Gianfranco Murtas

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“Multa parva” di Efisio Cadoni, nuova ricchezza per le biblioteche d’arte e di storia della letteratura sarda

di Gianfranco Murtas


Villacidro ha dato al mondo, nel Novecento non meno che nel secolo dei Loru, dei Todde, dei Cadoni (Antioco il giurista) e dei Fulgheri, grandi e belle perle d’umanità e scienza, personalità d’ingegno, intellettuali e artisti e professionisti, uomini di legge e di medicina, che hanno lasciato una gran traccia del loro passaggio, e a noi altri d’intorno, lavoratori di fabbrica o d’ufficio, di campagna o di negozio, hanno donato la gratificazione della loro conoscenza diretta, la possibilità di esprimere una libera ammirazione e anche molto sentimentale affetto. Di più: hanno donato essi a noi, incredibile a dirsi, un ringraziamento. Come fossimo stati, e ancora oggi fossimo noi ad avere ispirato le mosse della loro vita pubblica e riconosciuta, offerto loro gli input di mondialità, nella religione come nella scienza o nel diritto, tali da giustificare il buon detto filosofico, giustamente adattato, che Norbio sia il centro dell’universo, e l’universo intero racchiuda il trapezio fra la via Nazionale e Frontera, Castangias e Seddanus, sa Spendula e l’ex aia Anni con la piana di Sisinnio Cabriolu… Tutti torniamo sempre, per semplicità di discorso, a Giuseppe Dessì, o a padre Pittau il rettore ed arcivescovo, o al professor Erminio Costa il neuroscienziato, ai Piga padri e figli delle alte magistrature e degli enti finanziari, ai Meloniski eroi dell’arte esportata... Fortunatamente Salvatore Erbì con il suo recente dizionario enciclopedico cidrese Sciapotei, ha azzardato una conta tendenzialmente completa, non di due secoli ma di due millenni, donando al paese d’ombre il racconto di se stesso come forse, finora, nessuno l’aveva saputo fare seguendo i tracciati di vita almeno di quelli che, negli ultimi seicento anni, al fonte di Santa Barbara erano stati portati da piccoli, e avevano osato produrre le loro prime pubbliche sgambettate a Frontera fra le case di pietra oppure al Carmine o magari a San Sisinnio fra gli alberi della foresta…  

Efisio Cadoni è certamente anche lui protagonista fra protagonisti sulla grande scena dell’iperpaese, di Parte d’Ispi e della Sardegna tutta, ma forse nessun altro come lui è stato ed ancora è anche testimone, e narratore delle altrui vicende, ché in lui l’anima inquieta ricevuta dagli avi è costretta a sfogare le proprie energie morali e creative, non soltanto nelle produzioni di poesia e d’arte – sulla tela come sulla pietra –, ma anche inventandosi ora cronista ora, più spesso, critico interprete d’un oggi che gli si dipana davanti agli occhi scontentandolo o deludendolo ancora per il più. 

Adesso ha creduto di autobiografarsi Efisio Cadoni, riordinando una quantità infinita di pagine e di immagini che sono il riflesso delle quasi trentamila giornate che, sgobbando mattina e sera, ha passato con noi – con noi anche quand’era solo – col pennello o la penna, lo scalpello e la fantasia pensosa. Sì, ha creduto di doversi autobiografare per consegnarsi vero e netto a chi verrà e per compilare saggi e tesi di laurea su di lui non debba faticare più di tanto. Non per narcisismo banale e volgare s’è autobiografato, naturalmente. Al contrario, ché la sua storia è anzi tutta all’insegna della oblazione, secondo la regola che, come il giuramento d’Ippocrate per i medici, vale per ogni vero artista: oblatore per generosità di statuto. Ma s’è come ricomposto, Efisio Cadoni, ha rispiegato a se stesso, documenti alla mano, quel che la memoria e la buona coscienza pure gli assicuravano: uomo coerente nello sviluppo delle sue esperienze, per idealità e morale, per senso civico e spirito solidaristico.

Multa parva l’ha intitolato il cofanetto dei tre volumi – millequattrocento pagine e di più ancora – in cui ha consegnato la prova provata della sua missione di vita, con tutti i pesi e tutte le misure, verrebbe da dire. Quale missione? L’arte e la cittadinanza. Cittadino della pittura e della scultura certo, e della poesia ma anche della saggistica storica e letteraria, e dell’organizzazione culturale, ma cittadino anche del suo paese d’ombre effettivo dal 1943 – anno terribile – e coscienza critica, o spina nel fianco di amministratori e di quei tanti altri che, stretti a valle del municipio-Dominariu, non osano, non sanno osare: osare di proporre quando è ora di proporre, contestare quando è ora di contestare. Sempre argomentando, sempre associando in un filo continuo le ragioni dell’oggi alle finezze del passato da rispettare e preservare, ai doveri verso il futuro da garantire a figli e prole discendente. Multa parva dell’Arte, della Letteratura e d’Altro; poi specifica nel sottotitolo, per indirizzare il lettore che volesse entrare nel suo complesso eppur semplice universo, l’universo magico e operaio di Efisio Cadoni: Scritti e articoli dagli anni Cinquanta del XX secolo al 2017. Ma tu puoi aggiungere agli scritti e agli articoli le fotografie, i primi piani degli amici e sostenitori della sua valentia e di quelli entrati negli scambi con lui e la sua pinacoteca familiare, gli scatti alle pitture naif venute fuori tutte colore dalle sue mani, e gli scatti alle pietre umanizzate nelle forme del lavoro e diffuse qua e là, in piazze e cimiteri, alle tele né soltanto sue ma, appunto, anche di Peppino Fara e Gianfranco Savazzi, Ciu Cicillu e Zia Veronica, Meloniski e Pietro Ghizzardi, Matteo Discepolo e Marco Cannas… la galleria d’arte domestica, insomma, da gustare come davanti a una Madonna in chiesa o a un Sant’Antonio benedetto. Nel… gran molto, l’intenso ritratto di Anna Lucarini e Beniamino Matteo Cadoni, madre e figlio piccolo, olio, acrilico su tela, oggi pezzo del patrimonio artistico della Regione Sarda.

Non è scopo di questa breve nota recensire l’opera magna di Efisio Cadoni che bene si raccorda ad altri due volumi pubblicati negli anni scorsi: Se la parola è una pietra (sottotitolo Efisio Cadoni poesia non poesia, 35 anni d’attività artistica 1960-1995), uscito nel 1995, e La forma della bellezza, curato da Flaminia Fanari, Giuseppe Andrea Manias e Paolo Sirena, uscito nel 2014. Soltanto desideravo segnalarla, questa opera magna in cofanetto, agli amanti delle cose belle da conservare e mostrare in accompagno ad un quadro o ad una figura in trachite, bronzo o terracotta di Efisio Cadoni, nell’esposizione dello studio di casa, o nel soggiorno tutto luce…

Premiata dalla eccellente grafica di Carlo Delfino Editore, introdotta (oltre che da me) da Renzo Margonari, l’opera cadoniana, raccolta-riepilogo forse integrale di quanto da lui è venuto ora come critica letteraria o d’arte, illustrativa di autori e mostre, ora come produzione sua di versi declinati con le metriche più varie, è un bel monumento anch’essa. Fra i tre volumi sono cento, forse, le pagine dedicate alla bibliografia o al censimento delle testate giornalistiche coinvolte, in Sardegna e fuori, le pagine impegnate con gli indici dei nomi: evidenza di una universalità non soltanto di interessi ma anche di relazioni personali. Villacidro capitale morale del mondo, a conferma dell’assunto.

Ecco, prese quasi a caso, due pagine cadoniane.

La mia collezione d'arte naif

Poco più di quarant'anni fa, negli anni Sessanta, visitai le poche gallerie d'arte della città, con l'interesse di un giòvane sardo della provincia esperto della Càgliari dell'arte figurativa e della poesia, concesse ai cittadini e solo ai pochi studenti dell'Università che vi sostàvano buona parte dell'anno, saltuariamente staccàndosi dal proprio paese.

Per la prima volta ebbi coscienza del significato di "naive", aggettivo riferito ad un'arte visiva fino a quel momento quasi sconosciuta in Sardegna. Nella galleria, "La Contemporànea", del compianto e, purtroppo, quasi dimenticato artista-gallerista Vincenzo Nàpoli, si esponévano diversi dipinti di General Fce Rabuzin con tutta la corte degli Jugoslavi di Hlèbin, appartenenti a un mondo lontano anni luce da quello dei pittori della Galleria comunale che mensilmente abitavo, con gli occhi con la mente con il cuore, ma dentro lo stesso meraviglioso universo della bellezza. Amavo questi, come quelli. E questi li amai sùbito, anzi mi sembrava di averli sempre amati, di averli ri-conosciuti, come se li contenessi nella mia natura e li avessi già in me, inconsapevolmente. Mi sembrava che, amando l'arte da sempre e praticàndola da sempre, con parole e colori, avessi inconsciamente conosciuto e amato, fin dall'età della ragione e dei sentimenti, questo suo "aspetto" che, in realtà, avevo appena scoperto. Nel mio privatissimo, ma non isolato percorso, forse, ero un naif un pòvero artigiano del sogno; un neoprimitivo immediato, un autodidatta espressionista "spontàneo", come più in qua nel tempo fui definito, lontano da qualsiasi movimento legato a precisi schemi preordinati e a "manifesti" intellettual dichiarativi. I miei primi amici poeti e intellettuali èrano pochissimi, allora: Rinaldo Botticini, Francesco Màsala, Fernando Pilia, Giovannino Porcu, Marcello Serra, che mi han preceduto di là, e il prete-poeta Angelo Pittau. Avevo un buon rapporto con Giuseppe Dessi, al quale pochi anni prima avevo regalato il mio primo libretto di poesie, portàndoglielo a Roma, ma non lo rividi più. Lo avevo conosciuto a Villacidro nel 1962, durante le riprese per un suo lavoro televisivo sulla Sardegna, nell'Hotel Esit. E, fino alla mia prima mostra cagliaritana nella galleria di Vincenzo Nàpoli, se non ricordo male, nel 1972, i miei amici pittori èrano veramente pochi: Pinuccio Meloni, il bravissimo Meloniski d'oggi, Salvatore Spada, Peppino Fara, Enzo Silvestri, appena nascenti all'arte e, oltre a Vincenzo, i già noti Duilio Pasquinucci, Dino Fantini, Còsimo Canelles, Antonio Atza, Antonio Nateri, Antonio Pala, Franco D'Aspro, Sisinnio Deidda, ma poche eran le nostre frequentazioni. La mostra fu inaugurata da Salvator Angelo Spano, presidente della Regione Sardegna, entrato nel Parnaso cinque anni più tardi, nel 1977, come impareggiàbile comedo, con S 'Arroppapaneri, e poi come poeta e narratore di lingua sardocampidanese. Da allora tanti artisti mi furon familiari. Per primi conobbi gli scultori Edoardo Pala e Pinuccio Sciola e poi Franco Corrado Pau, Alberto Dal Cerro, Matteo Discépolo, Marco Cannas, Costantino Nieddu, Enrico Congiu, Angelo Manca di Villahermosa, Gigi Atzeni, Giorgio Princivalle, Luigi Pillitu, Giovanni Farci, il critico collezionista Antonio Demuro e quelli d'oltre mare, Marco Taglioli, Pietro Ghizzardi, Aldo Ordavo, Bruno Rovesti, Gino Covili, Elena Guastalla, Toni Roggeri, Udo Toniato, Giuseppe Serafini, Luigi Giuffredi, Elia Calamassi, Aldo Verzelloni, Luigi Pieraccini, Alfredo Lazzarini, Ugo Pierotti, Renzo Margonari, anche valente critico d'arte, con lo "specialista" del naifismo Dino Menozzi. Poi un ocèano di altri amici tra poeti, narratori, fllòsofi, studiosi e artisti, anche di grande valore, che non potrò certamente qui nominare; ma non posso tacere i nomi di Giuliano Manacorda, Biagio di Jasio, Renzo Cau, Cristina Lavinio, Neria De Giovanni e gli scrittori Antonio Puddu, Franco Canini, Franco Fresi, Angelo Mùndula, Giulio Angioni, Franco Sonis, Dino Maccioni e gli artisti Dina Pala, Susanna Fioris, Cristina Crespo, Carmen Crisafulli, Lorenzo Stea, Nino Cannella, Giuseppe Bosich. Allora nacque la mia collezione d'arte, tra acquisti e scambi. Acquistai il mio primo quadro alla mostra intitolata "Ai frati", un piccolo gioiello "surrealista" di Marco Taglioli. Qualche tempo dopo, riuscii ad avere una litografia di Picasso, di Treccani e di Norberto (Proietti). Acquistai a rate il "carro da buoi" di Melchiorre Melis (10 rate da 25.000 lire), il suo capolavoro e, per denari e miei piccoli dipinti, ottenni un olio del 1873, di Bonnegrace, raffigurante l'avvocato Fulgheri, gigantesco personaggio dessiano di Paese d'ombre. Poi, a poco a poco, onorai le pareti con più di duecento quadri. Oggi, i miei naifs, tutti con una loro umanissima storia, sono in parte presenti in questo catàlogo, per scelta dei critici Flaminia Fanari e Pàolo Sirena: Antola, Baracchi, Bastoni, Bortolami, Benatti, Cadoni, Calamassi, Caramagno, Càsoli, Codecasa, Colombo, Covili, Crespo, Crisafulli, Donati, Fereoli, Ligabue, Galeotti, Ghizzardi, Giuffredi, Guastalla, Lazzarini, Leandro, Marchetti, Mozzali, Nerone (Sergio Terzi), Ordavo, Pagano, Pau, Pillitu, Pieraccini, Poltronieni, Roggeri, Rovesti, Salardi, Serafini, Toniato, Vedovato, Verzelloni, zia Veronica…

(Catàlogo "Arte Nai've - Maestri del Novecento Ottava Biennale di Padru, a cura di Pàolo Sirena, ... 11 settembre del 2009)


Naif - La riscoperta di una parola

Pubblicai un breve articolo sull'arte "naive", la prima volta, nelle pàgine di un mensile (Confronto, Anno I, n° 5, pag. 12, ottobre del 1977), con lo pseudònimo Mattia Sardu Delogu. Si era appena conclusa la Prima Biennale Nazionale d'Arte di Villacidro, la prima in Sardegna.

Vi scrivevo anche dei pittori naif di quel tempo, presenti alla mostra del 1976, di alcuni dei quali oggi so ben poco. Uno di loro, Cera, un bravissimo scultore di Lasplassas, non è più tra noi. Ritraccio qualche pennellata sull'arte di ciascuno: ". . . i dipinti contadini di Spano, suggestivi nella loro elementarità...; ... i "Cristi" lignei di Cera... che han la forza selvaggia dei cavalli bradi di quell'altopiano (la Giara di Gèsturi) ... ; ... l'impeto dei pastori di Farci...; ... le arcaiche visioni di zia Verònica ... ; ... i villaggi esòtico - fabulosi di Ticca ... ; ... il profondo viola dell'Angoscia di Pari, poeta del mistero... ; ... le processioni multicolori di Pillitu... nella loro icàstica semplicità". Conclusi scrivendo anche di me: "... le vecchie di Cadoni, drammàtiche figure evocanti emozioni e memorie...".

Un altro articolo scrissi, sempre con il medésimo pseudònimo (Confronto, Anno III, n°1, pag. 9, gennaio 1979), contro le posizioni ardite del critico Gianni Toti sul cosiddetto (da lui) "diritto democràtico" all'esposizione nelle sale del Museo di Luzzara, durante la rassegna d'arte "naive" al XII anno, nel 1978, che apriva le porte alla "irruzione a forme (sempre più libere)". Definivo il suo tentativo di "politicizzare" la manifestazione artistica da lui detta "popolare e antiborghese", come "operazione confusa e confusionaria". Scrivevo infatti che quella naif è "un'arte che, per sua stessa definizione, rifiuta il popolare, pur essendo per il pòpolo, e rifiuta l'etichetta di antiborghese, perché presupporrebbe l'esistenza di un'arte borghese che non esiste, come non esiste un'arte primaria e un'arte subalterna, un'arte servile e un'arte aristocràtica, a meno che non si voglia dare al tèrmine borghese quel senso dispregiativo che non ha e che è esattamente il suo contrario...". 





Fonte: Gianfranco Murtas
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