Gianfranco Murtas

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Mi chiamo Efisio Marini, cagliaritano (prima parte)

di Gianfranco Murtas


Nella mezza sera di venerdì 7 dicembre 2007, invitato dall’Università della Terza Età di Quartu, nell’ex municipio divenuto ufficio dei Vigili Urbani quartesi (viale Colombo 167) potei presentare un testo… chiamiamolo teatrale, cui si dette il titolo “Efisio Marini: conversazione impossibile su vicende private e pubbliche”.

Furono con me Sandra Agnesa (che prese la parte di Giovanna Giuseppa Maria Tarasconi, detta Carmina da Francesco Alziator e come tale adottata dallo scrittore Giorgio Todde nei suoi originali, sapidi e fortunati romanzi), Vito Biolchini (naturalmente protagonista nei panni del dottor Efisio) ed Elio Turno Arthemalle (geniale interprete di sedici personaggi che nella Cagliari dell’Ottocento e… di qualche sconfinamento nel Novecento ebbero posizioni ragguardevoli, centrali taluno eccentriche altri: Giovanni Spano, Giovanni Marghinotti, Francesco Alziator, Carlo Brundo, Vittorio Angius, Vincenzo Brusco Onnis, Ottone Bacaredda, Gaetano Cima, Ignazio Marturano, Emanuele Marongiu Nurra, Giovanni Bovio, Pietro Ghiani Mameli, Stefano Rocca, Antonio Giuseppe Satta Musio, Pietro Martini e Luigi Zanda).

La rappresentazione giocò tutta sul filo di una biografia parallela: quella privata di Efisio Marini e quella pubblica della città capitale sarda colta nelle sue trasformazioni urbanistiche lungo il passaggio dal Regnum Sardiniae al Regno d’Italia e nella dismissione della secolare piazzaforte militare, nelle collettive dinamiche devozionali della Chiesa e in quelle amministrative della Municipalità ora in camarilla ora nel liberalismo organizzatore bacareddiano, e fra sodalizi e scuole, università ed arte, banche e proletariato…

Su L’Unione Sarda dello stesso 7 dicembre Salvatore Cubeddu pubblicò un bell’articolo (“Elisir di lunga morte, l’eredità perduta di Marini”, occhiello “Neanche la recente esumazione dello storico Pietro Martini, imbalsamato da Marini, ha chiarito il mistero” e sommario “Sulle tracce perdute della formula misteriosa messa a punto dal medico per pietrificare i cadaveri”), con il quale presentò la pièce serale interessata invero, più che a “gustare” (e far “gustare”) lo scienziato, ad accostarne la vicenda privata, personale e familiare, a quella cittadina, e dei santuari che lo ebbero avversario (dall’accademia alla Chiesa) o lo ebbero amico (la loggia Vittoria di palazzo Villamarina e dei famosi “goccius”).

Ecco di seguito quel testo, o meglio, la prima parte di quel testo: coinvolti qui, con il dottor Efisio e Giuseppa, i canonici Spano e Marturano, il padre Angius e l’architetto Cima, l’avvocato Carlo Brundo ed il sindaco Bacaredda, l’arcivescovo Marongiu Nurra e il giornalista Vincenzo Brusco Onnis, il pittore Giovanni Marghinotti e il professor Francesco Alziator (pronipote per parte di madre del dottor Efisio). Con loro, Giovanni Bovio, alto dignitario massonico (e sodale di Marini a Napoli, a Cagliari autore dell’epigrafe mariniana del 1902 custodita nel palazzo dell’Università, come già di quelle in onore di Giovanni Battista Tuveri e del Brusco Onnis al monumentale di Bonaria: lui stesso, Bovio, amatissimo da noi, ebbe – ad esito di una larga questua popolare – il suo monumento, nel 1905, nello square delle Reali, poi abbattuto forse da qualche imbecille fascista prima della seconda guerra mondiale. Il suo doppione era stato già sequestrato dai questurini del regime nel 1925, presso la sede della loggia Sigismondo Arquer, nella via Barcellona. Per quasi cinquant’anni avrebbe riposato in un buio magazzino comunale e fu infine donato dal sindaco De Magistris all’onorevole Partito Repubblicano Italiano, e da questo successivamente restituito all’Obbedienza giustinianea della Libera Muratoria, nella cui sede di palazzo Sanjust oggi si trova).



La parola al dottor Efisio…

Mi chiamo Efisio Salvatore Giovanni Marini, medico di professione, sperimentatore di vocazione. 

Amante della scienza, che aiuta a capire la vita. 

Amante della vita, non della morte, come invece è stato detto. 


Non sono soltanto il conservatore del cadavere del commendator Pietro Martini, direttore della nostra Biblioteca Universitaria. 

O dell’onorevole Benedetto Cajroli, già presidente del Consiglio dei ministri italiano. 

O del cardinale Guglielmo Sanfelice d’Acquavella, arcivescovo di Napoli.

O di altre cento illustri personalità, nazionali e straniere… 

O del sangue perso da Giuseppe Garibaldi d opo Aspromonte… «Grazie per la bellissima medaglia, opera del vostro genio veramente straordinario – mi scrisse il generale –. La vostra terra natale andrà superba di voi ed i miei figli avranno imperituro un ricordo di me e dell’autore dell’opera stupenda».

Sono uno scienziato che ha partecipato alle Expo internazionali, 

che è stato riconosciuto e rispettato dalle accademie di tutta l’Europa, 

che è stato premiato con la croce della Legion d’onore dall’imperatore Napoleone III… 

Il quale, in cambio di denaro, molto denaro, mi chiese per la Francia la formula segreta delle mie scoperte… 

Non cedetti, sostenni sempre quello che ritenevo mio dovere, e doveva essere mio volere: di privilegiare, nel caso, la mia patria… 


No, credo di essere di più che non soltanto un pietrificatore di salme; 

uno che, dopo aver portato i morti ad uno stato coriaceo, come si tratti di cuoio, riesce con soli bagni a restituir loro le qualità fisiche della vita: 

«freschezza, colorito, flessibilità, volume naturali», come documentarono i miei amici Agostino Lay Rodriguez con le foto, e Felice Uda con gli articoli di stampa… 

E dopo ancora può, con altri sali, donare loro l’eternità dei fossili… 


Di più, di più… io sono un sardo e un cagliaritano!


Giornalista: Avremo piacere di conoscerla sotto questa veste, dottore… Si presenti, presenti il suo mondo... 


Dottor Efisio: Sono cagliaritano, classe 1835, battezzato «infantem» al fonte della parrocchiale di Sant’Eulalia – «vici Leapolae vulgo LaMarina Civitatis Calaritanae» – il 9 aprile: nato il 7, battezzato il 9. 

Fui chiamato anche Salvatore e Giovanni in onore dei miei due nonni, paterno e materno.

Fui terzo per nascita, ma primo vivente, perché i miei primi due fratellini, che non conobbi, morirono piccolissimi: Rita Giuseppa Adelaide e Giovanni Salvatore Ignazio Enrico.

Mi fece da padrino uno dei fratelli di mio padre, il notaio Efisio, del quale appunto presi il nome. 

Era sposato con una sorella di mia madre, zia Marianna Marturano; avevo una parentela doppia con la loro famiglia, abitavamo anche nello stesso palazzo. 

Lo zio Efisio fu tra i primi consiglieri della locale Camera di Commercio, nel 1863. 


La casa in cui sono nato si trovava nel quartiere del porto, alla Marina. 

Era a ridosso delle mura del porto, allora. Press’a poco in quella che oggi – 172 anni dopo – è diventata una zona un po’ alberi e un po’ parcheggio, nel bel mezzo della via Roma, di fronte al palazzone del Consiglio regionale ed ai frati paolotti. 

Credo che quel fabbricato l’abbia portato in dote mia madre Fedela, quando sposò mio padre Gerolamo.


Pochi anni dopo – avrò avuto cinque o sei anni, ed ancora non erano nati la metà dei miei fratelli – ci trasferimmo in via Sant’Eulalia, a sinistra salendo, giusto dirimpetto al palazzo dei Belgrano, la famiglia della moglie di don Gio.Maria Angioy, l’alternos del viceré e capo del movimento antifeudale della fine del Settecento. 

L’ho sempre stimato, l’Angioy, illuminato e sfortunato, così poco convenzionale…  


Anche la mia famiglia d’origine era benestante, di buona cultura e di buon portafoglio, in entrambe le componenti paterna e materna. 


Mio padre, Gerolamo – ECCOLO [foto]–, classe 1801, era un negoziante con tutte le caratteristiche del tempo, cioè prima della specializzazione merceologica. 

Allora i commerci erano indistinti e regolati con le misure o i pesi del baratto: dai mandorle e prendi velluto, prendi stoffe e dai carbone, dai grano e prendi coloniali… 

Naturalmente i commestibili coprivano la parte maggiore di questi commerci: granaglie e affini… 

Era import-export giù al porto, dove i miei avevano lo scagno per trattare con i capitani dei mercantili alla fonda. 


Giornalista: Permette, dottore? Preparandomi a questo incontro, e per quel che vale riferirne, ho qui una tabella semplice semplice, che può dare un’idea dei commerci da-e-per la Sardegna, in quei primi decenni del secolo XIX: 

esportazioni di grano (fino a 160mila quintali), legumi secchi, maiali (6mila circa), pecore (5mila circa), buoi (mille circa), e poi tabacco, sale, formaggio, vino, olio, soda, altro bestiame, carne salata, pelli, lana, tonno. In tutto, meno di un milione di scudi, cioè 4milioni e mezzo di franchi.

L’Isola importava zucchero, spezie, tessuti, legname da costruzione, articoli di vetro, di metallo e in genere tutti i prodotti lavorati. Il tutto per un quarto soltanto di quel che vendeva.

I maggiori scambi erano con i porti di Genova e Napoli, e poi con Malta, l’Inghilterra, la Svezia, la Danimarca, la Spagna, la Corsica e la Sicilia.

Con l’andare del tempo, però, le importazioni crebbero moltissimo, e addirittura superarono le esportazioni.


Dottor Efisio: Mio padre era fra i più abili e rispettati grossisti del suo tempo. 

Crescendo si è poi aggiunto a lui mio fratello Salvatore – ECCO Salvatore [foto]. L’ho messo sia da giovane, in divisa, chein età adulta, e anche con la moglie, Gerolama Carossino-Valle [foto] –. Purtroppo è morto prematuramente, poco dopo di me. Lui nel 1902. Io quando sono morto – nella notte fra il 9 e il 10 settembre 1900 – avevo 65 anni e qualche mese; lui soltanto 60. 


Salvatore era stato garibaldino, nei contingenti che hanno strappato la Lombardia all’Austria-Ungheria, nel 1859, seconda guerra d’indipendenza… 

Era il fratello con il quale il feeling è stato maggiore: collaborava con me, già dall’inizio, nelle sperimentazioni…


Torno ai genitori. 

Mia madre, Fedela Marturano – dei Marturano che a Cagliari avevano allora messo radici almeno da quattro, forse cinque generazioni – ECCO mia madre [foto] –, lei amministrava la casa. Prima, quella di contrada San Francesco; poi, quella di contrada Sant’Eulalia. 

Una donna riservata e concreta, interessata alla famiglia. È morta giovane anche lei, ad appena 48 anni, nel 1857. 


Io, il primogenito, ero studente a Pisa allora, stavo laureandomi; il mio fratello più piccolo – Giuseppe – era soltanto adolescente, l’hanno cresciuto gli affetti della famiglia e delle zie… 

Giuseppe morirà nel 1910 in circostanze quasi surreali: mentre prendeva il bagno, a Giorgino. L’aveva colto un certo malessere e s’era convinto che una immersione nell’acqua fresca gli avrebbe giovato… 

Fu portato al monumentale con un carretto, scena penosa… Ne scrissero i giornali.


Di mia madre potrei aggiungere che, quando ci lasciò, venne onorata con una bella lastra marmorea, al camposanto… 

Il canonico Spano, che nel 1869 dette alle stampe un suo censimento di tutte le lapidi trovate, fino a quel momento, a Bonaria, rilevò anche quella: «Hic jacet». 

C’era scritto, in latino: «In Osculo Domini Quievit…». «Maritus Hjeronimus Marini – Sexque Filii Quammaxime Dolens»…  

Ricorda, canonico?


Giovanni Spano: Eccome! A proposito di lapidi cimiteriali, in cui si fissavano gli stati dei lutti secondo il modello che era di quel tempo, potrei ricordare che nella mia stessa guida – “Storia e necrologio del Campo Santo di Cagliari”, così il titolo –, si trovano anche quelle di diversi altri parenti Marini e Marturano: la vostra era una famiglia di rispetto a Cagliari… 


In quel decennio a cavallo fra anni ’60 e anni ’70 –, la sua casa, nel senso della famiglia larga, venne tempestata, caro dottore, dai lutti: 

fu proprio un passaggio generazionale, ma furono toccati anche alcuni dei giovani... 

Lei, dottore, risiedeva ormai dai primi del 1868 a Napoli, e quelle notizie di morte la raggiungevano con echi di tristezza immagino maggiori ancora, data la lontananza… 


Dottor Efisio: Verissimo. Un lutto ininterrotto.


Giovanni Spano: Molti di quegli eventi furono anch’essi fissati nei marmi, che sono poi andati dispersi… 

Toccò nell’agosto 1871 a suo fratello Pietro; nel gennaio del ’72 a sua zia Tommasa Marturano, che seguiva di pochi anni la sorella Rita, e sua nonna Rita Lai sposata Marini, dipartita 94enne, beata lei; nel febbraio ’74 al suocero di Salvatore, Vincenzo Carossino; l’anno dopo fu la volta di Rita Aitelli moglie di suo zio Luigi Marini, poi di suo zio Pietro Marini sposato con una Belgrano, poi di suo padre Gerolamo; e l’anno dopo ancora, di suo zio e padrino Efisio senior; e nel ’77, di Adelaide, sua cugina sfortunata…


Dottor Efisio: Fu una stagione tremenda. 

Pietro mio – ECCOLO [foto]– aveva appena 28 anni quando morì, lasciando sola la giovane moglie Antonia Montaldo, che poi avrebbe sposato Giuseppe, il nostro fratello più piccolo al quale ho fatto prima riferimento… 

Certo è singolare questa cosa qui, sembrava di essere nella Palestina di duemila anni fa: la vedova risposata dal cognato. 

Diventata due volte vedova, avrebbe avuto, invece, una vita lunghissima! Da sola visse quanto i due mariti messi insieme!


Giuseppa (Carmina): Al monumentale, e nella ricognizione del canonico Spano, c’era anche la lapide di mia madre, Rosa Medaille Arthemalle, che morì prima di Fedela, nel 1853, un annetto dopo aver messo al mondo la mia sorellina più piccola, che a sua volta visse soltanto tre anni. Ci lasciava in sette, accuditi da nostro padre Antonio, e ad una sorella di primo letto, già convolata con un paesano di Nurachi.

Ricordi, Efisio? Noi ci sposammo pochi mesi dopo la morte di mamma, nel ’54… Tu a 19 anni ed io a 17… Poi la racconteremo anche la nostra storia?…


Dottor Efisio: Certo, Giuseppa, la nostra e dei nostri figli. Com’eri bella… C’incontrammo adolescenti entrambi… ECCO, ho messo lì la tua foto [foto]. Poi hanno preso a chiamarti Carmina, chissà perché… 


Giornalista: Ci parli, dottor Marini, della sua casa: dove aveva i suoi giochi da bambino, dove è cresciuto con genitori e fratelli, forse anche nonni, dove ha studiato, dove ha messo a fuoco i suoi progetti di vita... Lei ci ha accennato ai suoi cari; adesso, parlandoci della casa, potrà introdurci in quel maggior scenario che era la città, sia come luogo di relazioni che come sistema edilizio, in quella metà del secolo XIX… Peraltro, parlandoci della sua casa, potrà riprendere quanto già ha accennato della sua famiglia, soprattutto dei suoi fratelli…


Dottor Efisio: Il nostro palazzo era su tre piani oltre quello terreno, in contrada Sant’Eulalia, al civico 15. 

Un edificio importante e antico, già appartenuto agli Arthemalle, nel Settecento; passò a noi quando fu liquidato il patrimonio di don Agostino Arthemalle… 


Giuseppa (Carmina): Che era lo zio paterno di mia nonna: un Simone Medaille aveva sposto una Anna Arthemalle, figlia di Lorenzo Legier e Rosa Rapallo. Nonna, che era nata dieci anni prima della Rivoluzione francese, morì quasi novantenne.

Suo padre e, appunto, don Agostino e l’altro fratello Maurizio erano arrivati in Sardegna press’a poco con i Savoia riparati qui per sfuggire all’espansione napoleonica; commerciavano in ferro ed utensili. Fra tutti e tre, e con cinque matrimoni, misero al mondo 38 figli!

Mio bisnonno Lorenzo e don Agostino erano appaltatori di grossi lavori pubblici. Il palazzo dell’università, a Castello, l’hanno costruito loro, e fu una specie di capolavoro premiato appunto per questo dal re con un compenso supplementare di 10mile lire piemontesi! 

A Sant’Eulalia c’è una bella cappella sulla destra, quella della Sacra Famiglia, che fu costruita dagli Arthemalle! L’ha ben descritta il canonico Spano nella sua “Guida”: l’abbiamo visitata insieme, Efisio, ricordi?


Dottor Efisio: Allora mio padre e mio zio chiesero all’architetto Cima, di disegnare il nuovo prospetto e la disposizione interna degli appartamenti, uno per piano, ciascuno di qualcosa come 170 metri quadrati, comodi soprattutto per noi che eravamo molti, sei figli... 


Dopo di me nacquero, in discesa, Ignazio – che avrebbe sposato una Sanna-Doneddu e avrebbe lavorato nel commercio del ferro, come poi tutti i suoi discendenti; 

quindi Giulia – che sarebbe andata in moglie a Francesco Cara, medico e, diciamo, archeologo come suo padre Gaetano, il direttore del Museo: veniva da una famiglia importante di naturalisti e botanici; rimase vedova ancora giovane, Giulia, con tre figli adolescenti, uno dei quali, Giacomo, se ne sarebbe andato a soli 22 anni, studente a legge – ECCOLA Giulia [foto]; 

dopo ancora Salvatore, di cui ho già detto; 

ed infine Pietro,

e Giuseppe, dei quali ho già detto.


Ma la nostra era una famiglia larga, combinata con zii e zie, cugini e cognati, nonni e suoceri e generi, nuore e nipoti, una confusione ordinata… 

Nel gran numero ricorderei mia cugina Annunziata, che avrebbe sposato l’ingegner Enrico Melis Romagnino, il progettista del mercato-partenone di Cagliari visitato nel 1921 da Lawrence: cugina Annunziata era la madre del pittore Felice Melis Marini…   

O, fra gli acquisiti – per il matrimonio di Guglielmo, il primogenito di Ignazio, con Annetta Agus – ricorderei il mio pronipote Gianni Agus, rimasto famoso con il teatro e la televisione…


Giornalista: Voi dovevate essere gente che dava anima alle cose, e alle case... Ora ci dica delle case…


Dottor Efisio: Cinque finestre o balconi per piano, sulla via Sant’Eulalia, mi pare press’a poco lo stesso sulla parallela via Barcellona – ECCOLA la mia casa, facciata e interni [foto]. 


Giovanni Marghinotti: Se posso intromettermi un attimo solo… – sono Giovanni Marghinotti, pittore, vicino di casa dei Marini –, interverrei soltanto per dare atto di questa dimensione familiare del nostro quartiere…


Giornalista: Se non so male, maestro, al suo ritorno in città dopo gli studi romani, lei, giovane poco più che ventenne, mise su il suo studio proprio alla Marina. Da lì sprizzò una attività artistica impressionante per quantità oltreché per qualità…


Giovanni Marghinotti: Efisio, che ho conosciuto bambino, ancora era di là da venire… una dozzina d’anni… 

Cercai, prima di lui, e in modo differente da lui, di onorare il nostro quartiere cittadino. L’arte nobilita sempre sia il creativo che la società che lo ha espresso… 

Celebrai diverse volte i Savoia, soprattutto Carlo Alberto al suo sbarco a Cagliari nel 1841, di cui forse parlerete, dato che il re visitò anche Pirri, ospite di uno dei rami Marini, nella casa della piazza centrale – sa dom’e Zelegas –, da cui assistette ai balli sardi…


Le mie opere si trovano in gallerie, pinacoteche e musei anche esteri (Louvre incluso), in regge e palazzi signorili, in municipi, università e chiese… anche chiese cagliaritane, dall’Annunziata a Sant’Anna, da San Michele alla cattedrale di Santa Maria assunta in cielo, dal seminario alla mia carissima parrocchiale di Sant’Eulalia, che mi commissionò nel 1863 una “Cena in Emmaus”.


Eh! Sant’Eulalia. Lì fui battezzato anch’io – … il parroco scrisse pasticci, sbagliandomi nome e cognome, nell’atto dei “quinque libri”, e dovetti supplicare la rettifica da adulto… – 

e lì fui anche accompagnato a morte, nel 1865, confessato e comunicato…  

  

Giornalista: Prego, dottor Marini, può riprendere il suo racconto.


Dottor Efisio: Al piano terreno l’ingresso era centrale, ai lati estremi c’erano altri due portoni. 

I tre appartamenti erano uniti fra di loro da uno spazio d’aria e di luce che scendeva dal cielo giusto nel mezzo delle stanze interne... 

C’erano poi altri due vani-luce, più laterali, uno più su, l’altro più giù nella contrada che era, ed è, abbastanza ripida. Se siete passati in via Sant’Eulalia lo sapete bene…

La contrada si apriva in alto sulla piazzetta Dettori, dove per diversi decenni avevano avuto sede i padri gesuiti, con il loro collegio (di lì il nome attuale di via o vico Collegio) e la loro chiesa di Santa Teresa: 

dagli anni ’50 dell’Ottocento vi si sarebbero impiantati, rispettivamente, il liceo-ginnasio Dettori e vari stabilimenti pubblici – dico nella ex chiesa –, dall’archivio di Stato ai magazzini comunali, fino all’Auditorium di oggi… 

Non mancano le fotografie che riprendono il palazzone con il busto di Dante, che fu messo lì, di guardia al portone, nel luglio 1913, due mesi prima di quello di Giordano Bruno, un po’ più su… Eh, io ero già morto però.


Giornalista: Credo voglia dirci qualcosa il professor Francesco Alziator, che è anche lui un suo pronipote illustre, dottore – nipote (da nonno materno) di Salvatore Marini suo fratello…


Francesco Alziator: Io fino a qualche anno prima della guerra, perché i bombardamenti del 1943 l’hanno buttata giù, ho frequentato la casa di via Sant’Eulalia, ho conosciuto quei volumi enormi, i caminetti, gli stucchi, i quadri, ecc. 

Ne ho scritto anche nel 1946, in uno dei primi numeri del “Convegno”, la rivista degli Amici del libro… L’ho fatto in due puntate, senza però dire che avevo sangue dei Marini anche io…

Ma qui volevo intervenire per i cortili interni dei palazzi. 


Giornalista: Prego…


Francesco Alziator: In un mio libro postumo – “Attraverso i sentieri della memoria” – ho dedicato un capitolo a questo argomento. 

Avevo in mente soprattutto le case di Castello, dove ho vissuto da bambino, in via Lamarmora, ma la mia fotografia, che era visiva, ma anche sonora e olfattiva, poteva riguardare benissimo anche la casa borghese dei nonni e bisnonni e zii e cugini di via Sant’Eulalia. 

Posso leggerne qualche riga?


Giornalista: Perbacco! Grazie, anzi.


Dottor Efisio: Tu sei un orgoglio per la nostra famiglia, Franz! Qui, nel non tempo, ho letto tutto quello che hai scritto: quelle pagine del tuo diario di quindicenne pubblicate poi in un libro, gli articoli che hai firmato sull’Unione Sarda a partire dal 1928, e i libri… cose sempre magnifiche!


Francesco Alziator: Grazie! Ecco qua il cortile: «Attorno a quel parallelepipedo d’aria, su muri tanto pieni di gromma verdastra e di secoli, da sembrare pareti di grotta, s’aprivano le finestre dei servizi di quelle dimore piene di sussiego e di antenati. Ma il cortile non aveva sussiego, né antenati, a meno che le lunghe condutture dei cessi bene in vista, una per parte, raccordate ad ogni piano da brevi tubi obliqui simili a rami potati, non fossero anch’essi un albero genealogico.


«Il cortile era un regno plebeo, dove anche i sacri del Gotha ritrovavano la loro umanità e il loro spirito cagliaritano, e tutto appariva in una sua realtà non sofisticata. Perfino i panni stesi si ridimensionavano: le camicie da uomo, senza l’amido del solino e dello sparato, avevano un’aria dimessa e sudiciotta di vela senza vento, e s’afflosciava senza fascino anche la più barocca biancheria femminile. Erano gli anni nei quali le donne portavano mutande lunghe che, con il loro orlo in pizzo, facevano sembrare le ginocchia tante testine di neonati in cuffietta.


«Quel cortile pareva fatto apposta per uccidere ogni retorica, per mettere tutto a nudo, senza riguardi, ma anche senza cattiveria… Il cortile svelava tutto: come ti vestivi e cosa mangiavi e cosa bevevi, perché ad ogni finestra, in una gabbia di rete metallica, “sa muschera”… i cibi finivano… coll’apparire quello che erano veramente…


«In quel parallelepipedo di aria ogni ora aveva il suo odore: al mattino presto c’era tanfo di letto e di scopa, più tardi, di cattivo carbone e di cucina, alla sera, o col levante, di umidore e di latrina. Nessun odore riusciva a diventare profumo in quel parallelepipedo d’aria… 


«Quel cortile sapeva di prigione: aveva grate e sbarre a talune finestre ed anche nelle brocche di cotto, verniciate nei manici e nella brocca – una per ogni davanzale – c’era qualcosa di carcerario… 


«Ogni casa aveva il suo cortile ed ogni cortile le sue voci. Ciò che in salotto era esaurimento nervoso o viaggio presso parenti, diventava nel cortile tubercolosi o gravidanza senza sacramenti e benestare municipale e… la vita era una sporca, squallida faccenda senza riguardi per nessuno…».    


Dottor Efisio: Grazie, Franz. Noi però non ci esponevamo al pettegolezzo di nessuno, tutto il palazzo era nostro. 

Al pian terreno avevamo le rimesse dei cavalli: il cavallo nostro e quelli degli zii, e poi anche dei muli… e le rimesse delle carrozze o dei carrozzini, non ancora i landau, per poco che li usassimo…


Poco più giù della nostra casa, ma sul fronte opposto, c’era – a dare luce alla strada – la scalinata di Sant’Eulalia, che copriva un antico cisternone. La piazza della parrocchiale era ornata allora da molte case e fra esse – dove oggi c’è il campetto da gioco dei bambini – la sede solenne della Congregazione del Santissimo Sacramento – società di culto e di aiuto sociale –, che fin dal ’600 era un vero polmone finanziario sia della parrocchia che dell’intero quartiere. 

Di fronte era la casa dove nacque e visse da piccolo fra Antonino Pisano, fra breve beato Antonino Pisano, un ragazzo frate mercedario morto per malattia appena ventenne, nel 1927: facemmo festa quando arrivò nel nostro non tempo, un ragazzo dolcissimo…


Alla Congregazione affluivano sovente le eredità di quegli abitanti della Marina che non avevano figli a cui lasciare case e terreni e magari capitali messi a reddito… 

Essi si compravano così, prima di morire, un po’ di paradiso, e quelli che restavano trovavano qualche soccorso nelle difficoltà del quotidiano. 

Per parte loro, gli uomini della Congregazione ci guadagnavano tante riverenze che non disdegnavano…


La collegiata di Sant’Eulalia arrivava ad avere, fra parroci e beneficiati, qualcosa come trenta preti!... il grosso abitava in quella strada chiamata allora “dei Preti”, poi via Lepanto. 

 

Andrebbe poi ricordato che, almeno fino a che ero io bambino, a Cagliari funzionavano ancora i sindacati di quartiere che facevano capo proprio alle parrocchie: alla Marina c’era appunto Sant’Eulalia come a Stampace Sant’Anna, come a Villanova San Giacomo… 

Questi sindacati di quartiere erano, in sostanza, delle giunte di circoscrizione, guidate da sindaci di terza o quarta classe, e avevano competenza su questioni di interesse diretto del territorio…

 

Giornalista: Ecco, questo dei sindacati di quartiere è un argomento poco noto. Che testimonianza ci porta, dottore?


Dottor Efisio: In quel primo Ottocento, a Cagliari gli abitanti erano classificati in tre categorie sociali: 

alla prima appartenevano i nobili e i laureati, particolarmente i medici e gli avvocati; 

alla seconda tanto i notai quanto i negozianti, cioè gli uomini d’affari; 

alla terza gli artigiani in grado di produrre redditi sufficienti a un dignitoso mantenimento proprio e della famiglia. 

Fuori da questo recinto della cittadinanza vera e propria c’erano i poveri ed analfabeti, sudditi senza se e senza ma…


Credo che tutto questo potrebbe spiegarlo meglio l’avvocato Brundo, non tanto perché abbia personalmente conosciuto quell’istituzione – abbiamo pochi mesi di differenza io e Carlo – ma perché egli è sempre stato uno studioso più acuto di tutti. 

Basta leggere il suo delizioso “Cagliari antica e moderna”…


Giornalista: Prego, avvocato…


Carlo Brundo: Sì…, quello era soltanto un “bozzetto”, sei paginette appena, consegnate al tipografo Antonio Timon, con altri amici, per celebrare l’Esposizione tenutasi a Cagliari nel febbraio 1871. Ricordavo la città nell’evoluzione contrastata di un trentennio, giusto nel cuore del secolo XIX…


Giuseppa (Carmina): Erano pagine bellissime sul paese nostro. Vorrei leggerne io qualche riga soltanto…: 

«Volere o non volere, mano mano si è allindito, si è ripulito, ha battuto in un cantuccio i suoi vecchi panni, si è rifatto, in breve, paese moderno...».


Carlo Brundo: Riguardo alla rappresentanza civica rifletteva questa articolazione delle classi. Ogni quartiere delle appendìci contava su tre sindaci, uno per classe: sindaco primo, sindaco secondo, sindaco terzo. 

Per la nomina bisognava avere almeno 23 anni, e si durava in carica un anno. 

La scelta veniva effettuata dal funzionario reggente la Real Cancelleria, al quale gli uscenti proponevano delle terne. Non è che la cosa fosse granché ambìta, dato che bisognava disporre di un bel po’ di fondi personali per rappresentanza… Poteva essere qualcosa come il guadagno di un anno intero di un artigiano. 

Per loro c’erano anche obblighi di vestiario: dal cappello per la testa alle scarpe con fibbia per i piedi, passando per l’abito, il mantello e la spada. Talvolta c’era proprio la corsa alle esenzioni…


Le riunioni di queste giunte sindacali potevano allargarsi a persone competenti sulle materie da esaminare, e non era escluso che partecipassero anche tutti gli abitanti del quartiere, naturalmente soltanto i maschi… 

Allora tutti avevano diritto sia di parola che di voto. 

Il voto non era invece concesso ai sacerdoti, che pure erano quelli che ospitavano le assemblee, convocate dal suono delle campane, nei locali parrocchiali.


Le riunioni erano presiedute dal sindaco capo e le delibere dovevano essere assunte a maggioranza qualificata. Un notaio verbalizzava, poi la decisione veniva eseguita, se nelle possibilità materiali del sindacato, oppure veniva trasferita agli organi superiori.


Giornalista: Con quali fondi si facevano le cose? 


Carlo Brundo: Con le contribuzioni volontarie dei residenti e con quanto giungeva alle chiese come legati ereditari. 

Fra gli impegni più assorbenti c’era il controllo sulle pulizie stradali: ciascuno doveva tener pulito davanti alla propria casa o bottega… 

Per certe opere pubbliche, soprattutto di viabilità, pagava il sindacato, e pagavano anche i residenti direttamente interessati, con la partecipazione talvolta del consiglio civico.

Era compito specifico dei sindacati la raccolta delle offerte straordinarie per fronteggiare gli eventi tipo carestie o siccità, tipo epidemie, tipo disoccupazione di massa.


Dottor Efisio: Dal 1836 – avevo allora soltanto un anno – iniziò un processo di svuotamento delle competenze del sindacato. 

Nel giro di un lustro circa, quello che era durato, con varie modifiche, per secoli finì del tutto. 

A pensarci bene, fu quello il primo passo di smantellamento delle autonomie, e perfino di identità dei quartieri medievali, citati perfino da Fazio degli Uberti… «Sassari, Bosa, Callari e Stampace / Arestan, villanova e La Ligera…», li ricordiamo quei versi…

Tutto finì al tempo in cui io lasciai Cagliari per emigrare a Napoli. 


Dopo l’unità d’Italia – 1861 – e dopo la dismissione di Cagliari come piazzaforte militare – 1866 – si avviò, o accelerò, nella nostra città un vasto piano di abbattimento di mura e porte secolari, fra quartiere e quartiere. 

Insomma, Cagliari smise allora di essere una federazione di quartieri semiautonomi per diventare una città finalmente mischiata, con forte mobilità interna e lanciata in espansione sia demografica che territoriale.  


Giornalista: La presenza qui dell’onorevole Vittorio Angius, ci consente un pur rapido approfondimento dello specifico della Marina nell’anno di nascita del nostro dottor Marini. A lei la parola, padre Angius…


Vittorio Angius: Nel 1835 io raccolsi la maggior parte delle notizie sulla città di Cagliari per il “Dizionario” di Goffredo Casalis. 

Dovevo compilare le schede sarde e proprio quell’anno, per fortunata coincidenza da poco rientrato in città da Sassari, fui impegnato nella ricognizione dei dati e… nelle scarpinate di qua e di là per prendere misure e notizie sul maggior centro dell’Isola.


Io sono cagliaritano di nascita e sassarese di studi; ero allora prete regolare, scolopio. Insegnavo a Sassari e continuai nella mia città. 

Poi presi la vice direzione della Biblioteca Universitaria di Cagliari e allargai le collaborazioni ai giornali, ecc. 

Non debbo recitare la mia autobiografia però. Era per dire di quella ricognizione spaziale, storica, sociale, di Cagliari nell’anno in cui nacque il nostro dottor Marini.


Giornalista: Bene, vuol dirci del quartiere della Marina nell’anno del Signore 1835?


Vittorio Angius: Partiamo dalla forma: un trapezio, e dalla superficie complessiva: 137.387 metri quadrati, a fronte dei 135mila di Castello con aggiunta però di 121mila «per l’arca di ciò che dicono cittadella», i 190mila di Stampace, con esclusione di Sant’Avendrace, i 293.000 di Villanova. ECCOLO LI’, nella cartina, il quartiere della Marina all’inizio dell’Ottocento [foto].


«Sonovi strade maggiori per l’erta 8, della lunghezza del quartiere di circa 303, e altrettante intersecanti, delle quali la più bella è la Costa – oggi via Manno –, per cui è la linea di comunicazione tra lo Stampace e la Villanova» – così scrivevo allora, dopo aver elencato le fortificazioni che avevano dato sicurezza e davano ora impaccio al centro abitato: 

bastione di Monserrato – dove sarebbe sorto l’albergo La Scala di Ferro –, della darsena, del molo o di Sant’Elmo, di San Francesco, braccia di difesa della darsena, baluardo di S. Agostino…


E ancora, testuale: «Più spaziosa di tutte è la piazza or detta di S. Francesco, e in addietro della Marina, – quella che oggi è la via Roma lato portici – nelle cui estremità sono le porte della darsena e del molo. Si annoverano isole 37… La darsena è lunga miglia 234, larga 110… Nel primo giorno del 1836 vi si numerarono 56 navi di carico, e vi restava ancora capacità per legni minori. La Marina ha 6 porte».


Giornalista: Lei scrisse, allora, della lunga teoria di chiese nel quartiere – quasi una in ogni strada –, e di conventi, collegi ed oratori a servizio di ordini regolari…; e dopo ancora riferì qualche numero di contorno, come quello dei «riverberi» – dei fuochi serali cioè – alimentati ad olio d’ulivo: 34…


Vittorio Angius: La popolazione aggiornata a tutto il 1834 era, in città, di quasi 26mila unità, escludendo però «i preti, i religiosi, le genti del presidio, i forestieri non domiciliati fissamente, che son qualche cosa più di 5.000». I residenti della Marina assommavano a 8.310, distribuiti in 2.165 famiglie. Era il vertice della classifica, contro i 3.700 e passa residenti di Castello, i 6.500 e passa di Stampace ed i quasi mille di Sant’Avendrace, i quasi 6.200 di Villanova. Complessivamente a Cagliari erano registrate, in quell’anno di grazia, 6.450 famiglie; la statistica più recente quantificava in 1.115 le nascite annue, in 360 i decessi, in 265 i matrimoni.  


Giornalista: Dottor Marini, conosce il rapporto Angius su Cagliari e il suo quartiere nell’anno in cui anche lei si aggiunse alla comunità?


Dottor Efisio: Certamente, sono pagine suggestive. Mi riferisco alle parti sulle tradizioni popolari e religiose, sulle superstizioni dure a morire, sui costumi: 

«Gli uomini delle classi alta e media, e gli artigiani vestono nella moda degli altri italiani. I rigattieri, carrai, acquaroli ecc. alla sardesca, ma non tutti in una medesima forma»… 

E ancora ricordo le pagine sulle scuole primarie a prevalente direzione gesuitica o scolopia, o quelle sui divertimenti:

alla Marina il top era per Sant’Antonio abate, che prevedeva la benedizione dei cavalli in quella futura via Manno che diventava un ippodromo… 

E dopo ancora ricordo lo spazio dato a teatro e idioma…


Giornalista: Permetta un inciso mio: siamo, proprio allora, al passaggio dal Reale al Civico, il bel teatro con palchi e platea, di lato alla torre dell’Aquila, presto inglobata nel palazzo Boyl, e di fronte al seminario tridentino… Cagliari aveva già in quel tempo una bella tradizione musicale. E’ stata pubblicata qualche anno fa la raccolta di tutti i cartelloni, fra il carnevale del 1772 ed il giugno del 1939…


Per la cronaca curiosa aggiungerei che nell’anno del Signore 1835 – nell’anno proprio della sua nascita, dottore – furono portate in città, dalle maggiori compagnie d’Italia, in sequenza, fra melodrammi comici o eroici, drammi giocosi e semiseri, tragedie liriche e azioni tragico-sacre, una decina di rappresentazioni: dalla “Sonnambula” o dalla “Norma” di Bellini al “Mosè in Egitto” di Rossini, da “Le cantatrici villane” di Fioravanti a “Le convenienze ed inconvenienze teatrali” di Donizetti , dal “Tebaldo e Isolina” di Morlacchi all’ “Agnese” di Paer…


Dottor Efisio: Dicevo delle pagine di Vittorio Angius su teatro e idioma, canto e majoli, forestieri e «poveraglia», e di quelle dedicate alla statistica medica (c’erano 10 speziali sui 33 dell’intera città), al vitto e malattie («infiammazioni massime nell’apparato dirigente»; «la maggior mortalità avviene nella prima età per la classe disagiata, che è assai numerosa»), alla polizia medica («sonosi proposte molte riforme per opprimere ogni sorgente di miasmi esiziali») ed al lazzaretto, che proprio nel 1835 venne ristrutturato ed ampliato…


E, più oltre ancora, ricordo un bel paragrafo dedicato al nuovo camposanto, che tanto mi avrebbe interessato: 

lati di rettangolo, 121 metri per 94. 

«Entro l’area … sono determinati quattro eguali spazi rettangolari per le sepolture comuni, nei quali è quella capacità che basta, perché prima di 6 anni non ripiglisi lo scavo delle prime linee: nel qual tempo fu stimato si disfarebbero interamente i corpi»…


Tralascio il molto altro in cui padre Angius ha descritto luoghi e istituzioni, servizi pubblici e guarnigioni, commerci e gremi artigiani, manifatture ed orfanotrofi, ginnasi e baliatico, tribunali e università e musei… 

E anche il gabinetto fisico ed il laboratorio chimico, l’aula ed il teatro anatomico che entreranno nella mia storia.


Giornalista: Aggiungerei io allora che, già segnata dal suo nome, dottore, sarebbe stata, nella “Piccola guida per le città di Cagliari, Oristano ed Iglesias ecc.”, datata 1872, la sala mineralogica, contenente fra l’altro la sua «collezione dei fossili terziarii».


Tornerei brevemente a lei, avvocato Brundo.


Carlo Brundo: Cagliari era una città egemonizzata dagli impiegati e dai commercianti, con qualche preponderanza, nella fascia medio-alta della categoria, di continentali, soprattutto liguri. 

Una città con un ceto di mezzo costituito per lo più da artigiani che conservavano la secolare organizzazione corporativa dei gremi, un po’ sindacato un po’ famiglia religiosa. 

Una città che ancora rifletteva, nei singoli quartieri, relazioni comunitarie chiuse e tradizionali vocazioni di lavoro.  


Una volta – eravamo nel 1856 e alla vigilia del rinnovo amministrativo – uno dei periodici che uscivano in città, mi riferisco al “Capricorno”, osservò: «Se le elezioni volgono a favore degli scorticatori, è a voi, operai, che tocca la somma delle sciagure. Il ricco prosegue nel fasto, e si riempie il ventre come al solito; mentre le briciole, che cadono dalla sua mensa, confortano lo stomaco del cagnolino inglese o del gatto pezzato, delizia di dame e di damigelle». 

Perché mancava lo spirito comunitario nella Cagliari “larga”. 

Esisteva, indubbiamente, la solidarietà del fazzoletto, del piccolo gruppo, ma mancava una intelligenza “politica” dei bisogni e delle priorità, mancava quel che si chiama “spirito riformatore”.


E invece del progressismo pareva esserci la soddisfazione dello status quo fra i tardi feudatari di Castello, la nobiltà nera ed il clero prebendato, ma così era anche fra le aree del lavoro autonomo, commerciale ed artigiano, che bastava a sé, o professionale, che ambiva a scalate individuali o di categoria ben più che a “rispalmature” sociali… 

Non interessava discutere sull’interesse generale della comunità, né della città né della patria (ma quale patria, poi, in quel tempo?). 


Immatura, nella popolazione, era la consapevolezza della cittadinanza; 

ci si sentiva inquadrati in una scala sociale che concedeva al quidam di gestirsi il minimo guardando a terra, non di alzare la testa e… pensare il futuro, pensare l’insieme, pensare politico. 

E d’altra parte non circolavano, né nella stampa né nelle poche sedi di possibile confronto – i caffè e le farmacie… –, le idee, e neppure le suggestioni, gli impulsi del nuovo.


La Chiesa, se n’è pure accennato, ci metteva del suo, intimamente reazionaria anch’essa, avversa al liberalismo e ai suoi tesori. Vi risparmio la aneddotica: c’erano preti che parlavano di forca e di boia… 


Giornalista: La interrompo un attimo, avvocato Brundo, per soddisfare una curiosità corporativa, del giornalista. Come era lo stato della stampa a Cagliari, in quel tempo? Potrebbe spiegarcene il dottor Vincenzo Brusco Onnis. 


E’ chiaro che l’alto indice di analfabetismo della popolazione e il disinteresse alla cosa pubblica, escludeva automaticamente gran parte dei cagliaritani dalla lettura dei giornali e dalla formazione dell’opinione. Queste restavano affare di piccole minoranze. E peraltro erano proprio tali piccole minoranze a godere del diritto di voto sia parlamentare che amministrativo. Ci spieghi, dottor Brusco-Onnis…


Vincenzo Bruno Onnis: Volentieri. Io sono un uomo di parte, un cagliaritano tutto mazziniano, anche se nato in una famiglia piuttosto moderata, però qui mi sforzerò di essere obiettivo. 

Sono di qualche anno più anziano di Efisio ed ho quindi una visione più larga del panorama giornalistico di quella che ha avuto lui quando forse ha incrociato più avversari che amici anche nelle redazioni.


Per fare semplice il discorso seguirei un criterio puramente cronologico. E partirei perciò con “L’Indicatore Sardo”, fondato in anni lontani sotto vigilanza del governo reazionario di Torino. 

Ne ebbero la gestione, quasi da subito, i fratelli Antonio, Michele e Pietro Martini, che si contentavano di bollettare pregoni ed editti regi (gliene capitarono anche di illuminati: dalle chiudende del 1832 all’abolizione del feudalesimo del 1836 e 1838, all’introduzione, nello stesso 1838, del sistema metrico decimale). 


Dal 1843 gli convisse, sul fronte liberale, “La Meteora”, testata animata da buon parte dell’intellettualità “aperturista” isolana, come Giovanni Siotto Pintor ed il qui presente canonico Spano, ma sempre bersagliata dalla censura ministeriale e costretta perciò a “gingillarsi” con poesie e pagine di letteratura extrapolitica.


Nella stagione costituzionale, fra il 1848 ed il 1850, ecco poi il mio giornale, “Il Nazionale”, di dichiarata fede democratica. 

Frutti della stessa svolta statutaria sono anche il giobertiano “L’Indipendenza Italiana”, dei fratelli Siotto Pintor 

ed “Il Popolo”, dovuto all’iniziativa di Gavino Fara, prossimo deputato e prossimo fondatore, anche, di un settimanale destinato a lunga vita, intendo “La Cronaca”.


Del 1850 è “La Gazzetta Popolare”, lanciata in chiave progressista dal deputato Giuseppe Sanna Sanna e cui io stesso ho collaborato, e con me l’amico di fede Giovanni Battista Tuveri, il miglior cervello sardo di tutto l’Ottocento. 

“La Gazzetta” ha scritto diverse volte delle sperimentazioni del dottor Marini…


Dottor Efisio: E’ vero, credo che il primo articolo che citò il mio nome sia comparso proprio sulla “Gazzetta”: avrò avuto una ventina d’anni, studiavo medicina a Pisa. 

Venni, verso Pasqua, a casa. Stavo imparando l’arte fotografica, non era facile... 

Mi cimentai nell’avanguardia “panotìpica”, alternativa ai dagherròtipi nella fissazione delle immagini. Fotografai ed esposi le mie opere al museo universitario… 

“La Gazzetta Popolare” mi ospitò, facendomi dire che avevo acquistato a Cagliari stessa «i preparati», e che ero pronto ad «insegnare gratuitamente», a chi fosse interessato, «gli esperimenti fatti».


Giornalista: Complimenti per l’eclettismo e la precocità. Tornerei all’avvocato Brundo e alla città di pietra. 


Carlo Brundo: Portando lo sguardo di memoria a quegli anni ’40 e ’50, io scrissi di «accozzame di vecchiume», di «topaie mezzo pisane, mezzo spagnole», di strade acciottolate ma con ciottoli di «proporzioni ciclopiche» per il travaglio di qualsiasi percorrenza… 

Mi ripeto, testualmente…


Giuseppa (Carmina): Lo conceda a me, avvocato. E poi ne ho memoria anch’io: «La città era… piccola, uggiosa e malinconica; chiusa per ogni dove da cinte, muraglie, forti, contrafforti; divisa materialmente da porte, che si chiudevano di notte con tanto di catenaccio; guardata da ogni parte, ad ogni passo, come una cittadella in stato d’assedio, da corpi di guardia, e percorsa da pattuglie… Assomigliava ad un castellaccio del medio evo trapiantato nel bel mezzo del secolo XIX, e, a rendere più evidente l’anacronismo, non mancavano certo né i ponti levatoj, né le saracinesche, né i fossi, né vi era difetto di bravacci, che andavano a busca di avventure… Il popolino rissoso, pettegolo e, in buon dato, anche crapulone, preferiva il dolce godere e i gustosi manicaretti alla noja degli affarucoli, contento del poco pur di spassarsela allegramente… Patrimoni considerevoli sparivano in breve tempo, ingloriosamente; si sciupavano in pranzi, in merende, in gozzoviglie»…


Giornalista: Accidenti! Una città sporca, immagino. O sbaglio?


Carlo Brundo: Sporca, sporca. Erano i forzati a spazzare le strade di Castello e le pubbliche piazze, mentre al trasporto delle immondizie fuori dalla cinta daziaria provvedeva un piccolo appaltatore privato. C’era allora anche un’ottusa avversione ai rimedi che la medicina poteva fornire a chi, schivata una epidemia, imbatteva nella successiva. Fatalismo e ignoranza. Il professor Falconi aveva lanciato le vaccinazioni, ma con quante difficoltà!...


Giuseppa (Carmina): Sono parole sue, avvocato: «Spianate le piazze, rese, per quanto era possibile, meno erte le vie, tolti in molti posti i ciottoli… e a questi sostituito il lastrico, vide con piacere gli spazzaturai dare addentro in quei mucchi di ciarpame che ingombravano, insudiciavano e rendevano mal sana la vecchia città»…

 

Carlo Brundo: Una città che non meritava i suoi privilegi di natura, i colli e il mare e il sole e il vento. Una città egoista, ciarliera e talvolta rissosa, senza ideali e senza speranze… Una città così gravava sui sardi dell’interno, non li favoriva… 


Dottor Efisio: Ho qui anch’io una mezza paginetta, evocata giustamente dal bravo Oliviero Maccioni che ha scritto un po’ anche su di me: è di Carlo Baudi di Vesme, per molti anni alla guida della società mineraria di Monteponi… 

Una fotografia perfetta: «Laddove nell’interno si cercano escite ai prodotti del suolo sì nell’isola come all’estero, in Cagliari si desidera che sia proibita o gravata da dazii ogni esportazione, affinché nella Città esista ogni cosa ed al miglior prezzo…». 

Cagliari egoista, penalizzava le esportazioni, confiscava le importazioni, città ingorda, «magazzino universale della Sardegna»… 

Qui – analisi del Baudi – «si spende la maggior parte del denaro pubblico, del quale poco o nulla va nei villaggi».


Chissà, forse anche la mia famiglia ha contribuito a questo stallo egoistico…


Giornalista: Se me lo permettete, suono anch’io la musica del Baudi: «la Sardegna è paese principalmente agricoltore od altrimenti produttivo; Cagliari all’incontro è principalmente consumatore, essendo quasi esclusivamente composto di impiegati, e più di negozianti»… 


Effettivamente era singolare: in città era gente del continente ad impiantare i suoi lucrosi commerci, o piccole industrie: per la lavorazione della pasta, del sapone, dei chiodi… Non ce la facevano, o non duravano, invece, «l’industria del vetro, della carta, ed altre», per le quali la Sardegna abbondava di materie prime. La causa principale degli ostacoli che i negozianti cagliaritani frapponevano a tale industrie era «il guadagno» che essi traevano «dal commercio d’importazione degli oggetti manifatturati e dall’esportazione delle materie prime». Puro egoismo di classe.


Posso chiedere a lei stesso, dottor Marini, se questa è anche l’immagine che lei ha della città come l’ha conosciuta e vissuta nel tanto di secolo in cui vi ha risieduto fra amore-e-odio?


Dottor Efisio: Rispondo fissando le coordinate: aveva fra i ventotto e i trentaduemila abitanti Cagliari, nel mio trentatreennio… 

Un incremento di cinquemila unità non è una gran cosa! 

Il censimento che segue all’unità d’Italia registra quasi 31.000 residenti. 


Ancorché attenuate, rimanevano, nei quattro quartieri e nei due sobborghi di Sant’Avendrace e San Bartolomeo, le impronte sociali che si erano stratificate nel tempo. 

C’era una più larga vocazione artigiana a Stampace, dove anche insistevano la maggioranza degli stallaggi (is osterias) per il ricovero di uomini e bestie applicati ai trasporti dalla campagna per gli approvvigionamenti alimentari dei cittadini. 


Una pratica aperta all’agricoltura curtense od orticola ed alla panificazione, al commercio agricolo ed a quello dei rigattieri era notevole nella lunga striscia di Villanova – fra le mura orientali di Castello ed i cardeti e mandorleti della vastissima zona detta di San Benedetto (dov’era il convento francescano cappuccino che aveva ospitato Sant’Ignazio), in proiezione di quel Monte Urpinu proprietà dei Sanjust. 


Giuseppa (Carmina): Da noi, alla Marina – l’ho detto che anch’io sono stata battezzata a Sant’Eulalia? – avevano casa i pescatori e gli uomini che vivevano sui navigli mercantili. 

Avevano in genere famiglie numerose – ad ogni ritorno a casa si concepiva un figlio… 

Era il quartiere più popoloso… 


Dottor Efisio: Oltre Stampace e il suo rione esterno di Palabanda, si distendeva, esile prima, più corposo poi, l’agglomerato di Sant’Avendrace vescovo. 

Erano, nel conto dell’Angius, «203 case, delle quali 190 a pian terreno». Altra terra di pescatori legati alle ricchezze dello stagno di Santa Gilla: lavoratori che mantenevano la tradizione dell’abito borghigiano; puntualmente, ogni domenica a mezzogiorno, onoravano la festa con la messa a San Francesco del Corso. 


Dalla parte opposta, estrema propaggine di Villanova, staccata però dall’abitato, in direzione delle spiagge e calette di Sant’Elia e Calamosca e dell’immenso arenile ancora quasi inesplorato del Poetto (o Poeta), era il rione di San Bartolomeo, popolato da pochi liberi e da molti coatti.

Essi erano utilizzati dall’autorità nei lavori pubblici, fra la coltivazione delle saline erariali e l’edilizia infrastrutturale. 

Questo è stato sempre un motivo forte di protesta degli operai incensurati e disoccupati, che subivano la loro concorrenza nei cantieri…


Giornalista: Naturalmente il centro direzionale era a Castello, direzione o dominio?


Dottor Efisio: Castello includeva anche la cittadella militare (arsenale, distretto, caserme), per dire di dominio… 

Ospitava pressoché la totalità degli uffici sia dello Stato che del Municipio, oltreché i vertici della chiesa diocesana e quelli dell’ateneo, e la prevalenza degli studi legali.


Fra i centri di potere maggiori della città era, combinata all’avvocatura, la magistratura, tanto più a livello di corte d’appello o di procura e procura generale. 

Sovente si realizzava una sovrapposizione fra sedi decisionali nel giudiziario e nel politico e amministrativo, con incarichi di magistrati ora in parlamento ora nel consiglio provinciale o in quello comunale. 


Tanto più ciò avvenne all’indomani dell’unità nazionale, quando Cagliari parve infeudata a una ristretta cerchia di personalità – la cosiddetta “camarilla” – che collegava anche funzionalmente amministrazione ed uffici giudiziari, deputazione politica e giornalismo d’opinione (mancando quello d’informazione), cattedre universitarie, avvocatura ed alti gradi sempre in carriera... 

Potrebbe dircene il mio caro commendator Martini, che sponsorizzava ed era sponsorizzato dalla “camarilla”.


Giornalista: Glielo chiederemo poi. Vorrei completare con lei questo quadro interessantissimo che mischia spazi ed uomini, architetture di pietra ed architetture sociali. Prosegua, dottore.


Dottor Efisio: La Cagliari degli anni che vanno dalla «uguaglianza e fusione» del 1847 al consolidamento dell’unità patria del 1861 – fra i miei 12 e 26 anni –, era una città strutturata come in una piramide di ceti. Tale si rivelava nei flussi di reddito e nei livelli di scolarizzazione e culturali, ma ancor più marcatamente nelle cose possedute e nel fare: nelle tipologie abitative come nei mestieri. 


A temperare le disuguaglianze soltanto in parte contribuiva quel gran frullatore sociale che è la chiesa – riprendo quanto diceva Carlo Brundo, e adesso parlo da anticlericale. 


La pressione paternalista che s’insinuava nella stessa formazione del clero come nella prassi parrocchiale, nonché l’ideologia che sottendeva all’associazionismo guelfo e si rivelava nei patronati elemosinieri, finivano per stabilizzare nobiltà e borghesia agiata e colta nei gradi alti delle istituzioni ecclesiali, lasciando fuori, in posizioni perpetuamente ancillari, i ceti più poveri ed analfabeti. Sbaglio, Carlo?

 

Giornalista: Avvocato Brundo, prego…


Carlo Brundo: Efisio ha ragione. Direi che l’Amministrazione comunale (come quella provinciale) era nel controllo saldo degli ottimati: 

proprietari fondiari di schiatta feudale, con interessi anche lontani dalla città; 

ufficiali del regio Esercito esponenti anch’essi, spesso, delle “grandi famiglie” agrarie; 

industriali e commercianti con giro d’affari sovente oltre Tirreno; 

pubblici funzionari con responsabilità apicali nella scala istituzionale; 

professionisti liberali, spesse volte anche editori-direttori di giornali, banchieri o, genericamente, investitori (si chiamavano “negozianti”).


Giornalista: Quadro interessantissimo…


Ottone Bacaredda: Non vorrei distinguere fra buoni e cattivi…


Giornalista: Prego, professor Bacaredda…


Ottone Bacaredda: Io sarò sindaco dal 1889, qui si parla adesso di trenta o quarant’anni prima. Però intervengo perché l’esperienza della “Casa Nuova” – il partito con cui ho amministrato la città, fra alti e bassi fino alle soglie del fascismo – mi fa ripensare alle sedimentazioni negative che abbiamo dovuto superare, fra resistenze infinite, per costruire la Cagliari moderna…


Allora, e in parte anche ai miei tempi, l’ordinamento lasciava la scuola primaria alla competenza comunale. Mancavano, per lo più, gli stabilimenti interamente destinati ad accogliere le scolaresche. Ci fu ad un certo punto il riciclaggio dei palazzi sottratti all’asse ecclesiastico, che diventavano ora, oltreché uffici dello Stato, anche scuole. 


Fra le superiori c’erano, nell’ex convento gesuitico di Santa Teresa, il liceo-ginnasio – il famoso Collegio della via Collegio, alla Marina

e, nell’ex convento dei giovanniti/fatebenefratelli di piazza San Sepolcro, l’istituto tecnico commerciale-nautico, che dagli anni ’80 si intitolerà al commendator Pietro Martini ed a cui, per quel che so, il dottor Marini donò una preziosa collezione di fossili; 

e più tardi, a Castello, nell’ex convento degli scolopi di San Giuseppe il ginnasio Siotto-Pintor – dove mi risulta abbia studiato, con i padri, il dottor Marini –, 

e nell’ex convento delle clarisse (alla Purissima) la magistrale, che allora si chiamava normale, intitolata ad Eleonora d’Arborea… 


Dottor Efisio: Alla Marina, dal fatidico mio 1835, funzionava il Convitto Nazionale di sa Costa, per i bambini delle elementari, 

mentre gli altri loro coetanei si dividevano, ripartiti per sesso, fra case private e locali residuali di ex conventi, fra Santa Teresa e San Giuseppe, fra via Sant’Eulalia e via San Domenico, fra via del Valentico e su Brugu… 

Soltanto mezzo secolo dopo, appunto con il sindaco Bacaredda o il suo collega ingegner Marcello, sarebbero sorti i caseggiati del Satta o di Santa Caterina o del Riva…


La mia entrata nella età scolare coincise, fortunatamente, con uno speciale riconoscimento che il governo del re Carlo Alberto dette ai padri scolopi: dovevano essere loro a dare corpo alla riforma dell’istruzione elementare. Per questo alcuni religiosi furono mandati a Milano ad istruirsi sulla “metodica” e portarla quindi nell’Isola.


Diciamo la verità: le scuole “pie” cosiddette furono una buona cosa per noi sardi, anche se come ordine religioso gli scolopi in Sardegna erano in una crisi brutta da lungo tempo, senza riuscire a venirne fuori: disgregati, senza disciplina, forse senza fede…

Vi furono, nella casa religiosa di San Giuseppe, alle spalle della torre dell’Elefante, conflitti sull’amministrazione, e noi studenti, anzi studentelli, sentivamo l’eco di quelle tensioni. 

Ma forse anche questo mi sarà servito per imparare a non prendere acriticamente niente e nessuno. Nessun mito, nessun idolo, professori inclusi…


Gli scolopi sardi, in quegli anni miei fra infanzia ed adolescenza, impiantarono ben 330 scuole in 366 comuni, coprendo l’intero territorio regionale… Naturalmente qualcuno ebbe anche incarichi superiori, all’università, come il padre Angius, che abbiamo prima sentito, nel frattempo però passato al clero secolare… 


Giornalista: Vorrei completare questa parte. Mi riferisco alle trasformazioni urbanistiche e sociali di Cagliari nel periodo fra la “perfetta fusione” Sardegna/stati di Terraferma (1847) ed unità nazionale, pur ancora senza Roma (1861). Prego, dottore… 


Dottor Efisio: Come accennavo prima, tutto o quasi andò allora riclassificandosi, nel grande patrimonio pubblico cittadino: non soltanto le scuole, ma anche le caserme (come quella della legione dei carabinieri, a San Francesco di Stampace dal 1862) od il comando del presidio militare (a Santa Rosalia dal 1867), o già prima l’ospedale militare (dai gesuiti di San Michele), ecc.


Giuseppa (Carmina): Si implementavano anche ricoveri ed ospizi, asili e conservatori, volti a dar soccorso a chi non ce la faceva, a bambini senza famiglia e senza risorse: 

a gestirli erano più spesso religiose, ma la cassa e la burocrazia erano del Municipio o della Congregazione di carità che un po’ era anche prefettizia. 

 

In quanto alla sanità pubblica che molto, come medico, avrebbe interessato Efisio, il maggior presidio cittadino – l’ospedale intitolato a Sant’Antonio abate – lasciò nel 1848 la sua sede di sa Costa per trasferirsi all’estremità alta di Stampace. 


Dottor Efisio: Ne disegnò l’impianto e diresse i lavori il professor Gaetano Cima.

Bisognerebbe chiedere al lui di quel rimescolamento di interessi fondiari legati alla invenzione della città nuova… 


Speculazioni edilizie? Nel 1865 un anonimo reazionario – secondo me un nobile decaduto e impaurito del nuovo primato sociale della borghesia – diffuse i versi rimasti noti come “Is goccius de is framassonis”: «Ponei fogu a is framasonis / ch’inci papanta su Casteddu».


Giornalista: Affronteremo fra breve questo tema della massoneria. Ma poiché è giusta la sua sollecitazione, chiederei al professor Gaetano Cima di dirci del suo progetto di trasformazione urbanistica di Cagliari. Prego, professore.


Gaetano Cima: Erano anni belli, quelli. Ero ancora giovane, mi ero laureato “architetto civile” a Torino nel 1830; dieci anni dopo ebbi la nomina ad “architetto di Città” del consiglio degli Edili a Cagliari e fui eletto dal consiglio civico “primo architetto”. 

Intanto ero già entrato nei ruoli universitari: architettura, disegno e ornato, la mia materia… 

Sarei diventato anche preside della facoltà di Scienze fisiche, matematiche e naturali... 


Le mie prime prove le diedi con il nuovo ospedale civile, a forma di raggiera spettacolare. 

Pur non ancora concluso, esso divenne il fiore all’occhiello di una gestione municipale per altri versi opaca. Fu amministrato dal consiglio di carità, e avrebbe avuto molto da fare, l’ospedale, già nel 1855, con l’epidemia colerica che investì tutta l’Isola. 

Ricordo che a Nuoro l’onorevole Asproni offrì la sua casa per i ricoveri d’emergenza… 

Sembra, purtroppo, che l’attuale vertice dell’università voglia dismettere questa struttura costata tanto genio d’architetto e tanta fatica di muratori e manovali, e nobilitata da tanta professionalità di medici ed operatori, lungo un secolo e trent’anni, per sanare e confortare i malati… senza distinzione di classe! Che insipienza e ingratitudine!

Al nostro nosocomio venne annessa una sezione manicomiale con una trentina di posti tutti occupati. I malati venivano in gran parte dai paesi dell’hinterland, mentecatti abbandonati a se stessi… 


Fui officiato per il nuovo piano regolatore della città alla fine degli anni ’50, vigilia dell’unità nazionale; 

Cagliari era una piazzaforte militare, rango da cui sarebbe stata dismessa, si sa, soltanto nel 1866, e il mio piano risentì della circostanza, anche se non rinunciava al ridisegno dell’intero abitato… 

Cagliari era stata, da secoli e secoli, come un territorio imbozzolato dentro bastioni e contrafforti che la isolavano sia dal mare che dai territori interni. In più era tutta attraversata da mura alte e porte che si chiudevano all’imbrunire e dividevano quartiere da quartiere, come ha ricordato l’avvocato Brundo…


Giornalista: E il suo obiettivo fu quello di eliminare le divisioni per unificare il territorio, favorendo la mobilità interna nonché la razionalizzazione ed espansione edilizia… Sbaglio? 


Gaetano Cima: Ripeto, ancora non potevo pienamente, nel 1858. Proposi la conservazione delle cinte di fortificazione, sia della Marina che del Castello, però anche l’abbattimento delle porte delle tre “appendici”. 

Proposi le scalette di Santa Chiara, per collegare la città bassa con il Castello, ed anche, per la stessa ragione, una più ampia scalinata fra il Terrapieno e il bastione di Saint Remy; 

proposi anche il livellamento dei vari bastioni orientali, che aggiungevano squilibri artificiali a squilibri naturali; 

infine, e soprattutto, proposi l’abbattimento delle cortine del molo e delle conce – in zona oggi di Rinascente –, insomma la ridefinizione della via Roma come un rettifilo litoraneo.


Giornalista: Il suo piano, tutto sommato minimalista, iniziò allora ad essere realizzato, ma si completò, con tutti gli adattamenti del caso, negli anni dell’amministrazione del professor Bacaredda. E’ così?

  

Gaetano Cima: Sì, la mia fatica fu ingrata ma non fu sterile. Ricorderei qualcuna di quelle realizzazioni compiutesi lungo un ventennio, fra anni ’50 e anni ’70. 

Di qualcuna avrà memoria anche il dottor Marini… 


Dopo la demolizione del bastione di San Francesco, sulla linea dell’attuale corso Vittorio Emanuele (dove affacciava la bellissima chiesa dei conventuali), si procedette con l’abbattimento delle porte: 

prima porta Stampace, alla base di sa Costa/via Manno, 

poi porta Sant’Agostino – che dava accesso alla Marina dalla parte oggi della Rinascente –, 

e subito dopo quella del Gesus, di fronte alla manifattura dei tabacchi… Toccò quindi al baluardo di Sant’Agostino – in linea con l’antica chiesa il cui ipogeo aveva ospitato per due secoli il corpo venerato del Dottore – 

e, dopo ancora, toccò al bastione della Darsena, e così via. 


Venne messa in cantiere, come naturale prosecuzione dei lavori portuali, la bonifica della spiaggia di su Siccu, che si sarebbe compiuta molti molti anni più tardi; 

già si affacciavano ipotesi di nuova viabilità interna tale da collegare agevolmente, con gli omnibus, le tre appendici. 

Il dibattito verteva sulla preferibilità o meno dei ritocchi stradali (con espropri limitati ed indolori) rispetto a percorsi tutti nuovi e larghi, che potevano divenire occasione di un rilancio edilizio, magari anche in funzione dei bisogni alloggiativi dei ceti operai… 


Giornalista: Una viabilità scadente, concorda?


Gaetano Cima: Senza manutenzioni, purtroppo. Ancora negli anni di festeggiamento dell’unità d’Italia si contavano sulle dita di due sole mani le strade lastricate o selciate o anche soltanto inghiaiate; 

il grosso era a rischio permanente di fango (d’inverno) o di polvere (d’estate). 

Per non dire degli arredi botanici, sconosciuti quasi in città – a causa anche della scarsezza d’acqua –, se non fra la darsena e il viale Bonaria, in piazza di porta Villanova ed a Terrapieno.

 

Al miglioramento del tenore di vita civile dei loro residenti, intanto, dalla metà degli anni ’60, avrebbe provveduto significativamente la Gaz and Water Company limited, concessionaria dei servizi d’illuminazione ed acquedotto. Perché questa era l’emergenza forse più sentita a Cagliari! 


Giornalista: E siamo finalmente a Corongiu…


Gaetano Cima: Sì, il nuovo acquedotto, a 21 chilometri dalla città… 

Quattromila metri cubi di acqua ogni giorno; scemava l’importanza delle cisterne qua e là, e scemava la necessità di ricorrere ai carrolanti trasportatori di botti riempite ai Sette Fratelli o a Monte Santo di Pula... 


Nello stesso tempo si rinnovarono le fonti di luce per la notte: i lampioni stradali, alimentati prima con olio vegetale, dal 1864 lo furono con il petrolio, poi ancora con il gas prodotto in loco dalla distillazione del litantrace proveniente da Cardiff…   


Giornalista: A questo punto farei a lei, dottor Marini, una domanda personale. Mentre la città evolveva nelle strutture fisiche e negli assetti sociali, lei dov’era? che faceva? 


Dottor Efisio: La mia autobiografia la riprenderei, in sintesi, dalle scuole: dicendo intanto che quando lasciai gli studi, con la mia brava licenza superiore, 1852-1853, i padri scolopi conducevano scuole direttamente ad Isili, Oristano, Sassari, Tempio e Santulussurgiu, a parte ovviamente Cagliari, il San Giuseppe cioè. 

Erano – dove meglio, dove peggio – classi elementari, di grammatica, di umanità e retorica, di filosofia e belle lettere… 

L’ordine religioso continuò a far pena, ma le scuole funzionavano discretamente.

Eravamo quasi 900 studenti al ginnasio delle scuole pie, tre volte di più di quelli che si rivolgevano ai gesuiti. 


Comunque nel 1862 – quando io ero già laureato sia in medicina che in scienze naturali all’università di Pisa, e da cinque anni lavoravo da medico – il governo requisì il noviziato per allogarvi una caserma dei carabinieri, e i novizi furono dirottati nel mio vecchio collegio, accrescendo la confusione.


Giuseppa (Carmina): Nel 1862 noi eravamo famiglia già da otto anni! 

Ci sposammo ad aprile, nel 1854; ero incinta di Gerolamo jr. – Salvatore Gerolamo Ernesto, lo chiamammo quando nacque a settembre –, creatura sfortunata: visse giusto due giorni, il nostro Gerolamo.

Le nozze erano state benedette dallo zio di Efisio, canonico Ignazio Maturano, nella chiesa di Santa Caterina alessandrina, la chiesa dei genovesi, a sa Costa: quella chiesa bellissima che sarebbe stata bombardata nel 1943 e sarebbe stata sostituita, dai moderni, con i magazzini UPIM e Zara. Testimoni Raimondo Ponsiglioni e Raimondo Fogu.

Come ho raccontato prima, mia madre se n’era andata in Paradiso giovane poco più che quarantenne, quasi alla vigilia delle mie nozze. Aveva sposato mio padre Antonio Tarasconi nel 1829. 

Da un precedente matrimonio aveva avuto tre figli, due femmine ed un maschio: Luisa Maria ed Andrea Nicola morirono però piccolini, a 3 anni e a 2. Dopo neppure un lustro di matrimonio, non ancora ventenne, mamma era rimasta vedova di Giovanni Frazzioli, uno svizzero venuto a Cagliari per impiantare una caffetteria e commerci di bevande.

Anche mio padre Antonio, originario dell’isola di Capraia, era nel settore, credo si siano conosciuti così, quello era l’ambiente.

Io queste storie le ho sapute dopo, naturalmente; allora non c’ero ancora.

Non la voglio fare tragica, la ma cosa era davvero tragica… Pensate un po’… Questa giovane donna con tre bambini, perde il marito. Trova, per grazia di Provvidenza, la bontà di mio padre, che se la sposa, dieci mesi dopo, con procedura abbreviata.

E neppure due mesi dopo questo matrimonio, due dei tre bambini muoiono. Sembrava quasi di dover fare tabula rasa per ricominciare. 

Quando sposò, babbo aveva 32 anni. Avrebbe vissuto a lungo, fino agli 84, nella casa che poi prese in via Sassari. 

Noi figli Tarasconi eravamo sette, io ero la quarta. Antonio, Angelo ed Efisio, i maggiori; Francesco, Domenico e Paoletta, i minori. Naturalmente i nomi qui li ho semplificati, in sette ne contiamo mi pare 27!…Alcuni dei miei fratelli hanno proseguito con le offellerie – caffè e anche dolciumi, paste… –, uno (Francesco) è diventato medico, e anche padre e nonno o bisnonno di medico; un nipote è stato per molti anni fra i fotografi più apprezzati di Cagliari, una nipote – sposata con Cova – ha gestito un negozio di ottica…

Col tempo ci siamo un po’ tutti sparpagliati, fra la Marina, Stampace e Villanova… e noi altri, Efisio ed io, a Napoli addirittura!


Giornalista: Ci dice dei suoi figli?


Giuseppa (Carmina): Rosa – anzi Antonia Fedela Rosa, Rosa come mia madre – è nata nel marzo 1857; dopo nove anni, nel luglio 1866, è venuto Vìttore – Enrico Vittore Ignazio, Vittore come Victor Hugo –, abbiamo sofferto insieme…       

Ancora stavamo a Cagliari allora, avevamo fatto casa pure noi alla Marina, i bambini sono stati battezzati a Sant’Eulalia. Poi, il trauma del salto del Tirreno…


Dottor Efisio: Scusami Giuseppa. Vorrei concludere queste tue confidenze, e le mie di prima, riabilitando – pur da anticlericale – gli scolopi, almeno quelli che conobbi allora: 

perché in quel 1862 del quale dicevo, qualcuno dei nostri firmò, con altri preti secolari, un forte invito al papa Pio IX a rinunciare spontaneamente al potere temporale. 

Furono redarguiti e minacciati, ma non tornarono indietro, anche se non saprei dire se per convinzione autentica o per paura di diventare invisi, stavolta, al governo…   


Giornalista: Dottor Marini, lei mi dà lo spunto per interrogare il canonico Ignazio Marturano e anche l’arcivescovo don Emanuele Marongiu Nurra, osservatori e protagonisti di quelle tempeste. Non dei singoli episodi, ma del clima generale.


Premetto che lo Spano, nella sua celebre “Guida della città e dintorni di Cagliari”, che è del 1861, elenca e descrive ben 50 o 51 chiese e 2 basiliche distribuite per lo più nei quattro quartieri storici, e qualche altra nei sobborghi periferici. E con le chiese i conventi e monasteri –13 –, gli oratori, le confraternite e congregazioni – 17 –, e i collegi e poi gli ospizi anch’essi tutti con la propria cappella, ecc. Il primato statistico forse era della Marina…


Le chiedo, canonico Marturano, era davvero così clericale la Cagliari di quel tempo?


Ignazio Marturano: Clericale e più che clericale, anche in quella parte della popolazione che sembrava lontana dalle cose spirituali. 

Mi riferisco alla partecipazione alle feste patronali, di rione, quasi quasi di contrada, e mi riferisco alla partecipazione ai sacramenti, ai battesimi e cresime, ai matrimoni, ai funerali… Le farò un quadro rapido.


Intanto però dovrei presentarmi: io sono uno dei fratelli maggiori di Fedela Pasquala Giovanna, la madre di Efisio, il più razionalista dei miei nipoti, ma forse anche il più spirituale… 

Siamo nati – Fedela ed io – dal primo matrimonio di nostro padre Giovanni – allora ventenne soltanto – con Anna Maria Dentoni. Io sono il quinto di undici figli, classe 1802. 


Sono morto nel 1859 – l’anno della seconda guerra contro l’Austria, c’era volontario anche mio nipote Salvatore, 17 anni soltanto – e racconterò in breve, dunque, di cos’è stata la Chiesa cagliaritana in quel mezzo secolo circa…


Quando nacqui era nostro amato arcivescovo il signor cardinale Diego Gregorio Cadello, cagliaritano dei marchesi di San Sperate. Il santo papa Pio VI era stato costretto dai napoleonici a vivere in domicilio coatto nell’abbazia di San Casciano a Siena. Perciò Carlo Emanuele IV gli chiese di delegare le relazioni con il regno sardo. Il santo papa nominò il barnabita cardinale Gerdil, il quale subdelegò, per la Sardegna, il nostro Cadello, che sarebbe divenuto a sua volta cardinale nel 1803.


Giornalista: Uomo di grande statura. Sbaglio?


Ignazio Marturano: Bisogna dirlo, anzi ripeterlo con le parole stesse dell’illustrissimo commendator Pietro Martini: il Cadello fu «il primo a ragionare pubblicamente e sanamente di quanto a Dio e a Cesare si debba». 

Quando infatti nella Chiesa ci fu una mezza rivolta contro l’editto del viceré e prossimo re Carlo Felice volto a censire tutte le proprietà fondiarie (comprese quelle delle diocesi e degli ordini religiosi) per un potenziamento del servizio di barracello, lui, Cadello, sostenne che era giusto collaborare per l’interesse generale!


Per più d’un decennio restammo senza arcivescovo, alla morte del Cadello. Io stesso entrai in seminario, al Tridentino di Castello, quando la nostra diocesi si reggeva con vicari capitolari… In tutta la Sardegna c’era allora un solo vescovo funzionante, a Oristano.


Ricorderei anche che, in quegli anni, l’Isola fu colpita da una gravissima carestia, anzi due. La peggiore fu quella de “s’annu doxi”. 


Giornalista: Nello stesso 1812, si sa, ci fu quel tentativo di rivolta borghese, o democratica, a Palabanda… Possiamo dirlo? Cagliari era una capitale: 25.000 abitanti soltanto, ma capitale, sempre un po’ spagnolesca e neghittosa, e un po’ – nelle minoranze – movimentata e sognatrice…


Ignazio Marturano: Nel 1819 ecco la nomina di monsignor Nicolò Navoni, che veniva da Iglesias ed era stato, ancora giovane, vicario del signor cardinale Cadello. I diciassette anni del suo governo pastorale furono fertili: benedisse la nuova, imponentissima chiesa di Sant’Anna, a Stampace, 32 anni dopo la posa della prima pietra!


Giornalista: Un beneficiato proprio di Sant’Anna, il reverendo Vincenzo Porru, pubblicò allora il suo famoso “Dizionariu Sardu-Italianu”.


Ignazio Marturano: Il Navoni – c’erano tre navi nel suo stemma – diffuse un’infinità di circolari e statuti per ogni necessità ed istituzione. Pubblicò anche un “Calendarium calaritanum”, nel 1823, con tutte le feste liturgiche e patronali. E si occupò del potenziamento della istruzione elementare, con la diffusione anche nella provincia delle cosiddette “scuole normali” di cui si parlava prima, e… 


Dottor Efisio: Scusi, zio …e anche del nuovo cimitero di Bonaria, che fu aperto nel 1829.


Ignazio Marturano: Giusto, Efisio. Sotto il suo episcopato tornarono a Cagliari i gesuiti, divisi fra il noviziato a Stampace e il collegio alla Marina. 


Giornalista: Molto bene. Guardando però alle date, ho visto che proprio nel 1835 – l’anno di tanta nascita, come s’è ricordato – uscì dalla stamperia dell’arcivescovo Navoni anche un catechismo sardo-italiano, così necessario per quei fedeli che non parlavano ancora la lingua di Manzoni…


Ignazio Marturano: Esatto. Poi a lui successe, per soli tre anni, fino al 1840, monsignor Antonio Raimondo Tore, tonarese, già vescovo di Ales e Terralba, molto dotto e molto attivo anche lui…


Dottor Efisio: Di lui ricordo bene una circolare, non benevola certo, su noi altri «liberali muratori»... Però fu un suo peccato di gioventù… 

I vescovi erano tutti reazionari, in quel periodo, a Roma il santissimo papa giocava con la ghigliottina e la testa degli oppositori… 

Eravamo in piena restaurazione, e le istanze liberali e umanitarie erano affidate ai carbonari e ai mazziniani. Anche i governi erano tutti retrivi. 

Nel 1833 era stato fucilato a Chambery una figura che mi è sempre piaciuta, Efisio Tola, sardo di Sassari, militare e democratico, affiliato alla Giovine Italia.


Giornalista: Finalmente nel 1843 toccò a lei, monsignor Marongiu Nurra. Che esperienza è stata per lei la guida della Chiesa cagliaritana in quella metà di secolo?


Emanuele Marongiu Nurra: Drammatica. 


Dottor Efisio: Con tutto il rispetto, e poi avevo allora soltanto sette anni e non posso ricordare bene… però lei si affacciò a Cagliari più con la sua dottrina d’accademico e bibliotecario che non col calore di una carica spirituale… Addirittura si presentò con una lettera pastorale tutta scritta in latino. Ma per chi scriveva lei? per la casta dei preti o per il popolo, il suo popolo?


Emanuele Marongiu Nurra: Erano altri tempi. Dovevo rafforzare la struttura anche giuridica della Chiesa diocesana, che era assediata dalle pretese governative. La Chiesa è depositaria della verità che non tramonta, difendere quella verità esigeva di attrezzarci. Dovetti anche oppormi ai protestanti di “Alleanza cristiana” che volevano fare proseliti da noi…


Dottor Efisio: Fratelli protestanti… Lei condannò anche i romanzi dell’ottimo Balzac, che era stato ospite di Cagliari poco prima ch’io nascessi… Che roba!


Emanuele Marongiu Nurra: Ci furono tensioni con il governo di Torino: ai ministri sembrò che io volessi il muro contro muro. Fortunatamente le riforme della santità di Nostro Signore Pio IX distesero gli animi. E in quello stesso anno – il 1847, a novembre – partii anch’io con altri deputati sardi alla volta di Torino per invocare la “perfetta unione” con la Terraferma. 

Finiva il Regnum Sardiniae, finiva il regime viceregio. Ne sono orgoglioso.


Eravamo già quasi nell’anno delle rivoluzioni liberali e costituzionali…


Dottor Efisio: Il benedetto 1848! Avevo 13 anni soltanto, ma capivo e gioivo…


Emanuele Marongiu Nurra: I gesuiti cacciati nuovamente da Cagliari, le pretese del governo di Torino di abolire le decime ecclesiastiche. Inaccettabile, per noi pastori d’anime… Fu abolito il foro ecclesiastico, cioè la giurisdizione esclusiva sui nostri sacerdoti…


Dottor Efisio: Avevate le prigioni, anzi le segrete, al Fossario di Castello, celle inumane. E voi eravate gli apostoli del Vangelo! 

Ancora negli anni del suo episcopato c’erano dei prigionieri lasciati a languire e morire, come quel povero rettore Cirina che avevate fatto impazzire…  


Emanuele Marongiu Nurra: Erano i tempi… Nel 1850 scomunicai coloro che, per ordine del governo, avevano sequestrato, nel mio episcopio, l’ufficio della contadoria. 

Mi fu intimato il ritiro della scomunica, mi rifiutai, e subii la punizione del ministero, cioè l’esilio. Riparai nello Stato della Chiesa, accolto dalla benevolenza della santità di Nostro Signore Pio IX.


Dottor Efisio: In quella Roma dove l’anno prima, nel 1849, Mazzini e la costituente democratica avevano proclamato la Repubblica, abbattuta sette mesi dopo dalle armi francesi chiamate proprio dal suo santo Pio IX. 

Armi che uccisero il nostro Goffredo Mameli, poeta e soldato, 21 anni soltanto…


Emanuele Marongiu Nurra: Erano i tempi. Cagliari restò mia orfana per 16 anni, fino a che non mi fu concesso di tornare qui per morire. Era il 1866. 

Anche lei, dottor Marini, stava per morire: partire è un po’ morire, lasciava Cagliari per Napoli…


Dottor Efisio: In quei tre lustri di sua assenza forzata, chi la sostituì, caro don Emanuele, fu reazionario quanto e più di lei. Soprattutto il canonico Giovanni Maria Filia, che restò in carica anche dopo la sua morte, era avversario del sogno dell’Italia unita, dell’unità della mia Cagliari con la mia Napoli, con la mia Pisa e la mia Firenze, con ogni altra città italiana. Mise il lutto quando il 20 settembre 1870 i bersaglieri restituirono Roma all’Italia…


Emanuele Marongiu Nurra: Erano i tempi…  


Dottor Efisio: Non voglio però lasciarla in inimicizia…

Fra l’altro ricordo che lei mi cresimò, con moltissimi altri ragazzini, era il 1844.  

Soprattutto le riconosco alcune benemerenze: l’aiuto che diede, ad esempio, alla erezione del nuovo stabilimento ospedaliero a Cagliari, gli sforzi fatti per incanalare verso il nosocomio offerte e lasciti ereditari… 


Aggiungerei che a Napoli, quando vi arrivai un anno dopo la sua scomparsa, trovai un suo collega – il cardinale Guglielmo Sanfelice – che, pur con qualche durezza ideologica anche lui…


Emanuele Marongiu Nurra: Erano i tempi…


Dottor Efisio: … si mostrò anima grande, con noi altri repubblicani o massoni, socialisti, ecc. nel soccorso ai colerosi. 

Potrei aggiungere che sua eminenza il cardinale è uno di quelli che mi fu chiesto… di inserire nel pantheon delle spoglie pietrificate. 


Giovanni Bovio: Direi qualcosa io, a questo punto. 

Sono Giovanni Bovio, filosofo e parlamentare, pugliese di Trani, napoletano d’adozione. In molti mi hanno gratificato con riconoscimenti, ho cercato di tenere alto in Italia il santo apostolato del mio maestro Giuseppe Mazzini contro la monarchia e per l’unità della patria con ordinamenti repubblicani, sono stato grande oratore della Massoneria e potei tenere il discorso ufficiale allo scoprimento del monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori, a Roma, nel 1889… Erano presenti anche diversi cagliaritani, giovani e anziani quel giorno, ricordo il Fratello Gavino Scano, già rettore dell’Università in quel palazzo al quale si riferiva Giuseppa Tarasconi prima…

 

Sono diventato amico del dottor Efisio Marini a Napoli, poco tempo dopo che egli si trasferì sul continente. 

I comuni circoli universitari, gli interessi scientifici – chiamali razionalisti, chiamali positivisti o in altro modo –, una certa sensibilità civile o politica che non s’integrava con il sistema conservatore della monarchia e dei governi del tempo, Crispi, di Rudinì, Pelloux ecc., questo ci legò in amicizia.


Tornavo da Roma, dalle sedute del parlamento, o da quelle del Grande Oriente, e ci si incontrava, si discuteva delle grandi questioni della vita, e dell’Italia… 

C’erano altri nelle nostre comuni frequentazioni: Matilde Serao, Salvatore di Giacomo, Arrigo Boito…


Poi collaborammo, anche con il cardinale arcivescovo, nella drammatica occasione del colera, nell’assistenza medica… Efisio riuscì a frenare le forme dissenteriche proprie del virus attraverso quell’acetato di alluminio che, fra gli altri composti, aveva utilizzato per i suoi bagni conservativi, anche se poi preferì puntare su altre sostanze con minori controindicazioni…   


Dottor Efisio: Ma neppure a Napoli ho avuto la cattedra che sognavo. Corsi annuali sì, come me li avevano promessi a Cagliari… ma tutti sempre lì a pretendere, in cambio, per mercato, la pubblicazione della formula “magica”…  


Giovanni Bovio: Hai ragione, e me ne dolgo, Efisio… La burocrazia ministeriale e quella accademica sono sempre nemiche del giusto!




Fonte: Gianfranco Murtas
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