Gianfranco Murtas

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Mario Melis: «Il senso dello Stato, nello Stato regionalista»

All’indomani della donazione della sua biblioteca al Consorzio universitario di Nuoro

di Gianfranco Murtas


E’ stato degno di tanto padre (e tanta madre Ninì Cuccu) il dono che Michela, Laura ed Antonio Melis hanno formalizzato nei giorni scorsi a favore del Consorzio Universitario di Nuoro: la biblioteca di Mario Melis, o gran parte della sua biblioteca giuridica, politica e sociologica, è andata ad arricchire le dotazioni dell’Università nuorese, ad offrirsi alle necessità di studio di tanti giovani della Barbagia e non soltanto della Barbagia…

Stimo moltissimo la famiglia Melis, ho avuto ammirazione ed affetto per il presidente Melis, per lunghi anni ho coltivato con le sue sorelle Elena ed Ottavia un rapporto di confidenza anche personale che molto mi ha confortato nella condivisa militanza interna alla democrazia di matrice mazziniana ed autonomista. Una scuola che dice il meglio delle stagioni politiche che hanno unito il primo e il secondo risorgimento, fino appunto all’antifascismo repubblicano-sardista in Giustizia e Libertà, e poi nell’alleanza fraterna per la costruzione della Repubblica e l’ordinamento regionalista dello Stato.

Ho vissuto, politicamente, anche dopo la fine del mio impegno politico attivo (nel 1992), il paradosso di non aver mai votato per il Partito Sardo d’Azione ma di aver sempre amato moltissimo i Quattro Mori, quasi quanto l’Edera simbolo della Giovine Europa e dei repubblicani lamalfiani, di cui presi la tessera ancora adolescente. Seguendo l’esempio e la lezione di Silvio Mastio o di Cesare Pintus, associando nelle riflessioni giovanili (anche o ancora acerbe) le buone letture asproniane, tuveriane, dei grandi del Risorgimento patrio, da Mazzini a Cattaneo a Colajanni (che difese i sardi dalle calunnie razziste dei lombrosiani…).

Ma il sardismo che ho amato non ha niente a che vedere, ovviamente, con gli intrugli nazionalitari che gli improvvisati sardisti fattisi classe dirigente del partito alla metà degli anni ’70 hanno imposto negli ultimi decenni e meno ancora con il nulla valoriale, nello sconfortante obnubilamento del presente, rappresentato dalle attuali rozze e incolte alleanze con la destra leghista già secessionista già padana già devota al dio Po e alle sue ampolle celtiche.

Credo che amare Lussu, ma dopo Lussu – dopo la sua stagione ormai volta ad altri indirizzi ideologici (perfino contro la NATO al tempo di Stalin!) –, amare Mastino e Oggiano, Soggiu e Contu, i Melis tutti – da Titino a Mario, passando per Pietro e Pasquale – non fosse, non sia stata mai una grande fatica per nessuno, neppure per gli avversari. Nella varietà dei temperamenti e delle esperienze, la classe dirigente sardista – quella rimasta sardista anche dopo la rottura dell’alleanza preziosa con il PRI di Ugo La Malfa – meritava il rispetto anche degli avversari, figurarsi il nostro di cugini, se non più fratelli, tra la fine degli anni ’60 e larga parte degli anni ’70. Fino appunto alla morte di Titino, che ancora eroicamente resisteva, difendendo una tradizione ideale e civile, sui banchi del Consiglio regionale.   

Fin dal 1990 e poi per sei anni pieni dedicai il più dei miei studi alla storia del sardismo (e del sardoAzionismo, in stretta connessione con i repubblicani, cercando e trovando documenti inediti a casa di Antonino Lussu a Cagliari e Villasalto come a casa di Pietro Mastino a Nuoro): alla storia tanto più concentrata negli anni che dal 1943 al 1946 portarono dalla dittatura alla svolta referendaria, ed al 1947-48 portarono alla costituzione repubblicana, e ancora al 1949 portarono all’esordio dell’Autonomia speciale con i suoi ordinamenti e le sue istituzioni.

Volevo dimostrare, carte alla mano, il sentimento nazionale italiano, la lealtà repubblicana del sardismo che pur legittimamente insisteva per l’autonomia della sua organizzazione partitica. Nessuno avrebbe potuto dire che il nazionalitarismo d’accatto elaborato successivamente (“noi sardi, voi italiani”, una bestialità!) doveva considerarsi una evoluzione di determinate premesse, invece che una rottura ideale, politica e sentimentale radicale, e dal mio punto di vista assolutamente deprecabile.

Alla lettura storiografica a cui facevo riferimento io, trovavo conferme negli archivi allora consultati a casa Mastino, così come a casa Melis, e in quanti altri luoghi e nelle segrete e all’apparenza umili e marginali emeroteche dell’intera Sardegna. E nella testimonianza dei migliori, Mario Melis fra questi.

Oltre ai quattro corposi volumi sul sardoAzionismo (Documenti e testimonianze, duemilatrecento pagine in tutto, riprodotti in sintesi in altrettante monografie unificate dal titolo Biblioteca del sardoAzionismo) ed ai due volumi di accompagno (Alla fabbrica della Repubblica e dell’Autonomia), uscirono allora diversi altri volumi alla cui realizzazione mi applicai come ad un’impresa religiosa: Con cuore di sardo e d’italiano. Giovanni Battista Melis deputato alla I e IV legislatura repubblicana, con la raccolta integrale dei discorsi parlamentari del leader (e molto altro: interventi in Consiglio comunale di Cagliari, in Consiglio regionale, articoli di giornale in specie su Il Solco, il discorso di Macomer nel 50° dello storico evento dei combattenti prosardisti); Quel sardismo per l’Italia. Omaggio a Lussu, Bellieni e Contu nel ventesimo della scomparsa; e ancora 1946, l’anno della Repubblica. Il dibattito politico in Sardegna alla vigilia della Costituente, fino a Storia del “Cavaliere senza macchia e senza paura”. Appunti autobiografici di Giovanni Battista Melis... In partenza e nel mezzo Ugo La Malfa e la Sardegna(con le cronache della solidarietà PRI-PSd’A negli anni della Rinascita) e Ferruccio Parri sardista elettivo… e naturalmente altro ancora, come nel liber amicorum pro Gianfranco Contu Questione sarda e dintorni (a cura di Alberto Contu) il saggio “La Bandiera, lo Scudo e l’Aspersorio. Dalla parte dei Quattro Mori”, sul conflitto fra PSd’A e clero, tanto più nel Nuorese negli anni della Costituente, oppure in convegni come quello su “Emilio Lussu e il sardismo” del 1991, con la relazione “Lussu e l’Azionismo” (in Atti, a cura di Gianfranco Contu). 

Con tutto questo e altro ancora volli offrire il mio contributo alla nobile causa. E d’altra parte i rapporti con Mario Melis – che con ampie interviste assolutamente istruttive oltreché deliziose mi offerse sempre materiali di prima mano – proseguirono allora e dopo di allora, ed ho nella memoria le sue lunghissime telefonate e poi gli scambi di fax allorché, ormai congedatosi dalla politica attiva alla fine della esperienza di europarlamentare (nel 1994), volle tornare agli studi storici regionali, indirizzando una speciale cura ai profili umani e intellettuali di Camillo Bellieni e Attilio Deffenu…

Nel 2004, a meno d’un anno dalla sua dolorosa scomparsa, l’EDES volle riunire in un unico volume molti degli scritti da me dedicati ai Melis, a Titino in specie, ma in una logica allargata alla famiglia, diciamo alla famiglia associata non soltanto nei sentimenti ma nelle più alte idealità, e dunque con i contributi anche di Elena, Pietro e Mario. E con vari inediti.

Unito a tale volume – titolo Titino, i Melis, la Sardegna– donammo ai partecipanti alla manifestazione che ci fu possibile organizzare nella circostanza nel teatro di Sant’Eulalia – dominus della scena Michele Columbu, un superbo, anziano lucido e commovente Michele Columbu – un opuscolo tutto pensato per onorare Mario Melis: titolo Il Presidente. Mario Melis, militante sardista e uomo di Stato, che così volli dedicare: “Alla memoria di tutti i sardisti che, con l’amore per l’Italia, hanno speso la loro vita per l’ideale democratico e la Repubblica delle autonomie”.

A tutto questo ho ripensato, ieri e oggi, alla notizia della donazione familiare al Consorzio Universitario nuorese. Mario Melis resta nel cuore di molti di noi, io poi, lo ripeto, ho speciali motivi anche personali, o più personali, di affetto e riconoscenza per lui… (Gli scrissi per la prima volta nel 1974 ed, oltreché incontri personali, ebbi da lui due importanti lettere poi pubblicate: datate da Nuoro il 20 dicembre 1993 e il 12 febbraio 2000. Oltre al tanto che mi disse, trattando delle “radici” repubblicane ed antifasciste del sardismo, oltre al tanto che mi confidò degli affetti domestici, conservo anche la sua generosa testimonianza su personalità eminenti, a me specialmente care, come Giovanni Spadolini e Bruno Visentini).

Non so se altra volta abbia messo nero su bianco un episodio che ci coinvolse nel 1996. Eravamo a Posada, ad un convegno in onore di Luigi Oggiano. Un convegno bellissimo, in cui intervenni dopo Salvatore Cubeddu e prima di Mario Melis. Magnifico, e tutto a braccio, il discorso del presidente. Andammo poi a cena mi pare in un agriturismo. E mi dedicò allora, quasi in esclusiva, almeno due ore piene, gustosissime e sapienti, della sua conversazione, il presidente. Gliene fui sempre grato.

In quel contesto si avvicinò un’addetta all’organizzazione credo incaricata dal Comune che, avendo ricevuto un certo finanziamento dall’Assessorato regionale alla Pubblica Istruzione (allora diretto dall’on. Serrenti, sardista non in buoni rapporti con il presidente), doveva liquidare le liberalità. Si rifiutò il presidente di accogliere qualsiasi compenso, e a superare la difficoltà oppostagli dall’impiegata comunale per le conseguenze di rendicontazione che avrebbero imbarazzato l’Amministrazione locale verso la Regione, mi sentii di intervenire io prospettando una via d’uscita… pragmatica: quietanzasse egli la fattura, ma di suo stesso pugno annotasse, per la storia! che l’accredito fosse indirizzato alla comunità del padre Morittu (del quale mi sapeva amico)… e anzi, duplicò allora il presidente, e di tasca sua dette a me un assegno di pari importo perché lo consegnassi a don Cannavera (del quale pure mi sapeva amico), equilibrando così l’attenzione alla Collina e quella a Mondo X. 

Una signorilità che si sarebbe confermata, in questi stessi termini, allorché, dopo la morte di Ottavia, nel 2002, si trattò di dar seguito alle disposizioni testamentarie. In esse io stesso ero stato coinvolto perché indicassi al presidente, esecutore testamentario, a chi indirizzare una certa somma (frutto dei risparmi della stessa Ottavia e di sua sorella Elena, professoresse entrambe e per una vita intera creature di grazia morale e civile sopraffina testimoniata sempre in perfetta simbiosi). Adempì il presidente Melis e integrò di suo, ancora una volta. E così attraverso i canali diplomatici, facemmo partire dalla Caritas di Nuoro alla volta della Nunziatura apostolica angolese (retta allora da monsignor Angelo Becciu) una bella somma che l’orgolese trappista cistercense suor Geltrude Filindeu avrebbe amministrato per la scuola e l’infermeria della sua missione.  

Quella che segue è la simulazione di una lunga conversazione che ebbi con Mario Melis nel 1993, alla vigilia della uscita di Con cuore di sardo e d’italiano: fra gli interventi introduttivi al volume (si tratta di oltre 760 pagine), oltre a quelli degli amici Lello Puddu e Gianni Filippini, di Maurizio Battelli ed Elio Masala, di Marco Piredda e Massimiliano Rais, ecco anche quello, splendido, di Elena Melis (“Una scuola per la società civile”) e, appunto, quello simulato di Mario Melis: “Titino, nel concetto di responsabilità il suo alto senso dello Stato”.

Lussu e Titino Melis, fratello maggiore e fratello minore

C'è uno scambio epistolare, datato 1947, fra Giovanni Battista - Titino - Melis ed Emilio Lussu deputato costituente, capo carismatico del sardismo ed ancora esponente di primo piano del Partito d'Azione - il partito della Spada fiammeggiante ereditata da GL - ormai in dissoluzione, dopo l'uscita traumatica di Parri e La Malfa. E in via di confluire, a ranghi sparsi e residui, nel Partito Socialista di Basso e Nenni, partito classista, marxista, massimalista. E centralista. Uno scambio epistolare tutto giocato sulla formula letteraria del "fratello maggiore e fratello minore".

Lussu pretende di dettare la linea politica ai sardisti, pretende di ridurre le funzioni del direttore regionale del partito - Titino Melis appunto - a quelle di un segretario organizzativo, mero esecutore degli indirizzi dettati dal vertice, che forse neppure immagina collettivo, ma... monocratico. E' l'ennesimo - né il primo né l'ultimo - episodio di quell'equivoca illusione della quale Lussu è prigioniero. 

Forte del suo ascendente sulla politica nazionale, della considerazione raccolta per il suo straordinario passato di combattente antifascista e poi di "capo cantiere" della nuova democrazia e della Repubblica, e anche di uomo di governo, egli ritiene che nessuno, nel partito regionale, possa azzardare un'opposizione vincente ai suoi obiettivi, alle sue strategie.

Non gli è bastata la lezione di Oristano, del VII congresso che l'ha visto isolato, coi suoi fedeli della sezione già "socialista" di Cagliari, da parte del grande blocco centrista, Mastino-Oggiano-Puggioni e quant'altri, fra essi lo stesso Melis. 

La corrispondenza dunque, la lettera - un po' confidenziale (nonostante il "lei" del «caro onorevole», che Titino riserva al leader, più anziano di lui tredici anni), e un po' puntuta per la rivendicazione di un'ufficialità irrinunciabile ed irriducibile - del direttore regionale al deputato costituente: sarò pure "fratello minore", non avrò l'intelligenza politica del "fratello maggiore" e la sua capacita di pareggiare situazioni difficili, meriterò certamente rilievi d'insufficienza, epperò pretendo il rispetto che mi si deve per la dedizione della mia fatica senza compensi, per il mio voto alla causa santa del sardismo. Così Titino Melis a Lussu, press'a poco, in quella lontana stagione in cui la Costituente decide fra l'altro - dopo gli studi e le elaborazioni finali della Consulta regionale - i termini effettivi dello statuto speciale, termini minimi rispetto alle speranze e alle premesse, termini che misurano tutta la debolezza degli interlocutori sardi rispetto ai prevalenti interessi che la classe dirigente dei partiti nazionali di massa interpreta, e raccontano, crudele franchezza, lo sbalorditivo errore compiuto dai Quattro Mori per primi nel 1945 (e 1946), quando s'opposero all'idea e alla proposta di Lussu consultore nazionale di estendere alla Sardegna l'ordinamento già deliberato per la Sicilia. Un orgoglio comprensibile, ma infine miope e sterile. Lo stesso Titino Melis, allora, fu con Lussu, non con i coi consultori regionali. Lo racconta in una pagina della sua inedita autobiografia che conto di pubblicare il prossimo anno. 

"Fratello maggiore" e "fratello minore". Riferisco la vicenda dello scambio epistolare del 1947 - un fotogramma appena d'un film lungo e complesso - a Mario Melis.

Lui raccoglie, e trasferisce il delicato "gioco" nel suo ambito familiare, per rivedere un'altra volta ancora il proprio personale rapporto di fratello (di sangue) minore rispetto a quel maggiore che s'era sobbarcato i pesi morali e materiali dell'educazione dei più giovani di casa, mentre i genitori erano già avanti con gli anni. «Ci seguì, mi seguì paternamente negli studi fino alla laurea. Ma quando fui avvocato rispettò sempre la mia indipendenza professionale, così come avrebbe preteso per sé. In questo era profondamente giusto, morale. E invece sul piano affettivo e su quello politico - perché essi in certa misura combaciano - non fui mai, non potevo esserlo, indipendente dalla sua carica umana, di fratello maggiore che seminava il proprio entusiasmo prorompente in tutti quanti incontrava, noi per primi. Gli amici sardisti di Nuoro - da Bustiano Maccioni a Luigino Marcello, all'ingegner Sedda a tanti altri, compreso il giovane segretario regionale repubblicano di oggi, Annico Pau - hanno avuto in lui, ciascuno nella propria età, uno suscitatore "di pensieri e di opere"».

L'incontro con l'ex presidente della Regione è direttamente finalizzato a raccogliere una testimonianza "speciale" su Giovanni Battista Melis deputato. Egli ha appena finito di rileggere i testi di quei discorsi pronunciati nell'emiciclo della Camera, taluno lontano ormai quarantacinque anni, nei quali il direttore sardista trasfonde tutto se stesso, quella sua interpretazione del vivere e del vivere isolano, in una terra geograficamente periferica, ma che, anzi, dalla propria collocazione avrebbe potuto trarre nuovi e sempre ulteriori motivi di sviluppo: bacino centrale nel Mediterraneo, avamposto europeo verso l'Africa ed i suoi vasti mercati di consumo...

Era l'aprile del 1948...

Domando a Mario Melis se ricorda quel giorno della prima elezione parlamentare di Titino: «Fu una gioia misurata, molto controllata», risponde. «Non solo perché il personale successo delle urne non doveva appagare un narcisismo fine a se stesso - ché anzi significava l'inizio di una fatica improba, con quei continui viaggi a Roma a bordo di aerei talvolta ballerini e su rotte precarie, con quei soggiorni nella capitale, città non sempre ospitale, con quelle applicazioni severe allo studio di materie complesse come per esempio quella mineraria.., ma, dicevo, gioia misurata perché si inquadrava in una pagina tutto sommato di sconfitta del Partito Sardo, che non era riuscito ad eleggere il secondo deputato».

Titino Melis raccolse 20.300 preferenze, il primo degli esclusi, cui mancarono poche migliaia di voti per il quorum, era stato Gonario Pinna, che ebbe 12.500 consensi personali. Fu la replica del 1946, con qualche amarezza supplementare per la posizione di Lussu, che stava preparando la rottura dell'estate. «Sono anzi convinto - aggiunge il mio interlocutore - che Lussu, sempre meno convinto della necessità e forse anche solo dell'utilità dell'esistenza di una forza politica regionale autonoma, fosse spinto dai continui insuccessi elettorali ad abbandonare il nostro partito al suo destino...».

Riprendo il tema della tecnica di studio di Titino: «Si preparava, leggeva, raccoglieva pareri e dati numerici, statistici, si faceva spiegare dai tecnici i termini essenziali dei problemi, si faceva indicare le possibili soluzioni, i pro e i contro... Poteva contare su collaboratori di primissima levatura, soprattutto nel settore minerario, ma anche in quello industriale, in quello agricolo, e così via. Sull'industria estrattiva i suoi grandi consiglieri, tanto discreti e leali collaboratori quanto esperti della materia, dico a livello internazionale, erano Mario Carta, che sarà anche assessore tecnico alla Regione per conto del Partito Sardo, nei primi anni '50, e Giorgio Carta, allora direttore della Carbosarda e poi promotore di altre industrie nell'area di Portovesme. Essi avevano non solo competenza professionale specifica nel loro settore, ma sapevano inquadrare la questione mineraria nel più vasto contesto industriale, del divenire possibile di un'economia in sviluppo - allora in via di sviluppo - che, fondandosi sulle ricchezze del sottosuolo, straordinarie in Sardegna, soprattutto nel Sulcis-Iglesiente, nel Guspinese, ma anche nella Nurra, ecc. fosse in grado di trarre sempre nuovo alimento dalle lavorazioni in loco dei materiali portati alla luce. Era lo sviluppo industriale integrato che essi sapevano delineare, in cui il valore aggiunto che avrebbe dato reddito ed occupazione crescenti a una popolazione capace di lavoro sarebbe scaturito appunto dall'attivazione di processi industriali connessi direttamente all'attività estrattiva.

«Titino accolse appieno questa impostazione: lo dimostrò parlando sovente degli impianti di trasformazione del minerale estratto. Aveva chiarissima la funzione strategica delle fonti energetiche, il carbone Sulcis per primo... Questione attualissima. Sono stati fatti studi importanti, me ne sono occupato anch'io non poco. Le nuove tecniche di gassificazione sono capaci non solo di abbattere il grado di zolfo presente, in alta percentuale, nel nostro carbone, ma addirittura di riciclare quelle sostanze "di disturbo", convertendo in ricchezza quella che prima era considerata una povertà... Egli s'era fatto una cultura eccezionale sulla materia - parlo di lui negli anni 1948-1950 -, materia che portava in Parlamento non come una dottrina astratta, ma come argomento cui si sarebbero dovuti opporre altri argomenti, dati di fatto e non parole generiche... La sua forza politica - in grado di compensare il suo isolamento, come unico parlamentare del Partito Sardo, fra seicento e passa colleghi - fu questa, ed è documentata dagli atti della Camera dei deputati, i quali possono essere riletti oggi, a mezzo secolo di distanza, cogliendone tutta l'attualità, la vividezza della proposta... ma c'è anche, ripeto, in questo suo argomentare, l'oratore, l'avvocato-parlamentare che sa porgere a un'assemblea tentata tante volte dalla distrazione rispetto ai bisogni di una terra lontana, spopolata e sconosciuta, i temi del suo progresso sociale ed economico su basi produttive e non assistenziali. Era anche e prima di tutto l'uomo che partecipava dal profondo del suo essere, per la sua sensibilità personale così toccata dalla sofferenza dei poveri, dai tormenti della sua gente».

Insisto sulle miniere, sulla necessità del bacino sardo di grossi investimenti per la verticalizzazione delle produzioni, su quel vedere le fonti energetiche quale volano necessario dello sviluppo industriale. «I sardisti - sostiene Mario Melis - hanno avuto storicamente una presenza significativa nell'area del Sulcis-Iglesiente e anche del Guspinese. Lo stesso Pietro Melis sarà consigliere comunale a Carbonia dal 1952. Essi furono schierati sempre con le maestranze che difendevano il loro lavoro, ma anche con i quadri tecnici che sapevano prospettare tutte le potenzialità di quei giacimenti millenari. Quando ci fu, alla fine degli anni '40, un episodio di rivolta degli operai contro la direzione della Carbosarda allora in mano all'ing. Rostan, che fu addirittura sequestrato per qualche ora, originando così un problema di polizia e giudiziario, fino al processo, noi venimmo coinvolti - dico Piero Soggiu, Gonario Pinna ed io, allora giovane, avvocato, laureato da due o tre anni soltanto - nel collegio di difesa dei lavoratori imputati. Avrebbero dovuto partecipare anche Titino e Pietro Mastino, ma erano impegnati in Parlamento, uno alla Camera e l'altro al Senato, e quindi restammo Soggiu, Pinna ed io, che presenziai a tutte le udienze, raccogliendo le carte processuali, fornendo così tutto il supporto documentale a quei colleghi che erano già, come si dice, "principi del foro". Posso dire che... divenni avvocato in quell'occasione. Si trattò, per il rilievo del dibattimento, per l'eco anche che ebbe presso l'opinione pubblica, di un autentico battesimo professionale per me...

«Ecco, gli interventi parlamentari di Titino sulla questione mineraria e sulla connessa questione del decollo industriale della Sardegna derivavano da questa piena e cosciente "compromissione" con la realtà delle lotte per il lavoro e le migliori condizioni di vita di tante migliaia di persone addette a quegli stabilimenti, della speranza di un'esistenza rosa e produttiva di tante famiglie…».

Fra Montecitorio ed il Consiglio regionale

Domando se ci fu un accordo fra il parlamentare a Montecitorio e il gruppo sardista al Consiglio regionale, che proprio nel 1949 esordiva nel sistema delle autonomie. «Piero Soggiu - risponde - fu il primo assessore all'industria della Regione sarda e s'impegnò direttamente anche lui su queste materie della verticalizzazione delle risorse minerarie in funzione di sviluppo dell'economia, attraverso le verticalizzazioni delle produzioni. Si pensava alle industrie energivore, e furono create realmente, come nel settore dell'alluminio, per esempio, e più tardi della carta, ad Arbatax. Il dato portante di tutto era la consapevolezza che per realizzare uno sviluppo davvero diffuso occorresse una mano pubblica capace di sottrarre a quella privata, che allora era la S.E.S., cioè la Edison di Valerio, il monopolio della produzione e distribuzione dell’energia... 

«Ma d'altra parte, in chiave antimonopolistica si svolse tutta la politica sardista di quegli anni e dei successivi: non solo l'energia elettrica ma anche l'agricoltura, anche i trasporti… Così i fertilizzanti realizzati dalla Montecatini di cui Titino disse ripetutamente nei suoi interventi alla Camera. Gli industriali lattiero-caseari del continente dettavano il cosiddetto "prezzo di piazza", lo imponevano ai nostri pastori che subivano quel diktat proveniente da un’intesa (magari solo telefonica) fra un ristretto numero di affaristi, veri e propri speculatori. Il liberismo in Sardegna era uno strano e contraddittorio liberismo, il mercato era dominato dai monopoli, come in un paese sottosviluppato, il potere della Galbani e della Locatelli fu moderato dagli interventi dell'Amministrazione regionale voluti dall'assessore sardista Gian Giorgio Casu. Così, dicevo, nei trasporti, con la SITA-SATAS che, per dirne una, saltava a piè pari le fermate meno convenienti – Ollolai, per esempio - costringendo quei pochi utenti a sgroppate a piedi, su strade neppure tutte felici. Perché la logica privata era questa: se non c'è prospettiva, o certezza, di guadagno, a causa della povertà numerica dell'utenza, non si fa niente, non si porta la luce elettrica, non si portano i pullman ...

Ricordo - a proposito di trasporti, sia quelli marittimi che quelli aerei (a parte dunque gli interni, ferroviari in particolare) - vere e proprie perorazioni del parlamentare sardista alla coscienza del Governo, dei ministri, ad iniziare dall'illustre "sardo-piemontese" Saragat: alla coscienza umana e patriottica dei responsabili della cosa pubblica, perché l'isolamento era vissuto come un autentico insopportabile dramma dai sardi. Sono discorsi molto belli, questi, anche dal punto di vista della resa letteraria.

L'agricoltura è un altro dei temi nei quali particolarmente incisivo e competente si fa il suo argomentare. Essa rappresenta non solo l'ambiente materiale, ma anche quel mondo etico, quel sistema di valori nel quale il deputato nazionale sapeva trovare molte delle più intime ragioni del suo essere barbaricino. L'avvocato la cui clientela è per parte prevalente costituita da gente di campagna, da coltivatori diretti e piccoli proprietari, da mezzadri e fittavoli, da braccianti, da essa trae una messe continua di informazioni sulle dinamiche proprie di un'economia tipica e di uno specifico sociale, psicologico, morale, di costume, tutti fattori che tornano talvolta rielaborati, anch'essi, in finissimi spunti poetici che sanno toccare chi ascolta - nei discorsi dall'emiciclo. Le solitudini pastorali, le alluvioni rovinose, il sacrificio quotidiano che vorrebbe ma non ha, o tarda ad avere; il soccorso di infrastrutture capaci di modernizzare le operazioni di sempre, della semina e del raccolto e delle cure stagionali...

«La politica da noi seguita - in linea anche con la tradizione di pensiero autonomista e con le esigenze sociali poste dal primo sardista nell'immediato dopoguerra e alla vigilia del fascismo - era quella della cooperazione», ricorda il presidente Melis. «Nacquero ovunque, promosse dall'iniziativa del PSd'A, dalla legislazione attivata dai sardisti in Consiglio regionale, cantine sociali e caseifici. Addirittura anche prima della normativa ad hoc, Titino fu tra quelli che di più, nella seconda metà degli anni '40, operò per questo risultato. Oggi bisogna dire che se ne sono creare troppe di cantine..., c'è una eccessiva polverizzazione che impedisce di restare sul mercato per l'impossibilità di realizzare economie di scala. Ma l'intuizione fu giusta, l'associazionismo dei produttori. Non abbiamo però saputo passare dalla produzione al commercio, anche se si sono fatti recentemente dei passi in avanti notevoli». 

Accenna al piano acque, il presidente Melis: a una delle realizzazioni cui maggiormente tiene, delle sue giunte susseguitesi alla Regione fra 1984 ed il 1989. Vuol indicare, egli, i tratti della continuità tra l'impegno politico, e istituzionale, di quei "fratello maggiore" e quello suo, di "fratello minore" che di strada ha finito di farne di più ancora, di prestigio, anche a livello internazionale. Dice delle prime quattro dighe appaltate in quegli anni, di quelle opere di cui si parlava da almeno trenta o quarant'anni, il tempo, appunto, delle esperienze di Montecitorio di Titino. «Avemmo proposte da grandi industrie per la costruzione di bacini artificiali, alcune decine, ma esse includevano la gestione impianti, il che non poteva e non può essere. Vale qui lo stesso discorso delle fonti energetiche: il controllo spetta alla mano pubblica».

La Cassa per il Mezzogiorno nacque per dare corso alle grandi infrastrutture civili e produttive. Chiedo un giudizio sull'attività della Cassa la cui istituzione tante speranze accese in Sardegna e nello stesso allora giovane parlamentare, che sostenne l'iniziativa (non senza riserve su taluni aspetti a latere) alla Camera…

Risponde: «La Cassa ovvero le incompiute... Alla Sardegna, mi pare furono assegnate quote intorno all'11 per cento delle risorse finanziarie disponibili. Si mise mano a numerosi cantieri, molti non hanno concluso i lavori. La verità è che la Cassa, nel cui consiglio d'amministrazione mancò una presenza sarda, divenne da subito - contraddicendo le attese degli isolani e del nostro partito, dello stesso Titino— un potere autonomo, che svolgeva una sua politica indipendente o quasi rispetto alle direttive governative e, in ultima analisi, parlamentari. Certo, essa ha finanziato molte opere pubbliche - anche la diga sopra Oliena, per tanto mi ero battuto da sindaco del paese - ma non è stata pari, nel fare, alle necessità e alle sue potenzialità, alle premesse e anche alle promesse».

Ricorda che all'inizio dell'esperienza regionale, che coincide press’a poco anche con quella della Cassa, ben 170 comuni dell'Isola erano privi di luce, mancavano di cimiteri, di acquedotti, di scuole. Si potrebbe citare qui il Diario di una maestrina di Maria, Giacobbe...

Ricordiamo insieme il congiunto impegnò degli uomini del Partito Sardo e dei repubblicani, di Ugo La Malfa ministro del Bilancio, nel 1962, perché fosse sconfitto il disegno moderato e centralista dei democristiani che tendeva ad assegnare alla Cassa la gestione della legge di Rinascita. Una pagina della nostra storia recente che meriterebbe un approfondimento. Così come quella del rapporto personale fra La Malfa e Melis. È un altro progetto che coltivo, e che ho soltanto anticipato in Ugo La Malfa e la Sardegna...

Banditismo e partecipazioni statali: ecco due ulteriori temi frequenti, nei discorsi di Titino Melis alla Camera, soprattutto nella quarta legislatura, quella del centro-sinistra "organico".

«Egli era di una severità assoluta rispetto a chi si macchiava d'un delitto, verso chi s'imponeva con la prepotenza sul debole, e contemporaneamente era però capace di una analisi fredda, basata soltanto su dati di fatto, che utilizzava una chiave di lettura storica e sociologica della realtà morale isolana capace di spiegare molti episodi perfino di sangue. All'origine di frequenti delitti c'era un problema d'acqua»: un bisogno primario inappagato e che tale non poteva restare per quella determinata minima economia rurale, curtense, per quel piccolo allevamento o quel campo seminato...

«Certo, poi si sono aggiunte contaminazioni urbane, il modello delinquente del gangsterismo cittadino soltanto avido di denaro: ne parla spesso, Titino, negli anni '60, alla Camera, in dialettica col ministro - era Taviani allora a capo del Viminale - e con altri deputati».

Ritengo questi interventi fra i più lucidi e, debbo ripetermi, letterariamente belli, efficaci, del direttore dei Quattro Mori in Parlamento. Prima dei lavori della Commissione d'inchiesta presieduta da Medici...

E le PP.SS.? Non ci fu un eccesso di fiducia nell'operatore economico pubblico? «Egli vide, giustamente, le partecipazioni statali - l'IRI e l'EFIM, non ancora l'ENI - come quel possibile protagonista suscitatore di iniziative che dovevano invece restare nel dominio della mano privata, le manifatture cioè. Non fu certo un collettivista, Titino Melis, né lo è mai stato il Partito Sardo d'Azione. Ma la Sardegna degli anni '40 e '50, anche dei primi anni '60 era povera di cultura industriale, priva di infrastrutture, cioè di dotazioni materiali elementari e necessarie, ignara dei tempi tecnici propri del secondario; disponeva di aziende sottocapitalizzate, mentre il sistema bancario non favoriva l'economia locale, anzi drenava, e ancora drena, il risparmio isolano per veicolarlo verso le aree più ricche. Così lo stesso Stato, con i titoli pubblici…, le partecipazioni statali vantavano delle risorse finanziarie adeguate alla bisogna, avevano capacità tecnica, manageriale ed organizzativa, conoscenza dei mercati di sbocco delle produzioni, potevano realizzare le verticalizzazioni di cui ho detto prima: si pensi al ciclo - soltanto un abbozzo di quel che sarebbe potuto diventare l'economia industriale sarda integrata SARAS Sarroch-SNIA Viscosa Villacidro. Si pone qui la questione dei poli di sviluppo. Ci credemmo all'inizio un po' tutti, ma, ripeto, nella prospettiva della verticalizzazione delle lavorazioni, cioè della creazione di valore aggiunto destinato a rimanere in Sardegna, della diffusione delle piccole e medie industrie manifatturiere, a valle.

«Dopo la decisione governativa di impiantare il nuovo centro siderurgico, che noi reclamavamo in Sardegna, nella convinzione che avrebbe potuto valorizzare le potenziali professionalità regionali, a Taranto nelle Puglie, nella terra di Aldo Moro presidente del Consiglio, si pensò alla petrolchimica come industria di base per le produzioni secondarie, dalla plastica alle fibre, ecc. per sei o sette livelli di lavorazione. Sarà un fallimento. Ci siamo fermati soltanto ai primi livelli, all'etilene e poco oltre. Sono convinto che la zona franca sarebbe ancora la risposta migliore per attirare i capitali d'investimento nella nostra regione… Noi subimmo Ottana, subimmo i termini reali nei quali l'industrializzazione, tra la fine degli anni '60 e il decennio successivo, si compì nell’Isola. Noi che avevamo avuto Pietro Melis assessore all'Industria negli anni '50 e nei primi anni '60, patimmo il "modello di sviluppo" che altri calarono in Sardegna, peraltro con fortissime sovvenzioni pubbliche, realizzando uno squilibrio eccezionale fra capitale investito ed occupazione e ogni altro parametro economico, produttività, redditività... Il PIL, per le ragioni già accennate, non crescerà secondo le aspettative. Il valore aggiunto, che essenzialmente alimenta il PIL, sarà appannaggio di altri. Ma Titino questi problemi li denuncerà, con noi altri, in sede più di Consiglio regionale che di Parlamento nazionale, perché la sua esperienza di deputato si conclude nel 1968».

I Quattro Mori e la sinistra 

Porto la conversazione sul tema della politica pura: Titino Melis e politica delle alleanze. Questa la risposta del presidente: «Ebbe un atteggiamento di "fiduciosa, attesa", ancorché riservata, verso De Gasperi, nella prima legislatura; appartenne alle maggioranze di Moro, nella quarta. Ebbe delusioni da tutti. Credo di aver contribuito moltissimo, certo non da solo, ad orientare più a sinistra lo sguardo politico di mio fratello direttore-segretario del partito, e ormai anche consigliere regionale. Noi avevamo contribuito in misura determinante alla nascita della Regione autonoma e al suo governo fin dall'origine, con la prima giunta Crespellani. Ricordo Anselmo Contu, Piero Soggiu, Gian Giorgio Casu, Stangoni... e poi, l'ho già citato, Mario Carta, assessore tecnico, e Mario Azzena, anche lui tecnico di grande valore, ecc. Ebbene, così fu per anni. Noi abbiamo assicurato, con la nostra lealtà - che il presidente Crespellani ricambiava pienamente - la governabilità dell'istituto autonomistico. Non pari lealtà mostrò la DC, il partito alleato, la cui politica ritardatrice, intimamente conservatrice, finì per fare subire al Partito Sardo una continua erosione nei consenti elettorali, perché ci esponeva al severo giudizio dei ceti più umili della popolazione sui quali cominciava ad aver successo la propaganda, spesso faziosa ma comunque legittima, della estrema sinistra, dal PCI al PSIUP.

«E' anche vero, forse, che una certa parte della nostra dirigenza aveva preso, più o meno consapevolmente, un tratto eccessivamente moderato ferma com'era a una visione, come posso dire?... bucolica della nostra realtà ambientale ed umana, senza sentire il passo della storia che intanto andava sconvolgendo gli assetti precedenti, gli equilibri sociali ed economici di prima, il costume e le abitudini di vita della gente, le aspettative di consumo, di promozione civile, e così via. L'insufficienza del centro-sinistra fu dimostrata, chiarissima, per mille ragioni. Essenzialmente per l'azione di freno esercitata dalla Democrazia Cristiana rispetto alla politica delle riforme, e anche per la scarsa cultura di governo dei socialisti...

«Per questo occorreva strappare il Partito Sardo dalla ragnatela moderata, rilegittimare il partito per quello che era sempre stato e doveva continuare ad essere: una forza democratica popolare, autonomista, perciò partecipativa, suscitatrice di un maggior protagonismo popolare, nel governo della cosa pubblica. Non si trattava di aderire acriticamente alla linea comunista, ancora operaista e classista, o condizionata dal retaggio ideologico marxista, in via di progressivo stemperamento (anche se ho dei ricordi, neppure troppo lontani nei tempo, assolutamente negativi di certo sindacalismo corporativo protetto dai miti e dalle convenienze elettoralistiche del PCI pure nei tardi anni '70); si trattava semmai di combinare lo sforzo per una maggior giustizia sociale, distributiva del reddito fra i vari ceti, ad un definitivo riconoscimento alla Sardegna in quanto tale di un ruolo non passivo o gregario nella comunità nazionale, fuori finalmente dalle nicchie della storia passata, addirittura precapitalistica».

Ultimo spunto di questa "rivisitazione", certo breve e sommaria, ma comunque non superficiale, della cifra politica ed intellettuale e civile dell'indimenticato leader di trent'anni del Partito Sardo (o indimenticato da, tutti, tranne - si è visto in questi anni - che dal suo partito diventato etnico-nazionalitario-indipendentista, il quale infatti ha modificato e rimodificato il proprio statuto d'origine), la sua visione istituzionale. Entrarono, se e come, le pulsioni di un autonomismo gridato disposto a marcare la sua visione federalista che accettava tranquillamente il regionalismo, quel regionalismo sì orgoglioso di una specificità storica e spirituale che lo legittimava agli occhi di una più complessa comunità nazionale, ma che quella specificità intendeva in positivo, come apporto originale al vasto mosaico italiano, e non certo come opposizione "di razza".

«Titino Melis aveva un alto senso dello Stato», risponde il presidente Melis. «Non certo lo Stato com'era, e com'è, ancora accentrato, per certi aspetti perfino borbonico. Egli muoveva dal concetto di "responsabilità", di "funzioni". Non identificava lo Stato col "governo dello Stato". Il governo è soltanto un organo dello Stato. Lo Stato è territorio più popolazione più ordinamento. Lo Stato semmai s'identifica col cittadino. Tutto questo l'ha educato al dovere di essere, per così dire, geloso delle prerogative proprie del ruolo ricoperto pro tempore, nell'ambito di una responsabilità particolare. In un certo senso questo era anche un approccio di umiltà all'esercizio del mandato pubblico visto come servizio, e non attribuisco alla parola alcuna enfasi… Non accettava, né lo poteva, appunto per la sua formazione intellettuale e civile e politica, la commistione di ruoli, per esempio fra livelli dell'amministrazione politica e burocrazia. L'una e l'altra col tempo si sono ahimè dequalificate, purtroppo ne vediamo le conseguenze».

Aggiungo per concludere: una dequalificazione, uno scadimento professionale ed etico, nel senso della consapevolezza dei propri doveri, che davvero non ha risparmiato nessuno. Basta vedere lo sfascio della pubblica amministrazione, oppure a cosa si sono ridotte le forze politiche che di più avevano alimentato - nello schieramento della democrazia autonomista - le speranze di una riforma dello Stato, di un suo ammodernamento nel senso dell'equità, dell'efficienza e della trasparenza… Segno dei tempi, da cui speriamo di emanciparci presto, in un fervore di nuove opere per la libertà e la giustizia nella Repubblica che è l'espressione giuridica dell'unica Patria.



Fonte: Gianfranco Murtas
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