talvolta la complessità concettuale delle questioni, questa chiarezza, anche nella espressione formale, conferma che l’opera è stata preparata e concepita in tutti i suoi aspetti a misura dell’uomo.

Fra “Il Mondo” e “Il Paradosso” (e “Sardegna oggi”)

Ma con Il Bogino e Ichnusa una segnalazione la fatica di scrittura di Marcello Tuveri, al tempo poco più che trentenne in grande spolvero sulla piazza più qualificata del dibattito pubblico riferito alla attesa “rinascita sarda”, la merita con riferimento anche al prestigioso Il Mondo di Mario Pannunzio, rivista d’area liberaldemocratica e riformatrice in uscita dal 1949 e cui negli anni ’50 e successivi collaborarono numerosi sardi di speciale valore come Salvatore Cambosu ed Emilio Lussu, Francesco Cocco Ortu e Raimondo Demuro, Giuseppe Fiori e Marcello Lostia, Maria Giacobbe e Gavino Musio, Emiliano Spada e Michelangelo Pira ed Antonia Iriu (cugina di Antonio Gramsci), nonché – impegnati su tematiche d’interesse isolano – intellettuali e giornalisti del livello di Vittorio Fiore e Giuseppe Neri, Gilberto Rossa e Giuseppe Tarozzi, Giulia Massari e Raul Leonardi, Enzo Tagliacozzo – al tempo docente nell’Isola – e Alfredo Todisco, Arnaldo Bocelli, Carlo Falconi e Leonetta Cecchi Pieraccini…

Marcello consegnò al giornale, che lo pubblicò a tutta pagina nel numero dell’11 settembre 1962, l’articolo “400 miliardi per la Sardegna: il piano e la politica”, giusto commento alla legge di Rinascita votata a giugno.

Eccone il testo:

Il piano di rinascita della Sardegna è entrato prima nei testi delle scuole elementari che nelle colonne della “Gazzetta Ufficiale della Repubblica”. Questa circostanza paradossale, che ben si spiega con la tecnica degli opportuni silenzi e dell’esaltazione del presente tipica dei compilatori di testi scolastici, è originata dal lunghissimo “iter” governativo e parlamentare del provvedimento. Ma ci dà anche ragione del come un problema di importanza notevole ai fini della conoscenza del modo di pianificare sia diventato frusto persino per la pubblicistica più avvertita.

Sempre presente nelle dichiarazioni programmatiche degli ultimi sei o sette presidenti del Consiglio, il Piano per la Sardegna si era trasformato, assieme alla attuazione della Costituzione, alla riforma della pubblica amministrazione ed al piano per la scuola, in un argomento d’obbligo. La lunga storia che si è conclusa, e per molti versi iniziata, le settimane scorse, reca nel titolo la data di origine della legge: “Piano straordinario… in attuazione dell’art. 13 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3”.

Ogni altra considerazione sul prezioso tempo perduto per il progresso economico e sociale dell’Isola ruberebbe spazio all’attualità del provvedimento, che va apprezzato con attenzione critica perché è il primo Piano che lo Stato si appresta a compiere investendo tutti i settori economici e tutte le strutture sociali di una determinata area territoriale. La manovra contemporanea di tutte le leve disponibili è rivolta, almeno nelle intenzioni, non alla sistemazione di questo o quel settore (come sin’ora è accaduto per gli interventi dello Stato) ma allo sviluppo economico orientato secondo una precisa finalità: “determinare la massima occupazione stabile e più rapidi ed equilibrati incrementi del reddito”.

Nonostante la contraria opinione, diffusa specie in taluni gruppi, la pianificazione non è in se stessa democratica ma tale può divenire soltanto se inserita validamente in una struttura democratica. L’intervento per la Sardegna, previsto dalla legge promulgata l’11 giugno, ci pare risponda alla premessa di valore della democrazia per due caratteristiche del quadro istituzionale, delle quali vale la pena di sottolineare l’originalità: la effettiva partecipazione, finalmente non in funzione subalterna, dei poteri pubblici locali, assicurata mediante una imputazione di poteri al più importante e “politico” di essi, quale è la Regione; la consultazione sistematica degli operatori economici e sociali attraverso le organizzazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori in ordine alla predisposizione del Piano e dei programmi.

La partecipazione dei sindacati a decisioni politico-sociali è una pratica assai diffusa in molti paesi di democrazia occidentale. Nuova per il nostro, ove l’ammissione di rappresentanze di interessi è gravata dal sospetto di corporativismo, la consultazione dei soggetti principalmente interessati allo sviluppo è conforme all’esigenza di razionalizzare entro canali di legittimità l’apporto dei gruppi di pressione. Fingere l’inesistenza di certi gruppi, salvo a subirne i condizionamenti sul piano politico-amministrativo, è una pratica da accantonare, se si vuole che dall’incontro dialettico di quelle forze il potere pubblico sia capace di mediarne correttamente le tendenze commisurandole agli interessi generali della collettività. La partecipazione dei sindacati al piano sardo non deve essere considerato soltanto come un mezzo tecnico per integrare le conoscenze delle rappresentanze politiche ma un modo per consentire il più compiuto passaggio della volontà popolare all’apparato dei pubblici poteri.

Il quadro istituzionale del Piano, per il resto, si articola nel Comitato dei ministri per il Mezzogiorno che approva il piano stesso e i programmi quinquennali e annuali formulati dalla Regione autonoma della Sardegna. L’attuazione del programma è affidata alla stessa Regione e il controllo tecnico della progettazione ed esecuzione agli uffici della Cassa per il Mezzogiorno.

La versione che il precedente governo aveva dato all’organismo di attuazione era un’altra pienamente coerente all’orientamento di cauta avversione dei governi centristi verso le regioni. In quel disegno di legge, già approvato dal Senato, il concorso del massimo ente territoriale veniva ridotto alla partecipazione di alcuni suoi membri al Consiglio d’Amministrazione di una sezione specializzata della Cassa per il Mezzogiorno. In quest’ultima si incentrava la massima responsabilità degli interventi.

Il salto qualitativo, la scelta tra la Cassa e la Regione a vantaggio di una collaborazione tra i due enti, è stato il primo atto di fiducia del governo di centro-sinistra verso le autonomie locali. Si deve alla decisione del ministro del bilancio ed all’apporto del Partito Sardo d’Azione se le incertezze, determinate dal timore di una parte della classe dirigente locale di veder rinviare ancora l’approvazione della legge, sono state superate con rapidità portando a definizione l’annoso progetto.

Il dato più importante, che testimonia della vitalità del Parlamento quando è animato da una seria volontà politica, è non solo la rapidità con cui si è raggiunta la conclusione, ma soprattutto che questo è accaduto nel pieno rispetto della autonomia della Sardegna che, in un intervento massiccio, governato da una istituzione centralizzata, avrebbe visto vanificata la propria funzione. Il significato politico della svolta è ancora più evidente se si bada alla complessità degli interventi ed alla entità della spesa (400 miliardi) da disporsi in quindici anni. Si può dire che il ventaglio in cui si dispiega il piano non lascia fuori nessuna delle suscettività dei diversi settori pur indicando la priorità dei fattori umani dello sviluppo. Quattrocento miliardi non sono molti, ma se ne viene garantito il carattere aggiuntivo e straordinario (e il supporto politico della Regione dovrebbe assicurare questo nuovo carattere rispetto a molti interventi finanziari dello Stato per il Mezzogiorno) possono imprimere all’ambiente un moto di autopropulsione capace di arrestare il processo di progressiva depauperazione dell’Isola.

 Ora la Regione deve fissare lo schema operativo, cioè il vero e proprio piano, tenendo conto della cornice che lo Stato ha predisposto e principalmente, come dicevamo, della priorità attribuita ai “fattori umani dello sviluppo”. In questa espressione, diffusasi nella traduzione letterale dall’inglese, è ormai acquisito il complesso degli interventi rivolti alla formazione professionale, alla educazione degli adulti, al miglioramento del sistema scolastico tradizionale fino a comprendere la formazione dei quadri per lo sviluppo economico e l’assistenza tecnica e sociale.

 L’intervento nel settore dei trasporti è orientato verso l’inserimento dell’Isola nel sistema tariffario nazionale e verso il miglioramento dei sistemi di comunicazione. Il primo scopo da perseguire si rivolge a colmare una grave strozzatura della economia sarda: il fatto che il trasferimento delle merci e delle persone è gravato, a causa del tratto marittimo, da un sovraccosto che, a parità di distanza tra un qualunque centro dell’Isola e l’Italia peninsulare e due centri della Penisola, raddoppia circa l’entità del prezzo che devono pagare i sardi.

Sono previsti interventi di sistemazione ambientale ed edilizia, la cui importanza non è ragguagliabile a quelli per lo sviluppo agricolo. Per quest’ultimo settore è prevista l’attuazione di complessi organici di opere pubbliche e di bonifica e di opere private obbligatorie di trasformazione oltre la introduzione di moderne tecniche produttive e di pratiche per l’incoraggiamento alla cooperazione ed ai piccoli produttori specie nel settore della pastorizia.

La Commissione di studio, che per preparare il Piano lavorò sino al 1960, per ben sette anni, aveva posto l’accento sui problemi della agricoltura in quanto ravvisava in essa fattori propulsivi più determinanti che non nel settore industriale. Il rifiuto della identificazione sviluppo economico-industrializzazione, poteva considerarsi parzialmente valido in quanto fondato sulle condizioni attuali dell’Isola, ma nascondeva la carenza di una prospettiva di politica economica che era tipica degli scorsi anni. Una chiara e decisa inversione di tendenze si era già formata ad opera di un Gruppo di lavoro che il Ministro Pastore aveva insediato per vedere di riassumere operativamente i doveri della comunità nazionale verso la Sardegna. Il superamento dell’orientamento ad adagiarsi nel presente ha prodotto una modificazione radicale in ordine al problema della industrializzazione.

Lo sviluppo industriale è dunque affidato ad una serie di strumenti il principale dei quali è una società finanziaria, in cui alla Regione è garantita la maggioranza azionaria, che dovrà promuovere ed assistere le iniziative industriali coerenti al Piano, sia con compiti di finanziamento diretto con la partecipazione al capitale di altre imprese. Altri interventi di tipo tradizionale (aree industriali, incentivi) completano il quadro.

La ampiezza notevole delle direzioni che possono offrirsi ai pubblici poteri può risolvere il Piano in uno dei tanti strumenti della cosiddetta “pianificazione indicativa”. Sarà compito e responsabilità della Regione e del governo garantire il più stretto coordinamento degli interventi fra loro e la suturazione degli stessi con le altre molteplici azioni pubbliche (Cassa del Mezzogiorno, Piano verde, Piano per le strade, bilanci ordinari dello Stato e della Regione) in una previsione organica delle correlazioni reciproche.

Il Piano per la Sardegna è ancora da farsi nel concreto. Sono presenti una larga base di studi e una legge che ha rispettato l’autonomia della Regione. Ora è necessaria una ferma volontà politica, per conseguire obiettivi precisi, calcolati sulla resa prevedibile degli investimenti ed orientamenti tecnico-economici sufficientemente elastici per adeguare gli interventi al mutare della situazione economica.

Le premesse organizzative degli interventi ed il livello di conoscenze conseguito nelle ricerche degli scorsi anni faranno dell’azione pubblica in Sardegna il banco di prova della pianificazione regionale. Ma l’ideologia del Piano è ancora lontana da una sua precisa configurazione: indubbiamente è assai più chiara, come dimostra l’articolo di Paolo Gaudo sul “Mondo” del 12 giugno, nella sua prospettazione nazionale.

Un esempio basterà a chiarire i rischi che comporta l’azione per la rinascita della Sardegna per tutto l’arco della sinistra democratica. Non manca nella legge cornice l’indicazione che il Piano deve essere formulato per zone territorialmente omogenee, individuate in base alle strutture economiche prevalenti, alle possibilità di sviluppo ed alle condizioni sociali. Non manca neanche la prospettiva di partecipazione degli enti locali e degli enti pubblici operanti in Sardegna. Ma basterà questo fatto a stabilire che il dilemma tra pianificazione dal basso e pianificazione centralizzata, tra spirito comunitario e spirito burocratico è definitivamente risolto? La stessa esperienza dell'autonomia regionale, non tutta positiva, induce a ritenere necessario che il coordinamento dei diversi compiti non si riduca in una ulteriore mortificazione dei soggetti e degli organi in cui si articola la sovranità popolare al livello delle subregioni, delle zone e dei comuni.

Non minori perplessità determina il problema delle forze politiche capaci di sostenere la scelta per la pianificazione democratica. Per alcuni anni l’azione dei partiti politici, dall’estrema destra all’estrema sinistra, si è svolta in termini unitari rispetto al problema della rinascita. Era una necessità tattica dettata dalla fase rivendicativa del Piano, un fronte di solidarietà regionale. Oggi la continuazione di una simile linea appare ingiustificata per il tipo delle scelte non indiscriminate ma di sistema che dovranno essere fatte dalla Regione. Il rischio che la Giunta sarda corre è quello di una unanimità condizionante che blocchi ad un livello tecnico-economico ogni soluzione. L’avversione della destra per qualunque intervento diretto dei pubblici poteri e dei comunisti per la grande industria privata sono alcuni dei limiti naturali di certe forze politiche.

E’ difficile che la Giunta regionale formata da democristiani, che dispongono in Consiglio della maggioranza assoluta, e sardisti, che coprono in Sardegna lo spazio che va dai repubblicani ai socialdemocratici, possa ragionevolmente attendersi l’unanimità in tutte le soluzioni che verranno svolgendosi programmaticamente.

In che misura la formazione a Roma del governo di centro-sinistra ha influito sulla situazione regionale? Una domanda di questo genere ha i suoi aspetti di equivoco che bisogna dissipare. Ogni autonomia politica deve implicare la possibilità di una linea di condotta differenziata tra centro e periferia. La pretesa di una uniformità di atteggiamenti tra il Piano nazionale e quello locale, è considerata dagli autonomisti una scimmiottatura, un conformismo astratto e deteriore rispetto alle necessità che maturano l’ambiente a certe convergenze. Il metro della articolazione tra politica nazionale e politica regionale si è andato perfezionando, tra pregi e difetti, durante le tre legislature delle regioni a statuto speciale. L’applicazione integrale del titolo V della Costituzione dovrà abituarsi ancora di più a questo metodo.

Fatta questa premessa bisogna dire che il centro-sinistra, oltre ad aver influito positivamente nella variazione del testo di legge sulla rinascita, ha reso più vivace l’azione del Consiglio regionale negli ultimi tempi. Ma sostanzialmente non ha fatto registrare altri effetti di rilievo all’interno della politica regionale. Le ragioni di questo fatto sono da ricercarsi nell’atteggiamento dei due gruppi di democrazia laica e socialista. Il Partito Sardo d’Azione e il Partito Socialista Italiano non sono riusciti ad avviare tra loro un dialogo proficuo. Il Partito Sardo non è privo di mende e di responsabilità; ma dispone di una attenuante formidabile perché ha da fare con un PSI diretto da una maggioranza di estrema sinistra. (L’on. Lussu dispone in Sardegna di una semiunanimità nelle diverse federazioni). Il frontismo, nonostante qualche cauto accento di alcuni esponenti regionali, è ancora la linea di fondo dell’azione socialista nell’Isola. La DC, peraltro, nelle sue sfumature di centro-destra, non supera nella prospettiva delle correnti le formule dei moro-dorotei. In questa situazione il voto favorevole dei missini e l’astensione del PCI e del PSI nella votazione della legge che mira ad adeguare le strutture amministrative della Regione al nuovo impegno, non chiarisce affatto i termini del problema che è quello di assicurare la partecipazione dei lavoratori, oltre che come gruppi sindacali, come forza politica alla azione per lo sviluppo economico. Diversamente, dato lo stretto legame tra l’azione sindacale e l’azione politica in un’area depressa come la Sardegna, anche la partecipazione delle organizzazioni dei lavoratori sarebbe parzialmente compromessa.

Il problema per i democratici di sinistra in Sardegna è, dunque, da un lato il superamento del limite ideologico del PSI, che qui considera l’unità della classe operaia impromovibile senza l’unità politica col PCI, dall’altro la messa in disparte dell’idea che alla realizzazione di una svolta, per l’allargamento dei consensi politici ad una politica di piano, il Partito Sardo d’Azione sia autosufficiente.

Dalla soluzione di questo problema dipenderà in gran parte se il passo decisivo di avvicinamento della Sardegna alle condizioni di vita delle altre regioni potrà compiersi. Ma alla maturazione di esso non riteniamo che siano utili le posizioni di forza delle direzioni nazionali dei partiti.

Si è detto che il Piano sardo rappresenterà una sfida dei pubblici poteri agli operatori economici e sociali. La sfida non passa sopra la realtà politica, ma la comprende per garantire la corrispondenza della svolta economica e sociale alla più larga espressione di volontà dei cittadini.

Fra Roma e Cagliari

Dello stesso 1962 di un qualche rilievo è altresì la lunga (lunghissima) lettera al periodico romano Il Paradosso (nella sottotestata “rivista giovanile di cultura”) che Sardegna oggi, il bel quindicinale socialista condiretto a Cagliari da Sebastiano Dessanay e Antonello Satta, ospita nel suo numero del 15-31 dicembre 1962. Titolo “L’Autonomia come mezzo”.

Eccone il testo:

Egregio Sig Direttore,

può apparire inconsueto, se non addirittura strano, che un lettore Le scriva per esprimere riserve e formulare osservazioni non sul contenuto di un articolo ma sulla sua presentazione.

Ma si spiega. E' abbastanza infrequente che una introduzione, sintetica come un sottotitolo, esprima un giudizio così netto e staccato dal contenuto che l'autore ha voluto dare all'articolo, come è accaduto nella premessa redazionale al saggio di Sandro Maxia “La battaglia democratica del Partito Sardo d'Azione” (Il Paradosso n. 31-32 pag. 55 e ss.).

Chiunque abbia conoscenza delle vicende della Sardegna in questi ultimi quindici anni non può accettare la sbrigativa decisività di una affermazione che riduce il Partito Sardo d'Azione tra i fenomeni interessanti un processo storicamente esaurito di crescita autonoma delle forze politiche di carattere regionale.

Dopo aver detto che «Il Partito Sardo d'Azione è uno dei piccoli movimenti della sinistra non marxista», la nota introduttiva su cui vorrei soffermarmi prosegue: «la sua battaglia autonomistica si è esaurita quando quindici anni or sono venne creata in Sardegna la Regione Autonoma a Statuto Speciale caratterizzata dalla presenza dei moderni movimenti di massa».

Senza pretendere di ricostruire ciò che è successo negli ultimi quindici anni, se limitassi la osservazione al fatto che il Partito Sardo d'Azione, nelle consultazioni elettorali di questo periodo, ha totalizzato tra i 25 ed i 30.000 voti nelle politiche e tra i 40 e i 50 mila in quelle regionali, contrapporrei un dato oggettivo ad un giudizio di valore. Anche il fatto che il Partito Sardo d'Azione è rappresentato da cinque consiglieri nella Assemblea regionale, due assessori nell'attuale Giunta non modificherebbe il significato della sua presenza politica se non confermando una rispondenza, quantitativamente modesta, della volontà popolare ai suoi programmi.

Premesso quindi che il Partito Sardo d'Azione esiste ancora (il che non è negato dalla affermazione che è «uno dei piccoli movimenti della sinistra non marxista») c'è da domandarsi se è vero che la sua battaglia autonomistica si sia esaurita con la creazione della Regione Autonoma «caratterizzata dalla presenza dei moderni movimenti di masse».

La risposta a tale domanda sarebbe facile ove si dimostrasse:

1) che il Partito Sardo è nato al solo scopo di dotare l'Isola di una certa struttura politico-amministrativa (la Regione) senza alcuna considerazione del contenuto economico e sociale di cui questa forma, genericamente democratica, di articolazione istituzionale poteva essere riempita;

2) che il Partito Sardo, oltre l'apprezzamento degli interessi regionali, non abbia acquistato alcuna convinzione circa le inter-connessioni esistenti tra i problemi della Sardegna e quelli generali del Paese.

Per quanto riguarda il primo punto non si trova alcuna difficoltà a rilevare che le dichiarazioni e l'attività del Partito Sardo sono state e sono oggi improntate alla considerazione che l’autonomia regionale non è mai stata un fine, ma un mezzo per realizzare nell'Isola condizioni di vita civile e di progresso sociale quali sono state acquistate da altre regioni del Paese. Ricordo uno slogan che i sardisti sono andati ripetendo, prima e dopo la conquista dell'autonomia regionale: «L'autonomia non è la panacea di tutti i mali, è uno strumento di lotta per l’eliminazione delle contraddizioni economico-sociali della nostra dissestata comunità regionale».

L'accusa di concepire l'autonomia come una liberazione automatica da tutti i guai dell’Isola veniva rivolta ai sardisti dalle destre antiregionaliste proprio per l’azione politica che quelli volevano condurre, ed hanno condotto, attraverso l’istituto regionale negli ultimi quindici anni. L’indagine sulle incongruenze dell'economia sarda non è mai stata fatta in termini politicamente elusivi. Rilevare che nell'isola mancano le industrie manifatturiere a causa degli effetti di dominazione che il grande capitale del Settentrione d’Italia consegue attraverso la disponibilità delle leve creditizie ed energetiche; criticare la ingiusta ripartizione della spesa pubblica a sfavore delle regioni meridionali; mettere a nudo i problemi della Sardegna, dallo spopolamento alla insicurezza dell'ordine pubblico, dalla iniquità delle norme tributarie alla esclusione dell'Isola dal sistema tariffario nazionale in materia di trasporti, tutto ciò non significa combattere per una riforma istituzionale ma per certe cose che attraverso la Regione potevano essere fatte.

Il sardismo è stato, nel secondo dopoguerra, uno dei movimenti attraverso i quali la critica meridionalista dei primi tre decenni del secolo si è riflessa in modo concreto superando la fase tradizionale della denuncia e della lamentazione attraverso una azione politica democratica e progressista. Il Partito Sardo d'Azione, dunque, ha incanalato in modo corretto un'esigenza popolare e antifascista di prolungamento della democrazia mediante una precisa consapevolezza dei problemi ed una costante proposizione di soluzioni anticentraliste e antiautoritarie.

Due dati possono qualificare ulteriormente la utilità della presenza politica del Partito Sardo nel decorso quindicennio: nessun movimento di carattere eversivo (tipo separatismo siciliano, laurismo nazional-meridionalista) ha preso stabile piede nell’Isola; tutti i partiti nazionali, almeno quelli della destra economica, sono stati costretti ad assumere, almeno localmente, come validi i temi di fondo proposti dalla battaglia sardista. Che la battaglia per la Regione non sia stata, né all'alba del nostro ritorno alla democrazia né durante il periodo trascorso, un fatto di chiusura fine a se stesso, lo dimostrano le azioni che il Partito Sardo ha condotto all'interno dell'Istituto perché assumesse come finalità della propria sussistenza alcuni temi come la lotta contro i monopoli (con la creazione - tra l'altro - di un ente regionale per la produzione e distribuzione dell'energia elettrica); la battaglia contro l'assenteismo degli agrari e l’insufficiente coltivazione dei fondi (attraverso la obbligatorietà – pena l'esproprio - di utilizzazione degli incolti); la legislazione di favore per le cooperative sociali specie nei settori vinicolo e caseario; l’applicazione dello Statuto speciale per determinare la rinascita della Sardegna mediante una pianificazione democratica; l’assunzione da parte della Regione del controllo sugli atti degli enti locali per evitare lo strapotere prefettizio.

Come vede, la maggior parte delle soluzioni politiche prospettate regionalmente dal Partito Sardo d'Azione, in modo originale ed adeguato alle esigenze dell'Isola, costituiscono patrimonio comune dei gruppi più avanzati del Paese ed hanno una direzione univoca di lotta contro la destra economica.

Può dirsi esaurita la battaglia del Partito Sardo? Se le cose che questo partito ha voluto e vuole sono quelle indicate poco fa mi pare veramente infondato un giudizio che cancelli questo raggruppamento politico dalla storia attuale e da quella degli ultimi quindici anni in Sardegna.

Ma la nota che andiamo commentando connette l'esaurimento della battaglia autonomistica, non ai motivi rozzamente propagandistici della destra isolana, ma alla presenza dei moderni movimenti di massa. Orbene, il Partito Sardo, che è il quarto partito politico della Sardegna (7,23 per cento dei voti alle ultime elezioni) indubbiamente non ha resistito nel secondo dopoguerra (nel primo l'esperienza venne stroncata dalla violenza fascista) all'attacco frontale delle forze politiche modernamente organizzate. Infatti non ha conservato la posizione maggioritaria o quasi che ne aveva distinto la presenza nel 1921-24.

Si può connettere questo fatto all'esaurimento, per usare una frase fatta, della sua funzione storica?

Ci pare che una risposta non possa darsi senza accennare al modo in cui si sono posti i partiti politici in Italia dall'epoca del suffragio universale. I partiti, a nostro modo di vedere, hanno mutuato dallo Stato centralistico e rigidamente unitario pregi e difetti. Il pregio di ispirarsi a linee politiche d'interesse generale, il difetto di sacrificare alle esigenze unitarie il necessario contemperamento dei bisogni locali. Orientati verso un forte accentramento di poteri decisori i partiti nazionali si sono affermati in Sardegna con un rapporto di forze assai simile al rapporto governo centrale-comunità locali. La scarsa fortuna del regionalismo nel nostro Paese, lo si voglia o no, è legata indubbiamente a questa visione centripeta di ogni problema ed alla convinzione non troppo remota che le istanze locali, siano esse amministrative o di gruppo organizzato, debbano considerarsi come irrilevanti manifestazioni di volontà minoritaria.

Ma vi è di più. I moderni movimenti di massa hanno assunto in Sardegna, per motivi tattici di adeguamento ad una impostazione ormai divenuta popolare, le tesi del Partito Sardo d'Azione come fondamentali problemi la cui soluzione poteva trovarsi soltanto nella solidarietà di gruppi importanti nazionalmente.

La massiccia disponibilità di mezzi delle moderne macchine di azione politica e la accurata mimetizzazione nell'ambiente hanno avuto un peso nel Partito Sardo, proporzionalmente uguale a quello che ha tutto il Paese nei confronti di una sola Regione, depauperata e depressa.

Un gruppo locale, di ispirazione liberal-socialista, progressista ma non marxista, democratico ma non conservatore, legato ad una prospettiva di sintesi di valori per lungo tempo ritenuti contrastanti, non ha trovato in molti dei lavoratori, attratti da una logica squisitamente classista, né tra i ceti borghesi, vincolati dalle prospettive nazionali ad un mantenimento dello statu quo, il rapporto necessario a conseguire il ruolo di partito maggioritario.

Non è l’avvento della Regione, con la conseguente presenza dei moderni movimenti di massa, che ha determinato la riduzione della rappresentatività del Partito Sardo ma la particolare strutturazione dell’associazionismo politico del nostro Paese e la sorte dei gruppi intermedi, che appena adesso si riaffacciano alla attenzione nazionale, dopo un lungo inverno di posizioni estreme rigidamente contrapposte.

In altre parole il processo di conseguimento di consensi popolari non ha subito per il Partito Sardo d'Azione un regresso ad autonomia realizzata, ma un consolidamento, con prospettive di accrescimento simile a quello che contraddistingue in campo nazionale altri gruppi della sinistra laica come il Partito Repubblicano e quello Socialdemocratico.

Altre cause concorrono a questo tipo di evoluzione di forze, tra le quali non possiamo nascondere un certo romanticismo volontaristico che ha sin'ora escluso la formazione di un solido apparato organizzativo; una vocazione a sacrificare le esigenze tattiche del momento alla solidità dell'istituto autonomistico ecc. Ma non posso rubare allo sviluppo del secondo punto di questa nota ed alla Sua rivista molto spazio.

Sul secondo elemento che fisserebbe la conclusione dell'esperimento sardista a quindici anni orsono (vale a dire la mancanza di una politica «nazionale» del Partito Sardo) il discorso è più difficile come è stato difficile il cammino della sinistra democratica nello stesso periodo di tempo; come non è facile intendere la storia di piccoli raggruppamenti in un Paese in cui le associazioni mettono l'accento sulle proposizioni programmatiche meno che su quelle ideologiche.

Tuttavia vi è una precisa, anche se non sempre indovinata, partecipazione del Partito Sardo alla vita del Paese. Già la scissione dei '48, con l'uscita dal Partito dell'on. Lussu e dell’ala sinistra, non è che un piccolo ma significativo episodio della guerra fredda (il dibattito in quel Congresso non era legato alle necessità di rottura dell’isolamento del piccolo partito regionale, ma piuttosto alla interpretazione che si andava formulando in modo frontista degli avvenimenti che lo stalinismo determinava nell’Europa orientale).

Un altro dato di questa connessione tra i problemi sardi e quelli generali del Paese può ritrovarsi nell'errore elettorale di prendere parte alla operazione della legge-truffa nel 1953. Nel quadro delle interdipendenze tra P.S.d'A. e politica nazionale è da comprendere l’alleanza con Comunità nel 1958 ed infine nella probabile alleanza col Partito Repubblicano alle prossime elezioni politiche del 1963.

In queste diverse tappe della sua partecipazione il P.S.d’A. è stato, come è nella logica di un raggruppamento locale che non trova il suo corrispondente diretto in alcuna forza nazionale, ma avverte i problemi del momento, volta a volta terzaforzista, centrista, favorevole al centro-sinistra.

Tali indicazioni sintetiche hanno avuto alcune costanti: l'antifascismo più intransigente, originato dal carattere resistenziale del partito durante il fascismo, l'ardore repubblicano, al quale è stata sacrificata dai sardisti ogni posizione di comoda evasività in una regione ove i piccolo borghesi di estrazione contadina sono legati ad una tradizione filomonarchica; la vocazione al federalismo europeo nella sua concezione più aperta alle soluzioni innovatrici; l'attuazione della Costituzione come mezzo per attribuire rilevanza giuridica alle istanze di ordine sociale derivate da un antifascismo tipo Giustizia e Libertà (cui moltissimi dirigenti sardisti aderirono) e dalla lotta partigiana. Tanto senza considerare la visione meridionalista delle soluzioni nazionali ed il regionalismo.

Mi rendo conto, Sig. Direttore, di aver portato un contributo prevalentemente orientato verso il passato. L'attualità del sardismo porta a nuovi problemi, ed a nuove prospettive di cui potremo discorrere ancora se lo riterrà di interesse per la Sua rivista.

Mi preme ora di aggiungere un'ultima osservazione. Nessuna forza politica in Sardegna, se si esclude la destra neofascista e monarchica, nega che il Partito Sardo d'Azione possa svolgere, come svolge, un ruolo determinante per la sua capacità di anticipare programmaticamente e con spregiudicatezza soluzioni essenziali al progresso dell’Isola.

Se «Il Paradosso» continuerà a scrutare le esperienze che vanno maturando nella provincia sarda, come ha fatto nell'ultimo numero, avrà modo di verificare compiutamente il perché di questa unanime considerazione di vitalità del Partito Sardo e di riconsiderare, alla stregua delle realtà regionali, alcuni giudizi «nazionalmente» ritenuti inoppugnabili.

In un esame di tal genere, che potrebbe partire dalla premessa che in Sardegna non vi è stata guerra guerreggiata né lotta partigiana tra il '43 ed il '45, il Partito Sardo, che ha supplito a questa carenza, troverebbe una collocazione meno sbrigativa di quella che si può leggere nei nn. 31 e 32. La sua testimonianza politica, non meno ricca nel secondo che nel primo dopoguerra, in una epoca in cui il problema delle aree depresse sembra divenuto una questione meramente tecnica, acquisirebbe il carattere che gli compete: quello di un gruppo che ha saputo cogliere le esigenze popolari collocandole in un contesto democratico e progressista adeguato ai tempi.

La ringrazio per la cortese ospitalità, che spero vorrà accordare a questa lettera, non per l'occasione polemica che involontariamente può fornire, ma come contributo alla conoscenza di una parte politica che opera in Sardegna.

Con i migliori saluti.

Protagonista anche nel sindacato…

Di un certo rilievo è, in questo stesso periodo ma con molte prove precedenti e anche successive, l’impegno sindacale del Nostro.

Concentrati nella CGIL, i lavoratori sindacalizzati militanti del Partito Sardo d’Azione lasciarono la confederazione a predominio social-comunista dopo che la scissione lussiana spaccò il partito, il che avvenne quasi in coincidenza con la frattura che, a livello nazionale, divise nel sindacato l’ala socialdemocratica e repubblicana (e quella cattolica) da quella marxista. Uscirono fra il 1948 ed il 1949 i riformisti dando vita alla Federazione Italiana del Lavoro, che presto avrebbe avuto, per complesse vie dirette e indirette, una sua evoluzione generando le ali della CISL e della UIL.

Con altri sardisti, Tuveri aderì, per certa maggiore tempestività organizzativa e per consuetudine di uomini, alla CISL e insieme con personalità come Giannetto Lay, Giuseppe Sechi, Ugo Pirarba, Damiano Giordo, Ignazio De Magistris ecc. ebbe anche, quasi da subito (allorché, da impiegato dell’università, ne prese la tessera), ruoli di dirigenza provinciale.

Era allora segretario nazionale Giulio Pastore, destinato ad assumere, una decina d’anni dopo, le funzioni di ministro per il Mezzogiorno in diversi governi (Fanfani, Segni e Tambroni, poi nuovamente Fanfani), ricoprendo quindi un ruolo-chiave nelle vicende della elaborazione e approvazione del piano di Rinascita entrato all’ordine del giorno del dibattito politico regionale. Egli, di chiara fede cattolica, assicurò al sindacato una apprezzabile terzietà politico-ideologica, favorendo così, almeno per qualche tempo, la compresenza di quadri di matrice cattolica e di matrice laica, ed una linea piuttosto eterodossa rispetto a certe attese del tradizionale bacino bianco di rimando sturziano e popolare.

Passato il sindacato alla segreteria di Bruno Storti, nel 1960 i cislini sardi si riunirono a convegno per discutere le complesse problematiche dell’atteso piano di Rinascita. Fra gli intervenuti nel dibattito fu proprio Marcello Tuveri quello che, insieme con Ignazio De Magistris, marcò più di altri la necessità che il sindacato avvertisse come proprio “diritto-dovere” quello di influire sui pubblici poteri in capo ai quali doveva porsi l’intervento-motore dello sviluppo delle aree depresse in logica programmatoria. Dunque una presenza dialettica, certamente, ma non conflittuale. (D’altra parte la stessa linea d’ispirazione repubblicana era, e ancor più sarebbe stata, quella della politica dei redditi, e dunque della “concertazione” fra soggetti variamente responsabili dell’interesse generale).

Tornò preziosa, nelle fasi approvative della legge n. 588 del 1962 l’intesa sostanziale che da parte del ministro Pastore (e indirettamente della CISL) si riuscì a stabilire con Ugo La Malfa ministro del Bilancio e della programmazione, per il buon esito parlamentare e l’equilibrato riparto delle competenze fra governo (e Casmez) e Regione sarda. Grande fu allora il contributo tecnico-giuridico di uomini vicini ai due ministri come il sardo-cabrarese Giovanni Marongiu (già compagno di studi di Marcello alla facoltà di Giurisprudenza) e l’irpino Antonio Maccanico (di origine azionista). Con entrambi, al tempo dell’approvazione legislativa, nella segreteria provinciale cislina (con Lay, Petricci, De Magistris, Cocco e Chiappella) Marcello Tuveri mantenne sempre rapporti di viva cordialità ed amicizia, mai mancando di sostenere – come in un processo senza fine – il confronto di analisi e giudizio sulla esperienza della Rinascita con le sue luci e le sue ombre.

Cruciale 1963, finalmente il deputato: è Titino Melis

Naturalmente non tutto è mai facile. Per quanto fratelli di lunga consuetudine – ora sono già quarant’anni di filato, dalla fondazione del PSd’A alle stagioni dell’antifascismo, quello eroico e quello testimoniale, e del cantiere della Repubblica e dell’Autonomia, così come del primo decennio del “regionalismo applicato”, repubblicani e sardisti sono due identità e realtà storiche e sociali distinte: soprattutto a renderle differenti è la pratica dell’orizzonte nel quale essi situano la propria lotta politica: quello nazionale i repubblicani, quello regionale i sardisti. Armonizzare i due livelli è la sfida che ogni forza deve compiere comprendendo le ragioni altrui. E’ una sfida insieme al sentimento ed alla ragione. E nonostante la complessità dei presupposti e la criticità di svariati momenti dell’intesa, forse un avanzamento nelle responsabilità nazionali – leggi ministeriali – degli uomini del Partito Sardo d’Azione sostenuti dai repubblicani, e di Giovanni Battista Melis deputato (instancabile e generoso) in predicato d’un sottosegretariato al Mezzogiorno (o all’Industria o all’Agricoltura), avrebbe potuto aprire e irrobustire una strada che invece troppo presto si farà chiusa…

E comunque. Non può certo dirsi che l’aver rinunciato ad impugnare la legge istitutiva dell’ENEL per la contestuale soppressione dell’Ente Sardo di Elettricità – secondo la richiesta di Ugo La Malfa ben consapevole di tutte le rischiose complessità aggrumatesi attorno all’iniziativa della pubblicizzazione della energia elettrica da cui molto ci si sarebbe atteso per la politica di programmazione – sia per i sardisti un sacrificio da poco. Eppure essi lo sopportano e si offrono, certamente dibattendo al loro interno circa le prospettive, all’incontro. Superando anche un’altra difficoltà che, a vederla con gli occhi del sentimento, pure sembrerebbe, o sarebbe sembrata in altri momenti, insuperabile: la rinuncia al simbolo e l’accettazione piena del pur nobile, nobilissimo simbolo dell’Edera repubblicana – rimbalzo della Giovane Europa mazziniana del 1834 – in accompagno alla lista per la Camera dei deputati, limitando i Quattro Mori ai sei collegi senatoriali della circoscrizione.

Dopo quasi un anno dal congresso provinciale di Nuoro, il consiglio regionale del Partito Sardo si riunisce a Cagliari per discutere i termini dell’intesa. Ne parla con accenti al solito intensamente partecipativi il direttore Giovanni Battista Melis, lo affianca da presso Anselmo Contu e con lui altri si pongono sulla stessa linea: fra i primi e più convinti è Armando Corona – leader marmillese (dopo sette anni a Senis è dal 1955 “sovrano” ad Ales), e così Pietro Mastino, padre fondatore e autorità morale indiscussa. E altri ancora: il sulcitano Mario Granella, il nuorese Mario Sedda, il sassarese Nino Ruju, l’oristanese Emanuele Cau. Contrario Angelo Corronca – esponente del Montiferru – mentre ancora favorevoli o favorevolissimi sono ancora il nuorese Sebastiano Maccioni, il ghilarzese Nicolò Mura, il sen. Luigi Oggiano anch’egli autorità morale indiscussa. Nel novero anche Marcello Tuveri, sensibile soprattutto all’argomento che occorra far di tutto per assorbire la tradizionale frammentazione delle forze laiche di cui è sempre e soprattutto la DC ad avvantaggiarsi.

Il compito che gli è assegnato in occasione della preparazione alle elezioni è di curare l’uscita straordinaria de Il Solco che presenti alla pubblica opinione chiamata al voto anche i nomi e le storie personali, professionali e politiche, dei candidati. Fra quelli ai quali egli si rivolge è anche Ovidio Addis, il prestigioso insegnante di Seneghe (di cui sarà presto anche il sindaco), promotore di mille iniziative culturali e titolare di una fra le più importanti biblioteche private dell’Isola.

Ecco di seguito la lettera inviatagli da Marcello Tuveri in data 24 marzo 1963, vigilia del rinnovo parlamentare e dunque della candidatura ancora una volta da Addis assicurata alla lista del Partito Sardo d'Azione (sotto il simbolo dell'Edera repubblicana):

Caro Ovidio, come probabilmente sai mi sto occupando del "nuovo Solco". In questa mia funzione (meglio sarebbe usare un'espressione patologica, dati i risultati) ti scrivo per pregarti di farmi avere una serie di notizie su quel che ti riguarda. Come vedi evito di parlare di biografie, profili, cenni etc. Ci serve, assieme ad una tua fotografia (in atteggiamento spontaneo: non la solita "chi l'ha visto?") per presentare i candidati nel prossimo numero del giornale.

Sì, lo so, tutti siete riluttanti a queste cose. Ma le necessità del nostro tempo sono queste. Perciò bisogna forzare la macchina e scrivere anche di se stessi.

E’ inutile che io aggiunga quanto (oltre alle due cose di cui sopra) sarebbe utile che tu scrivessi per il giornale. Te ne sarai accorto dalle immense lacune esistenti, taccio perciò a te di fare presto a mandarci qualcosa.

Perché possa regolarti aggiungo: vorremmo far uscire un numero ai primi di aprile e poi quello prima delle elezioni.

Arrivederci e scusami tuo Marcello

PS. Puoi mandarmelo all'Università.

La prima pagina de La Voce Repubblicana del 1°.2 marzo riporta i termini della intesa sottoscritta da Oronzo Reale e Giovanni Battista Melis «sulle conformi deliberazioni degli organi direttivi dei rispettivi partiti, confermata l’affinità ideologica che ha tradizionalmente legato e lega i due partiti nella convinzione repubblicana europeista e autonomista, nella sensibilità democratica e morale e nella solidarietà operante che deriva dalla comune visione dei problemi economici e sociali e della organizzazione dello Stato».

Il documento, in una serie di alinea, motiva le ragioni del patto unitario ricordando «che la battaglia per il raggiungimento di tali comuni obiettivi, condotta sul piano nazionale dal PRI, ha trovato in Sardegna espressione politica nella lotta popolare condotta da oltre 40 anni dal Partito Sardo d’Azione», «che alla lotta sardista per dare all’isola, con l’autonomia, lo strumento del suo progresso conforme ai postulati della più avanzata democrazia economica e politica, hanno validamente concorso i repubblicani sardi, partecipando alle elezioni per il Consiglio regionale della Sardegna nelle liste col simbolo del Partito Sardo d’Azione e che tale solidarietà si è concretata anche recentemente nella difesa delle impostazioni sardiste per il piano di rinascita attraverso gli uomini di governo del PRI». Esso conclude riferendo che il Partito Sardo d’Azione, «nella piena salvaguardia della sua autonomia», si presenterà in Sardegna alle elezioni per la Camera dei deputati «col simbolo dell’Edera del PRI, associando candidati iscritti al Partito Repubblicano e designando a sua volta propri candidati nelle liste repubblicane del Continente, così da consacrare la solidarietà attiva che deve mobilitare i militanti dei due partiti nella fraterna comunità degli ideali». La stessa stampa isolana dà spazio all’accordo e Reale rilascia un’intervista che esce sulla prima pagina de L’Unione Sarda (rubrica “La sedia che scotta”).

Per parte sua il PSd’A solidarizza con i repubblicani per quanto essi necessitino nelle circoscrizioni della penisola ove sia presente l’emigrazione sarda: è significativo che una tale richiesta giunga all’on. Melis attraverso una lettera dei repubblicani liguri, appellandosi alle ascendenze di Mazzini e Mameli. L’idea è di aggiungere il logo dei quattro mori ai manifesti di propaganda del PRI.

Alla tribuna elettorale del 26 marzo, sul primo canale televisivo, i repubblicani partecipano affiancando la propria dirigente Maria Teresa Bartoli Macrelli ai sardisti Giovanni Battista Melis e Anselmo Contu, che hanno quindi modo di presentare alla platea nazionale il proprio partito, rievocandone la storia ed esponendone il programma, tanto più nella presente contingenza del rinnovo parlamentare (ne darà diffuso conto La Voce Repubblicana del 27.28 marzo titolando “Sotto il simbolo dell’Edera una battaglia per la democrazia”, e nel sommario “Ricordate le comuni battaglie del PRI e del Partito Sardo d’Azione per la libertà e lo sviluppo economico e sociale”). Ove si volesse cercare un documento riassuntivo delle ragioni ideali e politiche dello storico sodalizio repubblicano-sardista ben si potrebbe trovarlo nella “rivelazione” del PSd’A all’opinione nazionale tramite la televisione in quel marzo 1963!

Il 15 aprile è Ugo La Malfa a raggiungere Cagliari per parlare in piazza. Il testo integrale del discorso del ministro del Bilancio è riportato ne Il nuovo Solco, organo del PSd’A, che esce con un numero speciale il 23 aprile. Oltre ai temi generali già tante volte trattati dal leader repubblicano, di quest’ultimo merita riprendere alcuni passaggi riguardanti la nazionalizzazione della energia elettrica, che – come detto – costituisce uno dei cardini dell’avvio della politica di centro-sinistra, ed incrocia un antico postulato programmatico del PSd’A. Dice La Malfa: «Voi sardi avete conosciuto il monopolio dell’elettricità perché possiate considerare che la nazionalizzazione dell’energia elettrica sia una distruzione del nostro sistema economico, ed io devo dare atto ai nostri amici sardisti di avere per primi in Italia iniziato la battaglia contro il monopolio locale dell’energia elettrica. Per primi essi hanno sentito l’importanza di questa riforma perché, cittadini sardi, la nazionalizzazione dell’energia elettrica non serve solo ai consumatori di luce, serve ai piccoli e medi industriali, serve agli agricoltori, serve ai commercianti, serve agli artigiani. La nazionalizzazione ha lo scopo di mettere questo servizio a disposizione di questi imprenditori piccoli e grandi perché ovunque possano sviluppare la economia locale e regionale… Noi non abbiamo fatto questa nazionalizzazione dell’energia elettrica perché siamo collettivisti o perché siamo comunisti, noi non ci vogliamo mangiare una foglia di carciofo alla volta, non vogliamo dopo l’energia elettrica nazionalizzare tutte le altre industrie; vogliamo fare quello che un liberale avanzato, l’on. Giolitti, ha fatto nel 1905, nazionalizzando le ferrovie. Sono passati cinquant’anni perché l’Italia nazionalizzasse un altro servizio pubblico…».

I resoconti giornalistici della campagna elettorale, pur con una generale sottovalutazione dei meriti della lista dell’Edera, non manca di riferire di comizi ed incontri elettorali in questa o quella città, da Macomer a Bosa e Sassari, da Ozieri ad Iglesias e Carbonia, da Tempio a La Maddalena e Villacidro, da Ittiri a Nuoro e Lanusei e Cagliari.

L’appello elettorale finale, rivolto in particolare al tradizionale elettorato dei Quattro Mori rivendica ancora una volta i meriti del PSd’A «che ha indicato per primo ai sardi la via del loro riscatto, che ha combattuto sempre con intelligente fedeltà la battaglia della Sardegna», e invita al voto «Perché il miracolo economico non rimanga privilegio di alcune regioni, di alcuni settori produttivi e di ristretti gruppi, ma investa la Sardegna, rinnovi la sua agricoltura, espanda la sua struttura industriale, promuova l’elevazione di tutte le genti del lavoro» (così il comunicato-stampa ripreso dai due quotidiani isolani il 26 aprile).

Il risultato delle urne è modesto e deludente. La percentuale nazionale delle liste repubblicane è dell’1,4, quello per il Senato dello 0,8, con solo eletto l’ex ministro Cino Macrelli. Nell’Isola si raccolgono complessivamente neppure trentamila voti, e Giovanni Battista Melis viene eletto con i resti del collegio nazionale – al pari di altri cinque colleghi (solo La Malfa raggiunge il quorum nel collegio della Romagna), ed entra nel gruppo parlamentare repubblicano insieme con La Malfa (capogruppo), Reale (che sarà ministro guardasigilli nel prossimo governo Moro), Camangi (prossimo sottosegretario), il siciliano Montanti e Randolfo Pacciardi (storico segretario nazionale che presto, però, espulso dal partito per il suo voto contrario al governo di centro-sinistra).

Il PRI considera il patto unitario con i sardisti un investimento sul proprio futuro.

Quasi la metà dei suffragi isolani (13.188) viene dalla provincia di Cagliari, poco meno d’un terzo dal Nuorese (11.531), più modesto è il risultato del collegio di Sassari (4.686). Il capolista Melis raccoglie oltre 24mila preferenze. Generalmente migliore, nell’Isola, il dato dello scrutinio per il Senato (complessivamente 34.954 voti ai candidati dei Quattro Mori).

Può dirsi iniziato in questi mesi un percorso, chissà se definirlo gemellare o invece dialettico, comunque strettamente associativo, fra PRI e PSd’A che, se a Roma vede in buona armonia, e impegnati in un intenso lavoro tanto nelle commissioni quanto in aula, Melis e i colleghi del gruppo parlamentare (e della stessa direzione, nella quale egli è cooptato), nell’Isola mostrerà sottotraccia, già dall’indomani del rinnovo consiliare del 1965, qualche precoce segno di stanca.

La Voce Repubblicana segue costantemente le attività del deputato sardista, ospitandone gli interventi più rilevanti pronunciati a Montecitorio (a cominciare da quello sulla fiducia al governo e riferisce, con sufficiente correntezza, delle prese di posizione del Partito Sardo nelle complessità della vita politica regionale. Pressoché in contemporanea con il passaggio dal governo balneare di Leone al governo di coalizione presieduto da Aldo Moro, anche in Sardegna avviene infatti un cambio di giunta, pur sempre a presidenza Corrias ed a composizione fondamentalmente democristiano-sardista con Pietro Melis e Anselmo Contu fermi nelle loro già citate responsabilità di assessori rispettivamente all’Industria e commercio e alla Igiene e sanità.

Particolare rilievo ha, in tale contesto, il lungo documento approvato dal Consiglio regionale del PSd’A il 9 novembre (e già dal suo esecutivo il 3 precedente) che, in coincidenza con la staffetta delle giunte, mette a fuoco le priorità programmatiche del partito e la apertura concreta, anche in Sardegna, alla collaborazione con il PSI (nell’Isola molto condizionato dalla presenza dei “carristi”, cioè della sinistra lussiana, che presto promuoverà una scissione per fondare il PSIUP).

In realtà i socialisti paiono propensi ad accordi diretti con la DC, scavalcando il PSd’A. E’ anzi per schivare tale rischio che Melis chiede ad Oronzo Reale un intervento sui leader nazionali democristiani. E il segretario repubblicano prontamente risponde riferendo dei passi, relativamente tranquillizzanti per il PSd’A, da lui compiuti sia su Cossiga che su Moro (cf. “Lo sviluppo dell’isola condizionato dalla presenza del Partito Sardo d’Azione”, in La Voce Repubblicana, 15.16 novembre 1963. Sommario: “Il Consiglio sardista approva il programma dell’Esecutivo e l’azione parlamentare dell’on. Melis – Auspicata una razionale impostazione del Piano di rinascita in rapporto ai nuovi obiettivi di centro-sinistra”. Sempre su La Voce Repubblicana è da segnalare, degli stessi giorni, un articolo di Lello Puddu dal titolo “Perché troppi sardi abbandonano l’isola”, che affronta la questione dell’emigrazione. Negli ultimi due anni e mezzo sarebbero partiti dalla Sardegna ben 180mila lavoratori, 48mila nei primi mesi del 1963. Il voto di primavera alla estrema sinistra avrebbe significato, per l’articolista, «il rancore verso la classe politica italiana incapace di dare contenuto e ordine alla sua politica economica». Cf. 19.20 novembre 1963).

Formandosi il nuovo governo, è legittima ambizione di Giovanni Battista Melis quello di essere indicato per un sottosegretariato o, più probabilmente, per un incarico in commissione e/o l’intervento in aula sulla fiducia, che peraltro il leader sardista svolgerà regolarmente. La Malfa, interessato alla cosa, confida di non aver potuto evitare la preferenza data dal partito a Montanti: «Comunque, Melis può contare sulla mia amicizia e qualche cosa riusciremo a fare insieme – egli scrive a Puddu il 5 dicembre 1963 –. In quanto al problema generale, esso è stato risolto nel migliore dei modi. Credo che adesso non dovremmo che pensare al Partito. Cercate di evitare, usando qualunque mezzo, che i sardisti rimangano fuori dal governo regionale». Cf. Carte Puddu, in Repertorio).

Anno 1964, l’organizzazione del movimento: nasce l’ENDAS

Tre sono i maggiori impegni dei repubblicani coinvolgenti in pieno i sardisti nel corso del 1964: la organizzazione, tanto più con il tentativo di dare strutture ad alcuni organismi collaterali (ENDAS, AGCI ed AMI) e quello di programmare il congresso regionale. C’è infine da disporsi alla partecipazione (con i sardisti) alle elezioni amministrative fissate per il 22 novembre.

Sarà dunque interessante vedere in tale contesto qualche passaggio delle vicende del PRI isolano che è insieme fratello maggiore (per anzianità e radici ideali) e fratello minore (per dimensioni e presenza sulla scena locale) del Partito Sardo d’Azione.

Permanendo, almeno per qualche mese, in capo a Luciano Marrazzi la segreteria regionale, ed a Alberto Mario Saba e Francesco Burrai quelle provinciali di Sassari e Nuoro, la direzione nazionale del partito, in persona del nuovo responsabile organizzativo Francesco Muscari Tomajoli sensibilizza anche i segretari delle sezioni più o meno efficienti presenti sul territorio delle tre province per una plenaria che abbia almeno la parvenza di un congresso regionale: l’appello arriva così ad Alghero e La Maddalena, Sorso e Olbia, Porto Torres e Carbonia, Guspini e Villacidro, Sant’Antioco e Maracalagonis e Monastir… oltreché nei capoluoghi.

In tale quadro, contando sulla maggior “forza” organizzativa del PSd’A, la sezione milanese lancia l’idea di un incontro con i sardi residenti nel capoluogo lombardo, imperniato su un comizio pubblico da affidare ad un esponente sardista e su uno spettacolo folcloristico, per concludersi con l’inaugurazione del circolo degli emigrati. In realtà si pensa inizialmente a un sodalizio caratterizzato politicamente, ma una iniziativa promossa dal sostituto procuratore generale di Milano Maniga, teso a promuovere, d’intesa con la Regione, una “Famiglia Sarda” dai tratti apolitici induce i repubblicani milanesi a ipotizzare la costituzione di una più ristretta sezione del PSd’A, da ospitare, se necessario, nei propri locali di partito.

Sotto il profilo della strutturazione del “movimento”, e sempre con il diretto coinvolgimento dei sardisti, è da segnalare, ai primi di maggio, un incontro a San Leonardo de Siete Fuentes dei dirigenti nazionali dell’ENDAS con alcuni esponenti dell’Associazione Libera Caccia ed i maggiori rappresentanti locali del PRI e del PSd’A (Marrazzi, Puddu, Burrai, Ruju, Maccioni, Puligheddu, Merella, Pau, Sanna, Corronca, ecc.), al fine di impostare una prima delegazione isolana da diffondere o meglio articolare nei territori provinciali.

Pressoché negli stessi mesi, ad iniziativa del presidente nazionale Armando Rossini, si cerca, proprio attivando le pur modeste risorse di partito, di rianimare una presenza anche dell’AGCI, che al momento è, a Cagliari, soltanto nominale (limitandosi ad una cooperativa di pesca). Naturalmente è ancora Lello Puddu che può meglio fungere da ponte fra Roma e l’Isola in tal genere di incombenze anche perché sa, meglio di altri, coinvolgere nelle iniziative i militanti dei Quattro Mori.

Anche da parte dell’Associazione Mazziniana Italiana si insiste, nel 1964, per una partenza, intanto limitata ad adesioni individuali e sottoscrizioni alla preziosa rivista associativa, Il Pensiero Mazziniano.

Il rinnovo amministrativo di province e comuni impegna duramente, in autunno, le deboli strutture dei due partiti. Gli accordi intercorsi fra di loro sono per la presentazione di liste con simbolo Quattro Mori e la partecipazione, ove opportuno, di candidati repubblicani.

Anche Marcello Tuveri è candidato alle provinciali ed al Consiglio comunale di Cagliari (con la qualifica di “Sindacalista”) nel 1964: prova di fedeltà, senz’altro con poche speranze di riuscita.

Il risultato è relativamente modesto, raccogliendo l’alleanza 44.168 voti (a fronte dei 46.130 del 1960, ma recuperando notevolmente rispetto alle politiche del 1963). Qualche miglioramento si registra nel Cagliaritano, mentre una certa flessione è data nel Nuorese. Comunque migliora il dato degli eletti – tutti espressione diretta del Partito Sardo d’Azione –, perché sono confermati i tre consiglieri provinciali a Nuoro (Mario Melis, Agostino Sulis e Pietro Murru) ed uno a Sassari (Nino Ruju), ma si raddoppia la rappresentanza – da uno a due – a Cagliari (Emanuele Cau ed Armando Corona). Molto soddisfacenti vengono giudicati i risultati delle comunali, a partire dai capoluoghi (Giovanni Battista Melis è rieletto a Cagliari insieme con Carlo Sanna, al tempo segretario dell’assessore Pietro Melis, che avvicenda Giuseppe Marongiu, mentre Nino Piretta entra in Consiglio a Sassari ed a Nuoro riescono in sette addirittura: Peppino Puligheddu, Antonio Verachi, Salvador Athos Marletta, Francesco Vacca, Elena Melis, Mario Sedda e G.Antonio Serra) e ad arrivare agli enti locali di più ridotta dimensione, con eccellenze ad Oliena e Tonara (rispettivamente dieci e sei eletti) nel Nuorese ed a Bauladu, Morgongiori, Nurachi e Seneghe (rispettivamente con 8, 6, 10 e 12 eletti) nell’Oristanese; significativi, nel Cagliaritano, i risultati di Burcei, Gonnosnò ed Ussaramanna (rispettivamente 12, 12 e 11 eletti). Il totale degli eletti sfiora i 270. (Le risultanze elettorali sono oggetto di varie trattazioni su La Voce Repubblicana: cf. 24.25, 25.26, 27.28 novembre 1964; un più articolato excursus sull’andamento elettorale isolano è sul numero del 25.26 novembre: “Il sì degli elettori sardi alla punta avanzata del centro-sinistra”, mentre a puntate dal 19.20 dicembre 1964 al 10.11 marzo 1965 sono dettagliati i nominativi degli eletti comune per comune. Un approfondito commento dal titolo “Quasi 15.000 voti in più dalla Sardegna confermano il rilancio” è a firma di Lello Puddu nel numero del 4.5 dicembre 1964. Colpisce, per quella che sarà la storia futura del partito, l’annotazione relativa all’elezione al Consiglio provinciale di Cagliari di Armando Corona. Scrive Puddu: «è stato conquistato un nuovo seggio che sarà coperto dal giovane medico di Ales, dottor Armando Corona. Corona ha realizzato nella Marmilla un notevole successo, battendo agguerriti parlamentari e fortissimi notabili: successo che si deve non solo alla sua serietà e al suo impegno nel sostenere con coerenza la politica di centro-sinistra, ma anche ad uno sforzo organizzativo che ha consentito di superare di gran lunga i risultati delle politiche. Questo secondo seggio alla provincia dovrebbe consentire alla DC di realizzare una formula di centro-sinistra respingendo la vecchia politica centrista»).

Un articolo non firmato, ma attribuibile a Puddu, su La Voce Repubblicana del 21.22 dicembre, contesta alla DC la incapacità di liberarsi dai condizionamenti interni che frenano la svolta di centro-sinistra nelle amministrazioni locali isolane, ed a PSI e PSDI di favorire, specularmente alle insidie degli «integralisti», formule che escludono, paradossalmente, sardisti e repubblicani. Il che è fenomeno che pare avere il suo epicentro nel Nuorese: «Sardisti e repubblicani, il cui coerente sforzo è stato premiato da una grande vittoria elettorale nelle ultime amministrative, intendono proseguire la loro politica volta a dare una organica impostazione di centro-sinistra anche alle maggioranze dei Comuni e delle province sarde. Ciò è duramente avversato da una parte della DC locale […] e questa operazione politica trova aiuto proprio tra quei partiti che dovrebbero schierarsi con i sardisti e i repubblicani […] e si ha così che la DC propone, alla provincia e al comune di Nuoro, una giunta monocolore e questa viene sostenuta dai voti del PSI e del PSDI» (cf. “Integralisti e ascari”, in La Voce Repubblicana, 21.22 dicembre 1964).

L’esperienza di “Nuovo azionismo”, la prima ribalta di Corona

Peraltro un certo malessere cova all’interno dello stesso Partito Sardo d’Azione, nel quale è soprattutto l’ala giovanile particolarmente forte, come detto, a Sassari ed a Nuoro, a contestare la lentezza della propria dirigenza a pungolare la DC e la giunta Corrias circa l’attuazione del programma riformatore concordato all’atto della formazione della maggioranza. E’ prova di questa insoddisfazione un articolo che Salvator Angelo Razzu pubblica sul quotidiano sassarese il 6 dicembre. «A nostro avviso – scrive Razzu – non poca responsabilità della inattività della Giunta Corrias ricade sui sardisti. Presenti come minoranza nelle due Giunte della corrente legislatura regionale, essi avrebbero dovuto essere forza stimolante nei riguardi della DC, forza aperta ad un dialogo costruttivo, e quindi non nominalistico e fatto, come si suol dire, per salvare la faccia, anche e soprattutto con le forze di opposizione di sinistra. E’ mancata la forza per fare tutto questo e, forse, sono mancate anche le idee… E’ giunto il momento in cui i sardisti devono scoprire le loro carte e, senza mezzi termini fugare i dubbi di chi ad essi guarda con ancora qualche speranza» (cf. “La crisi della Regione”, in La Nuova Sardegna, 6 dicembre 1964).

Circa il movimento giovanile sardista attivo a Nuoro (ma in stretto collegamento con Sassari) è da segnalare l’uscita, a febbraio e marzo 1964, di due numeri unici della testata Nuovo azionismo, di cui ha la direzione Giannetto Massaiu, col quale collabora una redazione costituita da Andrea Cossu, Piero Murru, Salvator Angelo Razzu, Giampiero Mureddu e Giacomo Mameli. Presentando l’iniziativa, Massaiu scrive fra l’altro: «Nuovo azionismo è nato per la divulgazione dei principi fondamentali del sardismo e del federalismo; è nato da un gruppo di giovani di ogni ceto e categoria sociale, i quali trovando nel Partito Sardo d’Azione la più piena corrispondenza alle loro idee e ai loro programmi di democratici e di laici, vogliono contribuire ad una riaffermazione politica del Partito attraverso la critica costruttiva che ci auguriamo possa sorgere da queste colonne».

E poi: «A nostro avviso il partito oggi mostra di aver perso lo slancio generoso, che era una, se non la principale, delle sue caratteristiche. Accontentandoci delle cose che si potevano fare, concedendo troppo a questa concezione quietistica abbiamo finito per arenarci sulle secche dell’ordinaria amministrazione, finendo così automaticamente alla retroguardia, date le nostre forze, l’esigua rappresentanza, specie se paragonata a quella del partito di maggioranza. E’ tempo quindi che riscopriamo le vere strade del sardismo; abbiamo vissuto i nostri momenti più belli quando eravamo la pattuglia d’assalto della vita politica isolana, quando la conoscenza dei problemi della Sardegna era nei nostri uomini vasta e profonda, perché vissuta. Oggi tante cose sono cambiate, altre stanno cambiando a ritmo sempre più intenso ed il Partito stenta a tenere il passo, ad adeguarsi ai nuovi tempi, ad essere ancora la più genuina espressione delle ansie, delle speranze, delle esigenze della nostra gente. Dobbiamo convenire che in questo senso la crisi è generale… ma per noi, il mal comune non è neppure mezzo gaudio… Certo non si può continuare di questo passo con consigli provinciali che non si riuniscono da tempo immemorabile, con un consiglio regionale che non ha alcun effettivo controllo sulla vita del partito, con la base abbandonata a se stessa, ed il vertice lontano ed assente…».

Dello stesso Massaiu è un secondo articolo ancora titolato “Nuovo azionismo” che fa più diretto riferimento al Piano di Rinascita esposto al rischio quotidiano di essere “spolpato” dalle richieste o pretese particolari. «A nostro avviso, - egli scrive – ogni lira tolta agli investimenti produttivi è un atto criminoso, un attentato allo spirito ed alla lettera del “Piano”, che fu concepito e voluto proprio per permettere la realizzazione di quella somma di impianti che con le sole nostre risorse non avremmo mai potuto avere. Questa la posizione originaria del sardismo, questa la linea che oggi dobbiamo strenuamente difendere senza esitazioni di sorta, senza sacrificare una virgola a calcoli o opportunità di nessun genere.

«Se al Piano togliamo il carattere di intervento straordinario ed aggiuntivo non avremo altro che uno dei tanti interventi statali, forse un poco più grosso del solito, ma niente di più. E sappiamo per triste esperienza che somme forse più grosse sono state spese senza per questo apportare all’economia ed alle strutture dell’isola profondi, sostanziali mutamenti. E se fra dieci anni dovremo accorgerci che tutto si è risolto in qualche acquedotto in più, in qualche strada trafficabile che ora manca, in altre parole in una serie di opere più o meno necessarie ma continueranno a mancare quelle fonti di reddito che sole possono determinare il vero benessere, lotte e battaglie, per quanto belle e generose, saranno state inutili»).

Di rilievo è senz’altro, a fine anno, la doppia elezione di Armando Corona: entrato, come detto, in Consiglio provinciale (assumendo presto le funzioni assessoriali all’Assistenza psichiatrica nella giunta di centro-sinistra presieduta dal democristiano Giuseppe Meloni) e chiamato alla difficile segreteria provinciale del partito, qui subentrando a Carlo Sanna divenuto assessore comunale nel capoluogo. Con Corona costituiscono l’esecutivo Emanuele Cau, Angelo Corronca, Mario Granella, lo stesso Sanna e Marcello Tuveri, che rappresenta l’uomo di maggior fiducia del nuovo segretario politico.

Anno 1965: La Malfa segretario a Roma, Melis è suo sodale

Anno centrale della prima legislatura nazionale di centro-sinistra, il 1965 vede una evoluzione importante degli equilibri interni all’alleanza bipartitica perché, a fronte di una compattezza “di facciata”, salgono riserve di varia natura sia all’interno dello stesso PSd’A (palesi e clamorose al congresso provinciale di Sassari del novembre, che vedrà la vittoria della corrente separatista e la sconfitta della segreteria Ruju) sia nel patto unitario col PRI. Quello della famosa “marcia” da Cagliari a Ollolai, da Ollolai a Sassari di Michele Columbu è poi anche un anno elettorale – si rinnova il Consiglio regionale – ed in esso, a marzo, celebra a Macomer il suo XV (ma la serie ordinale è piuttosto confusa, ora includendo ora escludendo le conte prefasciste) congresso il PRI, commissariato da alcuni mesi: si tratta di proporsi un rilancio che è più facile a dirsi che a farsi.

Un certo risveglio forse lo dà il congresso nazionale (il XXIX) convocato a fine marzo a Roma, che si concluderà con l’elezione di Ugo La Malfa alla segreteria, succedendo a Reale. Ad esso interviene nuovamente anche Giovanni Battista Melis il quale, ringraziando dell’accoglienza ricevuta, dice di avvertirla come «ispirata dal collaudo comune delle lotte da tanto tempo combattute insieme dai due partiti». Ed aggiunge: «Il Partito Sardo d’Azione ha sostenuto nella vita isolana le battaglie democratiche che il PRI combatteva sul piano nazionale, sulla grande traccia mazziniana: contro il nazionalismo demagogico, per la pace, per la giustizia, per l’Europa unita, per la libertà di tutti i popoli. Il nostro Partito ha creduto negli sviluppi degli aspetti nuovi di cui voi siete gli interpreti più qualificati, condividendo il programma di centro-sinistra, che dovrà farsi ancora realtà operante.

«Fra poco – conclude – avremo le elezioni regionali in Sardegna: le affronteremo in questo spirito di fraternità e di leale collaborazione insieme con voi, perché la trincea dalla quale combatte il Partito Sardo d’Azione è la stessa trincea del Partito Repubblicano» (cf. Atti e risoluzioni, 1968).

 Il 13 giugno i repubblicani sostengono le liste Quattro Mori anche formalmente, apponendo l’acronimo del partito alla base del simbolo sardista. La direzione nazionale del PRI, da parte sua, diffonde un invito fra iscritti e simpatizzanti per l’appoggio alle liste sardiste. Lo stesso La Malfa parla il 30 maggio a Cagliari, insieme con il consigliere regionale sardista Piero Soggiu, ribadendo le ragioni del patto unitario bipartitico. Egli sviluppa un discorso molto articolato nel quale pare centrale il riconoscimento al partito alleato di aver correttamente posto «il problema dei rapporti fra Stato e Regione, per quanto riguarda soprattutto le responsabilità di attuazione del Piano di rinascita. Se l’ordinamento regionale fosse stato esteso a tutto il mezzogiorno – prosegue – e se forze autonomistiche d’ispirazione democratica e repubblicana avessero preso esempio dal Partito Sardo d’Azione, la situazione del Mezzogiorno sarebbe oggi politicamente e socialmente più avanzata di quella che oggi non sia. Ma l’esempio della Sardegna è ammonitore anche per quanto riguarda l’omogeneità programmatica e politica cui deve arrivare il governo nazionale, se vuole dare impulso e forza nuovi alla sua azione nel Paese. Con forze di maggioranza contrastanti, l’azione del governo centrale è grandemente ostacolata, fino al punto che la soluzione sarda appare più avanzata della soluzione nazionale della convergenza, anche se pure in Sardegna bisogna fare ulteriori passi in avanti».

Il leader repubblicano tiene un comizio anche a Sassari l’antivigilia del voto, diffondendosi nell’esame della situazione politica nazionale e giudicando come estremamente positiva la «dissoluzione delle forze di destra e la liquefazione del fenomeno laurino», circostanze che però pongono ora alla DC, in qualche modo ereditiera di quelle consistenze elettorali, il problema di non cedere agli interessi più retrivi sacrificando gli impegni riformatori del centro-sinistra. Dice che «mentre il governo di convergenza deve negare alla Regione sarda il sacrosanto diritto di essere l’organo di attuazione del piano di rinascita, deve contemporaneamente constatare, attraverso la visita dell’on. Fanfani in Calabria, che gli organi tradizionali dello Stato non corrispondono alle esigenze locali e deve inventare incentivi al fine di attivare la funzione statale nel Mezzogiorno. Ma non si tratta – avverte – di premiare i funzionari dello Stato che si stabiliscono nelle regioni del Mezzogiorno, come se si stabilissero in colonia, ma si tratta di creare l’organo politico capace di interpretare solamente i bisogni locali e di rompere con le tradizioni accentratrici e paternalistiche. Ma finché il governo di convergenza dovrà vivere sul ritardo delle conclusioni della commissione di studio per le regioni e dovrà rimandare alle calende greche ogni tentativo serio di pianificazione nazionale e regionale per non dispiacere alla parte conservatrice della sua maggioranza, non solo non creerà nulla di risolutivo in Calabria o in Sicilia, ma soffocherà dal centro lo slancio che si nota in regioni educate al pensiero autonomistico, come la Sardegna» (cf. “La programmazione vuole autodisciplina e uno spiccato senso di responsabilità verso i problemi di una collettività nel suo complesso”, in La Voce Repubblicana, 31 maggio.1° giugno 1965).

La Voce Repubblicana offre alla campagna elettorale sardista il paginone centrale del numero del 9.10 giugno, riportando oltreché le liste delle tre circoscrizioni e la sintesi del programma del PSd’A, anche il testo integrale del discorso di Ugo La Malfa a Cagliari e le parole di benvenuto al segretario repubblicano pronunciate da Armando Corona, ed offrendo infine lo spazio d’una intervista ai cinque consiglieri regionali uscenti.

Ecco alcuni passaggi dell’intervento di Armando Corona: «Il Partito Sardo ha trovato nella linea politica del PRI rappresentata in maniera così concreta e geniale dall’on. La Malfa una piena rispondenza dei suoi ideali e delle esigenze del popolo sardo. E pertanto si impegna di portare avanti una politica che ponga anche in Sardegna le basi di un rinnovamento che dia dignità umana e civile a tutti i nostri lavoratori. E’ per questo che la battaglia di La Malfa per la piena occupazione, perché ogni cittadino ottenga un diritto così elementare come il lavoro, ci trova consenzienti e fortemente impegnati. Da queste elezioni dovrà scaturire una classe politica rinnovata che si avvii per un cammino operoso, che indichi chiaramente come spendere i miliardi della rinascita, entro la visione di un piano economico che dia un indirizzo radicalmente nuovo a tutta l’economia sarda. L’on. La Malfa rappresenta la migliore tradizione della scuola democratica italiana, di cui è stato tanta parte anche il nostro partito. Ciò ha dimostrato come ministro del Bilancio, nel governo Fanfani, impostando per primo l’amministrazione della cosa pubblica in termini programmatici e di pianificazione economica; ciò ha dimostrato nei vari dicasteri di cui è stato titolare, come parlamentare, come segretario del PRI e come pubblicista. Egli ha speso tutta una vita per concorrere a creare i fondamenti di una vita democratica e reale del Paese, attraverso il rafforzamento delle autonomie locali, la partecipazione dei lavoratori alla direzione del Paese. Laicista sul piano culturale e non di un laicismo gretto, ma di un laicismo che vuole combattere ed eliminare qualunque forma di discriminazione nel campo della libertà di coscienza religiosa…».

Il PSd’A conferma la sua rappresentanza di cinque consiglieri e, in termini assoluti, i voti delle provinciali dell’anno prima; perde invece circa cinquemila voti, indebolendosi leggermente in tutte e tre le province, nel confronto con le regionali del 1961. Questo è il commento dell’on. La Malfa: «Il Partito Repubblicano ha migliorato le sue posizione quasi in ogni comune in cui si è presentato. Questo successo fa seguito a quello conseguito nelle elezioni amministrative del novembre scorso ed è la conferma del nuovo slancio politico e ideale acquistato dal partito. Il Partito Sardo d’Azione, con cui i repubblicani facevano lista comune in Sardegna, ha tenuto molto brillantemente o guadagnato voti. Un’unica flessione le nostre liste hanno registrato in provincia di Nuoro dove alla lotta aspra delle estreme si è aggiunta quella condotta contro il Partito Sardo d’Azione dai democristiani e dai socialisti responsabili di soluzioni amministrative in netto contrasto con l’impostazione di centro-sinistra» (cf. La Voce Repubblicana, 16.17 giugno 1965).

Tale indebolimento, pur a fronte di una ancor più marcata flessione fatta registrare dalle liste socialiste, sblocca finalmente il quadro politico isolano favorendo la costituzione di un quadro di centro-sinistra organico, con l’esordio cioè di esponenti del PSI nell’esecutivo. Dopo il “passo falso” della nuova giunta Corrias tripartita (senza il PSd’A), a seguito della mancata approvazione delle sue dichiarazioni programmatiche si rinegozia il quadripartito, il quale avvia il suo corso in un contesto peraltro di scontento diffuso per il dimensionamento delle rappresentanze: così fra i democristiani che hanno dovuto cedere gran parte dei posti di comando agli alleati, benché vantino tre volte i seggi di questi ultimi, così fra i sardisti stessi accontentatisi obtorto collo di un solo assessorato – quello all’Agricoltura e foreste per Giuseppe Puligheddu – mentre ai socialisti, che pur contano uno stesso numero di consiglieri, ne sono riconosciuti due. Ancora una volta il giornale del PRI sostiene la linea sardista ospitando, fra l’altro, diversi discorsi dei consiglieri regionali Ruju e Puligheddu. Nel giro di un mese sono almeno dieci le cronache dall’Isola e i commenti politici pertinenti, né manca un affaccio perfino ne L’Espresso di Eugenio Scalfari.

La soluzione quadripartita determinerà a valanga altri aggiustamenti laddove – a cominciare da Nuoro – le intese dirette fra democristiani e socialisti hanno immotivatamente tagliato fuori il PSd’A.

Tutta questa fase politica, fino al suo epilogo (che pur rimane incerto o instabile), è attraversata da forti tensioni che vedono i repubblicani – sia da Roma che da Cagliari – fra i protagonisti, sempre nel leale sostegno delle ragioni sardiste e contro la volontà convergente di democristiani e socialisti di escludere il PSd’A dagli esecutivi.

Da sempre Ugo La Malfa, anche prima della assunzione della segreteria nazionale, ha difeso con i segretari dei partiti alleati la causa del PSd’A, così come ha fatto anche in precedenza relativamente sia all’incidenza dell’azione di governo alla Regione sia alla formazione delle amministrazioni locali, che vedono spesso penalizzato il Partito Sardo da accordi diretti fra democristiani e i due partiti socialisti (cf. La Voce Repubblicana, 9.10 gennaio 1965: si riferisce di un deliberato dell’esecutivo del PSd’A riunitosi a Nuoro l’8 gennaio. Indirizzandosi il 9 dello stesso mese a Puddu, La Malfa riferisce: «Su invito di Melis, ho scritto una lettera assai vivace ai segretari dei tre partiti, ma spero poco in una resipiscenza. Se le cose dovessero continuare ad andare male, io credo che una denuncia clamorosa ed il passaggio all’opposizione non sarebbe certo un passo falso. E metterebbe in rilievo i sardisti di fronte all’opinione pubblica. Ma bisogna che tu trovi l’accordo con Melis»).

Una ferma presa di posizione a favore della partecipazione del PSd’A alla nuova maggioranza di governo alla Regione è assunta anche dall’esecutivo del PRI sardo che diffonde un documento, ampiamente ripreso dalla stampa regionale, in cui sostiene essere «elementi caratteristici di una politica di centro-sinistra fortemente innovatrice e di rinascita dell’istituto autonomistico» i seguenti: «1) rigorosa tutela dell’interesse generale contro ogni visione particolaristica e settoriale; 2) difesa dell’aggiuntività degli stanziamenti del Piano e del loro coordinamento con tutti gli interventi pubblici; 3) ritorno alla responsabilità collettiva della Giunta contro la pratica degli assessorati divenuti veri e propri centri di potere individuale e di settore; 4) rigoroso controllo della spesa ordinaria e di quella straordinaria del Piano, che anche in carenza della legge deve ritornare all’esame della Corte dei Conti; 5) riforma della legge 588 sul Piano perché sia adeguata alle nuove esigenze di una società in trasformazione; 6) blocco delle assunzioni e riesame della situazione di privilegio di cui godono alcuni funzionari di enti regionali o aggregati».

Un ulteriore intervento pubblico, in rinforzo delle ragioni sardiste, lo porta pochi giorni dopo, in una dichiarazione all’agenzia Italia, il segretario Puddu. «I repubblicani ritengono – egli dice – che la soluzione più rispondente alla volontà del corpo elettorale regionale risiede nella formazione di una giunta regionale formata da tutti i partiti di centro-sinistra, compreso il partito sardista, che nelle battaglie repubblicane, compresa quella per la svolta politica del centro-sinistra è stato solidale e convinto partecipe. Ciò non significa che i repubblicani impongono al PSd’A di partecipare comunque alla nuova maggioranza. Una valutazione positiva o negativa sul problema spetta evidentemente agli organi direttivi del partito sardista. Quello che ci preme confermare è che, di fonte ai non espliciti intendimenti di altre forze politiche, i repubblicani valutano la formazione della nuova giunta regionale sarda come un fatto politico che investe problemi di equilibrio della politica generale del Paese».

E’ soprattutto la sinistra democristiana di Nuoro, organizzata nella corrente di Forze Nuove, vicina alla CISL, ad avversare la partecipazione sardista al governo regionale. E non manca essa, nei suoi documenti, di coinvolgere duramente anche La Malfa, reo di difendere il partito alleato (ritenuto dalla sinistra sociale della DC addirittura «anacronistica espressione delle condizioni di arretratezza di alcune zone dell’Isola»). Sul numero di giugno del suo organo mensile Orientamenti e segnalazioni (e ripreso da La Nuova Sardegna del 29 giugno 1965) è scritto: «La collaborazione al governo di centro-sinistra è subordinata per La Malfa all’inclusione del Partito Sardo d’Azione nella nuova giunta. Ora, a parte qualsiasi pur legittima considerazione sul modo di intendere i rapporti con le altre forze politiche, deve osservarsi che una siffatta impostazione lede proprio il principio stesso dell’autonomia. E ci sorprende che lo faccia l’on. La Malfa, cugino primo delle vestali sardiste, che custodiscono il sacro fuoco dell’autonomia. Ora se i partiti in Sardegna non sono in grado di affrontare un chiaro discorso sui problemi regionali e trarre da esso i motivi delle scelte, ma si limitano con zelo burocratico a copiare pedissequamente quello che avviene a Roma, a che cosa serve l’autonomia? […].

«Tutto deve avvenire all’insegna della chiarezza e non nella ricerca tenace di posizioni di potere, paludata con retorici discorsi. […]. O il Partito Sardo d’Azione è una forza democratica ed innovatrice, come desidererebbe, e non c’è ragione di preoccuparsi. Infatti la disponibilità di questo partito per una politica popolare può accertarsi sull’esame dei grandi problemi tuttora aperti dell’autonomia e della rinascita.

«Accettate le soluzioni proposte dai partiti di centro-sinistra, senza le consuete riserve mentali, il Partito Sardo si colloca nell’area della maggioranza, a Cagliari come a Nuoro, come nei diversi Comuni della provincia. Che poi faccia parte o meno della giunta, per un partito sinceramente democratico è un fatto del tutto marginale. Tutti i partiti del centro-sinistra, repubblicani compresi, hanno dimostrato in diverse ben più importanti occasioni che si può far parte della maggioranza stando fuori dai governi e delle giunte. In un secondo tempo, verificata la volontà politica del Partito Sardo, può valutarsi l’opportunità dell’ingresso in giunta.

«Il metodo di anteporre il discorso sulle poltrone al discorso politico, se conferma le tradizioni del Partito Sardo, non fa certo onore all’on. La Malfa. O il Partito Sardo, anacronistica espressione delle condizioni di arretratezza di alcune zone dell’Isola, si preoccupa della tutela di interessi conservatori, condizionando a destra qualsiasi politica regionale, come noi da anni andiamo sostenendo, ed allora la richiesta dell’on. La Malfa ha tutto il sapore di un ricatto».

La polemica, risoltasi – come detto – con la finale soluzione quadripartita, prende diverse settimane ritardando la formazione della prima giunta della nuova legislatura. Nel dibattito, particolarmente acceso sulla stampa – in particolare su La Nuova Sardegna (anche per la maggior diffusione del quotidiano nel Nuorese), è presente come mai prima Fidel, alias Antonio Simon Mossa – generoso «autonomista internazionale», come lo definirà Giovanni Battista Melis –, che comincia la sua scalata alle posizioni direttive del PSd’A, e sarà in conclusione la causa vera, per le sue idee separatiste, che porterà nel 1968 alla scissione del Partito Sardo.

I Quattro Mori fra il separatismo di Simon Mossa e l’assessorato di Puligheddu

In autunno, insieme con un turno elettorale amministrativo che interessa però, nell’Isola, soltanto alcuni piccoli comuni, l’evento importante è la celebrazione ad Ozieri del congresso provinciale sardista di Sassari (il primo dopo vent’anni!), aperto da un discorso dell’on. Giovanni Battista Melis e dalla relazione del segretario uscente Nino Ruiu (appena dimissionario dalla carica di consigliere provinciale di Sassari, data l’intervenuta sua elezione al Consiglio regionale). Fra gli interventi più seguiti è quello, di natura politico-organizzativa, di Salvator Angelo Razzu, giovanissimo delegato della sezione di Sorso.

La novità è la proposta, tematicamente originale in tale contesto, della opzione separatista che vince alla conta dei voti e conquista la maggioranza della direzione provinciale nella quale, con la minoranza, entrano alcuni quadri che pochi anni dopo lasceranno il PSd’A per il PRI: lo stesso Razzu e Nino Mele, oltreché Nino Ruju. (Gli atti del congresso sono in L’autonomia politica della Sardegna 1965, Sassari, Gallizzi, Sardegna Libera, 1965. La stampa regionale, soprattutto La Nuova Sardegna, dà largo risalto all’evento: cf. LNS, 19, 23 novembre, 1° dicembre 1965. Non si considerano qui gli interventi di Fidel sul quotidiano sassarese. La Voce Repubblicana ne riferisce sul numero del 7.8 gennaio 1966, curiosamente ospitando proprio una corrispondenza di Fidel. Sul crescente malumore interno alla Federazione sardista di Sassari cf. Salvatore Cubeddu, Sardisti, vol. II, cit., pp. 505-506. Rimonta allo stesso periodo il dibattito sul mantenimento o meno del sistema provinciale: cf. “L’abolizione della provincia”, a firma di Fidel, in La Nuova Sardegna, 9 dicembre 1965 e “Non è mai troppo tardi”, “Provincia: maiuscola o minuscola”, a firma di Manlio Brigaglia, in L’Unione Sarda, 12 dicembre 1965).

Se in apparenza l’abbinata PRI-PSd’A, o PSd’A-PRI procede ancora mostrando il maggior volto nell’attività senza posa dell’on. Melis all’interno del gruppo parlamentare repubblicano della Camera, non mancano invece, come accennato, le ragioni di tensione fra le due formazioni alleate, tanto più dopo alcune scelte che i sardisti compiono sulla scena politica isolana. Ciò, in particolare, causando la crisi della giunta Dettori – apprezzata invece dai repubblicani per la sua capacità di collocare su un corretto piano istituzionale la politica contestativa verso il governo – e ponendo in termini assoluti e quasi ultimativi la questione del raddoppio della propria rappresentanza in giunta, senza avvedersi, con puntuale analisi e proposta correttiva, del processo degenerativo in atto nello stesso istituto autonomistico (e forse anche con un proprio contributo di responsabilità).

La giunta presieduta da Dettori, che conserva la gran parte dell’assetto dell’esecutivo Corrias caduto nella primavera 1966 per il conflitto interno alla DC e soprattutto per il crescente radicalismo della corrente nuorese della sinistra di Forze Nuove (di cui sono vittime sia gli equilibri interni ormai consolidati sia gli alleati sardisti), avvierà una politica contestativa del governo nazionale in anni di grande difficoltà per l’Isola, che pur si modernizza vistosamente nei centri urbani. E’ soprattutto l’ordine pubblico nelle zone interne, e lo stesso incerto destino socio-economico di queste, dato il progressivo spopolamento e i ritardi nello sviluppo sia civile che produttivo, a rendere problematica la vita isolana, ad alimentare le tensioni interne ai partiti e fra i partiti. L’insediamento delle grandi industrie di base, nei due poli estremi del territorio isolano, non dà speranze concrete di verticalizzazioni manifatturiere che potrebbero costituire il futuro della vita economica di aree depresse, né il governo centrale sembra, con le partecipazioni statali, sensibile a sufficienza alle urgenze d’investimento nell’Isola e, soprattutto, sembra non rispettoso degli impegni assunti circa la aggiuntività delle risorse del Piano di Rinascita.

Il PSd’A, rappresentato in giunta (all’assessorato all’Agricoltura e foreste) ancora dall’on. Puligheddu, esponente della minoranza del partito e dunque non avvertito come rappresentativo da molti sardisti abbagliati dal nuovo carisma etnicista di Antonio Simon, è investito in pieno dalla criticità dell’ora e tende però a incrociare, non sempre lucidamente, i piani dei propri assetti interni con la più generale responsabilità politica. Fra gennaio e febbraio 1966 esso ha affrontato i suoi congressi provinciali a Nuoro ed a Cagliari, in entrambe le circostanze dividendosi verticalmente, forse anche oltre la legittima dialettica di un partito. Bruciante a Cagliari, in particolare, la sconfitta della mozione di “Democrazia Sardista”, luogo di coagulo di molti di coloro che matureranno, nel giro di poco più d’un anno, l’uscita dal partito. Ad entrambe le assise porta il saluto del PRI il segretario Puddu. (Sull’andamento e le conclusioni dei congressi cf. le cronache proposte da L’Unione Sarda, 25, 31 gennaio, 1° febbraio 1966. La Voce Repubblicana riferisce diffusamente del congresso provinciale cagliaritano – conclusosi con la sconfitta della segreteria Corona – nel numero dell’11.12 febbraio 1966).

Tuveri riformatore statutario

Naturalmente presentissimo nello svolgimento politico e professionalmente impegnato nel suo ufficio di esperto programmatore regionale, Marcello Tuveri dedica molte energie, lungo l’intero 1965 e anche nei mesi precedenti, a stendere – d’intesa con i segretari provinciali (al tempo Ruju, Marcello e Sanna) – una bozza di riforma statutaria del suo partito. Lo fa intanto muovendo dal censimento delle inefficienze e anche delle segnalazioni che da più parti, tanto più dai responsabili sezionali, vengono sui mali organizzativi sofferti dal PSd’A e causa sovente anche di debolezza dello stesso dibattito democratico interno.

Nel suo studio qui più volte citato, Salvatore Cubeddu ha riassunto il complesso lavoro per intanto individuando i motivi di scontento o i limiti dell’organizzazione in tre principali aree: «la discontinuità dei rapporti tra soci e soci e tra la dirigenza e la base a causa dell’inadeguatezza dei canali di comunicazione interni, affidati quasi esclusivamente all’informalità dei rapporti amicali», «la sfiducia e il disarmo organizzativo derivante dal non padroneggiare, e neanche inventariare, le proprie risorse, dall’aleatorietà con cui si affronta il giudizio popolare, dalla precarietà del rapporto con gli iscritti», «il volontarismo e l’entusiasmo in sostituzione di una moderna e democratica organizzazione. In sostanza si chiede il reale funzionamento degli organismi e dei loro dirigenti, invece dei soli capi-elettore, efficaci e generosi quanto si vuole, ma non in grado di reggere sul lungo periodo: in altri termini si propone il minimo indispensabile di organizzazione formale, che si ponga in grado di interpretare la volontà popolare come garanzia indispensabile della sua democraticità».

Circa le fasi del tesseramento e della vitalità dell’associazione sezionale, il documento Tuveri registra e critica in particolare atteggiamento sbrigativo e talvolta quasi di supponenza di esponenti che snobbano l’organizzazione e la disciplina, indifferenti a che «un partito di opinione come il nostro – così scrive – deve avere una base organizzativa certa, se non vuole diventar una setta esoterica» o una realtà inafferrabile perché disgiunta dalla corrente dialettica nella militanza.

La lettera di Tuveri esprime una dura rampogna al pur raro funzionarismo che è dato trovare nel partito ma soprattutto al volontarismo sostitutivo insieme della disciplina e della responsabilità di militanza e dirigenza tanto più quando la rete si compone di referenti territoriali non eletti da nessuno, per quanto capaci, al dunque, di procurare consensi alle liste; pari riserve esprime, di conseguenza, riguardo alla mancanza di autorità degli organi ufficiali come i direttivi provinciali che prescindono dai titolari degli incarichi e si contentano di riunire i capi-elettori, quasi piccoli feudatari autoreferenziali, o poggiano sulla quota di “potere” o d’influenza degli eletti nelle rappresentanze regionali o provinciali: comunque sempre e soltanto fuori da ogni regola di collegialità.

Si tratta di ripensare il finanziamento, anzi l’autofinanziamento dell’attività oltre che della gestione, di programmare una autonoma struttura organizzativa nell’Oristanese.

In stretta connessione con la parte organizzativa è quella statutaria, che pure esige una riforma. Riferendone in sintesi estrema, Cubeddu scrive: «dopo quindici anni di governo regionale la concezione autonomistica – che per l’autore di questo testo doveva chiaramente restare radicata al “principio dell’unità nazionale” italiana – andava ormai “articolata ai diversi livelli in cui si esprime l’organizzazione sociale (comune, zona, provincia, regione)” e si ricollegava alla natura popolare e progressista del partito».

Obiettivi e mezzi: una più consapevole disciplina «realizzata sulla base di convinzioni maturate col metodo del dialogo e del libero scambio delle opinioni a tutti i livelli», un’articolazione più precisa della rete organizzativa sul piano territoriale, una convergente disponibilità collaborativa, nel rispetto delle autonomie di ciascuna, delle componenti fiancheggiatrici (dal Movimento Giovanile alla corrente sindacale, all’associazionismo professionale).

Ancora riferendosi a Tuveri questo osserva Cubeddu: «pensava ad un impegno urgente, a una riforma statutaria che avrebbe dovuto anticipare lo stesso congresso regionale e, allo scopo, aveva previsto alcune norme transitorie che il consiglio del partito avrebbe potuto adottare in attesa della convocazione del congresso regionale. Invece egli stesso si vede costretto a rilevare, prima nei confronti della commissione e poi nella circolare che spedisce ai componenti del consiglio regionale del partito, che “tutti sono pronti a protestare perché lo statuto del partito è vecchio, ma pochi sono disposti a fare qualcosa per rinnovarlo, che non dia lustro e voti di preferenza”».

La bozza che infine presenta sulla scorta anche dei «consigli e le utili indicazioni di N. Ruju e L. Marcello» egli l’accompagna con una circolare che riespone i principi ai quali ha inteso ispirare il suo documento: si considera anacronistico il riferimento, presente nello statuto del 1921, circa l’ “attesa” o l’auspicio della autonomia, mentre ora si è interamente dentro la fase realizzativa della rinascita socio-economica dell’Isola, si fa riferimento all’esigenza di un «allargamento democratico» del sistema repubblicano «nel quadro di una federazione europea che prepari la federazione mondiale»; obiettivi parimenti importanti sono la cura permanente delle istanze di democrazia, la corretta interpretazione dell’autonomia come «autogestione massima del potere politico», la consapevolezza lucida delle caratteristiche popolari, laiche e progressiste del partito come dell’impegno per la giustizia sociale e la «piena espressione dell’individuo».

Ecco qui, testuale, l’art. 1 come proposto da Tuveri:

Il Partito Sardo d'Azione associa tutti coloro che si propongono di realizzare la rinascita economica e sociale della Sardegna, di tutelarne gli interessi col progresso delle istituzioni democratiche e autonomistiche della Repubblica Italiana, nel quadro di una federazione europea che prepari la federazione mondiale.

Il Partito Sardo d'Azione, sorto nel 1921 ad opera dei combattenti sardi reduci dalla prima guerra mondiale, ha guidato e guida i sardi nella lotta per la creazione di una società nazionale fondata sulla giustizia economica in un sistema di libertà politica.

Il Partito Sardo d'Azione difende la democrazia per convinzione dei suoi aderenti e per buon senso storico; considera l'autonomia delle comunità locali e della regione un mezzo insostituibile di partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica; reputa che le differenze economiche tra uomo ed uomo, generate da motivi di classe o da situazioni territoriali, debbano sparire gradualmente per fare posto ad una società giusta di uomini liberi; sostiene la causa della pace come direttiva della sua azione politica; reputa essenziale ad uno sviluppo civile della cultura la rimozione delle cause che ne ostacolano il libero svolgimento ed è quindi contrario ad ogni forma di confessionalismo filosofico o religioso e di censura di idee.

Questa invece è la nota circolare che accompagna il risultato della sua fatica (sia per la bozza dello statuto che per quella del regolamento), custodita nel Fondo PSd’A dello stesso Tuveri:

Caro amico,

nel presentarti la bozza di statuto elaborata per incarico del Consiglio regionale del Partito, mi pare giusto dire i principi ai quali si ispira il documento.

L’organizzazione del sardismo non è un fatto tecnico ma politico nella misura in cui dalla soluzione dei suoi problemi dipende la forza del partito nella regione, indispensabile per portare avanti qualunque battaglia. Garantire la pienezza democratica delle rappresentanze, la prevalenza dell’associazionismo democratico sulle clientela, la potestà degli organi nei confronti degli eletti non sono questioni risolvibili con una facile meccanica giuridicistica.

I partiti in quanto concorrono a determinare la linea politica nazionale e regionale, sono espressione della sovranità popolare. Pertanto, nella formulazione delle norme dello statuto, ci si è ispirati prima di tutto ai principi della democrazia, unico mezzo attraverso il quale i valori di libertà, uguaglianza, pace e sviluppo civile possono trovare affermazione. Gli organi direttivi provinciali e regionali sono costituiti nel rispetto della rappresentanza generale degli orientamenti politici, che emergono nelle rispettive occasioni congressuali, e del principio della federazione delle organizzazioni territoriali.

Infine, nel dubbio tra uno statuto breve ed una lunga casistica regolamentare, ho scelto la prima soluzione in quanto ritengo che le norme, per essere buone, debbano essere semplici e chiare.

Aggiungo solo l’augurio che questo contributo modesto sia utile per ridare al Partito un’organizzazione seria, efficiente e forte per il migliore avvenire della Sardegna.

Non se ne farà nulla. Lo statuto sarà modificato soltanto nel 1968, con un PSd’A già condizionato dai separatisti… internazionalisti.

Fra politica e massoneria, campi distinti non distanti

E’ ben conosciuto, ed ovunque stimato, Marcello Tuveri: all’università e nella pubblicistica, nel mondo politico – non soltanto nel suo partito – e in quello sindacale (ha in tasca, ormai da quasi tre lustri, la tessera della CISL) così come nell’associazionismo civico. Già da due-tre anni ha accompagnato, nel 1965-66, la tessera sardista a quella massonica: dapprima quella della loggia Nuova Cavour, dove è stato iniziato – 35enne – l’8 maggio 1964, poi quella della loggia Hiram, anch’essa all’Oriente di Cagliari, della quale – proprio fra l’autunno del 1965 e la primavera del 1966 – è, con il grado di Compagno d’arte, uno dei diciassette fondatori.

Egli sa bene che la massoneria è una società ecumenica, trasversale, ma sa anche che il Grande Oriente d’Italia è una comunione strettamente connessa alle migliori idealità che hanno ispirato ed alimentato la storia patria e il servizio delle istituzioni pubbliche: il liberalismo da una parte (e, ancora negli anni ’50 e primi ’60, con inclusioni perfino monarchiche, di nostalgia savoiarda), la democrazia radicale dall’altra. In quest’ultima egli si riconosce per formazione e militanza civile, ricomprendendosi in essa tanto il mazzinianesimo dei repubblicani quanto l’autonomismo federalista dei sardisti, come anche certo riformismo socialista che, giusto nelle stagioni mediane del decennio, va meglio materializzandosi con la unificazione fra il PSI e il PSDI.

La loggia alla quale ha presentato domanda di iniziazione è costituita in prevalenza da elementi moderati, di centro largo, non necessariamente vestito di politica partitica. Ne è pro tempore Maestro Venerabile Giovanni Gardu, che anzi è uomo di destra, si direbbe nazionalista cultore del libero pensiero, come anche della stessa area sono diversi dignitari, ma nel piedilista eccellono anche personalità che sono vanto della cultura progressista locale. Fra essi, certamente non marginali nelle attività, alcuni sodali sardisti – una decina circa – e fra essi ecco Emilio Fadda, notissimo commerciante (segretario della sezione PSd’A di Cagliari e già Maestro Venerabile della remota loggia Risorgimento) e Quintino Fernando (ammirato professore di storia e filosofia al liceo scientifico), l’ingegnere minerario Giuseppe Marongiu (omonimo di quell’altro professore e preside – Ercolino – anch’egli nome nobile della Libera Muratoria cagliaritana e militante dei Quattro Mori) e Gino Mereu…Trova anche Lello Puddu, suo amico fin dai tempi universitari e sodale repubblicano… Trova, ad accoglierlo, una platea piuttosto vasta e variegata, una sessantina di avvocati e medici, ingegneri e commercianti, operatori economici e giornalisti, docenti e impiegati di banca, funzionari e dirigenti di amministrazioni pubbliche e qualche militare, agenti marittimi e cancellieri di tribunale, impresari e – espressione delle generazioni passate che la vita di lavoro l’hanno ormai chiusa – alcuni pensionati… Incontra una pluralità sociale e anagrafica, una trasversalità professionale, culturale e religiosa, che rappresenta quel tanto di trasversalità che a Cagliari, nei primi anni ’60, costituisce il passaggio fra la stagione dell’immediato dopoguerra e della ricostruzione e quella dello sviluppo e della progressiva secolarizzazione del costume. Nella sua loggia d’approdo, a Palazzo Chapelle, stanno arrivando uomini come Franco d’Aspro, Vincenzo e Giuseppe Delitala, Giuseppe Loi Puddu e altri ancora che hanno maturato le loro esperienze nell’obbedienza ALAM di Piazza del Gesù e in quella già detta di Palazzo Brancaccio: obbedienze monorituali (sono scozzesi) che ormai hanno abbattuto le proprie Colonne in Sardegna ed mirano adesso a conglobarsi fra i giustinianei.

Promosso Compagno d’arte nella primavera 1965, Tuveri aderisce alla iniziativa che il Fratello Mario Giglio – funzionario di banca nella vita professionale e dignitario massone ora già con una decennale anzianità muratoria lancia nei termini di una gemmazione, la prima da molti anni a Cagliari. Insieme con Giglio – reduce da un’importante esperienza, e professionale e massonica, in quel d’Oristano –sono altri sedici i quotizzanti impegnati nella operazione, personalità tutte note in città e orgogliose della loro appartenenza massonica – da Josto Biggio a Francesco Pitzurra, da Bartolo Cincotta a Giovanni Ciusa, da Gino Ivaldi a Hoder Claro Grassi, da Nicola Valle a Quintino Fernando e Franco d’Aspro, ecc. – che si concluderà, come detto, con l’innalzamento delle Colonne della loggia Hiram.

Fin da subito, e tanto più quando e da quando, verso la fine del 1966, è chiamato alla maestria egli partecipa alle iniziative fraternali promosse dalla compagine simbolica, alle discussioni intorno ad argomenti i più vari, di natura rituale come di natura civile e letteraria posti all’ordine del giorno, e presto assume anche cariche di crescente rilievo in seno all’ensemble fino a divenire, nel 1973, egli stesso Maestro Venerabile e, in contemporanea, Oratore del Collegio circoscrizionale. Nel tempo assumerà anche delicati incarichi di responsabilità nazionale (Consigliere dell’Ordine e Ispettore, membro della Commissione Regolamento, ecc.) e terrà cara anche l’appartenenza Karto, vale a dire al gruppo esperantista detto della Universala Framasona Ligo…

In quegli anni ’60 il circuito giustinianeo isolano, che può contare forse su centoventi-centocinquanta Artieri, è articolato in meno di dieci logge: tre a Cagliari (con la Nuova Cavour le due gemmate, “gemelle” eppure così diverse, vale a dire la Giordano Bruno e la Hiram; fra breve si aggiungerà la Sigismondo Arquer come regolarizzazione di un contestato ma pur pregevole gruppo P), una a Carbonia (la Giovanni Mori che presto accoglierà il profano Armando Corona), una ad Oristano (la Libertà e Lavoro appena risvegliata ma già in crisi per la sopravvenuta morte del carismatico Ovidio Addis), una a Sassari (la decana e tormentata Gio.Maria Angioy). Si tratta di un circuito indubbiamente debole, ma che custodisce in sé molte potenzialità che infatti andranno a frutto nei primi anni del decennio successivo, quasi raddoppiando le forze, e nel numero delle logge (si aggiungeranno la Risorgimento a Carbonia, una seconda Risorgimento a Cagliari, la Ovidio Addis ad Oristano, la Caprera ad Arzachena, la Giuseppe Garibaldi a Nuoro) e in quello dei quotizzanti. E sarà proprio di questa più matura o evoluta composizione che Marcello Tuveri avrà parte non secondaria nel coordinamento regionale e nei collegamenti con la centrale romana di Palazzo Giustiniani. (Le sue carte massoniche egli volle spontaneamente conferirle, nel 2005, al mio Archivio Storico della Massoneria sarda ove sono custodite).

A combinare l’area politica a quella massonica c’è, nella personale esperienza di Marcello Tuveri… lo pseudonimo che si è scelto ora per firmare alcuni articoli per Il Solco (tanto più al tempo dell’alleanza sardista con gli olivettiani) ora – come Paolo Mistortu (nel cognome il gioco di “mister Tu[veri])– per farlo sulla Rivista Massonica, organo ufficiale del Grande Oriente d’Italia negli anni ’60 e ’70 diretto da Giordano Gamberini: qui pubblicherà infatti, sul numero 3 del marzo 1975, l’articolo “La Massoneria in Sardegna alla fine del ’700”. Si tratta, in breve, della recensione del volume di Felice Cherchi Paba dal titolo Don Michele Obino e i moti antifeudali lussurgesi, 1796-1803, uscito per i tipi della cagliaritana Fossataro nel 1969. Ne ripropongo qui di seguito la primissima parte e la conclusione:

Anche in una regione periferica come la Sardegna, il contributo della Massoneria alla diffusione degli ideali di rinnovamento economico e sociale è stato considerevole e merita d’essere sottolineato.

Nella seconda metà del XVIII secolo i clubs Giacobini sono insieme centri di azione politica e logge massoniche. Le più illustri personalità della cultura avanzata dell’epoca sono reputate liberi muratori. I nomi? Giovanni Maria Angioy, che capeggiò il più importante movimento antifeudale del 1794; Domenico Alberto Azuni, padre del diritto internazionale marittimo; Pietro Leo, cultore di scienze mediche; Michele Obino, giurista ed ex sacerdote; Matteo Luigi Simon, studioso di economia, e tanti altri.

Dippiù, l’intero gruppo dirigente del movimento democratico sardo ispirava la sua azione alla cultura massonica. Di orientamento massonico erano le opere che circolavano e venivano sequestrate nell’Isola (Voltaire, Rajnal, Turgot, Molly, Target).

Le battaglie che scaturirono dalla presa di coscienza dei nuovi valori umani furono insieme rivolta contro i privilegi feudali del Piemonte e contro l’oscurantismo religioso del clero sardo giacché l’Isola «era stata ridotta ad un grande feudo ecclesiastico e secolare» (Siotto Pintor).

La borghesia più aperta, i nobili non feudatari e persino alcuni religiosi, con l’aiuto del popolo, tentavano di migliorare la situazione economica e sociale attraverso la riforma degli ordinamenti civili. Dalle petizioni e documenti «umiliati» a sovrani e Viceré si passò alle armi ed i tentativi furono soffocati dalla spietata repressione della corte più bigotta d’Europa.

Istanze di maggiore autonomia, rispetto degli ordinamenti regionali preesistenti, moderati momenti di partecipazione al governo furono, in linguaggio attuale, i punti qualificanti della rivoluzione sarda del 1794. Segni profondi di quelle vicende sono presenti nei documenti dell’epoca, come riflesso del grande incendio che divampò in Europa con la rivoluzione francese. Anzi gli avvenimenti nell’Isola e la loro ispirazione Massonico-Giacobina costituirono il punto di partenza perché dalla lotta per il rinnovamento della Sardegna si passasse all’impegno civile più vasto per l’affermazione universale dei principi di Uguaglianza, Fraternità e Libertà.

La Massoneria fu probabilmente un tramite tra le aspirazioni locali ed un più universale rivolgimento contro tutte le tirannie del tempo.

Di questo processo interno-esterno all’Isola difficilmente si trova giusta trattazione nelle opere degli storici dell’800. Il gruppo più compatto era di rigorosa fede monarchica e assolutista. Il più autorevole di essi, Giuseppe Mannu, barone del regno era funzionario legato ai settori più retrivi della corte di Torino. I ricercatori successivi conservano fondamentalmente l’ispirazione legittimista, anche quanto apprezzano di quei movimenti, che chiudevano un secolo e ne aprivano un altro, l’aspetto regional-nazionalistico.

E più oltre:

… la diffusione di «pubblicazioni sovversive, giacobine e di mano massone» che spesso ricorrono negli atti ufficiali rivolti a perseguire le inquietudini di quel periodo o come pure la penetrazione n Sardegna delle società segrete… Persino talune poesie dialettali (opere di nobili feudatari antiriformisti ovvero di gesuiti) fanno riferimento esplicito a «leze flamassone» (legge framassonica), secondo la quale non vi sarebbe discrezione. Si tratta di libelli ispirati ad esigenza di aggredire le idee nuove o di sottrarre al loro fascino i giovani. Ma l’epoca della stampa (1798) o la diffusione degli scritti mostrano chiaramente l’ampia risonanza che quegli orientamenti avevano raggiunto nell’Isola. Se i riferimenti letterali o di ubicazione sono chiari non meno evidenti sono quelli di carattere ideologico. Un patto di unione fra i comuni del Logudoro, nel settentrione dell’Isola, contiene, fin dal 1796, l’affermazione del principio dello «scambievole aiutarsi, soccorrersi e difendersi in qualunque evento». Dalla solidarietà fra comunità locali si passa a quella fra gli uomini, dalla riaffermazione dei principi di libertà ci si evolve verso una visione di progresso corrispondente alle esigenze della natura umana. Che queste idealità siano massoniche è di tutta evidenza. Il merito del Cherchi è l’averlo messo in luce.

La profonda onestà nella ricerca non consente di ricostruire i modi con cui la massoneria operò per assicurare agli sconfitti della rivoluzione sarda, rifugiatisi in Francia, quella a solidarietà che doveva far emergere il loro ingegno e la loro cultura, veramente ammirevoli. Ma è certo che nella terra ove stava costruendosi la prima società laica, anzi il primo stato (giacché esso nasce modernamente solo con l’affermarsi del laicismo) i sardi ebbero accoglienza e poterono operare chi per la fondazione del nuovo diritto (Azuni), chi per la sua applicazione (Obino), chi per la conoscenza migliore della sua terra e dei problemi economici (Angioy).

Il Cherchi, dopo aver rilevato che l’Azuni era un «eminentissimo massone», riprende a descrivere i tentativi degli esuli sardi per scuotere l’Isola dal dominio feudale e chiesastico. Le pagine del volume si chiudono nel constatare almeno nel personaggio su cui è focalizzata l’opera, la perdita di ogni speranza di rinnovare l’Isola. Anche se l’epilogo dell’opera non è ispirato all’ottimismo le vicende storiche successive mostreranno, però, quanto i sardi sanno riconoscere nella stagione dell’illuminismo massonico il punto fondamentale del loro avviarsi verso una visione moderna della società e delle istituzioni.

In questa direzione anche se spesso non se ne abbia la dovuta consapevolezza, il riferimento al passato, a quel passato, è un punto obbligato per tutti. Anche per coloro che per ideologia sono assai lontani dalla tolleranza e non siano stati conquistati dalla fecondità della convivenza delle differenti posizioni in seno alla vita associata.

Così Marcello Tuveri in un anno che fu per lui particolarmente impegnativo dentro e fuori della Massoneria.

***

Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).



Fonte: Gianfranco Murtas
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23 Giu 2022

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