Marco Crepaldi

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Morti sul lavoro: guardiamo al Qatar, ma non dimentichiamoci della strage italiana

di Marco Crepaldi

Con l’inizio del Mondiali di Calcio, l’attenzione mediatica internazionale si sta concentrando molto sulla condizione dei lavoratori impegnati nella costruzione degli stadi qatarioti. Inzialmente gli organizzatori avevano parlato di soli 3 decessi: una stima troppo ridicola per durare più di qualche giorno, e infatti oggi Hassan Al-Thawadi, capo dell’organizzazione dei Mondiali, ha ammesso che tra il 2015 e il 2019 ci sarabbero stati circa 400 morti sul lavoro (ha tuttavia anche precisato che “non conosce il numero esatto”, il che la dice lunga sulla considerazione nutrita nei confronti di queste persone).

Secondo Amnesty International queste cifre sarebbero però addirittura sottostimante. Dal 2010 al 2019 in Qatar risultano infatti deceduti circa 15mila stranieri e, considerando che la quasi totalità dei lavoratori dedicati agli stadi provenivano da paesi esteri, è verosibile ipotizzare che, tra questi migliaia di morti, vi siano anche molti lavoratori non censiti come tali. Ovviamente non potremo mai averne la certezza, ma su un dato possiamo stare sicuri: erano per la stragrande maggioranza uomini.

La morte sul lavoro rimane un problema di genere maschile, anche se quasi nessuno ne parla in tal senso. Attenzione: quando si utilizza l’espressione “problema di genere”, non significa che tale problema riguardi esclusivamente un genere, bensì significa che il genere risulta una variabile rilevante nella distrubuzione dei numeri del fenomeno, e il fatto di essere uomini rappresenta sicuramente un fattore di rischio nella possibilità di svolgere lavori mediamente più pericolosi. Questo sia per un fattore legato alla diversa forza fisica esistente tra uomini e donne, ma anche per stereotipi culturali che vedono l’uomo come più portato a certi impieghi piuttosto che ad altri.

Anche a livello mediatico si tende spesso a non sottolineare il genere dei morti sul lavoro, questo a causa del gender empathy gap, ovvero della differente attivazione empatica che avviene socialmente a seconda che un problema riguardi maggiormente gli uomini o le donne. Stereotipicamente l’uomo è visto come più “virile” e dunque anche come maggiormente propenso alla sofferenza fisica e al sacrificio. La conferma l’abbiamo anche dal fatto che quando è un ragazzo giovane a morire, come nei recenti casi riguardanti l’alternanza scuola-lavoro, ecco che i media si attivano maggiormente: questo perché un ragazzo non è ancora identificato come “uomo” e dunque ispira maggiore senso di protezione, con una conseguente elevata attivazione empatica.

Ma al di là della questione genere, c’è forse un’ipocrisia ancora più grossa che riguarda l’estremo interesse mediatico rivolto dai giornali italiani alle condizioni di lavoro in Qatar. Secondo l’INAIL, infatti, tra il 2015 e il 2019 in italia ci sarebbero stati circa 3 milioni di incidenti sul lavoro (considerando solo quelli denunciati) e una media di circa 1.000 decessi all’anno. E il trend non sembra essere in descrescita, anzi: nel 2022 siamo già a 677 morti accertati, contando solamente i mesi che vanno da gennaio a settembre.

Anche guardando all’Europa non siamo messi bene. Secondo i dati EUROSTAT riferiti al 2017 e al 2018, l’Italia si attesterebbe sensibilmente sopra alla media europea per quanto riguarda i morti sul lavoro. Secondo il CES (Confederazione Europea dei Sindacati), se non invertiamo la rotta nel prossimo decennio nel nostro continente moriranno circa 30mila lavoratori. Ciò dipende anche dal calo di controlli registrato negli ultimi anni, e il rischio è che, con la recessione alle porte, le aziende investiranno sempre meno risorse ed energie nel tutelare la salute del proprio personale.

E i governi che fanno? Stando a quanto riportato nella Legge di Bilancio 2023, il tema della “sicurezza sul lavoro” sembra essere stato completamente ignorato, o quasi. Si parla di taglio del cuneo fiscale, di pensioni e quant’altro, ma dei quasi tre morti al giorno sul luogo di lavoro non viene fatta menzione. Una strage silenziosa che si consuma anno dopo anno nell’indifferenza generale.

Gli orrori del Qatar non sono poi così lontani.



Fonte: Marco Crepaldi
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